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venerdì 24 ottobre 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 24 ottobre.

Il 24 ottobre 1922 a Napoli si tenne un raduno di camice nere, una sorta di prova generale per l'imminente Marcia su Roma.

Quando si parla comunemente di marcia su Roma si intende quella particolare spedizione militare avvenuta negli ultimi giorni dell’ottobre del 1922 con la quale i fascisti mossero verso la capitale. In realtà, l’espressione marcia su Roma può riguardare un avvenimento molto più ampio, di preparazione alla fase finale che si concluse il 28 ottobre.

Le vicende dell’ottobre 1922 ci sono note solo nei loro tratti principali, ma appena si cerca di approfondire emerge una complessità molto ampia di cui si possono notare due problemi centrali: il ruolo giocato dalla Corona e quello del Governo. Questa situazione fu molto complessa tanto che ancora oggi le stesse istituzioni, i giornali, i partiti non conoscono le proporzioni, i caratteri, le finalità complessive del movimento.

In quel periodo si era definitivamente manifestata, a partire dai primi mesi del 1922 la crisi dello Stato liberale, infatti i due Governi che si succedettero nel 1922, il Governo guidato da Ivanoe Bonomi e quelli guidati da Luigi Facta erano Governi estremamente deboli che si basavano su una maggioranza eterogenea composta dal Partito Liberale Italiano, Partito Popolare Italiano, Partito Democratico Sociale Italiano, Partito Socialista Riformista Italiano e Partito Agrario.

Il succedersi dei fatti è abbastanza conosciuto; Mussolini prepara la marcia su Roma, il Governo risponde con un mezzo non raro nella storia dell’Italia liberale, proclamando lo stato di assedio che consente l’impiego dell’esercito. Il re inizialmente accetta la scelta del Governo, ma il 28 ottobre, quando si tratta di passare ai fatti, si rimangia la parola e si rifiuta di avviare l’azione repressiva da parte dell’esercito del Governo. Il Presidente del Consiglio presenta le dimissioni, seguendo la consuetudine che fa capire come ancora nel 1920 la fiducia del sovrano sul Governo fosse ancora importante, il re accetta immediatamente. Questa è in estrema sintesi quello che è successo in quei giorni, ma gli svolgimenti e le implicazioni disegnano un quadro più complesso fin dall’organizzazione della marcia su Roma.

Per tutto il 1922 c’erano state già quelle che da molti storici sono considerate delle prove generali delle anticipazioni della marcia su Roma con l’occupazione di Bolzano, Trento, Bologna e altri centri minori che rinforzavano il ruolo politico militare del fascismo nel Paese. Il 26 settembre 1922 Mussolini si recò a Cremona tra l’entusiasmo delle camicie nere; dopo il consueto discorso introduttivo di Farinacci, parlò  il leader del fascismo: “È dalle rive del Piave che noi abbiamo iniziato una marcia che non può fermarsi fino a quando non abbiamo raggiunto la meta suprema: Roma”. Il 24 ottobre ci furono ulteriori prove generali con il grande concentramento di Napoli, il piano ormai consolidato era quello di conquistare prima la periferia come era stato su scala minore, ma questa volta l’obbiettivo era la capitale. Lo squadrismo voleva quindi forzare la mano a quella parte politica liberal-moderata monarchica, sostenuta dalla Confindustria che guardava con simpatia al fascismo, ma che avrebbe concesso in un Governo di centro-destra solo qualche ministero al fascismo. Divisa l’Italia in dodici territori, Mussolini e i quadrunviri lasciarono la grande manifestazione di Napoli, tutti avevano dei compiti precisi che dovevano svolgere in poco tempo tra il 25 e il 27 ottobre; inoltre il piano insurrezionale era stabilito in cinque tempi come ha  scritto  lo storico  Renzo De Felice:

1-Occupazione degli uffici pubblici delle principali città del Regno;

2-Concentramento delle camicie nere a Santa Marinella, Perugia, Tivoli, Monterotondo, Volturno;

3- Ultimatum al Governo di Facta per la cessione generale dei poteri dello stato;

4-Entrata a Roma e presa di possesso ad ogni costo dei ministeri. In caso di sconfitta le milizie fasciste avrebbero dovuto ripiegare verso l’Italia centrale, protette dalle riserve ammassate nell’Umbria;

5- Costituzione di un Governo fascista in una città dell’Italia centrale. Radunata rapida delle camicie nere della Vallata Padana e ripresa dell’azione su Roma fino alla vittoria ed al possesso.

Nel doloroso caso di un investimento bellico, la colonna Bottai (Tivoli e Valmontone) accerchierà il quartiere di S. Lorenzo entrando dalla Porta Tiburtina e da Porta Maggiore.  La colonna Igliori con Fara (Monterotondo) premerà da porta Salaria e da Porta Pia e la colonna Perrone (Santa Marinella) da Trastevere.

A partire dal 26 ottobre le squadre occuparono molte città dell’Italia settentrionale e centrale prendendo il possesso dei centri strategici come  le prefetture per poi muovere verso Roma. Le autorità dello Stato nelle diverse città non avevano disposizioni precise su come contrastare queste iniziative ed erano troppo abituate a lasciar correre:  gran parte cedettero pacificamente o vennero sopraffatte. L’azione vera e propria iniziò nella notte tra il 27 e il 28 ottobre. Alcuni dei comandanti di zona diedero le disposizioni attraverso delle apposite staffette ai comandanti locali e altri le diedero  in treno. L’ordine di mobilitazione comandava che questa avvenisse tra il 27-28 di notte, l’orario dipendeva dalla distanza dei vari luoghi dal capoluogo di provincia. Gli squadristi dovevano avere la tessera, dei viveri a secco per tre giorni ed essere  in assetto da guerra.

Il comportamento del re e del Governo in questa situazione mutò rapidamente; infatti se all’inizio sembrò a favore della proclamazione dello stato d’assedio e dette l’impressione di sollecitare Facta, in giro di breve tempo, come sostiene Renzo de Felice, rifiutò la firma del decreto. Questo cambiamento non è da ricercare in una preventiva intesa con Mussolini e si può escludere che i fascisti nella notte tra il 27 e il 28 ottobre abbiano fatto pressioni sul Re. La motivazione reale di questo cambiamento secondo Renzo de Felice bisogna ricercarla negli ambienti vicini a lui e sui quali riponeva fiducia tanto da influenzarlo, dato che il re era solo parzialmente a favore di Mussolini: inizialmente la sua idea era di non firmare lo stato d’assedio e di dare il governo a Salandra; è quindi ipotizzabile che avesse accettato solo metà della proposta suggeritagli.

Si arrivò quindi alla marcia su Roma con il Sovrano e il Governo senza una linea comune e questo creò solo confusione.

giovedì 11 settembre 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è l'11 settembre.

L'11 settembre 1926 il duce Benito Mussolini scampa a un attentato compiuto dall'anarchico Gino Lucetti.

Sputi, schiaffi e pugni.

Così finivano gli incontri per strada tra Lucetti e i fascisti.

Ex soldato nella Grande Guerra, il ventenne carrarese aveva scelto di aderire nel primo dopoguerra agli Arditi del Popolo, la formazione che univa sotto la stessa bandiera quella parte dell’arditismo ostile al nuovo corso mussoliniano. Gino, come molti suoi conterranei, era visceralmente anarchico e di spirito bollente, per questo i suoi incontri con gli uomini del duce precipitavano in vere e proprie risse.

Zuffe che gli costarono le attenzioni del nascente regime e che lo costrinsero a due fughe in Francia. La seconda, nel settembre del '25, dopo il ferimento a pistolettate di un fascista.

Insomma la rivoltella, così come le bombe a mano, non erano estranee a Lucetti, visto anche il suo passato nell’esercito. Per questo decise di utilizzarle per infliggere al fascismo un colpo che sarebbe risultato mortale. Uccidere Mussolini, questa divenne negli anni dell’esilio la missione che Gino si ripromise di portare a termine.

Rientrò in Italia nel settembre del '26 col preciso scopo di attentare alla vita del duce.

Attesolo lungo il percorso che il capo del governo era solito fare per recarsi a Palazzo Chigi lo scorse che viaggiava come previsto sulla sua Lancia Lambda coupé de ville. L’anarchico non esitò un attimo a lanciare una bomba a mano contro la vettura. Il destino volle che l’ordigno invece di entrare nell’abitacolo rimbalzasse sul bordo superiore del finestrino posteriore destro così da finire sugli ignari passanti che si trovavano nella piazza dell’attentato, ovvero quella di Porta Pia a Roma.

Otto feriti e il duce illeso.

Lucetti avrebbe probabilmente assalito a colpi di rivoltella l’auto se non fosse stato fermato prima da un civile e poi dalle forze di polizia. Lo disarmarono e ovviamente lo arrestarono.

Gino venne condannato a trent’anni di carcere, mentre la polizia fascista utilizzava l’attentato come pretesto per dare il via a varie rappresaglie contro gli antifascisti, in particolare verso gli anarchici carraresi.

Lucetti rimase in galera fino all’8 settembre del '43. Ucciso poco dopo da un bombardamento tedesco sull’isola di Ischia, divenne uno dei simboli della Resistenza.

A lui fu intitolato il battaglione partigiano che combatté nei pressi di Carrara.

Ancora oggi la storiografia dibatte sull’organizzazione dell’attentato a Mussolini operato da Lucetti. Per alcuni fu il gesto isolato di un individualista, per altri Gino era la punta dell’iceberg di un piano curato nei minimi dettagli.

Comunque sia andata, Lucetti lanciò quella bomba. Il duce disse che si era accorto dell’attentato e che se la bomba fosse penetrata nella vettura lui l’avrebbe rispedita al mittente. Come in altre occasioni fu piuttosto generoso nel parlare delle proprie capacità.

In realtà fu solo il destino a salvargli la pelle.

venerdì 25 luglio 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 25 luglio.

Il 25 luglio 1943 Mussolini si dimette e viene arrestato. E' la caduta del fascismo.

«La guerra continua. L’Italia, duramente colpita nelle sue province invase, nelle sue città distrutte, mantiene fede alla parola data, gelosa custode delle sue millenarie tradizioni»… così l’annunciatore Arista del Giornale Radio, alle 22,45 del 25 luglio 1943 annunciava alla nazione che Sua Maestà il Re Imperatore aveva accettato le dimissioni del Cavaliere Benito Mussolini dalla carica di Capo del Governo, Primo Ministro Segretario di Stato, e di aver nominato in sua vece il Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio.

Sulla scorta della memorialistica e della diaristica sull’argomento abbiamo ricostruito quanto avvenne in quel 25 luglio in un’afosa giornata della sciroccosa estate romana, particolarmente «calda» perché il giorno precedente, dopo quattro anni, si era riunito il Gran Consiglio del Fascismo alle ore 17,00 nella sala del Mappamondo di Palazzo Venezia; Gran Consiglio che si era concluso con l’approvazione, dopo dieci ore di discussione, dell’ordine del giorno di Dino Grandi con cui era stato chiesto che il Capo del Governo (Mussolini) restituisse al Re «… l’effettivo comando delle Forze Armate e quella suprema iniziativa di decisione che le nostre istituzioni a lui attribuiscono …». In chiare lettere le dimissioni di Mussolini.

Pur non esistendo un verbale della storica seduta, attraverso le versioni date successivamente dai presenti e dallo stesso Mussolini nel suo volume “Storia di un anno -II tempo del bastone e della carota”, risulta che votarono «Sì» i seguenti 19 alti gerarchi: Acerbo, Albini, Alfieri, Balella, Bastianini, Bignardi, Bottai, Cianetti, Ciano, De Bono, De Marsico, De Stefani, De Vecchi, Federzoni, Gottardi, Grandi, Marinelli, Pareschi, Rossoni; mentre Biggini, Buffarini Guidi, Frattari, Galbiati, Polverelli, Scorza e Tringali votarono contro. Si astenne il solo Suardo; Farinacci invece, l’uomo dei tedeschi, presentò e votò un suo personale ordine del giorno.

