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lunedì 8 settembre 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è l'8 settembre.

L'8 settembre 1944, colpito da un bombardamento inglese, il Transatlantico Rex affonda al largo di Capo d'Istria.

La vita del Transatlantico REX inizia il 27 Aprile del 1930 sullo scalo del cantiere navale Ansaldo di Sestri Ponente a Genova, con la cerimonia della prima lamiera dello scafo. Costruito in soli 15 mesi, è varato il 1 Agosto del 1931, presente il Re Vittorio Emanuele III e la Regina Elena del Montenegro come madrina, alla presenza di circa 200.000 persone.

Completato l’allestimento, partì da Genova per il primo viaggio il 27 Settembre 1932, alla presenza di 35.000 persone, per il servizio transatlantico tra Genova, Napoli, Villefranche-Cannes, Gibilterra, New York. Al primo approdo a New York fu accolto trionfalmente e venne visitato da oltre 50.000 persone.

Fu la più grande nave costruita in Italia prima della guerra, con 51.062 tonnellate di stazza, lunga 268,80 metri, larga 31 metri, alta 37 metri, con motori a turbina di 145.000 CV che azionavano 4 eliche di 4,70 metri di diametro. Accoglieva 2.258 passeggeri (604 in 1 Classe, 378 in 2 Classe, 410 in Classe Speciale, 866 in 3 Classe) e 756 persone di equipaggio con il massimo comfort, con cabine climatizzate e dotate di telefono.

Le sue dimensioni erano simili al Titanic, molto più avanzato tecnicamente, con una chiglia fluidodinamica studiata alla vasca navale di Vienna, un esempio di tecnologia unita allo stile, alla ricercatezza nei particolari, al lusso. Era potente, bello, elegante, confortevole, veloce ed innovativo. Una rara foto del 1933 del porto di New York riprende il REX accanto all’Olympic (gemella del Titanic) ed evidenzia le dimensioni simili. Le navi avevano 20 anni di differenza e l’Olympic sarà smantellato poco tempo dopo.

A bordo erano disponibili due piscine, palestre, cinema e teatri, biblioteca con 2.000 volumi, studio fotografico, la chiesa con dignità di parrocchia, studio per la fisioterapia, diversi negozi. Il Salone delle Feste di 500 metri quadrati in stile barocco aveva anche un tappeto kilim prodotto artigianalmente in Anatolia di 170 metri quadrati. La ristorazione era d’eccellenza e molto curata per tutte le classi di passeggeri ed ogni giorno serviva 8.700 pasti, con menù di 12 portate in prima classe.

Il REX fu la prima nave di linea italiana ad essere utilizzata nelle crociere. Degne di nota quelle nei Caraibi e nel Centro America (Panama, Cuba, Colon, La Guayra, Trinidad, Rio, Barbados) e nel Mediterraneo (Rodi, Cipro, Haifa, Porto Said ed Egitto). Si potevano anche fare delle mini-crociere tra Genova e Napoli e viceversa a prezzi popolari.

Il 16 Agosto 1933, percorrendo le 3.129 miglia da Tarifa Point (Gibilterra) alla nave faro di Ambrose (New York) in 4 giorni, 13 ore e 58 minuti a una velocità media di 28,92 nodi, conquistò il Nastro Azzurro, l’ambito trofeo per la più veloce attraversata dell’Atlantico dall’Europa all’America del Nord, strappando il record detenuto in precedenza dalla coppia di transatlantici tedeschi “Bremen – Europa” e provocando l’ira di Hitler. Fu l’unica nave italiana a conquistare questo primato, entrando nella storia della marineria mondiale e rilanciando l’eccellenza e la qualità della cantieristica italiana, ancora oggi molto considerata ed attuale.

Arrivò a New York con ben 28 ore d’anticipo facendo una rotta atlantica più a Nord del consueto, affrontando mare grosso ed un giorno di nebbia, senza mai rallentare. Come da ordini del Comandante Francesco Tarabotto, proseguì nella nebbia (non esisteva ancora il Radar) confermando al Direttore di Macchina Luigi Risso di mantenere la massima velocità e facendo funzionare le sirene della nave ad intermittenza e trasmettere via radio dal marconista Landini l’ordine di lasciare libera la sua rotta verso New York su cui procedeva a 30 nodi.

Il REX è entrato nella storia USAF per la leggendaria intercettazione dell’ 8 Maggio 1938 in pieno Atlantico a 700 miglia da New York effettuata da tre prototipi di bombardieri B17 (fortezze volanti), che localizzarono la nave e la sorvolarono, dimostrando la loro abilità di intercettazione, prima riservata solo alla US Navy. Il navigatore Kurtis LeMay divenne generale e consigliere del presidente USA per le operazioni aeree della seconda guerra mondiale. Un tributo a questo evento avvenne il 24 Agosto 2007 con la replica dell’intercettazione al largo delle Bermuda da parte di tre B52 USAF (operazione REX REPLAY) della nave appoggio John P. Bobo di stazza simile al REX.

Nel Maggio 1940, terminò il servizio transatlantico in quanto i passeggeri erano ormai ridotti, le traversate erano diventate pericolose perché la nave veniva fermata e perquisita più volte dalle navi militari francesi ed inglesi appena si avvicinava allo Stretto di Gibilterra, oltre ad essere intercettata e fermata dai convogli militari inglesi di passaggio in Atlantico.

Con l’entrata in guerra dell’Italia, per salvarlo dai bombardamenti di Genova fu trasferito nel porto di Trieste, facendo l’unico suo viaggio nell’Adriatico, preceduto dal caccia-sommergibili Albatros della Regia Marina, con luci ridotte e schermate e non scintillanti come ricostruito dal regista Fellini nel film Amarcord.

