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lunedì 22 luglio 2013

Se un #esperimento funziona, qualcosa è andato male, #Leggi di #Murphy, Leggi di #Finagle, #citazione

"Prima legge di Finagle: Se un esperimento funziona, qualcosa è andato male.

Seconda legge di Finagle: Qualunque sia il risultato di un esperimento, ci sarà sempre qualcuno pronto a:

a) fraintenderlo,
b) falsificarlo,
c) credere che si sia prodotto in virtù della sua teoria preferita.

Terza legge di Finagle: In un qualsiasi insieme di dati, la cifra così evidentemente corretta da non richiedere un controllo è l'errore.

Corollari.

Nessuno a cui chiedere aiuto la vedrà.

Chiunque passi di lì per darvi un consiglio gratuito la vedrà immediatamente.

Quarta legge di Finagle: Una volta che si è pasticciato qualcosa, qualsiasi intervento teso a migliorare la situazione non farà altro che peggiorarla.

Norme di Finagle:

Prima tracciate le curve che vi servono, poi trovate i punti che corrispondono.

Ogni esperimento deve essere riproducibile, e fallire sempre allo stesso modo.

Non credete ai miracoli: contateci ciecamente".










#Nasruddin #citazione

“Nasruddin, il saggio e folle sufi, spargeva briciole di pane in giardino. Un vicino gli chiese la ragione, e Nasruddin rispose: "Per tenere lontane le tigri". Il vicino disse: "Non ci sono tigri nel raggio di migliaia di chilometri". "Efficace vero?", disse Nasruddin.”



(da Charlotte Joko Beck, “Niente di speciale. Vivere lo Zen”, Roma, Ubaldini, 1994; immagine tratta da http://www.schoolofstorytelling.com/about-us/newsletters.html )






martedì 9 luglio 2013

#BALI FANTOME. #NISKALA E #SEKALA (di Ennio #Foppiani, puntata 6/27),#Balitime, #tempo #Pawukon #Saka #Oton #citazione

BALITIME: UN GIORNO HA DODICI NOMI

“Ci vediamo fra tre giorni intorno alle nove del mattino” dice Wayan, lasciandoci presso un warung(3) isolato negli isolati di Amed.

Wayan, meglio I Wayan Nama, il miglior driver di Bali, ci era apparso nel cortile assolato del Puri Bambu. Appena lo vedi pensi alle tigri di Mompracen, ai praho, a Salgari. Poi aggiusti il tiro della fantasia e stabilisci che non avrebbe sfigurato nel cast di Once were warriors.

Wayan sorriso splendido ed accattivante, guida morbida e flessuosa, ci lascia dunque ad Amed.

Amed ha davanti l’oceano, dietro i sacri monti, all’alba mandrie di galli salutano il sole; Amed ti fa tornare indietro di un secolo: no telefono, no computer, no radio, no televisione. Solo mare e corallo e pescatori, con barche dal muso aguzzo con gli occhi dipinti a prua per vedere la via, ed oli ed essenze e Ni Madè a curare ogni nostro bisogno.

Tre giorni dopo, alle nove meno un quarto, siamo pronti, in attesa di essere portati a Goa Lawa, la grotta dei pipistrelli, uno dei luoghi più sacri e puzzolenti che possa capitare di incontrare.

Wayan non arriva, gli zaini sul ciglio della strada, 40 miglia dal più vicino villaggio con telefono, spersi nel nostro orientamento, paling come direbbe Nyoman il pescatore.

Qualche passo lungo la strada ed ecco un cartello col nome del luogo su cui ci troviamo.

Un sorriso nel leggere sul bianco legno incerte lettere nere: Reincarnation Road 99.

Un’ora, due, poi col sorriso arriva Wayan.

“Era per le nove”, lui mi guarda e sussurra “Certo, le nove, ma balitime”.

Balitaim tutto di un fiato, Balitaim un’unica parola senza pause, Balitaim un unico flusso di lettere.

Balitaim, reincarnationroadnaitinain.

“E’ difficile capire balitime, come funziona?”

La risposta è, nella calura subequatoriale, agghiacciante.

“Per te che giorno è oggi?” “Domenica?”. “Solo Domenica?” “Come solo Domenica?” “Sì, vedi qui a Bali un giorno possiede dodici nomi ed in base ai nomi si fanno le cose appropriate”. “Cosa vuol dire dodici nomi Wayan?” “Dodici nomi, di solito, perché possono essere undici e certe volte tredici”.

Poi tace e guida e sorride. Balitaim, balitaim, non so cosa chiedere per capire e così, visto che cercare di comprendere è quello che cerco di fare per lavoro, provo un’altra via nell’intorno del tempo.

“Quanti anni hai Wayan?” “Dipende, per te ne ho 42, ma se seguo il Pawukon ne ho 74”, mentre col Saka quasi 43. Ma se voglio proprio essere preciso allora devo dirti 74 Oton, sì proprio 74 Oton. Guarda quella è Goa Lawa! Siamo arrivati”.

[continua]

Note
(3) Piccoli punti di ristoro.

(Ennio Foppiani, “Bali Fantome. Niskala e Sekala”, in “Radure. Quaderni di materiale psichico”, rivista del Centro Studi Psicodinamiche di Torino, numero speciale “Terre alchemiche”, volume I, anno VI, 2002, pp. 78-79 – immagine, teatro balinese,  tratta da www.fortport.com/balinese-performance-art/    - post a cura di Ezio Falcomer)


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domenica 7 luglio 2013

#BALI FANTOME. #NISKALA E #SEKALA (di Ennio #Foppiani, puntata 5/27), #Agama tirtha, #citazione, #brahman, #atman, #adat


AGAMA TIRTHA

E’ così che qui chiamano la religione, una varietà dell’induismo con alcune iniezioni d’animismo.

Qualcosa bisogna capire di Agama tirtha, almeno per orientare lo sguardo su di un tempio, per sapere cosa guardi e come lo guardi.