Paolo Monelli, il primo a dedicare un libro, “Roma 1943”, sull’argomento scrisse: «… a votazione conclusa Mussolini chiede: “Chi porterà questo ordine del giorno al Re?…”. “…Tu lo porterai…” risponde Grandi. “…Mi pare che basti…” dice Mussolini e prosegue: “…Voi avete provocato la crisi del regime. La seduta è tolta…”.

All’invito di Sforza di chiudere la seduta con il rituale «Saluto al Duce!» il protocollare «A noi!» di risposta risuona molto fiacco e distratto, alcuni gerarchi erano già usciti dalla sala.

Parallelamente all’azione promossa da Dino Grandi (avvocato bolognese, all’epoca Ministro Guardasigilli), nel corso di quel fatidico 1943 si era mosso nella stessa direzione anche il Re; infatti in una sua lettera al duca Acquarone, Ministro della Real Casa, si legge: «…Fin dal gennaio 1943 io concretai definitivamente la decisione di porre fine al regime fascista e di revocare il Capo del Governo Mussolini. L’attuazione di questo provvedimento, resa più difficile dallo stato di guerra, doveva essere minuziosamente preparata e condotta nel più assoluto segreto, mantenuto anche con le persone che vennero a parlarmi del malcontento del Paese. Lei è stato al corrente delle mie decisioni e delle mie personali direttive, e Lei sa che soltanto queste dal gennaio del 1943 portarono al 25 luglio successivo».

Ma torniamo a quelle prime fatidiche ore del 25 luglio che videro rientrare Mussolini a Villa Torlonia, atteso dalla moglie Rachele che così ricorda: «…L’aspettavo in piedi e gli sono corsa incontro in giardino. Era con Scorza. Non so come mi sia uscita di bocca la frase “…Li hai fatti almeno arrestare tutti?”. Benito ha risposto a voce bassa: “Lo farò”. Erano le cinque quando ci siamo salutati e ci siamo augurati un buon riposo».

Giova a questo punto rammentare che Dino Grandi, immediatamente uscito da Palazzo Venezia, si era incontrato con il duca di Acquarone e messolo al corrente del voto del Gran Consiglio, lo aveva invitato a rendere partecipe il Re delle notizie e di aver deciso di anticipare di 24 ore l’arresto di Mussolini, già stabilito per il giorno 26.

Seguiamo pertanto il duca Acquarone che, dopo aver riferito al sovrano sulle decisioni adottate di comune accordo con il generale Ambrosio, Capo di S.M. Generale e il suo ufficiale Addetto, il generale Giuseppe Castellano, aveva dato il via alle complesse operazioni relative all’arresto di Mussolini. D’intesa pertanto con il generale Angelo Cerica, Comandante generale dell’Arma dei Carabinieri, da poco succeduto al generale Hazon, perito nel corso del bombardamento del 19 luglio su Roma, aveva convocato il Comandante del gruppo interno dei Carabinieri e ordinato al Ten. Col. Giovanni Frignani che venisse sospesa la libera uscita ai componenti le tre Legioni di stanza nella città e che la truppa, schierata in armi nei cortili delle rispettive caserme, attendesse di venire passata in rassegna.

II generale Cerica quindi ordinò ai capitani Paolo Vigneri e Raffaele Aversa, alla presenza dello stesso Frignani e del Commissario di P.S. Marzano: «Vi affido un compito per cui faccio appello al giuramento di fedeltà al Re, da voi prestato nel giorno della vostra nomina ad ufficiale. Fra qualche ora, d’ordine di Sua Maestà il Re, voi dovete arrestare Mussolini che, messo in minoranza nella seduta di questa notte del Gran Consiglio, sarà sostituito nelle funzioni di Capo del Governo dal Maresciallo Badoglio».

«Va bene» risposero i due capitani e rimasero in attesa di ulteriori disposizioni. Le modalità di esecuzione prevedevano per il trasporto del Duce l’uso di un’ambulanza con i vetri smerigliati (messa a disposizione dall’autoparco del Ministero degli Interni) e la scorta di cinquanta carabinieri a bordo di un autocarro con i teloni abbassati; fu convocato anche il Questore Giuseppe Morazzini, incaricato della sicurezza della residenza reale, con il preciso compito di agevolare l’ingresso degli automezzi all’interno di Villa Ada.

Nel rapporto si legge che sull’ambulanza, oltre al conducente, un agente di P.S., si trovavano altri tre agenti in abito civile armati di mitra, tutte persone di fiducia del Commissario Marzano e, in previsione di una colluttazione, vi avevano preso posto anche tre sottufficiali dei carabinieri particolarmente prestanti (i vicebrigadieri Domenico Bertuzzi, Romeo Cianfriglia e Sante Zanon). Non dimentichiamo che l’arresto avrebbe dovuto eseguirsi a qualunque costo (catturarlo vivo o morto, era stato l’ordine tassativo del Ten. Col. Frignani).

I due automezzi quindi procedettero alla volta di Villa Ada e, preceduti dalla macchina del questore Morazzini, entrarono nel grande parco e si fermarono sul lato orientale della Villa Savoia ove si fermò l’ambulanza mentre l’autocarro proseguì fino al lato settentrionale della villa, sul retro.

Ma torniamo ora a Mussolini che nel pomeriggio riceve a Villa Torlonia, la sua residenza, ben tre telefonate che con diversi pretesti gli ricordano l’appuntamento con il Re a Villa Savoia per le 17,00. Alle 16,50 infatti l’auto del Duce, guidata da Ercole Boratto, il suo autista personale, e con a bordo il segretario particolare, il prefetto Nicola De Cesare, oltrepassa il cancello di Villa Ada, lasciando le tre vetture del seguito e la guardia presidenziale su Via Salaria; si addentra nel viale alberato che conduce a Villa Savoia ove lo attende il Re che ha appena avuto un’animata discussione con Acquarone e con la Regina, fermamente indignata perché l’arresto di Mussolini è stato predisposto avvenga in casa sua, contravvenendo alle regole dell’ospitalità.

Ma cosa si sono detti il sovrano e Mussolini all’interno della Villa? Sulla scorta del diario del solo testimone auricolare, il generale Paolo Puntoni, primo aiutante di campo di Vittorio Emanuele III (soltanto il 5 luglio era stato messo al corrente dell’azione per deporre il Duce) e ai ricordi dello stesso Mussolini, pubblicati sul Corriere della Sera del 1944 e poi raccolti nel volume “Storia di un anno”, abbiamo ricostruito parte di quel colloquio e le vicende relative al suo arresto.

«Appena raggiunto Sua Maestà all’interno della Villa – è Puntoni che scrive – il Re mi dice che ha deciso di invitare categoricamente il Duce ad andarsene e che lo sostituirà con Badoglio: “Farò un Ministero di militari e di funzionari”, soggiunge Vittorio Emanuele III, e continua: “Io riprenderò il comando delle Forze Armate e Ambrosio resterà al suo posto di Capo di Stato Maggiore Generale. Per quanto riguarda Mussolini ho autorizzato che alla fine dell’udienza, fuori di Villa Savoia, sia fermato e portato in una caserma per evitare da un lato che possa mettersi in contatto con elementi estremisti del partito e provocare disordini e, dall’altro, che antifascisti scalmanati attentino alla sua persona…”. Fatti altri passi aggiunge: “Siccome non so come il Duce potrà reagire, la prego di rimanere accanto alla porta del salotto dove noi ci ritireremo a discutere. In caso di necessità intervenga…”».

Dopo una pausa il Re riprende: «Aspettavo da giorni l’occasione buona, ormai non avevo più dubbi sull’avversione della massa per il Duce e per il fascismo; per di più ho buoni motivi per ritenere la guerra irrimediabilmente perduta. Fino all’ultimo, data la sua qualità di generale in servizio attivo – rivolgendosi direttamente a Puntoni – ho voluto che lei rimanesse fuori di tutto. Mussolini è Ministro della guerra e lei dipende dal Ministro. Ogni sua partecipazione diretta o indiretta a quest’affare poteva considerarsi un vero e proprio complotto. Questo non lo avrei mai permesso».

Ma ormai Mussolini, accompagnato dal segretario, che è stato fatto accomodare in un altro salottino privato, è sopraggiunto e Puntoni prende posto secondo i desideri del sovrano. Il Re entra nel salotto, seguito dal Duce, che ricorda di averlo notato «in uno stato di anormale agitazione e con i tratti del volto sconvolti» dice: «…Caro Duce, le cose non vanno più. L’Italia è in tocchi. L’Esercito è moralmente a terra. I soldati non vogliono più battersi. Gli alpini cantano una canzone nella quale dicono che non vogliono più fare la guerra per conto di Mussolini. II voto del Gran Consiglio è tremendo. Diciannove voti per l’ordine del giorno Grandi: fra essi quattro Collari dell’Annunziata. Voi non vi illudete certamente sullo stato d’animo degli italiani nei vostri riguardi. In questo momento voi siete l’uomo più odiato d’Italia. Voi non potete contare più su di un solo amico. Uno solo vi è rimasto, io. Per questo vi dico che non dovete avere preoccupazioni per la vostra incolumità personale, che farò proteggere. Ho pensato che l’uomo della situazione è, in questo momento, il Maresciallo Badoglio. Egli comincerà col formare un ministero di funzionari, per l’amministrazione e per continuare la guerra. Fra sei mesi vedremo. Tutta Roma è già a conoscenza dell’ordine del giorno del Gran Consiglio e tutti attendono un cambiamento…».

«Io vi voglio bene – prosegue il Re al Duce – …e ve l’ho dimostrato più volte difendendovi contro ogni attacco, ma questa volta devo pregarvi di lasciare il vostro posto e di lasciarmi libero di affidare ad altri il governo…».

Prosegue Puntoni nel suo diario: «…Passano alcuni attimi di silenzio poi si sente come un bisbiglio… la sua voce interrotta di tanto in tanto da brevi repliche del sovrano che insiste sulla sua decisione e sul suo rincrescimento. Mussolini interviene a scatti, poi le sue parole sono sopraffatte da quelle del Re che accenna al torto fattogli quando, senza neppure salvare la forma, Mussolini aveva voluto assumere il comando delle Forze Armate. Mi arriva netta questa frase: “E mi hanno assicurato che quei due straccioni di Farinacci e Buffarini, che avevate vicini quando non si sapeva se avrei firmato o no il decreto dissero: lo firmerà, altrimenti lo prenderemo a calci nel sedere!”. Mussolini ascolta senza fiatare, ma il sovrano ormai non gli dà tregua. Sembra che tutti e due parlino come se temessero di essere ascoltati, perché del loro colloquio mi giunge poco o nulla».

A questo punto il Re prosegue: «le condizioni interne della Germania sono gravissime. Io devo intervenire per salvare il Paese da inutili stragi e per cercare di ottenere dal nemico un trattamento meno disumano». Il Duce sussurra in maniera stanca qualche parola e domanda: «Ed io, ora, cosa debbo fare?». Replica il Re ad alta voce: «…Rispondo io con la mia testa, della vostra sicurezza personale, statene certo…» e prosegue accompagnandolo alla porta «…mi dispiace, mi dispiace, ma la soluzione non poteva essere diversa…». Mussolini racconterà poi: «…Nel salutarlo mi parve ancora più piccolo, quasi un nano, ma mi strinse la mano con grande calore…».

AI rumore delle sedie Puntoni si allontana dall’uscio e Mussolini, accompagnato dal segretario, si avvia verso l’uscita e, sceso dalle scale, viene affrontato dal capitano Vigneri mentre l’altro capitano, Aversa, si porta alle sue spalle.

Vigneri saluta militarmente e sull’attenti esclama: «Duce, in nome di Sua Maestà il Re, vi preghiamo di seguirci per sottrarvi ad eventuali violenze della folla».

«Non ce n’è bisogno» replica con tono stanco e implorante.

«Duce, io ho un ordine da eseguire», è la ferma risposta dell’ufficiale. «Allora seguitemi» dice Mussolini, e si avvicina alla sua macchina ferma, senza autista, a ridosso di una siepe. Ma il capitano Vigneri, spostandosi a sua volta, gli si para innanzi: «No, Duce, deve venire con la mia macchina!». Mussolini, ammutolito e rassegnato, si avvia quindi verso l’ambulanza ed ha un attimo di esitazione prima di salire a bordo, ma viene sollecitato da Vigneri che, presolo per il gomito, lo aiuta a salire, seguito da De Cesare.

