Buongiorno, oggi è il 17 dicembre.
Il 17 dicembre 1973 ebbe luogo la "strage di Fiumicino".
Il 17 dicembre 1973 un gruppo di cinque terroristi palestinesi – appartenenti all’organizzazione Settembre Nero – attaccò l’aeroporto di Fiumicino, prendendo ostaggi e lanciando bombe contro un aereo della Pan Am. Morirono 32 persone e i terroristi riuscirono a fuggire. Fu la più grave strage terroristica avvenuta in Europa fino a quella di Bologna del 1980. All’epoca il governo fu criticato per la sua politica “filo-araba” e ci fu chi insinuò complicità tra i servizi segreti italiani e i terroristi. Oggi quella strage è stata quasi dimenticata.
Intorno a mezzogiorno e mezzo del 17 dicembre 1973 cinque terroristi palestinesi (ma forse erano di più, il numero non è mai stato accertato con sicurezza) scesero all’aeroporto Leonardo da Vinci di Fiumicino da un aereo appena arrivato da Madrid. All’epoca i controlli di sicurezza agli aeroporti erano praticamente inesistenti: nei bagagli a mano i terroristi avevano mitra e bombe a mano.
Quando arrivarono alla barriera del controllo passaporti, i cinque tirarono fuori le armi e presero in ostaggio sei agenti di polizia. Il gruppo si divise: quelli con gli ostaggi si diressero verso il gate 14, mentre altri cominciarono a sparare contro delle vetrate per poter uscire direttamente sulla pista.
Alle 13.10 il volo Pan Am 110 si preparava al decollo, in ritardo di circa 25 minuti. Il capitano Andrew Erbeck e gli altri membri dell’equipaggio nella cabina di pilotaggio videro nel terminal la gente che scappava e che cercava riparo mentre i terroristi sparavano per aprirsi una strada. Erbeck avvertì i passeggeri che stava succedendo qualcosa nel terminal e ordinò che tutti si sdraiassero in terra.
Uno dei due gruppi di terroristi stava raggiungendo l’aereo proprio in quell’istante. Alcuni di loro salirono sulla scala mobile che era ancora poggiata alla fiancata dell’aereo e lanciarono all’interno tra le due e le cinque granate al fosforo, un materiale incendiario che procura ustioni particolarmente gravi e genera fiamme molto difficili da spegnere. L’onda d’urto stordì numerosi passeggeri, mentre le fiamme si propagarono rapidamente al carburante nei serbatoi. Luigi Peco, 84 anni, fu uno dei sopravvissuti alla strage, e ha raccontato così quel momento al giornalista David Chinello:
«Quando ero disteso nel corridoio dell’aereo ho pensato: qui fra poco salta tutto. E mi sono infilato, sempre strisciando, tra la fila di sedili più larga e mi sono fermato proteggendomi i timpani come sapevo. Subito vi fu il terzo scoppio, molto forte, di una bomba dirompente il cui cono di schegge aprì uno squarcio sul tetto dell’aereo che fece da tiraggio al fumo dell’incendio. Così lo scoppio non mi ruppe il timpano e non persi i sensi, come capitò probabilmente ai passeggeri intorno a me»
Dopo le esplosioni, alcuni assistenti di volo riuscirono ad aprire un’uscita di emergenza sul lato dell’aereo. Il capitano Erbeck riuscì a salvarsi insieme a gran parte dei passeggeri, ma 30 persone morirono soffocate o per le ustioni causate dal fosforo. Quattro erano italiani.
Mentre il primo gruppo attaccava il Pan Am 110, il secondo, insieme a sei ostaggi italiani, raggiunse l’altro aereo che si trovava in quella parte della pista: un Boeing 737 della Lufthansa. Sotto l’aereo si trovarono davanti ad un agente della Guardia di Finanza, Antonio Zara, 20 anni. I terroristi gli immobilizzarono le braccia e dopo avergli detto di allontanarsi gli spararono alla schiena.
Dopo aver preso altri due ostaggi dal personale di terra dell’aeroporto ed essersi riuniti con il primo gruppo, i terroristi salirono a bordo dell’aereo Lufthansa e obbligarono l’equipaggio a decollare. Alle 13.32, 40 minuti dopo l’inizio dell’attacco, l’aereo partì diretto ad Atene.
