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martedì 12 maggio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 12 maggio.
Il 12 maggio 1932 venne ritrovato il corpicino senza vita del bambino di Charles Lindbergh, il famoso transvolatore atlantico. Era stato rapito 2 mesi prima, la notte del 2 marzo.
In quel freddo week-end di inizio marzo del 1932, nella grande casa tra le montagne del New Jersey, immersa nel silenzio e nel verde, la giornata era trascorsa tranquilla; i Lindbergh, Charles, Anne e il piccolo Charles Junior, di 20 mesi, erano attesi, a New York, dai nonni materni, ma la visita era stata rimandata: Junior aveva l’influenza, il medico aveva consigliato tranquillità e riposo e la famiglia era rimasta così nella villa, con Betty, la baby sitter, e una coppia di domestici. Nessuno avrebbe dovuto sapere che i Lindbergh si trovavano lì, nel loro rifugio di lusso nei dintorni di East Amwell, una cittadina a metà strada tra New York e Philadelphia. L’eroe della prima trasvolata atlantica senza scalo New York-Parigi, l’intrepido aviatore che, con la giovane moglie, si era avventurato su nuove rotte nel nord del Pacifico e in Oriente, sentiva la pressione della notorietà: la villa di pietra tra i boschi lo nascondeva dalla curiosità della stampa e dei suoi ammiratori e gli permetteva di dedicarsi alla sua vera, grande passione, il volo.
Erano da poco passate le dieci di sera, Charles e Anne, fedeli al rito della buona società americana, prendevano il caffè in salotto quando, con grande sgomento, la baby sitter, salita a vegliare sul sonno del piccolo, si era accorta che Charles Junior era scomparso. Nella stanzetta al secondo piano, accanto al lettino vuoto, aveva trovato un messaggio: in un inglese incerto e sgrammaticato, il rapitore chiedeva un riscatto di 50.000 dollari per il rilascio del bambino; una somma decisamente notevole nell'America della Grande Depressione, con i suoi milioni di americani gettati sul lastrico dal crollo di Wall Street nel 1929. Una cifra pari a quanto i Lindbergh avevano investito per costruire la loro residenza: quelle venti stanze, simbolo della fortuna e della fama conquistate da Charles "aquila solitaria" con il suo leggendario volo attraverso l’Atlantico, si trasformavano ora nel palcoscenico di un dramma. Perché, nel momento in cui, fallite le prime frenetiche ricerche, Lindbergh decideva di chiedere l’intervento della polizia di stato, i riflettori si sarebbero riaccesi su tutta la famiglia; una decisione sofferta dato che Anne era di nuovo incinta e, ora più che mai, bisognava proteggere lei e il bambino che stava per nascere. Quella notte, al seguito dei poliziotti, guidati dal colonnello Norman Schwarzkopf, i giornalisti erano piombati a casa Lindbergh; si erano gettati letteralmente sulla notizia: un eroe nazionale protagonista di una vicenda tanto drammatica assicurava la prima pagina. Ma il loro arrivo alla villa aveva messo in difficoltà gli investigatori e aveva cancellato eventuali orme lasciate dal rapitore durante la fuga, sicuramente visibili sul leggero strato di neve che era caduta nella notte.
Un particolare importante vista la scarsità di indizi: oltre alla domanda di riscatto, la polizia non aveva trovato altro che una scala, realizzata a mano e utilizzata per accedere alla finestra della nursery, al secondo piano, e un martello, che erano stati abbandonati nei pressi dell’abitazione; nessuna traccia esterna e niente impronte digitali all'interno.
Come previsto, il giorno dopo, il 2 marzo, la notizia apparve su tutti i principali quotidiani e il clamore suscitato travolse i Lindbergh: nei giorni successivi, il flusso di lettere e di telefonate di possibili intermediari, che lasciavano intendere diretti contatti con il sequestratore; di veri e propri sciacalli che cercavano di speculare sulla vicenda, ma anche di quanti esprimevano la loro solidarietà e offrivano sincero aiuto, fu ininterrotto. E mentre gli investigatori lavoravano, senza risultato, per vagliare la veridicità delle segnalazioni, le ipotesi sviluppate dai giornali complicavano ulteriormente le indagini. Gli occhi dell’opinione pubblica, in quel periodo, erano puntati sui gangster, responsabili dell’ondata criminale che aveva investito il paese. E chi, se non il pericolo pubblico numero 1, il famigerato Al Capone, poteva essere responsabile di un tale efferato rapimento? Detenuto a Chicago, per una condanna a undici anni per evasione fiscale, il gangster italo-americano, forse seriamente intenzionato al gesto eclatante, forse semplicemente per sfruttare le accuse a suo vantaggio, offrì una ricompensa di 10.000 dollari in cambio di informazioni utili alla liberazione di "baby Lindbergh"; non solo, chiese anche di essere rilasciato per poter attivamente collaborare, con tutti i suoi uomini, alla ricerca del colpevole. Una proposta che suscitò un vero e proprio dibattito a livello nazionale e divise gli americani in pro e contro; finché non intervenne l’agente Elmer Irey, colui che era finalmente riuscito ad assicurare il gangster alla giustizia; convinse Lindbergh della malafede di Al Capone che, una volta rilasciato, non avrebbe fatto altro che darsi alla fuga.
Era passato poco più di un mese dal rapimento e il caso sembrava senza via d’uscita; gli investigatori non facevano passi avanti e la pressione della stampa se da un lato intralciava le ricerche, dall'altro ne denunciava anche l’inefficienza. Ottenuta finalmente dalla polizia libertà di azione nella trattativa con i rapitori, Lindbergh accettava l’offerta di un insegnante in pensione di New York, John Condon che, con un annuncio su un giornale, aveva messo a disposizione mille dollari dei suoi risparmi come aiuto alla liberazione del piccolo Charles. E fu proprio Condon che, accompagnato dallo stesso Lindbergh, consegnò il riscatto all'appuntamento fissato: gli accordi erano stati presi per telefono con un uomo che si identificava come John e parlava con forte accento tedesco. Nel cimitero del Bronx, 50.000 dollari, tra banconote e certificati del tesoro, erano stati scambiati con le indicazioni per il ritrovamento di "baby Lindbergh" nascosto, secondo il rapitore, in una barca lungo la costa del Massachusetts.
Perseguitato da fotografi e giornalisti, Lindbergh aveva dato il via personalmente alle ricerche, sorvolando, ai comandi del suo aereo, miglia e miglia di costa, per diversi giorni finché, il 12 maggio 1932, un camionista, fermatosi a riposare nei boschi lungo la strada verso Princeton, a sole due miglia dalla casa dei Lindbergh, scopriva con raccapriccio i resti del corpo di Charles Lindbergh Junior. Il bambino, verrà appurato in seguito, era deceduto per frattura cranica.
Saranno i numeri di serie delle banconote del riscatto a portare all'arresto, due anni dopo, di Bruno Richard Hauptmann, un carpentiere di origine tedesca fuggito dal suo paese per evitare il carcere; in Germania, negli anni venti, aveva scontato tre anni di prigione per rapina a mano armata e furto con scasso, arrestato una seconda volta, era riuscito a scappare negli Stati Uniti prima del processo. Un immigrato clandestino quindi che, agli inizi, aveva vissuto di lavori saltuari e con il ricavato di piccole speculazioni in Borsa; poi, negli anni trenta, il suo tenore di vita era decisamente aumentato. Nel 1934 era stato individuato perché, a un distributore di benzina, aveva pagato con alcune banconote identificate e il gestore aveva annotato il numero di targa della sua automobile. Dopo l’arresto e la perquisizione, la polizia aveva trovato altri 14.000 dollari contrassegnati, nascosti nel garage della sua casa e lo stesso materiale utilizzato per costruire la scala. Pochi dubbi quindi sulla sua colpevolezza e, a poche ore dall'arresto, i giornali invocavano la pena di morte. Oltre alle prove, apparentemente schiaccianti, pesavano come aggravanti i precedenti penali e l’origine tedesca dell’accusato, in un momento in cui l’America, dopo l’ascesa di Hitler al potere, guardava con preoccupazione alla Germania.
A nulla valsero i tentativi di Hauptmann di giustificare la presenza del denaro, sostenendo che gli era stato lasciato da un socio in affari, tale Isidor Fish, morto ormai da tempo.
Il 2 gennaio 1935, 700 tra giornalisti e cameraman invadevano la piccola cittadina di Fleminton, nel New Jersey, per documentare l’apertura del "processo del secolo", improvvisando studi radiofonici e sale stampa nelle hall degli alberghi, completamente esauriti. Oltre ai reporter, una folla di curiosi assediava l’ingresso della Corte di giustizia in Main Street per vedere in faccia l’imputato.
Era evidente, fin dalla prima udienza, che si voleva giustizia a tutti i costi; il destino di Hauptmann era segnato: lo stesso avvocato difensore, Edward Reilly, ormai alcolizzato dopo una brillante carriera, lo riteneva colpevole; condusse male la difesa, basata su testimoni-chiave che non vennero mai a deporre. Fu così facile all'accusa, condotta dal procuratore David Willentz, convincere i 12 giurati che Hauptmann non solo aveva rapito "baby Lindbergh" ma lo aveva deliberatamente ucciso.
Il 13 febbraio 1935 la giuria, dopo 11 ore di camera di consiglio, condannava l’imputato, con verdetto unanime, alla sedia elettrica. Hauptmann si era sempre proclamato innocente. L’esecuzione avvenne il 2 aprile 1936.