Quando Mussolini protesta perché a bordo dell’ambulanza vengono fatti entrare oltre ai tre agenti di PS anche i tre sottufficiali dell’Arma, Vigneri allarga le braccia per fargli capire che non c’è niente da fare e sollecita gli uomini ordinando «Su, ragazzi, fate presto».

Con un caldo soffocante l’ambulanza con dieci persone a bordo si avvia lungo i viali inghiaiati del parco ed esce da un cancello secondario. Mussolini, pallidissimo, non dice una parola; ogni tanto si porta l’indice alla radice del naso, ma tiene gli occhi bassi.

L’autoambulanza giunge così nel cortile della caserma Podgora. Gli uomini scendono, per ultimo Mussolini, con al suo fianco Vigneri che alla sua richiesta «È una caserma dei carabinieri questa?…» risponde «Sì, Duce» e lo accompagna al Circolo Ufficiali.

Dopo una breve sosta, scortato dagli stessi uomini, a bordo della medesima ambulanza verrà poi condotto nella caserma della Legione Allievi Carabinieri di Via Legnano e lungo il tragitto avrà occasione di lamentarsi per l’eccessiva velocità commentando: «Se portate così i feriti non so come giungeranno vivi!».

La lunga giornata calda andò quindi incontro alla sera e mentre molti italiani già dormivano altri ebbero occasione di udire il giornale-radio delle 22,45 che annunciava: «Sua Maestà il Re Imperatore ha accettato le dimissioni del Cavaliere Benito Mussolini…».

Le strade e le piazze furono immediatamente invase dalla folla esultante. Per tutta una notte, come scrisse Monelli, i canti, le grida, i clamori sembrarono «il grido di un muto che riprende la parola dopo vent’anni».

II colonnello Tabellini che ebbe ospite il Duce nella sua abitazione all’interno della caserma di Via Legnano riferì: «Tenne un contegno che francamente mi meravigliò fino a sconcertarmi… In sostanza ebbi l’impressione che il nuovo stato di cose lo avesse liberato da una situazione insostenibile. Più che rassegnato mi sembrò sollevato».

Rimase nella caserma di Via Legnano ben poco perché quello «scomodo» prigioniero venne inviato, verso le 22 del 27 luglio, a Gaeta, ove venne imbarcato sulla torpediniera Persefone alla volta di Ventotene e delle altre isole del Tirreno.

venerdì 28 febbraio 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 28 febbraio.

Il 28 febbraio 1912 nasce a Roma Clara Petacci.

Clara Petacci, detta Claretta, nasce a Roma il 28 febbraio 1912. Appassionata di pittura e con velleità cinematografiche, pare fosse innamorata del Duce fin da giovanissima.

Il 24 aprile 1932 la speranza di Claretta viene esaudita. L'incontro con Benito Mussolini avviene alla rotonda di Ostia: Claretta ha vent'anni, è nel pieno della sua giovinezza e della sua bellezza; il Duce ne ha quarantotto.

Nonostante tutto Claretta sposa il fidanzato, il tenente dell'aeronautica Riccardo Federici, da cui si separerà nel 1936. Dopo la sua separazione inizierà la relazione intima con il Duce.

Claretta lo aspetta ogni giorno pazientemente nella stanza dei loro incontri e anche se gelosissima sopporta tutte le umiliazioni, che nonostante le volesse bene, Mussolini le infligge. Claretta non chiederà mai a Mussolini di lasciare la moglie per lei. Accettava quello che il suo uomo poteva darle, fino alla fine, fino a voler morire vicino a lui, per dimostrargli fino in fondo la sua dedizione e per compensarlo, a suo modo di vedere, di tutti gli abbandoni subiti nella fase finale del suo potere.

Travolta dagli eventi della Seconda guerra mondiale, alla caduta del regime, Clara Petacci viene arrestata il 25 luglio 1943 per essere poi liberata il giorno 8 settembre, quando viene annunciata la firma dell'armistizio di Cassibile. Tutta la famiglia abbandona Roma e si trasferisce nel nord Italia controllato dalle forze tedesche, dove poi sorge la Repubblica di Salò.

Clara si trasferisce in una villa a Gardone, non lontano dalla residenza di Mussolini. Il 25 aprile, sia Clara sia Marcello si allontanano da Milano assieme alla lunga colonna di gerarchi fascisti in fuga verso Como. Il 27 aprile 1945, durante l'estremo tentativo di Mussolini di sottrarsi alla cattura, Clara viene bloccata a Dongo.

Il giorno seguente, il 28 aprile, dopo il trasferimento a Giulino di Mezzegra, sul lago di Como, Benito Mussolini e Claretta Petacci vengono fucilati, sebbene su Clara non pendesse alcuna condanna. La versione ufficiale della morte di Mussolini è stata tuttavia contestata ed esistono diverse versioni sull'andamento dei fatti. Il giorno dopo (29 aprile) i corpi vengono esposti in piazzale Loreto a Milano (assieme a quelli delle persone fucilate a Dongo il giorno prima e Starace, che venne giustiziato in Piazzale Loreto poco prima), appesi per i piedi alla pensilina del distributore di carburante, dopo essere stati oltraggiati dalla folla. Il luogo viene scelto per vendicare simbolicamente la strage di quindici partigiani e antifascisti avvenuta il 10 agosto 1944, messi a morte per rappresaglia in quello stesso luogo.

Non appena il cadavere della Petacci fu appeso alla pensilina, don Pollarolo, cappellano dei partigiani, dietro pressione di Anna Mastrolonardo e altre donne presenti tra la folla, chiese alla sarta Rosa Fascì una spilla da balia per fissare la gonna indossata dal corpo di Clara. Tale soluzione si rivelò però inefficace e così intervennero i pompieri, sopraggiunti con gli idranti a sedare l'ira della folla, a provvedere a mantenere ferma la gonna con una corda.

Attorno alle ore 15, i corpi giunsero all'Obitorio Civico di via Giuseppe Ponzio.

Al calar della notte del giorno dopo, il 30 aprile, per ordine del Comitato di Liberazione Nazionale (CLN), la salma di Claretta Petacci venne sepolta (così come Mussolini e altri) in una fossa del Campo 16 del Cimitero Maggiore di Milano, lasciata anonima per evitare ulteriori oltraggi; dopo 2 giorni, di notte, per creare ulteriore difficoltà alla sua individuazione, sempre per ordine del CLN, la salma di Claretta venne esumata e traslata in una fossa del Campo 10, il campo perpetuo destinato ai caduti della RSI, sotto il nome fittizio di Rita Colfosco. Qui rimase fino a marzo 1956 quando, con autorizzazione del ministro dell'interno Fernando Tambroni, la salma di Claretta Petacci venne esumata, trasportata a Roma e tumulata nella tomba di famiglia al Cimitero Comunale Monumentale Campo Verano, il giorno 16.

In seguito alla morte dei discendenti diretti tra gli anni 1960 e 1970, e il trasferimento dei rimanenti negli Stati Uniti, la tomba è stata nel 2015 dichiarata "manufatto in stato di abbandono" dall'amministrazione cimiteriale. Un'associazione ha proposto il recupero del manufatto, mentre l'ex sindaco di Sant'Abbondio Alberto Botta ha proposto di traslare la salma a Mezzegra, luogo della morte della donna. Successivamente la tomba è stata restaurata nell'autunno del 2017, dopo una raccolta fondi da parte di un'associazione.

domenica 19 gennaio 2025

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 19 gennaio.

Il 19 gennaio 1939 viene abolito il Parlamento Italiano, sostituito con la Camera dei Fasci e delle Corporazioni.

Con la legge del 19 gennaio 1939, che istituiva la Camera dei fasci e delle corporazioni il regime totalitario proseguiva la costruzione dello Stato fascista, dopo aver soppresso la Camera dei deputati, per cancellare quel che ancora sopravviveva della rappresentanza parlamentare eletta dai cittadini. 

La Camera dei deputati fu abolita per volontà del duce, al culmine di un processo di revisione costituzionale, iniziato fin dal 1925, che nei successivi quattordici anni aveva attuato, gradualmente ma costantemente, una radicale trasformazione dell'ordinamento dello Stato monarchico, abolendo il regime parlamentare, che aveva governato il regno d'Italia fin dalla sua costituzione il 17 marzo 1861, sulla base dello Statuto del regno di Sardegna concesso da Carlo Alberto nel 1848.

Secondo lo Statuto, il potere legislativo era « collettivamente esercitato dal Re e da due Camere»: il Senato, «composto da membri nominati a vita dal Re, in numero non limitato, aventi l'età di quarant'anni compiuti», scelti fra diverse categorie definite dallo Statuto, e la Camera elettiva, «composta di Deputati scelti dai Collegi Elettorali conformemente alla Legge» fra i sudditi del re che avevano compiuto i trent'anni, godevano dei diritti civili e politici, e degli altri requisiti previsti dalla legge. I deputati, eletti per cinque anni, rappresentavano «la Nazione in generale, e non le sole provincie in cui furono eletti» e non erano soggetti a «nessun mandato imperativo» da parte degli elettori. Lo Statuto stabiliva inoltre, che nessun deputato poteva essere arrestato durante l'esercizio del suo mandato, «fuori del caso di flagrante delitto», né poteva essere «tradotto in giudizio in materia criminale, senza il previo consenso della Camera».

Con l’abolizione della Camera dei deputati il regime fascista annientò definitivamente dallo Stato italiano il principio della sovranità popolare, così come aveva proclamato fin dal suo avvento al potere. Infatti, pur lasciando nominalmente esistere la Camera dei deputati, il fascismo aveva iniziato a demolire la rappresentanza eletta col voto popolare fin dal novembre 1926, quando su iniziativa del segretario del partito fascista, diventato ormai partito unico, furono dichiarati decaduti tutti i deputati dei partiti antifascisti. Due anni dopo, alla vigilia della elezione della nuova Camera, il 17 maggio 1928, una riforma della rappresentanza politica aveva istituito il collegio unico nominale, assegnando al Gran Consiglio, l'organo supremo del partito fascista, la prerogativa di scegliere i candidati alla Camera, proponendo agli elettori una lista che essi potevano soltanto approvare o respingere in blocco.

La votazione del 1929 produsse una Camera esclusivamente fascista. Fu in seguito alla riforma della rappresentanza politica, che il Gran Consiglio divenne supremo organo costituzionale dello Stato monarchico, con competenze costituzionali decisive, come la facoltà di tenere aggiornata la lista di eventuali successori alla carica di capo del governo, cioè di eventuali successori di Mussolini in tale carica, e che in realtà non fu mai approntata, e soprattutto la prerogativa di intervenire nella successione al trono, che menomava gravemente il potere del re.

La sopravvivenza della formula plebiscitaria, adottata anche per l'elezione dei deputati nel 1934, non era affatto una residua parvenza di riconoscimento della sovranità popolare, che il fascismo al potere aveva sempre brutalmente e pubblicamente negato. Una maggioranza di voti contrari nelle elezioni plebiscitarie, non avrebbe comportato alcuna crisi per il regime totalitario, che si compiaceva di ostentare il consenso popolare, ma fondava esclusivamente sulla forza la sua esistenza. Mussolini lo aveva detto chiaro e netto alla vigilia del plebiscito del 1929: «Ho appena bisogno di ricordare tuttavia, che una rivoluzione può farsi consacrare da un plebiscito, giammai rovesciare».

L'istituzione della Camera dei fasci e delle corporazioni risolveva definitivamente il problema della rappresentanza popolare, abolendola. La nuova Camera infatti non era elettiva né prevedeva alcuna approvazione plebiscitaria popolare. I suoi membri, denominati consiglieri nazionali, erano i componenti del Consiglio nazionale del partito fascista e i componenti del Consiglio nazionale delle corporazioni, e assumevano la qualità di consiglieri nazionali «con decreto del DUCE del Fascismo, Capo del Governo».

