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domenica 9 agosto 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 9 agosto 1974 il presidente americano Richard Nixon si dimette per evitare una procedura di empeachment a seguito dello scandalo Watergate.
Durante un difficile periodo per l'America, mentre la guerra in Vietnam è in pieno svolgimento, alla vigilia della campagna per le elezioni presidenziali (dove però i sondaggi danno come favorito proprio il Partito Repubblicano), negli uffici della Casa Bianca individui senza scrupoli e agenti della CIA stroncano con qualsiasi mezzo, anche illegale, ogni forma di dissenso.
Per bloccare una fuga di notizie scottanti sulle operazioni belliche in Vietnam, e screditarne il presunto responsabile, l'analista militare Daniel Ellsberg, viene devastato lo studio dello psichiatra di quest'ultimo a Los Angeles.
Ma il 17 giugno 1972, la squadra degli "idraulici" creata all'ombra del Presidente e incaricata di condurre le operazioni di sabotaggio e spionaggio viene sorpresa in flagranza di reato all'interno degli uffici del Partito Democratico, nel complesso del Watergate a Washington.
Lo scandalo scoppia immediatamente, appena i colpevoli (in particolare James McCord, ex FBI e CIA) si qualificano come agenti governativi, e viene alimentato dall'inchiesta giornalistica condotta da due reporter del "Washington Post", Carl Bernstein e Bob Woodward, che pubblicano le rivelazioni di una misteriosa fonte, chiamata "gola profonda", svelando il diretto coinvolgimento dello staff presidenziale nelle attività illegali. Tra gli "idraulici" arrestati, protagonisti di numerose effrazioni, figurano infatti Howard Hunt e Gordon Liddy, membri del comitato per la rielezione di Nixon, presieduto dal Ministro della Giustizia John Mitchell.
Nel novembre 1972, Nixon è, come previsto, riconfermato alla presidenza, ma i successivi tentativi di insabbiare le responsabilità sul 'caso Watergate', comprando il silenzio delle spie catturate, entrano in contrasto non solo con il procedimento giudiziario nel frattempo indetto, ma anche con il crescente sdegno di gran parte dell'opinione pubblica.
L'evidenza dei fatti e la gravità della minaccia alla vita democratica del Paese spingono nel 1973 all'istituzione di una Commissione Senatoriale d'inchiesta, creata con lo scopo di vagliare il coinvolgimento della Casa Bianca nello "sporco affare" e le colpe dello stesso Presidente. Nixon, pur rendendosi conto che la propria posizione e sempre piu precaria e minacciata, non si rassegna e, anzi, prosegue con ostinazione la battaglia contro i suoi accusatori.
Dal 17 maggio 1973 al 27 giugno 1974, durante le udienze che tutti i cittadini seguono con intensa partecipazione, sono via via sottoposti alle interrogazioni del Senatore Sam Ervin, Presidente della Commissione, tutti gli uomini del presidente: il capo dello staff Bob Haldeman, il consigliere John Ehrlichman, il vicedirettore del comitato di rielezione Jeb Stuart Magruder e il consigliere legale presidenziale John Dean: solo gli ultimi due, però, ammettono le gravi responsabilità della Casa Bianca.
Dean, licenziato dal Presidente per la sua "inaffidabilità" il 30 aprile 1973, rivela inoltre l'esistenza di nastri segreti, sui quali Nixon è solito registrare ogni conversazione. La confessione di Dean viene confermata il 16 luglio 1973 da Alexander Butterfield, aiutante alla Casa Bianca: il sistema di registrazione, installato su ordine dello stesso Presidente, può provare l'attendibilità delle testimonianze e risulterà in effetti determinante negli sviluppi dell'inchiesta, nonostante il ripetuto rifiuto di Nixon si protragga per circa un anno e manchino, perché cancellate, notevoli parti delle conversazioni registrate.
Rigettando la pretesa di un "privilegio dell'esecutivo", la Corte Suprema impone la consegna dei nastri che, finalmente esaminati alla fine del luglio 1974, dimostrano il consapevole coinvolgimento di Nixon nel Watergate e nella successiva opera di insabbiamento.
Negli stessi giorni (27, 29 e 30 luglio), il Congresso vota l'avvio della procedura di impeachment contro il Presidente per le gravi accuse formulate, ma Nixon, prima ancora di essere destituito, comunica le proprie dimissioni in diretta televisiva e rimette definitivamente il proprio mandato il 9 agosto (1974).
Si chiude così una contestatissima presidenza, ma non gli effetti dello scandalo: sebbene Nixon, a differenza dei suoi collaboratori, tutti condannati, riceva le garanzie del perdono dal suo successore Gerald Ford, le polemiche sul Watergate si trascinano per anni, compromettendo il margine di vantaggio elettorale dei Repubblicani e segnando profondamente la fiducia degli Americani nella propria classe dirigente.
Un'ombra inquietante ha finito col gettare discredito sull'operato dell'amministrazione Nixon, sui metodi della CIA e anche sulla politica estera del Segretario di Stato Henry Kissinger. D'altra parte, la portata dello scandalo ha offerto anche lo spunto per un successivo rinnovamento, mirato alla trasparenza delle istituzioni e dei meccanismi di finanziamento elettorale.
Senza dubbio, dopo la vicenda del Watergate, il giornalismo d'inchiesta riconquista un ruolo di primaria importanza e alla stampa è restituita la funzione di arbitro, di guardia rispetto al potere politico: il suffisso -gate, nel frattempo divenuto sinonimo di 'scandalo', è destinato a ripresentarsi con una regolarità impressionante nella storia degli Stati Uniti.
giovedì 6 agosto 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 6 agosto 2001 George W. Bush riceve un documento riservato da parte della Cia dal titolo "Bin Laden è deciso a compiere un attacco negli Stati Uniti". Il documento fu ignorato ed accantonato.
George Walker Bush, 43esimo presidente degli Stati Uniti d'America, nasce il 6 luglio 1946 a New Haven, nel Connecticut. La sua è una famiglia dalle solide tradizioni politiche, basti considerare il fatto che il padre, George Bush senior, è stato anch'egli presidente degli Stati Uniti dal 1988 al 1992, mentre la madre, Barbara Bush, ha un fratello minore ex governatore della Florida.