domenica 30 novembre 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 30 novembre.

Il 30 novembre 1786 il Granducato di Toscana, primo Stato al mondo, abolisce la pena di morte nel suo territorio.

La pena di morte viola il diritto alla vita. La Dichiarazione universale dei diritti umani e altri trattati regionali e internazionali, che chiedono l’abolizione della pena di morte, riconoscono il diritto alla vita. Un riconoscimento sostenuto anche dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite che, nel 2007 e nel 2008, ha adottato una risoluzione che chiede, fra l’altro, una moratoria sulle esecuzioni, in vista della completa abolizione della pena di morte.

La pena di morte è una punizione crudele e disumana. La sofferenza fisica causata dall’azione di uccidere un essere umano non può essere quantificata, né può esserlo la sofferenza mentale causata dalla previsione della morte che verrà per mano dello Stato. Sebbene le autorità dei paesi mantenitori continuino a cercare procedure sempre più efficaci per eseguire una condanna a morte, è chiaro che non potrà mai esistere un metodo umano per uccidere.

La pena di morte non ha valore deterrente. Nessuno studio ha mai dimostrato che la pena di morte sia un deterrente più efficace di altre punizioni.

La pena di morte è un omicidio premeditato dello stato. Eseguendo una condanna a morte, lo stato commette un omicidio e dimostra la stessa prontezza del criminale nell’uso della violenza fisica. Alcuni studi hanno non solo dimostrato come il tasso di omicidi sia più alto negli stati che applicano la pena di morte rispetto a quelli dove questa pratica è stata abolita, ma anche come questo aumenti rapidamente dopo le esecuzioni.

La pena di morte è sinonimo di discriminazione e repressione. Nelle mani di regimi autoritari, la pena capitale è uno strumento di minaccia e repressione che riduce al silenzio gli oppositori politici.

La pena di morte non dà necessariamente conforto ai familiari della vittima. Lontana dal mitigare il dolore, la lunghezza del processo non fa altro che prolungare la sofferenza dei familiari della vittima, fino alla conclusione dove una vita viene presa per un’altra vita, in una forma di vendetta legalizzata.

La pena di morte può uccidere un innocente. Una difesa legale inadeguata, le false testimonianze e le irregolarità commesse da polizia e accusa sono tra i principali fattori che determinano la condanna a morte di un innocente. In alcuni paesi, il segreto di Stato che circonda la pena capitale impedisce una corretta valutazione di questo fenomeno.

La pena di morte infligge sofferenza ai familiari dei condannati. La pena capitale ha effetto sulla famiglia, sugli amici e su tutti coloro che sono vicini al condannato a morte.

La pena di morte nega qualsiasi possibilità di riabilitazione. Qualunque sia il metodo scelto per uccidere il condannato, l’uso della pena di morte nega la possibilità di riabilitazione, di riconciliazione e respinge l’umanità della persona che ha commesso un crimine.

La pena di morte non rispetta i valori di tutta l’umanità. I diritti umani sono universali, indivisibili e interdipendenti. Derivano da molte e diverse tradizioni nel mondo e sono riconosciuti da tutti i membri delle Nazioni Unite come standard verso i quali hanno accettato di conformarsi. È sull’insieme di questi valori che Amnesty International basa la sua opposizione alla pena di morte.

Ovunque la pena di morte sia applicata, il rischio di mettere a morte persone innocenti non può essere eliminato. Dal 1973 negli Usa sono stati rilasciati 167 prigionieri dopo che erano emerse nuove prove della loro innocenza. Alcuni di questi sono arrivati a un passo dall’esecuzione dopo aver trascorso molti anni nel braccio della morte.

In ognuno di questi casi sono emerse caratteristiche simili e ricorrenti: indagini poco accurate da parte della polizia, assistenza legale inadeguata, utilizzo di testimoni non affidabili e di prove o confessioni poco attendibili. Ma non solo. Negli Usa, purtroppo, sono diversi i casi di prigionieri messi a morte nonostante l’esistenza di molti dubbi sulla loro colpevolezza.

Il problema della potenziale esecuzione di un innocente non è solo limitato agli Usa.

Nel 2019, almeno undici persone sono state prosciolte in due paesi: Zambia e Stati Uniti d’America. Nel 2018, erano state prosciolte almeno 8 persone in 4 paesi tra cui Egitto, Kuwait, Malawi e Stati Uniti d’America.

Cheng Hsing-tse è stato prosciolto a Taiwan nel 2017 dopo sette procedimenti giudiziari e otto processi in appello. L’uomo ha trascorso 14 anni in stato di detenzione, di cui 10 nel braccio della morte. Nel 2016, Zang Aiyun è stato assolto dall’accusa di omicidio in Cina dopo 11 anni e 9 mesi di prigione. In Vietnam, Tran Van Them, 80 anni, è stato prosciolto da ogni accusa e liberato dal braccio della morte dopo 43 anni.

Sono 28 i paesi che mantengono in vigore la pena di morte, ma nei quali le esecuzioni non hanno luogo da almeno dieci anni, oppure hanno stabilito una prassi o assunto un impegno a livello internazionale a non eseguire condanne a morte: Algeria, Brunei Darussalam, Camerun, Corea del Sud, Eritrea, Eswatini (ex Swaziland), Federazione Russa , Ghana, Grenada, Kenya, Laos, Liberia, Malawi, Maldive, Mali, Mauritania, Marocco/Sahara occidentale, Myanmar, Niger, Papua Nuova Guinea, Repubblica Centrafricana, Sierra Leone, Sri Lanka, Tagikistan, Tanzania, Tonga, Tunisia, Zambia.

Sono 56 i paesi che mantengono in vigore la pena di morte (tra parentesi il numero delle esecuzioni note effettuate nel 2019; col punto interrogativo si indica il Paese in cui tale dato è secretato (come nel caso della Cina) o non disponibile: Afghanistan, Antigua e Barbuda, Arabia Saudita (184), Bahamas, Bahrain (3), Bangladesh (2), Barbados, Belize, Bielorussia (2), Botswana (1), Ciad, Cina (?), Comore, Corea del Nord (?), Cuba, Dominica, Egitto (32), Emirati Arabi Uniti, Etiopia, Gambia, Giamaica, Giappone (3), Giordania, Guinea Equatoriale, Guyana, India, Indonesia, Iran (251), Iraq (100), Kuwait, Lesotho, Libano, Libia, Malesia, Nigeria, Oman, Palestina (Stato di), Pakistan (14), Qatar, Repubblica Democratica del Congo, Singapore (4), Siria (?), Somalia (12), Saint Kitts e Nevis, Saint Lucia, Saint Vincent e Grenadine, Stati Uniti d’America (22), Sudan (1), Sudan del Sud (11+), Thailandia, Taiwan, Trinidad e Tobago, Uganda, Vietnam (?), Yemen (7), Zimbabwe.