I consiglieri nazionali godevano delle prerogative precedentemente riconosciute ai deputati dallo Statuto, ma il limite minimo di età era stabilito a venticinque anni. I consiglieri nazionali decadevano dalla carica nel momento stesso in cui decadevano dalla funzione esercitata nel Consiglio nazionale del partito fascista e in quello delle corporazioni. Della nuova Camera erano componenti di diritto il duce e i membri del Gran Consiglio del fascismo, creato da Mussolini alla fine del 1922 come organo supremo del partito fascista, e diventato dal 1928 organo costituzionale supremo del regime fascista. Unico compito della Camera dei fasci e delle corporazioni era collaborare con il governo per la formazione delle leggi, Lo stesso compito era assegnato al Senato, divenuto ormai un'assemblea dominata da senatori fascisti, mentre la esigua minoranza di senatori rimasti antifascisti o era ridotta al silenzio o disertava le sedute.

Nel presentare al duce la relazione sull'attività svolta alla Camera dei fasci e delle corpo dal 23 marzo 1939 al 23 marzo 1941, il presidente della medesima, Dino Grandi affermava: «Lo Stato totalitario non è più un semplice postulato teorico, per superare le contraddizioni della democrazia parlamentare. Una coerenza intrinseca, quasi elementare, ne è caratteristica fondamentale. Esso pone il Governo al centro del sistema e rende attuabili forme di operosa e armonica collaborazione, particolarmente apprezzabili e innovative nei riguardi delle Assemblee politiche. E appunto la felice e costruttiva esperienza della nostra Assemblea porta nuova luce sull'istituto legislativo, mediante il quale non solo si esplica una sostanziale attività pubblica, ma la profonda trasformazione operata dal Fascismo nella struttura sociale del Paese viene a mano a mano acquisita allo ordinamento giuridico».

La Camera dei fasci e della corporazioni fu abolita il 2 agosto 1943 dopo il crollo del regime fascista travolto dalla catastrofe militare. Il ripristino della sovranità popolare attraverso la Camera dei deputati e l'istituzione di un Senato elettivo nell'Italia repubblicana, fu la definitiva vittoria della democrazia sul fascismo.

lunedì 4 novembre 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 4 novembre.
Il 4 novembre 1925 Benito Mussolini subì il primo attentato della sua carriera politica. Ne subì quattro prima di essere ucciso il 28 aprile 1945 vicino ai cancelli di villa Belmonte nei pressi di Dongo. L’attentato fu organizzato da Tito Zaniboni, un socialista riformista appartenente al partito Socialista Unitario di Giacomo Matteotti.
Zaniboni organizzò l’attentato con l’aiuto di un gruppo di persone che in realtà conoscevano le sue intenzioni ma che non gli avevano dato un aiuto fondamentale, probabilmente solo un piccolo sostegno economico; fra questi pare che ci fosse anche il generale Luigi Capello che venne arrestato alcuni giorni dopo l’attentato e  che respinse sempre le accuse a suo carico dichiarandosi innocente.
Il luogo dell’attentato doveva essere la terrazza di palazzo Chigi da cui Mussolini si sarebbe affacciato per festeggiare il VII anniversario della vittoria italiana nella Prima guerra mondiale. Zaniboni avrebbe dovuto sparare da una camera dell’albergo Dragoni che si affacciava sul palazzo; all’interno della stanza, nascosto in un armadio, c’era un fucile austriaco di precisione che sarebbe servito per colpire il Duce mentre pronunciava il suo discorso.
Zaniboni, però, non era a conoscenza del fatto che all’interno del suo gruppo c’era un infiltrato dell’OVRA (una struttura di polizia segreta di epoca fascista  la cui denominazione non è stata mai realmente chiarita ma che dovrebbe essere “Opera di Vigilanza e di Repressione dell’Antifascismo), Carlo Quaglia, che aveva già allertato le forze dell’ordine le quali seguivano ogni movimento dell’attentatore già da alcuni giorni.
Quando Zaniboni entrò in albergo venne subito arrestato e condotto in carcere. Pochi giorni dopo il Partito Socialista Unitario e il suo giornale “La giustizia” vennero chiusi.
L’attentatore rimase in carcere quasi due anni prima di subire il processo che si svolse l’11 aprile del 1927. Tito Zaniboni fu contradditorio nelle sue dichiarazioni e anche in seguito il suo comportamento non fu limpidissimo. Durante il processo, infatti, fece due dichiarazioni differenti e contraddittorie: prima ammise di voler svolgere un’azione dimostrativa e di non voler colpire Mussolini ma, forse, solo Roberto Farinacci; in seguito invece ammise che il suo obiettivo era il Duce.
L’unico complice identificato ma che Zaniboni non riconobbe come tale fu il Generale Capello il quale venne condannato a 30 anni, una pena più severa di quella di Zaniboni, che invece fu condannato a 25 anni.
Malgrado la sua palese posizione antifascista, l’attentatore scrisse, nel 1939, una serie di dichiarazioni a favore di Mussolini, del suo governo e dell’operato fascista. Alla fine della guerra ebbe degli incarichi importanti nell’ambito della ricostruzione  e dell’epurazione del fascismo.
Ma chi era Tito Zaniboni?
Era un socialista riformista che iniziò la sua carriera politica come consigliere provinciale di Volta Mantovana, provincia di Mantova, non troppo lontano dal suo comune di nascita Monzambano dove era nato nel 1883 e di cui divenne sindaco nel 1920.
Le contraddizioni che dimostrò durante il processo contraddistinsero anche la sua vita politica. Era stato, infatti, un alpino durante la Prima guerra mondiale anche se inizialmente era stato contro l’interventismo in guerra e in seguito, invece, era passato dalla parte di coloro che volevano l’Italia fra le potenze belligeranti.
Successivamente appoggiò le posizioni di Gabriele D’Annunzio e in particolare la sua avventura di Fiume. Fu anche un massone e deputato, sempre per il Partito Socialista, prima di essere espulso con altri riformisti e di aderire al Partito Socialista Unitario di Matteotti.
Fino all’omicidio di Matteotti non aveva espresso posizioni critiche contro il fascismo ma da lì in poi ne divenne un oppositore feroce, accusando i fascisti dell’omicidio del suo amico e collega di partito. Dopo l’attentato passò 18 anni in carcere e l’8 settembre del 1943, per volontà di Pietro Badoglio, venne scarcerato e gli fu offerto un posto nel governo. Rifiutò l’offerta ma quando lo stesso Badoglio gli offrì la carica di Alto commissario per l’epurazione nazionale del fascismo accettò.
Fu una delle mosse politiche di Badoglio per cercare di ripulire la facciata del governo nazionale e della Corona e per questo fu criticata anche dal Partito Socialista.
Successivamente cambiò incarico, forse perché inadeguato, e anche perché l’Alto commissariato non epurava proprio nulla non avendo un’identità precisa e qualificata. Il nuovo incarico fu meno compromettente perché si trattava di organizzare una serie di interventi a favore dei profughi e dei reduci di guerra.
Era il 1945 e la figura di Zaniboni scompariva dalla scena politica, acquetando i malumori del Partito Socialista che non riconosceva i governi Badoglio e nel quale era rientrato, e per il quale fu eletto deputato. Tito Zaniboni morì nel 1960, cinque anni dopo il suo ritiro dalla scena politica.

