Cerca nel web

Visualizzazione post con etichetta razzismo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta razzismo. Mostra tutti i post

sabato 4 aprile 2026

#almanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 4 aprile.
Il 4 Aprile 1968, a Memphis, veniva assassinato Martin Luther King Jr., politico, attivista e pastore protestante statunitense, leader della difesa dei diritti civili, uno dei simboli del vento di cambiamento che percorreva gli anni sessanta e settanta. Nato ad Atlanta, il 15 gennaio 1929, è stato il più giovane Premio Nobel per la pace della storia, riconoscimento conferitogli nel 1964, all’età di soli trentacinque anni. Il suo nome viene accostato per la sua attività di pacifista a quello di Gandhi, il leader del pacifismo della cui opera King è stato un appassionato studioso, ed a Richard Gregg, primo americano a teorizzare organicamente la lotta nonviolenta, uno degli strumenti di lotta propugnato dal movimento sessantottino. L’impegno civile di Martin Luther King è condensato nella Letter from Birmingham Jail (Lettera dalla prigione di Birmingham), scritta nel 1963, che costituisce un’appassionata enunciazione della sua indomabile crociata per la giustizia. Unanimemente riconosciuto apostolo della resistenza non violenta, eroe e paladino dei reietti e degli emarginati, Martin Luther King si è sempre esposto in prima linea affinché fosse abbattuta nella realtà americana degli anni ’50 e ’60 ogni sorta di pregiudizio etnico.
Si diploma nel 1948 al Morehouse College e, dopo esser diventato pastore battista a Montgomery, King si laureò nel 1955 in filosofia alla Boston University. Nella sua vita organizzò decine e decine di marce e manifestazioni di protesta, invocando il diritto al voto ed altri basilari diritti come fondamento per una matura convivenza civile entro classi sociali ed appartenenze diverse. Queste rivendicazioni furono in seguito accolte con il Civil Rights Act e il Voting Rights Act. Una battaglia per l’uguaglianza, quella di King, iniziata intensamente dopo l’arresto di Rosa Parks, donna accusata di aver violato le leggi sulla segregazione. A partire da questo episodio, King organizzò una protesta pacifica, senza armi e, soprattutto, basata sul dialogo.
Celeberrimo è rimasto il discorso che Martin Luther King tenne il 28 agosto 1963 durante la marcia per il lavoro e la libertà davanti al Lincoln Memorial di Washington e nel quale pronunciò più volte la fatidica frase “I have a dream” (in Italia evocata spesso in maniera forse impropria ma efficace con: Io ho un sogno), denunciando le ingiustizie presenti e propugnando che ogni uomo venisse riconosciuto uguale ad ogni altro, con gli stessi diritti e le stesse prerogative. Siamo negli anni in cui – per dirla con le parole di Bob Dylan – i tempi stavano cambiando e solo il vento poteva portare una risposta. Sono i prodromi del movimento sessantottino.
Secondo alcune analisi il discorso I have a dream sarebbe in parte molto simile alla discussione di Archibald Carey, tenuta alla Republican National Convention nel 1952. La somiglianza consiste nel fatto che entrambi i discorsi finiscono con una recitazione del primo verso dell’inno popolar patriottico americano (My Country ´Tis of Thee) di Samuel Francis Smith, e i due discorsi condividono l’ esortazione finale “let the freedom ring” (lasciate risuonare la libertà).
Dalle pagine dei discorsi di Martin Luther King, raccolte nel libro La forza di amare, emerge un completo sistema di vita morale: un pensiero illuminato dalla dottrina cristiana dell’amore operante attraverso la non-violenza. La speranza non è rassegnazione o attesa passiva, ma una forza concreta di rinnovamento e di riscatto, tesa a sconfiggere pessimismo e spirito di rinuncia. La sua capacità di incarnare la verità cristiana tra le pieghe della storia appare soprattutto nella “Lettera di san Paolo ai cristiani d’America“, che, per la tensione spirituale di cui è permeata, si impone alla meditazione universale. Vi si legge : “Ai nostri più accaniti oppositori diciamo: Noi faremo fronte alla vostra capacità di infliggere sofferenze, con la nostra capacità di sopportare le sofferenze. Andremo incontro alla vostra forza fisica, con la nostra forza d'animo. Fateci quello che volete, e noi continueremo ad amarvi. Noi non possiamo in buona coscienza obbedire alle vostre leggi ingiuste, perché la non cooperazione col male è un obbligo morale non meno della cooperazione col bene. Metteteci in prigione, e noi vi ameremo ancora. Lanciate bombe sulle nostre case, minacciate i nostri figli, e noi vi ameremo ancora. Mandate i vostri incappucciati sicari nelle nostre case nella notte, batteteci e lasciateci mezzi morti, e noi vi ameremo ancora. Ma siate sicuri che noi vi vinceremo con la nostra capacità di soffrire. Un giorno noi conquisteremo la libertà, ma non solo per noi stessi: faremo talmente appello al vostro cuore ed alla vostra coscienza che alla lunga conquisteremo voi e così la nostra vittoria sarà una duplice vittoria. L'amore è il potere più duraturo che vi sia al mondo”. In queste pagine é chiara la formazione di King come predicatore.
Ai primi di settembre del 1957, Martin Luther King si recò ad una riunione organizzata dall’ Highlander Folk School a Monteagle, Tennessee. Questa organizzazione era stata fondata da Myles Horton e Don West, entrambi esponenti di alto grado del Partito Comunista Americano. Lo scopo di questa riunione era quello di organizzare rivolte e proteste nel sud degli Stati Uniti, al fine di migliorare la condizione degli afroamericani ed, a fianco, preparare il terreno per una rivoluzione del sistema economico, una rivoluzione comunista. Il segretario personale di Martin Luther King, un certo Bayard Rustin, aveva aderito alla Youth Communist League (Lega dei giovani comunisti) nel 1936, presso il New York City College, e proprio Rustin è stato l’organizzatore delle prime marce su Washington, organizzate subito dopo un suo viaggio a Mosca nel 1958. Il Partito Comunista Americano si vantò, per mezzo del suo organo The Worker, che la prima marcia di Martin Luther King fosse una marcia comunista. Per queste ragioni, il movimento sessantottino americano vide spesso in King un personaggio rivoluzionario, oltre che un pacifista. Possiamo riassumere quindi le matrici del pensiero di King in cristiana, sociale e marxista.
Più volte imprigionato, perseguitato dagli ambienti segregazionisti del sud degli Stati Uniti, nel mirino dell’FBI in quanto legato al Partito Comunista degli Stati Uniti (gli fu intimato più volte da J. Edgar Hoover di dissociarsi da ogni collegamento con partiti comunisti), King fu assassinato a colpi d’arma da fuoco prima della marcia del 4 aprile 1968, mentre si trovava assieme alla moglie, Coretta Scott King (1927-2006), sul balcone del Lorraine Motel di Memphis, nel Tennessee, poco prima di cenare. Il suo assassino, James Earl Ray, dapprima reo confesso, in seguito ritrattò. Gli atti dell’indagine sull’assassinio di Martin Luther King jr. sono stati secretati fino al 2002 dall’amministrazione americana.

sabato 6 dicembre 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 6 dicembre.

Il 6 dicembre 1969 Meredith Hunter, giovane afroamericano di 18 anni, viene accoltellato e ucciso nel corso di quello che sarebbe dovuto essere "il Woodstock del West," ma che si trasformò in una delle pagine nere della storia del rock. Succedeva al concerto gratuito dei Rolling Stones presso l'Altamont Speedway, nella California del Nord. Il concerto di Altamont divenne così la fine simbolica degli anni Sessanta della pace e amore, ma anche una sorta di campanello d'allarme che servì a ricordare al mondo intero che ottimismo e idealismo non sarebbero più bastati per tirare avanti. Quello spirito passionale, idealista e spensierato dei giovani dell'epoca aveva chiaramente dei limiti. La nuova generazione che si diceva pronta a prendere il controllo del paese in realtà non poteva riuscire a cancellare la storia del razzismo in America.

Con l'intento di emulare il successo di Woodstock di quattro mesi prima, il concerto di Altamont fu messo in piedi piuttosto frettolosamente e nella fase organizzativa la "sicurezza" fu affidata alla gang di motociclisti degli Hells Angels. Questi, buttafuori improvvisati, nel corso della giornata aveva avuto diversi scontri violenti con i partecipanti, la maggior parte bianchi. Ma sarebbe un errore trascurare la possibilità che uno degli Hells Angels abbia puntato proprio Hunter perché nero e in compagnia di una ragazza bianca. Se consideriamo poi il trascorso degli Hell's Angels, il loro passato di violenze e il fatto che si presentassero come un'organizzazione paramilitare con lo scopo di tenere le strade pulite—leggi: eliminare i neri—non è difficile ricondurre il tragico episodio di Hunter a una questione razziale.

Nel libro Just a Shot Away, Saul Austerlitz racconta la storia nel dettaglio. Sebbene molti conoscano Meredith per il film Gimmie Shelter del 1970, l'autore approfondisce la storia di Hunter prima di quel fatidico 6 dicembre, e si addentra nelle vicende che hanno coinvolto la sua famiglia negli anni successivi all'omicidio. Austerlitz parla dell'idea folle di assoldare una gang di reazionari e affidare loro la sicurezza di un evento, per capire cosa significa il verdetto finale di assoluzione e del perché questo episodio ha profonda rilevanza culturale oggi.

Negli anni, moltissime persone che erano state coinvolte hanno scritto libri e opinioni a riguardo. Spesso, il sentimento sotteso a queste pubblicazioni era "Non è stata colpa mia," oppure "Ecco con chi dovreste prendervela." 

Come riportato precedentemente, l'organizzazione del concerto era stata piuttosto precipitosa per cavalcare il successo di Woodstock, e di certo non si aspettavano oltre 300mila visitatori. Ma come hanno potuto commettere un errore così clamoroso?

Il successo può essere pericoloso. Tra i concerti gratuiti organizzati a San Francisco da gruppi come Grateful Dead e Jefferson Airplane, Woodstock e i tantissimi ritrovi di massa che hanno caratterizzato i tardi anni Sessanta, come Human Be-In, si era diffusa la sensazione che questi eventi funzionassero sempre per il meglio: semplicemente tutti si divertivano, ascoltavano la musica e si drogavano in compagnia. Nessuno si faceva domande tipo: cosa mangeranno le persone? Avranno bisogno di bagni? Dove dormiranno? Chi si occuperà della loro sicurezza? Nella mentalità di allora, erano solo tante persone che passavano del tempo insieme.