Come parte del suo impegno per difendere i diritti umani, l’Unione europea è il più grande donatore nella lotta contro la pena di morte nel mondo. Tutti i paesi europei hanno abolito la pena di morte in linea con la Convenzione europea dei diritti dell'uomo.

L’UE combatte la pena di morte in molti modi. Ad esempio vieta il commercio di merci che potrebbero essere utilizzate per la pena di morte e utilizza le politiche commerciali per incoraggiare il rispetto dei diritti dell’uomo. Inoltre supporta le organizzazioni della società civile nei paesi che ancora applicano la pena di morte, facendo un lavoro di documentazione e di sensibilizzazione.

L’Unione europea, come osservatore permanente dell’ONU, sostiene convintamente tutte le azioni che pongono fine alla pena di morte dove è ancora praticata.

Il Parlamento europeo adotta le risoluzioni e ospita i dibattiti che condannano le azioni dei paesi che ancora utilizzano la pena capitale. Una risoluzione del 2015 sulla pena di morte condannava il suo uso per sopprimere l’opposizione, oppure per ragioni di credo religioso, omosessualità e adulterio.

domenica 17 agosto 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 17 agosto.

Il 17 agosto 1915 Leo Frank viene linciato dalla folla indignata perché gli era stata revocata la pena di morte per l'omicidio della tredicenne Mary Phagan.

A distanza di più di un secolo, il cold case di Mary Phagan sembra non essere stato ancora definitivamente risolto. Il 26 aprile 1913, la piccola Mary, una tredicenne bianca di Marietta, che lavorava nella National Pencil Factory di Atlanta – una fabbrica di cui l’ebreo del Nord, Leo M. Frank, era sovrintendente e in piccola parte anche proprietario – fu trovata stuprata e strangolata in un locale dell’edificio. L’omicidio risaliva al giorno precedente e, prima ancora che le accuse si indirizzassero verso Frank, le autorità di Atlanta avevano arrestato sei persone, tra cui Jim Conley e Newt Lee, i custodi neri della fabbrica. Le indagini, però, ben presto presero un’altra piega, anche perché vi fu una grande mobilitazione di massa: la folla indignata premeva perché il caso venisse risolto alla svelta e i giornali locali puntavano il dito contro i mali del lavoro minorile e contro la lussuria e la perversione, l’avidità e lo sfruttamento dei capitalisti ebrei del Nord. 

Se la violenza razzista negli Stati del Sud era all’ordine del giorno, l’urbanizzazione e l’industrializzazione del paese mostravano i nuovi volti della povertà e dello sfruttamento. La famiglia di Mary era una delle tante famiglie di agricoltori in affitto, trasferitisi in città nella speranza di un miglioramento delle proprie condizioni di vita, così come tanti altri contadini bianchi del Sud avevano fatto. La loro situazione non era migliore di quella di molti neri: la povertà e lo sfruttamento erano simili; ciò che cambiava era solo il colore della pelle. Ma al pregiudizio razzista contro i neri si era aggiunto da tempo anche un altro antico pregiudizio, quello contro gli ebrei del Nord, identificati tout court con il capitalismo rampante, con il mondo della finanza e degli affari, con lo sfruttamento che ormai colpiva anche il mondo “wasp”.

Mary Phagan, una ragazzina bianca povera, che montava le gommine sulle matite con le mani e veniva pagata 12 centesimi all’ora, divenne, dopo la sua morte, il simbolo dell’infanzia sfruttata, della donna bianca violata e, soprattutto, dell’avidità del capitalismo nordista, in particolare di quello gestito dagli ebrei. Molte cose stavano cambiando negli Stati Uniti: il contesto internazionale era diventato più aggressivo; la società stava viaggiando ormai al ritmo implacabile dell’industrializzazione; le ondate migratorie portavano oltreatlantico grandi masse di diseredati e di perseguitati soprattutto dall’Europa dell’Est e del Sud in cerca di riscatto; il sogno americano veniva ridefinito sull’onda del progressismo, ma anche dei tumultuosi scioperi nelle fabbriche, ricacciati indietro dagli uomini di Pinkerton, o dei gruppetti esaltati degli anarco-comunisti che speravano di realizzare proprio in America la rivoluzione colpendo i simboli viventi dello sfruttamento, mentre l’ondata populista percorreva tutte le classi sociali e lo yellow journalism incendiava le piazze di sensazionalismo. La violenza era aumentata in maniera esponenziale nel Sud degli Stati Uniti e il nuovo capro espiatorio erano diventati gli uomini d’affari, dietro i quali venivano individuati gli ebrei, secondo lo stereotipo più diffuso e antico. Ben presto, la miscela incendiaria alimentata dalle piazze – unitamente al bisogno del procuratore di risolvere il caso e di assicurarsi una possibilità più concreta di far carriera – si concentrò su Leo Frank, l’ultimo ad averla vista viva, che fu accusato dell’omicidio e incolpato proprio da Jim Conley.

Louis Marshall, presidente dell’American Jewish Committee, descrisse il caso quasi come un “secondo affare Dreyfus” e, di fronte alla folla che urlava “Crack the Jew’s neck!” e “Lynch him!”, la comunità ebraica decise di difendere pubblicamente il proprio rappresentante con interventi sulla stampa locale e con una raccolta di fondi per organizzarne la difesa, anche perché da molto tempo gli ebrei di Atlanta erano perfettamente integrati nella società. La prima cosa che emerse fu la debolezza della linea difensiva di Frank: questi, sulla base della “prova” considerata quasi inoppugnabile, vale a dire il fatto che fosse apparso “nervoso” quando la polizia lo aveva interrogato dopo aver trovato dei capelli della ragazza nel bagno di fronte al suo ufficio – divenne il principale indagato, ma la sua difesa non seppe contrastare i racconti fatti da alcuni testimoni che mettevano in dubbio la sua serietà con le donne, e soprattutto non contestò con la necessaria determinazione le dichiarazioni giurate sorprendenti rilasciate proprio da Conley, arrestato nei giorni precedenti proprio mentre stava rimuovendo sotto l’acqua delle macchie presumibilmente di sangue o di ruggine da una camicia blu da lavoro. Conley dichiarò, tra l’altro, che Frank gli aveva confessato l’omicidio, avvenuto dopo che la ragazza aveva rifiutato le sue avances, che lo aveva aiutato a spostare il suo corpo e che aveva scritto un biglietto da lui dettato (le famose “note” dell’omicidio). Tutto il processo avvenne durante un’estate caldissima, con l’aula piena di gente che inveiva contro Frank, mentre, dalle finestre spalancate, entravano le urla della folla che chiedeva il linciaggio dell’ebreo e minacciava gli stessi giurati se non avessero condannato a morte il “dannato sheeny”. Dopo che Frank venne condannato alla pena capitale, Marshall personalmente seguì per due volte la richiesta di revisione del processo e poi presentò l’appello alla Corte Suprema, ma senza successo, se non con la conseguenza negativa di avvalorare ancor di più nella folla l’idea che il denaro ebraico stesse cercando di modificare la sentenza, anche attraverso una incessante campagna di stampa. Dopo un’estesa raccolta di firme, di appelli e di petizioni, che portò il caso alla ribalta nazionale, John M. Slaton, governatore della Georgia, nell’estate del 1915, un giorno prima dell’impiccagione di Frank, commutò la sentenza di morte in ergastolo, dichiarandosi convinto della sua innocenza e del fatto che essa sarebbe stata provata in breve termine, cosa che lo trattenne dal concedergli un perdono totale. Ma il giorno successivo, Frank venne rapito dalla prigione in cui era rinchiuso da un gruppo di 28 facinorosi definitisi come i “Cavalieri di Mary Phagan” (molti di loro erano persone molto influenti, come venne dimostrato in seguito proprio da una parente della ragazza assassinata), condotto a Marietta, la città natale di Mary, e linciato. Il nuovo governatore si impegnò ad individuare i colpevoli del sequestro, ma senza riuscirci. Dopo il linciaggio di Frank, circa metà dei tremila ebrei della Georgia lasciarono lo Stato. Nel 1986, il Georgia State Board of Pardons and Paroles concesse a Leo Frank il perdono, ma senza mai assolverlo dall’accusa di omicidio. Dal 2013, anno del centenario della morte di Mary Phagan, sono comparsi molti siti web per dimostrare che Leo Frank era effettivamente colpevole, ma l’Anti-Defamation League (nata proprio nel 1913 sull’onda del “caso Frank”) ha chiarito qualche anno fa, con un comunicato stampa, che si tratta di “siti ingannevoli”, creati da “antisemiti dichiarati per promuovere i temi propagandistici dell’antisemitismo”.