L’8 Settembre del 1944, il REX fu spostato dal porto di Trieste, per evitare i bombardamenti della città, e rimorchiato tra Isola e Capodistria, incagliandosi vicino alla riva. Su indicazione dei partigiani, venne localizzato da quattro Spitfire dell’USAF che sganciarono i loro serbatori ausiliari e subito attaccato in due ondate successive dalle squadriglie dei bombardieri Beaufighter della Royal Air Force con 123 razzi aria-terra e 4.000 colpi di cannone, che provocarono l’inclinazione sul fianco sinistro ed un violento incendio che durò quattro giorni.

Dopo la guerra, rimasto in zona iugoslava, fu smantellato per recuperare i metalli che lo componevano. Sono state conservate le lettere del nome e la campana. Una delle sue quattro eliche in bronzo è ancora nascosta nella sabbia del fondale, a circa 150 metri dalla costa ed a 20 metri di profondità e potrebbe essere recuperabile.

Il REX era nel porto di New York all’arrivo dei trasvolatori atlantici di Italo Balbo il 19 Luglio 1933 alle 19,30 con gli idrovolanti che lo sorvolarono prima di atterrare nello Huston, salutati dall’equipaggio che partecipò anche ai festeggiamenti americani. Era anche presente quando il dirigibile Hindermburg si incendiò durante l’atterraggio nel 1937, notizia tempestivamente annunciata dalle insegne scorrevoli in Times Square.

Il REX trasportò sui suoi ponti due littorine della Breda per esporle alla fiera mondiale di New York del 1939 con tema “The world of tomorrow": le auto elettriche trasportavano i visitatori, una enorme macchina da scrivere della Underwood pesava 14 tonnellate, il Futurama nella sfera centrale presentava un immaginario futuro, erano presenti moderne cucine con frigoriferi, lavatrici e lavapiatti, e funzionavano i robot umanoidi ELEKTRO ed il suo cane SPARKO della Westinghouse.

Il traffico automobilistico americano era già rilevante, con le auto che dal 1932 al 1940 diventavano più moderne ed aereodinamiche, il metrò, i bus ed i traghetti sempre affollati, oltre ai grandi grattacieli, tra cui l’Empire State Building che al tempo era il più alto del mondo e su cui venne installata la prima antenna di trasmissione televisiva della NBC per irradiare il segnale nella maggior area possibile, ed i primi apparecchi TV con lo schermo circolare accesi nelle vetrine.

Le serate di gala ed i programmi di intrattenimento serale a bordo iniziavano e terminavano sempre con “L’inno del REX” che ne era la sigla. Spesso I passeggeri famosi (attori, cantanti, musicisti) partecipavano con entusiasmo. Il direttore d’orchestra Arturo Toscanini invece rifiutò sempre qualsiasi esibizione a bordo. L’orchestra del REX veniva ospitata per esibizioni al Radio City ed al Metropolitan Opera a New York. A bordo furono create l’ Orchestra Tipica Argentina e l’ Orchestra Mandolinistica.

Come su tutte le navi, si ebbero episodi di clandestini a bordo e di diserzione del personale, per lo più piccoli di camera e camerieri che si imbarcavano in Italia ed abbandonavano la nave appena giunti in America, viaggiando gratis nella loro emigrazione.

I viaggi transatlantici erano spesso turbati da burrasche ed uragani, più frequenti nella zona caraibica. La nave, anche se grande e stabile, iniziava il beccheggio e/o il rollio e grandi ondate invadevano il ponte a prua, oppure riuscivano anche a rompere vetrate o danneggiare qualche scialuppa. Interi servizi di stoviglie distrutte, passeggeri caduti od infortunati. Ma accadevano anche situazioni dolorose, come l’incidente alla vigilia di Natale 1937 che costò la vita al nostromo Roberto Sbolgi e ferì due marinai durante l’approdo in rada a Villefranche, ove l’ancora precipitò in un basso fondale non segnalato, trascinando tutte le maglie della catena. Venne poi recuperata il 6 Aprile 1938 dalla famosa nave Artiglio con i suoi palombari. Ma anche consulenze mediche via radio richieste da altre navi, interventi chirurgici nell’ attrezzato ospedale di bordo o funerali in mare.

Nel periodo del suo servizio atlantico, dal Settembre 1932 al Maggio 1940, il REX fece oltre 100 viaggi Italia-USA e ritorno, ed una dozzina di crociere trasportando oltre 300.000 passeggeri di ogni tipo e nazionalità.

Nei decenni tra la prima e la seconda guerra mondiale, il maggior numero degli ebrei europei risiedeva in Russia e nei paesi dell’Europa orientale, la Polonia, la Cecoslovacchia, l’Ungheria, la Romania, la Bulgaria, la Germania e l’Austria. Gli ebrei italiani erano circa 45.000 oltre ad altri 10.000 residenti di nazionalità estera.

Il 1933, con l’avvento al potere di Hitler, segna l’inizio dell’esodo dalla Germania dei cinquecentomila ebrei tedeschi che vi risiedevano. Prima del 1938, circa duecentocinquantamila ebrei lasciarono la Germania, molti dei quali per la Palestina (nel solo 1933, circa 35.000). Nel 1938, l’annessione dell’Austria alla Germania obbligava gli ebrei che lo potevano a lasciare anche quel paese.

Nel Maggio del 1938 Hitler visitò Roma per ricambiare la visita di Mussolini ed il mese dopo esperti tedeschi di razzismo vennero in Italia per istruire i funzionari italiani su questa pseudo-scienza. Due mesi dopo, il 14 luglio del 1938, venne pubblicato il “Manifesto della razza”, con la teoria della razza ariana italiana ed il 1° settembre 1938 venne emanata la legge: tutti gli ebrei italiani furono banditi dalla vita pubblica e le scuole furono precluse ai bambini ebrei. All’interno del partito fascista, tra i pochi ad opporsi fu Italo Balbo.