Una filosofia lodevole che però non portò a nulla di buono.

La responsabilità fu tanto dei Grateful Dead quanto dei Rolling Stones che li ingaggiarono. Furono infatti loro a garantire che gli Hells Angels avevano fatto un buon lavoro occupandosi della sicurezza a un loro concerto al Golden Gate Park.

Fu chiaramente un errore. Come fu un errore pagarli in alcol, aggravando la situazione. I Grateful Dead avevano già lavorato con gli Angels, ma questa era una situazione del tutto nuova. Erano in un posto che non conoscevano, avevano a che fare con un pubblico forse 100 volte più grande ed erano stati scelti come unici addetti alla sicurezza per uno show di questa portata. Tutti questi errori hanno portato al disastro che sappiamo.

Gli Hells Angels sono considerati oggi come un'organizzazione criminale. Com'era la situazione nel 1969, subito dopo che Hunter S. Thompson li presentò al mondo nel suo libro, appunto, Hell's Angel?

La pubblicazione del libro di Thompson è stata una grande svolta: era la prima volta che tanti americani si imbattevano negli Angels—e per molti quello era il primo contatto con la cultura del motociclismo in generale. Avevano già avuto un ruolo in qualche film anni Cinquanta, come The Wild Ones, ma Thompson riuscì a caratterizzare i personaggi della gang in modo reale, raccontando quali erano i loro interessi, i loro comportamenti all'interno della gang e nei confronti del mondo esterno.

Già al tempo, gli Angels erano praticamente un'organizzazione criminale. Erano stati loro a interrompere le manifestazione di pace contro la guerra in Vietnam a Berkeley, intervenendo e picchiando i manifestanti. Erano già stati accusati di crimini razzisti e violenza razziale. Dopo Altamont, però—quando ci fu la rottura del movimento della controcultura—si spostarono in modo irrevocabile verso la criminalità più pura. Ora avevano dimostrato a tutto il mondo criminale che erano fedeli a stessi e a un'organizzazione.

Fu così che iniziarono a essere direttamente coinvolti nel traffico di cocaina e divennero i messaggeri della droga negli anni a venire. Altamont è stato un momento di transizione per il movimento. Ruppero con tantissime persone con cui avevano contatti e che li consideravano dalla loro parte, quelle stesse persone che all'inizio pensarono Bene, a noi non piace la polizia, e a voi neanche, quindi possiamo essere amici, dopo Altamont cambiarono idea sul loro conto.

Alan Passaro, membro della gang, fu accusato di aver accoltellato Hunter, ma fu poi scagionato per legittima difesa. Questa storia non è certo nuova agli americani di oggi.

Probabilmente, era colpevole. Le riprese che sembravano inizialmente condannare Passaro alla fine lo scagionarono, perché la giuria considerò esclusivamente quanto si vede in video. Ma nelle immagini è difficile capire cosa succeda veramente. Si sentono delle voci di sottofondo, e diversi testimoni hanno parlato di quanto successo quel giorno, cose davvero terribili. Nel video, effettivamente, si vede Hunter con una pistola in mano, ma quello che i testimoni raccontano sia successo dopo che Hunter fu disarmato, e non ripreso in video, è assolutamente spaventoso.

Invece di agire come avrebbe fatto un normale addetto alla sicurezza, ammanettando Hunter e allontanandolo, gli agenti avrebbero semplicemente portato Hunter in un posto più nascosto e continuato a picchiarlo fino a ucciderlo.

L'avvocato di Passaro, George Walker—lui stesso afroamericano—sostenne che Passaro fosse intervenuto per difendere i presenti, cioè non perché si sentiva in pericolo di vita ma perché temeva che Meredith Hunter potesse fare del male agli altri. La difesa di Passaro riuscì ad aggirare i principali problemi in molti modi. Per questo, l'Hells Angel fu scagionato.

I fatti a cui abbiamo assistito e continuiamo ad assistere negli ultimi anni ci ricordano quanto quei sentimenti che predominavano la cultura nel 1969 non siano affatto svaniti. Abbiamo fatto molti progressi, anche in ambito di discriminazione razziale, ma se consideriamo il Presidente degli Stati Uniti, il linguaggio che usa, il fatto che i suoi sostenitori siano disposti a passare sopra alle sue dichiarazioni razziste, credo che tutto questo dovrebbe farci riflettere sul fatto che la discriminazione razziale sia ancora profondamente radicata.

Tuttavia, il tempo è servito per comprendere al meglio la storia di Hunter. All'epoca, si era discusso principalmente del fatto che l'incidente fosse accaduto a un concerto rock, si era parlato della controcultura e degli Hells Angels. In realtà, questa storia è molto più connessa alla nostra cultura contemporanea che a quella del 1969. L'episodio è un esempio di quello che accade quando un cittadino afroamericano si trova in un posto dove, secondo le autorità, non dovrebbe stare. In questo senso, trovo che sia una storia quanto mai attuale e, purtroppo, già sentita troppe volte.

venerdì 4 luglio 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 4 luglio

Il 4 luglio 1910 si incontrano a Reno, in Nevada, il pugile afroamericano Jack Johnson, detentore del titolo dei pesi massimi, e il bianco Jim Jeffries.

Jim non era un razzista, ma dovette recitare la parte della Grande Speranza Bianca per far ritornare il massimo titolo della boxe alla “razza superiore”. L’incontro del secolo fu chiamato, vi era anche quale corrispondente il giovane Jack London a bordo ring quando la speranza bianca Jim Jeffries salì sul ring a Reno nel Nevada il 4 luglio 1910 per tentare di strappare il titolo dei Massimi al “negro” Jack Johnson. Troppo Forte, Troppo Irrispettoso, Troppo Ciarliero e soprattutto troppo nero per tenere la corona dei Massimi che fu di Sullivan, Corbett e di Jeffries. Il californiano ritornò controvoglia e costretto sulle 4 corde dopo sei anni di assenza, imbattuto e ritenuto imbattibile. Fu il primo match del secolo, si organizzarono treni speciali e vi fu tanto tanto pubblico pagante. Era dato per favorito il bianco invitto campione e prima che il gong suonasse Jeffries dichiarò: "Sto affrontando questo incontro con il solo proposito di provare che un uomo bianco è meglio di un Negro." Prima dell’incontro ci fu un’esplosione di entusiasmo, quando una banda a bordo ring suonò un pezzo che si intitolava: "All coons look alike to me" (che tradotto significa: "tutti i procioni per me sono uguali", dove per procioni si alludeva chiaramente al nomignolo spregiativo con cui venivano indicati i neri). Johnson vinse, anzi stravinse; il vecchio campione era troppo ingrassato e troppo lento per controbattere l’atletico nero, dalla grande velocità e tecnica sopraffina. Il massacro di Reno terminò al 15° round, quando dall’angolo di Jeffries fu gettata la spugna. Jeffries finita la parte del vendicatore della razza bianca non accampò scuse, riconoscendo che non sarebbe riuscito a sconfiggere Johnson nemmeno nei suoi momenti migliori. Questo non potremmo mai saperlo, di certo James Jeffries arrivò per caso alla boxe e anche in ritardo spinto dalla madre e dal padre; di certo amava di più la caccia, ma poi diventò uno dei migliori massimi di tutti i tempi. Forte, erculeo ed atleta completo: alto 183 cm, pesava 101 kg e, a dispetto della propria mole, era uno sprinter che poteva correre i 100 m in poco più di 10 secondi e saltare in alto oltre alla propria altezza.

Ed era un tecnico, fu tra gli innovatori della boxe: usava una tecnica insegnatagli dal suo allenatore ed ex straordinario campione dei pesi welter e medi Tommy Ryan; Jeffries combatteva con il braccio sinistro disteso in avanti. Mancino naturale, aveva una potenza da KO con un solo pugno nel proprio gancio sinistro. Jeffries ruppe le costole di tre avversari in incontri validi per il titolo: Jim Corbett, Gus Ruhlin e Tom Sharkey. L’allenamento quotidiano di Jeffries comprendeva 8 km di corsa, 2 ore di salto alla fune, allenamenti con la palla della salute, 20 minuti di allenamento con il sacco pesante, e come minimo 12 round di allenamento sul ring. L’allenamento comprendeva anche la lotta. Eccezionale colpitore ma anche grande incassatore: una vera roccia umana quando incontrò nella rivincita mondiale a San Francisco, il 25 luglio 1902, l’inglese di Australia Bob Fitzsimmons; per quasi otto round subì le mazzate di Fitz, un pestaggio violentissimo. Jeffries subì una frattura al naso, su tutti e due gli zigomi la pelle era aperta fino all’osso, e le sopracciglia di entrambi gli occhi erano tagliate profondamente. Sembrava che l’incontro dovesse essere arrestato, perché il sangue scorreva negli occhi di Jeffries. Poi, nell’8° round, Jeffries fece partire un terrificante destro allo stomaco, seguito da un gancio sinistro alla mandibola, che lasciarono a terra Fitzsimmons privo di sensi. Il grande mediomassimo e massimo Sam Langford, uno dei maggiori di tutti i tempi e che non aveva paura nemmeno di Belfagor pubblicizzò sui quotidiani il proprio desiderio di sfidare chiunque al mondo, eccetto Jim Jeffries. Il suo record fu di 18 vittore (15 ko) due pari e una sola sconfitta contro l’immenso Jack Johnson. Jeffries è osannato dagli uomini della boxe e fu un vero idolo delle folle, anche dopo tanti anni dal suo ritiro. Jeffries si dedicò all’agricoltura e all’allevamento, inoltre dedicava molto tempo alla propria comunità specie per i giovani.

Alla sua morte, avvenuta nel 1953, James Jackson Jeffries fu sepolto nell’Inglewood Park Cemetery di Inglewood, in California.

venerdì 27 giugno 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 27 giugno.

Il 27 giugno 1833 l'insegnante Prudence Crandall viene arrestata per aver aperto la sua scuola privata in Connecticut a studenti di colore.

Una insegnante quacchera e abolizionista; Prudence Crandall si oppose coraggiosamente alla discriminazione razziale aprendo una delle sue prime scuole in Connecticut a ragazze afroamericane. Nonostante fosse supportata da molti attivisti contro la schiavitù, tra i quali William Lloyd Garrison, la Crandall, una donna bianca, dovette subire un processo e la ridicolizzazione pubblica per i suoi sforzi di educare neri liberi del Nord.