 

giovedì 6 marzo 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 6 marzo.

Il 6 marzo 1978 Joseph Paul Franklin spara all'editore della rivista pornografica Hustler, Larry Flynt.

"Volevo scatenare una guerra tra razze, la sopravvivenza della razza bianca era a rischio". Con questa delirante motivazione, il suprematista Joseph Paul Franklin sparò tra gli altri al re del porno Larry Flynt, costringendolo su una sedia a rotelle. Correva l'anno 1978. Il 20 novembre 2013, a 35 anni da quel tentativo di omicidio Franklin è stato giustiziato. Perché giudicato colpevole di un altro omicidio, questa volta eseguito, compiuto nel 1977 fuori da una sinagoga a St.Louis, in Missouri.

L'uomo è stato messo a morte per iniezione letale ed è deceduto alle 6,17 ora locale (le 13,17 ora italiana), dopo che la corte d'appello aveva revocato la sospensiva accordatagli nella notte da un giudice del Missouri. Franklin ha rifiutato l'ultimo pasto e non ha voluto rilasciare una dichiarazione finale.

Accusato di una serie di omicidi a sfondo razzista tra il 1977 e il 1980, il suprematista era stato giudicato colpevole di altri sette assassinii in diverse zone del Paese, e lui stesso aveva ammesso l'uccisione di una ventina di persone. Dalla prigione, Franklin aveva anche imputato alla sua infanzia povera e agli abusi in famiglia la sua deriva.

Larry Flynt, editore della famosa rivista erotica Hustler, fu ferito gravemente a colpi d'arma da fuoco e da allora costretto sulla sedia a rotelle. Proprio Flynt il mese prima, con l'avvicinarsi della data dell'esecuzione, aveva scritto di voler vedere il suo attentatore pagare per quello che aveva fatto, ma di non essere interessato alla sua morte. Puntando il dito contro il desiderio di "vendetta e non di giustizia", Flynt si era schierato contro la pena di morte: "Credo fermamente che un governo che proibisce le uccisioni tra i suoi cittadini non dovrebbe essere lui stesso responsabile dell'uccisione delle persone", aveva affermato in una lettera aperta sull'Hollywod Reporter.

Franklin aveva dato il via alla sua lotta per la salvezza della razza bianca, derubando 16 banche in giro per l'America per finanziarsi. Nel luglio di quello stesso anno aveva messo una bomba nella sinagoga di Chattanooga, in Tennessee, senza fare vittime, per poi darsi agli omicidi, spesso colpendo da lontano come cecchino. Tra le sue vittime preferite, le coppie interrazziali. L'8 ottobre 1977, si era appostato fuori dalla sinagoga di Kneseth Israel a St. Luois e, al termine di un bar mitzvah, aveva aperto il fuoco sugli invitati che stavano andando via, uccidendo il 42enne Gordon.

La scia di sangue era continuata per altri tre anni, fino a quando non venne preso dopo aver ucciso due giovani neri che facevano jogging con due coetanee bianche a Salt Lake City nell'agosto 1980. Il suo avvocato, nell'ultimo tentativo di evitargli la pena capitale, aveva attaccato il medicinale usato, il 'pentobarbital', sostenendo che violava l'ottavo emendamento della Costituzione contro le punizioni crudeli.

Una tesi accolta dal giudice distrettuale Nanette Laughrey che martedì aveva ordinato una sospensione dell'ordine di esecuzione di fronte all'alto rischio di "un dolore prolungato e non necessario oltre quello richiesto per raggiungere la morte". Una seconda sospensiva era stata accordata dal magistrato Carol Jackson, ma contro entrambi i verdetti la procura aveva fatto ricorso, ottenendo dalla corte d'appello il via libera a procedere.

Larry Flynt è morto nel sonno per insufficienza cardiaca il 10 febbraio 2021. 

lunedì 3 febbraio 2025

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 3 febbraio.

Il 3 febbraio 1998 Karla Faye Tucker viene giustiziata in Texas, prima donna a subire la condanna da oltre 14 anni.

Karla Faye Tucker nacque in una famiglia problematica (il padre, non biologico, era uno scaricatore di porto che se ne andò di casa, la madre una prostituta tossicodipendente e groupie di una rock band); a otto anni fumava sigarette, a 12 faceva uso di droghe pesanti, come eroina, e si prostituiva seguendo l'esempio della madre, per vivere e procurarsi la droga. A 16 anni si sposò con un meccanico, divorziando poco dopo.

Nel 1983, sotto l'effetto delle droghe, con il fidanzato dell'epoca Daniel Garrett e alcuni complici, Karla Tucker uccise per rapina o più probabilmente per vendetta il suo ex compagno Jerry Lean Dean, colpevole di averle rubato delle fotografie e di aver picchiato una sua amica, l'ex moglie di Dean, Shawn; entrambi colpirono a colpi di piccone e martello (impugnato da Garrett) Dean e Deborah Thornton che si trovava nel letto di lui: quest'ultima venne uccisa da Karla utilizzando una piccozza, in quanto testimone scomoda del primo omicidio e perché amante di Dean stesso, da cui si era rifugiata dopo essere fuggita dal marito, Richard Thornton, obeso, malato e violento, con cui aveva quattro figli.

Karla venne quindi condannata a morte l'anno successivo, con la testimonianza determinante del fratello di Garrett, con cui lei e i complici si erano vantati del delitto. Anche Garrett fu condannato a morte, ma morì in carcere di epatite prima dell'esecuzione, nel 1993. Gli altri ebbero pene minori, dall'ergastolo in giù.

Durante la carcerazione la Tucker si disintossicò per la prima volta nella sua vita e non assunse mai più droghe, si avvicinò alla lettura della Bibbia e divenne parte dei cristiani rinati evangelici, che sostenne la sua grazia, nella maggioranza dei suoi esponenti; sposò in seconde nozze il cappellano evangelico del carcere, il reverendo Dana Lane Brown e si dedicò ai programmi di recupero di detenuti tossicodipendenti. Quando decise di chiedere la grazia non richiese la libertà vigilata, ma accettò l'ergastolo senza condizionale, chiedendo di poter lavorare come volontaria e assistente spirituale accanto a un pastore o ministro di culto evangelico per gli altri detenuti e detenute.

L'ultima donna messa a morte in Texas era stata giustiziata nel 1863 durante la guerra civile, mentre in tutto il Paese nel 1984; prima ancora non c'erano state esecuzioni di donne dal tempo di Ethel Greenglass e di suo marito Julius Rosenberg, accusati di spionaggio nel 1953; inoltre il Texas, nonostante o forse proprio per il maschilismo diffuso, considerava il crimine violento tipicamente maschile e si opponeva alla criminalizzazione eccessiva delle donne. Per ciò, per la sua vita difficile e per la celebre e pubblicizzata sui giornali conversione al cristianesimo, ci fu un grande e inusuale movimento internazionale e nazionale che chiedeva la grazia e la commutazione della pena in ergastolo; esso comprendeva anche alcuni rappresentanti politici e diplomatici di alcuni governi stranieri, tra essi il Presidente della Repubblica Italiana Oscar Luigi Scalfaro (in gioventù come procuratore aveva chiesto la pena capitale per alcuni fascisti, ma in seguito ne era divenuto uno strenuo oppositore, per le sue convinzioni cattoliche e giuridiche), che chiese ufficialmente un provvedimento di clemenza, oltre al papa Giovanni Paolo II, sempre attivo sul fronte abolizionista, assieme a numerosi esponenti di varie religioni come il telepredicatore battista-evangelico della destra cristiana Pat Robertson e varie associazioni abolizioniste, anche se in misura minore - per quanto riguarda l'estero - rispetto a quanto avvenuto per Joseph O'Dell, ignorato in patria ma sostenuto in Europa (probabilmente per il fatto che si era dichiarato strenuamente innocente) o per altri condannati celebri difesi dall'opinione pubblica.

