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domenica 3 maggio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 3 maggio.
Il 3 maggio 1469 nasce a Firenze Niccolò Machiavelli: scrittore, storico, statista e filosofo italiano, è indubbiamente uno dei più importanti personaggi della storia della letteratura. Il suo pensiero ha lasciato un'impronta indelebile nel campo dello studio dell'organizzazione politica e giuridica grazie, in particolar modo, ad un'elaborazione del pensiero politico assai originale per l'epoca, elaborazione che lo ha portato a maturare una separazione netta, sul piano della prassi, della politica dalla morale.
Nato da un'antica ma decaduta famiglia, fin dall'adolescenza ebbe dimestichezza con i classici latini. Inizia la sua carriera in seno al governo della repubblica fiorentina alla caduta di Girolamo Savonarola. Eletto gonfaloniere Pier Soderini, divenne dapprima segretario della seconda cancelleria e, in seguito, segretario del consiglio dei Dieci. Svolse delicate missioni diplomatiche presso la corte di Francia (1504, 1510-11), la Santa Sede (1506) e la corte imperiale di Germania (1507-1508), che lo aiutarono non poco a sviluppare il suo sistema di pensiero; inoltre, tenne le comunicazioni ufficiali fra gli organi di governo centrali e gli ambasciatori e funzionari dell'esercito impegnati presso le corti straniere o nel territorio fiorentino.
Come rilevato dal grande storico della letteratura dell'ottocento Francesco De Sanctis, Machiavelli con la sua scienza politica teorizza l'emancipazione dell'uomo dagli influssi degli elementi soprannaturali e fantastici creati dai potenti, non solo perché al concetto di una superiore provvidenza (o Fortuna) che regge le cose umane affianca il concetto dell'uomo creatore della storia (grazie alla potenza del suo spirito e alla sua intelligenza), ma soprattutto perché al concetto di ubbidienza alle "auctoritates", che tutto predispongono e ordinano (nonché, naturalmente, legiferano), sostituisce un approccio che tiene in considerazione l'osservazione della realtà nella sua "verità effettuale", come viene definita dallo scrittore. Scendendo sul terreno della prassi, dunque, egli suggerisce che al posto della cosiddetta "morale", un insieme di regole astratte che spesso e volentieri vengono disattese dagli individui, debbano essere sostituite le regole della pratica politica quotidiana, che con la morale nulla hanno a che fare, tantomeno con la morale religiosa. E bisogna tener conto che quando Machiavelli scrive, la morale è appunto identificata quasi esclusivamente con la morale religiosa, essendo ancora ben lungi dall'affacciarsi l'idea di una morale laica.
Sul piano invece della riflessione istituzionale, Machiavelli intraprende ulteriori passi in avanti rispetto alla logica del suo tempo, grazie al fatto che al concetto di Feudo sostituisce quello moderno e più ampio di Stato, il quale, come sottolinea più volte nei suoi scritti, deve essere rigorosamente separato dal potere religioso. Infatti, uno Stato degno di questo nome e che voglia agire coerentemente con la nuova logica impostata dal fiorentino, non potrebbe subordinare la sua azione a regole imposte da un'autorità che le cala per così dire "dall'alto". In modo assai audace, Machiavelli si spinge a dire, anche se per la verità in modo ancora immaturo ed embrionale, che è invece proprio la Chiesa a dover essere subordinata allo Stato...
E' importante porre l'accento sul fatto che le riflessioni di Machiavelli traggono sempre il proprio "humus" e la loro ragion d'essere a partire dall'analisi realistica dei fatti, così come si presentano ad uno sguardo spassionato e privo di pregiudizi. Ossia, detto più volgarmente, sull'esperienza quotidiana. Questa realtà fattuale e questa quotidianità influiscono sul principe come sullo studioso, dunque sia dal punto di vista privato, "come uomo", sia dal punto di vista più generalmente politico, "come governante". Questo significa che c'è un doppio movimento nella realtà, quello della quotidianità spicciola e quello del dato di fatto politico, certo più complesso e maggiormente difficoltoso da comprendere.
Ad ogni buon conto, sono proprio le missioni diplomatiche in ambito italiano che gli danno l'opportunità di conoscere alcuni Prìncipi e di osservarne da vicino le differenze di governo e di indirizzo politico; in particolare, ha modo di conoscere e lavorare per Cesare Borgia e in questa occasione mostra interesse per l'astuzia politica e il pugno di ferro mostrati dal tiranno (il quale aveva da poco costituito un dominio personale incentrato su Urbino).
Proprio a partire da questo, successivamente nella maggior parte dei suoi scritti tratteggerà analisi politiche assai realistiche della situazione a lui contemporanea, confrontandola con esempi tratti dalla storia (soprattutto da quella romana).
Ad esempio, nella sua opera più famosa, "Il Principe" (scritto negli anni 1513-14, ma pubblicato a stampa solamente nel 1532), analizza i vari generi di principati e di eserciti, cercando di delineare le qualità necessarie a un principe per conquistare e conservare uno stato, e per ottenere il rispettoso appoggio dei sudditi. Grazie alla sua preziosa esperienza egli tratteggia la figura del governante ideale, in grado di reggere uno stato forte e di affrontare con successo sia gli attacchi esterni sia le sollevazioni dei sudditi, senza farsi troppo vincolare da considerazioni morali ma solo da realistiche valutazioni politiche. Ad esempio, se la "realtà effettuale della cosa" si presenta come violenta e dominata dalla lotta, il principe dovrà imporsi con la forza.
La convinzione, oltretutto, è che sia meglio essere temuto piuttosto che amato. Certo, in verità sarebbe auspicabile ottenere entrambe le cose ma, dovendo scegliere (poiché risulta difficile unire le due qualità), per un principe è molto più sicura la prima ipotesi. Secondo Machiavelli, dunque, un principe dovrebbe interessarsi solo del potere e sentirsi vincolato solo da quelle norme (tratte dalla storia) che conducono le azioni politiche al successo, superando gli ostacoli imprevedibili e incalcolabili posti in gioco dalla Fortuna.
Anche lo scrittore, comunque, ebbe modo di applicarsi come politico, purtroppo non con grande fortuna. Già nel 1500, quando era appunto alla corte di Cesare Borgia, in occasione di una accampamento militare, comprese che i mercenari stranieri erano più deboli di quelli italiani. Organizza allora una milizia popolare con cui assicurare la difesa patriottica del bene comune della Repubblica di Firenze (aveva l'incarico di organizzare la difesa militare di Firenze dal 1503 al 1506). Quella milizia però fallisce nella prima azione nel 1512 contro la fanteria spagnola a Prato, e così viene deciso il destino della Repubblica e della carriera di Machiavelli. Dopo la fine delle Repubblica di Firenze i Medici ricuperano il potere su Firenze con l'aiuto degli Spagnoli e della Santa Sede e Machiavelli viene licenziato.
Nel 1513, dopo un complotto fallito, viene ingiustamente arrestato e torturato. Poco dopo l'elezione di Papa Leone X (delle famiglia dei Medici), gli viene finalmente concessa la libertà. Si ritira allora a Sant'Andrea, nella sua proprietà. In quella sorta di esilio scrive le sue opere più importanti. In seguito, malgrado i tentativi di raggiungere il favore dei suoi nuovi sovrani, non riesce ad ottenere nel nuovo governo una posizione simile a quella passata. Muore il 21 Giugno del 1527.
Fra le altre opere del grande pensatore, sono da annoverare anche le novella "Belfagor" e la celebre commedia "La Mandragola" due capolavori che fanno rimpiangere il fatto che Machiavelli non si sia mai dedicato al teatro.
Ancora oggi, però, quando si parla di "machiavellismo" si intende, non proprio giustamente, una tattica politica che cerca, senza rispettare la morale, di ingrandire il proprio potere ed il proprio benessere, da cui il famoso motto (che pare Machiavelli non avesse mai pronunciato), "il fine giustifica i mezzi".

mercoledì 22 ottobre 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi



Buongiorno, oggi è il 22 ottobre.

Il 22 ottobre 1441 ha luogo a Firenze il certame coronario.

Il Certame coronario fu una gara di poesia in lingua volgare ideata nel 1441 a Firenze da Leon Battista Alberti, con il patrocinio di Piero de’ Medici.

L’intenzione era quella di dimostrare come il volgare avesse piena dignità letteraria e potesse trattare anche gli argomenti più elevati, in un periodo che assisteva, col fiorire dell’Umanesimo, ad una forte ripresa dell’uso del latino. Alla gara, che aveva come premio una corona d’alloro in argento (da ciò il nome), parteciparono sia noti letterati dell’epoca sia rimatori popolari, che dovettero comporre testi sul tema “la vera amicizia“. Si svolse il 22 ottobre 1441 nella cattedrale di Santa Maria del Fiore e vi assistette un pubblico numeroso, nonché un gruppo di autorità civili e religiose della città.

Il premio non venne assegnato a nessuno dei poeti dicitori perché le opere non vennero ritenute degne, ma fu consegnato dai dieci segretari apostoloci di Eugenio IV, come si può desumere dal codice Palatino 215 della Biblioteca Nazionale di Firenze, alla chiesa dove si era svolta la gara.