Nata a Hopkinton, Rhode Island, il 3 settembre 1803 dai contadini Pardon ed Esther Carpenter Crandall, Prudence si spostò con la sua famiglia a Canterbury, nel Connecticut, all'età di 10 anni. Frequentò la New England Friends' Boarding School a Providence, studiando aritmetica, Latino e scienza (materie non usuali per le donne, ma i quaccheri credevano nelle pari opportunità di educazione). Dopo un breve insegnamento a Plainfield, nel 1831 aprì una scuola privata per ragazze a Canterbury, inizialmente destinata alle famiglie facoltose della città. Il suo curriculum rigoroso le consentì di dare alle ragazze un'educazione paragonabile a quella delle migliori scuole maschili, posizionandola come una delle migliori scuole dello Stato. 

Nel 1832 la Crandall ammise a scuola Sarah Harris, figlia di un afroamericano di successo, che sognava di diventare una insegnante. i genitori bianchi delle altre ragazze inorridirono, chiedendo a gran voce che la ragazza venisse espulsa. La Crandall rifiutò. I genitori ritirarono le loro figlie dalla scuola, e lei la trasformò in una scuola per ragazze di colore. Ciò non placò l'ostilità della comunità, che temeva che la scuola attirasse altre ragazze afroamericane nel territorio col rischio di portare a matrimoni misti. Garrison, editore del "Liberator", il giornale più antirazzista del Paese, aiutò la Crandall facendole pubblicità e mettendola in contatto con le famiglie afroamericane più facoltose, interessate a inviare le loro figlie nella sua scuola. 

I cittadini bianchi di Canterbury protestavano continuamente. Le studentesse venivano aggredite fuori dalla scuola con minacce, urla e violenza. Bersagliate da lanci di uova, pietre e mattoni. Il municipio di Canterbury emise nel 1833 una legge, la "black law" (ritirata nel 1838), che rendeva illegale gestire una scuola che accogliesse studenti afroamericani provenienti da uno Stato diverso dal Connecticut. La Crandall venne arrestata e imprigionata. Il primo processo terminò con un non luogo a procedere, nel secondo venne condannata, sentenza poi ribaltata da una corte superiore. La notte del 9 settembre 1834 una folla inferocita assaltò la scuola rompendo tutte le finestre e devastando mobili e attrezzature. Temendo per la sicurezza delle studentesse, la Crandall decise infine di chiudere la scuola. 

Nel 1835 la Crandall sposò un ministro battista e abolizionista, il reverendo Calvin Philleo. La coppia lasciò il Connecticut, stabilendosi a La Salle, Illinois, dove la Crandall fondò un'altra scuola e partecipò attivamente al movimento delle suffragette. Dopo la morte del marito nel 1874, si trasferì a Elk Falls, in Kansas, andando a vivere con suo fratello. Fu lo scrittore Mark Twain a farsi promotore di una iniziativa tra i cittadini pentiti della città, grazie alla quale ricevette una piccola pensione dal Municipio di Canterbury fino alla morte. 

Oggi la sua vecchia scuola ospita il Museo Prudence Crandall, e lei è stata insignita del titolo di eroina dello Stato del Connecticut.


sabato 19 aprile 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 19 aprile.

Il 19 aprile 1937, in Italia e nelle colonie diventava legge il Regio Decreto Legislativo numero 880, la prima legge “di tutela della razza” promulgata dal regime fascista, riferito in particolar modo a tutti gli italiani che vivevano nelle allora colonie italiane in Africa, Somalia, Eritrea, Etiopia e Libia. Le leggi razziali erano diventate realtà.

Cosa si intende per “leggi razziali”? Sono tutte quelle leggi basate sul principio di discriminazione razziale: discriminare degli esseri umani solo perché di etnie diverse dalla nostra, fondamentalmente, e farlo anche a livello legale e istituzionale. Per chi non è di corta memoria storica, sicuramente questa definizione fa venire in mente le leggi razziali fasciste, promulgate dal regime di Benito Mussolini in Italia dal 1938, e da molti storici considerati il vero e proprio prologo della Seconda Guerra Mondiale.

Quello che molti ignorano, però, è che le leggi razziali contro gli ebrei non furono le prime promulgate nel nostro paese: no, il triste primato di prima legge razziale lo detiene proprio il Regio Decreto Legislativo del 19 aprile 1937, denominato Sanzioni per i rapporti d’indole coniugale tra cittadini e sudditi. Con questo decreto lo stato italiano vietava definitivamente il matrimonio misto e la pratica del madamismo, cioè il concubinaggio con donne africane. Il decreto 880 non rappresentò nient’altro che l’apice della campagna razzista del regime nei confronti degli abitanti delle colonie.

Fu un apice tanto orrendo quanto predetto, perché la retorica del regime da anni aveva speso fiumi di parole nell’esaltare la “superiore purezza delle razza italiana”, esasperatamente messa a confronto con tutte le altre razze ritenute inferiori. L’atteggiamento del regime fascista nei confronti dei matrimoni misti – e soprattutto dei figli nati da questi matrimoni – si basava fondamentalmente su due elementi: l’assoluta necessità di una «politica demografica» che salvaguardasse la razza bianca da una parte, e il problema della denatalità dall’altra, secondo Mussolini una delle piaghe principali del paese. In un’escalation di misure sempre più restrittive e razziste nei confronti non solo dei figli di matrimoni misti, ma anche contro le popolazioni locali, si arrivò al decreto 880: gli italiani che si “macchiavano” della colpa di concubinaggio con una donna africana o, peggio ancora, di matrimonio rischiavano da 1 a 5 anni di reclusione, in quanto commettevano due delitti, uno biologico e uno morale. Il primo consisteva nell’accusa di «inquinare la razza», mentre per quello morale la colpa era di «elevare» l’indigena al proprio livello, perdendo così il prestigio che derivava dall’appartenenza alla «razza superiore».

Fu questo il decreto che aprì le porte alle leggi razziali prevalentemente contro gli ebrei, promulgate per la prima volta nel 1938: le stesse motivazioni pseudo scientifiche che vennero date per il decreto 880/37 vennero riutilizzate per motivare le leggi razziali emanate dal regime negli anni successivi.

Quella delle leggi razziali, e della segregazione che ne consegue, diretta conseguenza,  è una storia nota e tristemente diffusa in tutto il mondo e nella storia: da quella, secolare, nei confronti degli Ebrei, costretti a riunirsi nei ghetti, a quella dei neri; dall‘apartheid in Sudafrica (durato formalmente fino al 1994) a quello negli Stati Uniti, abolito con le grandi rivolte per i diritti civili di fine anni Sessanta a forza di I have a dream e a ritmo di We shall overcome.

Eppure sarebbe un errore considerare queste leggi come un qualcosa del passato, perché queste in alcuni paesi sono ancora una realtà contemporanea e viva: basta guardare a paesi come Malesia, India, Mauritania o Yemen.

E anche adesso,  nella democratica e moderna Europa si stanno affermando in diversi paesi partiti xenofobi che in maniera più o meno manifesta propugnano la non contaminazione con gli immigrati, i profughi, i disperati. In Ungheria, oltre al muro di filo spinato lungo il confine con la Serbia, si applica la detenzione sistematica di tutti i profughi che arrivano nel Paese, collocandoli in container lungo la frontiera con Croazia e Serbia. Al coro si uniscono anche Polonia, Slovacchia e Repubblica Ceca, in nome della difesa dell’omogeneità culturale e religiosa della regione, riconquistata solo dopo il crollo dell’Unione Sovietica. A questo si sommano anche vari tentativi di revisionismo storico e rilettura di fatti conclamati, con Marine Le Pen che nega la collaborazione del Regime di Vichy nello sterminio degli Ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale e l’affermarsi in diversi paesi del nord Europa di partiti che fanno dell’omogeneità culturale e etnica il loro grido di battaglia.

Ecco, è questo il monito e l’attenzione che dobbiamo porre verso fatti che ci appaiono lontani: lo scoprire che il demone dell’intolleranza e dell’odio e i germi del suprematismo razziale sono ancora vivi e vegeti: il nostro impegno deve essere quello di prosciugare l’acqua di coltura nella quale questi germi di intolleranza rischiano di moltiplicarsi, e crescere.

giovedì 3 aprile 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 3 aprile. 

Il 3 aprile 1968 Martin Luther King pronuncia il suo ultimo discorso in pubblico.

Martin Luther King è stato uno dei principali simboli della lotta afroamericana per i diritti civili.

Il 3 aprile 1968, aveva tenuto un discorso appassionato, I’ve Been To The Mountaintop (Sono stato sulla cima della montagna), l’ultimo della sua breve e intensa esistenza.

"Bene, non so ora che cosa accadrà. Abbiamo dei giorni difficili davanti a noi. Ma ora non importa. Perché sono stato sulla cima della montagna. E non mi interessa. […] Voglio solo fare il volere di Dio. E Dio mi ha permesso di salire sulla montagna. E di là ho guardato. E ho visto la Terra Promessa. Forse non ci arriverò insieme a voi. Ma voglio che questa sera voi sappiate che noi, come popolo, arriveremo alla Terra Promessa. E questa sera sono felice. Non ho paura di nulla. Non ho paura di alcun uomo.”

Un discorso che, con toni profetici, siglò il suo addio. Il giorno seguente, infatti, il 4 aprile 1968, Martin Luther King fu ucciso con venti colpi di pistola, a Memphis, nel Tennessee, da uomini bianchi, da coloro a cui chiedeva uguaglianza per quei neri che da secoli vivevano in un regime di segregazione, privi di diritti e inferiori per dignità.

