L’altra notte mentre ero lassù nel silenzio delle vette la montagna
sembrava dirmi qualcosa,pareva quasi ironicamente rimproverami,sembrava
che mi dicesse:tu passi sui miei colli e sali sulle mie vette solo per
svago,per divertirti ma se sapessi… poi il suo mormorio si fece più
serio ed incominciò a mormorarmi qualcosa che dovevo sapere,ma venne
giorno,con esso il risveglio della natura che coprì il suo sussurrare.
Ma i monti non possono tacere quando vogliono far sapere quello che
accadde un dì… Si da il caso che ultimamente ho avuto la fortuna di
conoscere un’anziana signora,che un giorno parlandole di montagne li ho
risvegliato i suoi ricordi di tempi di tribolazioni ,ella escamò:Ah! Se
la mie montagne potessero parlare!nessuno immaginerebbe le vite grame
che facemmo...E la Montagna per mezzo di lei parlò,ed incominciò a
raccontarmi con un velo di nostalgia le lunghe e durissime traversate
alpine che fece non per divertimento ma per necessità.
Questa è la storia di
Mireio,allora una giovane ventenne e di tante altre sue coetanee, (la
chiamerò così come l’eroina del poema di Federic Mistral.) Gli eventi
bellici e la carestia aveva reso queste donne di montagna forti e
coraggiose dallo spirito indomabile cui li furono affidato un ruolo
fondamentale per la sopravivenza della valle. Dovete sapere che in quel
tempo,tempo di guerra mancava di tutto,ma mancava soprattutto il
sale,senza il sale non si “guardava la roba”ma soprattutto era
indispensabili per le bestie (mucche e pecore) per carenza di sale esse
finivano per mangiare la terra fino a morire, quelle poche creature
erano la loro unica ricchezza, davano il latte, quindi tome e
formaggi,cui alimentarsi in quei tempi cui ,allora si era disposti a
fare qualsiasi sacrificio pur di aver un po’ di quel prezioso prodotto
della natura.
http://www.windoweb.it/desktop_foto/foto_montagne.htm
Se in valle il sale non si trovava,se ne poteva procurare oltre
confine,ma a prezzo di enormi rischi e fatiche,ovviamente non c’erano
soldi ma vigeva il baratto,se di qua mancava il sale ,nei villaggi oltre
confine non avevano olio, pasta, riso ed altri prodotti di prima
necessità,beni preziosi che in tempo di guerra non era facile
accumulare perché era in vigore la tessera, erano razionati,ma questa
tenace gente di montagna con inenarrabili economie riuscivano ad
risparmiare questo piccolo tesoro per cambiarlo con il sale.
La
via del sale,la più frequentata passava per il colle dell’Agnello”
vecchio” per andare a Fongillarde (Fountgijardo) come dicono lassù,ma
quella più redditizia era la più lontana Ceillac,perché il cambio era
migliore. Un tragitto così, oggi sarebbe impensabile, pensate che allora
queste ragazze lo facevano quasi tutto di notte per non essere
“beccate”,di qua dai repubblichini e dall’altra, dalla gendarmerie.
Vi
sarete chiesti;ma perchè questo compito così rischioso era affidato a
queste giovani donne da sposare? Semplice! Perché se venivano prese le
sequestravano solamente la roba e poi le mandavano a casa,ma se fossero
stati degli uomini li spedivano al fronte ,magari in Russia.Per lo più a
volte erano accompagnate da un paio di giovani pastori ancora più
giovani di loro,non soggetti alla leva e pratici dei posti. Si partiva
da Sampeyre che era ancora notte,con il favore delle tenebre con i loro
zaini colmi di generi alimentari di prima necessità,passavano per
sentieri alternativi per evitare Casteldelfino dove c’erano i posti di
blocco per arrivare all’alba a Chianale, dove ad attenderli c’era un
pastore,che offriva loro un fienile per riposarsi un po’. Verso sera si
partiva per l’attraversata,si doveva raggiungere il colle dell’Agnello
“vecchio” all’imbrunire,in modo che da Fontgillarde vedessero che
stavano arrivando,quindi gli abitanti li venivano incontro. A notte
inoltrata si trovavano in una stalla alla periferia del villaggio dove
avveniva lo scambio,poi subito di ritorno,bisognava riattraversare il
colle con uno zaino di 25 kg. di prezioso sale, per arrivare a Chianale
prima che facesse giorno. Faccio presente che allora era rischioso usare
la pila,sarebbero stati avvistati, si affidavano al chiaror della luna e
delle stelle,quando era sereno, altrimenti… l’occhio allenato al buio
faceva scorgere il colore biancastro della ghiaia del sentiero. Arrivate
a Chianale c’era già una mula con il carro ad attenderle, perché
mandavano avanti qualcuno ad avvertire che arrivano,quindi si procedeva
scarichi fino presso Rabioux,dove arrivavano alle prime luci dell’alba.