Se il percorso politico di Bush junior si è sviluppato sulla scia degli esempi familiari, in questo confermando la sua immagine di persona integrata e fedele alle tradizioni (al contrario di altri "ribelli"), tradizioni che si rifanno alla morale protestante di stampo metodista, anche la carriera scolastica ricalca fedelmente le orme dell'impostazione paterna, essendosi laureato nel 1968 all'università di Yale, stesso ateneo del padre. In seguito, proseguendo gli studi, ha conseguito un master in business administration all'università di Harvard. Tuttavia all'interno di questo edificante quadretto, grazie allo scavo di giornalisti intraprendenti, alcune ombre hanno fatto capolino nella biografia del giovane Bush, "macchiata" da qualche ragazzata episodica a cui non è estraneo, secondo alcuni giornali americani, anche l'uso di alcune blande sostanze stupefacenti.
Il suo approccio alla dimensione politica è comunque estremamente pragmatico e tende anzi a guardare con occhio critico il mondo politico proprio dall'interno. E' nota l'avversione di Bush verso tutto ciò che è eccessivamente intellettualistico, a cominciare dalle analisi troppo sofisticate che si leggono nei saggi dedicati all'argomento. Così com'è nota, parallelamente, la sua avversione per la categoria dei politici in genere. Egli si avvale, per corroborare questo tipo di atteggiamento, delle sue esperienze professionali avulse dal settore strettamente politico, accreditandosi agli occhi dell'elettorato come un professionista che si presta alla politica per servire il suo Paese. Ecco allora i richiami al lungo periodo in cui ha lavorato nella società petrolifera "Spectrum Corporation" nel Midland e, fino al 1986, nell'industria energetica Harken Energy Corporation. Oppure, al suo staff piace sottolineare che è stato pilota della Guardia Nazionale Aerea del Texas. Infine, la sua immagine si è costruita a partire da un modello che corrisponde in tutto e per tutto alla dimensione media dell'elettorato americano, a partire dalla grande passione per il baseball (nel 1989 ha addirittura acquistato, con un gruppo di soci, la squadra di baseball dei Texas Rangers).
La carriera politica comincia nel 1978 quando si candida nel partito Repubblicano per farsi eleggere alla Camera dei rappresentanti del Texas, cosa che gli riesce. Nel 1988, ormai pratico di quel mondo che tanto detesta, cura come consigliere la campagna elettorale per le presidenziali del padre.
Nel 2000 si candida alle elezioni presidenziali, contro il democratico Al Gore. Si tratta di una delle campagne in assoluto più sofferte della storia americana, non solo per l'esiguo scarto di voti fra i due, ma anche per alcune deficienze del sistema elettorale che in alcuni paesi costringono a una nuova verifica delle schede, con conseguente strascico di polemiche e sospetti di brogli (si scatenò una polemica sul meccanismo di punzonatura e di perforazione delle schede, un metodo "tecnologico" di recente introdotto). Si presenta così una situazione inedita, con ricorsi da una parte e dall'altra ai vari gradi di giudizio e con il rischio di una delegittimazione della carica presidenziale.
Ad ogni modo, benché inizialmente Al Gore sembrasse favorito (seppur di pochissimo, come si è detto), i voti sanciscono, dopo più di un mese di polemiche e di conteggi, la vittoria di strettissima misura di Bush jr.
Nel gennaio 2001 il neo presidente si insedia alla Casa Bianca. Il programma prevede una massiccia riduzione delle tasse (particolarmente sui redditi più alti), una riforma della scuola che attribuisce maggiori poteri e fondi agli Stati federali, una politica di contrasto contro l'aborto, un decentramento dei controlli anti-inquinamento e l'ampliamento di ricerche petrolifere in Alaska.
Sul piano internazionale è favorevole alla ripresa del piano per lo "scudo stellare", a un ripensamento dei rapporti con la Russia, al disimpegno nei Balcani. Nei mesi successivi le linee di Bush trovano applicazione in alcuni importanti momenti istituzionali: la richiesta (contrastata dall'UE e dal Giappone) di ridiscutere il protocollo di Kyoto sull'ambiente e l'opposizione, in sede ONU, alla regolamentazione della vendita delle armi leggere.
Ancora sul versante estero, dichiara subito linea dura con la Cina e con l'Iraq, oltre all'incentivazione delle spese militari. Saggiamente però pensa subito a rassicurare le mamme americane sull'utilizzo dei loro figlioli in missioni di guerra, memore delle ferite psicologiche riportate in esperienze precedenti (guerra del Vietnam "in primis"). In sostanza, promette l'utilizzo di truppe solo nei casi in cui sia in gioco l'interesse nazionale.
Durante il discorso nella sede della camera dei rappresentati del Texas, Bush dice di voler creare: "un'America che sia istruita, così che ogni bambino abbia le chiavi per poter realizzare quel sogno; e un'America che sia unita nelle nostre diversità e nei nostri valori condivisi che sono più grandi della razza o dell'appartenenza di parte. L'America - dice ancora - deve incoraggiare la stabilità da una posizione di forza, mettendo la sicurezza nazionale al primo posto e impegnandosi a sviluppare il sistema di difesa missilistico".
George Bush jr si è inoltre trovato ad affrontare una delle crisi più gravi a cui sia andato incontro il suo Paese, ossia gli squilibri derivanti dagli attacchi terroristici e dalla loro lotta.
George W. Bush viene poi rieletto alle elezioni del novembre 2004 battendo il candidato democratico John Kerry con oltre 59 milioni di voti, con la maggioranza per i repubblicani sia alla Camera che al Senato: meglio di ogni presidente che l'ha preceduto.
Dopo l'11 settembre, la guerra in Iraq, l'intervento militare in Afghanistan, il suo mandato termina nel novembre 2008, in piena crisi economica mondiale.
Il suo successore sarà il democratico Barack Obama.
Nel novembre del 2010 pubblica un libro biografico dove inserisce le sua memorie presidenziali, dal titolo "Decision Points".
mercoledì 9 luglio 2025
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 9 luglio.
Il 9 luglio 2004 la Commissione Americana al Senato sui servizi di Intelligence assolve la Casa Bianca, poiché la decisione di attaccare l'Iraq sulla base delle (false) notizie sulla presenza nel Paese di armi di distruzione di massa era basata su rapporti falsati.