L’aereo atterrò ad Atene poche ore dopo e i terroristi iniziarono a trattare con il governo greco. Chiedevano la liberazione di due membri di Settembre Nero arrestati l’estate precedente dopo un attacco al terminal dell’aeroporto di Atene. Il governo greco si rifiutò di trattare e i terroristi minacciarono di far schiantare l’aereo sul centro della città. Non mantennero la promessa, ma uccisero uno degli ostaggi italiani e scaricarono il suo cadavere sulla pista insieme agli altri ostaggi feriti.
Dopo 16 ore di sosta ad Atene l’aereo ripartì. L’aeroporto di Beirut, la destinazione originale del volo, negò l’accesso e occupò la pista con mezzi militari per impedire all’aereo di atterrare. Cipro fece lo stesso. I terroristi furono costretti ad atterrare a Damasco, l’unico aeroporto che li accolse, per rifornirsi di carburante. Dopo circa tre ore l’aereo ripartì di nuovo.
Il problema però restava: nessun paese era disposto ad accogliere l’aereo. Alla fine i terroristi si diressero verso il Kuwait. L’accesso gli fu di nuovo vietato, ma il capitano riuscì a far atterrare l’aereo su una pista secondaria. Dopo un’ora di trattativa, il governo del Kuwait annunciò che i terroristi avevano accettato il rilascio di tutti gli ostaggi in cambio della libertà.
Ai terroristi fu permesso di tenere le loro armi. Scesero dall’aereo facendo con le dita il segno di “V per vittoria”. In tutto l’attacco di Fiumicino era costato la vita a 32 persone, tra cui sei cittadini italiani. Dopo alcuni giorni i terroristi vennero trasferiti dal Kuwait all’Egitto. Il governo egiziano di Anwar Sadat, dopo aver rinunciato a processarli, li consegnò all’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP). Da allora di loro non si è più saputo nulla.
Il 18 dicembre, mentre il sequestro non si era ancora concluso, il governo guidato da Mariano Rumor andò in Parlamento a riferire sulla strage. Durante la seduta il ministro dell’Interno Paolo Emilio Taviani fu duramente contestato dai deputati del MSI e del Partito Liberale. Il governo venne accusato di aver adottato una politica “filo-araba” – sia la corrente di Andreotti che parte del PSI, alleato della DC, avevano orientamento filo-palestinese – di aver sottoscritto un patto segreto con le organizzazioni terroristiche palestinesi.
Secondo le accuse in passato il governo italiano si era impegnato a lasciare libera circolazione ai terroristi e alle loro armi in tutto il paese e a fare pressioni sulla magistratura affinché liberasse i terroristi arrestati nel paese. In cambio, Settembre Nero aveva promesso di non fare attacchi in Italia. Si è parlato per decenni di questa politica: alcuni anni fa Bassam Abu Sharif, considerato il ministro degli esteri del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina negli Anni Settanta e Ottanta, disse al Corriere della Sera che in quegli anni i governi italiani permettevano ai terroristi palestinesi di agire liberamente in Italia, in cambio di un impegno a non colpire obiettivi italiani. Abu Sharif lo definì “l’accordo Moro”. Francesco Cossiga, illustre esponente della DC dell’epoca ed ex presidente della Repubblica, disse allora di avere «sempre saputo – benché non sulla base di documenti o informazioni ufficiali, sempre tenuti celati nei miei confronti – dell’esistenza di un accordo sulla base della formula “tu non mi colpisci, io non ti colpisco” tra lo Stato italiano ed organizzazione come l’OLP ed il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina».
Alcuni ipotizzarono allora che l’attacco a Fiumicino fosse stato una sorta di “errore”, oppure un ripiego dopo che il piano per colpire un obiettivo fuori dal paese era fallito all’ultimo momento. Diversi giornali, come il settimanale Epoca, sostennero questa tesi: in quei giorni molti ricordarono episodi dei mesi precedenti in cui presunti terroristi palestinesi trovati in possesso di armi e bombe erano stati liberati, secondo alcuni, in seguito proprio a pressione del governo (in alcune ricostruzioni questi terroristi erano stati trasportati in paesi come la Libia con l’aiuto dei servizi segreti italiani). Il governo smentì ogni ipotesi di accordo con i terroristi. Di questi episodi si parla in un articolo del Tempo, uno dei pochi che ha ricordato la strage.
