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lunedì 6 ottobre 2014

#CastagneEmarroni #LaloroStoria


imm. da meteoweb.eu 
Gli alberi nobili di castagne con ampia corona provengono dai paesi del Caucaso, la regione montagnosa tra il Mar Nero e il Mar Caspio. Gli antichi Armeni li hanno coltivati, chiamando “Kasutha” i loro frutti prelibati, ossia “frutto secco”.

I Romani chiamavano il castagno „Castanea“ ed il botanico britannico Miller nel 1759 vi aggiunse la denominazione “sativa”. Ciò significa “saziare” e ne documenta così l’importanza culinaria. Da allora il castagno europeo porta il nome botanico “Castanea sativa” e si distanzia quindi dall’Ippocastano (Aesculus hippocastanum).
I Romani non erano soltanto affascinati dal frutto, ma anche dal suo legno che si distingue per il suo alto contenuto tanninico, rendendo le costruzioni resistenti alle intemperie. Visto che il castagno cresce anche ad un’altezza di 1000m slm, la sua coltivazione era così predestinata.

Con l’espansione dell’Impero Romano si propagava anche la cultura della castagna. Pure a nord delle Alpi gli alberi di castagno buttavano radici. L’espressione tedesca « Marone » si affermò attorno al 1600, derivante dal francese « marron » e dal’italiano « marrone ».

La cultura della castagna si affermò nella Svizzera meridionale circa 1000 anni fa. L’incremento della temperatura media favorì la coltivazione fino nelle valli alpine più alte. Su queste lastre impervie cresceva appena abbastanza grano per il pane quotidiano. Sui fianchi magri delle vallate alpine infatti il castagno forniva da due a tre volte più calorie per unità coltivata rispetto la coltivazione del grano. Per questo motivo lo si chiama „ L’albero del pane dei poveri“.

fonte strazzini-marroni.ch

venerdì 21 febbraio 2014

#EraTriste...



 
http://www.letteratu.it/wp-content/uploads/2012/03/niente-di-grave.jp


Era triste. Le sarebbe molto piaciuto sapere dove avrebbe potuto condurla quella storia.
Era pronta ad accettare qualsiasi scacco, per quanto pochi fossero i suoi, e le risultava particolarmente duro dover capitolare davanti a fatti che non dipendevano dalla volontà di nessuno.



  Jérome Ferrari, Il sermone sulla caduta di Roma

giovedì 7 novembre 2013

#LaPropia #Storia

 
http://static.pourfemme.it/ donna-sola.jpg

 Non c'è altro modo di trovare la propria storia, se non perdi il respiro, costi quel che costi.
Voleva che tutti i suoi sogni non volassero via come coriandoli, prima ancora di diventare progetti.
Si sarebbe sentita in colpa, ne avrebbe avuto nostalgia e non c'è nostalgia maggiore di ciò che non è mai stato.
La nostalgia del futuro.


  Alessandro D'Avenia, Cose che nessuno sa.

martedì 25 giugno 2013

#Lavanda: storia e propietà

http://www.prodottiallalavanda.com/lavanda.html


La Lavanda

Pianta preziosa già per gli antichi Romani che mettevano mazzetti di fiori nell'acqua dei bagni termali, la lavanda veniva utilizzata già allora come base per raffinati profumi e per preparare decotti e infusi usati per la bellezza della pelle e dei capelli.
In un passato più recente sappiamo che in ogni casa di città o di campagna non c'era armadio o cassettone che non avesse sacchettini di lavanda per profumare la biancheria e tenere lontane le tarme. Questa delicata consuetudine sta tornando ora di moda e ci ricorda antiche tradizioni e sensazioni di pulizia e cura per la casa.
In Italia attualmente vengono coltivate alcune varietà di lavanda, arbusto perenne che appartiene alla famiglia delle lamiaceae (labiate). Le più diffuse sono:
  • la lavanda officinale (o vera, o fine, o angustifolia), utilizzata in medicina ed erboristeria
  • la lavanda ibrida (o lavandino) di cui esistono parecchie cultivar, creata per i giardini (raggiunge anche i 100 cm di altezza) ed impiegata anche nella preparazione di prodotti detergenti.
La Lavanda vera cresce tuttora spontanea sulle Alpi e sugli Appennini dai 300 ai 1000 mt di altezza. Predilige i luoghi aridi e sassosi, preferibilmente calcarei, esposti al sole e ben drenati e cresce in arbusti alti dai 30 ai 60 cm. Fiorisce in estate colorando la montagna di azzurro/viola.
Oggi è ormai largamente coltivata, come il lavandino, anche su ampia scala, quasi sempre con metodo biologico. Le regioni maggiori produttrici sono Toscana, Piemonte, Lazio ed Emilia Romagna.
La raccolta viene fatta in periodi diversi a seconda dell'utilizzo dei fiori (per l'erboristeria o per la distillazione), generalmente si comincia nel mese di luglio e si procede fino ad agosto, anche a seconda della zona, dell'andamento climatico e della varietà.

Le sue proprietà benefiche sono:
antisettiche, battericide, antispasmodiche, analgesiche, cicatrizzanti, diuretiche, colagoghe, insettifughe, stimolanti, sudorifere e sedative. Per tali caratteristiche viene largamente utilizzata in farmacia ed erboristeria in preparazioni terapeutiche di vario genere: colluttori, pomate per contusioni e gonfiori, per reumatismi ed infiammazioni della pelle, per unguenti contro l'emicrania e preparazioni per problemi di insonnia e nervosismo.
Il settore in cui eccelle è la profumeria. Il suo caratteristico aroma fresco e agreste viene sfruttato non solo per la preparazione della classica "eau de toilette à la lavande", ma entra nella composizione di sofisticati profumi ed è ampiamente utilizzata in saponeria e cosmesi.