Dopo che Saddam Hussein era stato praticamente solleticato a prendersi il Kuwait, e dopo che l'Iraq si era svenato per dieci anni in una guerra contro l'Iran, la mossa gli scatenò contro la più grande coalizione militare della storia ai tempi di Bush senior nel 1991.
Poi, nel 2003, c'era da finire il lavoro e il segretario di stato Powell si presentò all'Onu con la storia delle armi di distruzione di massa. E il lavoro fu finito. Però, sul campo tali armi non vennero mai trovate e solo nel 2010 si insinuò che forse non c'erano mai state. Ma ormai le cose erano fatte. Peccato che non siano mai finite, da quelle parti. Senza la dittatura di Saddam l'Iraq è finito nel caos, così come la Libia senza la dittatura di Gheddafi. Stesso servizio doveva essere fatto con la Siria, ma qui le cose si sono rivelate più complicate.
Comunque, un fatto poco noto riguarda l'Inghilterra di Tony Blair, nel 2003 alleato di ferro degli Usa di Bush jr. In quell'anno una traduttrice inglese, Katharine Gun, lavorava all'ente governativo di comunicazioni per i servizi segreti GCHQ (Government Communications HeadQuarters, con sede a Cheltenham). La giovane donna intercettò un messaggio di tal Frank Koza, dell'NSA (National Security Agency) americano. In esso si raccomandava, ovviamente in via top secret, di far pressioni sui membri non permanenti del Consiglio di Sicurezza dell'Onu perché autorizzassero l'intervento anglo-americano in Iraq. Il fatto era che il governo inglese aveva qualche difficoltà a far digerire la guerra sia al popolo che allo stesso apparato.
Infatti, il procuratore generale, lord Goldsmith, aveva dato parere negativo: senza mandato Onu, la Gran Bretagna non aveva alcun diritto di attaccare l'Iraq. Goldsmith, però, viaggiò a Washington e al ritorno aveva cambiato misteriosamente idea. Ora, la traduttrice Katharine Gun era sposata con un curdo. Così, pensò bene di far pervenire quel che aveva scoperto alla redazione dell'Observer, quotidiano fin lì favorevole alla guerra.
La Gun fu scoperta e processata per tradimento. Ma poi, a ridosso delle elezioni, le accuse a suo carico vennero ritirate per non dare ulteriore pubblicità alla faccenda. Sulla vicenda è stato scritto un libro, The Spy who tried to stop a War, di Marcia e Thomas Mitchell e infine tratto un film.
Intervistata sul perché avesse deciso di tradire il suo Paese rivelando quel che sapeva alla stampa (e rischiando, oltre al carcere, l'espulsione del marito), disse che non aveva tradito il Paese, bensì i suoi governanti del momento che quella guerra non era solo a Saddam ma anche a 30 milioni di irakeni.
In effetti, di questi ne morirono circa un milione, pare. Più, 4600 inglesi e americani. Il film non risparmia nemmeno i particolari grotteschi che la vicenda a un certo punto assunse. Per esempio, la stampa filogovernativa, per sostenere che si trattava di un falso, puntò i riflettori su certe parole del messaggio trafugato, parole che gli americani scrivono in modo leggermente diverso dagli inglesi, come recognise anziché recognize. Ebbene, venne fuori che la redattrice dell'Observer, nel batterle al computer, aveva fatto ricorso, meccanicamente, al correttore automatico.
Furono l’intelligence americana e quella tedesca – che gestì le sue informazioni – a dare a Rafid Ahmed Alwan al-Janabi, l'ingegnere iracheno il cui racconto fu usato dagli USA, il nome in codice di “Curveball” (palla a effetto). Janabi era stato un ingegnere chimico in Iraq, ma era scappato nel 1995 per poi ottenere asilo nel 2000 in Germania. Tre settimane dopo, a quanto ha raccontato Janabi in una confessione durata due giorni con i giornalisti del Guardian, un responsabile dei servizi segreti tedeschi lo andò a cercare dopo aver saputo della sua professione in Iraq. Janabi allora gli raccontò molte cose sulla produzione di armi chimiche in Iraq, e quelle cose furono così interessanti e articolate da diventare, nel giro di tre anni, la fonte principale del famoso discorso di Colin Powell all’ONU, quello con cui gli Stati Uniti accusarono l’Iraq di essere in possesso di armi di distruzione di massa e costruirono le ragioni della guerra contro Saddam Hussein.
Ma della fondatezza di quell’accusa è stata ormai acclarata la falsità, e le nuove confessioni di Janabi al Guardian le danno un durissimo colpo: l’uomo ha ammesso di essersi inventato gran parte di ciò che raccontò allora, a quanto si legge negli articoli sul quotidiano inglese.
«Forse era vero, forse no. Mi dettero questa opportunità, di costruire qualcosa per abbattere il regime. Io e i miei figli siamo fieri di averlo fatto e di essere stati la ragione per dare all’Iraq la possibilità di una democrazia»
«Avevo un problema col regime di Saddam: volevo liberarmene e ne ebbi la chance»
Janabi – che vive ancora in Germania, a Karlsruhe – ha raccontato di avere dato all’agente tedesco informazioni inventate su camion di armi biologiche con cui aveva lavorato a Baghdad. Raccontò di ruoli e dettagli inventati, che vennero messi in dubbio da altre testimonianze, in particolare da quella del suo ex capo interpellato a Dubai. Quei racconti arrivarono all’intelligence americana, e nel 2003 Colin Powell parlò di “descrizioni di prima mano su fabbriche mobili di armi biologiche” e disse che “la fonte è un testimone diretto, un ingegnere chimico iracheno che ci ha lavorato. Era presente durante la produzione di agenti biologici e anche quando nel 1998 un incidente uccise dodici tecnici”. Janabi aveva avuto successivi incontri con l’intelligence tedesca che aveva girato le sue informazioni agli Stati Uniti.
Ma la storia delle armi di distruzione di massa è diventata via via più fragile negli anni successivi all’inizio della guerra, e il racconto di Jalabi era già stato molto contestato. Poi ha confessato.