domenica 6 ottobre 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 6 ottobre.
Il 6 ottobre 1938 il Gran Consiglio del Fascismo sulle leggi razziali pubblica la "dichiarazione sulla razza".
Ottantasei anni fa l'approvazione dei primi decreti che privarono gli appartenenti all'ebraismo dei diritti più elementari che gli altri connazionali continuavano ad avere. Dal divieto di studiare nelle scuole pubbliche a quello di sposarsi con italiani "ariani". Una decisione che il capo del governo rivendicò: "Chi dice che stiamo imitando qualcun altro, è un deficiente". Un piccolo ripasso al tempo della politica che parla di "razza bianca" e "adesione" alle leggi di Norimberga.
La neve di Auschwitz, gli spettri lungo il filo spinato, il fumo dal camino, le fosse comuni, gli sguardi persi nel vuoto, gli esperimenti sui bambini, gli eroi, i carri-bestiame, i tedeschi cattivi, il suono dei violini, lo strazio dei figli e delle madri, gli stivali dei nazisti, i diari e le lettere, le porte abbattute casa per casa. L’orrore dell’Olocausto è stato raccontato mille volte, con tutti i linguaggi e in tutte le lingue, e mille ne serviranno ancora e poi ancora mille. Resta, dopo lo shock di una narrazione cominciata troppo tardi, quello che fatica ancora ad essere raccontato, forse perché fatica ad essere accettato. Qualcuno la chiama la “memoria addomesticata”. L’infamia dello sterminio di massa degli ebrei, teorizzato da Adolf Hitler, ebbe infatti nei fascisti italiani i suoi collaboratori fattivi. L’orrore ebbe un’onda lunga che iniziò con le leggi razziali, volute da Benito Mussolini, Duce del fascismo, controfirmate dal capo dello Stato, il re Vittorio Emanuele III, e combattute da pochissime, isolate, voci.
Quello delle leggi razziali fu un virus che infettò ulteriormente e definitivamente giorno dopo giorno uno Stato già da tempo deprivato di tutte le libertà. Fu l’ultima iniezione: le norme, molte solo amministrative, ebbero un impatto irreversibile sulla vita quotidiana di migliaia di cittadini italiani, che non poterono più lavorare, studiare, formarsi, contribuire alla crescita individuale, delle proprie famiglie e delle proprie comunità.
Mussolini non aderì alle leggi razziali: le scrisse e le fece approvare. Mussolini non subì la scelta, la preparò, la propose e la sostenne.
Dall’approvazione dei primi di una lunga serie di decreti-legge razziali sono ricorsi nel 2018 gli ottant’anni: il primo è del 5 settembre e ordina l’esclusione dalle scuole degli ebrei. Il re la firma nella sua villa nella tenuta di San Rossore, in Toscana, dopo una colazione e una passeggiata fino al mare. Da quella passeggiata sono passati, oggi, ottantasei anni: eppure ancora pochi. Ancora alla fine del 2017 Simone Di Stefano, dirigente di CasaPound, spiegava che l’alleanza di Mussolini con Hitler era comprensibile perché “ancora non si sapeva dell’Olocausto“. All’inizio del 2018 il candidato presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana – poi eletto – parlava di “difesa della razza bianca“. Negli stessi giorni il candidato presidente della Regione Lazio Sergio Pirozzi metteva sulla stessa bilancia le opere pubbliche (in cui il Duce “ha fatto grandi cose”) e le leggi razziali, “tra le cose brutte”. “Per quello che riguarda infrastrutture, politiche sociali, una visione del Paese, il Duce secondo me ha fatto grandi cose – disse Pirozzi – Ma l’aver aderito alle sciagurate leggi razziali e aver fatto entrare l’Italia in guerra al fianco di Hitler è stata una cosa sciagurata“. Nel 2005 era stata la volta dell’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi: “Ci furono le leggi razziali, orribili, ma perché si voleva vincere la guerra con Hitler“. Il ministro delle infrastrutture e vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini è solito usare, parafrasati, i motti del Duce. Come “Molti nemici, molto onore”, ribadito il 29 luglio 2018, il giorno in cui Mussolini nacque nel 1883 a Dovia, frazione di Predappio. “Guardi – aveva detto Salvini mesi prima a una radio – Che durante il periodo del fascismo si siano fatte tante cose e si sia introdotto ad esempio il sistema delle pensioni, è un’evidenza. Poi evidentemente le leggi razziali e le persecuzioni sono quanto di più folle in assoluto nella storia dell’universo. Però dirlo mi sembra negare l’evidenza… Che le paludi siano state bonificate in quel periodo si può dire?”.
La bonifica delle paludi e l’Inps di nuovo al fianco delle espulsioni di massa, dei rastrellamenti dei ghetti, delle bastonate, delle deportazioni. Eppure le leggi razziali non furono un incidente né un caso. Mussolini non aderì alle leggi razziali: le scrisse e le fece approvare. Mussolini non subì la scelta, la preparò, la propose e la sostenne. Le leggi razziali non furono una sciagura, non sono state una disgrazia, ma una decisione deliberata, sostenuta e accettata da tutti gli apparati dello Stato, fino dai suoi vertici, compreso il capo di Casa Savoia.
Nell’agosto del 1938 era già nata la Difesa della Razza, un quindicinale sostenuto economicamente dal fascismo e diretto da uno dei giornalisti più attivi nella polemica antisemita, Telesio Interlandi. E’ lì che viene pubblicato per la seconda volta in due settimane il Manifesto della razza, la prima era stata sul Giornale d’Italia. È firmato da 10 scienziati, due dei quali zoologi. “Il Duce – scrive sul suo diario Galeazzo Ciano, genero e ministro di Mussolini – mi dice che in realtà l’ha quasi completamente redatto lui”.
Nei primi due decreti che Mussolini firmò vietava l’istruzione pubblica a studenti e professori ebrei e ordinava ai non italiani ebrei di lasciare l’Italia.
Il manifesto dice tra l’altro che “le razze umane esistono”, che ne esistono di “grandi” e di “piccole”, che il concetto di razza è “puramente biologico”, che “è una leggenda l’apporto di masse ingenti di uomini in tempi storici” (si nega in sostanza una qualche immigrazione), che “esiste una pura razza italiana”, che “gli ebrei non appartengono alla razza italiana”, che è “necessario fare una distinzione tra i mediterranei d’Europa da una parte e gli orientali e gli africani dall’altra”, che “i caratteri fisici e psicologici puramente europei degli italiani non devono essere alterati in nessun modo”. Parole che in qualche caso risuonano con altri obiettivi e altre maschere in diverse piazze italiane di oggi.
Mussolini firma i primi due decreti-legge il 5 e il 7 settembre 1938: vieta l’istruzione pubblica a studenti e professori ebrei e ordina ai non italiani ebrei di lasciare l’Italia. Dieci giorni dopo si affaccia su una piazza di Trieste per rivendicare quelle leggi e quelle che verranno. “Nei riguardi della politica interna il problema di scottante attualità è quello razziale – sottolinea ad un certo punto – Anche in questo campo noi adotteremo le soluzioni necessarie. Coloro i quali fanno credere che noi abbiamo obbedito ad imitazioni, o peggio, a suggestioni, sono dei poveri deficienti, ai quali non sappiamo se dirigere il nostro disprezzo o la nostra pietà. Il problema razziale non è scoppiato all’improvviso, come pensano coloro i quali sono abituati ai bruschi risvegli, perché sono abituati ai lunghi sonni poltroni. È in relazione con la conquista dell’Impero, poiché la storia ci insegna che gli Imperi si conquistano con le armi, ma si tengono col prestigio. E per il prestigio occorre una chiara, severa coscienza razziale, che stabilisca non soltanto delle differenze, ma delle superiorità nettissime. Il problema ebraico non è dunque che un aspetto di questo fenomeno”.
Poche settimane dopo, il 6 ottobre, il Gran Consiglio del fascismo, approva la “Dichiarazione sulla razza”. In 5 anni i decreti razziali sono circa 180. Uno degli ultimi obbliga al lavoro coatto gli ebrei. Nei primi anni, le norme italiane sono più vessatorie di quelle vigenti in Germania. Gli studenti ebrei in Italia per esempio sono espulsi dalle scuole prima di quelli in Germania.
Prima del genocidio, dunque, molto prima, Mussolini e lo Stato fascista decidono di separare una parte di cittadini appartenenti a una cosiddetta “razza”, privandoli dei loro diritti più elementari. Intorno, poche e deboli sono le voci contrarie. Anzi, molti i delatori. E le cattedre lasciate vuote dai professori ebrei sono prontamente occupate da non ebrei. Chi cerca di fare qualcosa per impedire le vessazioni, anche senza eroismo ma con ragionevolezza, viene denunciato per “pietismo“. “Due fascisti”, racconta il Corriere della Sera del 6 dicembre 1938, sono puniti per “pietismo filogiudaico” ed espulsi dal partito perché, “affetti da inguaribile spirito borghese, si abbandonavano ad incomposte manifestazioni pietistiche nei confronti di un giudeo”. Si chiamano Italo Locatelli e Mario Castelli: sono estromessi perché hanno partecipato a una colletta per un regalo (un orologio) al direttore della loro industria, rimosso dall’incarico perché ebreo. Sette giorni prima l’editore Angelo Fortunato Formiggini, considerato “profeta” della Treccani, all’inizio estimatore di Mussolini dall’inizio, si era buttato di sotto dalla Ghirlandina di Modena: aveva le tasche piene di soldi perché non si dicesse che fosse per crisi economiche. Al segretario del Pnf, Achille Starace, non interessò troppo: “È morto proprio come un ebreo – commentò – Si è buttato da una torre per risparmiare un colpo di pistola”.
E’ da quelle settimane del 1938 e fino all’abolizione delle leggi razziali nel 1944 che gli ebrei non possono più essere cittadini uguali agli altri.
Non possono essere iscritti al Partito nazionale fascista. Non possono far parte di associazioni culturali e sportive.
Non possono insegnare nelle scuole statali né in quelle parastatali. Non possono studiare nelle scuole pubbliche. Non possono insegnare né studiare in accademie e istituti di cultura. Non possono lavorare come insegnante privato. Non possono entrare nelle biblioteche. Non possono avere una radio.
Non possono sposarsi con italiani “ariani”. Non possono, da cittadini stranieri, rimanere in Italia, né ottenere la cittadinanza italiana né mantenerla se concessa dopo il 1919.
Non possono lavorare come notaio, giornalista, avvocato, architetto, medico, farmacista, veterinario, ingegnere, ostetrica, procuratore, patrocinatore legale, ragioniere, ottico, chimico, saltimbanco girovago, agronomo, geometra, perito agrario, perito industriale. Non possono avere la licenza per il taxi. Non possono fare i piloti di aereo.
Non possono lavorare in nessun ufficio della Pubblica Amministrazione. Non possono lavorare nelle società private di carattere pubblico, come le banche e le assicurazioni.
Non possono prestare servizio militare. Non possono essere proprietari o gestori di aziende. Non possono essere proprietari di terreni o di fabbricati. Non possono farsi pubblicità.
Non possono essere tutori di minori. Non possono, in alcuni casi, neanche mantenere la patria potestà sui propri figli.
I testi redatti, curati o commentati da autori ebrei, anche se scritti con “ariani”, non possono essere adottati nelle scuole. Le carte geografiche murali di autori ebrei sono vietate.
Gli ebrei non possono assumere domestici “di razza ariana”. Non possono lavorare come portieri di stabili abitati da ariani.
Le strade, le scuole e gli istituti non possono avere nomi ebraici e per questo vengono cancellati. Non possono comparire sugli elenchi telefonici e per questo sono cancellati. Non possono pubblicare necrologi.
Nei programmi radiofonici e nelle stagioni dei teatri non ci possono essere opere scritte da autori ebrei. Gli ebrei non possono fare gli attori, i registi, gli scenografi, i musicisti, i direttori d’orchestra e per questo vengono licenziati. Nelle mostre non possono essere esposte opere di pittori e scultori ebrei. Gli ebrei non possono fare i fotografi. Non possono fare i tipografi. Non possono vendere oggetti d’arte. Non possono vendere oggetti sacri, soprattutto se cristiani.
Non possono avere una rivendita di tabacchi, non possono lavorare come commerciante ambulante, non possono gestire agenzie d’affari, non possono gestire agenzie di brevetti. Non possono vendere gioielli. Non possono essere mediatori, piazzisti, commissionari. Non possono vendere oggetti usati.
Non possono vendere apparecchi radio. Non possono vendere libri. Non possono vendere penne, matite, quaderni. Non possono vendere articoli per bambini. Non possono vendere carte da gioco.
Non possono fare gli affittacamere. Non possono gestire scuole da ballo e scuole di taglio. Non possono gestire agenzie di viaggio. Non possono lavorare come guida turistica, non possono lavorare come interprete. Non possono gareggiare nelle manifestazioni sportive, perché il Coni li espulse da tutte le federazioni.
Non possono frequentare luoghi di villeggiatura in luoghi considerati di lusso, come la Versilia, alcune località di montagna, ma anche Ostia, il mare di Roma. In pratica non possono andare in spiaggia.
Non possono vendere alcolici, non possono esportare frutta e verdura, non possono esportare la canapa.
Non possono gestire la raccolta di rifiuti. Non possono raccogliere rottami di metallo. Non possono raccogliere lana da materassi, non possono tenere depositi né possono vendere carburo di calcio. Non possono raccogliere né vendere indumenti militari fuori uso.
Non possono avere il porto d’armi. Non possono avere concessioni per le riserve di caccia. Non possono avere permessi per fare ricerche minerarie. Non possono esplicare attività doganali. Non possono tenere cavalli. Non possono nemmeno allevare piccioni.

mercoledì 26 giugno 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 26 giugno.
Il 26 giugno 1924 ebbe luogo la cosiddetta "Secessione dell'Aventino".
L’episodio storico della secessione dell’Aventino prende il nome dal colle dove di solito i plebei trovavano rifugio dopo i conflitti con la classe opposta, i patrizi. La secessione dell’Aventino consiste nell’astensione dai lavori parlamentari attuata da deputati e senatori come segno di protesta a causa della scomparsa di Giacomo Matteotti, avvenuta l’11 Giugno 1924.
Si tratta di un vero e proprio atto di opposizione nei confronti del governo fascista. I parlamentari si riuniscono in una sala di Montecitorio (oggi appunto denominata “sala dell’Aventino”) e decidono di abbandonare i lavori fino a quando i fascisti (e quindi Benito Mussolini) non chiariscono la propria posizione riguardo alla vicenda “Matteotti”. Il cadavere di Matteotti viene poi ritrovato il 16 Agosto dello stesso anno, e questo esaspera ancora di più la crisi di Governo in atto.
Il 3 Gennaio 1925 Mussolini tiene un discorso alla Camera dei Deputati, durante il quale, dopo essersi assunto in pieno la responsabilità dei fatti accaduti, chiede al Parlamento di formulare un atto di accusa nei suoi confronti (in base a ciò che stabiliva l’art. 47 dello Statuto della Camera).
Ma questo atto di accusa non viene mai richiesto formalmente, forse per paura di ritorsioni, e così di fatto l’opposizione non riesce a reagire e ad imporsi sul regime, anche a causa di divisioni interne tra gli stessi parlamentari. In realtà la secessione dell’Aventino viene repressa dal regime con una serie di perquisizioni, arresti e sequestri, in particolare vengono colpiti i giornali e i partiti opposti al regime fascista.
Più che per le conseguenze politiche, la secessione dell’Aventino viene ricordata per la pregnanza morale del gesto dei parlamentari, che sospendono i lavori per riportare l’attenzione sulle illegalità compiute dal regime fascista sotto gli occhi di tutti.