Attivista statunitense, pastore protestante, paladino e “redentore della faccia nera”, di emarginati e di minoranze, militante disarmato della resistenza non violenta e predicatore dell’ottimismo creativo. Un martire del nostro tempo, immolatosi per l’uguaglianza dei diritti di ogni uomo, nei difficili anni Sessanta, per portare la comunità nera verso la distruzione di ogni pregiudizio etnico e razziale.

domenica 6 ottobre 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 6 ottobre.
Il 6 ottobre 1938 il Gran Consiglio del Fascismo sulle leggi razziali pubblica la "dichiarazione sulla razza".
Ottantasei anni fa l'approvazione dei primi decreti che privarono gli appartenenti all'ebraismo dei diritti più elementari che gli altri connazionali continuavano ad avere. Dal divieto di studiare nelle scuole pubbliche a quello di sposarsi con italiani "ariani". Una decisione che il capo del governo rivendicò: "Chi dice che stiamo imitando qualcun altro, è un deficiente". Un piccolo ripasso al tempo della politica che parla di "razza bianca" e "adesione" alle leggi di Norimberga.
La neve di Auschwitz, gli spettri lungo il filo spinato, il fumo dal camino, le fosse comuni, gli sguardi persi nel vuoto, gli esperimenti sui bambini, gli eroi, i carri-bestiame, i tedeschi cattivi, il suono dei violini, lo strazio dei figli e delle madri, gli stivali dei nazisti, i diari e le lettere, le porte abbattute casa per casa. L’orrore dell’Olocausto è stato raccontato mille volte, con tutti i linguaggi e in tutte le lingue, e mille ne serviranno ancora e poi ancora mille. Resta, dopo lo shock di una narrazione cominciata troppo tardi, quello che fatica ancora ad essere raccontato, forse perché fatica ad essere accettato. Qualcuno la chiama la “memoria addomesticata”. L’infamia dello sterminio di massa degli ebrei, teorizzato da Adolf Hitler, ebbe infatti nei fascisti italiani i suoi collaboratori fattivi. L’orrore ebbe un’onda lunga che iniziò con le leggi razziali, volute da Benito Mussolini, Duce del fascismo, controfirmate dal capo dello Stato, il re Vittorio Emanuele III, e combattute da pochissime, isolate, voci.
Quello delle leggi razziali fu un virus che infettò ulteriormente e definitivamente giorno dopo giorno uno Stato già da tempo deprivato di tutte le libertà. Fu l’ultima iniezione: le norme, molte solo amministrative, ebbero un impatto irreversibile sulla vita quotidiana di migliaia di cittadini italiani, che non poterono più lavorare, studiare, formarsi, contribuire alla crescita individuale, delle proprie famiglie e delle proprie comunità.
Mussolini non aderì alle leggi razziali: le scrisse e le fece approvare. Mussolini non subì la scelta, la preparò, la propose e la sostenne.
Dall’approvazione dei primi di una lunga serie di decreti-legge razziali sono ricorsi nel 2018 gli ottant’anni: il primo è del 5 settembre e ordina l’esclusione dalle scuole degli ebrei. Il re la firma nella sua villa nella tenuta di San Rossore, in Toscana, dopo una colazione e una passeggiata fino al mare. Da quella passeggiata sono passati, oggi, ottantasei anni: eppure ancora pochi. Ancora alla fine del 2017 Simone Di Stefano, dirigente di CasaPound, spiegava che l’alleanza di Mussolini con Hitler era comprensibile perché “ancora non si sapeva dell’Olocausto“. All’inizio del 2018 il candidato presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana – poi eletto – parlava di “difesa della razza bianca“. Negli stessi giorni il candidato presidente della Regione Lazio Sergio Pirozzi metteva sulla stessa bilancia le opere pubbliche (in cui il Duce “ha fatto grandi cose”) e le leggi razziali, “tra le cose brutte”. “Per quello che riguarda infrastrutture, politiche sociali, una visione del Paese, il Duce secondo me ha fatto grandi cose – disse Pirozzi – Ma l’aver aderito alle sciagurate leggi razziali e aver fatto entrare l’Italia in guerra al fianco di Hitler è stata una cosa sciagurata“. Nel 2005 era stata la volta dell’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi: “Ci furono le leggi razziali, orribili, ma perché si voleva vincere la guerra con Hitler“. Il ministro delle infrastrutture e vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini è solito usare, parafrasati, i motti del Duce. Come “Molti nemici, molto onore”, ribadito il 29 luglio 2018, il giorno in cui Mussolini nacque nel 1883 a Dovia, frazione di Predappio. “Guardi – aveva detto Salvini mesi prima a una radio – Che durante il periodo del fascismo si siano fatte tante cose e si sia introdotto ad esempio il sistema delle pensioni, è un’evidenza. Poi evidentemente le leggi razziali e le persecuzioni sono quanto di più folle in assoluto nella storia dell’universo. Però dirlo mi sembra negare l’evidenza… Che le paludi siano state bonificate in quel periodo si può dire?”.
La bonifica delle paludi e l’Inps di nuovo al fianco delle espulsioni di massa, dei rastrellamenti dei ghetti, delle bastonate, delle deportazioni. Eppure le leggi razziali non furono un incidente né un caso. Mussolini non aderì alle leggi razziali: le scrisse e le fece approvare. Mussolini non subì la scelta, la preparò, la propose e la sostenne. Le leggi razziali non furono una sciagura, non sono state una disgrazia, ma una decisione deliberata, sostenuta e accettata da tutti gli apparati dello Stato, fino dai suoi vertici, compreso il capo di Casa Savoia.
Nell’agosto del 1938 era già nata la Difesa della Razza, un quindicinale sostenuto economicamente dal fascismo e diretto da uno dei giornalisti più attivi nella polemica antisemita, Telesio Interlandi. E’ lì che viene pubblicato per la seconda volta in due settimane il Manifesto della razza, la prima era stata sul Giornale d’Italia. È firmato da 10 scienziati, due dei quali zoologi. “Il Duce – scrive sul suo diario Galeazzo Ciano, genero e ministro di Mussolini – mi dice che in realtà l’ha quasi completamente redatto lui”.
Nei primi due decreti che Mussolini firmò vietava l’istruzione pubblica a studenti e professori ebrei e ordinava ai non italiani ebrei di lasciare l’Italia.
Il manifesto dice tra l’altro che “le razze umane esistono”, che ne esistono di “grandi” e di “piccole”, che il concetto di razza è “puramente biologico”, che “è una leggenda l’apporto di masse ingenti di uomini in tempi storici” (si nega in sostanza una qualche immigrazione), che “esiste una pura razza italiana”, che “gli ebrei non appartengono alla razza italiana”, che è “necessario fare una distinzione tra i mediterranei d’Europa da una parte e gli orientali e gli africani dall’altra”, che “i caratteri fisici e psicologici puramente europei degli italiani non devono essere alterati in nessun modo”. Parole che in qualche caso risuonano con altri obiettivi e altre maschere in diverse piazze italiane di oggi.
Mussolini firma i primi due decreti-legge il 5 e il 7 settembre 1938: vieta l’istruzione pubblica a studenti e professori ebrei e ordina ai non italiani ebrei di lasciare l’Italia. Dieci giorni dopo si affaccia su una piazza di Trieste per rivendicare quelle leggi e quelle che verranno. “Nei riguardi della politica interna il problema di scottante attualità è quello razziale – sottolinea ad un certo punto – Anche in questo campo noi adotteremo le soluzioni necessarie. Coloro i quali fanno credere che noi abbiamo obbedito ad imitazioni, o peggio, a suggestioni, sono dei poveri deficienti, ai quali non sappiamo se dirigere il nostro disprezzo o la nostra pietà. Il problema razziale non è scoppiato all’improvviso, come pensano coloro i quali sono abituati ai bruschi risvegli, perché sono abituati ai lunghi sonni poltroni. È in relazione con la conquista dell’Impero, poiché la storia ci insegna che gli Imperi si conquistano con le armi, ma si tengono col prestigio. E per il prestigio occorre una chiara, severa coscienza razziale, che stabilisca non soltanto delle differenze, ma delle superiorità nettissime. Il problema ebraico non è dunque che un aspetto di questo fenomeno”.
Poche settimane dopo, il 6 ottobre, il Gran Consiglio del fascismo, approva la “Dichiarazione sulla razza”. In 5 anni i decreti razziali sono circa 180. Uno degli ultimi obbliga al lavoro coatto gli ebrei. Nei primi anni, le norme italiane sono più vessatorie di quelle vigenti in Germania. Gli studenti ebrei in Italia per esempio sono espulsi dalle scuole prima di quelli in Germania.
Prima del genocidio, dunque, molto prima, Mussolini e lo Stato fascista decidono di separare una parte di cittadini appartenenti a una cosiddetta “razza”, privandoli dei loro diritti più elementari. Intorno, poche e deboli sono le voci contrarie. Anzi, molti i delatori. E le cattedre lasciate vuote dai professori ebrei sono prontamente occupate da non ebrei. Chi cerca di fare qualcosa per impedire le vessazioni, anche senza eroismo ma con ragionevolezza, viene denunciato per “pietismo“. “Due fascisti”, racconta il Corriere della Sera del 6 dicembre 1938, sono puniti per “pietismo filogiudaico” ed espulsi dal partito perché, “affetti da inguaribile spirito borghese, si abbandonavano ad incomposte manifestazioni pietistiche nei confronti di un giudeo”. Si chiamano Italo Locatelli e Mario Castelli: sono estromessi perché hanno partecipato a una colletta per un regalo (un orologio) al direttore della loro industria, rimosso dall’incarico perché ebreo. Sette giorni prima l’editore Angelo Fortunato Formiggini, considerato “profeta” della Treccani, all’inizio estimatore di Mussolini dall’inizio, si era buttato di sotto dalla Ghirlandina di Modena: aveva le tasche piene di soldi perché non si dicesse che fosse per crisi economiche. Al segretario del Pnf, Achille Starace, non interessò troppo: “È morto proprio come un ebreo – commentò – Si è buttato da una torre per risparmiare un colpo di pistola”.
E’ da quelle settimane del 1938 e fino all’abolizione delle leggi razziali nel 1944 che gli ebrei non possono più essere cittadini uguali agli altri.
Non possono essere iscritti al Partito nazionale fascista. Non possono far parte di associazioni culturali e sportive.
Non possono insegnare nelle scuole statali né in quelle parastatali. Non possono studiare nelle scuole pubbliche. Non possono insegnare né studiare in accademie e istituti di cultura. Non possono lavorare come insegnante privato. Non possono entrare nelle biblioteche. Non possono avere una radio.
Non possono sposarsi con italiani “ariani”. Non possono, da cittadini stranieri, rimanere in Italia, né ottenere la cittadinanza italiana né mantenerla se concessa dopo il 1919.
Non possono lavorare come notaio, giornalista, avvocato, architetto, medico, farmacista, veterinario, ingegnere, ostetrica, procuratore, patrocinatore legale, ragioniere, ottico, chimico, saltimbanco girovago, agronomo, geometra, perito agrario, perito industriale. Non possono avere la licenza per il taxi. Non possono fare i piloti di aereo.
Non possono lavorare in nessun ufficio della Pubblica Amministrazione. Non possono lavorare nelle società private di carattere pubblico, come le banche e le assicurazioni.
Non possono prestare servizio militare. Non possono essere proprietari o gestori di aziende. Non possono essere proprietari di terreni o di fabbricati. Non possono farsi pubblicità.
Non possono essere tutori di minori. Non possono, in alcuni casi, neanche mantenere la patria potestà sui propri figli.
I testi redatti, curati o commentati da autori ebrei, anche se scritti con “ariani”, non possono essere adottati nelle scuole. Le carte geografiche murali di autori ebrei sono vietate.
Gli ebrei non possono assumere domestici “di razza ariana”. Non possono lavorare come portieri di stabili abitati da ariani.
Le strade, le scuole e gli istituti non possono avere nomi ebraici e per questo vengono cancellati. Non possono comparire sugli elenchi telefonici e per questo sono cancellati. Non possono pubblicare necrologi.
Nei programmi radiofonici e nelle stagioni dei teatri non ci possono essere opere scritte da autori ebrei. Gli ebrei non possono fare gli attori, i registi, gli scenografi, i musicisti, i direttori d’orchestra e per questo vengono licenziati. Nelle mostre non possono essere esposte opere di pittori e scultori ebrei. Gli ebrei non possono fare i fotografi. Non possono fare i tipografi. Non possono vendere oggetti d’arte. Non possono vendere oggetti sacri, soprattutto se cristiani.
Non possono avere una rivendita di tabacchi, non possono lavorare come commerciante ambulante, non possono gestire agenzie d’affari, non possono gestire agenzie di brevetti. Non possono vendere gioielli. Non possono essere mediatori, piazzisti, commissionari. Non possono vendere oggetti usati.
Non possono vendere apparecchi radio. Non possono vendere libri. Non possono vendere penne, matite, quaderni. Non possono vendere articoli per bambini. Non possono vendere carte da gioco.
Non possono fare gli affittacamere. Non possono gestire scuole da ballo e scuole di taglio. Non possono gestire agenzie di viaggio. Non possono lavorare come guida turistica, non possono lavorare come interprete. Non possono gareggiare nelle manifestazioni sportive, perché il Coni li espulse da tutte le federazioni.
Non possono frequentare luoghi di villeggiatura in luoghi considerati di lusso, come la Versilia, alcune località di montagna, ma anche Ostia, il mare di Roma. In pratica non possono andare in spiaggia.
Non possono vendere alcolici, non possono esportare frutta e verdura, non possono esportare la canapa.
Non possono gestire la raccolta di rifiuti. Non possono raccogliere rottami di metallo. Non possono raccogliere lana da materassi, non possono tenere depositi né possono vendere carburo di calcio. Non possono raccogliere né vendere indumenti militari fuori uso.
Non possono avere il porto d’armi. Non possono avere concessioni per le riserve di caccia. Non possono avere permessi per fare ricerche minerarie. Non possono esplicare attività doganali. Non possono tenere cavalli. Non possono nemmeno allevare piccioni.