“Quando penso che qualcuno viene ucciso – non solo in Iraq ma in qualunque guerra – sono molto triste. Ma ditemi un’altra soluzione. Sapete dirmela? Credetemi, non c’era altro modo di portare la libertà in Iraq. Non c’era nessuna altra possibilità»
venerdì 8 dicembre 2023
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
L' 8 dicembre 1980 veniva assassinato John Lennon.
Per molti baby-boomers cresciuti nei mitici anni sessanta, un mite lunedì ai primi di dicembre 1980 sarà sempre ricordato come il giorno in cui è morta la musica.
A New York, l'enigmatico, carismatico - e francamente spesso stravagante- ex- Beatle John Lennon, barcollò nella sala d'ingresso del Dakota, lussuoso palazzo nell’ Upper West Side in cui risiedeva da quasi otto anni.
Aveva appena finito di incidere una nuova canzone per i suoi 40 anni “Walking On Thin Ice’’; crollò sanguinante sul pavimento - gli avevano sparato quatto colpi di pistola.
Era tardi, Lennon tornava a casa da lavoro assaporando già l’abbraccio di suo figlio Sean di cinque anni, prima di andare a letto.
Lui e Yoko Ono, sua moglie ma anche collaboratrice musicale, erano scesi dalla loro limousine bianca, facendosi lasciare sul marciapiede fuori dall'edificio piuttosto che farsi accompagnare al sicuro nel cortile del palazzo.
Yoko si affrettò avanti, annuendo con aria assente a uno sconosciuto nell'ombra - c'erano sempre fans e parassiti in agguato al di fuori del Dakota per un assaggio del loro eroe.
Suo marito arrancava dietro e aveva fatto tre o quattro passi quando una voce gridò: Mr Lennon?
La star rallentò poi si voltò a guardare. Immediatamente, realizzò che aveva visto quell’uomo un paio di volte ultimamente - e, prima di quel giorno, gli aveva anche autografato la copertina di un disco.
Ma ora lo sconosciuto aveva uno scopo diverso. Egli era in ginocchio in posizione di combattimento, e aveva un revolver calibro 38 stretto tra le mani.
Cinque spari e quattro proiettili dum-dum, particolarmente adatti per causare il massimo danno fisico, si conficcarono nella schiena di Lennon, fianco e spalla.
Il musicista riuscì ad arrivare all’ ingresso sospirando: 'Mi hanno colpito, mi hanno colpito!’.
Era morto all'arrivo in ospedale un quarto d'ora dopo.
Nel frattempo, il killer, tarchiato di 25 anni, Mark Chapman, se ne stava in silenzio davanti alla scena. Per terra giaceva la pistola fumante che si era lasciato cadere dalle mani, accanto agli occhiali macchiati di sangue di Lennon.
Appoggiato con nonchalance contro il muro del Dakota, Chapman ha cominciato a sfogliare una copia del libro “Il giovane Holden”, famoso romanzo di JD Salinger sull’ alienazione degli adolescenti, il cui personaggio centrale probabilmente gli ispirò quel gesto.
Quando i poliziotti arrivarono, non tentò di fuggire. Appena fu ammanettato e infilato in una macchina della polizia, disse: 'Ho agito da solo'. Nel quartier generale della zona, disse ai poliziotti: 'Lennon doveva morire'.
Per il mondo, sconvolto dalla morte violenta e inutile di Lennon, Chapman non era altro che un pazzo delirante. Prendeva farmaci ed era psicologicamente disturbato.
Aveva subito atti di bullismo a scuola, si era così rifugiato in un mondo immaginario dove esercitava potere su altre persone.
Un adulto senza radici che non aveva mai avuto un vero e proprio lavoro, aveva trovato conforto nella musica dei Beatles. Aveva identificato la sua solitudine con il lato solitario ed insicuro di Lennon, confondendo le personalità.
Ma la scoperta della ricchezza e del florido impero commerciale di Lennon, fu per lui un’enorme delusione.
Si sentiva tradito, offeso. Ha inseguito e sparato al suo ex eroe per un senso strano di retribuzione, accoppiato al desiderio di essere famoso per qualcosa.
Così è andata la storia.
Ma dopo oltre trent'anni dalla morte di Lennon, emerse una nuova teoria, che metteva in discussione questa spiegazione convenzionale sul movente dell’ omicidio.
Anche se apparentemente inverosimile, se fosse vera farebbe trasalire e atterrire i milioni di fan che ancora idolatrano Lennon.
Nel suo libro, l'autore Phil Strongman, sostiene che Chapman è stato solo un burattino. La vera assassina di Lennon è stata la Cia - per volere di fanatici di destra dell’ assetto politico americano.
Egli arriva a questa conclusione controversa contestando molti dei cosiddetti 'fatti' in merito al caso - tra cui l'ipotesi di base che Chapman fosse un fan dei Beatles e Lennon.
Strongman scrive che, fino alla settimana prima dell'uccisione: 'Chapman, "presunto ossessionato da Lennon e "fan dei fans", non possedeva nemmeno un singolo di Lennon, né un libro né un album. Non uno. Non era un fan né tantomeno un ossessionato". '
Dicono che Chapman avesse 14 ore di registrazioni di Lennon, nel suo zaino, il giorno della sparatoria. Ma di esse non si è mai trovata alcuna traccia.
Questa prova non è stata mai prodotta semplicemente perché non esiste.
Così Chapman non era solo né uno stalker delle celebrità andato troppo oltre, Né, dice Strongman, ha ucciso Lennon per 15 minuti di celebrità.
'Se il suo scopo era attirare attenzione su di se, allora perché si è dichiarato colpevole, lasciando che il suo processo non diventasse il processo del secolo, se il suo scopo era avere fama, allora perché si è lasciato scappare questa possibilità?
Strongman vede nella calma del killer dopo la sparatoria, la chiave di ciò che è accaduto realmente, fornisce prove alla sua teoria secondo cui l’assassinio di John Lennon fu un complotto di stato.
Se Chapman, dopo l’ uccisione, sembrava uno zombie, e attese impassibile la polizia come ci è stato raccontato, è solo perché quella era la reazione più appropriata alla sua persona .
Chapman, egli suggerisce, era stato reclutato dalla CIA e addestrato durante i suoi viaggi in tutto il mondo, è stato visto in posti improbabili, da un ragazzo della Georgia.