Alcuni studi hanno evidenziato che se diffusa in un ambiente di lavoro, serve a stimolare la produttività.
Proprio recentemente uno studio del King's College di Londra (settembre 2008) ha dimostrato che se nebulizzata negli ambulatori dentistici serve a calmare notevolmente l'ansia dei pazienti.
In molte cliniche per malattie nervose le nebulizzazioni di lavanda curano persone afflitte da stati ansiosi e depressivi, esercitando un'azione equilibratrice. Viene impiegata persino negli asili, in quanto particolarmente adatta ai bambini: aiuta la concentrazione, purifica l'aria e stimola la capacità di resistere agli attacchi dei microbi.

Le differenze tra Lavanda e Lavandino

La lavanda cresce bene in collina e montagna. E' di piccole dimensioni ed ha un solo fiore per ogni stelo. Si riproduce per seme e la sua resa in olio essenziale estratto in corrente di vapore è intorno allo 0, 8%. Si utilizza in medicamenti grazie alla presenza di Linalolo, responsabile delle principali proprietà terapeutiche.

Il lavandino cresce bene in pianura e collina. E' di dimensioni più grandi e ha 3 infiorescenze per ogni stelo. Non fa seme perché è un ibrido, ossia un incrocio, tra lavanda vera e lavanda spica ( o spigo, o latifolia). Essendo sterile si può riprodurre solo per talea. La sua creazione risale agli anni 50 quando l'industria di prodotti detergenti faceva grande richiesta di olio essenziale. Il Suo profumo è molto più forte di quello della lavanda vera, leggermente canforato ed erbaceo, comunque fresco e piacevole. Non può essere usata per le preparazioni medicinali, ma è ottima per profumare l'ambiente, la biancheria ed i prodotti per l'igiene.
La sua resa in olio essenziale distillato in corrente di vapore si aggira intorno al 4%.

Un altro prodotto del lavandeto è il miele di lavanda: i fiori attirano molto le api che producono un ottimo miele aromatico, raro, pregiato e molto richiesto. Il fiore essiccato della lavanda officinale viene utilizzato in cucina per aromatizzare i cibi, per preparare un infuso rilassante, o bevande alcoliche e bibite.
In Italia si coltivano anche Lavanda spica, lavanda dentata e lavanda stoechas tutte sensibili al freddo, le ultime due sono apprezzate come piante ornamentali. Oltre a quelle citate, esistono centinaia di altre varietà di lavande coltivate in tutti i continenti, che hanno dato modo agli appassionati di creare dei giardini con collezioni di lavande di diverse forme e colori. 

fonte web:  http://www.prodottiallalavanda.com/lavanda.html

venerdì 5 aprile 2013

#Dolci: La storia della #Torta



Anticamente il "dolce" consisteva soprattutto nella degustazione della frutta matura, che, nel tempo, fu trattata per essere poi conservata. La pratica dolciaria di Greci e Romani ebbe inizio con l'arte panificatoria, conosciuta in seguito alla conquista ellenica: da allora sorsero numerosissimi forni pubblici tanto è vero che a Roma nel 168 a.C. e ai tempi di Augusto se ne contavano circa 400 e venne istituita la corporazione dei pistores. I pistores (fornai) erano schiavi provenienti dalla Grecia appena conquistata. Fino ad allora i Romani avevano mangiato, oltre alla galletta, così dura da essere usata come piatto, una purea di cereali chiamata puls. Le focacce azzime iniziarono poi ad essere sostituite da pagnotte, pani in cassetta, bastoni fatti all'olio, al latte, allo zafferano, al rosmarino, ai capperi. Ai Romani, ed esattamente a Vitruvio, deve essere riconosciuto l' immenso merito di aver sostituito la macina a pietra azionata dall'energia umana o animale, con il mulino (pistor) mosso dalla forza idrica. Durante l'Impero la panificazione divenne un servizio pubblico, ma le invasioni barbariche successive alla caduta dell' Impero Romano, rasero al suolo i forni e la panificazione fu confinata all'ambito domestico e le uniche panetterie che riuscirono a sopravvivere furono quelle esistenti all'interno dei monasteri. Nell'antichità le prime torte furono semplici focacce di acqua e farina alle quali si incorporavano miele, uova, spezie, burro, cereali, panna e latte, mentre fino ad epoche recenti le torte 'di campagna' erano fatte di pasta di pane arricchita in modi diversi, dalla frutta alla marmellata, dai liquori alle spezie.


http://www.alimentipedia.it/files/images/differenze-conserve-confetture-gelatine-marmellate.jpgAggiungi didascalia