Dunque, da un lato c’è l’ordine, rappresentato dai dewa o dewi, dall’altro il disordine, e sono i bhutas e i kalas. Se si preferisce dirlo con linguaggio meno mitologico e più filosofico lordine è il dharma, il disordine, l’adharma.

In ogni caso lo scopo è essere in armonia col dharma, si deve rispondere al desiderio, kama, con azioni, karma, appropriate al dharma. In tal modo il ciclo di reincarnazioni, samsara, continua fino a che lo spirito, l’atman, si libera da tutti i vincoli mondani.

Diversi sono i modi per giungere al moksa, al nirwana.

Puoi meditare (jnanamarga) o fare offerte (bhaktimarga) o fare qualcosa che ti piace (karmamarga) in accordo con uno dei tuoi talenti, guna.

Se sei un pedanda, un sacerdote, seguirai il Tri Panama(2), scegliendo tra l’assoluta osservanza, lo studiare, interrogandosi e traendo nuove conclusioni oppure la meditazione sottile.

Solo così l’atman può giungere al moksa, fondendosi con Ida Sangyang Widi Wasa, il brahaman.

Agama tirtha non chiede di essere buoni, richiede di essere appropriati, adat.

Appropriati a che cosa? Spesso parlando di Agama tirtha ritorna la frase tat twan asi, tu sei ciò, tu sei questo. Tat twan asi ricorda che il brahaman, l’essenza sottile, ha il suo sé (atman) in tutte le cose che esistono, ricorda che tu sei l’universo.

Non so trovare altra risposta che non sia: appropriati all’universo.

Note
(2) la tripartizione avrà qui i nomi di Agama Pranama, di Anumana Pranama e di Pratyaksa Pranama.

[continua]


(Ennio Foppiani, “Bali Fantome. Niskala e Sekala”, in “Radure. Quaderni di materiale psichico”, rivista del Centro Studi Psicodinamiche di Torino, numero speciale “Terre alchemiche”, volume I, anno VI, 2002, pp. 78-79 – immagine tratta da  http://baliadvisor.blogspot.it/2013/04/balinesereligion-bali-hinduismis.html  - post a cura di Ezio Falcomer)


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#BALI FANTOME. #NISKALA E #SEKALA (di Ennio #Foppiani, puntata 4/27), #nomi, #citazione, #caste, #bahasa bali

NOMI

Wayan, Madè, Nyoman, K’tut, Wayan, Madè, Nyoman, K’tut, Wayan, Madè, Nyoman, K’tut così all’infinito.

Si nasce e l’ordine è questo, ti possono aggiungere Ni o I per chiarire il genere, femmina o maschio, nel caso i tuoi occhi non possano funzionare, ti possono sussurrare Ida o Agus o Dewi per suggerire la casta e così quale tipo di bahasa bali (1) utilizzare, ma in ogni caso i nomi sono ruote che girano instancabilmente, che ritornano sempre al punto di partenza. Hai l’impressione che uno non abbia il nome, ma che abbia una combinazione, una chiave di lettura della sua storia.

Ci sono due parole che incontro spesso sulla bancarelle, sfogliando libri sull’isola, sono Sekala e Niskala: ciò che cade sotto i sensi, il visibile, e ciò che non è percepibile dai sensi, l’invisibile oppure ciò che può essere detto e ciò che deve restare ineffabile…

Credo d’averle già incontrate all’aeroporto.

Prendo un taxi e l’autista si presenta: “Jerry”. – “Ah Jerry, ma qual è il tuo nome balinese?” – “Io sono Nyoman”.

Ad un tratto Jerry/Nyoman, immerso nel caotico traffico della Jalan Ulu Watu, chiede “Quanti anni hanno le tue figlie?” “Nove e cinque” e, per lui, i nomi sono chiari Ni Wayan e Ni Madè; però poi ti guarda e domanda “Come si chiama la maggiore?” – “Martina”. – “Ah, Martina! E’ un bel nome, tipico nome balinese”.

Note
(1) Vi sono diversi livelli di linguaggio nell’isola. Sotto l’uso comune del bahasa indonesia, vi è il bahasa bali, suddiviso in tre (bahasa ia, bahasa ipun, bahasa ida) o cinque (basa lumrah, basa sor, basa alus, basa madia, basa siggih) diversi bahasa a seconda della casta, del clan, o del ruolo sociale, della situazione comunicativa.
 

[continua]


(Ennio Foppiani, “Bali Fantome. Niskala e Sekala”, in “Radure. Quaderni di materiale psichico”, rivista del Centro Studi Psicodinamiche di Torino, numero speciale “Terre alchemiche”, volume I, anno VI, 2002, pp. 78-79 – nell’immagine, offerta nel tempio, a Bali, foto di Rony Zakaria,  tratta da http://vervephoto.wordpress.com/tag/bali/ )


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#BALI FANTOME. #NISKALA E #SEKALA (di Ennio #Foppiani, puntata 3/27), #citazione #Aum #Tri Loka #gamelan #bidu

BALI

Parto per Bali con questa storia che abita i miei pensieri, anzi parto per Bali per questa storia.

Mi chiedo che cosa so di Bali è la risposta è poco, nulla. Bali, isoletta indonesiana, grande più o meno la Corsica, gran produttrice di riso, il migliore del mondo, bel mare, clima gradevole, un po’ d’induismo, sapori esotici.

Che altro so di Bali? Nient’altro, eppure… è il principio. Quiete e buio: questo esisteva soltanto al principio. Poi un giorno quella oscura quiete vene rischiarata da una vibrazione, un suono. Il suono AUM avviò la creazione, e da quel suono si irradiò una luce potente nella inseparabile triade ANG (Dewa Brahma, il Creatore), UNG (Dewa Wisnu, il Conservatore) e MANG (Dewa Siwa, il Distruttore). Uniti in un’unica eternità ANG UNG e MANG crearono il grande suono AUM e in questa forma tripartita furono la grande fonte di energia che chiamata Tinta governa unitamente sul Tri Loka, sui tre regni universali del cosmo infinito, sul Bur, sul Buwah, sullo Swah.