Che strano, per esempio, che Chapman sia stato a Beirut in un momento in cui la capitale libanese fu la fucina delle attività della CIA – si è detto che lì avesse sede uno dei campi di assassinio top-secret dell'agenzia.
Un altro campo, presumibilmente, si trovava alle Hawaii, dove Chapman ha vissuto per alcuni anni.
Chi ha finanziato il giro del mondo a Chapman? Come poteva, un giovane senza un soldo nel 1975, essere stato in Giappone, Regno Unito, India, Nepal, Corea, Vietnam e Cina?
Il denaro non è mai sembrato essere un problema per Chapman, ma nessuno ha mai spiegato da dove provenisse. L’ unica spiegazione plausibile rimane, secondo Strongman, che i servizi segreti fossero i suoi datori di lavoro.
Probabilmente la CIA plagiò la mente di Chapman, somministrandogli droghe apposite a ciò e con l'ipnosi. Tutte tecniche utilizzate dalla CIA per formare assassini in grado di uccidere fomentatori di disordini, e sui quali potesse poi ricadere la colpa.
Strongman afferma: 'Catcher In The Rye‘ (il titolo originale del Giovane Holden) faceva parte del programma d’ipnosi di Chapman, una parola d’ ordine che poteva arrivare a lui, attraverso un messaggio registrato su un nastro, un telex, un telegramma o una semplice telefonata.
"E’ anche vero che i teorici della cospirazione hanno a lungo sospettato che sia gli americani sia i loro nemici comunisti utilizzassero tali tecniche per attivare assassini dormienti '- come romanzato nel film The Manchurian Candidate.
L'autore si chiede se Chapman rientrava nella categoria dei killer inconsapevoli o complice inconsapevole.
Ma il suo profondo sospetto è che Chapman non agì da solo - non più, dice, di quanto abbia fatto Lee Harvey Oswald con l'assassinio di JFK a Dallas o di Sirhan Sirhan accusato della morte di Bobby Kennedy. Dubita persino che sia stato Chapman a sparare.
'I proiettili che colpirono Lennon, erano tutti così vicini e persino i medici ebbero difficoltà a precisarne i diversi punti d’ accesso. Se tutti questi colpi provenivano da Chapman, allora la sua fu un’ ‘’opera miracolosa’’.
'In effetti, se ognuno di quei colpi veniva da Chapman l’opera fu miracolosa perché egli era in piedi sulla destra di Lennon e, secondo il referto dell'autopsia e il certificato di morte Lennon riportava solo ferite nella parte sinistra del corpo.'
Qualcun altro doveva essere coinvolto, Strongman insiste. Egli sostiene che forse una spia della CIA che lavorava al Dakota sia stato il vero assassino.
Ciò che fa crescere il suo sospetto è la natura sommaria delle indagini della polizia dopo l'arresto di Chapman.
La sua calma bizzarra post-uccisione non è stato mai messa in discussione, non è stata mai eseguito un test di droga, il suo stato "programmato" (termine usato da più di un ufficiale di polizia) non è stato mai studiato, né tantomeno si è investigato sui suoi movimenti precedenti l’omicidio ('In parole povere, le indagini per l'assassinio furono spaventosamente lente e lacunose. ')
Probabilmente, conclude, l'FBI cospirava con la CIA per nascondere la verità- e cioè che ombre istituzionali americane avevano ordinato l'assassinio di Lennon.
Ma perché Lennon era sulla loro lista ? Aveva, a quanto pare fatto tremare i piani d'America, la potente ala destra, prima con la sua opposizione alla guerra del Vietnam e poi con la sua campagna di pacifismo.
Ed è in questo periodo, che molti di noi che hanno creduto fosse un periodo di pausa necessario per riprendere fiato, che Lennon ha dato sfogo al suo genio, al suo essere un uomo di spettacolo e un esibizionista. Ma era un sognatore, non un attivista pericoloso.
Ha scritto canzoni, ha suonato la chitarra, aveva idee divertenti. Ci ha fatto ridere nonostante la sua irriverenza.
Non aveva intenzione di abbattere il capitalismo. Cercava solo di tenerlo fuori dalla sua vita.
Ancora, il fatto che alcuni dei dossier relativi alle indagini dei servizi segreti sulle attività di Lennon rimangano inaccessibili continuano ad alimentare i sospetti di un insabbiamento.
Strongman scrive: 'Io sono convinto, come qualsiasi essere umano può esserlo, che sia l’FBI sia la CIA abbiano insabbiato i fatti del dicembre 1980. E Sono entrambi profondamente coinvolti nell'uccisione stessa.'
Nel frattempo, Chapman - stalker pazzo o assassino robot - continua a vivere.
Stranamente, se la teoria Strongman è vera, è riuscito a sopravvivere tre decenni in una delle prigioni più violente d'America, nonostante sia a conoscenza di informazioni pericolose.
Chapman è rinchiuso nella prigione di Attica, da quasi 40 anni, per la sua condanna a vita, ben oltre il minimo di 20 anni decretati dal giudice che lo ha condannato.
Quando nel 2006 gli è stato chiesto il perché avesse ucciso Lennon, Chapman ha detto:
'Volevo essere famoso, Volevo attirare grande attenzione, che ho ricevuto.' Nel 2010 ha detto che nel 1980 aveva una lunga lista di potenziali obiettivi, tra cui Liz Taylor, il conduttore televisivo Johnnie Carson e Paul McCartney.
“Erano famosi”, ha detto, ‘uccidendoli avrei ottenuto tanta notorietà in pochissimo tempo’.
Ha colpito Lennon, ha spiegato, solo perché il Dakota è facilmente raggiungibile 'Sentivo che uccidendo lui sarei diventato qualcuno e, invece sono diventato un assassino, e gli assassini non sono qualcuno’. Invece di prendere la mia vita ho preso quella di qualcun altro, per sua sfortuna. '
Nel 2006, la sua quarta domanda per il rilascio - Yoko Ono come sempre si è opposta - è stata rifiutata; ogni due anni ripete la domanda, e ancora nel settembre del 2022, per la dodicesima volta, la domanda è stata rifiutata, dopo 41 anni di carcere.