 Drante il feudalesimo i signori fecero in modo di avere la gestione dei forni e dei mulini, impedendo ai propri sudditi di fabbricarli ad uso personale. Le prime elementari preparazioni dolci furono per molto tempo riservate esclusivamente alle grandi solennità, e spesso venivano sagomate a forma di animale, come offerte votive per gli dei. I primi ingredienti utilizzati per le preparazioni dolci furono miele, uova, farina di grano o avena, latte e vino e, a seconda dell'area geografica , frutta secca, datteri, fichi, mele cotogne o formaggio. Catone descrive un particolare dolce simile alla focaccia e chiamato placenta composto da una pasta a base di farina, cacio e miele, mentre Apicio racconta diverse ricette per la preparazione di dolci a base di miele.; lo zucchero, infatti, ingrediente fondamentale della moderna pasticceria, ebbe bisogno di molto tempo per affermarsi sul miele, poiché il suo costo era proibitivo. Nell'alto Medioevo i dolci non subirono sostanziali modifiche, a parte l'introduzione dell'utilizzo delle essenze e dei profumi distillati. All'interno dei monasteri, che avevano conservato il privilegio della panificazione, oltre alla pratica dell'apicoltura e all'utilizzo delle spezie, si cominciarono ad elaborare, nel basso Medio Evo, dolci più complessi come cialde e marzapane. Fino al 1400, i ricettari parlano soltanto di ofelle (biscotti dall'inconfondibile forma ovale con le estremità appuntite) e frittelle, mentre altre fonti parlano di confetti, mostaccioli e qualche dolce commemorativo. Nel Seicento, la produzione di dolci cominciò a diffondersi, dapprima con la confezione di conserve e gelatine di frutta e poi con l'inserimento di paste, come pasta frolla, sfoglia all'uovo, al lievito, con aggiunta di crema e di cacao. Alla fine del Seicento, nei primi negozi laboratorio , fecero la loro comparsa i primi dolci farciti e, all'inizio del 1700 fu esposta la più antica delle torte con l'impasto di burro, la Linz o Viennese; all'inizio del 1800 fece la sua comparsa la più famosa delle torte a base di uova, la Sacher, e , sempre nel corso dello stesso secolo, speziali e farmacisti persero l'appannaggio sulla pasticceria, dando così la possibilità agli artigiani di organizzarsi e far diventare la pasticceria una vera e propria attività.
La storia e la cultura, del resto, hanno sempre influenzato il gusto per le torte, e si può dire che tutte le più grandi cucine del mondo abbiano proposto nuove ricette. Alle torte divenute celebri perché veri e propri capolavori di raffinatezza e creatività, molte delle quali create da pasticceri al servizio di un principe o di una grande casa regnante, si accostano oggi le ricette classiche care all'uomo comune ..come la torta Margherita.