Il fatto che la corona non venisse assegnata ad alcuno dei poeti in gara testimonia come la riabilitazione del volgare non fosse ancora del tutto matura; tuttavia il Certame coronario è indizio di una tendenza ormai in atto e irreversibile. Secondo Parronchi, che riprese una conferenza di Lanyi (1940), nell’occasione potrebbe essere stata donata al mecenate Medici la statua del David di Donatello come ringraziamento.

Nella seconda metà del secolo la ripresa letteraria del volgare avvenne in primo luogo a Firenze: e non c’è da meravigliarsi, poiché a Firenze la letteratura volgare aveva una tradizione illustre e prestigiosa, che poteva vantare veri e propri classici, come Dante, Petrarca e Boccaccio. Proprio a questa tradizione i poeti della cerchia medicea, Lorenzo il Magnifico in testa, si rifanno in cerca di modelli.

Un documento prezioso di questa attenzione alla tradizione volgare è la cosiddetta Raccolta Aragonese, un’antologia dei primi secoli della poesia toscana inviata nel 1476 da Lorenzo de’ Medici in dono a Federico d’Aragona. La lettera che funge da prefazione è firmata da Lorenzo, ma è quasi sicuramente di Angelo Poliziano. Oltre che a Firenze, però, il volgare riacquista dignità letteraria a Ferrara con Matteo Maria Boiardo e Pietro Bembo, a Napoli con Jacopo Sannazaro, Masuccio Salernitano e i poeti petrarchisti.

La ripresa del volgare è accompagnata anche dal ritorno a generi letterari consolidati come la lirica amorosa di ascendenza petrarchista, la narrativa cavalleresca di origine romanza, la novella boccacciana.

giovedì 4 settembre 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 4 settembre.

Il 4 settembre 1260 fu combattuta la celebre Battaglia di Montaperti.

Il colle di Montaperti, pochi chilometri a sud est di Siena, rimane famoso per la cruenta battaglia che si svolse nella piana antistante fra Guelfi fiorentini e Ghibellini senesi il 4 settembre 1260.

Le truppe fiorentine giunsero da nord attraverso le Colline del Chianti il 2 settembre e si accamparono sulle alture cretacee di Monselvoli e del Paradiso, nei dintorni di Pievasciana. La marcia del loro esercito, composto da circa 35.000 uomini e dalle necessarie salmerie, aveva seguito il corso del torrente Arbia la cui valle garantiva un tragitto più pianeggiante e assicurava un facile approvvigionamento idrico.

L’esercito di Siena, al comando di Provenzano Salvani, composto da 20.000 uomini fra cui 800 cavalieri inviati dall’imperatore Manfredi e i fuoriusciti ghibellini scacciati da Firenze come Farinata degli Uberti, si accampò di rimpetto al nemico sulle colline di Ropole e di Mociano.

All’alba del 4 settembre i due eserciti si scontrarono; la battaglia procedette a fasi alterne fino al pomeriggio quando si racconta che ne causarono la rotta il tradimento di Bocca degli Abati, uno dei capi fiorentini, che avvicinatosi a Jacopo de’Pazzi, portastendardo fiorentino, gli tagliò di netto la mano con un colpo di spada facendo precipitare a terra l’insegna e causando scompiglio nell’esercito, insieme alla contemporanea carica della cavalleria imperiale contro il fianco dello schieramento guelfo.

Da questo momento iniziò il massacro che fece l’Arbia colorato in rosso, i senesi si scagliarono sui fiorentini in fuga con l’intenzione di non fare prigionieri. La strage continuò fino al calar del sole quando gli ultimi superstiti rifugiatisi sul colle di Montaperti furono fatti prigionieri e successivamente incarcerati a Siena e liberati molti mesi dopo dietro compenso di pesanti riscatti. Il campo guelfo fu messo al sacco: furono catturati 9000 cavalli e 9000 tra buoi ed animali da soma; furono prese bandiere e stendardi, tra le quali il gonfalone di Firenze che fu attaccato alla coda di un asino e trascinato nella polvere. Le perdite dei guelfi furono di circa 10.000 morti e circa 15.000 i prigionieri di cui rispettivamente 2500 e 1500 fiorentini. I ghibellini persero 600 uomini con 400 feriti. In città i festeggiamenti durarono per giorni e furono fatti sfilare tutti i prigionieri catturati nel corso della battaglia.

L’epico scontro dette origine a varie leggende. In una si esaltava l’astuzia dei senesi che, essendo le truppe ghibelline numericamente assai inferiori a quelle guelfe, escogitarono un trucco per abbattere il morale dei nemici: giunti in prossimità del luogo dove erano accampati i fiorentini fecero sfilare il proprio esercito per tre volte davanti all’esercito guelfo, cambiando ogni volta i vestiti con i colori dei terzi di Siena cercando di far credere agli avversari che le proprie forze fossero tre volte più numerose di quello che erano in realtà.

In un’altra veniva esaltata la pietà di Usilla, una vivandiera senese, che mossa a compassione salvò 36 fiorentini scampandoli da morte sicura. La storia è legata all’esistenza di un tunnel sotterraneo sulla sommità della collina sotto il cippo piramidale eretto alla fine dell’Ottocento in ricordo della battaglia:  alla base di quest’ultimo si apre un tunnel che anticamente pare sbucasse oltre i torrenti Malena e Biena. La donna avrebbe condotto i 36 soldati ghibellini attraverso il tunnel senza farli passare dal campo di battaglia e poi si dice che si fosse diretta verso Siena fingendo che fossero servi al suo servizio, per poi liberarli prima dell’ingresso in città.

La leggenda della Martinella, la campana che si trovava in uno dei tanti carrocci fiorentini, narra che  un’umile treccola, ovvero una cenciaiola al seguito delle truppe senesi, dopo la battaglia si recò sul campo a raccogliere vestiti, armature e quanto altro che riusciva a trovare. Finita la battaglia, la donna, fra i tanti oggetti abbandonati trovò la Martinella, la caricò sul suo asino e la portò via con sé insieme a venti soldati delle truppe fiorentine che, pur di non essere catturati ed uccisi dai senesi, si fecero passare per servi che, legati dietro all’asino della donna, sfuggirono la mala sorte.

La treccola entrata a Siena donò la Martinella alla Compagnia di San Giovanni in Pantaneto e ancora oggi essa si trova esposta nel museo della Contrada del Leocorno.

E ancora.

Di fronte al Colle di Montaperti si trova un altro piccolo colle dal nome singolare: Costa dei Berci.

Nella fantasia popolare il nome racchiude due possibili interpretazioni che non si escludono a vicenda. Secondo la prima il termine Berci sarebbe una contrazione di Astimbergh, riferibile al comandante della cavalleria imperiale, il cavaliere tedesco Gualtieri di Astimbergh appunto, che da quel luogo fece partire la carica della cavalleria contro il fianco dell’esercito guelfo decidendo le sorti della battaglia.

L’altra possibile interpretazione è legata al massacro che ne seguì durante il quale si udirono urla strazianti e terribili delle vittime, i “berci” appunto.

Dall’altra parte del campo di battaglia si racconta che l’allora comandante delle milizie fiorentine avesse ricevuto una profezia secondo la quale sarebbe morto tra il bene e il male. Arrivato al luogo dell’ accampamento, situato tra la Biena e la Malena, associò immediatamente il nome dei due fiumi, probabilmente per assonanza con bene e male, alla sorte che gli era stata predetta. In effetti morì in quella battaglia privo della giusta motivazione e tremendamente impaurito e incapace di controllare il suo esercito. La tradizione popolare vuole che l’anima di questo capitano sia ancora impegnata a scampare alla morte e c’è chi racconta di aver udito, nelle notti di plenilunio, il rumore degli zoccoli di un cavallo e di aver scorto tra i cipressi la sagoma bianca di un cavaliere.

Nella "Divina Commedia", Dante non descrive direttamente la battaglia di Montaperti, ma la menziona in due punti cruciali, utilizzando perifrasi per indicare la sanguinosa sconfitta dei guelfi fiorentini ad opera dei ghibellini senesi. In particolare, nel X canto dell'Inferno, durante l'incontro con Farinata degli Uberti, Dante fa riferimento allo "strazio e 'l grande scempio" che fece l'Arbia colorata in rosso, metafora del sangue versato durante la battaglia. 

Ecco come Dante utilizza la battaglia di Montaperti nella sua opera: 

Canto X dell'Inferno:

Dante incontra Farinata degli Uberti, un capo ghibellino fiorentino, e lo colloca nel sesto cerchio dell'Inferno, tra gli eresiarchi. Qui, Farinata fa riferimento alla battaglia, ricordando la vittoria ghibellina e il tradimento di Bocca degli Abati, che tagliò la mano del vessillifero guelfo, causando la rotta dei fiorentini.