sabato 15 giugno 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 15 giugno.
Il 15 giugno 1920 ebbe luogo il linciaggio di Duluth.
L’ “hate speech”, il “discorso d’odio”, specialmente nelle sue declinazioni razziste e xenofobe si caratterizza per l’invenzione di notizie false che hanno lo scopo di canalizzare la violenza verso determinati gruppi.
Purtroppo spesso alla violenza verbale segue quella fisica, ed è per questo che è importante contrastare culturalmente determinati fenomeni. Per non incorrere in drammatici eventi come quelli che si verificarono a Duluth nel giugno 1920.
Questa cittadina del Minnesota aveva visto negli anni precedenti l’avvicendarsi di importanti flussi migratori provenienti dagli stati del Sud. La maggior parte dei migranti erano persone di colore che le imprese locali utilizzavano come manodopera a basso costo da mettere in concorrenza con i lavoratori bianchi e sindacalizzati. Fenomeno che in quel periodo interessò tutto il Midwest degli Stati Uniti provocando, nel 1919, un ondata di xenofobia e violenza razziale nota come “Red Summer”.
Duluth invece ebbe il suo triste momento di notorietà l’anno seguente, quando dopo l’arrivo del circo Robinson, due giovani locali, Irene Tusken e Jimmie Sullivan, denunciarono di essere stati aggrediti da alcuni facchini di colore, che secondo la loro ricostruzione, avevano anche abusato della ragazza.
La mattina del 15 giugno, il giorno dopo la presunta aggressione, John Murphy, capo della polizia di Duluth fece irruzione nel circo e fermò ben 150 lavoratori, tutti neri.
Sei uomini Elias Clayton, Nate Green, Elmer Jackson, Loney Williams, John Thomas e Isaac McGhie vennero identificati dai due ragazzi e arrestati.
Nel frattempo iniziarono a circolare voci sempre più insistenti e perfino opuscoli che parlavano non solo dello stupro, mai provato, ma addirittura della morte della ragazza dopo le violenze.
Non servì a nulla che il medico di Irene Tusken, dopo averla visitata riferisse che non c’erano tracce di stupro sul suo corpo. Ormai la folla inferocita pretendeva di “fare giustizia”.
Centinaia di persone si concentrarono davanti alla stazione di polizia e senza che lo sceriffo e i suoi opponessero resistenza, prelevarono Elias Clayton, Elmer Jackson e Isaac McGhie e dopo un processo farsa li condannarono a morte. Vennero picchiati selvaggiamente e impiccati ad un lampione.
Gli omicidi poi fecero a gara per mettersi in posa nella fotografia che li immortalò sorridere accanto ai corpi martoriati e ormai senza vita.
Il giorno seguente fu mandata la Guardia Nazionale per mettere in sicurezza gli altri sospettati.
Uno di loro fu presto rilasciato, il secondo fu scagionato, mentre il terzo venne condannato in un processo oggi ritenuto privo delle minime garanzie costituzionali.
Nessuno invece fu condannato per il linciaggio di Isaac McGhie, Elmer Jackson e Elias Clayton, che vennero, dopo la morte, completamente riabilitati dall’infamante accusa che gli era stata mossa.

sabato 6 aprile 2024

Romanì Week 2024

 Dal 3 al 10 aprile la cultura rom ripercorre l'Italia.



 UCRI con UNAR promuovono la prima "Settimana per la promozione della cultura romanì e per la lotta all'antiziganismo", con un programma di ben 8 appuntamenti da Pescara a Milano, passando da Cosenza, capoluogo con forte presenza di cittadini di origini romanès, Firenze, città in cui il confronto interculturale procede spedito, Pesaro, capitale italiana della cultura, Roma ben due volte.


 A Pescara l'itinerario è iniziato con la presentazione del libro "Con cura" di Virginia Spinelli, una raccolta di poesie in cui l'autrice parla "di stati d’animo, un punto a capo, un punto a cuore".


 A Milano si concluderà con un concerto al Teatro alla Scala.


  Abbiamo ieri assistito al primo appuntamento romano al Nuovo Teatro Ateneo: una conferenza che ha proposto elementi di conoscenza e indirizzi di coesistenza con le comunità rom e sinte coinvolgendo anche rappresentanze e testimonianze di altre comunità, da quelle ebraiche e musulmane a quelle LGBTQ+, con esempi di percorsi individuali e comunitari di riscatto e affermazione di diritto.


 L'evento si è concluso con un elemento fondamentale della cultura rom: un concerto o, più propriamente, un momento musicale in cui Santino e Gennaro Spinelli hanno coinvolto il pubblico nelle melodie e ritmi romanès proprio come in un momento tipicamente familiare del costume rom.


 Seguiteci ancora: la settimana prosegue! 

venerdì 1 dicembre 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il primo dicembre.
Il primo dicembre 1955 Rosa Louise MaCauly sposata Parks, dopo una giornata di lavoro particolarmente pesante, era lavorante sarta in un grande magazzino di Montgomery, la capitale dell'Alabama, e dopo una lunga attesa alla fermata dell'autobus e al freddo, salì sull'autobus, ed essendo esausta si mise a sedere in una delle file di mezzo (per i neri era riservata solamente la parte di dietro degli autobus). L'autobus continuò a caricare passeggeri finché non fu pieno. Il conduttore del mezzo, vedendo un bianco in piedi, pretese che lei si alzasse e gli cedesse il posto. Rosa Parks si rifiutò e venne arrestata. Così cominciò la battaglia non violenta contro l'ingiustizia e la segregazione razziale.
Negli stati del Sud degli USA, come l'Alabama, vigevano le leggi di “Jim Crow” che imponevano una violenta segregazione alla popolazione “di colore”. I negroes, come venivano chiamati con disprezzo gli afroamericani, non potevano accedere ai luoghi frequentati dai bianchi. “White only” era il cartello che appariva dappertutto, fuori dai ristoranti, dalle scuole, sui treni… I negroes avevano i loro bagni pubblici, i loro ospedali, scuole, negozi.
Eppure nel 1863 il presidente Abramo Lincoln aveva combattuto e vinto la guerra di secessione contro gli stati del Sud dominati dai proprietari delle grandi piantagioni di cotone e tabacco e alleati con la Corona britannica e aveva abolito la schiavitù. Ma lentamente e soprattutto dall'inizio del 1900 il razzismo e il potere delle oligarchie divennero nuovamente dominanti. Gli incappucciati del KKK con le loro croci infuocate controllavano il territorio e picchiavano selvaggiamente e uccidevano chi non “stava al suo posto”. Erano “cristiani” fondamentalisti pronti a tutto, pronti anche al terrorismo, precursori di quel potente fondamentalismo che oggi sta dietro ai neocon di Bush e Cheney.
Dall'incarcerazione di Rosa Parks cominciò un boicottaggio dei mezzi pubblici che andò avanti per 381 giorni paralizzando il sistema di trasporti della città, anche con delle serie ripercussioni economiche per i negozi in mano ai segregazionisti e ai loro simpatizzanti. Nel 1956 la Corte Suprema si sentì obbligata a dichiarare incostituzionale ogni forma di discriminazione razziale. Come giustamente riconobbe Bill Clinton nel 1999 consegnandole una onorificenza:” Mettendosi a sedere, lei si alzò per difendere i diritti di tutti e la dignità dell'America”.
Martin Luther King divenne noto a livello internazionale quando ci fu l'incidente di Rosa Parks.
Il 24 ottobre 2005, all'età di 92 anni, Rosa Parks ci ha lasciato, con la stessa semplicità e delicatezza che avevano caratterizzato tutta la sua vita di grande e tenace combattente per la giustizia.