Dopo pochi giorni venne emanato il decreto che a bordo delle navi italiane le leggi razziali erano sospese. Nel 1939, Dante Almansi, presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane, è autorizzato a creare un’organizzazione per assistere i rifugiati ebrei giunti in Italia da altre parti d’Europa, conosciuta come DelAsEm, (Delegazione Assistenza Emigranti Ebrei) con l’ importante sede di Genova che tra il 1939 e il 1943 aiuterà oltre 5.000 rifugiati ebrei a lasciare l’Italia e raggiungere paesi neutrali. A Vienna invece operava la HIAS (Hebrew Immigration Assistance Society) specializzata ad ottenere nuovi documenti o visti di espatrio.

I passeggeri ebrei sul REX, distribuiti in tutte le classi con imbarco a Genova od a Cannes, iniziarono ad essere notati già nel 1934, con un graduale incremento sino a raggiungere numeri elevati negli anni successivi, sino al 20 Maggio 1940 con l’ultimo viaggio del REX. Nei viaggi verso gli USA la nave era completa, mentre in direzione Europa trasportava solo qualche centinaio di passeggeri.

Dal 18 Marzo 1936, a cura dell’ Union of Orthodox Jewish Congregations of America, per far fronte al grande numero di passeggeri ebrei in fuga dall’Europa, sul REX furono imbarcati il rabbino americano Max Green ed il cuoco Philip Klein. A bordo fu allestita una cucina Kosher con menù personalizzati e piatti con scritte in caratteri ebraici.

Nello United States Holocaust Memorial Museum di Washington sono raccolte parecchie testimonianze fotografiche, scritte e registrate degli ebrei europei fuggiti a bordo del REX. Tutti confermano la grande cura con cui furono accolti dall’equipaggio ed il perfetto trattamento ricevuto durante la traversata, che compensava le pene subite e li aiutava a dimenticarle.

Le vie di fuga più usate erano il passaggio dall’Austria a Trieste in Italia, per proseguire in treno sino a Genova ove si attendeva l’imbarco sul REX. In alternativa si passava in Francia per raggiungere la nave allo scalo di Cannes.

Dal numero di viaggi transatlantici della nave, considerando una media ridotta di passeggeri a bordo, circa 30.000 ebrei viaggiarono sul REX verso gli Stati Uniti.

Quella che molti consideravano la nave dell’orgoglio fascista, divenne invece la “nave della salvezza” grazie all’equipaggio del transatlantico italiano REX che meriterebbe a pieno titolo di essere ricordato nel “Giardino dei Giusti tra le Nazioni”. 

lunedì 14 luglio 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 14 luglio.

Il 14 luglio 1933  in Germania viene promulgata la "legge per la protezione dei caratteri ereditari al fine di migliorare la razza ariana tedesca" . 

Legge per la quale chiunque è affetto da malattie ereditarie può essere sterilizzato chirurgicamente se a giudizio della scienza medica "sia prevedibile che la sua progenie possa presentare gravi difetti fisici o mentali" quali: Frenastenia congenita, Schizofrenia, Depressione maniacale, Epilessia congenita, Ballo di San Vito ereditario (Corea di Huntington), Cecità ereditaria, Sordità ereditaria, Gravi malformazioni ereditarie. A queste patologie viene associato anche chi è affetto da alcolismo cronico.

Secondo la legge chiunque può richiedere di essere sterilizzato. Qualora il richiedente è incapace o sotto tutela per problemi di salute mentale oppure perché non ha ancora compiuto il 18° anno di età, la richiesta può essere presentata dal proprio tutore o dal rappresentante legale.

La richiesta di sterilizzazione deve essere accompagnata da un certificato redatto da un cittadino autorizzato dal Reich Tedesco attestante che la persona da sterilizzare è stata informata della natura e delle conseguenze della sterilizzazione.

La sterilizzazione può anche essere prescritta da un ufficiale medico o da un funzionario che presta servizio in un ospedale, in un sanatorio o in una prigione.

La richiesta di sterilizzazione deve essere presentata per iscritto all'Ufficio della Corte per la Sanità Ereditaria oppure redatta da un funzionario dell'Ufficio stesso, le cui procedure "sono segrete". 

Esattamente cinque anni più tardi, il 14 luglio 1938, nelle pagine del Giornale d'Italia, viene pubblicato il Manifesto della Razza, con il titolo "il fascismo e i problemi della razza".

Il Manifesto della Razza contiene i risultati di uno studio condotto da un gruppo di scienziati e docenti universitari fascisti, secondo cui “le razze umane esistono” e che “esiste ormai una pura razza italiana” e che “gli ebrei non appartengono alla razza italiana”.

Con questa pubblicazione di fatto nasce l’antisemitismo dello Stato italiano, che portò alla promulgazione delle leggi razziali, lette per la prima volta il 18 settembre 1938 a Trieste da Benito Mussolini, in occasione della sua visita in città.

Per l’Italia di allora si trattava di posizione nuove, nonostante al proprio interno non mancassero correnti e idee permeate di razzismo. Il documento va contestualizzato nell’alleanza che si faceva via via sempre più stretta con la Germania, che esattamente cinque anni prima, come detto, aveva promulgato la Legge per la protezione dei caratteri ereditari, che faceva seguito alla Legge per il rinnovo dell’amministrazione pubblica del 7 aprile 1933, le prime due leggi razziali naziste.

Il 14 luglio è una delle date nere della storia del popolo ebraico. In Germania e in Italia diventa tangibile e manifesto l’odio verso gli ebrei, che culminerà nelle deportazioni e nelle uccisioni di milioni di persone nei campi di sterminio.


sabato 19 aprile 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 19 aprile.

Il 19 aprile 1937, in Italia e nelle colonie diventava legge il Regio Decreto Legislativo numero 880, la prima legge “di tutela della razza” promulgata dal regime fascista, riferito in particolar modo a tutti gli italiani che vivevano nelle allora colonie italiane in Africa, Somalia, Eritrea, Etiopia e Libia. Le leggi razziali erano diventate realtà.