http://ricette.pourfemme.it/foto/torta-margherita_1635_2.html



fonte web: http://isolafelice.forumcommunity.net/?t=50579253

giovedì 28 marzo 2013

#Dolci #LaStoriadel #Babà

http://civifood.files.wordpress.com/2011/09/baba.jpg

C’era una volta....un Re, diranno i miei piccoli amici”. Così comincia Pinocchio, una delle favole più belle della storia.
Nella storia del babà il Re c’è davvero, e non è un personaggio fiabesco: è nientedimeno che Stanislao Leszczinski, re di Polonia dal 1704 al 1735.
Stanislao era diventato re a meno di trent’anni, grazie all’appoggio di Carlo XII di Svezia. Qualche anno dopo (era il 1735) Pietro il Grande, Zar di tutte le Russie, si dimostrò molto più grande del re svedese e di quello polacco:  insieme ai suoi alleati, la Prussia e l’Austria, mosse loro guerra, e li sconfisse. Stanislao però non era uno qualunque. Era il suocero di Luigi XV di Francia, che aveva sposato sua figlia Maria. Per questo motivo, dopo averlo detronizzato, come contentino  gli diedero il Ducato di Lorena.  Lui non ne fu troppo contento, ma si adeguò.
Privato del Regno di Polonia, e  costretto in un quel piccolo regno privato, Stani si annoiava. Siccome c’aveva un sacco di tempo libero, si circondò di  filosofi e scienziati, e si mise a studiare. Studia che ti studia, finì per mettere a punto un programma di collaborazione internazionale e di integrazione europea: la prima versione della UE, a memoria d’uomo.
Sulla carta, il progetto era splendido, ma l’ex monarca sapeva di non avere alcuna possibilità di attuarlo: era senza corona, e quindi senza alcun peso.
Questo stato di cose gli dava molta amarezza. Per combatterla, Stanislao aveva bisogno tutti i giorni di qualcosa di dolce. Accontentarlo,però, non era facile: i pasticcieri lorenesi dovevano lambiccarsi continuamente il cervello  per preparargli qualcosa di nuovo.
Ma di fantasia ne avevano pochina, e così due giorni su tre al povero ex sovrano veniva servito il  “kugelhupf”, un  dolce tipico di quel territorio, fatto di con farina finissima, burro, zucchero, uova e uva sultanina. All’impasto veniva aggiunto lievito di birra, fino ad ottenere una pasta soffice e spugnosa. Stanislao il  kugelhupf non lo poteva soffrire. Non che fosse cattivo: ma era, come dire, un po’ fesso, privo di personalità. E poi era asciutto, ma così asciutto che si appiccicava al palato. E non gli piacque nemmeno quando fu bagnato con una salsa di vino Madera, zucchero e spezie.
Spesso  non l'assaggiava nemmeno.
Poi tornava ai suoi progetti per un mondo più giusto, senza vincitori né vinti (così quei maledetti che l’avevano sbattuto laggiù sarebbero stati serviti).
Insomma, Stanislao  Leszczinski viveva in una prigione: dorata, ma pur sempre  una prigione. E’ comprensibile perciò che ogni tanto, per non pensare al passato, che gli faceva tristezza, e al futuro, che gli faceva paura, alzasse un po’ il gomito.
Fedele ai suoi ideali di uguaglianza, beveva di tutto: a cominciare dai vini della  Mosa e della Mosella, orgoglio della Lorena. Ma poichè da quelle parti gli inverni sono lunghi, freddi  e nevosi, spesso gli ci voleva qualcosa di più forte. E lui l’aveva trovato: era il rhum, un’acquavite derivata dalla canna da zucchero, importata dalle Antille. Era buono, era tosto, e quindi era proprio quel che ci voleva.
Un giorno Stanislao, che aveva già ingollato  vari bicchierini di rhum, si accorse di avere  una gran  voglia di un buon dolce. Di qualcosa di veramente speciale. Perciò, quando il suo maggiordomo gli piazzò sotto il naso l’ennesima porzione di kugelhupf, l’allontanò rabbioso.Poi impadronitosi del piatto che il servitore teneva timoroso tra le mani, lo scagliò sulla tavola, lontano da sé.
Il piatto terminò la sua corsa contro la bottiglia di rhum posata lì accanto, e la rovesciò. Prima che qualcuno potesse intervenire a risollevarla, il liquore aveva completamente inzuppato il  kugelhupf.
Sotto gli occhi ancora corrucciati di Stanislao ebbe luogo una straordinaria  metamorfosi: la pasta lievitata dell’insipido dolce lorenese, per solito di colore giallastro, assunse rapidamente una tonalità calda, ambrata, e un profumo inebriante comincò a diffondersi  intorno.
Nella sala da pranzo c’era un silenzio che si sarebbe potuto tagliare col coltello. Invece Stanislao, sotto lo sguardo stupefatto della servitù, sollevò  il cucchiaino d’oro (la mano gli tremava un po’), prelevò qualche frammento di questa Chimera: di quest’ibrido che si era materializzato sotto i suoi occhi, e lo portò alla bocca.
Quel che provò lo sappiamo. Lo abbiamo provato tutti la prima volta che lo abbiamo assaggiato il babà. Perché nessuno può dimenticare il primo istante in cui si è trovato faccia a faccia con Lui  (nessuno, tranne  i napoletani: in genere, per loro questo momento arriva  quando sono troppo piccoli per ricordarsene).
Fu questa, una giornata memorabile per l’umanità.
All’invenzione casuale del dolce  inventato dal Re polacco tra le brume della Lorena: mancava il nome.Fu sempre  Re Stanislao a dedicare questa sua creazione ad Alì Babà, protagonista del celebre racconto tratto da “ Le Mille e Una Notte”. Libro che il sovrano amava leggere e rileggere nel suo lungo soggiorno a Luneville . 
Il babà da Luneville arrivò presto a Parigi,alla pasticceria Sthorer. Qui in tanti lo conobbero e lo apprezzarono. A portarlo successivamente a Napoli,dove assunse la forma definitiva assai caratteristica (quella di un fungo) furono i “monsù”,chef che prestavano servizio presso le nobili famiglie napoletane. 
 E da allora il babà elesse Napoli a proprio domicilio stabile. Un’ultima considerazione: nella cucina napoletana esiste più d’un dolce che – per il suo sapore – “po’ ghì annanz’o Rre”: può essere presentato al re. Ma il babà è l’unico dolce che dinanzi al Re non c’è andato: c’è nato.
P.S.:  I progetti utopistici di Re Stanislao si realizzarono in pieno: di fronte a una guantiera di babà tutte le controversie si appianano, e  la Pace e la Concordia regnano sovrane.
Un grande sapore ha sempre la meglio sui dissapori: grandi o piccoli che siano.  

fonte: http://www.baba.it/storia.htm

martedì 19 marzo 2013

Quando si faceva festa dopo un'esecuzione capitale, Mario #Calabresi, #recensione, David #Pinker, Il declino della #violenza, #citazione


Il 13 ottobre 1660 un uomo politico raffinato come l’inglese Samuel Pepys annotava nel suo diario, non senza una certa ironia, le incombenze della giornata: «Sono stato a Charing Cross per vedere il generale maggiore Harrison che veniva impiccato e squartato e, mentre questo avveniva, lui sembrava allegro quanto può esserlo qualsiasi uomo in quelle condizioni. E’ stato ucciso e la sua testa e il suo cuore sono stati mostrati al pubblico e, a quel punto, ci sono state molte grida di gioia… Da lì sono andato a casa e ho portato il capitano Cuttance e il signor Sheply alla Sun Tavern e ho offerto loro delle ostriche». Nessun segno di sgomento, tanto che pasteggiò serenamente, nonostante l’esecuzione di Thomas Harrison, condannato per aver partecipato al regicidio di Carlo I, fosse stata particolarmente cruenta: l’uomo che era stato al fianco di Oliver Cromwell venne parzialmente strangolato e poi sventrato, castrato e infine decapitato. 

Ma se all’inizio dell’età moderna la pena di morte veniva comminata per reati quali il pettegolezzo, il furto di cavoli, la raccolta di legna nei giorni festivi o la critica ai giardini del re, ancora nel 1822 in Inghilterra i reati punibili con la morte erano 222, tra cui il bracconaggio, la contraffazione, il furto di una conigliera o l’abbattimento di un albero. 