Canto XXXII dell'Inferno:

In questo canto, Dante colloca Bocca degli Abati, il traditore di Montaperti, nel nono cerchio dell'Inferno, tra i traditori della patria, a testimonianza della gravità del tradimento e del suo impatto sulla sconfitta fiorentina.

La battaglia di Montaperti, quindi, non è narrata in dettaglio da Dante, ma è presente come sfondo storico e come simbolo della corruzione politica e del tradimento, che sono temi ricorrenti nella sua opera. 

martedì 27 maggio 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

 

Buongiorno, oggi è il 27 maggio.

Il 27 maggio 1993, a Firenze in via dei Georgofili, una bomba esplode e compie una strage.

Persero la vita in cinque in quella notte tra il 26 e il 27 maggio del 1993: Angela Fiume e Fabrizio Nencioni, le loro figlie Nadia e Caterina di nove anni e due mesi, lo studente di architettura Dario Capolicchio di Sarzana. Ma la bomba provocò anche quarantuno feriti, sventrò la torre dove ha sede l'Accademia dei Georgofili, causò ingenti danni al museo degli Uffizi, a Palazzo Vecchio, alla chiesa di S. Stefano, al Ponte Vecchio e alle abitazioni tutt'attorno, lasciando moltissime famiglie senza un tetto. A ordinare la strage, come altre bombe che esplosero nello stesso anno a Roma e Milano, fu Cosa Nostra, che voleva così condizionare il funzionamento degli istituti democratici e lo svolgimento della vita civile del paese. A Firenze, come nel resto d'Italia, la risposta fu compatta e la condanna ferma e senza possibilità di appello.

Le indagini ricostruirono l'esecuzione della strage di via dei Georgofili in base alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Pietro Carra, Vincenzo e Giuseppe Ferro, Salvatore Grigoli, Antonio Calvaruso, Pietro Romeo e Vincenzo Sinacori. Nel 1998 Giuseppe Barranca, Gaspare Spatuzza, Cosimo Lo Nigro, Francesco Giuliano, Giorgio Pizzo, Gioacchino Calabrò, Vincenzo Ferro, Pietro Carra e Antonino Mangano vennero riconosciuti come esecutori materiali della strage nella sentenza per le stragi del 1993.

Nel 2008 Spatuzza iniziò a collaborare con la giustizia e confermò le sue responsabilità nell'attentato di via dei Georgofili: in particolare, Spatuzza dichiarò che la strage venne pianificata durante una riunione in cui erano presenti lui, Barranca e Giuliano insieme ai boss Giuseppe Graviano, Matteo Messina Denaro e Francesco Tagliavia (capo della Famiglia di Corso dei Mille), i quali decisero l'obiettivo da colpire attraverso dépliant turistici; inoltre Tagliavia finanziò anche la "trasferta" a Firenze per compiere l'attentato. In seguito alle dichiarazioni di Spatuzza, nel 2011 la Corte d'assise di Firenze condannò Tagliavia all'ergastolo.

Sempre sulla base delle dichiarazioni di Spatuzza, nel 2012 la Procura di Firenze dispose l'arresto del pescatore Cosimo D'Amato, cugino di Cosimo Lo Nigro, il quale era accusato di aver fornito l'esplosivo, estratto da residuati bellici recuperati in mare, che venne utilizzato in tutti gli attentati del 1992-1993, compresa la strage di via dei Georgofili. Nel 2013 D'Amato venne condannato all'ergastolo con il rito abbreviato dal giudice dell'udienza preliminare di Firenze. Sempre nel 2013 l'Associazione tra i familiari delle vittime della Strage di via dei Georgofili, presieduta da Giovanna Maggiani Chelli, è ammessa come parte civile al processo sulla Trattativa Stato-mafia ed è rappresentata da Danilo Ammannato in qualità di avvocato. Il 20 maggio del 2016, da alcuni stralci delle motivazioni depositate dalla seconda Corte d’Assise di Appello di Firenze nel processo contro Tagliavia, si evince che “Lo Stato – avviò una trattativa con Cosa nostra”, che “indubbiamente ci fu e venne quantomeno inizialmente impostata su un do ut des” per interrompere la strategia stragista di Cosa nostra. E “l'iniziativa - precisano - fu assunta da rappresentanti dello Stato e non dagli uomini di mafia”.

A Corleone, il 17 novembre 2018, è stato inaugurato l'asilo nido comunale ristrutturato e intitolato alla memoria di Caterina e Nadia Nencioni.

sabato 12 aprile 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 12 aprile.

Il 12 aprile 1334 Giotto viene nominato capomastro del duomo di Firenze.

Giotto da Bondone, meglio noto semplicemente come Giotto, nasce probabilmente nell'anno 1267, a Colle di Vespignano, presso Vicchio, nel Mugello. Pittore, architetto, scultore, è una delle massime figure dell'arte non solo italiana, ma dell'intero Occidente. E' ricordato per aver dato un senso del tutto nuovo ai concetti di colore, spazio e volume, "riprendendo" e immortalando i suoi soggetti direttamente dalla realtà, "dal naturale", come si diceva un tempo. La sua arte segna il passaggio dal Medioevo all'Umanesimo, di cui può ben dirsi il traghettatore, almeno per tutto quanto attiene l'arte figurativa.

Uomo d'affari ed imprenditore, il suo nome è legato alla città di Firenze, di cui diviene, nel 1334, "Magistrum et gubernatorem", per quanto riguarda il lavori del duomo e delle parti più importanti della città.

Di famiglia contadina, il suo nome deriverebbe con ogni probabilità da Angiolotto, o al limite da Ambrogiotto, due nomi all'epoca molto usati. Suo padre è Bondone di Angiolino, lavoratore della terra, secondo le cronache dell'epoca. Prendendo per buona la testimonianza di un grande storico dell'arte come Giorgio Vasari, l'allora maestro Cimabue l'avrebbe scovato, ragazzino, nel tentativo di disegnare delle pecore, durante una delle sue giornate di lavoro al campo. In verità, appare ormai certa l'iscrizione del futuro artista nella potente "Arte della lana di Firenze", dopo l'inurbamento della sua famiglia, di cui si attesta la venuta nella parrocchia di Santa Maria Novella.

Ad ogni modo, intorno ai dieci anni, il piccolo Giotto comincia già a frequentare la bottega di Cimabue, dove di lì a poco suo padre finirà per collocarlo in pianta stabile.

Tra il 1285 e il 1288, è molto probabile che l'artista, durante i suoi studi, abbia soggiornato per la prima volta a Roma, forse al seguito del suo maestro Cimabue o, come scrivono alcune cronache, insieme con Arnolfo da Cambio, altra figura importante a quel tempo.

L'influenza di Cimabue è evidente in quelle che sono considerate le prime opere dell'allievo: la "Croce dipinta" di Santa Maria Novella, compiuta tra il 1290 e il 1295, con il volto del Cristo dai lineamenti tardo bizantini, e nella "Madonna col bambino", conservata nella pieve di Borgo San Lorenzo, databile anch'essa intorno al 1290.

In questo stesso periodo, Giotto sposa tale Ciuta, da Ricevuta, di Lapo del Pela di Firenze. La data di nozze con tutta probabilità dovrebbe essere il 1290, ma non ci sono certezze in merito. Con la donna il pittore avrà otto figli, anche se alcune cronache gliene attribuiscono cinque (quattro femmine e un maschio).

Verso il 1300, dopo alcuni probabili pernottamenti anche ad Assisi, Giotto fa ritorno a Firenze. Realizza nell'arco di un biennio le opere "Il polittico di Badia" e la tavola firmata con le "Stigmate di San Francesco". Frequenti sono i suoi ritorni nella capitale, dove attende ai lavori del ciclo papale nella Basilica di San Giovanni in Laterano, oltre ad occuparsi di altre decorazioni, preparando la città ad accogliere il Giubileo del 1300, indetto da Papa Bonifacio VIII. È, forse, uno dei periodi di massimo splendore e slancio artistico per il pittore toscano.

Dal 1303 al 1305 è a Padova, chiamato a realizzare l'affresco della cappella di Enrico Scrovegni. La "chiamata" ricevuta al Nord, testimonia la grande considerazione che gode a quel tempo l'artista, considerato ormai nettamente superiore al suo maestro Cimabue. Come dirà lo stesso Dante Alighieri nella "Divina Commedia": "Ora Giotto ha il grido".

Intorno al 1311, ritornato a Firenze, dipinge una delle opere più importanti della sua carriera di artista: la "Maestà" degli Uffizi. Collocata originariamente nella chiesa fiorentina di Ognissanti, l'opera esprime tutta la grande modernità dell'artista, in procinto di stabilire un nuovissimo rapporto con lo spazio, come testimonia la prospettiva del trono.

Tra il 1313 e il 1315 cerca di assicurarsi alcuni affari importanti, come certi appezzamenti di terreno da un tale ser Grimaldo, di cui si lamenta in alcune lettere, o nominando un procuratore per riavere delle masserizie lasciate nella capitale anni prima, non ancora ritornate all'ovile. Dipinge intanto, probabilmente entro il 1322, la Cappella Peruzzi, sita in Santa Croce a Firenze. È ormai un uomo ricco, non vi sono dubbi su questo, che cura con astuzia le proprie finanze e che, nei momenti di assenza dalla sua città, affida al figlio Francesco il compito di gestire i suoi affari, dai poderi alle committenze di lavoro.