Tinta ovvero Ida Sanghyang Widi Wasa, colui che dimora nel Gunung Agung.

Che altro so di Bali? Poco, nulla. Splendidi ristoranti, alberghi da mille una notte come il Four Seasons, surfing e snorkeling e massaggi, fantastici massaggi balinesi, oli, essenze, e poi quel mirabile parco giochi acquatico che è il Waterboom Bali.

Nient’altro, eppure… è un pesce. Il Gunung Apat, a ovest, è la pinna caudale, a nord il Kubutambaha è la pinna dorsale, l’est, il Gunung Seraya con le sue pianure costiere forma il muso, mentre la ricurva baia di Padangbai a sud-est è la bocca. L’occhio di questo pesce è il cratere del Gunung Agung, la montagna suprema, l’ombelico del mondo.

Che altro so di Bali? Poco, nulla. Il gamelan certo, non l’ho mai sentito il gamelan, lo conosco solo perché lo citano Jon Hassel e Lou Harrison, e poi i Beatles, col loro periodo mistico, e l’Hard Rock Cafè di Kuta, quello con l’armonica di Bob Dylan e gli stivali di pelle di Grace Slick. Nient’altro, eppure… Uno, la terra cinta d’acqua. Due, il riso piantato nella terra. Tre, la montagna asse del mondo. Quattro, il mare che cinge la terra. Cinque, la foresta avvolta di fogliame. Sei, la pianura con le mandrie brucanti. Sette, i veggenti benedetti dagli dei. Otto, il cielo sopra la terra. Nove, gli dei, modello all’uomo. Dieci, il re, gioiello fra gli uomini. Bali è l’undicesimo, l’eka dasa, il ricominciare del ciclo.

Che altro so di Bali? Poco, nulla. Stringo fra le mani la Bali’s Lonely Planet, la sfoglio svogliato, ne fuoriescono frammenti di notizie che mi si incollano sulla retina, forse anche la oltrepassano, ma in me non c’è nessun desiderio di leggere, che oltrepassino pure, che vadano in giro per le circonvoluzioni, io sono in vacanza, sono qui per riposarmi e divertirmi, è stato un anno duro, faticoso, un anno con cui si è chiuso un ciclo, sono qui per rilassarmi, ristorarmi. Nient’altro, eppure… Bali è la terra dove l’uomo è formato da tre triangoli: il primo punta in basso, verso terra, è ANG, Brahma il rosso, poi due triangoli successivi puntano verso il cielo, UNG e MANG, Wisnu il nero e Siwa il bianco, insieme vibrano AUM e sono Ida Sanghyang Widi Wasa.

Bali è il bidu dove microcosmo e macrocosmo, visibile ed invisibile, spazio interno e spazio esterno, durata ed eternità si congiungono in un punto.

[continua]

 (Ennio Foppiani, “Bali Fantome. Niskala e Sekala”, in “Radure. Quaderni di materiale psichico”, rivista del Centro Studi Psicodinamiche di Torino, numero speciale “Terre alchemiche”, volume I, anno VI, 2002, pp. 78-79 – immagine, danzatrici del Gamelan Cudamani,  tratta da http://blogs.inlandsocal.com/iguide/2010/10/riverside-indonesian-music-and.html  )


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venerdì 5 luglio 2013

#BALI FANTOME. #NISKALA E #SEKALA, di Ennio #Foppiani, puntata 1/27, #citazioni, #alchimia

(“E’ solo a frammenti / che / qualcosa / viene fuori”, William Carlos Williams)

AVVERTENZA

Sul finire del 2000 presi l’impegno di scrivere intorno all’alchimia, alla trasformazione del piombo in oro nei territori del cinema. Inizialmente pensavo di trovare materia nelle immagini di Andrej Tarkovskij, ma mi accorsi che in quei film vi era troppa poesia, troppo oro; così scesi sempre più di livello e mi ritrovai a ragionare sulla pornografia. Avevo trovato il piombo. Raccolsi un’innumerevole quantità di materiali, di appunti, di idee più o meno organizzate.

I giorni passavano mentre continuavo a pensare l’articolo, mentre tratteggiavo un inizio per poi subito cassarlo a favore di uno ulteriore, mentre rileggevo gli appunti, mentre acquisivo nuove fonti. Giunse l’Agosto senza che avessi prodotto alcunché.

Carico di libri e carte, partii in viaggio, partii per una pausa che, credevo, potesse attivare lo scrivere, attualizzare il pensiero.

Ero convinto di avere filo e stoffa, scoprii di mancare d’aghi.

Il viaggio mi portò intorno al mio cuore messo a nudo, mi portò dinanzi non al riconoscimento della mancanza dell’ispirazione ma all’accoglimento dell’inutilità, per me stesso, di quel tipo di ispirazione.

Scoprii che non mi ero perso nell’illusione del desiderio bensì che avevo smarrito il desiderio dell’illusione, consumato la voluttà di violare il segreto del desiderio.

Il viaggio mi portò di fronte all’affiorare di qualcosa fra i segni opachi che spiazzavano ciò che ero, ciò che sapevo, ciò che potevo. Quel qualcosa che appariva era una forma che oltrepassava le mie usuali forme senza negarle.

Oltrepassare un’idea, una teoria, è negarla. Oltrepassare una forma è trasformare questa in un’altra, rimarcare che il destino della forma altro non può essere che il permanere forma.

Questa suggestiva ed illusiva forma però era così radicale da dar da pensare su come il mondo, che ci appare, ci appaia molto prima di venire percepito, prima di essere interpretato, prima di aver acquisito un senso.

Carte e libri furono abbandonati.

La pornografia, la pornografia come iperrealtà dell’oggetto, come iperrealtà totalmente visibile, e con essa il rischio della psicoterapia di divenire sempre più infiltrata, abitata, dall’habitus pornografico, dal furore di una trasparenza diagnostica e terapeutica così assoluta da poter strategicamente incidere su pellicola l’infilmabile psichico, andarono a svanire, trasformati da quest’opacità, da quest’illusività, da questa velatezza, in un precipitato di frammenti di viaggio, di ridondanti elencazioni, di insistiti smarrimenti linguistici, di estenuanti tentati vidi spiegazione.