La tredicesima richiesta di rilascio è in calendario a febbraio 2024.
lunedì 17 aprile 2023
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 17 aprile 1961, finanziati dalla Cia allo scopo di tentare di rovesciare Castro per poi creare un governo provvisorio, circa 1.500 esuli cubani sbarcarono nella Bahia de Cochinos, la Baia dei Porci, a sud dell'Avana. Ma l'operazione della cosiddetta Brigata 2056 si rivela un fiasco, perché i barbudos esperti di guerriglia li stavano aspettando in questa baia isolata in mezzo alle paludi, non lontana dal piccolo villaggio di Playa Giron.
Il bilancio dell'operazione fu di quasi un centinaio di morti tra gli anti-castristi, ma le conseguenze diplomatiche furono forse ancora più catastrofiche per gli Usa, spingendo Castro tra le braccia dell'Unione Sovietica, ed offrendo all'Urss un alleato (e basi militari) a poche decine di chilometri da una metropoli come Miami, nel Sud della Florida.
Un anno dopo la crisi della Baia dei Porci, si giunse addirittura ad un passo dalla terza guerra mondiale, con la crisi dei missili installati segretamente dai sovietici a Cuba, secondo alcuni storici come risposta ai missili Usa puntati contro Mosca in Turchia.
Sul sito della biblioteca presidenziale di Kennedy, la spedizione della Baia dei Porci, un piano della Cia messo a punto sotto il presidente Dwight Eisenhower, viene ricostruita in maniera abbastanza dettagliata. Le cose vanno male sin dall'inizio, quando il 15 aprile uno dei due previsti raid aerei di appoggio (con otto obsoleti bombardieri B-26 della Seconda Guerra Mondiale dipinti con i colori cubani) manca quasi tutti gli obiettivi. Non solo, il trucco viene scoperto e Kennedy deve rinunciare al secondo raid.
Due giorni dopo, lo sbarco della Baia è un fallimento totale, anche a causa del maltempo: gli aerei cubani affondano due navi Usa e distruggono circa la metà delle strutture di appoggio aeree. Nelle 24 ore successive sbarcano circa 20mila militari cubani, mentre l'ombrello aereo autorizzato da Kennedy è una nuova catastrofe: i sei anonimi velivoli inviati in appoggio arrivano con un'ora di ritardo (probabilmente ignari del fatto che tra Cuba e Nicaragua, da dove sono decollati, c'è un'ora di fuso), e vengono abbattuti.
In seno alla Brigata 2056 i morti sono oltre un centinaio, i prigionieri circa 1.200. Per ottenerne la liberazione, 20 mesi dopo, gli Usa accettano di fornire a Cuba l'equivalente di 53 milioni di dollari in alimenti per bambini e medicinali.
L'operazione decisa da Eisenhower prevedeva un costo totale di circa 4 milioni di dollari. Nella realtà questo fallimento completo costò 46 milioni, più i 53 di risarcimento.
martedì 26 luglio 2022
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 26 luglio 1974 nasce in Grecia il governo di Konstantinos Karamanlis, ponendo definitivamente fine ai sette anni della cosiddetta "dittatura dei colonnelli".
Nella notte fra il 20 e il 21 aprile 1967, alle 2.30, un reggimento di paracadutisti con a capo il maggiore Gheorghios Konstantopoulos occupò il ministero della Difesa. Quasi contemporaneamente, nell’oscurità della notte, una lunga colonna di mezzi corazzati alla luce delle fotoelettriche, guidata dal comandante di brigata Stylianos Pattakos, si assicurò il controllo della radio e dei centri di comunicazione, del Parlamento e del Palazzo reale. Le unità della polizia militare, sulla base di liste già predisposte dal loro comandante Ioannis Ladas, arrestarono nello spazio di cinque ore più di diecimila persone, poi trasferite in “centri di raccolta”. Tra loro anche il primo ministro Panagiotis Kannellopoulos. Quattro carri armati bloccarono l’accesso di via Xenokratus, dove abitava insieme alla moglie. Immediatamente un commando con il mitra spianato irruppe nel suo appartamento trascinandolo in strada ancora in pigiama.
Gheorghios Papandreu, l’anziano leader dell’Unione di centro, all’epoca il maggior partito greco, fu invece prelevato nella sua casa a Kastri, appena fuori la capitale. Suo figlio Andreas, in un’altra abitazione, tentò la fuga salendo sul tetto. Un soldato, minacciando con una pistola alla tempia il figlio quattordicenne, lo costrinse ad arrendersi. Sfuggirono alla cattura solo quelli che si spostavano di continuo, come Mikis Theodorakis, il capo della Gioventù Lambrakis. Atene dormiva ancora, anche se quella fu una notte diversa dalle altre, piena di colpi alla porta, di ordini concitati e grida soffocate.
La popolazione al mattino si accorse che i telefoni non funzionavano e che i militari occupavano il Paese. Solo alle 6 il colonnello Gheorghios Papadopoulos dichiarò di aver preso il potere per difendere la “democrazia” e la “libertà”. Non c’era stata alcuna resistenza. La Grecia era finita in mano ai colonnelli.
Il golpe venne attuato applicando il piano Prometeo, predisposto, come in tutti i paesi aderenti alla Nato, per fronteggiare l’eventualità di una “sollevazione comunista”. Non giunse così inaspettatamente. Sorprese che ad attuarlo fossero stati i colonnelli e non i generali fedeli alla corona. Era infatti cosa nota ad Atene che il re stesse progettando un proprio colpo militare, per evitare che nelle elezioni, fissate per il 28 maggio, trionfasse nuovamente l’Unione di centro, fondata nel 1961 da Gheorghios Papandreu, capace in pochi anni di raccogliere e rappresentare le forze sparse dell’opposizione non comunista. La Grecia aveva visto modificarsi radicalmente i propri equilibri politici. La svolta fu l’assassinio del parlamentare di sinistra Grigoris Lambrakis, picchiato con spranghe di ferro da alcuni fascisti protetti dalla gendarmeria locale, la sera del 22 maggio 1963 a Salonicco, dopo una manifestazione promossa dalla Lega per la pace e il disarmo nucleare. Al suo funerale ad Atene parteciparono almeno 500 mila persone al grido di “Lambrakis Zei!”, “Lambrakis Vive!”. La vicenda ispirò il famoso romanzo di Vassilis Vassilikos, non a caso intitolato “Z”, dallo slogan e dai segni tracciati di nascosto sui muri indicanti la lettera iniziale della parola greca “vive”, successivamente trasportato sullo schermo da Costa Gavras nel 1969.