venerdì 16 giugno 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 16 giugno.
Il 16 giugno 1944 George Stinney Jr., 14 anni, fu giustiziato per avere ucciso due bambine nella Carolina del Sud, dove erano in vigore norme sulla segregazione razziale.
Appena lo hanno sollevato per legarlo alla sedia elettrica i boia si sono accorti che era così piccolo e magro che non riuscivano neanche a stringere i lacci di cuoio sulle braccia e  a sistemare gli elettrodi lungo il corpo. Pesava 40 chili ed era alto poco più di un metro e mezzo. Così hanno dovuto mettergli alcune copie della Bibbia sotto il sedere finché non hanno trovato la posizione giusta per farlo morire come si deve.
Anche la maschera che abitualmente copre il volto dei condannati era troppo grande e larga, durante l’esecuzione è caduta giù più volte, mostrando ai 40 testimoni che assistevano al supplizio, tra cui i parenti delle vittime, le orribili smorfie di chi sta morendo tra atroci sofferenze sotto delle scariche elettriche a oltre 2500 volt. Quando è stato giustiziato dallo Stato del South Carolina, George Julius Stinney aveva appena 14 anni: è il più giovane condannato a morte nella storia recente degli Stati Uniti. Le poche immagini che circolano oggi in rete mostrano il viso di un bambino afroamericano dallo sguardo triste e rassegnato, diventato il simbolo della feroce persecuzione giudiziaria subita dai neri d’America.
Erano le 19 e 30 del 16 giugno 1944 quando il medico del penitenziario di Columbia registra il decesso del condannato per arresto cardiaco. Dopo settanta anni la giustizia Usa recita finalmente il mea culpa: il giudice Carmen Mullen infatti il 17 dicembre 2014 ha annullato la condanna, ritenendo il processo una farsa crudele in cui sono stati violati i diritti elementari dell’imputato sanciti dalla Costituzione: «L’esecuzione di George Stinney è la più grande ingiustizia che io abbia mai visto nella vita», ha commentato Mullen con i media. Il processo avvenne mentre il paese viveva in un odioso clima di segregazione razziale in uno Stato tra i più intolleranti e giustizialisti nei confronti della comunità nera vittima di pregiudizi e discriminazioni quotidiane. Stinney fu accusato dell’omicidio di due bambine bianche di 7 e 11 anni, Mary Emma Thames e Betty June Binniker, trovate in un fossato non distante dalla sua abitazione con segni di violente percosse alla testa con fratture profonde, a poche centinaia di metri fu rinvenuta una sbarra di ferro, con ogni probabilità l’arma del delitto.
Com’è possibile che un ragazzo così esile abbia potuto commettere un crimine talmente brutale? Ma George è stata l’ultima persona a vederle vive il giorno prima dell’omicidio. Abitavano a Alcolu, un sobborgo operaio nella contea di Claredon dove i quartieri dei bianchi e dei neri erano separati dai binari della ferrovia. Le due bambine erano uscite di casa per raccogliere dei fiori e avevano attraversato il giardino degli Stinney con la bicicletta scambiando due parole con George. Questa è la ”prova” nelle mani degli investigatori e rimarrà l’unica fino al giorno della condanna. Dopo una sbrigativa indagine la polizia non perde tempo convinta di aver trovato il colpevole perfetto, si precipita nell’abitazione del ragazzino e lo arresta davanti gli occhi increduli dei genitori. La notizia occupa le prime pagine dei giornali locali con titoli da Ku Klux Klan, il padre viene licenziato su due piedi dalla segheria dove lavorava mentre tutta la famiglia è costretta a lasciare la città per paura di linciaggi e rappresaglie lasciando George completamente abbandonato a se stesso nei suoi 80 giorni di prigionia.
Il giudice che si occupò dell’affare negò ai familiari persino la possibilità di testimoniare in suo favore: «La corte reputò una cosa normale separare un bambino dai propri genitori e approfittare della sua giovane età per ottenere una sentenza di condanna a tutti i costi» spiega Mullen, sottolineando come gli avvocati che gli furono assegnati d’ufficio non fecero praticamente nulla per smontare un impianto accusatorio del tutto inconsistente e non chiamando nessun testimone. In carcere George viene costretto a confessare l’omicidio di Mary e June, ma di quella confessione non è mai stata trovata traccia in un nessun verbale scritto, lo stesso imputato ha poi negato di essersi mai accusato del delitto. Come durante l’autopsia non è stata trovata traccia di violenze sessuali sui corpi delle bambine, violenze in un primo momento evocate nel rapporto delle forze dell’ordine.
Il processo fu naturalmente una farsa, durò due ore e mezza, la giuria composta da soli bianchi ci mise meno di dieci minuti per spedire il 14enne diritto verso la sedia elettrica: «Che Dio abbia pietà della sua anima», le lapidarie parole pronunciate dal giudice Phillip Henry Stoll. Alcune organizzazioni umanitarie protestarono con il governatore del South Carolina Olin Dewitt Talmudge che rifiutò di accordare la grazia a Stinney. «Avrei voluto che mia madre e mio padre fossero ancora qui per poter vivere questa giornata in cui è stata ristabilita la giustizia, mio fratello è stato ucciso senza alcuna ragione, era troppo giovane e non gli hanno dato alcuna chance», dice visibilmente commossa la sorella Amie Ruffner contattata telefonicamente dal sito di informazione Wtlx.com. La vicenda di George Julius Stinney è stata raccontata in Carolina Skeletons dallo scrittore David Stout che nel 1988 ha ricevuto il premio Edgard Allan Poe come migliore primo romanzo e nel film ”Un colpevole ideale” realizzato dal regista John Erman nel 1991.

sabato 24 dicembre 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 24 dicembre.
Il 24 dicembre 1865 viene fondato il Ku Klux Klan da alcuni veterani confederati della guerra civile americana.
Il termine Ku Klux Klan viene utilizzato per indicare le organizzazioni nate negli Stati Uniti per propugnare la superiorità della razza bianca. La storia del movimento americano si può suddividere in 3 periodi: dal 1865 al 1874 quando si sviluppa come una confraternita di ex militari dell'esercito degli Stati Confederati d'America; dal 1915 al 1944 quando diventa un vero e proprio movimento; dal dopoguerra ad oggi quando il movimento si trasforma in una serie di piccole organizzazioni. Il Ku Klux Klan è stato creato a Pulaski, nel Tennessee, nella notte del 24 dicembre 1865 da un gruppo di giovani della buona società locale, reduci dell'esercito della Confederazione. Nessuno di loro immaginava che il gruppo sarebbe diventato una delle principali organizzazioni del razzismo americano.
Il gruppo ha assunto maggiore importanza dopo la convention di Nashville, che si è svolta nell'estate del 1867, durante la quale il generale Nathan Bedford Forrest ha ottenuto il titolo di “Grande Mago". L'organizzazione voleva da un lato aiutare le vedove e gli orfani di guerra e dall'altro opporsi all'estensione del diritto di voto ai neri. Nel 1869 Forrest ha poi sciolto la confraternita, perché pensava che si fosse allontanata troppo dagli obiettivi iniziali. Nel 1871 il presidente americano Ulysses Simpson Grant ha firmato il “Klan Act and Enforcement Act”, con il quale l'organizzazione veniva dichiarata un gruppo terroristico illegale. L'atto inoltre autorizzava l'uso della forza per sconfiggere le attività della confraternita. Il documento è poi stato dichiarato incostituzionale nel 1882, anche se in quegli anni era servito ad eliminare l'organizzazione da molti paesi degli Stati Uniti.
La seconda fase del Ku Klux Klan si è sviluppata durante la prima guerra mondiale, quando molti bianchi hanno iniziato a pensare che le persone di colore, i banchieri ebrei e le altre minoranze fossero la causa principale dei problemi economici del paese. Fondatore di questa seconda fase è stato nel 1915 William J. Simmons, che ha anche introdotto il nuovo simbolo dell'organizzazione: la croce che brucia. Questa seconda fase dell'organizzazione ha iniziato a perdere consensi nel corso degli Anni Trenta e nel 1944 l'organizzazione è stata di nuovo sciolta. Negli anni Venti e Trenta si è diffusa anche una sottosezione dell'organizzazione, chiamata Black Legion, che ha operato nel Midwest ed è ricordata per la violenza dei suoi attacchi, soprattutto contro socialisti e comunisti. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, molti gruppi hanno ripreso il nome Ku Klux Klan per indicare la loro opera di opposizione al Movimento per i diritti civili. Alcuni di questi gruppi sono ancora attivi.
A partire dal 1915, gli appartenenti al Ku Klux Klan si potevano riconoscere per le tuniche bianche che indossavano. Oltre alla tunica si utilizzava anche un cappuccio bianco di forma conica, per nascondere la faccia, con dei buchi per gli occhi. Secondo alcune spiegazioni, questa “divisa” era stata scelta per intimorire i neri, che consideravano quelle maschere come la materializzazione degli spiriti dei soldati sudisti morti durante la guerra di secessione, tornati sulla terra per vendicarsi e punire i propri nemici. Secondo altre spiegazioni la tunica era il simbolo di umiltà perché il compito che dovevano svolgere gli era stato assegnato direttamente da Dio e dovevano svolgerlo nel migliore dei modi mantenendo l'anonimato.