Ho sempre pensato che distillare fosse rendere sempre più chiaro, sempre più leggero, sempre più essenziale. Da qualche tempo comincio a credere che distillare sia invece un rendere sempre più concentrato, denso, opaco e ch, quindi, il rivelarsi di qualcosa sia l’esatto contrario del suo mostrarsi.

Buona visione.

[continua]


(Ennio Foppiani, “Bali Fantome. Niskala e Sekala”, in “Radure. Quaderni di materiale psichico”,  rivista del Centro Studi Psicodinamiche di Torino, numero speciale "Terre alchemiche" volume I, anno VI, 2002, pp. 74-76 – immagine, film “La grande bellezza”, di Paolo sorrentino (2013), tratta da http://ultimofilmsullaterra.wordpress.com/











martedì 7 maggio 2013

#Citazione: La forza di andare avanti

http://dasciagalli.altervista.org/portale/wp-content/uploads/2008/12/uomo-di-spalle.jpg


Come l'acqua del fiume, anche noi non possiamo fermarci, dobbiamo trovare la forza di andare avanti con il nostro pesante zaino sulle spalle. Ognuno cammina con le sue forze, con la sua fede, con le sue speranze. Ma a volte la stanchezza fiacca le gambe e l'andare avanti sembra una tortura. 


Romano Battaglia da"sulla riva dei nostri pensieri"

domenica 28 aprile 2013

#Giustizia #Ingustizia #Citazione

http://www.indebitati.it/wp-content/uploads/2009/05/giudice-di-pace1.jpg
Amo la giustizia, ma trovo che esa perda il propio carattere quando viene praticata in modo rigoroso; di fronte alle debolezze umane basta essere equo.

Caterina II di Russia, lettera a Senac de Meilham, 1780 circa

tratto da  Le donne hanno detto  " Un libro di citazioni"  pag. 125 -  Laura Bolgeri - Rizzoli

venerdì 12 aprile 2013

#Citazione #Senaca: Ulisse




http://www.circololettori.it/wp-content/uploads/2013/02/Tibaldi-Pellegrino-Storie-di-Ulisse-c.-1550-1551-affresco-Palazzo-Poggi-Bologna-Emilia-Romagna.jpg 

Devi sapere che Ulisse non affrontò tante peripezie nella navigazione perché era perseguitato da Nettuno: egli soffriva di mal di mare. Proprio come lui, dovunque dovrò andare per mare, vi giungerò dopo vent’anni. [...] Una leggera febbretta può sfuggire all’attenzione, ma, se aumenta e diventa un’autentica febbre che brucia, anche l’uomo più resistente e più avvezzo alle sofferenze è costretto a confessare l’infermità. [...] Il contrario avviene nelle infermità che colpiscono l’animo: quanto più uno sta male, tanto meno se ne accorge. Non te ne devi meravigliare, carissimo Lucilio. Infatti, chi è appena assopito, anche durante il sonno percepisce le immagini dei sogni; e talvolta, dormendo, si rende conto di dormire. Ma un sonno pesante estingue anche i sogno e sommerge l’anima in una completa incoscienza. Perché nessuno confessa i suoi vizi? Perché è ancora sotto il loro dominio. Può raccontare i propri sogni solo chi ne è guarito. Perciò, svegliamoci, per poter prendere coscienza dei nostri errori. Solo la filosofia riuscirà a destarci, e a scuoterci dal pesante sonno: consacrati tutto a lei. Tu sei degno di lei ed ella è degna di te: abbracciatevi.

Lucio Anneo Seneca

lunedì 1 aprile 2013

#Citazione di #Jean Jacques Rousseau




http://img53.imageshack.us/img53/894/cloris2hc0.jpgA

Non sono fatto come nessuno di quanti ho incontratp; oso credere di non essere fatto come nessuno di quanti esistono. Se pure non valgo di più, quanto meno sono diverso.

Jean Jacques Rousseau

venerdì 29 marzo 2013

#Citazione: Prenditi Tempo



                               http://lottolunatico.myblog.it/media/02/01/1608321866.jpg            

Prenditi tempo
per amare ed essere amato
perché questo è il privilegio dato da Dio.
Prenditi tempo
per essere amabile
perché questo è il cammino della felicità.
Prenditi tempo
per ridere
perché il riso è la musica dell’anima.
Prenditi tempo
per dare
perché il giorno è troppo corto
per essere egoista.
(da “Tomate Tiempo”, poesia uruguayana)

sabato 23 marzo 2013

#Citazione #Natura; La terra per se stessa

http://www.ilblogdellapesca.it/wp-content/uploads/2013/01/primavera.jpg
La Terra di per se stessa è uno spettacolo incantevole con le sue alte vette, i laghi ed i fiumi, le valli e le fertili pianure, ma con i ritmi di vita che conduciamo al giorno d’oggi, siamo tutti sempre così presi dalle nostre attività ed impegni, che quando abbiamo del tempo libero, le nostre menti si focalizzano solo sulla ricerca di svaghi, del buon  cibo  o delle ore di meritato riposo e ci dimentichiamo di volgere lo sguardo alla perfezione della Creazione di Dio.

Paramahamsa Prajnanananda, L’Universo Interiore





giovedì 21 marzo 2013

#Citazione #Madre #Culla

http://3.bp.blogspot.com 
Ci fosse almeno una madre in tutto il mondo che sapesse essere soltanto una culla e una bara, senza accorgimenti, senza scopi, senza previdenze: un punto fisso verso cui dirigerci quando la nostra anima intraprende i viagggi sconosciuti.