Le reazioni popolari non solo isolarono ma costrinsero alle dimissioni il governo di Konstantinos Karamanlis. Nelle elezioni del novembre 1963 l’Unione di centro vinse superando la destra. L’Eda, la sinistra democratica unificata, costituitasi nell’agosto del 1951 dopo la messa fuori legge nel 1949 del Partito comunista greco, e da esso sostenuta, con i suoi 28 seggi si affermò come la terza grande forza del Paese. Quasi una rivoluzione. L’ex primo ministro lasciò la Grecia ritirandosi in esilio volontario a Parigi. Gheorghios Papandreu, per evitare ogni condizionamento, chiese subito nuove elezioni, puntando alla maggioranza assoluta. Le ottenne e nel febbraio del 1964 sbaragliò definitivamente l’Ere, il partito conservatore, conquistando il 53% dei voti. Re Paolo morì di lì a poco. Sembrava l’inizio di un nuova epoca.
La Grecia aveva conosciuto una sanguinosa guerra civile seguita all’occupazione nazista. Gli accordi fra Unione Sovietica, Gran Bretagna e Stati Uniti, avevano assegnato il Paese alla sfera d’influenza inglese. In questo quadro Winston Churchill riuscì a concordare, nell’ottobre 1944, l’ingresso delle truppe britanniche ad Atene contestualmente alla ritirata tedesca, escludendo dalla capitale i partigiani dell’Elas (Esercito nazionale popolare di liberazione), forte di almeno 45 mila uomini, in preponderanza comunisti, installandovi un governo di coalizione. Quando il 3 dicembre del 1944, ad Atene, le sinistre proclamarono lo sciopero generale per opporsi alla politica del governo e alle interferenze degli inglesi, la polizia sparò sui manifestanti facendo 28 morti. Ai successivi funerali gruppi di ex collaborazionisti tirarono a loro volta al bersaglio dall’alto delle case sulla folla. I morti questa volta furono più di cento. Cominciò così la guerra civile. La sconfitta delle sinistre in armi si consumò nell’estate del 1949. Già dal febbraio del 1948, lo stesso Stalin aveva dichiarato che l’insurrezione greca “doveva rientrare”. La successiva rottura fra Tito e l’Unione Sovietica segnò la fine delle speranze. Anche le frontiere meridionali della Jugoslavia vennero chiuse.
I morti ufficialmente riconosciuti furono 40 mila, anche se in realtà se ne contarono molti di più. Tra gli otto e i diecimila i combattenti comunisti che fuggirono dalla Grecia in Bulgaria, Albania o verso l’Unione Sovietica. Nel frattempo era intervenuta una modifica sostanziale: all’Inghilterra, in fase calante come grande potenza mondiale, era subentrata l’America di Henry Truman. Solo tra il 1947 e il 1948 il governo di Washington sostenne Atene con quasi 200 milioni di dollari in aiuti militari. Successivamente, tra il 1949 e il 1952, gli Stati Uniti riversarono nelle casse della Grecia la cifra record di un miliardo e trenta milioni di dollari, di cui 323 milioni per la difesa. Erano ormai diventati loro i nuovi padroni.
Governata dalla destra e sottomessa agli Stati Uniti andò a formarsi in quegli anni in Grecia non una vera classe imprenditoriale ma una borghesia speculativa e parassitaria. Mano libera venne data a grandi armatori e affaristi grecoamericani. Il capitale straniero divenne uno dei pilastri del sistema economico. Fortissimo fu il tasso di emigrazione. Si stabilizzò nel 1960 attorno alle centomila unità annue, un’enormità per un paese di otto milioni di abitanti. Parallelamente continuò ad essere assoluto il controllo di esercito, magistratura, gendarmeria e burocrazia. Quasi senza soluzione di continuità si perpetuò lo stato di polizia imposto con la fine della guerra civile. Le norme d’emergenza furono mantenute fino al 1963. I non residenti per poter entrare in altre regioni erano costretti a richiedere speciali autorizzazioni concesse solo dall’esercito. Ad esse dovevano sottostare perfino i parlamentari o i candidati della sinistra durante le tornate elettorali. Nelle campagne spadroneggiavano le squadre dei paramilitari (Tea), il cui scopo era di terrorizzare gli avversari politici.
I dati delle elezioni, in compenso, furono regolarmente manipolati. A quel tempo, si diceva, anche gli alberi votavano per il governo. In questo contesto la Grecia aderì alla Nato e si modellarono gli apparati militari. Il Kyp, il servizio segreto greco, fu direttamente creato e finanziato dalla Cia. Gli uomini scelti dovevano essere di gradimento statunitense. Le stesse apparecchiature erano americane. Praticamente una filiale. La Cia sovrintese anche alla costituzione della Gladio greca. Gli accordi furono siglati negli anni Cinquanta. Una forza di circa 3.500 uomini, reclutata anche fra gli ex collaborazionisti dei nazisti, fu addestrata in centri allestiti vicino al monte Olimpo. Più di ottocento, poi si seppe, i nascondigli segreti di armi ed esplosivi sparsi per il Paese. Tutto ciò stava alle spalle di Gheorghios Papandreu quando assunse il governo.
Nel breve tempo della sua esistenza il governo di Papandreu riuscì a riformare la scuola, rendendola accessibile alle classi povere, e varò una legge in favore di una reale autonomia e rappresentatività dei sindacati. Incrementò gli investimenti e facilitò il ricorso al credito per gli agricoltori.
Ma quando diede il via a un’inchiesta sul Kyp, svelandone trame e complotti, si aprì un conflitto politico e istituzionale. Con il pretesto della scoperta, montata ad arte, di una contro-cospirazione di sinistra all’interno dell’esercito, si arrivò alla crisi del governo. Il re Costantino, nel luglio 1965, rifiutò che ad assumere l’incarico di ministro della difesa fosse lo stesso Papandreu. Si giunse in questo modo, dopo un lungo scontro e il vano tentativo da parte della destra di stabilizzare nuovi governi, alla decisione di fissare le elezioni per il 28 maggio del 1967.