La Commissione per la Grazia e la Libertà Condizionale del Texas (affermando che se graziata sarebbe potuta uscire nel 2003, secondo la legge texana) e l'allora governatore dello Stato George W. Bush - appartenente anch'egli ai cristiani rinati, ma che si oppose alla sospensione per tenere fede al suo programma elettorale e rispondere alla accuse secondo le quali solo gli uomini di colore subiscono solitamente la pena di morte - rifiutarono la commutazione della pena e la Tucker venne giustiziata tramite iniezione letale nella prigione di Huntsville, alle ore 18:45 del 3 febbraio 1998. All'esecuzione erano presenti il padre, la sorella e il marito di Karla, oltre al fratello di Deborah Thornton che, a differenza del marito della vittima (anch'egli presente con i parenti e forte sostenitore del provvedimento), aveva chiesto anch'egli la grazia, ritenendo il caso della Tucker come un "buon esempio di funzionamento del sistema" e "ravvedimento". La madre di Karla non volle assistere perché troppo turbata.

Karla Faye Tucker è sepolta al Forest Park Lawndale Cemetery di Houston.

Il caso Tucker avvenne nello stesso periodo in cui la magistratura italiana indagava sulla strage colposa del Cermis a opera di piloti statunitensi e nello stesso periodo in cui veniva trattata (da tempo senza alcun successo) l'estradizione di Silvia Baraldini, detenuta negli USA per reati collegati alla politica, in particolare per aver favorito l'evasione di Assata Shakur: questi fatti, soprattutto quelli del Cermis, uniti alla forte emozione per l'esecuzione, portarono il presidente italiano Scalfaro a lanciare un duro attacco verbale agli Stati Uniti, in cui accusò gli americani di «giocare con la vita umana»; in particolare Scalfaro si rivolse contro il governatore e futuro Presidente degli Stati Uniti George W. Bush, con cui avrà sempre un rapporto difficile.

Il capitano di polizia penitenziaria della "Squadra dell'Edificio della Morte", cioè degli addetti alle esecuzioni del carcere di Huntsville, Fred Allen, fino ad allora favorevole alla massima sanzione, dopo la storia e la conoscenza di Karla Tucker divenne un oppositore della pena capitale; ebbe inoltre un crollo nervoso e fu costretto prima a lasciare quel lavoro e poi al pensionamento anticipato.

Suor Helen Prejean, la religiosa cattolica nota principalmente come attivista anti-pena di morte, criticò anch'essa duramente George Bush in diretta sullo show di Larry King l'anno seguente, nello stesso show in cui il governatore era apparso precedentemente per rispondere al conduttore che l'aveva sollecitato su un appello televisivo della stessa Karla Tucker (andato in onda nello stesso programma TV in una puntata dell'anno prima); in quell'occasione Bush aveva respinto ogni appello, e in un'intervista scritta del 1999 a Talk Magazine avrebbe deriso la Tucker imitando persino la sua voce, venendo sommerso dalle critiche per quella che fu percepita come una mancanza di rispetto, cosa a cui cercò poi di rimediare con riferimenti religiosi e dicendo di pregare per lei (suscitando la rabbia degli abolizionisti).

Dopo la sua esecuzione, ce ne saranno altre di donne detenute nel braccio della morte texano (Frances Elaine Newton, Betty Lou Beets), ma anche, sull'onda del caso Tucker, delle commutazioni in ergastolo (Pamela Lynn Perillo, 2000).Inoltre, tra i detenuti uomini (ma costituendo un'eccezione sia maschile sia femminile alla politica texana), ci fu l'unica commutazione a poche ore dall'esecuzione avvenuta dal 1976 in poi, quando la Commissione per la Grazia e la Libertà Vigilata consigliò al governatore Rick Perry la commutazione in ergastolo con la condizionale per Kenneth Foster, jr.

lunedì 18 dicembre 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 18 dicembre.
Il 18 dicembre 2007 l'Assemblea Generale dell'ONU approva, con 104 voti a favore, 54 contrari e 29 astenuti, la moratoria universale della pena di morte.
'L'approvazione, a maggioranza assoluta, della risoluzione sulla moratoria della pena di morte è stata una grande vittoria dell'Europa ma anche e soprattutto dell'Italia, la cui diplomazia, abilmente diretta dal ministero degli Esteri, ha svolto un'azione intelligente ed efficacissima a New York. Con la risoluzione si segna un punto fermo in una battaglia di civiltà.
La risoluzione non obbliga gli Stati a sospendere le esecuzioni capitali e tanto meno ad abrogare le leggi nazionali che prevedono la pena capitale. Li esorta a farlo. Ha dunque solo un alto valore simbolico, è solo uno strumento di pressione morale? No. Essa produce anche importanti effetti pratici, il cui significato si potrà forse percepire soprattutto nel lungo termine.
Il primo consiste nel fornire un importante strumento di legittimazione politica ai numerosi Governi che vorrebbero applicare la moratoria o addirittura abolire la pena di morte, ma sono ostacolati dall'opinione pubblica interna o da alcuni movimenti politico-religiosi, che si accaniscono a voler punire l'assassinio (ma anche altri reati meno gravi) con la morte.
Questi Governi possono ora invocare la risoluzione come autorevolissimo avallo, a livello mondiale, della loro azione a favore della moratoria. Altri Governi, che cominciano ad aver dubbi sull'opportunità della pena capitale, potranno essere indotti dalla risoluzione ONU a ridurre almeno il numero di reati implicanti quella pena, o ad introdurre garanzie processuali efficaci contro ogni arbitrio. Ad esempio la Cina ha limitato il numero di crimini per cui è comminata quella pena, ed ha attribuito alla Corte Suprema, sottraendola dunque alle corti locali, ogni decisione finale in materia. Su questa strada la Cina, che pure ha votato contro la risoluzione e continua ad essere lo Stato con il più alto numero di esecuzioni, potrà fare altri passi avanti, spinta dalla pressione dell'ONU.
Gli altri effetti pratici la risoluzione li produce nel quadro dell'ONU. Adesso la questione della pena capitale è iscritta automaticamente all'ordine del giorno di ogni Assemblea Generale, per essere discussa ogni anno. Dunque, una questione che finora era tabù in seno ai massimi organi dell'ONU, diviene finalmente oggetto "normale" di dibattito politico-diplomatico. Si ha finalmente una presa di coscienza collettiva della necessità di ingerirsi in un recesso finora impenetrabile della sovranità statale, e di parlarne liberamente.
Un altro effetto della risoluzione è che i vari organi dell'ONU sono automaticamente autorizzati a "lavorare" ed operare su questo tema. E già si sa che l'Alto Commissario per i Diritti Umani intende istituire una "task force", anche per assistere i paesi che vogliono gradualmente introdurre serie limitazioni alla comminazione della pena capitale.
Un altro effetto è non meno importante: ogni anno il Segretario Generale dell'ONU deve presentare all'Assemblea Generale un rapporto sull'attuazione della risoluzione approvata: per elaborare questo rapporto, egli deve ottenere dagli Stati membri dati e informazioni sulle esecuzioni capitali, sui reati per cui sono state effettuate, nonché sui casi di sospensione dell'esecuzione. E così paesi che finora hanno accuratamente celato quei dati, come la Cina, dove la materia è ancora un segreto di stato, devono fornirli, perché a chiederli non saranno più organizzazioni non governative, ma un autorevolissimo organo dell'ONU. Si avrà dunque una più accurata e completa informazione sulla pena di morte nel mondo e una maggiore trasparenza. Ma il fatto stesso di dover dar conto all'ONU su quel che si fa nel proprio interno, non può non costituire, per quei paesi, un incentivo psicologico e politico notevole ad adoperarsi per sospendere gradualmente questa pena disumana.
Che la risoluzione sia suscettibile di produrre questi effetti, è anche il risultato dell'abile strategia adottata dai nostri diplomatici a New York.
Essi, benché sicuri della vittoria al momento della votazione, hanno sagacemente evitato ogni trionfalismo e il muro contro muro, per prevenire lo scontro diplomatico e l'umiliazione politica degli avversari. Favorendo invece toni concilianti, isolando i "pasdaran" e intensificando il dialogo con i moderati, essi hanno privilegiato un'azione volta a convincere i sostenitori della pena capitale della necessità di discutere pacatamente di questa pena arcaica, per trovare alternative o almeno limitare la sua portata o rendere la sua esecuzione meno disumana. Uno dei risultati immediati di questa "offensiva del dialogo" si è visto in occasione del voto: gli avversari della risoluzione hanno rinunciato a tutte le manovre procedurali che avevano messo in atto un mese prima, in Commissione e - tranne Barbados, Nigeria e Singapore - non hanno usato toni aggressivi contro la risoluzione.
La risoluzione non è dunque un punto di approdo di una battaglia diplomatica, ma un punto di partenza, l'inizio di un processo politico-diplomatico da favorire con pazienza e tenacia per arrivare tra dieci o venti anni alla scomparsa definitiva del boia.
Questo successo della nostra diplomazia dimostra anche che per una media Potenza come l'Italia, c'è uno spazio importante in politica estera in cui affermarsi. E' uno spazio che si colloca non nel campo militare, strategico o geopolitico, ma piuttosto in quello della difesa di valori universali, e della promozione tenace dell'Europa come forte attore ed interlocutore politico - per ora soprattutto potenziale - a livello planetario.