Cosa si intende per “leggi razziali”? Sono tutte quelle leggi basate sul principio di discriminazione razziale: discriminare degli esseri umani solo perché di etnie diverse dalla nostra, fondamentalmente, e farlo anche a livello legale e istituzionale. Per chi non è di corta memoria storica, sicuramente questa definizione fa venire in mente le leggi razziali fasciste, promulgate dal regime di Benito Mussolini in Italia dal 1938, e da molti storici considerati il vero e proprio prologo della Seconda Guerra Mondiale.

Quello che molti ignorano, però, è che le leggi razziali contro gli ebrei non furono le prime promulgate nel nostro paese: no, il triste primato di prima legge razziale lo detiene proprio il Regio Decreto Legislativo del 19 aprile 1937, denominato Sanzioni per i rapporti d’indole coniugale tra cittadini e sudditi. Con questo decreto lo stato italiano vietava definitivamente il matrimonio misto e la pratica del madamismo, cioè il concubinaggio con donne africane. Il decreto 880 non rappresentò nient’altro che l’apice della campagna razzista del regime nei confronti degli abitanti delle colonie.

Fu un apice tanto orrendo quanto predetto, perché la retorica del regime da anni aveva speso fiumi di parole nell’esaltare la “superiore purezza delle razza italiana”, esasperatamente messa a confronto con tutte le altre razze ritenute inferiori. L’atteggiamento del regime fascista nei confronti dei matrimoni misti – e soprattutto dei figli nati da questi matrimoni – si basava fondamentalmente su due elementi: l’assoluta necessità di una «politica demografica» che salvaguardasse la razza bianca da una parte, e il problema della denatalità dall’altra, secondo Mussolini una delle piaghe principali del paese. In un’escalation di misure sempre più restrittive e razziste nei confronti non solo dei figli di matrimoni misti, ma anche contro le popolazioni locali, si arrivò al decreto 880: gli italiani che si “macchiavano” della colpa di concubinaggio con una donna africana o, peggio ancora, di matrimonio rischiavano da 1 a 5 anni di reclusione, in quanto commettevano due delitti, uno biologico e uno morale. Il primo consisteva nell’accusa di «inquinare la razza», mentre per quello morale la colpa era di «elevare» l’indigena al proprio livello, perdendo così il prestigio che derivava dall’appartenenza alla «razza superiore».

Fu questo il decreto che aprì le porte alle leggi razziali prevalentemente contro gli ebrei, promulgate per la prima volta nel 1938: le stesse motivazioni pseudo scientifiche che vennero date per il decreto 880/37 vennero riutilizzate per motivare le leggi razziali emanate dal regime negli anni successivi.

Quella delle leggi razziali, e della segregazione che ne consegue, diretta conseguenza,  è una storia nota e tristemente diffusa in tutto il mondo e nella storia: da quella, secolare, nei confronti degli Ebrei, costretti a riunirsi nei ghetti, a quella dei neri; dall‘apartheid in Sudafrica (durato formalmente fino al 1994) a quello negli Stati Uniti, abolito con le grandi rivolte per i diritti civili di fine anni Sessanta a forza di I have a dream e a ritmo di We shall overcome.

Eppure sarebbe un errore considerare queste leggi come un qualcosa del passato, perché queste in alcuni paesi sono ancora una realtà contemporanea e viva: basta guardare a paesi come Malesia, India, Mauritania o Yemen.

E anche adesso,  nella democratica e moderna Europa si stanno affermando in diversi paesi partiti xenofobi che in maniera più o meno manifesta propugnano la non contaminazione con gli immigrati, i profughi, i disperati. In Ungheria, oltre al muro di filo spinato lungo il confine con la Serbia, si applica la detenzione sistematica di tutti i profughi che arrivano nel Paese, collocandoli in container lungo la frontiera con Croazia e Serbia. Al coro si uniscono anche Polonia, Slovacchia e Repubblica Ceca, in nome della difesa dell’omogeneità culturale e religiosa della regione, riconquistata solo dopo il crollo dell’Unione Sovietica. A questo si sommano anche vari tentativi di revisionismo storico e rilettura di fatti conclamati, con Marine Le Pen che nega la collaborazione del Regime di Vichy nello sterminio degli Ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale e l’affermarsi in diversi paesi del nord Europa di partiti che fanno dell’omogeneità culturale e etnica il loro grido di battaglia.

Ecco, è questo il monito e l’attenzione che dobbiamo porre verso fatti che ci appaiono lontani: lo scoprire che il demone dell’intolleranza e dell’odio e i germi del suprematismo razziale sono ancora vivi e vegeti: il nostro impegno deve essere quello di prosciugare l’acqua di coltura nella quale questi germi di intolleranza rischiano di moltiplicarsi, e crescere.