Fino alla strage della stazione di Bologna nell’agosto del 1980, quello di Fiumicino fu il più grave attacco terroristico nella storia d’Europa. Con il passare degli anni, però, la strage è scomparsa dai titoli dei giornali e raramente è stata commemorata in maniera ufficiale. Durante l’intervista, Peco ha ricordato che dopo aver fatto una deposizione ai carabinieri sull’accaduto, non fu più sentito da nessun magistrato né da alcuna commissione di inchiesta.
I motivi di questa apparente rimozione sono diversi, probabilmente. Il fatto che la gran parte delle vittime fossero straniere, per esempio, insieme al fatto che non si sia costituita un’associazione di familiari delle vittime. Inoltre, per quanto ancora non si conosca la verità sulle trattative tra lo stato italiano e le organizzazioni terroristiche palestinesi, la strage rimase a lungo un episodio molto imbarazzante per il governo.
Infine la strage di Fiumicino del 1973 fu oscurata, almeno nella memoria collettiva, da un’altra strage, avvenuta sempre a Fiumicino il 27 dicembre del 1985, quando un gruppo di terroristi palestinesi attaccò il terminal della compagnia aerea israeliana El Al uccidendo venti persone e ferendone altre cento.
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martedì 17 dicembre 2024
martedì 13 ottobre 2020
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 13 Ottobre.
Il 13 ottobre 1977, le autorità francesi comunicarono il dirottamento del Boeing 737 Lufthansa LH181, in rotta da Palma di Majorca (nelle isole Baleari) verso la Germania, con a bordo ottantasei passeggeri e cinque membri d'equipaggio (due piloti e tre hostess). Sotto la minaccia di un commando composto da due donne e due uomini, fra cui il Capitano Mahmoud, (leader del commando ed in seguito identificato nel noto terrorista Zohair Youssef Akache), l'aviogetto modificò il proprio piano di volo, per dirigersi alla volta dell'Aeroporto Internazionale "Leonardo Da Vinci" di Fiumicino (Roma). Qui il pilota fu in grado di comunicare il numero dei terroristi a bordo, facendo cadere quattro pacchetti di sigarette sulla pista. Rifornitosi di carburante, l'aereo riprese quindi il suo viaggio verso l'aeroporto di Larnaca (Cipro), dove atterrò alle ore 20:38 circa, per effettuare un nuovo rifornimento. L'aereo decollò nuovamente, per sorvolare numerosi Paesi mediorientali. A Beirut, il permesso all'atterraggio venne negato per mezzo del blocco delle piste, come anche in Bahrein. L'LH181, trovatosi a corto di carburante, fu in ultimo costretto a toccare terra sull'aeroporto di Dubai, nonostante le proteste delle autorità locali. Intanto i terroristi a bordo esplicitarono le proprie richieste, pretendendo il rilascio dei componenti del gruppo terroristico tedesco Baader-Meinhof, detenuti in Germania. Mentre si trovava fermo sulla pista, l'apparecchio fu soggetto ad un guasto del sistema di ventilazione, che portò la temperatura all'interno dell' aereo a toccare i 49 gradi centigradi. Domenica 16 ottobre, l'aviogetto decollò verso la tappa successiva. Lo stato dell'Oman negò il permesso d'atterraggio e l'LH181 giunse ad Aden (Yemen) con soli dieci ulteriori minuti di autonomia. Nonostante il divieto opposto dalle autorità locali, l'aereo fece il suo atterraggio sulla pista.
Il Capitano dell'apparecchio, Jurgen Schuman, fu a questo punto autorizzato a lasciare brevemente l'aereo, onde controllare le condizioni dei carrelli. Ritornato in cabina, venne accusato da Mahmoud di aver comunicato con le autorità locali. Il leader del commando condusse quindi il pilota in prima classe, per ucciderlo con un colpo di pistola. Il giorno successivo, l'aereo, ora comandato dal co-pilota Jurgen Vietor, decollò alla volta dell'aeroporto di Mogadiscio, in Somalia. All'insaputa dei dirottatori, un Lufthansa 707 con a bordo trenta uomini del G.S.G.9 ed il suo Comandante Ulrich K. Wegener, aveva nel mentre seguito il volo dirottato fino a Cipro, per poi far ritorno (via Ankara) a Colonia, quale diversivo per i giornalisti e decollare nuovamente dopo due ore. Wegener aveva seguito il volo dirottato con un piccolo jet privato ed alcuni ufficiali. Nell'apparecchio erano presenti anche Hans-Jurgen Wischenewski (Ministro di Stato dell'allora Germania ovest) e lo psicologo Wolfgang Salewski. Il jet toccò terra a Mogadiscio alle 17:30 del 17 ottobre, pochi minuti dopo l'LH181 dirottato.