Negli ultimi due secoli non solo è diminuito il numero dei reati puniti con la pena capitale ma questa è stata bandita in quasi tutto l’Occidente e negli Stati Uniti, dove resta in vigore seppur non in tutti gli Stati, il numero di esecuzioni cala ogni anno. E’ accaduto perché è drammaticamente cambiato il valore che diamo alla vita, un mutamento intellettuale e morale che nasce prima ancora dell’Illuminismo con lo sfinimento delle guerre di religione, come quella dei Trent’anni, al cui termine la popolazione tedesca si era ridotta di circa un terzo.  

La nostra storia è accompagnata dalla violenza, quella delle crociate, delle stragi di eretici, delle torture dell’Inquisizione, e dall’idea che fosse più importante salvare un’anima che una vita. Definitiva per capire lo spirito dei tempi resta la frase attribuita a Simone di Montfort, che guidò la crociata contro gli albigesi nel 1209 e che alle porte di Béziers, prima di massacrare l’intera popolazione comprese le donne e i bambini, rispose così ai soldati che gli chiedevano come avrebbero fatto a distinguere i cattolici (la maggioranza) dagli eretici catari: «Uccideteli tutti, Dio sceglierà i suoi». L’evoluzione della cultura mondiale passa attraverso i sacrifici umani, per motivi religiosi o di superstizione, che accomunano civiltà lontanissime tra loro: dagli aztechi ai dayak del Borneo, dall’Africa all’India (dove le vedove hanno seguito i mariti defunti sulla pira per secoli) all’Europa punteggiata dai roghi delle streghe. Quell’Europa nella quale ancora nel 1700 la tortura giudiziaria veniva usualmente praticata da tutti. 

Ma la vera rivoluzione sta nel declino della violenza nella nostra esistenza quotidiana, che non è più dominata dalla paura costante di essere rapiti, violentati o uccisi, tanto che possiamo permetterci il lusso di studiare, programmare, sognare e preoccuparci di invecchiare. Tesi, questa, che certamente farà storcere il naso a molti e scatenerà lo scetticismo degli altri, a cui l’autore - che applica al suo studio in metodo rigorosamente scientifico - risponde fin dalle prime righe: «Ci crediate o no, e so che la maggior parte di voi non ci crede, nel lungo periodo la violenza è diminuita e oggi viviamo probabilmente nell’era più pacifica della storia della nostra specie. E’ un fatto indubbio, visibile su scale che vanno da millenni ad anni, dalle dichiarazioni di guerra alle sculacciate ai bambini». 

(Mario Calabresi, “Altro che violenza il mondonon è mai stato così buono - La maxi-ricerca del linguista americano Pinker, “Viviamo nell’epoca più pacifica di sempre”, [David Pinker, “Il declino della violenza, ed. Mondadori, 2013, da http://www.lastampa.it/2013/03/09/societa/viviamo-nel-migliore-dei-mondi-altro-che-violenza-il-mondo-non-e-mai-stato-cosi-buono-y5871yGsW0hgdsf8AYXieL/pagina.html )

(immagine, scena di squartamento, da http://it.wikipedia.org/wiki/Squartamento  )











giovedì 21 febbraio 2013

Caterina de #Medici: Le Mutande

 Anche l'uso delle MUTANDE è stato introdotto da Caterina de' Medici alla Corte di Francia. L'uso comune si estese agli strati sociali più bassi solo nel'900. Prima le mutande o "Bretelle da Culo" le portavano gli atleti e le ballerine per evitare, con gli esercizi del corpo di mostrare le parti intime. Un'altra categoria di persone che indossavano le mutande erano le prostitute. Caterina de' Medici però aveva introdotto in Francia anche la cavalcatura all'Amazzone. Fino a quel momento le donne stavano sedute con entrambe le gambe dallo stesso lato del cavallo permettendo loro solo il trotto: "Ambio". Caterina invece cavalcava alla stessa velocità degli uomini ed era l'unica ammessa nella squadra di caccia di Francesco I re di Francia suo suocero. Per poter cavalcare ed evitare problemi in caso di caduta Caterina indossava quel curioso indumento: le MUTANDE. Presto a corte divenne una moda e tante le signore che si rivolsero a sarti italiani per farsene realizzare di pregiate con pizzi e ricami preziosi. Nel 1700 le mutande diventeranno un indumento erotico molto apprezzato dagli uomini di corte che fino a quel momento ne avevano deprecato l'uso.

sabato 1 settembre 2012

1 -Caterina de' Medici - Il suocero

Mi trovavo nel castello di Blois quando una donna milanese con il suo giovane figlio iniziò non senza una notevole arroganza a denigrare l'impegno di Caterina de Medici in Francia.   A voce molto alta, come spesso accade agli italiani, intendeva spiegare a tutti i presenti, interessati o meno la sua teoria sull'incapacità di governare della regina fiorentina. 
 Non portava alcuna argomentazione, nessuna data, nessun fatto, solo offese gratuite rivolte alla defunta 

Questo stimolo negativo, mi ha portata ad approfondire la storia e a scoprire cose splendide sul conto di Caterina de Medici, grazie anche ai testi antichi messi a disposizione da Google.
Per prima cosa è interessante il contesto in cui si trovò ad agire. Per questo facciamo un piccolo passo indietro per conoscere Francesco I di Francia suo futuro suocero.