domenica 6 ottobre 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 6 ottobre.
Il 6 ottobre 1938 il Gran Consiglio del Fascismo sulle leggi razziali pubblica la "dichiarazione sulla razza".
Ottantasei anni fa l'approvazione dei primi decreti che privarono gli appartenenti all'ebraismo dei diritti più elementari che gli altri connazionali continuavano ad avere. Dal divieto di studiare nelle scuole pubbliche a quello di sposarsi con italiani "ariani". Una decisione che il capo del governo rivendicò: "Chi dice che stiamo imitando qualcun altro, è un deficiente". Un piccolo ripasso al tempo della politica che parla di "razza bianca" e "adesione" alle leggi di Norimberga.
La neve di Auschwitz, gli spettri lungo il filo spinato, il fumo dal camino, le fosse comuni, gli sguardi persi nel vuoto, gli esperimenti sui bambini, gli eroi, i carri-bestiame, i tedeschi cattivi, il suono dei violini, lo strazio dei figli e delle madri, gli stivali dei nazisti, i diari e le lettere, le porte abbattute casa per casa. L’orrore dell’Olocausto è stato raccontato mille volte, con tutti i linguaggi e in tutte le lingue, e mille ne serviranno ancora e poi ancora mille. Resta, dopo lo shock di una narrazione cominciata troppo tardi, quello che fatica ancora ad essere raccontato, forse perché fatica ad essere accettato. Qualcuno la chiama la “memoria addomesticata”. L’infamia dello sterminio di massa degli ebrei, teorizzato da Adolf Hitler, ebbe infatti nei fascisti italiani i suoi collaboratori fattivi. L’orrore ebbe un’onda lunga che iniziò con le leggi razziali, volute da Benito Mussolini, Duce del fascismo, controfirmate dal capo dello Stato, il re Vittorio Emanuele III, e combattute da pochissime, isolate, voci.
Quello delle leggi razziali fu un virus che infettò ulteriormente e definitivamente giorno dopo giorno uno Stato già da tempo deprivato di tutte le libertà. Fu l’ultima iniezione: le norme, molte solo amministrative, ebbero un impatto irreversibile sulla vita quotidiana di migliaia di cittadini italiani, che non poterono più lavorare, studiare, formarsi, contribuire alla crescita individuale, delle proprie famiglie e delle proprie comunità.
Mussolini non aderì alle leggi razziali: le scrisse e le fece approvare. Mussolini non subì la scelta, la preparò, la propose e la sostenne.
Dall’approvazione dei primi di una lunga serie di decreti-legge razziali sono ricorsi nel 2018 gli ottant’anni: il primo è del 5 settembre e ordina l’esclusione dalle scuole degli ebrei. Il re la firma nella sua villa nella tenuta di San Rossore, in Toscana, dopo una colazione e una passeggiata fino al mare. Da quella passeggiata sono passati, oggi, ottantasei anni: eppure ancora pochi. Ancora alla fine del 2017 Simone Di Stefano, dirigente di CasaPound, spiegava che l’alleanza di Mussolini con Hitler era comprensibile perché “ancora non si sapeva dell’Olocausto“. All’inizio del 2018 il candidato presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana – poi eletto – parlava di “difesa della razza bianca“. Negli stessi giorni il candidato presidente della Regione Lazio Sergio Pirozzi metteva sulla stessa bilancia le opere pubbliche (in cui il Duce “ha fatto grandi cose”) e le leggi razziali, “tra le cose brutte”. “Per quello che riguarda infrastrutture, politiche sociali, una visione del Paese, il Duce secondo me ha fatto grandi cose – disse Pirozzi – Ma l’aver aderito alle sciagurate leggi razziali e aver fatto entrare l’Italia in guerra al fianco di Hitler è stata una cosa sciagurata“. Nel 2005 era stata la volta dell’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi: “Ci furono le leggi razziali, orribili, ma perché si voleva vincere la guerra con Hitler“. Il ministro delle infrastrutture e vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini è solito usare, parafrasati, i motti del Duce. Come “Molti nemici, molto onore”, ribadito il 29 luglio 2018, il giorno in cui Mussolini nacque nel 1883 a Dovia, frazione di Predappio. “Guardi – aveva detto Salvini mesi prima a una radio – Che durante il periodo del fascismo si siano fatte tante cose e si sia introdotto ad esempio il sistema delle pensioni, è un’evidenza. Poi evidentemente le leggi razziali e le persecuzioni sono quanto di più folle in assoluto nella storia dell’universo. Però dirlo mi sembra negare l’evidenza… Che le paludi siano state bonificate in quel periodo si può dire?”.
La bonifica delle paludi e l’Inps di nuovo al fianco delle espulsioni di massa, dei rastrellamenti dei ghetti, delle bastonate, delle deportazioni. Eppure le leggi razziali non furono un incidente né un caso. Mussolini non aderì alle leggi razziali: le scrisse e le fece approvare. Mussolini non subì la scelta, la preparò, la propose e la sostenne. Le leggi razziali non furono una sciagura, non sono state una disgrazia, ma una decisione deliberata, sostenuta e accettata da tutti gli apparati dello Stato, fino dai suoi vertici, compreso il capo di Casa Savoia.
Nell’agosto del 1938 era già nata la Difesa della Razza, un quindicinale sostenuto economicamente dal fascismo e diretto da uno dei giornalisti più attivi nella polemica antisemita, Telesio Interlandi. E’ lì che viene pubblicato per la seconda volta in due settimane il Manifesto della razza, la prima era stata sul Giornale d’Italia. È firmato da 10 scienziati, due dei quali zoologi. “Il Duce – scrive sul suo diario Galeazzo Ciano, genero e ministro di Mussolini – mi dice che in realtà l’ha quasi completamente redatto lui”.
Nei primi due decreti che Mussolini firmò vietava l’istruzione pubblica a studenti e professori ebrei e ordinava ai non italiani ebrei di lasciare l’Italia.
Il manifesto dice tra l’altro che “le razze umane esistono”, che ne esistono di “grandi” e di “piccole”, che il concetto di razza è “puramente biologico”, che “è una leggenda l’apporto di masse ingenti di uomini in tempi storici” (si nega in sostanza una qualche immigrazione), che “esiste una pura razza italiana”, che “gli ebrei non appartengono alla razza italiana”, che è “necessario fare una distinzione tra i mediterranei d’Europa da una parte e gli orientali e gli africani dall’altra”, che “i caratteri fisici e psicologici puramente europei degli italiani non devono essere alterati in nessun modo”. Parole che in qualche caso risuonano con altri obiettivi e altre maschere in diverse piazze italiane di oggi.