Dopo aver fatto isolare l'intero aeroporto dalle forze di sicurezza locali, Wegener predispose il dislocamento dei propri tiratori scelti e di unità da ricognizione, iniziando la pianificazione per un eventuale azione di forza. Wischenewski comunicò intanto al leader del commando, che la Germania era pronta a rilasciare undici membri della Baader-Meinhof e a trasportarli a Mogadiscio. Mahmoud richiese quindi anche la consegna di 10 milioni di dollari quale riscatto, postponendo la scadenza del suo ultimatum alle 02:45 del 18 ottobre, oltre le quali l'aereo ed i suoi passeggeri sarebbero stati fatti saltare in aria. Alle 19:00 del 17 ottobre, il resto della squadra giunse a Mogadiscio, ed il briefing per il piano d'attacco ebbe inizio. Col calar delle tenebre, vista la crescente instabilità del capo dei dirottatori e l'effettivo pericolo corso dagli ostaggi, venne data luce verde per l'intervento. Solo un'ora prima dell'assalto, un team di osservazione tedesco si avvicinò fino a 30 metri dall'apparecchio, localizzando la posizione di due dirottatori per mezzo di strumenti per la rilevazione termica.
Alle 02:05 del 18 ottobre, coadiuvati da due membri dello Special Air Service britannico in veste di osservatori (il Maggiore Alastair Morrison, eroe della battaglia di Mirbat e vice Comandante dello S.A.S., ed il Sergente Barry Davies), due squadre del G.S.G.9 (composte da dieci uomini ciascuna) iniziarono la manovra di avvicinamento alla coda del velivolo. Gli operatori effettuarono la progressione a piedi e muniti di scale ricoperte di gomma, le quali furono posizionate in corrispondenza delle entrate. Al fine di allontanare i dirottatori dal punto inizio attacco (individuato nel retro dell' LH181), alle 02:07 vennero accesi dei fuochi a poche centinaia di metri dal muso dell'aereo.
Come riportato dalla squadra di ricognizione assegnata alla sezione frontale del velivolo, tale evento provocò lo spostamento di due dei terroristi alla cabina di pilotaggio, ivi compreso il Capitano Mahmoud. Costoro furono trattenuti in cabina dalla torre di controllo, la quale comunicò loro le condizioni per lo scambio degli ostaggi. Pochi secondi dopo, le uscite di emergenza collocate sulle ali dell'apparecchio vennero fatte saltare in aria con cariche a cornice (tubi flessibili con una cavità sul lato, riempiti di esplosivo in grado di tagliare la carlinga di un aereo senza ferirne gli occupanti) ed il blitz ebbe inizio. Venti assaltatori guidati dallo stesso Wegener fecero irruzione all'interno dell'aereo, ordinando ai passeggeri di buttarsi a terra. Il gruppo d'assalto si divise immediatamente in due, per occuparsi del fronte e del retro dell' aereo. Un terrorista (una donna), venne abbattuto nel corridoio non appena l'attacco ebbe inizio. Un' altro, rifugiatosi nella toilette sul retro, fu ferito da una scarica di MP5, morendo pochi minuti dopo essere stato trasportato fuori dall'aereo.
Alle 02:08, due ulteriori team fecero saltare l'entrata anteriore e quella posteriore, iniziando ad evacuare gli ostaggi per mezzo degli scivoli di emergenza di quest'ultima. Nel mentre il combattimento si era spostato verso la cabina di pilotaggio, ove si trovava anche il leader dei terroristi, ucciso nei primi secondi di inizio del blitz, non prima di aver lanciato due bombe a mano, detonate sotto i sedili e che ferirono lievemente tre ostaggi ed un militare. Il quarto ed ultimo dirottatore (ancora all'interno del cockpit dell'aereo) venne abbattuto da diversi colpi di arma da fuoco cal.38, esplosi dal dallo stesso Wegener. Quando l'operazione ebbe termine, alle 02:12, tutti gli ostaggi erano stati liberati. Dei quattro terroristi, solamente Suhaila Andraws, benché colpita per ben sette volte dalla squadra d' assalto, sopravviverà al blitz. Sarà detenuta a Mogadiscio per oltre un anno e verrà in seguito rilasciata per recarsi rispettivamente a Baghdad ed in Cecoslovacchia, onde curare i postumi delle ferite riportate nello scontro. Rifugiatasi in Norvegia, verrà scoperta solo nel 1993 ed estradata in Germania per esser condannata, nel 1996, a dodici anni di prigione. Fu rilasciata tre anni dopo per problemi di salute ed attualmente vive ad Oslo col marito, un docente universitario palestinese ed attivista dei diritti umani, e sua figlia.