Al vertice dell’esercito operava da sempre una sorta di società segreta: l’Idea, ovvero la Sacra lega degli ufficiali greci. Nel suo seno, fondata da Gheorghios Papadopoulos, si era nel frattempo costituita, sotto i buoni auspici della Cia, un’altra organizzazione ancora più segreta: l’Eena, l’Unione dei giovani ufficiali greci. Papadopoulos durante la guerra aveva fatto parte dei Battaglioni di sicurezza che avevano combattuto a fianco dei nazisti, raggiungendo il grado di capitano rastrellando i partigiani nel Peloponneso. Passato, come molti altri, alle dipendenze degli inglesi, riuscì a distinguersi anche nella repressione contro le sinistre. Successivamente reclutato dal Kyp fu mandato ad addestrarsi negli Stati Uniti. Divenne nei fatti l’agente numero uno della Cia. Con lui nell’Eena: Ioannis Ladas, Dimitrios Ioannidis, Nikolaos Makarezos e Stylianos Pattakos.
Questo gruppo di ufficiali decise di entrare in azione per conto proprio il 21 aprile del 1967. Quando i capi dell’esercito si ritrovarono ad Atene per una riunione compresero che era giunto il momento. Trasmisero alle unità dislocate nel Paese l’ordine di eseguire il piano Prometeo, facendo loro credere che fosse emanato dal capo di stato maggiore. Tutti gli ufficiali lo eseguirono senza protestare. L’interruzione delle comunicazioni telefoniche facilitò la riuscita delle operazioni. Tutto il piano sarebbe comunque andato all’aria se il re si fosse opposto. Ma Costantino, dopo qualche tentennamento, fu convinto dalla Cia ad avallare il golpe. Opporvisi avrebbe significato rischiare la sollevazione. Gli inglesi, dal canto loro, si limitarono solo a consigliare al sovrano di inserire alcune persone di fiducia nella nuova giunta alla guida del Paese.
Fu in realtà la Cia ad orchestrare il tutto. Gli americani, a conoscenza dell’influenza britannica sui generali ed il re, oltre che del progetto di un loro colpo di Stato, previsto per il 13 maggio, decisero di bruciare tutti sul tempo. Per farlo si servirono del colonnello Papadopoulos e dell’Eena. Gli Stati Uniti si garantirono in questo modo un sostegno decisivo nel Mediterraneo orientale. La soluzione “dittatura militare” non fu certo in quel periodo un’eccezione. In soli quattro anni la Cia aveva operato per sbocchi analoghi in diverse parti del mondo: in Turchia (1960), nel Vietnam (1963), in Brasile (1964), e a Santo Domingo (1965).
Per la prima volta dal dopoguerra un paese europeo passava da un regime parlamentare ad una dittatura. Giocoforza a questa esperienza guardarono tutte le forze dell’estrema destra, in particolare i neofascisti italiani. Pino Rauti, il fondatore di Ordine nuovo, si recò in Grecia appena un mese dopo, tornandovi a più riprese. Visite non certo di piacere. In alcune testimonianze di fonte locale si parlò anche di addestramenti ad Atene all’uso di esplosivi e sulle tecniche della guerriglia urbana a neofascisti italiani. Particolarmente significativo fu in questo ambito un viaggio di ben 49 esponenti di Ordine nuovo, Avanguardia nazionale, Europa civiltà e Nuova caravella, l’organizzazione universitaria del Msi, compiuto tra il 18 e il 25 aprile del 1968, nel primo anniversario del golpe. Tra loro, oltre a Pino Rauti, Adriano Tilgher, Mario Merlino e Giulio Maceratini. Furono ricevuti da Stylianos Pattakos, con tanto di foto a celebrare l’evento. Di molti di loro si sentirà ancora parlare negli anni successivi. La “strategia della tensione” che di lì a pochi anni si svilupperà in Italia, fu sperimentata con successo in Grecia, tra la primavera del 1964 e il 1967.
Si iniziò con una strage di manifestanti, nel novembre 1964, in occasione di una celebrazione organizzata unitariamente dai reduci della resistenza greca al ponte di Gorgopotamos. Cinque i morti e più di un centinaio i feriti. La destra accusò gli stessi partecipanti di aver portato al raduno l’ordigno che poi esplose. Si passò poi agli attentati alle caserme, al confine con la Turchia, per creare agitazione nelle forze armate. Ma la provocazione più grossa fu imbastita ad Atene, il 20 agosto 1965, quando nella stessa notte scoppiarono a breve distanza diversi ordigni e gruppi organizzati attaccarono poliziotti isolati. Si accusarono subito gli anarchici e gli studenti di sinistra. Si scoprì in seguito che ad operare furono agenti di polizia spalleggiati dal movimento neofascista “4 agosto”, costituito nel 1964 da Costantino Plevris, teorico della tattica della provocazione, strettamente collegato al Kyp e agli ufficiali dell’Eena. La Grecia aveva fatto scuola.
Il regime crollò nell’estate del 1974. Papadopoulos aveva già dovuto passare la mano da qualche mese, dopo la rivolta, nel novembre del 1973, degli studenti universitari al Politecnico di Atene, a cui si erano uniti migliaia di lavoratori, repressa con i carri armati. Negli scontri rimasero uccise 24 persone. Il generale Dimitros Ioannidis rimosse Papadopoulos ritenendolo troppo debole e accondiscendente. Ioannidis tentò anche di rovesciare l’arcivescovo Makarios, presidente di Cipro, attraverso un colpo di Stato condotto dall’organizzazione filo-ellenica Eoka-B.
La reazione della Turchia che invase la parte nord dell’isola portò la Grecia sull’orlo della guerra. Fu la fine. I membri della giunta militare tolsero il loro appoggio a Ioannidis e nominarono presidente il generale Phaedon Ghizikis. Constatata la bancarotta richiamarono in patria il vecchio Kostantinos Karamanlis con l’obiettivo di formare un governo di unità nazionale e portare il Paese alle elezioni. Nel novembre del 1974 si tornò a votare. Il regime dei colonnelli era caduto. Tra le sue tante vittime, una anche in Italia, il giovane studente greco Kostas Georgakis, che il 19 settembre del 1970, alle 3 di notte, si immolò, per protestare contro la dittatura, dandosi fuoco nella sua Fiat 500, in piazza Matteotti a Genova. Doveroso ricordarlo.
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