Mussolini firma i primi due decreti-legge il 5 e il 7 settembre 1938: vieta l’istruzione pubblica a studenti e professori ebrei e ordina ai non italiani ebrei di lasciare l’Italia. Dieci giorni dopo si affaccia su una piazza di Trieste per rivendicare quelle leggi e quelle che verranno. “Nei riguardi della politica interna il problema di scottante attualità è quello razziale – sottolinea ad un certo punto – Anche in questo campo noi adotteremo le soluzioni necessarie. Coloro i quali fanno credere che noi abbiamo obbedito ad imitazioni, o peggio, a suggestioni, sono dei poveri deficienti, ai quali non sappiamo se dirigere il nostro disprezzo o la nostra pietà. Il problema razziale non è scoppiato all’improvviso, come pensano coloro i quali sono abituati ai bruschi risvegli, perché sono abituati ai lunghi sonni poltroni. È in relazione con la conquista dell’Impero, poiché la storia ci insegna che gli Imperi si conquistano con le armi, ma si tengono col prestigio. E per il prestigio occorre una chiara, severa coscienza razziale, che stabilisca non soltanto delle differenze, ma delle superiorità nettissime. Il problema ebraico non è dunque che un aspetto di questo fenomeno”.
Poche settimane dopo, il 6 ottobre, il Gran Consiglio del fascismo, approva la “Dichiarazione sulla razza”. In 5 anni i decreti razziali sono circa 180. Uno degli ultimi obbliga al lavoro coatto gli ebrei. Nei primi anni, le norme italiane sono più vessatorie di quelle vigenti in Germania. Gli studenti ebrei in Italia per esempio sono espulsi dalle scuole prima di quelli in Germania.
Prima del genocidio, dunque, molto prima, Mussolini e lo Stato fascista decidono di separare una parte di cittadini appartenenti a una cosiddetta “razza”, privandoli dei loro diritti più elementari. Intorno, poche e deboli sono le voci contrarie. Anzi, molti i delatori. E le cattedre lasciate vuote dai professori ebrei sono prontamente occupate da non ebrei. Chi cerca di fare qualcosa per impedire le vessazioni, anche senza eroismo ma con ragionevolezza, viene denunciato per “pietismo“. “Due fascisti”, racconta il Corriere della Sera del 6 dicembre 1938, sono puniti per “pietismo filogiudaico” ed espulsi dal partito perché, “affetti da inguaribile spirito borghese, si abbandonavano ad incomposte manifestazioni pietistiche nei confronti di un giudeo”. Si chiamano Italo Locatelli e Mario Castelli: sono estromessi perché hanno partecipato a una colletta per un regalo (un orologio) al direttore della loro industria, rimosso dall’incarico perché ebreo. Sette giorni prima l’editore Angelo Fortunato Formiggini, considerato “profeta” della Treccani, all’inizio estimatore di Mussolini dall’inizio, si era buttato di sotto dalla Ghirlandina di Modena: aveva le tasche piene di soldi perché non si dicesse che fosse per crisi economiche. Al segretario del Pnf, Achille Starace, non interessò troppo: “È morto proprio come un ebreo – commentò – Si è buttato da una torre per risparmiare un colpo di pistola”.
E’ da quelle settimane del 1938 e fino all’abolizione delle leggi razziali nel 1944 che gli ebrei non possono più essere cittadini uguali agli altri.
Non possono essere iscritti al Partito nazionale fascista. Non possono far parte di associazioni culturali e sportive.
Non possono insegnare nelle scuole statali né in quelle parastatali. Non possono studiare nelle scuole pubbliche. Non possono insegnare né studiare in accademie e istituti di cultura. Non possono lavorare come insegnante privato. Non possono entrare nelle biblioteche. Non possono avere una radio.
Non possono sposarsi con italiani “ariani”. Non possono, da cittadini stranieri, rimanere in Italia, né ottenere la cittadinanza italiana né mantenerla se concessa dopo il 1919.
Non possono lavorare come notaio, giornalista, avvocato, architetto, medico, farmacista, veterinario, ingegnere, ostetrica, procuratore, patrocinatore legale, ragioniere, ottico, chimico, saltimbanco girovago, agronomo, geometra, perito agrario, perito industriale. Non possono avere la licenza per il taxi. Non possono fare i piloti di aereo.
Non possono lavorare in nessun ufficio della Pubblica Amministrazione. Non possono lavorare nelle società private di carattere pubblico, come le banche e le assicurazioni.
Non possono prestare servizio militare. Non possono essere proprietari o gestori di aziende. Non possono essere proprietari di terreni o di fabbricati. Non possono farsi pubblicità.
Non possono essere tutori di minori. Non possono, in alcuni casi, neanche mantenere la patria potestà sui propri figli.
I testi redatti, curati o commentati da autori ebrei, anche se scritti con “ariani”, non possono essere adottati nelle scuole. Le carte geografiche murali di autori ebrei sono vietate.
Gli ebrei non possono assumere domestici “di razza ariana”. Non possono lavorare come portieri di stabili abitati da ariani.
Le strade, le scuole e gli istituti non possono avere nomi ebraici e per questo vengono cancellati. Non possono comparire sugli elenchi telefonici e per questo sono cancellati. Non possono pubblicare necrologi.
Nei programmi radiofonici e nelle stagioni dei teatri non ci possono essere opere scritte da autori ebrei. Gli ebrei non possono fare gli attori, i registi, gli scenografi, i musicisti, i direttori d’orchestra e per questo vengono licenziati. Nelle mostre non possono essere esposte opere di pittori e scultori ebrei. Gli ebrei non possono fare i fotografi. Non possono fare i tipografi. Non possono vendere oggetti d’arte. Non possono vendere oggetti sacri, soprattutto se cristiani.
Non possono avere una rivendita di tabacchi, non possono lavorare come commerciante ambulante, non possono gestire agenzie d’affari, non possono gestire agenzie di brevetti. Non possono vendere gioielli. Non possono essere mediatori, piazzisti, commissionari. Non possono vendere oggetti usati.
Non possono vendere apparecchi radio. Non possono vendere libri. Non possono vendere penne, matite, quaderni. Non possono vendere articoli per bambini. Non possono vendere carte da gioco.
Non possono fare gli affittacamere. Non possono gestire scuole da ballo e scuole di taglio. Non possono gestire agenzie di viaggio. Non possono lavorare come guida turistica, non possono lavorare come interprete. Non possono gareggiare nelle manifestazioni sportive, perché il Coni li espulse da tutte le federazioni.
Non possono frequentare luoghi di villeggiatura in luoghi considerati di lusso, come la Versilia, alcune località di montagna, ma anche Ostia, il mare di Roma. In pratica non possono andare in spiaggia.
Non possono vendere alcolici, non possono esportare frutta e verdura, non possono esportare la canapa.
Non possono gestire la raccolta di rifiuti. Non possono raccogliere rottami di metallo. Non possono raccogliere lana da materassi, non possono tenere depositi né possono vendere carburo di calcio. Non possono raccogliere né vendere indumenti militari fuori uso.
Non possono avere il porto d’armi. Non possono avere concessioni per le riserve di caccia. Non possono avere permessi per fare ricerche minerarie. Non possono esplicare attività doganali. Non possono tenere cavalli. Non possono nemmeno allevare piccioni.