Tra il 1322 e il 1328 inoltre realizza il Polittico Stefaneschi alla Pinacoteca Vaticana, Il Polittico Baroncelli e l'affresco a secco delle "Storie Francescane" della Cappella Bardi, sita in Santa Croce, sempre a Firenze. Il lavoro per Baroncelli rappresenta una vera e propria testimonianza di vita trecentesca ed è notevole: una delle sue migliori realizzazioni. Quello per la famiglia Bardi, banchieri importanti della città, consta di sette riquadri, incentrati su alcune scene tratte dalla vita di San Francesco.

Nello stesso 1328 Giotto si trasferisce nella città di Napoli. Durante questo periodo compie diversi studi e lavori, percependo da Roberto d'Angiò una somma di denaro importante, oltre al beneficio dell'esenzione fiscale. Tuttavia, del periodo napoletano non rimane nulla. Intorno al 1333 Giotto soggiorna anche a Bologna, di ritorno dal Meridione. Nel 1334, a Firenze, ove rientra, le autorità cittadine lo nominano capomastro nell'Opera di Santa Maria del Fiore, oltre che Soprintendente assoluto alle opere del Comune. In pratica, gli viene affidato il Duomo fiorentino, oltre che la costruzione delle mura della città, con uno stipendio di circa cento fiorini all'anno.

Il 18 luglio del 1334, dà inizio al campanile da lui disegnato, che prenderà il suo stesso nome, per quanto la realizzazione finale non risponderà fedelmente ai suoi voleri iniziali. Il giorno 8 gennaio del 1337 Giotto muore a Firenze: viene sepolto con grandi onori in Santa Reparata (Santa Maria del Fiore), a spese comunali.


martedì 25 marzo 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 25 marzo.

Il 25 marzo 1436 Papa Eugenio IV consacra la Basilica di Santa Maria del Fiore, a Firenze.

Santa Maria del Fiore, la cui costruzione fu progettata da Arnolfo di Cambio, è la terza chiesa del mondo (dopo San Pietro a Roma, San Paolo a Londra) e la più grande in Europa al momento della sua ultimazione nel '400: è lunga 153 metri, larga 90 alla crociera ed alta 90 metri dal pavimento all'apertura della lanterna. Essa, terza e ultima cattedrale fiorentina, fu intitolata nel 1412 a Santa Maria del Fiore con chiara allusione al giglio, simbolo della città.

Sorse sopra la seconda cattedrale, che la Firenze paleocristiana aveva dedicato a Santa Reparata.

Le notevoli diversità di stile rivelate nelle sue parti sono la testimonianza del variare del gusto nel lungo periodo trascorso fra la sua fondazione ed il completamento.

La prima pietra della facciata venne posta l'8 settembre 1296, su progetto di Arnolfo di Cambio. Egli lavorò per il Duomo dal 1296 al 1302. Ideò una basilica dagli spazi classici, con tre ampie navate che confluivano nel vasto coro dove è posto l'altare maggiore, a sua volta circondato dalle tribune su cui poi si innesterà la Cupola.

Il progetto di Arnolfo era notevolmente diverso dalla struttura attuale della chiesa, come è possibile notare dall'esterno. Sui fianchi dell'edificio, infatti, a nord e a sud, notiamo che le prime quattro finestre sono più basse, più strette e più ravvicinate di quelle verso est, le quali corrispondono, invece, all'ampliamento operato da Francesco Talenti, capomastro a partire dalla metà del '300.

Arnolfo arriva a finire due campate e metà della nuova facciata. Le sue sculture saranno tolte e spostate nel Museo Storico dell'Opera nel 1586, poiché il Granduca Francesco I de' Medici decise di costruire una nuova facciata.

Alla morte d'Arnolfo, avvenuta intorno al 1310, i lavori subirono un rallentamento, per riprendere certamente nel 1331 quando i magistrati dell'Arte della Lana si assunsero la cura della costruzione. Nel 1334 fu nominato capomastro dell'Opera Giotto che si occupò prevalentemente della costruzione del campanile e morì tre anni dopo. A Giotto subentrò Andrea Pisano fino al 1348, anno della terribile peste che decimò la popolazione cittadina da 90.000 a 45.000 abitanti.

I lavori proseguirono fra interruzioni e riprese fino a quando, in seguito al concorso bandito nel 1367, fu accettato il modello definitivo della chiesa proposto da quattro architetti e quattro pittori, tra i quali Andrea di Bonaiuto, Benci e Andrea di Cione, Taddeo Gaddi e Neri di Fioravante.

Dal 1349 al '59 la direzione tocca a Francesco Talenti, che completa il Campanile e prepara un nuovo progetto coadiuvato (dal 1360 al '69) da Giovanni di Lapo Ghini. Nel 1378 fu ultimata la volta della navata centrale, e nel 1380 furono terminate le navate minori. Tra il 1380 ed il 1421 furono costruite le tribune e forse anche il tamburo della Cupola.

All'esterno proseguirono i lavori di rivestimento in marmo e la decorazione degli ingressi laterali, fra cui la Porta dei Canonici (a sud) e la Porta della Mandorla (a nord), coronata dal rilievo con l'Assunta (1414-1421), opera raffinata di Nanni di Banco.

Eleganti anche le altre due porte: quella del Campanile (a sud), nella seconda campata, con rilievi della scuola di Andrea Pisano e la porta della Balla (a nord), il cui nome deriva dall'antica apertura sulle mura fiorentine in Via dei Servi (Borgo di Balla), in cui si trovavano i tiratoi dell'Arte della Lana.

La parte absidale chiude dignitosamente la Cattedrale con tre grandi tribune con bifore gotiche. Quattro esedre, o tribune morte, decorano la base del tamburo.

Nell'Ottocento, una serie di interventi, - tra i più importanti ricordiamo le nuove cantorie di Santa Maria del Fiore e la semplificazione del coro bandinelliano, che venne privato dell'intera sovrastruttura a colonne e delle statue sull'altare - completarono la Cattedrale. L'opera più impegnativa in assoluto fu comunque la facciata del Duomo, eseguita da Emilio De Fabris e collaboratori tra il 1871 e 1884 che aspirava a riprodurre il decorativismo fiorentino del '300, riscontrabile nel Campanile e sulle porte laterali della Cattedrale.

mercoledì 7 agosto 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 7 agosto.
Il 7 agosto 1420 inizia a Firenze la costruzione della cupola del Brunelleschi.
Costituita da due calotte di forma ogivale tra loro collegate, la Cupola ottagonale fu voltata dal 1418 al 1434 secondo il progetto di Filippo Brunelleschi, presentato ad un concorso nel 1418 ed accettato dopo molti contrasti nel 1420.
Un capolavoro capace di resistere ai fulmini, ai terremoti, al passare dei secoli, che oggi incanta chiunque lo osservi da lontano, la Cupola ha un diametro di 45,5 metri.
Nel 1418 l'Opera di Santa Maria del Fiore bandisce il concorso che Brunelleschi vince, ma solo due anni dopo i lavori avranno inizio e dureranno fino al 1434.
Il 25 marzo del 1436 la Cattedrale fiorentina viene consacrata da Papa Eugenio IV.
L'innovazione mirabile del Brunelleschi fu quella di voltare la Cupola senza armature, grazie all'uso di una doppia volta con intercapedine, di cui l'interna (spessa oltre due metri) realizzata con conci a spina di pesce, aveva una funzione strutturale essendo autoportante e quella esterna solo di copertura. Svetta sulla Cupola la lanterna con copertura a cono, su disegno del Brunelleschi, che fu realizzata dopo la morte dell'artista (1446) e la palla di rame dorato con la croce, contenente reliquie sacre, opera d'Andrea del Verrocchio, che vi fu collocata nel 1466
La decorazione ad affresco della Cupola del Brunelleschi fu realizzata tra il 1572 ed il 1579 da Giorgio Vasari e Federico Zuccari, e presenta lo stesso tema iconografico del Battistero: il Giudizio Universale. Gli affreschi della cupola sono stati oggetto di un restauro globale tra il 1978 ed il 1994.
"Chi mai sì duro o sì invido non lodasse Pippo architetto vedendo qui struttura sì grande, erta sopra e cieli, ampla da coprire con sua ombra tutti e popoli toscani, fatta sanza alcuno aiuto di travamenti o di copia di legname, quale artificio certo, se io ben iudico, come a questi tempi era incredibile potersi, così forse appresso gli antichi fu non saputo né conosciuto?"
(Leon Battista Alberti, De Pictura, Prologo)

lunedì 5 agosto 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #Mariobattacchi