mercoledì 22 maggio 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 22 maggio.
Il 22 maggio 1939 Germania e Italia firmano il "patto d'acciaio".
Con il termine Patto d’Acciaio si fa riferimento all’alleanza stretta tra Regno d’Italia e Germania nazista il 22 maggio del 1939 a Berlino. Tale accordo, con durata decennale, stabiliva un’alleanza politico-militare tra i due stati.
La politica estera italiana nei primi anni ’30 è caratterizzata dall’incertezza: da un lato vi è la volontà di mantenere il peso determinante acquisito grazie alla vittoria nella Prima guerra mondiale, che ha portato l’Italia a far parte del consesso di potenze che vigila sulla stabilità delle condizioni definite con il trattato di Versailles; dall’altro l’insoddisfazione riguardante alcuni punti del Trattato stesso e la volontà di espandersi spingono l’Italia a cercare nuovi spazi di intervento. Nel 1933 Hitler prende il potere in Germania e fin da subito caratterizza il suo agire con la forte volontà di modificare lo status quo e in generale cambiare gli equilibri generati dal trattato di Versailles, che aveva penalizzato molto la Germania sconfitta.
Mussolini, già favorevolmente attratto dal regime nazista per le affinità ideologiche che questo presenta con la sua linea politica, è interessato alla volontà tedesca di contestare l’assetto europeo post Versailles, in quanto vede in questo atteggiamento uno spazio di manovra per l’Italia stessa. D’altro canto però, Mussolini si preoccupa fin da subito per la possibile espansione nazista verso l’Europa balcanica e danubiana, zona nella quale l’Italia cerca di espandere la propria influenza. Il duce teme soprattutto la volontà hitleriana di unire tutte le popolazioni germaniche sotto il suo dominio e quindi, in primo luogo, di annettere l’Austria (questa operazione diverrà poi nota come Anschluss). Proprio la questione austriaca porta ad un raffreddamento nei rapporti tra le due potenze, in seguito al mancato colpo di stato nazista in Austria il 25 luglio del 1934.
Così, mentre Hitler prosegue nella sua contestazione dell’ordine europeo con l’uscita dalla Società delle Nazioni avvenuta nell’ottobre del 1933, Mussolini, dopo gli eventi riguardanti l’Austria, inizia un processo di riavvicinamento con la Francia. Tale processo sfocia negli accordi firmati a Roma tra Mussolini e il Ministro degli Esteri francese Pierre Laval il 7 gennaio del 1935. Ciò che interessa di tali accordi in questo contesto è l’assenso della Francia alla conquista dell’Etiopia da parte dell’Italia, che aveva già iniziato le operazioni militari alla fine del 1934.
Il 1935 vede quindi un avvicinamento dell’Italia a Francia e Gran Bretagna, sancito anche dagli accordi di Stresa di aprile: il fronte di Stresa nasce a seguito dell’annuncio, nel marzo ‘35, del riarmo tedesco. In questo frangente possiamo vedere ancora una volta la doppiezza dell’atteggiamento italiano: da un lato condanna il superamento del trattato di Versailles compiuto dalla Germania con l’annuncio del riarmo, dall’altro viola essa stessa gli accordi con la già citata occupazione dell’Etiopia. Secondo la retorica fascista l’occupazione della colonia è però da considerarsi non un punto di rottura ma un giusto compenso per il ruolo di grande potenza mediatrice svolto dall’Italia in Europa.
Frattanto però la conquista italiana dell’Etiopia non si ferma, costringendo la Società delle Nazioni ad affrontare il tema. Gran Bretagna e Francia cercano un compromesso con Mussolini al fine di evitare un acuirsi delle tensioni: offrono quindi all’Italia porzioni sempre maggiori di territorio etiope, raggiungendo il punto massimo con il piano Hoare-Laval, che pone di fatto l’intera Etiopia in mani italiane. L’opinione pubblica inglese e francese però reagisce in modo fortemente contrario a tale risoluzione e i due governi sono spinti a fare marcia indietro e a votare sanzioni economiche contro l’Italia.
Alle sanzioni votate dalla Società delle Nazioni, si uniscono nello stesso periodo l’accordo tra Francia e URSS con fini antifascisti e gli accordi navali della Gran Bretagna con la Germania oltre alla sua esplicita volontà di mantenere un ruolo importante nel Mediterraneo. Tutte queste questioni portano ad una definitiva rottura del cosiddetto fronte di Stresa e all’avvicinamento dell’Italia, ormai politicamente isolata, alla Germania hitleriana.
Il 1936 si caratterizza per l’avvicinamento dell’Italia alla Germania nazista: seppure all’interno del Partito Fascista vi siano alcune perplessità sull’instaurare relazioni più strette con il nazismo, il legame con la Germania appare al momento l’unica possibilità. Per questo motivo, nel gennaio del 1936 Mussolini, in un incontro con l’ambasciatore tedesco Ulrich von Hassel a Roma, si dice a favore della possibilità di un’Austria formalmente indipendente ma satellite della Germania nelle decisioni di politica estera. D’altra parte la Germania riconosce la conquista italiana dell’Etiopia e la nascita dell’Impero. Con l’ammorbidirsi della posizione italiana sull’Anschluss si aprono quindi nuove strade di collaborazione tra i due paesi, favorite anche dalla nomina, nel giugno 1936, di Galeazzo Ciano a Ministro degli Esteri: Ciano è infatti notoriamente a favore di un accordo con la Germania.
Nell’estate del 1936 lo scoppio della guerra civile spagnola contribuisce ulteriormente a rinsaldare il legame tra Italia e Germania: nonostante la firma da parte delle grandi potenze di un patto di non intervento nel confronto che vede contrapporsi il Fronte popolare - al governo - e i ribelli guidati dal generale Francisco Franco, Mussolini e Hitler danno un grande aiuto al secondo, fornendogli sia uomini che mezzi.
In un discorso tenuto a Milano il 1 novembre del 1936 il Duce annuncia un nuovo passo in avanti nelle relazioni tra i due stati: la nascita dell’Asse Roma-Berlino. Firmato in ottobre a Berlino dai ministri degli esteri dei due paesi, l’Asse Roma-Berlino consiste in un protocollo segreto di collaborazione tra i due regimi in vari ambiti, dall’appoggio ai generali ribelli in Spagna alla lotta al bolscevismo. Secondo quanto annunciato da Mussolini, l’accordo avrebbe dovuto essere “un asse intorno al quale possono collaborare tutti gli stati europei animati da volontà di collaborazione e di pace”; il Duce infatti non desidera vincolarsi in un’alleanza esclusiva, ma cerca di utilizzare il legame con la Germania come mezzo di pressione sulle altre potenze occidentali. Tuttavia, la realtà dei fatti è diversa: da un lato l’impegno italiano in Spagna rende difficili i rapporti con Gran Bretagna e Francia, dall’altro il dinamismo e la spregiudicatezza tedesca finiscono per incatenare sempre più l’Italia all’alleanza con Adolf Hitler. Così nel novembre del 1937 l’Italia aderisce al Patto Anticomintern stipulato da Germania e Giappone l’anno precedente: se per i due primi firmatari il patto aveva fondamentalmente una funzione antisovietica, l’impegno espresso diventa ora quello di opporsi in senso più ampio all’Internazionale Comunista.
Fino al 1938 il rapporto tra Italia e Germania è caratterizzato dall’ interesse di Hitler nei confronti del regime di Mussolini e dai tentativi di instaurare un’alleanza con l’Italia. Il regime fascista, dal canto suo, preferisce mantenere legami con tutte le potenze occidentali, portando avanti relazioni ambigue e oscillanti e respingendo continuamente la richiesta tedesca di un’alleanza più vincolante tra i due stati. Il 1938 si caratterizza per il sempre maggiore attivismo hitleriano (con l’obiettivo di includere tutti i popoli germanici sotto il dominio tedesco) e per la politica dell’appeasement portata avanti dalle principali potenze europee nell’illusione di poter limitare e controllare l’espansionismo hitleriano.
Il 13 marzo, senza nessun avviso previo all’alleato fascista, la Germania realizza l’Anschluss, mentre in settembre ottiene i Sudeti cecoslovacchi a seguito della Conferenza di Monaco, tenutasi tra Germania, Francia, Inghilterra e Italia. In questa situazione Francia e Gran Bretagna portano avanti una politica che non contempla più l’appoggio italiano, visto anche il cambiamento diplomatico e governativo di Hitler e il legame ormai molto forte tra Italia e Germania, visibile anche nel sempre maggiore allineamento fascista alla politica nazista, in particolare con l’adozione delle leggi razziali. Questo atteggiamento delle potenze occidentali non fa altro, in realtà, che spingere l’Italia a mettere da parte le ultime remore e ad accettare di stringere una vera e propria alleanza con la Germania: nel gennaio del 1939 Ciano comunica a Ribbentrop, Ministro degli Esteri tedesco, la disponibilità italiana. Le trattative si prolungano fino a maggio perché inizialmente si cerca di giungere ad un’alleanza tripartita anche con il Giappone (questo patto che si concluderà solo il 27 settembre del 1940 con la firma del “Patto Tripartito”).
Il 22 maggio 1939 nella cancelleria del Reich i ministri Ribbentrop e Ciano firmano il cosiddetto Patto d’Acciaio, con il fine di unire le proprie forze “per la sicurezza del loro spazio vitale e per il mantenimento della pace”. I primi due articoli del trattato definiscono l’obbligo di entrambi i contraenti a mantenersi in contatto su tutte le questioni e ad assicurarsi appoggio politico e diplomatico. Il terzo articolo affronta la questione centrale, delineando un’alleanza militare sia difensiva che offensiva:
[...] se, malgrado i desideri e le speranze delle Parti contraenti, dovesse accadere che una di esse venisse ad essere impegnata in complicazioni belliche con un'altra o con altre Potenze, l'altra Parte contraente si porrà immediatamente come alleata al suo fianco e la sosterrà con tutte le sue forze militari, per terra, per mare e nell'aria.
L’aspetto offensivo dell’alleanza è da considerarsi una novità rispetto a quelle precedenti, caratterizzate principalmente da accordi militari di tipo difensivo (come la Triplice Intesa o la Triplice Alleanza al tempo del primo conflitto mondiale). Gli articoli successivi si rifanno ai primi tre definendo la necessità di una maggiore collaborazione in campo militare e di economia di guerra, prevedendo l’obbligo di non concludere paci separate e impegnandosi a sviluppare relazioni comuni con potenze amiche. In ultimo la durata del trattato viene definita in dieci anni a decorrere dal momento della sua firma.
Tale accordo è molto impegnativo per l’Italia, che si trova in una situazione di maggiore debolezza militare. Anche Mussolini è consapevole dei limiti italiani, per questo fa consegnare a Hitler il cosiddetto “Memoriale Cavallero” nel quale indica i motivi che rendono impossibile per l’Italia la partecipazione ad una guerra prima di tre anni. Tra questi la necessità di portare a compimento il rinnovamento dell’artiglieria, l’ampliamento della flotta e il trasferimento delle industrie di guerra nel meridione. A questo si unisce la volontà di raggiungere una distensione nei rapporti tra Vaticano e nazismo, ma anche la necessità di fortificare l’impero appena conquistato. Hitler risponde al Memoriale in maniera evasiva dicendosi in linea di massima d’accordo. L’Italia, con il Patto d’Acciaio, si priva di una politica estera autonoma e diventa a tutti gli effetti dipendente dalla politica di Hitler che, anche a pochi mesi dal trattato, porta avanti i suoi piani di invasione della Polonia e conclude il patto di non aggressione con l’Urss, senza prendere in considerazione il parere dell’alleato italiano. Dal canto suo Mussolini è consapevole che l’alleanza con la Germania nazista è l’unica vera possibilità che ha per poter continuare una politica aggressiva (come nel 1939 con la conquista dell’Albania), forte dell’aiuto bellico tedesco, ritenuto invincibile.
Con l’invasione della Polonia, il 1 settembre del 1939, ha inizio la Seconda Guerra Mondiale. Mussolini, dopo un intenso scambio di lettere con Hitler, annuncia la non belligeranza italiana, che proseguirà fino all’intervento del luglio 1940 contro una Francia ormai prostrata e in una situazione militare che sembra preannunciare una grande vittoria tedesca.
Il Patto d’Acciaio resterà in vigore fino al luglio del 1943 quando, con la caduta del fascismo e la firma di un armistizio con gli alleati da parte del re, risulterà annullato, anche se l’alleanza con la Germania verrà portata aventi dalla Repubblica di Salò fino alla conclusione della guerra.