lunedì 31 gennaio 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 31 gennaio.
Il 31 gennaio 1910 nasce a Como Giorgio Perlasca.
Dopo qualche mese, per motivi di lavoro del padre Carlo, la famiglia si trasferisce a Maserà in provincia di Padova.
Negli anni Venti aderisce con entusiasmo al fascismo, in particolar modo alla versione dannunziana e nazionalista. Tanto che per sostenere le idee di D’Annunzio litiga pesantemente con un suo professore che aveva condannato l’impresa di Fiume, e per questo motivo è espulso per un anno da tutte le scuole del Regno.
Coerentemente con le sue idee, parte come volontario prima per l’Africa Orientale e poi per la Spagna, dove combatte in un reggimento di artiglieria al fianco del generale Franco.
Tornato in Italia al termine della guerra civile spagnola, entra in crisi il suo rapporto con il fascismo. Essenzialmente per due motivi: l’alleanza con la Germania contro cui l’Italia aveva combattuto solo vent’anni prima e le leggi razziali entrate in vigore nel 1938 che sancivano la discriminazione degli ebrei italiani. Smette perciò di essere fascista, senza però mai diventare un antifascista.
Scoppiata la seconda guerra mondiale, è mandato come incaricato d’affari con lo status di diplomatico nei paesi dell’Est per comprare carne per l’Esercito italiano.
L’Armistizio tra l’Italia e gli Alleati (8 settembre 1943) lo coglie a Budapest: sentendosi vincolato dal giuramento di fedeltà prestato al Re rifiuta di aderire alla Repubblica Sociale Italiana, ed è quindi internato per alcuni mesi in un castello riservato ai diplomatici.
Quando i tedeschi prendono il potere (metà ottobre 1944) affidano il governo alle Croci Frecciate, i nazisti ungheresi, che iniziano le persecuzioni sistematiche, le violenze e le deportazioni verso i cittadini di religione ebraica.
Si prospetta il trasferimento degli internati diplomatici in Germania. Approfittando di un permesso a Budapest per visita medica Perlasca fugge.
Si nasconde prima presso vari conoscenti, quindi grazie a un documento che aveva ricevuto al momento del congedo in Spagna trova rifugio presso l’Ambasciata spagnola, e in pochi minuti diventa cittadino spagnolo con un regolare passaporto intestato a Jorge Perlasca, e inizia a collaborare con Sanz Briz, l'Ambasciatore spagnolo che assieme alle altre potenze neutrali presenti (Svezia, Portogallo, Svizzera, Città del Vaticano) sta già rilasciando salvacondotti per proteggere i cittadini ungheresi di religione ebraica.
A fine novembre Sanz Briz deve lasciare Budapest e l’Ungheria per non riconoscere de jure il governo filo nazista di Szalasi che chiede lo spostamento della sede diplomatica da Budapest a Sopron, vicino al confine con l’Austria.
Il giorno dopo, il Ministero degli Interni ordina di sgomberare le case protette perché é venuto a conoscenza della partenza di Sanz Briz.
È qui che Giorgio Perlasca prende la sua decisione: “Sospendete tutto! State sbagliando! Sanz Briz si è recato a Berna per comunicare più facilmente con Madrid. La sua è una missione diplomatica importantissima. Informatevi presso il Ministero degli Esteri. Esiste una precisa nota di Sanz Briz che mi nomina suo sostituto per il periodo della sua assenza”.
E’ creduto e le operazioni di rastrellamento vengono sospese.
Il giorno dopo su carta intestata e con timbri autentici compila di suo pugno la sua nomina a rappresentante diplomatico spagnolo e la presenta al Ministero degli Esteri dove le sue credenziali vengono accolte senza riserve.
Nelle vesti di diplomatico regge pressoché da solo l’Ambasciata spagnola, organizzando l’incredibile “impostura” che lo porta a proteggere, salvare e sfamare giorno dopo giorno migliaia di ungheresi di religione ebraica ammassati in “case protette” lungo il Danubio.
Li tutela dalle incursioni delle Croci Frecciate, si reca con Raoul Wallenberg, l’incaricato personale del Re di Svezia, alla stazione per cercare di recuperare i protetti, tratta ogni giorno con il Governo ungherese e le autorità tedesche di occupazione, rilascia salvacondotti che recitano “parenti spagnoli hanno richiesto la sua presenza in Spagna; sino a che le comunicazioni non verranno ristabilite ed il viaggio possibile, Lei resterà qui sotto la protezione del governo spagnolo”.
Li rilascia utilizzando una legge promossa nel 1924 da Miguel Primo de Rivera che riconosceva la cittadinanza spagnola a tutti gli ebrei di ascendenza sefardita (di antica origine spagnola, cacciati alcune centinaia di anni addietro dalla Regina Isabella la Cattolica) sparsi nel mondo.
La legge Rivera è dunque la base legale dell’intera operazione organizzata da Perlasca, che gli permette di portare in salvo 5218 ebrei ungheresi.