Buongiorno, oggi è il 5 agosto.
Il 5 agosto 1944 si ebbe la "strage di Castello".
Firenze, 5 agosto 1944: l’ora della liberazione della città si avvicina inesorabile. Le truppe di occupazione tedesche, esauste e abbrutite per i pesanti combattimenti sostenuti fino allora, sono ormai consapevoli che la guerra in Italia è perduta. Alle nove di quel sabato sera, sette soldati tedeschi si recano in via Vittorio Locchi a Castello. Bussano alla porta di Anna Pieri e chiedono del vino alla donna. Questa risponde di non averne e li invita ad andarsene. Ma quelli chiedono dove sia suo marito. La donna spiega che è morto combattendo per Mussolini, in realtà era morto prima della guerra. I tedeschi entrano di forza nella casa: qui ci sono suo fratello con moglie e figli, più sua cugina, Maria Omaralgi. I militari chiudono tutti i presenti in stanze diverse ad eccezione di Anna e Maria. Questa è portata in una stanza da un soldato, ma non è in salute: ha problemi ai polmoni, perciò non viene toccata. In sei tentano di violentare Anna, mentre uno prende le difese della donna invano. Lei reagisce a calci e morsi tentando l’estrema difesa, mentre quegli animali le strappano i vestiti di dosso. Vengono estratte le pistole dalle fondine, uno impugna la baionetta e la mette alla gola della donna, dicendo: "Dacci la fica o ti ammazziamo!" Anna replica decisa: "Preferirei che mi ammazzassi!" Nella concitazione del momento parte un colpo di pistola: il proiettile trapassa la manica del vestito di Anna, all’altezza del gomito. Lei perde i sensi. Quando si riprende, fa finta di essere ancora svenuta e vede i soldati intenti a bendare il braccio destro di un camerata. Quindi, dopo aver liberato le persone chiuse nelle stanze, i tedeschi lasciano la casa. Poco dopo due soldati entrano al numero 10 di via Giuliano Ricci, sede del comando tedesco. Uno è ferito al braccio destro. Nell’ufficio è presente Giorgio Pipoli, un civile che fa da interprete per i tedeschi. Il ferito dichiara all’ufficiale che un italiano gli ha sparato in strada, tra Firenze e Castello. L’ufficiale va in un’altra stanza a telefonare. Quando torna dice: "Ho telefonato al comandante e mi ha detto di procedere nel posto dove il soldato è stato ferito e di uccidere dieci italiani". A dare l’ordine deve essere stato il capitano Kuhne, del comando di villa Petraia. La verità è taciuta dal militare ferito, perché se rivelata la pena prevista per lui è la morte per impiccagione. Così il pagamento del prezzo di una vile menzogna viene imposto alla popolazione civile. Alla giusta pena per il suo perverso comportamento quel soldato tedesco ha preferito condannare degli innocenti. 
Così alle 22:20 circa due, trecento abitanti di Castello rifugiatisi nell’Istituto Chimico Farmaceutico Militare in via Reginaldo Giuliani, sentono delle esplosioni all’esterno provenienti dalla parte del cancello dello stabilimento. Silvano Fiorini di diciannove anni, un ex marinaio che si trova all’interno, va alla porta: irrompono alcuni soldati tedeschi. Inizia a discutere con loro, lo colpiscono ma lui continua a urlare fin quando uno di loro gli spara in bocca: il proiettile esce dal retro della testa. Questo ragazzo è la prima vittima di quell’azione. Segue un lancio di bombe lacrimogene che crea il caos nello scantinato. I tedeschi ordinano agli uomini di uscire. Qualcuno tenta la fuga: Beppino Mazzola, di ventisette anni, raggiunto da un colpo alla schiena muore poco dopo. Un gruppo di uomini viene subito messo al muro nel cortile dell’Istituto e qui fucilato, in ossequio alla regola: dieci italiani per ogni tedesco ucciso. Regola peraltro disattesa nella circostanza, in quanto cadono in dodici: dieci fucilati, più il Fiorini e Beppino Mazzola. Ecco i nomi degli altri dieci assassinati per mano tedesca: lacomelli Francesco, Tiezzi Tullio, Biondo Giorgio, Lippi Mario, Nardi Vittorio, Bracciotti Ugo, Graniti Francesco, Bartoli Aldo, Uvale Attilio, Lepri Michele. Due delle vittime erano partigiani. L’indagine condotta sul campo dal sergente Thomas Smedley, della 78a sezione del SIB (British Special Investigation Branch) e terminata il 18 giugno 1945, si conclude con l’accertamento della responsabilità del crimine a carico degli uomini del 1 Para Eng Bn. 4, nelle persone del maggiore Grundman (comandante del/Para Regt 10) e dei capitano Kuhne (comandante 1 Para Eng Bn e 1 Para Regt 10). Unico motivo della rappresaglia: il ferimento di un soldato tedesco da parte di un italiano per la strada.
La firma del crimine fu quella dei paracadutisti tedeschi del battaglione genieri acquartierati presso numerose case a Castello, con comandi e sottocomandi a Villa Pollaiola, Villa Petraia, via Giuliano Ricci 10, via del Sodo 6. Soldati del 1 Para Eng. Batt. furono direttamente implicati nella strage, benché nessun nome di essi sia mai venuto fuori, ad eccezione di quelli dei due ufficiali comandanti che comunque non presero parte direttamente all’azione, comandata a quanto appreso dalle testimonianze raccolte nel libro 5 agosto 1944, la strage di Castello, da un sergente maggiore.

giovedì 9 maggio 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 9 maggio.
Il 9 maggio 1938 Hitler e Mussolini si incontrano a Firenze.
Il treno di Hitler giunse a Firenze nel primo pomeriggio del nove maggio 1938 proveniente da Roma. Al binario sedici,  addobbato con fiori, bandiere, grandi stemmi sabaudi e fasci littori dorati, c’erano ad attenderlo Benito Mussolini, i ministri Ciano, Starace e Bottai, nonché tutte le maggiori autorità cittadine, i gerarchi del regime e una guida ‘turistica’ d’eccezione: Ranuccio Bianchi Bandinelli.
 Al momento dell’arrivo, mentre la banda cittadina intonava il Deutschland über alles, la Marcia Reale e Giovinezza, il cielo fu attraversato da una rombante squadriglia di caccia. Fuori da Santa  Maria Novella, lungo le vie che sarebbero state percorse dall’automobile scoperta dei due capi di Stato, erano in trepidante attesa trecentocinquantamila persone provenienti da tutte le province della Toscana. La giornata era stata dichiarata festiva in tutta la regione, il tempo era bello, l’organizzazione risultava minuziosa. Sotto l’alto controllo esercitato, da Roma, da Alessandro Pavolini, e a Firenze dal podestà Venerosi Pesciolini, era stata messa in piedi una poderosa macchina propagandistica per realizzare l’evento,  predisporre gli allestimenti ed abbellire la città. In Comune era stato creato un apposito ufficio festeggiamenti, mentre decine tra architetti, fotografi e giovani artisti – quasi tutti provenienti dall’Istituto d’Arte – avevano lavorato freneticamente alle scenografie sotto la guida di Giorgio Venturini, allora direttore del Teatro Sperimentale dei Guf di Via Laura. Così, per alcuni mesi la città era stata trasformata in un grande cantiere per via dei rifacimenti di facciate, strade, marciapiedi, spallette dei ponti; l’illuminazione delle strade era stata rinnovata, le vetrine dei negozi tirate a lucido. Al termine il bilancio delle spese fu assai cospicuo e dai 13-15 milioni di lire inizialmente previsti, ne furono sborsati almeno 19, fatto questo che creò al Comune, nei mesi che seguirono, una pesante condizione debitoria. Il centro della città tuttavia risultò profondamente trasformato, gli apparati effimeri avevano creato situazioni scenografiche inusitate con un continuo alternarsi di prospettive nuove, di emergenze monumentali – vere o ricreate in cartapesta – di geometrie alterate, di studiate sonorità e giochi di luci.
Proprio all’uscita della Palazzina Reale era stata realizzata, per esempio, una tribuna a gradoni lunga trecento metri e sormontata da un’alta spalliera verde. Da lì doveva infatti partire il corteo che avrebbe dovuto attraversare tutto il centro cittadino per recarsi a Palazzo Pitti, a Santa Croce, Boboli, Palazzo Vecchio, Palazzo Medici Riccardi e, infine, al Teatro Comunale. Via Panzani era stata decorata secondo il modello della galleria con gli striscioni bianchi con il giglio rosso di Firenze, il simbolo del saluto della città all’ospite. Poi, a seguire, in via dei Cerretani erano stati disposti i simboli della grande Germania hitleriana, mentre quelli delle antiche corporazioni della Repubblica facevano mostra di sé in via Calzaioli, più in là, dalle finestre dei palazzi di via Strozzi erano stati fatti pendere arazzi pregiati e insegne gentilizie. Lungo tutto l’itinerario era un susseguirsi di bandiere, labari, angoli infiorati, fino a giungere a Pitti dove Hitler si fermò per una breve riposo e dal quale ripartì alle 15.30 per dirigersi al sacrario dei martiri di Santa Croce. Da lì le auto del corteo, dopo  aver attraversato Ponte alle Grazie, salirono al Piazzale Michelangelo, per entrare poi a Boboli da Porta Romana dove attendevano centinaia di figuranti per la messinscena degli antichi ludi toscani: dal pisano gioco del ponte alla aretina giostra del Saracino, dall’antico gioco del calcio fiorentino, al palio senese. Subito dopo prese avvio un rapido giro nelle gallerie di Palazzo Pitti e, passando attraverso il corridoio vasariano, degli Uffizi. Infine in Palazzo Vecchio si tenne un breve incontro con varie personalità politiche, della cultura e dello spettacolo. Firenze, che era l’ultima tappa di un viaggio che aveva prima toccato Roma (capitale del neoproclamato impero) poi Napoli (proiezione militare italiana nel Mediterraneo), doveva mettere in scena e sottolineare il nesso spirituale e culturale tra Italia e Germania e tra i rispettivi loro regimi. Per questo, in una sala degli Uffizi, erano state poste opere d’arte fatte giungere appositamente dalla Germania assieme ad altre di artisti tedeschi già facenti parte delle collezioni cittadine.
Ma fu soprattutto la visita al sacrario dei martiri di Santa Croce ad essere, da questo punto di vista, il  momento più carico di significati. La celebrazione dei martiri della guerra e del fascismo, l’onore tributato qui al sacello di Giovanni Berta, voleva significare che entrambi i movimenti, quello fascista e quello nazista, avevano posto radici grazie al sacrificio e all’eroismo dei primi loro accoliti e militanti. La tappa a Santa Croce fu però indirettamente significativa anche per un’altra ragione: essa fu l’unico momento in cui i due capi di Stato poterono – per così dire – varcare le soglie di una chiesa, seppure nella sua parte sottostante e non dal portone principale. Il Cardinale Elia dalla Costa, infatti, seguendo in modo convinto le disposizioni di Pio XI che, a Roma, aveva fatto chiudere tutti i luoghi di culto e i musei vaticani ritirandosi a Castel Gandolfo – aveva sbarrato anch’egli tutte le chiese fiorentine e chiuso il suo palazzo vescovile. Privati della scenografia forse più ambita di Santa Maria del Fiore, la vera epifania pubblica dei due capi di Stato – a parte i veloci passaggi in auto –  si ebbe solo in piazza Signoria quando era ormai giunta l’ora del tramonto. Qui i due dittatori si mostrarono al pubblico, che si assiepava numeroso, salutando dal balcone di Palazzo Vecchio. Dopo poco ripresero le auto e si diressero a Palazzo Medici Riccardi per la cena di gala, infine, alle nove di sera, si recarono a teatro dove si tenne un concerto in loro onore (musiche del Simon Boccanegra di Verdi eseguite dall’Orchestra Stabile fiorentina diretta da Vittorio Gui) dopo di che la visita volse al termine. Era ormai notte e, nel breve tragitto tra il teatro e la stazione ferroviaria, al margine esterno del parco delle Cascine, furono lanciati fuochi artificiali di saluto. Prima di giungere di nuovo alla stazione le auto passarono un’ultima volta sotto un arco di trionfo disegnato da potenti fasci di luce. Mezzanotte era scoccata da qualche minuto quando il treno di Hitler si mosse alla volta di Berlino. Cinque minuti dopo anche Mussolini salì in vettura per essere ricondotto a Roma.