Paola Masino, Nascita e morte della massaia.

tratto da. Un libro di citazioni "Le donne hanno detto" pag. 155 - Laura Bolgeri - Rizzoli

mercoledì 20 marzo 2013

Nell'avere l' #AIDS la cosa peggiore è avere l'AIDS, la seconda cosa peggiore è che la gente è convinta che sei un finocchio, James #Ellroy, #Corpi di #reato, #giornalismo scandalistico #ricatto #tossicodipendenza #omofobia #AIDS #hard boiled, #citazione


“The Advocate”, 6 giugno 1998:

IN GRAVI CONDIZIONI DI SALUTE NOTA FIRMA DELLA STAMPA SCANDALISTICA

“ Daniel "Danny" Getchell, di anni 68, editore e direttore responsabile del famigerato Hush-Hush, mensile scandalistico molto in voga negli anni Cinquanta e nei primi anni Sessanta, è stato ricoverato nei giorni scorsi al Cedars-Sinai Medical Center. Fonti ufficiose interne all'ospedale sostengono che Getchell si trova "nell'estrema e dolorosissima fase terminale di un tumore al cervello".
Nel periodo di massima popolarità, Hush-Hush, insieme alle altre riviste scandalistiche dell'epoca - Confidential, Whisper, Rave, Lowdown e Tattle -, condusse una crociata intimidatoria contro famosi personaggi dello spettacolo sospettati di tendenze omosessuali, che venivano braccati, con metodi che spesso sconfinavano nell'illegalità, al solo scopo di solleticare i più bassi istinti dei lettori. Hush-Hush fu senz'altro il più accanito e volgare rappresentante di un giornalismo che riuscì a rovinare la vita di molti americani.
L'ex giornalista/editore di Whisper, Benjamin Luboff, nel suo recente memoriale Scandal-Rag Scourge, drammatico mea culpa per gli eccessi compiuti dalla sua testata, scrive che Danny Getchell era "ossessionato dalla smania di scoprire e denunciare le tendenze omosessuali di personaggi dello spettacolo" e lo giudica "un sadico farabutto che spacciava per crociata morale quella che in realtà era solo sete di guadagni facili". Alla nostra richiesta di un commento sul ricovero in ospedale di Getchell, Luboff ha così risposto: "Che volete che vi dica... io la morte non la auguro a nessuno, normale o omosessuale che sia; però è inutile nascondervi che senza Danny Getchell il mondo sarà un posto migliore."
Una fonte dell'ospedale ci informa che Getchell è attualmente ricoverato nel reparto rianimazione e che pertanto non è in grado di rispondere alla serie di domande fattegli pervenire dal nostro quotidiano “.



A stendere Johnny Stompanato non fu affatto Cheryl Crane, e io non ho nessun cazzo di cancro al cervello. 

E, comunque, io ai finocchi che stanavo gli davo sempre la possibilità di comprarsi il silenzio sul mio giornale.

E sul caro Ben Luboff so cose che non ci credereste. Altro che mea culpa.

La corbelleria del cancro al cervello è un filtro di fumo fumato dalle P.R. dell'ospedale. In realtà sono rinchiuso in un recondito reparto del Cedars ricavato in un vecchio rifugio antiatomico. Sono sepolto e sotterrato con sessantatré pazienti maschi e sedici medici accaniti nella caccia al nostro virus. Ipocritamente ignari dell'impegno d'Ippocrate, essi elargiranno l'elisir segreto solamente agli straricchi. Per pagarmi questo letto da duemila dollari a notte mi è toccato vendermi tutto quello che avevo.

Ho l'AIDS. Nell'avere l'AIDS, la cosa peggiore è avere l'AIDS. La seconda cosa peggiore nell'avere l'AIDS è che la gente è convinta che sei un finocchio.

Io non sono un finocchio. Io sono un tossico con quarant'anni di scimmia sulla schiena.

A me mi ha rovinato la mia ridicola ansia di ringiovanire. Purgavo periodicamente il mio putrefatto organismo con trasfusioni di sangue comprato di contrabbando. Nel '91 ne acquistai un avanzo scaturito dalla scorta sanitaria di Desert Storm. Quel sangue mi spense lo slancio sessuale, mi stremò il sistema immunitario e mi spinse verso una devoluzione drammatica e definitiva.

O forse qualcuno mi ha avvelenato apposta.

Sarà stato quel marchettaro che smascherai nel maggio del '61. O uno di quei bucaioli che mi beavo a sbertucciare taaaanto tempo fa. O qualche parassita con una perfetta percezione della punizione poetica.

E adesso pulso paranoia da tutti i pori. Sono un omofobo emofiliaco, nonché un crucifigibile cristiano del VaticANO Gay.

Vedo inchiodati agli idratatori cinque dei miei capri espiatori di allora. Mi seviziano silenziosamente con sguardi d'odio servito a shrapnel. Si accalcano accingendosi all'assalto mentre attacco questa mia arringa in stile Hush-Hush.

Sotto il cuscino celo un'accetta. Ho palate di pattume pederastico pronte a schizzare sudiciume e a santiFicarmi in un finale finocchiese fedele all'oltraggioso olocausto hush-hushesco.

Quel lurido laido a tre letti da me mi luma con l'aria losca. Non riesco a ricordarmi in quale recondito ruolo di ricattato rinvenirlo. Meglio distrarmi dal suo disprezzo dedicandomi alla mia avventura, finché mi sarà ancora agevole allitterare allettantemente.