martedì 29 agosto 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 29 agosto.
Il 29 agosto 1997 Angelo Maturino Resendiz uccide una delle sue tante vittime a colpi di bastone.
Angelo Maturino Reséndiz, alias il Killer della Ferrovia (1 agosto 1959 - 27 giugno 2006), è stato un serial killer messicano responsabile di almeno trenta omicidi negli Stati Uniti e in Messico durante il 1990. In alcuni è stata riscontrata la violenza sessuale. Egli divenne noto come "The Railroad Killer". La maggior parte dei suoi crimini sono stati commessi vicino ferrovie. Il 21 giugno 1999, divenne il fuggitivo 457 indicato dall'FBI prima di arrendersi alle autorità il 13 luglio. Aveva 39 anni.
Reséndiz aveva molti pseudonimi, ma era soprattutto conosciuto e ricercato come Resendez-Rafael Ramirez.
Saltando dentro e fuori i treni, tra Messico, Canada e Stati Uniti, Reséndiz è riuscito a sfuggire alle autorità per un tempo considerevole. Inoltre non ha mai avuto un indirizzo fisso.
Reséndiz uccise almeno 15 persone con pietre e altri oggetti contundenti, soprattutto nelle loro case. Dopo ogni omicidio indugiava nelle case per un po', soprattutto cercando da mangiare. Dopo ogni omicidio era solito guardare i documenti della sua vittima, per conoscere qualcosa della vita che aveva preso. Rubava gioielli e altri oggetti di valore e li dava a sua moglie in Messico. Gran parte della gioielleria veniva venduta o fusa. Alcuni degli oggetti che sono stati presi dalla case delle vittime da Resendiz sono stati restituiti dalla moglie dopo la sua cattura. Il denaro, tuttavia, non veniva toccato. Ha violentato alcune delle sue vittime femminili. La maggior parte delle sue vittime sono state trovate con una coperta addosso, o altrimenti celate alla vista dagli inquirenti.
Le vittime:
1. Nel 1986, una donna non identificata senza fissa dimora è stato colpita quattro volte con una calibro 38. Il suo corpo è stato gettato in un casolare abbandonato. Reséndiz ha dichiarato di aver incontrato la donna in un rifugio per senzatetto. Hanno intrapreso un viaggio in moto insieme, portandosi dietro una pistola per il tiro al bersaglio. Reséndiz ha detto che ha sparato e ucciso la donna perché gli aveva mancato di rispetto.
2. Resendiz ha dichiarato che subito dopo aver ucciso la donna senzatetto, ha sparato e ucciso il suo ragazzo - un cubano - e scaricato il suo corpo in un torrente a metà strada tra San Antonio e Uvalde. Reséndiz ha detto che ha ucciso l'uomo perché era coinvolto nella magia nera. Il corpo di quest'uomo non è mai stato trovato, e non si sa nulla di lui tranne quello che ha detto Reséndiz alle autorità. Reséndiz ha confessato questi primi due omicidi nel settembre 2001, nella speranza che così facendo avrebbe accelerato la sua esecuzione.
3. Il 19 luglio 1991, il corpo di Michael White, 33 anni, è stato trovato nel cortile di una casa abbandonata del centro. Reséndiz ha confessato anche questo omicidio nel settembre 2001. Ha disegnato una mappa della scena del crimine e ha detto che l'ha ucciso perché era omosessuale. La polizia ha concluso che Reséndiz ha ucciso White a randellate e con un mattone.
4 e 5. 23 marzo 1997, Ocala , in Florida , Jesse Howell, 19 anni. E' stato ucciso a randellate con un tubo e lasciato accanto ai binari. La sua fidanzata Wendy Von Huben, 16 anni, fu violentata, strangolata, soffocata con le mani e nastro adesivo e sepolta in una fossa poco profonda in Sumter County, in Florida.
6. Nel luglio 1997, un uomo non identificato è stato picchiato a morte con un pezzo di compensato in un cantiere ferroviario situato nella città di Colton, California. Il detective Jack Morenberg ha lavorato senza sosta per provare che Reséndiz aveva commesso il reato, ma a causa della mancanza di prove certe non fu in grado di farlo. Reséndiz è ancora considerato il primo sospettato in questo caso.
7. 29 agosto 1997, Lexington , Kentucky , Christopher Maier, 21 anni. Era uno studente universitario. Stava camminando lungo i binari vicino casa con la sua ragazza, Holly, quando i due sono stati attaccati da Reséndiz, che uccise Maier con una pietra, poi violentò e picchiò duramente la fidanzata di Maier. Holly Dunn Pendleton, sopravvisse e andò ad un programma televisivo che parlava di biografie e che si intitolava "Sono sopravvissuto" e raccontò la sua storia. Attualmente aiuta le altre vittime di stupro e violenza sessuale. Ha anche fondato "Holly House" nella sua nativa Evansville, a beneficio di coloro che hanno subito stupri e violenze sessuali. Di lei si è parlato sul numero del 19 Giugno 2009 della rivista People.
8. 4 Ottobre 1998, Hughes Springs , Texas , Leafie Mason, 81 anni. E' stato ucciso a casa sua con un ferro da stiro. Resendiz era entrato in casa attraverso una finestra.
9. 17 Dicembre 1998, West University Place , Texas , Claudia Benton, 39 anni. Benton, una pediatra neurologa presso il Baylor College of Medicine, è stata violentata, pugnalata, bastonata in casa sua, sita vicino ai binari della ferrovia. La polizia ha trovato la sua Jeep Cherokee a San Antonio e ha trovato le impronte digitali sul piantone dello sterzo di Resendiz.
10 e 11. 2 maggio 1999, Weimar, Texas, Norman J. Sirnic, 46 anni, e Karen Sirnic, 47 anni. Sono stati bastonati a morte con un martello in una canonica della Chiesa Unita di Cristo, dove Norman Sirnic era un pastore. L'edificio si trovava adiacente alla Union Pacific railway. Tre settimane più tardi, le impronte digitali collegarono questo caso con il caso Claudia Benton.
12. 4 giu 1999, Houston, Texas, Noemi Dominguez, 26 anni. Dominguez, insegnante a Houston Independent School District School's Benjamin Franklin scuola elementare, è stata uccisa con un piccone nel suo appartamento vicino i binari. Sette giorni dopo, la sua Honda Civic è stata trovata dalla polizia statale sul Ponte Internazionale Del Rio, Texas.
13. 4 giu 1999, Fayette County, Texas, Josephine Konvicka, 73 anni. Konvicka è stata uccisa con un colpo di piccone in testa, lo stesso usato per uccidere Noemi Dominguez, mentre lei dormiva. Il suo casale non è lontano da Weimar. Reséndiz tentò di rubare l'auto ma non riuscì a portarla via perché non trovò le chiavi della macchina.
14 e 15. 15 giugno 1999, Gorham, Illinois, George Morber senior, 80 anni, e Carolyn Federico, 52 anni. Reséndiz sparò un colpo alla testa con un fucile da caccia a George Morber e poi bastonò Carolyn Federico a morte con un cric. La loro casa era situata a soli 100 metri di distanza da una linea ferroviaria. Più tardi, uno testimone vide un uomo corrispondente alla descrizione di Reséndiz che guidava un camion pick-up rosso che si trovava a 60 miglia a sud di Gorham.
16. Reséndiz venne anche incolpato della morte di Fannie Whitney Byers, 81, che è stata trovata il 10 Dicembre 1998, uccisa a randellate nella sua casa vicino ai binari della ferrovia.
Ha confessato altri sette omicidi, che a suo dire avrebbe commesso in Messico.
La polizia ha rintracciato la sorella di Reséndiz, Manuela. Lei temeva che suo fratello avrebbe potuto essere ucciso da qualcuno che cercava vendetta o essere ucciso dall'FBI, così accettò di aiutare la polizia. Un ranger del Texas, Drew Carter, accompagnato da Manuela ed una guida spirituale incontrò Reséndiz su un ponte che collega El Paso, in Texas. (Manuela era originariamente riluttante a cooperare, ma Carter la convinse) Reséndiz si arrese a Carter.
Nel 1999, l'ex procuratore generale del Texas Jim Mattox ha osservato: "spero che non inizino a incriminarlo per ogni crimine che avviene nei pressi di un binario ferroviario".
Reséndiz venne processato e condannato a morte per l'omicidio di Benton.
Il 21 giugno 2006, un giudice ha stabilito che Reséndiz era mentalmente pronto per essere giustiziato. Su provvedimento del giudice, Reséndiz disse: "Io non credo nella morte. So che il corpo sta per andare perduto. Ma io, come persona, sono eterno. Ho intenzione di restare vivo per sempre". Egli ha anche descritto se stesso come metà uomo e metà angelo e disse agli psichiatri che non poteva essere giustiziato perché non credeva che potesse morire.
Nonostante un ricorso presentato al quinto US Circuit Court of Appeals, la sentenza di condanna a morte venne confermata.
E' stato giustiziato nel penitenziario di Huntsville, in Texas, il 27 giugno 2006, con iniezione letale. Nella sua dichiarazione finale, Reséndiz ha detto "voglio chiedere se nel vostro cuore potrete perdonarmi. Non dovete fare nulla. So che ho permesso al Diavolo di governare la mia vita. Vi chiedo di perdonarmi e di chiedere al Signore di perdonarmi per aver permesso al diavolo di ingannare me. Ringrazio Dio per aver pazienza con me.
Reséndiz stato dichiarato morto alle 8:05 CDT (01:05 UTC il 28 giugno 2006).
Il marito di Claudia Benton, George, era presente alla esecuzione e disse di Reséndiz: "E' il male in forma umana, una creatura senza anima, senza coscienza, senza rimorso, senza alcun tipo di riguardo per la santità della vita umana".