lunedì 17 luglio 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 17 luglio.
Il 17 luglio 1944 a Firenze alcuni militi repubblichini, giunti a bordo di una camionetta, aprono il fuoco sui civili raccolti in piazza Tasso e uccidono cinque persone: il bambino di 8 anni Ivo Poli, Aldo Arditi, Igino Bercigli, Corrado Frittelli e Umberto Peri. L’azione ha verosimilmente un obiettivo dimostrativo contro la popolazione del quartiere di San Frediano, ritenuto a ragione particolarmente ostile al regime e luogo di rifugio per gappisti e militanti antifascisti. La retata provoca vari feriti e si conclude con l’arresto di alcuni sospetti gappisti, che saranno inclusi nel drappello di diciassette uomini fucilati alle Cascine il 23 luglio. Stando alle testimonianze disponibili sono effettuati in quella occasione altri arresti, ma non è chiaro se le persone fermate siano rilasciate o inviate al lavoro coatto in Italia o nel Reich.
A condurre l’azione non sono dunque forze tedesche, ma italiane: si tratta di elementi appartenenti alla cosiddetta banda Carità, ovvero al Reparto servizi speciali, fondato dal seniore Mario Carità nell’autunno 1943 e formalmente inquadrato nella Guardia nazionale repubblicana. La banda aveva in realtà assunto un ruolo autonomo, in stretta connessione con i reparti investigativi tedeschi, e si era macchiata di numerosi crimini nella sua attività repressiva contro i gruppi antifascisti e nella caccia agli ebrei. Dato che Carità ha abbandonato Firenze i primi di luglio alla volta di Padova, è Giuseppe Bernasconi, uno dei suoi più stretti collaboratori, a condurre il rastrellamento di piazza Tasso. Il pluripregiudicato Bernasconi è un esempio di quei militanti della prima ora, posti ai margini durante la fase di normalizzazione del regime, che hanno trovato nuovi spazi di manovra nei mesi della Repubblica Sociale.
Nelle settimane che preparano la liberazione l’intera vita cittadina registra un netto peggioramento, che investe in primo luogo la disponibilità di beni alimentari e l’erogazione dei servizi essenziali.
Mentre le residue autorità della RSI si disarticolano ed i militanti predispongono l’esodo verso il Nord, la condotta delle numerose unità tedesche di passaggio – ma anche delle residue forze repubblichine – è improntata ad una discrezionalità e ad un arbitrio sempre più evidenti. Nell’area fiorentina l’attività repressiva solo in alcuni casi si condensa in vere e proprie stragi, come quella che interessa il padule di Fucecchio il 23 agosto 1944. Cifra distintiva di questo contesto sembra essere soprattutto l’esercizio di una violenza diffusa, puntiforme, che vedrà il suo epilogo nella vicenda dei franchi tiratori. L’eccidio di piazza Tasso è dunque esemplificativo dei numerosi episodi di angherie e soppressioni di civili riconducibili a motivazioni differenziate e attribuibili solo in parte ai reparti tedeschi: dalle esecuzioni di antifascisti o sospetti tali, fino a una serie di eccidi mossi dalla volontà di infliggere l’ultima punizione a una popolazione ritenuta ostile.
La banda Carità sarà processata nel 1951 dalla Corte d’Assise di Lucca e nel 1953 dalla Corte d’assise d’appello di Bologna; il collegio dell’accusa sarà diretto da Piero Calamandrei.
La strage è ricordata da un monumento e da una targa posta all'angolo tra la piazza ed il viale Francesco Petrarca.

lunedì 18 luglio 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 18 luglio.
Il 18 luglio 1334 il vescovo di Firenze benedice la prima pietra posata del nuovo Campanile della Cattedrale, ad opera di Giotto.
Il campanile di Santa Maria del Fiore, uno dei più belli d'Italia, è una geniale (e costosissima) invenzione di Giotto, creata più come monumento decorativo che funzionale. Nel 1334, quando i lavori per la nuova cattedrale languivano ormai da oltre trent'anni, il grande artista viene nominato capomastro della fabbrica con il compito di portarne avanti la costruzione. Ma piuttosto che impegnarsi nella prosecuzione del progetto di Arnolfo per il Duomo, Giotto preferisce idearne uno tutto suo: il campanile. Al nuovo elemento architettonico che va ad arricchire la piazza, il maestro lavora dal 1334 al 1337, anno della sua morte, ma del progetto riesce a vedere realizzata solo la prima zona, quella dove si apre l'ingresso cuspidato. Il suo gusto di pittore lo porta infatti a far procedere il rivestimento esterno in contemporanea con la costruzione, rallentandone l'esecuzione. Marmi bianchi di Carrara, verdi di Prato e rossi di Siena colorano lo spazio e al tempo stesso lo ripartiscono con rigore classico, mentre sui quattro lati compare una "narrazione" figurativa (espressione indispensabile ad un pittore) grazie ad una serie di formelle ottagonali a rilievo eseguite da Andrea Pisano (che nel 1336 aveva terminato la Porta sud del Battistero) su disegni in parte dello stesso Giotto.
Alla sua morte è proprio Andrea che lo sostituisce nell'incarico, rimpiazzato a sua volta nel 1348 da Francesco Talenti, che nel '59 terminerà l'opera e la consegnerà alla città così come la vediamo oggi, con qualche modifica sul progetto giottesco.
La struttura, slanciata ed elegantissima (è alta 84,70 metri per 14,45), ha pianta quadrata ed è sostenuta agli angoli da contrafforti a forma di pilastri poligonali che salgono fino alla sommità. Queste quattro linee verticali, insieme alle quattro orizzontali che lo dividono in cinque piani, danno continuità ad una costruzione passata dalle mani di tre diversi artisti.
Il lavoro fatto da Andrea Pisano, che arriva a concludere i primi due piani, rispetta ancora il progetto giottesco. Prosegue infatti la decorazione esterna a formelle (alcune di Andrea, altre di Luca Della Robbia), ma già nel secondo piano (scandito come il primo in due fasce orizzontali) qualcosa cambia. Ai bassorilievi si sostituiscono sedici nicchie destinate a contenere statue di Profeti, di Sibille e del Battista (che saranno però eseguite fra il 1419 e il 1436). Al di sopra, nella seconda fascia, altre sedici nicchie disegnate dal marmo ma cieche.
Tanto le due serie di formelle a bassorilievo del primo piano (allegorie del lavoro, figure simboliche dei pianeti, delle Virtù, delle arti liberali e dei Sacramenti), quanto le sedici statue del secondo piano sono state sostituite da copie. Gli originali sono oggi nel Museo dell'Opera del Duomo. Fra le statue capolavori di Nanni di Bartolo e di Donatello come il celebre Abacuc (detto dai fiorentini "lo Zuccone" per la sua testa pelata), figura piena di intensa e tormentata spiritualità eseguita fra il 1423 e il '36 insieme al Profeta Geremia.
Gli ultimi tre piani del Campanile sono infine opera di Francesco Talenti, capomastro dal 1348 al '59. Qui le sculture e le massicce lastre di marmo lasciano il posto a enormi finestre verticali che "bucano" le pareti inondando di luce la struttura. Si tratta di doppie bifore (nel terzo e quarto piano) e di una sola trifora (nel quinto) che danno all'insieme una leggerezza ed un'eleganza tipicamente gotica pur senza soffocare l'impressione "classica" dell'insieme. Merito anche della soluzione finale inventata dal Talenti: una grande terrazza molto protesa verso l'esterno che fa da tetto panoramico e sostituisce la consueta cuspide dei campanili gotici. Un disegno conservato a Siena ci mostra come sarebbe stata questa copertura ben più banale.
La tradizione narra che l'imperatore Carlo V d'Asburgo, vedendo il campanile, lo trovasse opera tanto preziosa da meritare di essere conservata sotto una campana di vetro.