 Francesco I di Francia non era destinato al trono ma ci arrivò per motivi politici. Era figlio di Carlo di Valois-Angoulême e di Luisa di Savoia che rimasta vedova affidò l'educazione del figlio a Cristoforo Numai da Forlì insignito da Papa Leone X di molte cariche e onori. Pare che proprio questa educazione portò Francesco I ad interessarsi della custodia della cristianità. Come mai divenne re di francia e futuro suocero di Caterina? Semplice perchè il re Luigi XII non aveva figli maschi ma solo una figlia femmina, Claudia. 

La madre di Claudia, Anna di Bretagna, con il trattato di Blois, tentò di tenere separata la Bretagna dal regno di Francia, concordando le nozze della figlia con Carlo V, futuro imperatore. Questa decisione non vide favorevoli i Valois, che vendendo minacciata l'integrità della Francia fecero di tutto per rompere il fidanzamento di Claudia che trovò in Francesco I il suo consorte. 

Ma che carattere aveva Francesco I?
Era un uomo molto più dedito alle donne che alla vita politica anzi gli storici riportano che egli dedicasse alla politica il tempo libero che gli rimaneva dopo essersi divertito con le donne di cui la corte era piena. Era talmente uso a circondarsi di donne che la corte si spostava con una quantità consistente di concubine. Era un uomo spietato e senza cuore tanto che nel testo di Eugenio Alberi del 1835 "Vita di Caterina de Medici" si parla di alcuni episodi che mi hanno fatto accapponare la pelle.

Uno di questi è il supplizio del 21 gennaio del 1535 a cui furono sottoposti 6 protestanti dando così inizio a quelle che sarebbero state le guerre di religione francesi. 
Egli fece costruire in 6 piazze dove c'erano i tabernacoli per il sacramento le cataste dove sarebbero stati bruciati i protestanti. Dopo una lunga processione il re arrivava nella piazza dove oltre alla pira per il sacrificio umano era stata fatta costruire una bilancia alla quale da una parte era appesa la vittima e dall'altra stava il re che decideva a suo piacere quando sollevare dal fuoco la vittima e quando ripiombarla nelle fiamme per aumentare il suo supplizio, fino a quando le corde non avessero preso fuoco liberandolo da quell'ultima straziante tortura. 

Questo era il re cattolico educato nei dettami della chiesa. 
Il rapimento di una fanciulla, la confisca dei beni o l'omicidio di una persona sgradita erano cosa ordinaria. 

Con il decreto del 24 aprile del 1545 venne decisa la distruzione della colonia Valdese di Provenza e venne data disposizione che nessuno potesse prestare soccorso ai malcapitati. Dovevano morire tutti, uomini, donne, bambini e infermi. Molte donne vennero prima violentate e poi chiuse in un fienile al quale fu dato fuoco. Fuori dal fienile i soldati con le alabarde respingevano le poverette che cercavano di salvarsi la vita attraverso le finestre. 

Vennero chiusi pozzi, distrutti tutti castelli e incendiati i boschi dove cercarono riparo i Valdesi. Questa strage fu affidata all'infame Oppedè. Lo storico che fece questa narrazione fu De Thou.

Questo era il suocero scelto dal Papa Clemente VII per la nipote Caterina de' Medici.

venerdì 25 maggio 2012

#Storia #Uomin #iCorpo #Alpini #Coraggio::

Napoli, 15 ottobre 1872. Re Vittorio Emanuele II firma il decreto che di fatto istituisce le prime 15 compagnie alpine, inizialmente stanziate perlopiù in Piemonte. L’ esperimento di affidare la difesa delle frontiere italiane a coscritti del luogo ha successo; l’idea è semplice ed efficace: chi meglio di uomini già abituati alla vita ed alle fatiche della montagna può fronteggiare in prima battuta una possibile invasione proveniente dalle Alpi?
Nasce il soldato di montagna, difensore dei confini nazionali, inquadrato in unità snelle ma compatte,logisticamente autonome, costituite da giovani nati nelle stesse terre ed uniti spesso anche da vincoli di parentela. Questo spiega l’eccezionale spirito di corpo degli Alpini, il cui simbolo di specialità è una penna nera.