venerdì 16 giugno 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 16 giugno.
Il 16 giugno 1944 George Stinney Jr., 14 anni, fu giustiziato per avere ucciso due bambine nella Carolina del Sud, dove erano in vigore norme sulla segregazione razziale.
Appena lo hanno sollevato per legarlo alla sedia elettrica i boia si sono accorti che era così piccolo e magro che non riuscivano neanche a stringere i lacci di cuoio sulle braccia e  a sistemare gli elettrodi lungo il corpo. Pesava 40 chili ed era alto poco più di un metro e mezzo. Così hanno dovuto mettergli alcune copie della Bibbia sotto il sedere finché non hanno trovato la posizione giusta per farlo morire come si deve.
Anche la maschera che abitualmente copre il volto dei condannati era troppo grande e larga, durante l’esecuzione è caduta giù più volte, mostrando ai 40 testimoni che assistevano al supplizio, tra cui i parenti delle vittime, le orribili smorfie di chi sta morendo tra atroci sofferenze sotto delle scariche elettriche a oltre 2500 volt. Quando è stato giustiziato dallo Stato del South Carolina, George Julius Stinney aveva appena 14 anni: è il più giovane condannato a morte nella storia recente degli Stati Uniti. Le poche immagini che circolano oggi in rete mostrano il viso di un bambino afroamericano dallo sguardo triste e rassegnato, diventato il simbolo della feroce persecuzione giudiziaria subita dai neri d’America.
Erano le 19 e 30 del 16 giugno 1944 quando il medico del penitenziario di Columbia registra il decesso del condannato per arresto cardiaco. Dopo settanta anni la giustizia Usa recita finalmente il mea culpa: il giudice Carmen Mullen infatti il 17 dicembre 2014 ha annullato la condanna, ritenendo il processo una farsa crudele in cui sono stati violati i diritti elementari dell’imputato sanciti dalla Costituzione: «L’esecuzione di George Stinney è la più grande ingiustizia che io abbia mai visto nella vita», ha commentato Mullen con i media. Il processo avvenne mentre il paese viveva in un odioso clima di segregazione razziale in uno Stato tra i più intolleranti e giustizialisti nei confronti della comunità nera vittima di pregiudizi e discriminazioni quotidiane. Stinney fu accusato dell’omicidio di due bambine bianche di 7 e 11 anni, Mary Emma Thames e Betty June Binniker, trovate in un fossato non distante dalla sua abitazione con segni di violente percosse alla testa con fratture profonde, a poche centinaia di metri fu rinvenuta una sbarra di ferro, con ogni probabilità l’arma del delitto.
Com’è possibile che un ragazzo così esile abbia potuto commettere un crimine talmente brutale? Ma George è stata l’ultima persona a vederle vive il giorno prima dell’omicidio. Abitavano a Alcolu, un sobborgo operaio nella contea di Claredon dove i quartieri dei bianchi e dei neri erano separati dai binari della ferrovia. Le due bambine erano uscite di casa per raccogliere dei fiori e avevano attraversato il giardino degli Stinney con la bicicletta scambiando due parole con George. Questa è la ”prova” nelle mani degli investigatori e rimarrà l’unica fino al giorno della condanna. Dopo una sbrigativa indagine la polizia non perde tempo convinta di aver trovato il colpevole perfetto, si precipita nell’abitazione del ragazzino e lo arresta davanti gli occhi increduli dei genitori. La notizia occupa le prime pagine dei giornali locali con titoli da Ku Klux Klan, il padre viene licenziato su due piedi dalla segheria dove lavorava mentre tutta la famiglia è costretta a lasciare la città per paura di linciaggi e rappresaglie lasciando George completamente abbandonato a se stesso nei suoi 80 giorni di prigionia.
Il giudice che si occupò dell’affare negò ai familiari persino la possibilità di testimoniare in suo favore: «La corte reputò una cosa normale separare un bambino dai propri genitori e approfittare della sua giovane età per ottenere una sentenza di condanna a tutti i costi» spiega Mullen, sottolineando come gli avvocati che gli furono assegnati d’ufficio non fecero praticamente nulla per smontare un impianto accusatorio del tutto inconsistente e non chiamando nessun testimone. In carcere George viene costretto a confessare l’omicidio di Mary e June, ma di quella confessione non è mai stata trovata traccia in un nessun verbale scritto, lo stesso imputato ha poi negato di essersi mai accusato del delitto. Come durante l’autopsia non è stata trovata traccia di violenze sessuali sui corpi delle bambine, violenze in un primo momento evocate nel rapporto delle forze dell’ordine.
Il processo fu naturalmente una farsa, durò due ore e mezza, la giuria composta da soli bianchi ci mise meno di dieci minuti per spedire il 14enne diritto verso la sedia elettrica: «Che Dio abbia pietà della sua anima», le lapidarie parole pronunciate dal giudice Phillip Henry Stoll. Alcune organizzazioni umanitarie protestarono con il governatore del South Carolina Olin Dewitt Talmudge che rifiutò di accordare la grazia a Stinney. «Avrei voluto che mia madre e mio padre fossero ancora qui per poter vivere questa giornata in cui è stata ristabilita la giustizia, mio fratello è stato ucciso senza alcuna ragione, era troppo giovane e non gli hanno dato alcuna chance», dice visibilmente commossa la sorella Amie Ruffner contattata telefonicamente dal sito di informazione Wtlx.com. La vicenda di George Julius Stinney è stata raccontata in Carolina Skeletons dallo scrittore David Stout che nel 1988 ha ricevuto il premio Edgard Allan Poe come migliore primo romanzo e nel film ”Un colpevole ideale” realizzato dal regista John Erman nel 1991.