mercoledì 13 aprile 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 13 aprile.
Il 13 aprile 1519 nasce a Firenze Caterina De' Medici.
Il destino di Caterina de’ Medici (Firenze, 13 aprile 1519-Castello di Blois 5 gennaio 1589 ) sembra essere già scritto appena i suoi occhi si aprono sul mondo. Caterina, ultima erede di Lorenzo il Magnifico, subisce «il peso e la gloria dei più famosi antenati»: è una pedina nella scacchiera degli interessi politico-economici e di alleanze che caratterizzano l’Europa del XVI secolo.
La sua famiglia, attraverso le ricchezze – accumulate grazie al commercio – e l’abilità politica, era riuscita a intrecciare legami potenti e influenti, così il prozio, papa Clemente VII, per rafforzare la propria posizione, combina il matrimonio tra la nipote ed Enrico, secondogenito del re di Francia Francesco I.
La vita di Caterina è contrassegnata dalla solitudine e dai lutti, dagli intrighi di corte e dalle umiliazioni, dal potere e dalle infamie. Sino al secolo scorso l’immagine storica della regina di Francia era macchiata da molte calunnie: realtà storica e leggende spesso si confondevano con il prevalere delle seconde a discapito della prima. Oggi, invece, il suo spessore di regnante è stato rivalutato, le accuse subite ridimensionate e la sua figura, scevra da racconti falsati, è riabilitata, pur sempre con luci e ombre.
Rimasta orfana appena nata, trascorre la sua infanzia prima a Palazzo Riccardi con la zia Clarice e i cugini Alessandro e Ippolito, per cui prova un profondo affetto, poi nei conventi delle Domenicane di Santa Lucia e delle monache benedettine delle Murate. Infine a Roma, a Palazzo Salviati, presso la zia Lucrezia. Cresciuta senza l’affetto di una famiglia tutta sua, senza il conforto delle parole materne e la forza dell’abbraccio paterno, indossa, per tutta la vita, una “maschera” per non far comprendere a nessuno i suoi veri sentimenti. Ragione per la quale è stata considerata dai suoi detrattori come donna priva di scrupoli e calcolatrice.
A Firenze le si aprono le porte dei più importanti salotti letterari, dove Caterina dimostra, nonostante la sua giovane età, «ricercata istruzione», sapienza, contegno, prontezza e la capacità di integrarsi perfettamente nell’ambiente. È una straordinaria osservatrice, impara ben presto a dosare le parole, a rivolgersi in modo differente rispetto al proprio interlocutore, a comprendere appieno le dinamiche di corte. Sa perfettamente che la sua vita è merce di scambio e non si dispera quando lo zio le cerca marito, perché è convinta che «con l’astuzia e la sagacia si può ottenere un risultato meno spiacevole». Machiavelliana sin nel profondo, durante il suo regno si adopera per volgere le situazioni a proprio vantaggio. Non sempre, però, la buona sorte è dalla sua parte.
A volte le sue decisioni sembrano azzardate, a volte hanno conseguenze devastanti anche per il regno dei Valois. Per esempio il matrimonio della figlia Margherita con il protestante Enrico di Navarra porta alla terribile notte di San Bartolomeo. Ma la decisione nasce dalla speranza di sedare gli animi turbolenti, le lotte di religione, convinta che compromessi e tolleranza siano la giusta soluzione. Dopo la strage, Caterina esce sconfitta e additata – probabilmente a torto – come la principale responsabile. La sua politica si basa sull’instancabile ricerca della concordia.
Nel 1533 sposa Enrico, che, dopo la prematura e improvvisa scomparsa del fratello Francesco II nel 1536, diventa il Delfino di Francia. La vita matrimoniale è complessa e triste.
A Caterina «non manca l’esperienza e la consuetudine con il mondo della politica e dell’aristocrazia» e riesce con il suo comportamento a farsi apprezzare nonostante sia “straniera”. Le sue doti innate, il carattere volitivo, l’intelligenza, la raffinatezza, l’enorme cultura, le buone maniere, l’umiltà le permettono di ingraziarsi il re di Francia Francesco I. Ma tali doti non sono sufficienti a conquistare il cuore del consorte Enrico, da tempo innamorato della bellissima Diana de Poitiers. La relazione palesata ferisce profondamente Caterina, che subisce anche l’onta della “glorificazione degli amanti”, a corte tutti gli artisti elogiano nelle proprie opere l’amore di Enrico e Diana. La situazione è resa insopportabile dalla momentanea incapacità di Caterina di dare un erede al marito (già padre) e rischia pertanto il ripudio. Ulteriore smacco è dato dall’aiuto rivoltole dalla sua eterna rivale, che conduce la regina da un medico che trova il giusto rimedio alla sua sterilità. Infatti in tredici anni dà alla luce dieci figli (Luigi e le gemelle Giovanna e Vittoria non superano il primo anno di vita). La mancanza d’amore e la condivisione del marito con Diana, sono indubbiamente motivo di dolore per Caterina, sofferenza che non mostra mai in pubblico, tuttavia essere la regina ha i suoi vantaggi e lei li sfrutta con «tenacia e astuzia»: ad esempio concede ricompense e posizioni privilegiate ai fiorentini presenti a corte.
Il regno di Caterina dura una ventina di anni durante i quali non le sono risparmiate sofferenze ed umiliazioni, ma con grinta e forza continua la sua strada cercando di proteggere regno e figli. La sua posizione non è semplice, le casse dello stato dopo Francesco I sono vuote, le lotte religiose stanno dividendo la Francia come l’intera Europa, la morte prematura dei sovrani – a partire dal marito Enrico – riaccende le speranze delle fazioni opposte, primi fra tutti i Guisa. Il corpo e l’animo fiaccati, l’abbandonano e, costretta a letto, la sua salute subisce il colpo letale a causa della sconsideratezza compiuta da Enrico III – ordina l’assassinio di Enrico di Guisa, perdendo ogni possibilità di rimanere re di Francia. Il cuore non regge alla consapevolezza della fine imminente del figlio prediletto, l’ultimo sovrano dei Valois. Così, tra insinuazioni e amarezze, tra dolori e preoccupazioni per il futuro del regno, si spegne, nel 1589, la regina italiana, che «in un secolo così difficile, aveva fatto per la Francia più di chiunque altro».
Le spoglie di Caterina sono poste accanto a quelle del marito solo nel 1610… uniti dopo la morte, come non lo furono in vita.