Sino alla Prima Guerra Mondiale gli ebrei si sentivano ed erano pienamente integrati (nel 1910 erano 911.227 il 4,3% della popolazione della Grande Ungheria) con un volontario processo di "magiarizzazione" in tutti i campi. Questa fedeltà alla nazione e fervente patriottismo ottenne in cambio un'attenzione particolare nel reprimere ogni atteggiamento antisemita. Questo rapporto di amicizia con il popolo ungherese iniziò ad incrinarsi subito dopo la sconfitta del 1918. L'Ungheria con il Trattato di Trianon dovette cedere oltre i due terzi del suo territorio e circa 14 milioni di abitanti. In tale atmosfera maturarono una serie di movimenti ultranazionalistici il cui scopo principale fu quello di trovare un colpevole a cui attribuire le responsabilità di tale situazione. Il capro espiatorio fu trovato negli Ebrei. Venne introdotto nel 1920 il "Numerus clausus", stabilendo che la percentuale degli ebrei ammessi a frequentare le scuole superiori e le università non potesse superare il 6% del totale degli iscritti. Negli anni '30 vi fu un sostanziale avvicinamento con la Germania nazista e nel triennio 1938-41 furono promulgate tre leggi razziali sul modello delle leggi di Norimberga. La politica verso gli Ebrei si caratterizzò da accelerazioni e rallentamenti determinati innanzitutto dagli interessi della politica ungherese che li usava come merce di scambio per ottenere "favori" da Hitler. L'Ungheria, dopo aver recuperato la quasi totalità dei territori perduti con il Trattato di Trianon, esaudiva il desiderio di collaborare pienamente con i Tedeschi e di fare alla Germania ulteriori concessioni sulla "questione ebraica". Ma quando nel giugno 1941 l'Ungheria entrò in guerra alleata alla Germania, le condizioni degli Ebrei peggiorarono notevolmente. I cittadini ebrei dai 22 anni in avanti dovettero prestare servizio nei "Battaglioni di lavoro" in abiti civili e un collare al braccio che li identificasse come ebrei. Peggiorando le sorti della guerra, l'Ungheria tentò di riprendersi una autonomia consumando la rottura totale nel settembre 1943 quando riconobbe la legittimità del governo italiano di Badoglio ma soprattutto quando prese posizione in difesa degli Ebrei. A quel punto l'unica soluzione valida per la Germania fu quella di rovesciare il governo ungherese e l'operazione "Margarethe I" fu il nome in codice scelto per l'occupazione del Paese (12 marzo 1944) e il 22 venne nominato un governo gradito ai Tedeschi. In quei giorni Eichmann e i suoi più fidati collaboratori arrivarono in Ungheria e il 28 aprile partirono i primi convogli: in meno di tre mesi Eichmann riuscì a deportare oltre 300.000 persone verso i campi di sterminio. Il 6 giugno lo sbarco in Normandia degli Alleati apriva un nuovo fronte di guerra: Horthy, il Reggente, sempre più preoccupato chiese il ritiro delle truppe tedesche senza risultato. Il 28 agosto l'Armata rossa raggiungeva la Transilvania minacciando direttamente l'Ungheria. Horthy tentò di trattare una pace separata. L'11 ottobre accettava le condizioni imposte dai Russi e il 15 annunciò l'armistizio alla radio. I nazisti ungheresi, le croci frecciate, spalleggiati dai tedeschi, occuparono la sede della radio annunciando che Horthy era stato deposto incitando la popolazione ungherese a continuare la lotta a fianco dei Tedeschi. A Budapest si trovavano tra i 150.000 e i 160.000 Ebrei ed altrettanti sopravvivevano ancora nel resto dell'Ungheria utilizzati nei "Battaglioni di lavoro". Il 17 Eichmann tornava a Budapest per riprendere l'opera lasciata interrotta pochi mesi prima. Il 21 squadre di nylas iniziavano a rastrellare casa per casa gli Ebrei di Budapest. Molti vennero impegnati in lavori disumani in città, altri organizzati in 70 "Battaglioni di lavoro" e mandati in Germania, a piedi, oltre 200 chilometri in 7 giorni, al freddo e senza cibo. Chi non resisteva veniva ucciso. Altri inviati nei campi di sterminio, altri uccisi e gettati nel Danubio, altri concentrati nel Ghetto a morire di stenti. Alla liberazione dei 786.555 ebrei ungheresi (censimento del 1941) solo 200.000 sopravvissero
Dopo l’entrata in Budapest dell’Armata Rossa, Giorgio Perlasca viene fatto prigioniero, liberato dopo qualche giorno, e dopo un lungo e avventuroso viaggio per i Balcani e la Turchia rientra finalmente in Italia.
Da eroe solitario diventa un “uomo qualunque”: conduce una vita normalissima e chiuso nella sua riservatezza non racconta a nessuno, nemmeno in famiglia, la sua storia di coraggio, altruismo e solidarietà.
Grazie ad alcune donne ebree ungheresi, ragazzine all’epoca delle persecuzioni, che attraverso il giornale della comunità ebraica di Budapest ricercano notizie del diplomatico spagnolo che durante la seconda guerra mondiale le aveva salvate, la vicenda di Giorgio Perlasca esce dal silenzio.
Le testimonianze dei salvati sono numerose, arrivano i giornali, le televisioni, i libri, e lo stesso Perlasca si reca nelle scuole per raccontare quel che aveva compiuto. Non certo per protagonismo, ma proprio perché ritiene necessario rivolgersi alle giovani generazioni affinché tali follie non abbiano mai più a ripetersi.
Giorgio Perlasca è morto il 15 agosto del 1992. È sepolto nel cimitero di Maserà  a pochi chilometri da Padova. Ha voluto essere sepolto nella terra con al fianco delle date un’unica frase: “Giusto tra le Nazioni”, in ebraico.

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