http://burnjak.blogspot.it/2011/09/burnjak-2011-o-festa-degli-alpini.html

L’ addestramento consiste in lunghe marce in montagna, in condizioni spartane che anche gli ufficiali condividono con la truppa.-
Il battesimo del fuoco avviene però lontano dai monti:- nel 1896 un corpo di spedizione partecipa alla campagna di Eritrea, meritando nella terribile battaglia di Adua una delle prime medaglie d’Oro al Valor Militare,(su 954 uomini sopravvissero solo 92), mentre nel 1911 gli Alpini combattono nella guerra italo-turca. La grande guerra vede le truppe da montagna italiane distinguersi sulle Alpi Orientali, battersi per la conquista delle cime, strappate a caro prezzo all’avversario, il quale non mancherà di rendere Onore al Merito degli Alpini.-
Nel 1935 le penne nere partecipano alla campagna di Eritrea, in divisa coloniale, mentre nella II° guerra mondiale le divisioni alpine sono impegnate su più fronti:- Francia, Albania, Grecia, Jugoslavia, Unione Sovietica. L’episodio più significativo e tragico è senz’altro l’epopea della ritirata di Russia, nell’inverno 1942-1943. Gli Alpini sono schierati lungo il Don, in pianura ancora una volta lontani dal loro ambiente naturale. Un impotente offensiva russa costringe l’ Armata Italiana a ripiegare sulla difensiva e saranno gli Alpini a proteggere lo sganciamento del grosso delle forze. Sottoposti al durissimo fuoco nemico, le divisioni “Julia”, “Tridentina”, e “Cuneense” subiscono perdite terribili:- la “Cuneense” verrà chiamata “La Martire”, avendo perso 9 uomini su 10. Interi reggimenti sono decimati dal gelo implacabile dell’inverno russo e dagli attacchi dell’Armata Rossa .Eppure i reparti cercano e riescono a compattarsi, serrando le file e salvando molte vite . Il Comando dell’Armata Rossa ammetterà nel suo bollettino di guerra:-”Solamente il Corpo d’Armata Alpino Italiano può considerarsi IMBATTUTO in Terra di Russia”.-
Del Corpo di Spedizione Alpino composto da circa 57.000 uomini, circa 34.170 non fecero rientro in Patria.-
Dopo la parentesi dell’armistizio e della liberazione, le truppe alpine vengono ristrutturate e nel 1952 vengono istituite le Brigate, tra cui la “Taurinense” che eredita le tradizioni e le unità dell’omonima divisione e della “Cuneense”.-
Non cambiano lo spirito né l’addestramento:- gli Alpini rimangono truppe scelte che fanno parte della forza mobile della NATO e partecipano alla missione ONU in Mozambico nel 1992-94.-
Gli anni recenti vedono la trasformazione dell’Esercito Italiano verso un modello professionale:- scompare la leva e con essa la coscrizione obbligatoria, gli Alpini vengono reclutati su tutto il territorio nazionale.-
Oggi rappresentano una delle migliori realtà dell’Esercito Italiano:- le Brigate “Julia” e “Taurinense” dipendenti dal Comando Truppe Alpine di Bolzano, sono unità di proiezione, vale a dire rapidamente schierabili in ogni contesto operativo e hanno partecipato in primo piano con i propri reggimenti alle principali operazioni all’estero delle Nostre FF.AA., dall’Albania alla Bosnia, dal Kosovo all’ Afghanistan

fonte web:http://www.fulminata.it/showthread.php/11596-La-Storia-di-UOMINI-CORAGGIOSI

sabato 5 maggio 2012

#Meditazione #Zen #Storia #Luna #Acqua

http://www.vivizen.com/2011/11/12-proverbi-zen-per-ispirarti.html

Quando la monaca Chiyono studiava lo Zen con Bukko di Engaku, per molto tempo non riuscì a raggiungere i frutti della meditazione. Finalmente, in una notte di luna piena, stava portando dell'acqua in un vecchio secchio tenuto insieme con una cordicella di bambù. Il bambù si ruppe e il fondo del secchio cadde, e in quel momento Chiyono fu liberata. Per commemorare l'evento, scrisse una poesia:


In questo modo e in quello cercai di salvare il vecchio secchioPoiché la corda di bambù era logora e stava per rompersi.E poi tutt'a un tratto il fondo si staccò e caddeNiente più acqua nel secchio! Niente più luna nell'acqua!.

fonte web: http://blog.libero.it/zenstories/

lunedì 30 aprile 2012

#storia #musica #jazz: " l'essenziale dalle origini ad oggi "::


La musica più inclusiva che si possa ascoltare? Il jazz!

Un’idea che pare illogica e contraddittoria. Eppure questa musica è capace di realizzare in pieno questa idea.
Il jazz è diventato tanto fondamentale e tanto fecondo perché nel corso della sua storia in esso sono confluiti tantissimi altri generi in maniera del tutto spontanea e innovativa. Dal ragtime al blues, dal funk alla musica da ballo, dalla musica colta all’opera teatrale, dal samba alla bossanova.
Come il blues, anche il jazz è nato nelle comunità afro-americane del sud degli Stati Uniti trovando le sue prime espressioni agli inizi del XX secolo. Un genere vitale sin dall’inizio perché oltre alla musica americana, si è fatta portavoce di tradizioni musicali sia africane (soprattutto nel ritmo e nell’improvvisazione) che europee (specie nell’armonia e nella strumentazione). Di certo la caratteristica primaria e quasi onnipresente del jazz è l’improvvisazione.
Ripercorriamo in breve il suo incredibile percorso storico.

http://www.marciana-marina.info/JMarciana/shopping/shopping.html  
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IL JAZZ DELLE ORIGINI