venerdì 4 marzo 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 4 marzo.
Il 4 marzo 1947, a Torino, ha luogo l'esecuzione dell'ultima condanna alla pena capitale in Italia.
A quasi cent’anni dall’adozione dello Statuto Albertino (avvenuta il 4 marzo 1848), ha avuto luogo l’ultima esecuzione capitale della storia italiana. I condannati a morte erano Francesco La Barbera, Giovanni Puleo e Giovanni D’Ignoti, accusati della strage di Villarbasse, avvenuta il 20 novembre del 1945. Tale strage è considerata uno dei crimini più efferati del secondo dopo guerra, nonché evento – simbolo della storia italiana in quanto, come già detto, è stato l’ultimo crimine per cui il nostro diritto penale ha applicato la pena di morte.
Cosa accadde? Il 20 novembre 1945 a Villarbasse, in provincia di Torino, quattro malintenzionati siciliani decisero di compiere una rapina, sicuri che l’avvocato Gianoli, proprietario della cascina, tenesse in casa molto denaro. A dare questa certezza al gruppo era stato Pietro Lala che aveva lavorato presso la cascina come mezzadro, sotto falsa identità.
I quattro banditi, verso le 19 di quel giorno, irruppero nel casale sequestrando tutti gli undici presenti. Improvvisamente a Lala cadde la maschera che gli nascondeva il volto e venne riconosciuto da una delle donne sequestrate come quell’uomo che fino a pochi giorni prima aveva lavorato con loro. Essendo stati scoperti e con la consapevolezza che non avrebbero più potuto farla franca con il bottino, i quattro decisero di uccidere tutti i presenti, ad eccezione del bambino di due anni che, per ovvie ragioni, non avrebbe potuto riconoscere nessuno. Ed è così che si è consumata la strage di Villarbasse; le vittime vennero portate una ad una nella cantina del casolare e assassinate. Dunque gettate in una cisterna per la raccolta dell’acqua piovana. Terminata questa folle strage i quattro malviventi andarono ai piani superiori e misero in atto quella che, in origine, sarebbe dovuta essere una “semplice” rapina. Quindi fuggirono indisturbati e tornarono alle loro vite. Lala, quello che aveva assunto l’identità di Francesco Saporito e aveva lavorato come mezzadro presso la cascina dell’avvocato, venne assassinato poco dopo in circostanze misteriose. La vendetta forse di qualcuno che sapeva? Chi può dirlo.
Ebbero inizio le ricerche delle dieci persone. Inizialmente si pensava ad un sequestro di massa, ma a otto giorni dall’inizio delle indagini, furono ritrovati i dieci cadaveri nella cisterna. Solo dopo quattro lunghi mesi di indagini e a seguito di alcuni arresti di innocenti, si riuscì a risalire al D’Ignoti grazie ad un frammento della tessera annonaria che il bandito aveva bruciato. Con uno stratagemma degno di un film poliziesco, i carabinieri gli fecero credere di essere l’ultimo degli arrestati, così che lui parlasse senza troppe difficoltà dei suoi complici, facendone tranquillamente nomi e cognomi.
Accertata la colpevolezza dei tre, bisognava decidere come punirli.
Nonostante la possibilità di abrogare la pena di morte fosse già stata presa in considerazione, l’allora Presidente della Repubblica Enrico De Nicola, spinto dall’indignazione dell’opinione pubblica per quel delitto così sanguinario, rifiutò la richiesta di grazia dei tre condannati.
Così, il 4 marzo 1947, alle ore 7.45 del mattino, Francesco La Barbera, Giovanni Puleo e Giovanni D’Ignoti vennero fucilati da un plotone d’esecuzione al poligono di tiro di Basse di Stura, a Torino.
La strage di Villarbasse è stato l’ultimo crimine per il quale venne applicata la pena di morte nel nostro Paese, abrogata ufficialmente il 1° gennaio 1948 con l’entrata in vigore della Costituzione, salvo che nei casi previsti dalle leggi militari di guerra.
Solo nel 2007 la pena di morte viene abolita completamente dalla Costituzione anche nel caso di leggi di guerra.

venerdì 10 settembre 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 10 settembre.
Il 10 settembre 1977 a Marsiglia ebbe luogo l'ultima esecuzione capitale della Francia (nonchè dell'intera Europa).
Il poco piacevole primato spetta ad Hamida Djandoubi, un immigrato tunisino ghigliottinato nelle prigione Baumettes di Marsiglia per aver torturato e ucciso la sua fidanzata di 21 anni.
Nato in Tunisia intorno al 49, Djanoubi si trasferì a Marsiglia nel 68, trovando lavoro come magazziniere. Nel 71 fu licenziato a causa di un incidente sul lavoro, nel quale perse due terzi della gamba destra.
Nel 73 Elisabeth Bousquet, la fidanzata che aveva conosciuto in ospedale durante la convalescenza, denunciò il tunisino per sequestro e crudeltà, sostenendo che aveva tentato di forzarla a prostituirsi.
Djanoubi fu arrestato e poi rilasciato; nello stesso anno riuscì a convincere altre due giovani ragazze a "lavorare" per lui.
Tuttavia non perse mai il desiderio di vendicarsi della sua accusatrice, e così nel 74 rapì la Bousquet e la portò a casa sua, dove la picchiò selvaggiamente prima di spegnerle sigarette su seno e genitali. La ragazza sopravvisse alle sevizie e Djanoubi fu costretto a trasportarla nelle campagne fuori Marsiglia dove la strangolò.
Al ritorno Djanoubi minacciò le due ragazze a non dire nulla di quel che avevano visto, e fu solo quando il corpo della Bousquet fu riconosciuto, oltre un mese dopo che due ragazzi l'ebbero trovata in un fosso, che le due ragazze trovarono il coraggio di andare a raccontare tutto alla polizia.
Djanoubi comparve davanti alla corte di Aix-en-Provence il 24 febbraio 1977, accusato di sequestro, tortura e omicidio premeditato.
La sua difesa puntò sui supposti effetti dell'amputazione della gamba sei anni prima, che il suo legale sostenne fosse la causa del precipitare nel vortice di alcol e violenza, facendolo diventare "un altro uomo rispetto a prima". Ciò non impedì alla corte di condannarlo a morte il giorno dopo.
L'appello fu rigettato il 9 giugno, e il 10 settembre, molto prima dell'alba, Djanoubi fu svegliato per essere informato che il Presidente non aveva concesso la grazia. Alle 4.40 fu decapitato da Marcel Chevalier, l'ultimo boia di Francia.
L’esecuzione di Hamida Djandoubi ebbe l’effetto di catalizzare l’opposizione, da tempo strisciante, contro la ghigliottina: il poveraccio, secondo la testimonianza di un medico presente all’esecuzione, rimase cosciente per 30 lunghi secondi dopo l’esecuzione. La pena di morte fu definitivamente abolita, su proposta di Mitterand, nel 1981.
Chevalier andò in pensione lo stesso anno, a 60 anni. Nella sua carriera ghigliottinò 42 condannati.
E' morto a Vendome l'8 ottobre del 2008.

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