Il 13 ottobre 1977, le autorità francesi comunicarono il dirottamento del Boeing 737 Lufthansa LH181, in rotta da Palma di Majorca (nelle isole Baleari) verso la Germania, con a bordo ottantasei passeggeri e cinque membri d'equipaggio (due piloti e tre hostess). Sotto la minaccia di un commando composto da due donne e due uomini, fra cui il Capitano Mahmoud, (leader del commando ed in seguito identificato nel noto terrorista Zohair Youssef Akache), l'aviogetto modificò il proprio piano di volo, per dirigersi alla volta dell'Aeroporto Internazionale "Leonardo Da Vinci" di Fiumicino (Roma). Qui il pilota fu in grado di comunicare il numero dei terroristi a bordo, facendo cadere quattro pacchetti di sigarette sulla pista. Rifornitosi di carburante, l'aereo riprese quindi il suo viaggio verso l'aeroporto di Larnaca (Cipro), dove atterrò alle ore 20:38 circa, per effettuare un nuovo rifornimento. L'aereo decollò nuovamente, per sorvolare numerosi Paesi mediorientali. A Beirut, il permesso all'atterraggio venne negato per mezzo del blocco delle piste, come anche in Bahrein. L'LH181, trovatosi a corto di carburante, fu in ultimo costretto a toccare terra sull'aeroporto di Dubai, nonostante le proteste delle autorità locali. Intanto i terroristi a bordo esplicitarono le proprie richieste, pretendendo il rilascio dei componenti del gruppo terroristico tedesco Baader-Meinhof, detenuti in Germania. Mentre si trovava fermo sulla pista, l'apparecchio fu soggetto ad un guasto del sistema di ventilazione, che portò la temperatura all'interno dell' aereo a toccare i 49 gradi centigradi. Domenica 16 ottobre, l'aviogetto decollò verso la tappa successiva. Lo stato dell'Oman negò il permesso d'atterraggio e l'LH181 giunse ad Aden (Yemen) con soli dieci ulteriori minuti di autonomia. Nonostante il divieto opposto dalle autorità locali, l'aereo fece il suo atterraggio sulla pista.
Il Capitano dell'apparecchio, Jurgen Schuman, fu a questo punto autorizzato a lasciare brevemente l'aereo, onde controllare le condizioni dei carrelli. Ritornato in cabina, venne accusato da Mahmoud di aver comunicato con le autorità locali. Il leader del commando condusse quindi il pilota in prima classe, per ucciderlo con un colpo di pistola. Il giorno successivo, l'aereo, ora comandato dal co-pilota Jurgen Vietor, decollò alla volta dell'aeroporto di Mogadiscio, in Somalia. All'insaputa dei dirottatori, un Lufthansa 707 con a bordo trenta uomini del G.S.G.9 ed il suo Comandante Ulrich K. Wegener, aveva nel mentre seguito il volo dirottato fino a Cipro, per poi far ritorno (via Ankara) a Colonia, quale diversivo per i giornalisti e decollare nuovamente dopo due ore. Wegener aveva seguito il volo dirottato con un piccolo jet privato ed alcuni ufficiali. Nell'apparecchio erano presenti anche Hans-Jurgen Wischenewski (Ministro di Stato dell'allora Germania ovest) e lo psicologo Wolfgang Salewski. Il jet toccò terra a Mogadiscio alle 17:30 del 17 ottobre, pochi minuti dopo l'LH181 dirottato.