sabato 9 aprile 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 9 aprile.
Il 9 aprile 1865 ad Appomattox, Virginia, il comandante in capo delle forze sudiste generale Lee firma l'atto di resa al suo omologo Grant, ponendo fine alla guerra di secessione americana.
Nella prima metà del XIX secolo, gli stati del Nord e quelli del Sud erano portatori di tradizioni e interessi economici, sociali e politici profondamente diversi. La principale causa di contrasto tra le regioni agricole meridionali e quelle industriali del Nord era l'istituto della schiavitù. Perno del sistema socioeconomico sudista, che annoverava al suo interno oltre quattro milioni di schiavi neri impiegati nelle piantagioni di cotone, tabacco e canna da zucchero, la schiavitù non rispondeva invece alle esigenze produttive delle regioni settentrionali, interessate alla meccanizzazione del lavoro, ed era dunque lì avversata per ragioni tanto ideali che di interesse. Sulla questione, il Compromesso del Missouri del 1820 stabilì che all'interno dei territori a ovest del Mississippi, da poco acquisiti dagli Stati Uniti, il 36°30' parallelo avrebbe costituito il confine tra stati schiavisti e stati liberi.
A metà del secolo, tuttavia, nel Sud si guardava con sospetto all'azione del Congresso, dove i rappresentanti degli stati schiavisti costituivano ormai una minoranza. Lo scontento sudista era accresciuto dall'introduzione in molti stati settentrionali di leggi a tutela della libertà personale che minavano l'efficacia delle norme varate per arginare il fenomeno della fuga degli schiavi (vedi Fugitive Slave Laws). Non meno apprensione generavano i crescenti successi elettorali del partito Free-Soil, secondo il quale nessuno stato schiavista di nuova costituzione doveva essere ammesso nell'Unione. Tuttavia, nel 1857 la Corte Suprema decretò l'incostituzionalità di qualsiasi pretesa federale di proibire la schiavitù. Il 16 ottobre 1859 John Brown, un ardente abolizionista, attaccò l'arsenale federale di Harpers Ferry, in Virginia, con l'intento di provocare una sollevazione degli schiavi. Questa azione convinse i sudisti della propria insicurezza entro l'Unione.
In occasione delle elezioni presidenziali del 1860, il candidato repubblicano Abraham Lincoln si dichiarò contrario all'estensione della schiavitù. L'elezione di Lincoln rinforzò nel Sud l'opinione che per tutelare i propri interessi non esistesse altra via se non l'indipendenza: nel marzo 1861, sette stati  adottarono ordinanze di secessione dando vita agli Stati Confederati d'America ed elessero Jefferson Davis a presidente. Nel suo discorso inaugurale Lincoln dichiarò illegale la secessione, esprimendo l'intenzione di mantenere l'autorità e i possedimenti federali nel Sud. Quando il 12 aprile 1861 l'artiglieria sudista aprì il fuoco per impedire il rifornimento della base militare federale di Fort Sumter (Carolina del Sud), Lincoln ordinò l'invio di truppe per sedare la rivolta. Per tutta risposta, Virginia, Arkansas, North Carolina e Tennessee aderirono alla Confederazione. I nordisti, costretti ad attaccare il nemico per obbligarlo alla resa, erano chiamati ad agire su un fronte assai vasto, con linee di comunicazione e approvvigionamento molto esposte. In considerazione di ciò, i consiglieri militari di Lincoln lo convinsero dell'opportunità di un blocco navale delle coste meridionali per impedire l'afflusso di rifornimenti dall'Europa, cui far seguire l'invasione della valle del Mississippi, così da tagliare in due la Confederazione.
l 21 luglio la vittoria dei sudisti nella battaglia di Bull Run costrinse i vertici politico-militari dell'Unione ad abbandonare ogni speranza di guerra-lampo e a impegnarsi nella costituzione di un solido esercito. Di ciò Lincoln dette incarico al generale George McClellan.
Nella primavera del 1862 McClellan lanciò l'offensiva: occupata la penisola a sud-est di Richmond, fermò la marcia in attesa di rinforzi. Ciò dette modo al generale sudista Thomas J. "Stonewell" Jackson di passare il Potomac e di minacciare Washington. Gli uomini di Jackson e quelli dell'Armata confederata della Virginia settentrionale comandati dal generale Robert Edward Lee attaccarono le truppe di McClellan, sconfiggendole nella battaglia dei Sette Giorni (25 giugno-1° luglio). Nei primi sei mesi del 1862 il generale Ulysses Grant riuscì prima a ottenere il controllo delle vie d'accesso alla valle del Mississippi in Tennessee e Arkansas, poi a spingersi sino a Memphis. Nel corso del secondo semestre dell'anno Grant decise l'assalto di Vicksburg, l'ultima roccaforte lungo il corso del Mississippi rimasta ai Confederati: in dicembre, la vittoriosa difesa della fortezza da parte dei suoi occupanti costituì la pagina finale delle vicende militari del 1862.
Assumendo il comando dell'Armata del Potomac, il generale Joseph Hooker nell'aprile 1863 mosse contro le forze di Lee: a Chancellorsville i confederati costrinsero Hooker alla ritirata. Intendendo indurre l'Unione a negoziare la pace, Lee mosse all'attacco verso nord. In giugno raggiunse le regioni meridionali della Pennsylvania, dove, nei pressi di Gettysburg, si combatté la battaglia considerata il punto di svolta dell'intera guerra. Il 1° luglio ebbe inizio la battaglia: il 3 luglio Lee decise di caricare al centro le linee nemiche, ma l'attacco fallì completamente. Ordinata la ritirata, Lee riuscì a riparare in Virginia. Il 1863 si chiudeva decisamente in favore delle forze dell'Unione.
Nominato comandante in capo di tutte le forze dell'Unione, Grant si accinse a chiudere la morsa attorno alla Confederazione: l'Armata del Potomac, guidata dallo stesso Grant con la collaborazione di Meade, avrebbe dato battaglia a Lee ancora una volta puntando su Richmond; il generale William Sherman si sarebbe invece mosso alla conquista di Atlanta (Georgia) partendo da Chattanooga; una terza armata, al comando del generale Philip Sheridan, avrebbe infine occupato la valle dello Shenandoah per tagliare i rifornimenti a Lee. La campagna finale ebbe inizio al termine di marzo. Grant, bloccato poco a nord di Richmond, assediò Petersburg per oltre nove mesi.
Miglior corso per la causa dell'Unione ebbero gli avvenimenti nella valle dello Shenandoah e in Georgia, dove Sheridan e Sherman raggiunsero entro l'estate gli obiettivi loro assegnati. La marcia di Sherman verso il mare partì il 15 novembre da Atlanta in fiamme. Le truppe nordiste avanzarono distruggendo sistematicamente ogni cosa potesse sostenere lo sforzo bellico dei sudisti: nella primavera del 1865 furono invase le due Caroline. All'inizio di aprile Petersburg venne espugnata dagli unionisti; con i rifornimenti tagliati, anche Richmond dovette capitolare. Lee si diresse allora a occidente, Grant però gli bloccò la strada e il 9 aprile 1865 lo costrinse alla resa.
Nel settembre del 1862 Lincoln annunciò che a partire dal 1° gennaio 1863 negli stati o parti di stati ancora coinvolti nella ribellione secessionista, gli schiavi sarebbero stati "liberi per sempre". Il proclama di Emancipazione fu giustificato come misura utile a indebolire la capacità produttiva del nemico e anticipare così la fine della guerra. Ma solo il 13° emendamento della costituzione, ratificato nel dicembre 1865, avrebbe abolito la schiavitù in tutto il territorio degli USA.
L'8 dicembre 1863 Lincoln emanò il Proclamation of Amnesty and Reconstruction: in esso si stabiliva che, a eccezione degli alti ufficiali e dei funzionari governativi, a ogni sudista che avesse giurato lealtà alla Costituzione federale e obbedienza alla legislazione di guerra (compreso il proclama sulla schiavitù) fosse garantita l'amnistia.
Le dottrine secessioniste uscirono definitivamente screditate, mentre l'autorità del governo federale risultò enormemente accresciuta. Il Congresso poté varare le misure alle quali il Sud si era strenuamente opposto prima della guerra, comprese le concessioni di terre nei nuovi territori, l'assegnazione di contributi federali per il loro sviluppo, nonché la definizione dei più elevati dazi doganali mai stabiliti dal governo americano. Dal punto di vista economico, la guerra incentivò la meccanizzazione della produzione e la concentrazione del capitale al Nord; infine la guerra di Secessione significò libertà per quasi quattro milioni di neri. Le radici culturali di oltre 300 anni di schiavismo non poterono però essere sradicate con le armi, continuando a generare tensioni e problemi nella società americana sino a tutto il XX secolo e oltre.

lunedì 7 marzo 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 7 marzo.
Il 7 marzo 1965, a Selma, USA, ebbe luogo il cosiddetto "bloody sunday".
Quel giorno la polizia dello Stato dell'Alabama e gli uomini dello sceriffo di Selma attaccatono 525 dimostranti che stavano prendendo parte a una marcia per i diritti divili tra Selma e Montgomery, la capitale dello Stato. La marcia era stata organizzata per promuovere la registrazione al voto dei neri e per protestare contro l'uccisione di un giovane nero, Jimmie Lee Jackson, da parte di un poliziotto avvenuta durante un'altra marcia per il voto dei neri svoltasi il 18 febbraio in una città vicina.
Gli eventi di quel giorno furono descritti dal New York Times dell'8 marzo. Quando i dimostranti attraversarono il ponto Pettus a Selma, la polizia ordinò loro di disperdersi. Essi non lo fecero e la polizia li caricò.
"I primi 10 o 20 negri furono gettati a terra, braccia e gambe rivolte al cielo, mentre borse e pacchi volarono tra lo spartitraffico erboso e il selciato delle due corsie di marcia", scrisse il Times. "Quelli ancora in piedi indietreggiarono. I militari continuarono a spingere, usando sia la forza del loro corpo che la punta dei loro manganelli".
La polizia inoltre lanciò lacrimogeni e caricò con i poliziotti a cavallo. Furono feriti più di 50 dimostranti. Il Times descrisse la situazione all'ospedale vicino alla chiesa locale: "Parecchi negri giacevano su sedie e pavimenti, la maggior parte piangendo o lamentandosi. Una ragazza in pantaloni rossi giunse urlante". Amelia Boynton giaceva semiincosciente su un tavolo. "I feriti accusavano fratture di costole, testa, braccia e gambe, nonchè tagli e abrasioni".
Quel giorno di violenza, divenuto noto come "Bloody Sunday" fu descritto sui giornali e le radio di tutto il paese, facendo infuriare molti americani. La foto della signora Moynton che giace incosciente sul ponte divenne l'emblema di quella giornata di follia.
Il reverendo Martin Luther King junior arrivò a Selma per organizzare una seconda marcia, mentre avvocati dei diritti civili chiesero un'ingiunzione federale per prevenire l'intervento della polizia. Il giorno 9 King tenne una marcia cerimoniale sul Ponte Pettus, che fu pacifica; tuttavia i segregazionisti attaccarono 3 bianchi, ministri di fede che avevano supportato la marcia di quella notte, uccidendone uno, James J. Reeb.
Un giudice della corte distrettuale ingiunse di svolgere una terza marcia il giorno 21, domenica, tra Selma e Montgomery. In 3200 marciarono quel giorno verso Montgomery, un viaggio di 54 miglia, fiancheggiati da truppe federali a loro protezione.
Il giovedì la marcia raggiunse la capitale, composta da 25000 persone. Non fu possibile per gli organizzatori presentare una petizione al Governatore George Wallace, fu consentito soltanto a King di tenere un discorso sui gradini del Campidoglio. Il Times scrisse che "la marcia è la più grande espressione nella storia del movimento per i diritti civili".
Il Bloody Sunday ebbe un considerevole effetto sul movimento dei diritti divili. Il 15 marzo, 8 giorni dopo l'episodio, il presidente Lyndon Johnson presentò un emendamento al Congresso che sarebbe diventato il Voting Rights Act del 1965. Esso abrogava qualsiasi legge discriminatoria  che impedisse ai neri di votare e candidarsi e affidava a osservatori federali il compito di controllare le operazioni di registrazione e di voto nelle aree dove il diritto di voto era in pericolo.
La strada è oggi ricordata come il Selma To Montgomery Voting Rights Trail (percorso da Selma a Montgomery per il diritto di voto) ed è un percorso storico degli Stati Uniti (National Historic Trail).