(James Ellroy, “Corpi di reato”,   RCS Libri,  1999,  

(nell’immmagine, Squalo bianco del Mediterraneo o Pescecane Catanensis, 








martedì 19 marzo 2013

Quando si faceva festa dopo un'esecuzione capitale, Mario #Calabresi, #recensione, David #Pinker, Il declino della #violenza, #citazione


Il 13 ottobre 1660 un uomo politico raffinato come l’inglese Samuel Pepys annotava nel suo diario, non senza una certa ironia, le incombenze della giornata: «Sono stato a Charing Cross per vedere il generale maggiore Harrison che veniva impiccato e squartato e, mentre questo avveniva, lui sembrava allegro quanto può esserlo qualsiasi uomo in quelle condizioni. E’ stato ucciso e la sua testa e il suo cuore sono stati mostrati al pubblico e, a quel punto, ci sono state molte grida di gioia… Da lì sono andato a casa e ho portato il capitano Cuttance e il signor Sheply alla Sun Tavern e ho offerto loro delle ostriche». Nessun segno di sgomento, tanto che pasteggiò serenamente, nonostante l’esecuzione di Thomas Harrison, condannato per aver partecipato al regicidio di Carlo I, fosse stata particolarmente cruenta: l’uomo che era stato al fianco di Oliver Cromwell venne parzialmente strangolato e poi sventrato, castrato e infine decapitato. 

Ma se all’inizio dell’età moderna la pena di morte veniva comminata per reati quali il pettegolezzo, il furto di cavoli, la raccolta di legna nei giorni festivi o la critica ai giardini del re, ancora nel 1822 in Inghilterra i reati punibili con la morte erano 222, tra cui il bracconaggio, la contraffazione, il furto di una conigliera o l’abbattimento di un albero. 

Negli ultimi due secoli non solo è diminuito il numero dei reati puniti con la pena capitale ma questa è stata bandita in quasi tutto l’Occidente e negli Stati Uniti, dove resta in vigore seppur non in tutti gli Stati, il numero di esecuzioni cala ogni anno. E’ accaduto perché è drammaticamente cambiato il valore che diamo alla vita, un mutamento intellettuale e morale che nasce prima ancora dell’Illuminismo con lo sfinimento delle guerre di religione, come quella dei Trent’anni, al cui termine la popolazione tedesca si era ridotta di circa un terzo.  

La nostra storia è accompagnata dalla violenza, quella delle crociate, delle stragi di eretici, delle torture dell’Inquisizione, e dall’idea che fosse più importante salvare un’anima che una vita. Definitiva per capire lo spirito dei tempi resta la frase attribuita a Simone di Montfort, che guidò la crociata contro gli albigesi nel 1209 e che alle porte di Béziers, prima di massacrare l’intera popolazione comprese le donne e i bambini, rispose così ai soldati che gli chiedevano come avrebbero fatto a distinguere i cattolici (la maggioranza) dagli eretici catari: «Uccideteli tutti, Dio sceglierà i suoi». L’evoluzione della cultura mondiale passa attraverso i sacrifici umani, per motivi religiosi o di superstizione, che accomunano civiltà lontanissime tra loro: dagli aztechi ai dayak del Borneo, dall’Africa all’India (dove le vedove hanno seguito i mariti defunti sulla pira per secoli) all’Europa punteggiata dai roghi delle streghe. Quell’Europa nella quale ancora nel 1700 la tortura giudiziaria veniva usualmente praticata da tutti. 

Ma la vera rivoluzione sta nel declino della violenza nella nostra esistenza quotidiana, che non è più dominata dalla paura costante di essere rapiti, violentati o uccisi, tanto che possiamo permetterci il lusso di studiare, programmare, sognare e preoccuparci di invecchiare. Tesi, questa, che certamente farà storcere il naso a molti e scatenerà lo scetticismo degli altri, a cui l’autore - che applica al suo studio in metodo rigorosamente scientifico - risponde fin dalle prime righe: «Ci crediate o no, e so che la maggior parte di voi non ci crede, nel lungo periodo la violenza è diminuita e oggi viviamo probabilmente nell’era più pacifica della storia della nostra specie. E’ un fatto indubbio, visibile su scale che vanno da millenni ad anni, dalle dichiarazioni di guerra alle sculacciate ai bambini». 

(Mario Calabresi, “Altro che violenza il mondonon è mai stato così buono - La maxi-ricerca del linguista americano Pinker, “Viviamo nell’epoca più pacifica di sempre”, [David Pinker, “Il declino della violenza, ed. Mondadori, 2013, da http://www.lastampa.it/2013/03/09/societa/viviamo-nel-migliore-dei-mondi-altro-che-violenza-il-mondo-non-e-mai-stato-cosi-buono-y5871yGsW0hgdsf8AYXieL/pagina.html )

(immagine, scena di squartamento, da http://it.wikipedia.org/wiki/Squartamento  )











venerdì 15 marzo 2013

In principio ci sono i peggiori; Claudio #Fava, La #notte in cui Victor non cantò, #golpe, #Cile, #citazione


In principio

Ce l'hanno spiegato fin da quando abbiamo cominciato a mettere in riga le aste.

In principio ci sono i peggiori. Sunto di ogni male, lievito di ogni violenza. Sui loro peccati si avvita la storia e si misura il passato. Si chiamino Giuda o Pinochet, sono sempre un dolore necessario. Il profilo oscuro della vita. Finché accade che ne incroci qualcuno sul tuo cammino. Lo insegui, annusi le sue parole, ascolti le sue bugie. Alla fine ti accorgi che il male è materia assai più complessa, senza molte evidenze, senza equazioni risolte in punta di catechismo. E che, tutto sommato, persino i tiranni sono personaggi incompiuti, votati alla crudeltà ma grotteschi fino alla bestemmia.

Così, ho pensato che in un tempo dedicato a eroi, poeti e santi, per una volta valeva la pena raccontare loro, i cattivi ragazzi, gli aguzzini, gli ultimi della storia. Quelli che hanno masticato il loro tempo senza fingere mai buoni sentimenti. Li tiene insieme, in questo libro, una geografia. Che è l'America Latina, ossia la terra più prossima a quella Sicilia alla quale ogni nostra fantasia finisce disciplinatamente per tornare.

Li unisce anche una presunzione di scrittura. Che non intende spiegare (chi furono, cosa fecero, quali colpe commisero), ma semplicemente raccontare: un incontro, un odore, il ribrezzo di un pensiero, il suono metallico di certe parole, una guapperia... Un libro di suoni smarriti, di verbi lasciati a metà. Anche questo, in fondo, fa parte del mestiere del male: mai dire, mai rivelare. Piuttosto, suggerire. Lasciando credere che ogni cosa accaduta, ogni misfatto, ogni inutile ferocia siano solo brevi fatalità, un soffio umido di scirocco sulla superficie della storia.