mercoledì 4 novembre 2020

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 4 novembre.
Nelle prime ore del 4 novembre 1966 si compì quella che fu poi chiamata l'alluvione di Firenze.
Nei giorni che precedettero tale data caddero in Toscana un numero di millimetri di pioggia pari a un terzo della media annuale, ingrossando e rompendo gli argini di tutti i fiumi. L'alluvione portò alla morte di 34 persone, ma nella coscienza storica del paese rimase impressa la tragedia, sia pure incruenta, del patrimonio artistico della città: migliaia di volumi, tra cui preziosi manoscritti o rare opere a stampa furono coperti di fango nei magazzini della Biblioteca Nazionale Centrale, e una delle più importanti opere pittoriche di tutti i tempi, il Crocifisso di Cimabue conservato nella Basilica di Santa Croce deve considerarsi, nonostante un commovente restauro, perduto all'80%. La nafta da riscaldamento impresse le tracce del livello raggiunto dalle acque su tanti monumenti; la Porta del Paradiso del Battistero di Firenze fu spalancata dalle acque, e dalle ante sbattute violentemente si staccarono quasi tutte le formelle del Ghiberti. Innumerevoli i danni ai depositi degli Uffizi, ancora non completamente risarciti dopo anni di indefessi restauri, che tra l'altro hanno portato le istituzioni fiorentine per il restauro ad essere considerate fra le principali del mondo. Un vero e proprio esercito di giovani e meno giovani di tutte le nazionalità volontariamente, subito dopo l'alluvione, arrivarono a migliaia in città per salvare le opere d'arte e i libri, strappando al fango e all'oblio la testimonianza di secoli di Arte e di Storia. Questa incredibile catena di solidarietà internazionale rimane una delle immagini più belle nella tragedia. I giovani, chiamati ben presto gli "Angeli del fango" sono anche uno dei primi esempi di mobilitazione spontanea giovanile nel XX secolo. Per la tutela del patrimonio artistico danneggiato si mise subito in moto una gara a mettere al sicuro e approntare i primi restauri ai beni danneggiati. Guidati dal lungimirante soprintendente Ugo Procacci, i laboratori fiorentini dell'Opificio delle Pietre Dure raggiunsero gradualmente quei livelli di avanguardia e maestranza tecnica che tuttora li rendono una delle strutture più importanti a livello mondiale nel campo del restauro.
L'alluvione fu uno dei primi episodi in Italia in cui si evidenziò l'assoluta mancanza di una struttura centrale con compiti di protezione civile: i cittadini non furono avvertiti dell'imminente fuoriuscita del fiume, tranne alcuni orafi di Ponte Vecchio che ricevettero una telefonata di una guardia notturna che li invitava a vuotare le loro botteghe; le notizie furono date in grande ritardo e i Media tentarono di sottacere l'entità del disastro; per i primi giorni gli aiuti provennero quasi esclusivamente dal volontariato, o dalle truppe di stanza in città: per vedere uno sforzo organizzato dal governo bisognò attendere sei giorni dopo la catastrofe.
Da segnalare poi che l'aiuto economico da parte del governo fu un contributo di 500 mila Lire ai commercianti, finanziato attraverso l'aumento delle accise di 10 lire sul prezzo della benzina: tale aumento è tuttora presente nel costo dei carburanti.

lunedì 27 gennaio 2014

IN GIRUM IMUS... Florentia #Firenze di Donatella Farina

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FLORENTIA Fu una città romana della valle dell'Arno dalla quale ebbe origine Firenze. La tradizione la vuole costruita dalle legioni di Gaio Giulio Cesare nel 59 a.C., ma l'ipotesi prevalente fa risalire la fondazione al periodo augusteo (tra il 30 ed il 15 a.C.). Incerta è la data della fondazione della colonia di Florentia che nel tempo è stata variamente attribuita, a parte fantasie mitologiche a Silla, a Caio Giulio Cesare o a Ottaviano. Gli storici sono concordi nel datare alla seconda metà del I secolo a.C. la fondazione della colonia romana di Florentia. Il Liber Coloniarum attribuisce ad una lex Iulia agris limitandis metiundis, voluta da Caio Giulio Cesare, la volontà di far nascere un nuovo impianto urbano in questo tratto della valle dell’Arno, là dove le legioni di Cesare costruirono un accampamento militare (castrum) a difesa della passerella che traversava il fiume all'altezza di Ponte Vecchio.Al tempo del II Triumvirato risale invece l'effettivo impianto della città e la centuriazione del suo territorio, per poter sistemare i veterani per mezzo dell’assegnazione di terreni.Durante i secoli dell'Impero infatti, la città si arricchi di tutti quegli edifici ed infrastrutture che caratterizzano le città romane: un acquedotto (dal Monte Morello), due terme, un teatro e un anfiteatro, sorto fuori dalle mura, come era consueto.La nascita di Florentia come accampamento militare la pone obbligatoriamente sotto la tutela del dio Marte, suo primo patrono; secondo il Guicciardini i romani che costruirono Florentia erano:« [...] non gente inutile e seditiosa ma uomini militari [...] che con la virtù delle arme e felicità delle vittorie meritorono questi premii [...] »Al dio Marte, secondo la tradizione militare, fu dedicato naturalmente il tempio principale della città, da sempre identificato con il Battistero.

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Donatella Farina

lunedì 25 febbraio 2013

Caterina de' #Medici: la Chiesa

 500 anni fa in Francia, Caterina de' Medici, riuscì a far approvare una norma per la quale la Chiesa avrebbe contribuito alle spese dello stato. Vi ricordo che nel 1562 in Francia vigeva la legge Salica ovvero la discendenza femminile non aveva alcun diritto al trono.
 Calvino considerava la reggenza da parte di una donna come uno dei castighi di Dio. Nonostante questo, Caterina fu reggente e Governante di Francia per quasi 30 anni nel periodo più difficile della storia proprio a causa dell'intransigenza religiosa.

sabato 23 febbraio 2013

Caterina de' #Medici: la forchetta

 Fu Caterina de Medici a far conoscere la forchetta ad Enrico II suo consorte. I nobili si dotarono quindi di forchette ma molti di loro continuarono a mangiare il cibo con le mani. La forchetta era un segno di eleganza, di raffinatezza, di prestigio per questo tutti coloro che volevano dimostrare di appartenere ad una certa classe sociale se ne dotarono. Certo che non sempre sapevano usarla e quindi a tavola si ricreavano scene piuttosto buffe con i commensali protesi sui piatti e il cibo che cadeva ripetutamente nel piatto. Solo nel '700 la forchetta divenne di uso comune nelle classi elevate. Questo fu uno dei molti interventi di Caterina de Medici, Regina di Francia, atti al miglioramento delle condizioni igieniche.

venerdì 22 febbraio 2013

Caterina de' #Medici: il Concilio di Trento

 I rappresentanti del clero francese inviati al Concilio di Trento del 1562 avevano espresso chiaramente la posizione di Caterina de Medici che sottolineava un cattivo uso delle ricchezze del Clero e negligenza nei loro doveri.
 Le richieste della Francia erano di avere la comunione sotto le due specie (per i protestanti e per i cattolici), la messa in lingua volgare e non solo in latino, il divieto da parte della Chiesa di amministrare la giustizia terrena dietro pagamento di un indulto. Ricordo che fu proprio lo zio di Caterina, Leone X, a creare un tariffario per procurarsi la remissioni dai vari peccati. Tutto aveva un prezzo e quando scrivo tutto intendo proprio ogni forma di crimine compresi quelli non ancora commessi ma che si pensava di poter commettere. Questo servì alla Chiesa per finanziare la Cappella Sistina e le varie guerre di quegli anni. Con questo sistema molti sacerdoti si erano sposati e molti crimini erano stati condonati. 
 Gli articoli di riforma vennero proposti al Concilio proprio nel momento in cui Caterina de Medici faceva decretare la vendita generale dei beni temporali della Chiesa in Francia per riordinare le finanze francesi dissestate dai governi precedenti e dalle guerre tra protestanti e cattolici.
Si opposero a queste richieste Italiani e Spagnoli. Vi ricordo che ancora oggi in Italia la Chiesa non paga l'ICI a differenza di altri stati europei.
 Per tornare al Concilio, questo si chiuse senza tener conto delle richieste della Francia anzi ribadendo la presenza reale nell'Eucarestia, la salvezza dietro pagamento, le intercessione dei santi, il valore delle indulgenze. (immagine di Botero, Il Cardinale -1993)

giovedì 21 febbraio 2013

Caterina de #Medici: Le Mutande

 Anche l'uso delle MUTANDE è stato introdotto da Caterina de' Medici alla Corte di Francia. L'uso comune si estese agli strati sociali più bassi solo nel'900. Prima le mutande o "Bretelle da Culo" le portavano gli atleti e le ballerine per evitare, con gli esercizi del corpo di mostrare le parti intime. Un'altra categoria di persone che indossavano le mutande erano le prostitute. Caterina de' Medici però aveva introdotto in Francia anche la cavalcatura all'Amazzone. Fino a quel momento le donne stavano sedute con entrambe le gambe dallo stesso lato del cavallo permettendo loro solo il trotto: "Ambio". Caterina invece cavalcava alla stessa velocità degli uomini ed era l'unica ammessa nella squadra di caccia di Francesco I re di Francia suo suocero. Per poter cavalcare ed evitare problemi in caso di caduta Caterina indossava quel curioso indumento: le MUTANDE. Presto a corte divenne una moda e tante le signore che si rivolsero a sarti italiani per farsene realizzare di pregiate con pizzi e ricami preziosi. Nel 1700 le mutande diventeranno un indumento erotico molto apprezzato dagli uomini di corte che fino a quel momento ne avevano deprecato l'uso.

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