Per la sua struttura e il suo tipico ritmo in 2/4, certamente il ragtime è da considerare come una prima forma embrionale di jazz. Sviluppatosi a cavallo tra l’800 e il 900, ebbe come suo principale esponente il leggendario  Scott Joplin
Ma la patria del jazz fu indubbiamente New Orleans. Da lì provengono pionieri  come Jelly Roll Morton, Joe “King” Oliver e Buddy Bolden che dopo aver formato una banda nel 1895 viene considerato il primo jazzista della storia. Un ruolo predominante lo ebbe il quartiere di Storyville che tra il 1986 e il 1917 fu teatro di delinquenza, di prostituzione e di una nuova musica che veniva suonata in ogni locale e in ogni angolo di strada. Probabilmente è a questo che si deve la pessima reputazione che nei primi tempi aleggiava sul jazz.
Negli anni ‘10 e ‘20 la migrazione degli afroamericani nelle città del nord porta molto rapidamente alla sua diffusione ma per ironia della sorte, nel 1917 il primo disco jazz ad essere pubblicato è ad opera di un complesso composto da soli bianchi. Si tratta di “Livery Stable Blues” dell’ Original Dixieland Jass Band.
Gli anni ‘20 vedono la definitiva affermazione del jazz anche grazie a musicisti come Louis Armstrong, il primo a rendere predominante la figura del solista e a Fletcher Henderson, pianista fondamentale nel divulgare il ruolo di leader e arrangiatore di un’orchestra. Nel frattempo, le prime tourneé concertistiche in Europa contribuiscono notevolmente alla diffusione del suo verbo oltreoceano.
L’ascesa del jazz è inarrestabile! Viene celebrata in letteratura come nel caso de “Il grande Gatsby” (1925) di Francis Scott Fitzgerald, e viene sublimata al cinema con “Il cantante di jazz” (1927), il primo film sonoro della storia diretto da Alan Crosland e interpretato da Al Jolson. E diviene da subito oggetto di studi con André Schaeffner, musicologo francese che nel 1926 pubblica un libro dal titolo inequivocabile: “Le jazz“.
Verso la fine degli anni ‘20 e fino ai ‘40 si distinguono le big band dirette da musicisti come Benny Goodman, Artie Shaw, Duke Ellington, Count Basie e Glenn Miller. Il successo di questi complessi allargati consente da un lato di mettere in luce molti solisti dotati e dall’altro di accompagnare la diffusione di nuovi balli. Il più celebre di questi balli fu di gran lunga lo swing (che porta l’accento ritmico sul secondo e sul quarto tempo della battuta) tant’è che per riferirsi a quel periodo si parla comunemente di ‘Swing Era’.


IL JAZZ DAL 1940 AD OGGI
L’avvento della seconda guerra mondiale pose fine al periodo delle grandi orchestre, non solo per le ristrettezze economiche. Gli anni ‘40 infatti, segnano un momento cruciale nel processo di maturazione del jazz. A New York, dalle jam session notturne di una nuova generazione di jazzisti, prende avvio la rivoluzione bebop. Il termine deriva dal caratteristico suono di due note che ricorrevano nei brani.
Era una musica basata su piccoli complessi che attraverso un approccio libero e ardito ristrutturava completamente l’idea di jazz dal punto di vista, armonico, ritmico, melodico e sonoro. Furono molti i protagonisti storici di quel periodo. Da Charlie Parker e Dizzy Gillespie (i due esponenti principali del movimento), a Thelonius Monk, Bud Powell, Fats Navarro, Miles Davis, Charles Mingus, Kenny Clarke, Max Roach, John Coltrane e tanti tanti altri nomi fondamentali che di lì a poco entreranno nella mitologia jazzistica.
Nel frattempo con l’avvento dei dischi a microsolco (1949), i jazzisti hanno la possibilità di sperimentare nuove soluzioni e trovare nuove formule per esprimere la loro creatività grazie ai tempi più lunghi. E’ da qui che il jazz abbandona i favori del pubblico di massa per iniziare un incredibile sviluppo artistico che farà degli anni ‘50 e ‘60 un periodo dorato.
Vengono battuti sentieri di straordinaria influenza ed importanza come il cool jazz (dallo stile melodico e rilassato), il jazz modale (basato sulle scale modali di origine greca anziché sulla successione degli  accordi) e il free jazz (caratterizzato da metriche irregolari e un anti-schematismo di base che rende tutti e perennemente solisti).
Attraverso un’altra generazione di straordinari musicisti il jazz continua a produrre linfa vitale anche nei decenni successivi (Herbie Hancock, Wayne Shorter, Joe Zawinul, Keith Jarreth, Chick Corea, Pat Metheny, ecc. ). Negli anni ‘70 si diffonde la fusion (o jazz fusion), un nuovo stile che porta alla contaminazione col rock e col funk e all’utilizzo di strumenti elettrici ed elettronici.
Verso la fine degli anni ‘80 nasce l’acid jazz, ennesima forma di integrazione tra elementi jazz e vecchi e nuovi stili che si impongono sulla scena musicale, in particolare hip hop, house e soul. La sua storia continua e, come ha sempre fatto, si insinua in un modo o nell’altro in qualunque altro tipo di musica.
Una storia meravigliosa! Una storia da raccontare ma soprattutto da ascoltare!

fonte web:  http://musicarmonica.com/educazione-cultura/breve-storia-del-jazz-lessenziale-dalle-origini-ad-oggi/

venerdì 27 aprile 2012

#storia #soldato #vita #saggezza #amicizia vera::


Il Soldato, storia di un'amicizia vera

 
"Il mio amico non è tornato dal campo di battaglia, Signore"."Le chiedo il permesso per andare a cercarlo" disse un soldato al suo tenente.

"Permesso negato!", replicò l'ufficiale
" Non voglio che lei rischi la sua vita per un uomo che probabilmente è gia' morto"

Il soldato, senza prestare attenzione al divieto, se ne andò e un'ora dopo ritornò ferito mortalmente, trasportando il cadavere dell'amico.
L'ufficiale era furioso: "Le avevo detto che ormai era morto! Mi dica se valeva la pena andare fin la' per recuperare un cadavere ?!"

Il soldato, moribondo, rispose: "Certo, Signore! Quando l'ho trovato era ancora vivo e ha potuto dirmi: <<Ero sicuro che saresti venuto .... Ti voglio bene>>"

UN AMICO E' COLUI CHE ARRIVA SEMPRE ANCHE QUANDO TUTTI TI HANNO GIA' ABBANDONATO

tratto da:  http://www.blogger.com/blogger.g?blogID=4525574076537890424#editor/target=post;postID=7322320431495281004
 


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