Questo libro è dedicato alla notte in cui Victor Jara non cantò. La notte in cui gli mozzarono le mani, nella solitudine di baionette e di cemento dello stadio di Santiago. La notte in cui gli tolsero la vita per farne dono al generale Pinochet.
Da quel sangue sono trascorsi venticinque anni, un tempo largo e lento che vale sempre la pena riepilogare. Se una virtù tiene insieme le storie raccolte in queste pagine, è anzitutto quel nostro vecchio esercizio chiamato memoria.


Santiago del Cile, estate 1973 

E adesso ci si mette anche Isabel. Dura come un mulo, Isabelita. Dice che non vuole andare via. Ha letto la morte negli occhi di suo padre quando l'ha visto affacciato a una finestra del palazzo, con il mitra puntato contro il cielo e l'elmetto di ferro in testa. Come un vecchio che gioca alla guerra, come uno che ha già perduto. Tocca ad Arturo sottrarre Isabel dalle braccia del presidente Allende, trascinarla verso la porta, consegnarla a mani più robuste delle sue. Bisogna fare presto. Cinque minuti, ha detto Pinochet, il tempo di far uscire le donne. Poi ricominceranno a sparare.

Tocca ad Arturo la contabilità di questa sconfitta. Armare gli uomini rimasti, dividere i pochi fucili, assegnare a ciascuno lo stipite di una finestra e un pezzo di cielo spiegando che la morte arriverà da lassù, dal ventre dei caccia, dal grilletto di un aviatore, e dunque meglio tenere gli occhi dentro quella striscia d'azzurro, un azzurro vasto come il cielo, pulito come il cielo, peccato per questo settembre così tiepido, avrebbe saputo riscaldare il petto, avrebbe addolcito le passioni, peccato che ci si sia messo di mezzo quel prurito di generali, peccato d'ingenuità aver creduto ai loro giuramenti, aver prestato ascolto alla loro fedeltà. E adesso tocca a lui, Arturo Jiron, raccogliere le ultime paure di quei ragazzi che hanno scelto di restare accanto al presidente, tocca a lui indicare a ogni moschetto il suo quadrato di cielo.

Mestiere ingrato, quello di ministro della Repubblica nel Cile di Allende. Ti capita di dover decifrare gli eventi anche per gli altri, che fingono una speranza, che credono in una rivincita. Eppure basta solo affacciarsi dal palazzo e raccogliere in uno sguardo la piazza chiusa dai carri armati per capire che stavolta non sarà solo uno sfoggio di muscoli, un guizzo di adrenalina come quel giorno in cui fecero marciare l'esercito sotto la Moneda fino al tramonto. Adesso la piazza è diversa, un recinto di acciaio, un silenzio che macina il cuore, che lacera gli occhi. È diversa anche l'attesa che pesa su quel perimetro di uomini, sui fucili puntati in cerca di un ordine, sui cuori offuscati, le dita ripiegate sull'acciaio del grilletto, una disciplina di gesti e di odio come se non ci fosse più tempo per dire, per correggere i rancori, come se nell'epilogo che sta per precipitare ci fosse l'onesto sollievo di tutti, soldati, miliziani, governanti, comunisti, colonnelli, figli, amici, generali, tutti uniti nell'ansia di farla finita, di cercare la morte, di dare la morte e amen, per sempre amen, nei secoli amen, tanto la storia ci dirà, ingoierà anche la nostra morte, digerirà la nostra agonia senza un brivido di febbre, ci penserà la storia, signor presidente, tenderà questi pensieri di fiele come un elastico, si accanirà su ogni parola, la torcerà fino a spremerle ogni verità, la storia non perdona, signor presidente, la storia non dimentica.

(Claudio Fava, “La notte in cui Victor non cantò”, ed. Baldini & Castoldi, 1999, citazione tratta da http://www.wuz.it/archivio/cafeletterario.it/098/cafelib.htm )


(immagine da http://bellissima893.blogspot.it/2012/08/11-de-septiembre-de-1973-chile.html , immagini del golpe militare in Cile, 1973)








martedì 12 marzo 2013

E ci guardavamo in silenzio con una freddezza stupefacente e spietata, Orhan #Pamuk, #Istanbul, il #doppio, #citazione


A cinque anni, a un certo punto ero stato mandato in un'altra casa. I miei genitori, dopo la loro separazione, si erano incontrati a Parigi e avevano deciso di lasciare me e mio fratello a Istanbul, ma divisi. Mio fratello era rimasto a Palazzo Pamuk, a Nisantasi, con la nonna paterna e il resto della famiglia. Io invece ero stato mandato dalla zia materna, a Cihangir. Su una parete di questa casa, dove sono sempre stato accolto con affetto e sorrisi, c'era la fotografia di un bambino piccolo, in una cornice bianca. Ogni tanto, ia zia o mio zio, indicando la fotografia, mi dicevano sorridendo: «Guarda, quel bambino sei tu».
Questo bambino grazioso, dagli occhi grandi, sì, mi somigliava un po'.

Anche lui aveva in testa uno di quei berretti che portavo io quando si usciva. Ma al tempo stesso sapevo che non ero esattamente io. (In realtà la fotografia era una riproduzione kitsch, comprata in Europa). Poteva il bambino essere l'altro Orhan cui pensavo sempre, che viveva in quell'altra casa?

Adesso anch'io avevo iniziato a vivere in un'altra casa. Era come se fossi stato obbligato ad andare in un'altra casa per poter incontrare il mio simile che viveva da un'altra parte a Istanbul, ma io non ero affatto contento di questo incontro. Volevo tornare a casa mia, a Palazzo Pamuk. Quando mi dicevano che era mia quella fotografia sul muro, nella mia mente tutto si confondeva: io, la mia fotografia, la fotografia che somigliava a me, il mio simile, le immagini di un'altra abitazione si mescolavano e volevo tornare a casa e restare per sempre lì, in mezzo alla mia famiglia.