sabato 4 settembre 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 4 settembre.
Il 4 settembre 1957 il governatore dell'Arkansas, Orval Faubus, chiama la Guardia Nazionale per impedire che i "nove di Little Rock", nove studenti afroamericani, potessero entrare e frequentare la Central High School.
La Corte Suprema degli Stati Uniti aveva emesso una sentenza il 17 maggio del 54, nella quale dichiarava incostituzionale qualsiasi legge che stabilisse scuole separate per cittadini di colore.
A seguito di questa sentenza l'Associazione Nazionale per i diritti delle persone di colore tentò di iscrivere studenti neri in scuole fino ad allora totalmente bianche nel sud del paese.
A Little Rock, la capitale dell'Arkansas, il comitato scolastico accettò di adeguarsi alla sentenza della Corte Suprema. Il 24 maggio del 55 il sovrintendente scolastico Virgil Blossom propose al comitato un piano di graduale integrazione, approvato all'unanimità. Il piano sarebbe stato implementato a partire dall'anno scolastico 57-58, che iniziava a settembre del 57. I nove di Little Rock erano studenti selezionati sulla base di altissima presenza e grado di ecellenza (Ernest Green, Elizabeth Eckford, Jefferson Thomas, Terrence Roberts, Carlotta Walls Lanier, Minnijean Brown, Gloria Ray Karlmark, Therma Mothershed e Melba Pattillo Beals).
Numerosi gruppi di segregazionisti protestarono ferocemente con il comitato scolastico e impedirono fisicamente agli studenti neri di entrare a scuola. A supporto dei segregazionisti il governatore inviò la Guardia Nazionale dell'Arkansas il 4 settembre del 57. La vista di una linea di soldati che impediva l'ingresso a scuola di nove studenti neri polarizzò l'attenzione dell'opinione pubblica americana.
L'empasse durò per giorni; il 9 settembre il Distretto Scolastico condannò in una nota il dispiegamento della Guardia Nazionale da parte del Governatore. Lo stesso presidente degli Stati Uniti Dwight Eisenhower tentò di di ridurre gli attriti invitando Faubus ad incontrarlo. Il Presidente ammonì il Governatore a non mettersi contro la Corte Suprema.
Il sindaco di Little Rock, Woodrow Nilson, chiese ad Eisenhower di inviare truppe federali per proteggere i nove studenti e consentire loro l'ingresso a scuola. Il 24 settembre il Presidente inviò la 101esima divisione Airborne della United States Army a Little Rock e "federalizzò" tutti i 10000 membri della Guardia Nazionale dell'Arkansas, togliendo dunque di fatto al governatore il potere di dare loro ordini.
Alla fine di settembre i 9 poterono finalmente entrare alla Central High di Little Rock scortati dalla U.S. Army, ma furono comunque soggetti ad un anno di abusi fisici e verbali da parte degli altri studenti bianchi. A Melba Pattillo fu gettato acido negli occhi e nel suo libro "i guerrieri non piangono" ricorda un incidente in cui ragazze bianche la bloccarono nel bagno e tentarono di darle fuoco gettandole addosso pezzi di carta incendiata.
Nell'estate del 58, alla chiusura dell'anno scolastico, Faubus decise di appellarsi alla corte Federale per posporre la desegregazione delle scuole pubbliche di Little Rock, asserendo che le scuole integrate avrebbero portato ad un incremento della violenza. La Corte Federale rigettò la richiesta di Faubus, ed egli decise allora di chiudere completamente tutte le scuole pubbliche.
Il 15 settembre del 58 il governatore emise un atto che chiudeva totalmente le quattro scuole di Little Rock, impedendo dunque sia a bianchi che a neri di frequentarle. In base alle leggi dell'Arkansas, era tuttavia necessario un referendum popolare per avallare una legge che chiude le scuole. Il referendum si doveva tenere il 27 settembre. Faubus in un comizio chiese ai cittadini di votare contro l'integrazione, poichè stava progettando di trasformare le scuole pubbliche in private, e dunque di educare separatamente bianchi e neri, pur se negli stessi edifici. Faubus vinse il referendum, e l'anno 58-59 fu ricordato come "l'anno perso", quello in cui tutte le scuole pubbliche della capitale vennero chiuse per decreto del governatore.
La vittoria di Faubus portò a una serie di conseguenze pagate dall'intera popolazione di Little Rock. Faubus stesso il giorno dopo il referendum tornò sulle sue parole e negò che avrebbe aperto scuole private. La cittadinanza insorse contro la popolazione nera, considerandola colpevole del fatto che le scuole fossero state chiuse.
In tutto ciò molti si dimenticano del danno che ricevettero gli insegnanti; 44 di essi furono licenziati a causa della mancanza di corsi; furono reintegrati solo nel maggio del 59, quando 3 membri segregazionisti del comitato scolastico furono rimpiazzati da 3 moderati. Il comitato, contro la decisione di Faubus, ordinò la riapertura delle scuole il 12 agosto del 59, più di 15 giorni prima del normale inizio dell'anno scolastico.
I neri tornarono di nuovo a scuola, comunque sempre malvisti, sbeffeggiati e vittime di abusi da parte degli altri studenti.


sabato 28 agosto 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno. Oggi è il 28 agosto.
Il 28 agosto 1963 Martin Luther King tenne al Lincoln Memorial di Washington il famoso discorso "I have a dream".
Pacifista convinto e grande uomo del Novecento, Martin Luther King Jr. nasce il 15 gennaio 1929 ad Atlanta (Georgia), nel Profondo sud degli States. Suo padre era un predicatore della chiesa battista e sua madre una maestra. I King inizialmente vivono nella Auburn Avenue, soprannominata il Paradiso Nero, dove risiedono i borghesi del ghetto, gli "eletti della razza inferiore", per dirla con un'espressione paradossale in voga al tempo. Nel 1948 Martin si trasferisce a Chester (Pennsylvania) dove studia teologia e vince una borsa di studio che gli consente di conseguire il dottorato di filosofia a Boston.
Qui conosce Coretta Scott, che sposa nel '53. A partire da quell'anno, é pastore della Chiesa battista a Montgomery (Alabama). Nel periodo '55-'60, invece, è l'ispiratore e l'organizzatore delle iniziative per il diritto di voto ai neri e per la parità nei diritti civili e sociali, oltre che per l'abolizione, su un piano più generale, delle forme legali di discriminazione ancora attive negli Stati Uniti.
Nel 1957 fonda la "Southern Christian Leadership Conference" (Sclc), un movimento che si batte per i diritti di tutte le minoranze e che si fonda su ferrei precetti legati alla non-violenza di stampo gandhiano, suggerendo la nozione di resistenza passiva. Per citare una frase di un suo discorso: "...siamo stanchi di essere segregati e umiliati. Non abbiamo altra scelta che la protesta. Il nostro metodo sarà quello della persuasione, non della coercizione... Se protesterete con coraggio, ma anche con dignità e con amore cristiano, nel futuro gli storici dovranno dire: laggiù viveva un grande popolo, un popolo nero, che iniettò nuovo significato e dignità nelle vene della civiltà.". Il culmine del movimento si ha il 28 agosto 1963 durante la marcia su Washington quando King pronuncia il suo discorso più famoso "I have a dream...." ("Ho un sogno").
"[...] E perciò, amici miei, vi dico che, anche se dovrete affrontare le asperità di oggi e di domani, io ho sempre davanti a me un sogno. E’ un sogno profondamente radicato nel sogno americano, che un giorno questa nazione si leverà in piedi e vivrà fino in fondo il senso delle sue convinzioni: noi riteniamo ovvia questa verità, che tutti gli uomini sono creati uguali.
Io ho davanti a me un sogno, che un giorno sulle rosse colline della Georgia i figli di coloro che un tempo furono schiavi e i figli di coloro che un tempo possedettero schiavi, sapranno sedere insieme al tavolo della fratellanza.
Io ho davanti a me un sogno, che un giorno perfino lo stato del Mississippi, uno stato colmo dell’arroganza dell’ingiustizia, colmo dell’arroganza dell’oppressione, si trasformerà in un’oasi di libertà e giustizia.
Io ho davanti a me un sogno, che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione nella quale non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per le qualità del loro carattere. Ho davanti a me un sogno, oggi! [...]"
Nel 1964 riceve ad Oslo il premio Nobel per la pace.
Durante gli anni della lotta, King viene più volte arrestato e molte manifestazioni da lui organizzate finiscono con violenze e arresti di massa; egli continua a predicare la non violenza pur subendo minacce e attentati.
"Noi sfidiamo la vostra capacità di farci soffrire con la nostra capacità di sopportare le sofferenze. Metteteci in prigione, e noi vi ameremo ancora. Lanciate bombe sulle nostre case e minacciate i nostri figli, e noi vi ameremo ancora. Mandate i vostri incappucciati sicari nelle nostre case nell'ora di mezzanotte, batteteci e lasciateci mezzi morti, e noi vi ameremo ancora. Fateci quello che volete e noi continueremo ad amarvi. Ma siate sicuri che vi vinceremo con la nostra capacità di soffrire. Un giorno noi conquisteremo la libertà, ma non solo per noi stessi: faremo talmente appello alla vostra coscienza e al vostro cuore che alla fine conquisteremo anche voi, e la nostra vittoria sarà piena.
Nel 1966 si trasferisce a Chicago e modifica parte della sua impostazione politica: si dichiara contrario alla guerra del Vietnam e si astiene dal condannare le violenze delle organizzazioni estremiste, denunciando le condizioni di miseria e degrado dei ghetti delle metropoli, entrando così direttamente in conflitto con la Casa Bianca.
Nel mese di aprile dell'anno 1968 Luther King si recò a Memphis per partecipare ad una marcia a favore degli spazzini della città (bianchi e neri), che erano in sciopero. Mentre, sulla veranda dell'albergo, s'intratteneva a parlare con i suoi collaboratori, dalla casa di fronte vennero sparati alcuni colpi di fucile: King cadde riverso sulla ringhiera, pochi minuti dopo era morto. Approfittando dei momenti di panico che seguirono, l'assassino si allontanò indisturbato. Erano le ore diciannove del 4 aprile. Il killer fu arrestato a Londra circa due mesi più tardi, si chiamava James Earl Ray.
 Il 10 marzo 1969 venne condannato a 99 anni di reluclusione. Il 10 giugno 1977, Ray e altri 6 carcerati evasero dal penitenziario di stato Brushy Mountain (a Petros, in Tennessee). I sette furono ritrovati tre giorni dopo e ricondotti in prigione. Morì in carcere di epatite C il 23 aprile 1998.

Cerca nel blog

Archivio blog