Sempre per evitare Casteldelfino,si mettevano di nuovo gli zaini in
spalla,e rifacevano a ritroso il cammino ai margini dell’Alevè,mentre la
mula accompagnata da una di loro andava giù a vuoto, più a valle
passati il pericolo, trovavano l’animale da tiro che pazientemente li
attendeva. Con grande sollievo per le spalle, mettevamo gli zaini sul
carro per l’ultima parte del tragitto poi ognuna riprendeva il suo
pesante fardello ed arrivavano alle loro case,eravamo sfinite! In quel
tempo la meglio gioventù era mandata al massacro,non c’erano
uomini,quindi non avevano tempo per riposarsi, c’era sempre qualcosa di
più urgente fare,le mucche dovevano essere munte,l’erba da tagliare il
fieno da rivoltare o raccoglierlo in fretta prima che venisse a
piovere,altrimenti si “guastava”Il fieno era una cosa importantissima,
bisognava farne una bella scorta per tutto il lungo periodo
invernale,altrimenti le mucche non avevano di che mangiare,con tutte le
conseguenze… quindi più delle volte dopo aver fatto la lunghissima e
faticosa attraversata si saliva agli alpeggi per la fienagione.
Mireio,continuando il suo racconto mi ha detto che in una notte di
pioggia,una notte da lupi,si tornava dal colle dell’Agnello,la pioggia
inzuppava gli zaini inumidendo il sale quindi divenivano sempre più
pesanti. Quando di notte piove non si vede più nulla perché i sentieri
con la ghiaia bagnata perdono la loro sfumatura biancastra,allora si
andava giù “al tuc”. Erano tutte bagnate fino al midollo,erano
sfinite,la fortuna volle che si imbatterono presso una baita di alpeggio
abitata da una donna ed un pastore,chiesero ospitalità per la
notte,allora non c’era il culto dell’accoglienza,poiché la vita dura dei
monti aveva reso la gente degli alpeggi ancora più dura e
diffidente,tuttavia questa donna fece entrare loro nella stalla,che era
anche camera da letto,erano bagnate come pulcini,le fecero sedere su
una panca vicino ad una branda, sfinite,qualcuna incominciò a
sonnecchiare ed appoggiò la testa sul giaciglio,intervenne questa donna
dura e insensibile per rimetterle sull’”attenti”per salvaguardare le
sue povere cose li disse imperiosamente:” Pougesse pas a qui! ca me
inumidì lou drap!”(non appoggiatevi quì perché mi bagnate la coperta)
Passarono tutta la notte a schiena diritta seduti su quella
panca,senza aver il diritto a prendere sonno! Al mattino le domandarono
un pò di latte prima di partire,che pagarono,questa donna dura di cuore
diede loro del latte avariato,che fece stare tutte male. Non si poteva
mica dare il latte fresco! serviva all’alpeggio….
Continuando la sua storia,Mireio,mi racconta di quando andò a
Ceillac:C’erano da passare diversi colli, mi dice,arrivammo alla
periferia del villaggio di notte dove in una stalla scambiammo la roba
poi via verso le pas de la Cula,ma venne un ragazzo incontro gridando
che c’erano i gendarmi,allora bisognava attendere. Si rifugiarono in una
baita di alpeggio,passò il giorno e la notte,intanto cambiò il tempo,
venne giù mezzo metro di neve,faceva un freddo terribile,battevamo i
denti,mi dice,si accese un fuoco improvvisato bruciando un pò di paglia e
qualche ramaglia,a questo punto del racconto Mireio fa una pausa,poi mi
dice:ho ancora un terribile “ringret” (rimorso)… in quella notte
abbiamo bruciato quella paglia e qualche pezzo di legno per
scaldarci,sottraendolo a quella povera gente…
Al mattino ci
mettemmo in marcia, sui colli per tutta la piana del col Longet si
sprofondava nella neve fino alle cosce,con grande fatica riuscivamo ad
ogni passo uscire da quella trincea per risprofondare al passo
successivo,fu una cosa sconvolgente, una fatica disumana,perché ad ogni
passo che sprofondavamo dovevamo rialzare la schiena piegata dal
pesantissimo zaino . Per fortuna quella volta con noi avevamo due
giovani ragazzi che avevano le “ ciastre” ,marciando prima di noi ci
disgrossavano già il passaggio,altrimenti non c’è l’avremmo fatta. Ci
mettemmo una giornata intera per raggiungere i laghi blu,un sole
caldissimo sulla neve fresca ci screpolò i volti rendendoci
irriconoscibili. In valle chi ci aspettava vedendo il ritardo e la neve
caduta ci davano già per perduti. Ricordo che quattro giorni dopo
riuscimmo a raggiungere le nostre case. Quando io arrivai vidi mia madre
stava zappando,quando mi vide fece un sobbalzo, era incredula, lasciò
cadere la zappa e scoppiò in lacrime,non ci sperava più nel mio
ritorno,ero sfigurata dallo sfinimento,le porsi lo zaino con il suo
carico di sale e di sofferenze, ricordo ancora che le dissi: questo sale
non venderlo per nulla al mondo perché non c’è prezzo che lo
paghi,piuttosto regalalo a chi ne ha più bisogno di noi!
Quando
questa signora terminò il suo racconto coinvolgente facendomi viaggiare
anch’io in quei tempi lontani,aveva gli occhi lucidi,mi disse: come sono
cambiati in meglio i tempi!ma narra queste vite grame che abbiamo
dovuto fare,in modo che si conservi la memoria,in modo che tutte queste
vicissitudini non cadano nell’oblio,in modo che questo triste e duro
passato, anche se in modo diverso, non ritorni…
Autore: Jacolus
fonte web: http://www.lafiocavenmola.it/modules/news/article.php?storyid=4923