Il mio desiderio si realizzò e poco tempo dopo tornai a Palazzo Pamuk. Ma l'idea di un altro Orhan che viveva in un'altra casa a Istanbul non mi abbandonò mai. Durante l'infanzia e l'adolescenza, questo pensiero affascinante fu sempre presente in una parte della mia testa che potevo raggiungere con facilità. Nelle sere invernali, camminando per le strade di Istanbul, rabbrividivo al pensiero che in una delle case che mi scorrevano a fianco, con le pallide luci arancioni a illuminare le stanze dove immaginavo che persone felici e serene conducessero un'esistenza tranquilla, vivesse l'altro Orhan. Con il passare degli anni quest'idea si è trasformata in una fantasia, e la fantasia in una scena da sogno. Nei miei sogni, a volte incontravo - gridando quasi fosse un incubo - l'altro Orhan, sempre in un'altra casa, e ci guardavamo in silenzio con una freddezza stupefacente e spietata. Allora abbracciavo ancor più stretto, nel dormiveglia, il mio cuscino, la mia casa, la nostra strada, il luogo in cui vivevo. Invece, quando mi sentivo infelice, cominciavo a fantasticare di andare in un'altra casa, in un'altra vita, nel posto in cui viveva l'altro Orhan, e poi credevo di essere l'altro Orhan e mi distraevo con i suoi sogni di felicità. E questi sogni mi rendevano così felice che non c'era bisogno di andare in un'altra casa.

Siamo arrivati al tema centrale: dal giorno in cui sono nato, non ho mai abbandonato le case, le strade, i quartieri dove ho vissuto. So che il fatto che dopo cinquant'anni (nonostante abbia abitato anche in altri luoghi di Istanbul) io viva ancora a Palazzo Pamuk, nel posto in cui mia madre mi prese in braccio per farmi vedere per la prima volta il mondo e dove vennero scattate le mie prime fotografie, ha un legame con l'idea dell'altro Orhan in un altro luogo di Istanbul, come una forma di consolazione. E sento che quello che rende speciale la mia storia per me, e attraverso di me per Istanbul, consiste nel fatto di essere rimasto sempre nello stesso posto, anzi per cinquant'anni sempre nella stessa casa, in un secolo contraddistinto da tanta emigrazione, e dalla potenza creativa che ne segue. «Esci un po' fuori, va' in altri luoghi, viaggia», diceva mia madre con tristezza.



(Orhan Pamuk, “Istanbul”, Torino, Einaudi, 2006, testo tratto da wuz.it/recensione-libro/421/recensione-pamuk.html )

(nell'immagine, Egon Schiele, “Autoritratto doppio”, da http://it.wahooart.com/A55A04/W.nsf/Opra/BRUE-6WHKG2?Open&ChangeLangue=ES )

















Ognuno cela in sé l'abisso, "#Fantasma", dei #Baustelle, citazione


Donna, uomo, ognuno cela in sé l’abisso: ha la forma di fantasma. Crepitii del fuoco sotto il fuoco, genti che bevono dalle ciotole di legno il sangue. Penetrare nelle ore più incerte il volto livido di chi si sta flettendo sotto il peso del mondo, scrutare in quell’anima un’oscurità senza fondo e sotto il silenzio esteriore ravvisare e contare a uno a uno i nugoli di fantasmi. Gli umani hanno in sé l’abisso, l’abisso li contiene tutti: si agitano immateriali.

Istruzione dal Libro tibetano dei morti: prestare attenzione all’avvolgente colore bianco, l’avorio indica inganni, prepara nuove nascite future, ha sete di carne, ha fame di plasma, vuole desiderare. Rinascerà in un quadrante terreno, in una famiglia stolida e beneducata, che impasta i suoi fantasmi in grandi ritratti a olio appesi nell’anticamera dell’infanzia.

Attendiamo insieme il fantasma del grande Re.

Spalanchiamo la porta stretta del mattino, fuoriusciamo dal corpo che è fatto di cibo, concrezionato, geologico: un pianeta né celestiale né sferico, irregolare e puntuto, incapace di amare.

Recidi la parola, esamina cosa resta. Divarica la ferita ed esci, fantasma, a recitare le tue preghiere sull’arco di ghiaccio. Divora le ossa il vento gelido, ossa non umane, incastonate in un pack, a fatica riportate alla luce. Sussurri di voci non umane, linguaggi indecifrati, piccole orme di fuga sulla neve. Tu sei questo spettro che raspa la lastra congelata a nude mani sopra le acque del mare nero.

Fantasma lieve immagine che raggiunge chi ha educato la vista ai padri, alle madri, all’immediatezza della gioia amorosa.

Attraversati dal fantasma Amore, crolliamo sulla pavimentazione delle macerie.

Tu, che hai sentito, mentre io chiudevo gli occhi, come la voce smise di cantare.

Interpunzioni, frammezzi, movimenti del sonno rem: siamo questa lieve fiamma che coagula nel buio, siamo pace zuccherina e cieca, stretta cerchia di pensieri: fervore, lampo, cenere, fantasma.

La crepa di fuoco da dove nasci è aperta, è infinita, io ti carezzo, ti traino alla riva umana, amore.

(Baustelle, “Fantasma”)

(immagine, copertina dell’album “Fantasma” dei Baustelle, tratta, con il testo, da http://ilnegoziante.blogspot.it/2013/02/ascolti-baustelle-fantasma.html )







mercoledì 6 marzo 2013

#Vita #Stoffa ricamata #citazione

http://www.murarestauriantichita.it
 La vita è come una stoffa ricamata della quale
ciascuno nella propria metà dell'esistenza può osservare il diritto,
nella seconda invece il rovescio: quest'ultimo non è così bello,
ma più istruttivo, perché ci fa vedere l'intreccio dei fili. 

Arthur Schopenhauer

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