Dopo aver fatto isolare l'intero aeroporto dalle forze di sicurezza locali, Wegener predispose il dislocamento dei propri tiratori scelti e di unità da ricognizione, iniziando la pianificazione per un eventuale azione di forza. Wischenewski comunicò intanto al leader del commando, che la Germania era pronta a rilasciare undici membri della Baader-Meinhof e a trasportarli a Mogadiscio. Mahmoud richiese quindi anche la consegna di 10 milioni di dollari quale riscatto, postponendo la scadenza del suo ultimatum alle 02:45 del 18 ottobre, oltre le quali l'aereo ed i suoi passeggeri sarebbero stati fatti saltare in aria. Alle 19:00 del 17 ottobre, il resto della squadra giunse a Mogadiscio, ed il briefing per il piano d'attacco ebbe inizio. Col calar delle tenebre, vista la crescente instabilità del capo dei dirottatori e l'effettivo pericolo corso dagli ostaggi, venne data luce verde per l'intervento. Solo un'ora prima dell'assalto, un team di osservazione tedesco si avvicinò fino a 30 metri dall'apparecchio, localizzando la posizione di due dirottatori per mezzo di strumenti per la rilevazione termica.
Alle 02:05 del 18 ottobre, coadiuvati da due membri dello Special Air Service britannico in veste di osservatori (il Maggiore Alastair Morrison, eroe della battaglia di Mirbat e vice Comandante dello S.A.S., ed il Sergente Barry Davies), due squadre del G.S.G.9 (composte da dieci uomini ciascuna) iniziarono la manovra di avvicinamento alla coda del velivolo. Gli operatori effettuarono la progressione a piedi e muniti di scale ricoperte di gomma, le quali furono posizionate in corrispondenza delle entrate. Al fine di allontanare i dirottatori dal punto inizio attacco (individuato nel retro dell' LH181), alle 02:07 vennero accesi dei fuochi a poche centinaia di metri dal muso dell'aereo.
Come riportato dalla squadra di ricognizione assegnata alla sezione frontale del velivolo, tale evento provocò lo spostamento di due dei terroristi alla cabina di pilotaggio, ivi compreso il Capitano Mahmoud. Costoro furono trattenuti in cabina dalla torre di controllo, la quale comunicò loro le condizioni per lo scambio degli ostaggi. Pochi secondi dopo, le uscite di emergenza collocate sulle ali dell'apparecchio vennero fatte saltare in aria con cariche a cornice (tubi flessibili con una cavità sul lato, riempiti di esplosivo in grado di tagliare la carlinga di un aereo senza ferirne gli occupanti) ed il blitz ebbe inizio. Venti assaltatori guidati dallo stesso Wegener fecero irruzione all'interno dell'aereo, ordinando ai passeggeri di buttarsi a terra. Il gruppo d'assalto si divise immediatamente in due, per occuparsi del fronte e del retro dell' aereo. Un terrorista (una donna), venne abbattuto nel corridoio non appena l'attacco ebbe inizio. Un' altro, rifugiatosi nella toilette sul retro, fu ferito da una scarica di MP5, morendo pochi minuti dopo essere stato trasportato fuori dall'aereo.
Alle 02:08, due ulteriori team fecero saltare l'entrata anteriore e quella posteriore, iniziando ad evacuare gli ostaggi per mezzo degli scivoli di emergenza di quest'ultima. Nel mentre il combattimento si era spostato verso la cabina di pilotaggio, ove si trovava anche il leader dei terroristi, ucciso nei primi secondi di inizio del blitz, non prima di aver lanciato due bombe a mano, detonate sotto i sedili e che ferirono lievemente tre ostaggi ed un militare. Il quarto ed ultimo dirottatore (ancora all'interno del cockpit dell'aereo) venne abbattuto da diversi colpi di arma da fuoco cal.38, esplosi dal dallo stesso Wegener. Quando l'operazione ebbe termine, alle 02:12, tutti gli ostaggi erano stati liberati. Dei quattro terroristi, solamente Suhaila Andraws, benché colpita per ben sette volte dalla squadra d' assalto, sopravviverà al blitz. Sarà detenuta a Mogadiscio per oltre un anno e verrà in seguito rilasciata per recarsi rispettivamente a Baghdad ed in Cecoslovacchia, onde curare i postumi delle ferite riportate nello scontro. Rifugiatasi in Norvegia, verrà scoperta solo nel 1993 ed estradata in Germania per esser condannata, nel 1996, a dodici anni di prigione. Fu rilasciata tre anni dopo per problemi di salute ed attualmente vive ad Oslo col marito, un docente universitario palestinese ed attivista dei diritti umani, e sua figlia.
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