giovedì 9 maggio 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 9 maggio.
Il 9 maggio 1938 Hitler e Mussolini si incontrano a Firenze.
Il treno di Hitler giunse a Firenze nel primo pomeriggio del nove maggio 1938 proveniente da Roma. Al binario sedici,  addobbato con fiori, bandiere, grandi stemmi sabaudi e fasci littori dorati, c’erano ad attenderlo Benito Mussolini, i ministri Ciano, Starace e Bottai, nonché tutte le maggiori autorità cittadine, i gerarchi del regime e una guida ‘turistica’ d’eccezione: Ranuccio Bianchi Bandinelli.
 Al momento dell’arrivo, mentre la banda cittadina intonava il Deutschland über alles, la Marcia Reale e Giovinezza, il cielo fu attraversato da una rombante squadriglia di caccia. Fuori da Santa  Maria Novella, lungo le vie che sarebbero state percorse dall’automobile scoperta dei due capi di Stato, erano in trepidante attesa trecentocinquantamila persone provenienti da tutte le province della Toscana. La giornata era stata dichiarata festiva in tutta la regione, il tempo era bello, l’organizzazione risultava minuziosa. Sotto l’alto controllo esercitato, da Roma, da Alessandro Pavolini, e a Firenze dal podestà Venerosi Pesciolini, era stata messa in piedi una poderosa macchina propagandistica per realizzare l’evento,  predisporre gli allestimenti ed abbellire la città. In Comune era stato creato un apposito ufficio festeggiamenti, mentre decine tra architetti, fotografi e giovani artisti – quasi tutti provenienti dall’Istituto d’Arte – avevano lavorato freneticamente alle scenografie sotto la guida di Giorgio Venturini, allora direttore del Teatro Sperimentale dei Guf di Via Laura. Così, per alcuni mesi la città era stata trasformata in un grande cantiere per via dei rifacimenti di facciate, strade, marciapiedi, spallette dei ponti; l’illuminazione delle strade era stata rinnovata, le vetrine dei negozi tirate a lucido. Al termine il bilancio delle spese fu assai cospicuo e dai 13-15 milioni di lire inizialmente previsti, ne furono sborsati almeno 19, fatto questo che creò al Comune, nei mesi che seguirono, una pesante condizione debitoria. Il centro della città tuttavia risultò profondamente trasformato, gli apparati effimeri avevano creato situazioni scenografiche inusitate con un continuo alternarsi di prospettive nuove, di emergenze monumentali – vere o ricreate in cartapesta – di geometrie alterate, di studiate sonorità e giochi di luci.
Proprio all’uscita della Palazzina Reale era stata realizzata, per esempio, una tribuna a gradoni lunga trecento metri e sormontata da un’alta spalliera verde. Da lì doveva infatti partire il corteo che avrebbe dovuto attraversare tutto il centro cittadino per recarsi a Palazzo Pitti, a Santa Croce, Boboli, Palazzo Vecchio, Palazzo Medici Riccardi e, infine, al Teatro Comunale. Via Panzani era stata decorata secondo il modello della galleria con gli striscioni bianchi con il giglio rosso di Firenze, il simbolo del saluto della città all’ospite. Poi, a seguire, in via dei Cerretani erano stati disposti i simboli della grande Germania hitleriana, mentre quelli delle antiche corporazioni della Repubblica facevano mostra di sé in via Calzaioli, più in là, dalle finestre dei palazzi di via Strozzi erano stati fatti pendere arazzi pregiati e insegne gentilizie. Lungo tutto l’itinerario era un susseguirsi di bandiere, labari, angoli infiorati, fino a giungere a Pitti dove Hitler si fermò per una breve riposo e dal quale ripartì alle 15.30 per dirigersi al sacrario dei martiri di Santa Croce. Da lì le auto del corteo, dopo  aver attraversato Ponte alle Grazie, salirono al Piazzale Michelangelo, per entrare poi a Boboli da Porta Romana dove attendevano centinaia di figuranti per la messinscena degli antichi ludi toscani: dal pisano gioco del ponte alla aretina giostra del Saracino, dall’antico gioco del calcio fiorentino, al palio senese. Subito dopo prese avvio un rapido giro nelle gallerie di Palazzo Pitti e, passando attraverso il corridoio vasariano, degli Uffizi. Infine in Palazzo Vecchio si tenne un breve incontro con varie personalità politiche, della cultura e dello spettacolo. Firenze, che era l’ultima tappa di un viaggio che aveva prima toccato Roma (capitale del neoproclamato impero) poi Napoli (proiezione militare italiana nel Mediterraneo), doveva mettere in scena e sottolineare il nesso spirituale e culturale tra Italia e Germania e tra i rispettivi loro regimi. Per questo, in una sala degli Uffizi, erano state poste opere d’arte fatte giungere appositamente dalla Germania assieme ad altre di artisti tedeschi già facenti parte delle collezioni cittadine.
Ma fu soprattutto la visita al sacrario dei martiri di Santa Croce ad essere, da questo punto di vista, il  momento più carico di significati. La celebrazione dei martiri della guerra e del fascismo, l’onore tributato qui al sacello di Giovanni Berta, voleva significare che entrambi i movimenti, quello fascista e quello nazista, avevano posto radici grazie al sacrificio e all’eroismo dei primi loro accoliti e militanti. La tappa a Santa Croce fu però indirettamente significativa anche per un’altra ragione: essa fu l’unico momento in cui i due capi di Stato poterono – per così dire – varcare le soglie di una chiesa, seppure nella sua parte sottostante e non dal portone principale. Il Cardinale Elia dalla Costa, infatti, seguendo in modo convinto le disposizioni di Pio XI che, a Roma, aveva fatto chiudere tutti i luoghi di culto e i musei vaticani ritirandosi a Castel Gandolfo – aveva sbarrato anch’egli tutte le chiese fiorentine e chiuso il suo palazzo vescovile. Privati della scenografia forse più ambita di Santa Maria del Fiore, la vera epifania pubblica dei due capi di Stato – a parte i veloci passaggi in auto –  si ebbe solo in piazza Signoria quando era ormai giunta l’ora del tramonto. Qui i due dittatori si mostrarono al pubblico, che si assiepava numeroso, salutando dal balcone di Palazzo Vecchio. Dopo poco ripresero le auto e si diressero a Palazzo Medici Riccardi per la cena di gala, infine, alle nove di sera, si recarono a teatro dove si tenne un concerto in loro onore (musiche del Simon Boccanegra di Verdi eseguite dall’Orchestra Stabile fiorentina diretta da Vittorio Gui) dopo di che la visita volse al termine. Era ormai notte e, nel breve tragitto tra il teatro e la stazione ferroviaria, al margine esterno del parco delle Cascine, furono lanciati fuochi artificiali di saluto. Prima di giungere di nuovo alla stazione le auto passarono un’ultima volta sotto un arco di trionfo disegnato da potenti fasci di luce. Mezzanotte era scoccata da qualche minuto quando il treno di Hitler si mosse alla volta di Berlino. Cinque minuti dopo anche Mussolini salì in vettura per essere ricondotto a Roma.

sabato 23 marzo 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 23 marzo.
Il 23 marzo 1919 Mussolini fonda i Fasci Italiani di Combattimento.
Nell'immediato primo dopoguerra, la situazione italiana era molto difficile, infatti nonostante la vittoria le condizioni sociali e politiche del nostro Paese erano tutt'altro che rosee. Vi era per prima cosa la difficile situazione dei reduci della Grande Guerra che dovevano fare i conti oltre che con le ferite fisiche, le mutilazioni (tanto è vero che molti furono quelli curati presso l'istituto Rizzoli di Bologna) anche con un difficile reinserimento post-bellico nella vita quotidiana, un reinserimento tutt'altro che agevole vista anche la grave crisi economica in cui versava l'Italia a causa dei debiti contratti con le spese belliche.
 In primis vi era la situazione dei contadini, i quali erano l'ossatura del nostro esercito e ai quali il Generale Diaz aveva promesso come incentivo, a guerra finita la terra, o meglio una equa distribuzione delle terre che avesse "accontentato" tutti; ma ciò si scontrava con l'opposizione dei grandi proprietari terrieri, gli agrari i quali sostenevano che le terre vanno date ai contadini quando si perde una guerra e non quando la si vince. Tutto ciò finì col fare da catalizzatore ad una situazione già tesa, tanto che gli ex combattenti senza terra in molte regioni invasero i latifondi incolti, insieme con i contadini più poveri. Se quindi nelle campagne la situazione era al limite, meglio certamente non andava nelle città, infatti il costo della vita aumentava a dismisura anche a fronte di provviste scarse, i salari allo stesso tempo rimanevano fissi e addirittura in qualche caso diminuivano; tutto ciò portò anche al saccheggio di molti negozi da parte di persone allo stremo, ridotte alla fame.
Gli operai abbinavano alle loro rivendicazioni economiche ideologie politiche sull'esempio della rivoluzione russa, tutto ciò avrebbe portato al "biennio rosso" (1919-1920) caratterizzato dall'occupazione delle fabbriche da parte degli operai che in alcuni casi cercarono di ispirarsi al motto diffusosi in quegli anni in tutta Europa, "fare come in Russia". Paradossalmente chi risentì maggiormente della difficile situazione economica, furono i cosiddetti "ceti medi", tra i quali figuravano molti complementari dell'esercito e anche generali, senza dimenticare il malcontento degli "arditi di guerra" un gruppo di assalto costituito negli ultimi anni di guerra, che ora si trovava a disagio nel nuovo clima di democrazia e di pace.
E' in questo scenario che si inserisce la figura di Benito Mussolini, che fino allo scoppio della prima guerra mondiale era dirigente socialista e, dal 1912, addirittura direttore de l'Avanti!. Dopo un'iniziale adesione alla linea di neutralismo del partito, Mussolini divenne interventista e allora il 20 ottobre del 1914 si dimise dalla direzione del giornale. In novembre realizzò un suo quotidiano, "Il popolo d'Italia", ultranazionalista, radicalmente schierato su posizioni interventiste a fianco dell'Intesa. Espulso immediatamente dal Psi, qualche anno dopo, nel '18, ruppe anche gli ultimi legami ideologici con l'originaria matrice socialista, in nome di un superamento dei tradizionali antagonismi di classe. Finita la guerra, nel 1919 fondò i fasci di combattimento. Il nuovo movimento era inizialmente noto come "sansepolcristi" (da P.zza San Sepolcro a Milano, dove il 23 Marzo 1919 furono fondati i "fasci italiani di combattimento" e fu emanato il "programma di San Sepolcro") che non a caso fece leva sul disagio diffuso soprattutto tra i ceti medi, i militari e gli ex combattenti, per ottenere un consenso sempre maggiore, rivendicando inoltre la cosiddetta "vittoria mutilata" in cui l'Italia non aveva ottenuto il giusto riconoscimento ai suoi sacrifici, bellici e umani, che aveva sostenuto.
Analizzando il "Programma di San Sepolcro" possiamo notare tra gli altri punti trattati da Mussolini e i "sansepolcristi", una serie di provvedimenti volti a cercare di risolvere la difficile situazione sociale instauratasi nel Paese all'indomani della fine della guerra: tra le altre cose si chiede una legge che sancisca la giornata legale di otto ore di lavoro, una modifica alla legge sull'assicurazione e sulla vecchiaia (la pensione potremmo dire) con abbassamento del limite di età da 65 a 55 anni. Da questo momento cominciò l'escalation dei fascisti che avrebbero fatto largo uso della violenza squadrista per prendere il controllo, prima con il "fascismo agrario" con squadre fasciste che, pagate dai proprietari terrieri, cercavano di far tornare nelle loro mani il controllo dei latifondi in cui le cosiddette "leghe rosse" sembravano aver preso il potere, obbligando tra l'altro i proprietari terrieri ad accettare condizioni come l'imponibile di manodopera (ovvero erano le stesse leghe rosse a imporre al proprietario la lista dei lavoratori per quel certo latifondo). Tra gli squadristi più rappresentativi del fascismo agrario, va senza dubbio ricordato Roberto Farinacci "ras" di Cremona.
Quindi la situazione si profilava sempre più favorevole ai fascisti che tra l'altro già nel 1919 avevano assaltato la sede del giornale socialista "Avanti" e che giunsero anche all'occupazione militare di ampie zone del nord Italia nel corso del 1921 grazie alla connivenza allo stesso tempo delle forze dell'ordine, come è dimostrato da molti documenti. Divenuto deputato al Parlamento con le elezioni del 1921, Mussolini si avvicinò maggiormente alla monarchia (mentre il suo programma originario era di fedeltà agli ideali repubblicani) con il discorso di Udine (20 settembre 1922). In quel 1921, un'accelerata agli eventi fu molto probabilmente svolta dalla conclusione dell'occupazione di Fiume, città a maggioranza abitata da italiani che era stata data con un accordo siglato dal governo Giolitti alla Jugoslavia, da parte delle truppe o meglio dei volontari guidati dal poeta Gabriele D'Annunzio (Gabriele Rapagnetta) che già durante il conflitto mondiale aveva dimostrato tutto il suo coraggio con diverse azioni tra le quali il famoso volo su Vienna; molto probabilmente il grande consenso acquisito dai "fiumani" di D'Annunzio, portò Benito Mussolini a voler prendere l'iniziativa, anche perché il futuro Duce non nascondeva il timore per il consenso sempre maggiore ottenuto da D'Annunzio che si proponeva come, possiamo dire, "capo naturale". del fascismo.
Così il 24 ottobre del 1922 a Perugia fu formato un quadrumvirato composto da Italo Balbo, Cesare Maria De Vecchi, Mario Rossi tra gli altri, che aveva il compito di coordinare la "marcia su Roma"; il 28 ottobre 1922 bande non molto organizzate di fascisti cominciarono a confluire su Roma e qui il Re, preso atto della situazione, invece di allertare l'esercito per disperdere i fascisti, non firmò lo stato d'assedio, ma anzi il giorno seguente affidò a Mussolini, che nel frattempo era giunto a Roma comodamente in treno, il compito di formare il nuovo governo; così il Duce cominciava quel cammino che avrebbe condotto l'Italia ad una dittatura ventennale e ad una guerra disastrosa.

mercoledì 3 gennaio 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 3 gennaio.
Il 3 gennaio 1925 Benito Mussolini pronuncia alla Camera dei Deputati il discorso che di fatto sancisce la nascita della dittatura fascista in Italia.
Quel 3 gennaio è una data che ha profondamente e irrimediabilmente segnato la storia dell’Italia. Quel giorno di oltre 90 anni fa Benito Mussolini, all’epoca capo del governo del Regno d’Italia, con un discorso che tiene alla Camera getta la maschera e sospende di fatto ogni garanzia costituzionale, assumendo tutti i poteri su di sé. Quel giorno ha inizio per il nostro paese la dittatura fascista. Quel giorno, con tutti gli eventi terribili che vi concorsero, è uno di quei giorni del nostro passato da non dimenticare, perché se si vuole costruire il futuro bisogna avere memoria del passato per cercare di evitare errori e atrocità.
Per capire la portata devastante di quel che accadde bisogna tornare indietro fino al 18 novembre del 1923 quando entra in vigore la Legge Acerbo, dal nome di Giacomo Acerbo, il deputato che ne aveva redatto il testo. Il ddl, che modificava le regole elettorali e che era stato voluto da Mussolini per assicurare al Partito Nazionale Fascista una solida maggioranza parlamentare, viene approvato dal Consiglio dei ministri da lui presieduto il 4 giugno del 1923. Il 9 giugno viene presentato alla Camera e sottoposto all’esame di una commissione, detta dei “diciotto”, composta da Giovanni Giolitti (con funzioni di presidente), Vittorio Emanuele Orlando per il gruppo della “Democrazia” e Antonio Salandra per i liberali di destra (entrambi con funzioni di vicepresidente), Ivanoe Bonomi per il gruppo riformista, Giuseppe Grassi per i demoliberali, Luigi Fera e Antonio Casertano per i demosociali, Alfredo Falcioni per la Democrazia Italiana nittiani e amendoliani), Pietro Lanza di Scalea per gli agrari, Alcide De Gasperi e Giuseppe Micheli per i popolari, Giuseppe Chiesa per i repubblicani, Costantino Lazzari per i socialisti, Filippo Turati per i socialisti unitari, Antonio Graziadei per i comunisti, Raffaele Paolucci e Michele Terzaghi per i fascisti e Paolo Orano per il gruppo misto (in realtà era anche lui fascista).
La proposta di Acerbo mirava a cambiare il sistema proporzionale in vigore da 4 anni, integrandolo con un premio di maggioranza, che sarebbe scattato in favore del partito più votato che avesse anche superato il quorum del 25%, aggiudicandosi in tal modo i 2/3 dei seggi. La commissione approva il disegno di legge nel suo impianto originale. In aula le opposizioni tentano di modificarlo, sostenendo l’emendamento presentato da Bonomi, che proponeva di alzare il quorum per lo scatto del premio di maggioranza dal 25% al 33% dei voti espressi. Ma il tentativo fallisce, anche per la rigida posizione assunta dal governo, che, opponendo la fiducia, riesce a prevalere. Il 21 luglio il ddl Acerbo viene approvato con 223 sì e 123 no. A favore si schierano il Partito Nazionale Fascista, buona parte del Partito Popolare, la stragrande maggioranza dei componenti dei gruppi parlamentari di tendenze liberali e la quasi totalità degli esponenti della destra, fra i quali Antonio Salandra. Negano il loro appoggio i deputati dei gruppi socialisti, i comunisti, la sinistra liberale e quei popolari che facevano riferimento a don Sturzo. La riforma ottiene anche l’approvazione del Senato del Regno, con 165 sì e 41 no.
Con questo sistema il 6 aprile 1924 l’Italia va alle urne. ll Listone Mussolini raccoglie il 60,09% dei voti (il premio di maggioranza era scattato, come prevedibile, per il Pnf): i fascisti trovano il modo di limare anche il numero di seggi garantiti alle minoranze, partecipando alla i spartizione mediante una lista civetta (la lista bis) presentata in varie regioni, che si aggiudica altri 19 seggi. Le opposizioni di centro e di sinistra riescono a mandare in parlamento soltanto 161 rappresentanti, nonostante la maggioranza ottenuta al Nord con 1.317.117 voti contro 1.194.829 di voti del Listone.
Lo storico Giovanni Sabbatucci sostiene che l’approvazione di quella legge fu un classico caso di ‘’suicidio di un’assemblea rappresentativa”, accanto a quelli “del Reichstag che vota i pieni poteri a Hitler nel marzo del 1933” o a quello “dell’Assemblea Nazionale francese che consegna il paese a Petain nel luglio del 1940″. La riforma, secondo Sabbatucci, fornì all’esecutivo “lo strumento principe – la maggioranza parlamentare – che gli avrebbe consentito di introdurre, senza violare la legalità formale, le innovazioni più traumatiche e più lesive della legalità statuaria sostanziale, compresa quella che consisteva nello svuotare di senso le procedure elettorali, trasformandole in rituali confirmatori da cui era esclusa ogni possibilità di scelta ». Una tesi che condividiamo pienamente”.
I risultati di quelle elezioni farsa furono contestati in un famoso discorso pronunciato alla Camera il 30 maggio 1924 dal deputato socialista Giacomo Matteotti, che denunciò brogli, soprusi e violenze ai candidati dell’opposizione ai quali, disse, non era stata lasciata alcuna libertà di esporre il proprio pensiero. Come era accaduto all’onorevole Giovanni Amendola, il cui comizio a Napoli era stato impedito da bande armate e a molti altri. Il j’accuse di Matteotti è lungo e circostanziato. Ma è anche la sua condanna a morte: il 10 giugno il parlamentare socialista viene rapito e ucciso da una banda di squadristi fascisti guidata da Amerigo Dumini. Ma tra le varie ricostruzioni del caso Matteotti ce n’è un’altra basata su quanto venne pubblicato all’epoca dei fatti dalla stampa britannica e su posteriori dichiarazioni di Dumini, una ricostruzione che comunque non assolve affatto Mussolini, secondo la quale il deputato socialista sarebbe stato ucciso perché si accingeva ad accusare pubblicamente i vertici del governo e della monarchia di corruzione, per tangenti ottenute dalla compagnia petrolifera statunitense  Sinclair Oil per ottenere la concessione allo sfruttamento del sottosuolo italiano. Concessione che Mussolini aveva dato proprio nei primi mesi del 1924 ma che poi misteriosamente revocò nel novembre dello stesso anno.
Il 13 giugno Mussolini in un intervento a Montecitorio, dichiara la propria estraneità al caso Matteotti e conferma il pieno impegno del governo a condurre indagini a tutto campo.
Il 18 giugno il segretario amministrativo del Partito nazionale fascista, Giovanni Marinelli, viene arrestato per complicità nel delitto Matteotti.
Il 25 giugno Camera e Senato confermano la fiducia al Governo Mussolini.
Il 27 giugno i parlamentari dell’opposizione guidati da Amendola decidono di non partecipare più ai lavori del parlamento finché un nuovo governo non avesse ristabilito le libertà democratiche. E’ l’inizio dell’ Aventino (dal nome del colle sul quale – secondo la storia romana – si ritiravano i plebei nei periodi di conflitto con i patrizi), una protesta che ebbe carattere solo morale, essendo state bocciate tutte le proposte comuniste di azione diretta e di appello alle masse.
Il 1° luglio Mussolini compie un rimpasto del suo Governo: i Ministri dell’istruzione Giovanni Gentile, dei lavori pubblici Gabriello Carnazza e dell’economia nazionale Orso Maria Corbino vengono sostituiti. L’8 luglio entra in vigore il Regio decreto-legge 15 luglio 1923, n. 3288, che restringe fortemente la libertà di stampa.
Il 16 agosto viene ritrovato il corpo di Matteotti. Ivanoe Bonomi, Antonio Salandra, Vittorio Emanuele Orlando e Amendola si appellano al re affinché destituisca Mussolini. Ma Vittorio Emanuele III risponde citando lo Statuto Albertino: «Io sono sordo e cieco. I miei occhi e le mie orecchie sono il Senato e la Camera». E non interviene.
Le condanne morali seguite al delitto Matteotti non sortiscono alcun effetto. Il fascismo non viene messo in crisi, ma anzi passa al contrattacco. In quei mesi del 1924 verranno cancellati in Italia “non una democrazia mai esistita – scrive Edmo Fenoglio, regista del “Caso Matteotti”, di Franco Cuomo, storico testo teatrale messo in scena nell’aprile del 1968- ma i barlumi di un vivere civile che il Risorgimento prima e la grandi battaglie sociali poi erano riusciti ad accendere. Ha vinto il lungo sonno. Ché il fascismo proprio questo è stato: il lungo sonno della ragione”.
Così si si arriva al giorno del golpe, al giorno dell’atto costitutivo del fascismo, come lo hanno definito gli storici. Mussolini è con le spalle al muro: da un lato dopo la diffusione del Memoriale di Cesare Rossi vice segretario del Partito Fascista costretto alle dimissioni per il suo coinvolgimento nell’omicidio Matteotti, rischia di finire alla sbarra, dall’altro è nel mirino del suo stesso partito, che stanco dei suoi tentennamenti, fa pressione per un giro di vite. E decide di giocare la carta del tutto per tutto. Si presenta alla Camera e scioglie ogni indugio.
Nel suo discorso Mussolini respinge le accuse contenute nel Memoriale di Rossi di aver creato una polizia segreta, simile alla Ceka bolscevica; si assume la responsabilità politica morale e storica di quanto è avvenuto nei mesi precedenti; definisce l’Aventino una “secessione anticostituzionale”, “nettamente rivoluzionaria”; si dichiara pronto a ricorrere alla forza e minaccia di scatenare quei gruppi del fascismo che spingono per eliminare ogni forma di opposizione; rivendica gli sforzi compiuto per la normalizzazione e per la repressione di ogni illegalità; assicura che nelle 48 ore successive “la situazione sarà chiarita su tutta l’area”. Si dimettono i ministri Alessandro Casati (Istruzione) Gino Sartocchi (Lavori pubblici) e Aldo Oviglio (Giustizia). Nella notte stessa, viene diramata una circolare ai prefetti nella quale si proibisce lo svolgimento di manifestazioni; si impone il massimo controllo a organizzazioni, circoli, gruppi sospetti da un punto di vista politico e si ordina lo scioglimento di formazioni che possono essere considerate sovversive. Inoltre i prefetti vengono invitati ad applicare con rigore assoluto il decreto legge contro “gli abusi della stampa periodica”, viene attribuito il potere di sequestrare il giornale che diffondesse “notizie false e tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico”. Il giorno dell’Epifania il ministro dell’Interno Luigi Federzoni fa il primo bilancio di questo provvedimento: 55 circoli chiusi o sciolti; 150 esercizi pubblici chiusi; 25 organizzazioni sciolte; 125 gruppi dell’associazione antifascista sciolti; 111 arresti; 655 perquisizioni. Ha inizio la dittatura. Il 14 gennaio la Camera approva in blocco e senza discussione moltissimi decreti legge emanati dal governo, poi denominati leggi fascistissime. E’ solo il primo atto di una dittatura destinata a durare 20 anni.

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