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lunedì 31 agosto 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 31 agosto.
Il 31 agosto 1997 a Parigi nel tunnel presso il Pont de l'Alma, la Mercedes S280 guidata da Henri Paul si schiantava a forte velocità contro il 13esimo pilastro del tunnel provocando la morte del conducente e dei passeggeri posteriori, Dodi Al-Fayed, figlio del magnate arabo proprietario dei grandi magazzini Harrod's di Londra, e Lady Diana Spencer, principessa ex moglie di Carlo d'Inghilterra. Solo la guardia del corpo, seduta nel posto del passeggero, si salvava grazie al fatto che indossava la cintura di sicurezza al momento dell'impatto.
Sull'incidente si è discusso molto sui giornali, sia per l'identità illustre delle vittime, sia per l'insistenza con cui Mohamed Al-Fayed, padre di Dodi, indicava in un complotto con i servizi segreti coinvolti nella volontà di uccidere la principessa, rea di essere incinta e dunque di porre la famiglia reale in una posizione scomoda, avendo un fratello del futuro re di sangue arabo.
Quello che è certo è che il guidatore (nel cui sangue è stata rinvenuta un'alta concentrazione di antidepressivi e un alto tasso alcolico) viaggiava a velocità sostenuta, circa 110 km/h, per evitare l'assalto dei paparazzi che dall'uscita dell'hotel inseguivano la coppia, e che al momento di imboccare la rampa in discesa per il tunnel la Mercedes sbandò a causa della collisione con una Fiat Uno proveniente dal controviale.
La tesi del complotto si basano, oltre che sulle insistenze del padre di Dodi, anche sulle parole dell'ex agente segreto britannico Richard Tomlinson, secondo il quale l'incidente fu provocato da agenti segreti che con un laser accecarono il guidatore costringendolo a sbandare, nonchè su una lettera scritta da Diana alcuni mesi prima della sua morte e consegnata al suo maggiordomo, nella quale esprimeva la paura di rimanere vittima di un incidente stradale per opera dell'ex marito Carlo.
Su questa tesi non c'è stato mai alcun riscontro, tuttavia sono da segnalare alcuni morte sospette avvenute negli anni successivi, quali quella del fotografo James Andarson, trovato morto nel 2004 nelle campagne presso Montpellier per un presunto suicidio e quella dello scrittore Frederic Dard a cui Andarson aveva raccontato tutta la vicenda accaduta sotto i suoi occhi.


martedì 31 marzo 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 31 marzo.
Il 31 marzo 1889 venne inaugurata a Parigi la Tour Eiffel.
La Tour Eiffel di Parigi, in ferro battuto, è una delle attrazioni e dei simboli della città di Parigi. Fu progettata in occasione dell'Esposizione mondiale del 1889 dall'ingegnere Gustave-Alexandre Eiffel (stesso ideatore della Statua della Libertà) che celebrò il centenario della Rivoluzione francese; l'idea iniziale era quella di rimuoverla una volta terminata l'esposizione nel Campo di Marte. Pietra miliare dell'architettura contemporanea, fu uno dei primi esempi di costruzioni in ferro battuto realizzate su grandi dimensioni.
La costruzione della Torre Eiffel di Parigi necessitò di 7.300 tonnellate di ferro ed era alta 312,27 metri; l'altezza attuale è di 324 metri (compresa la moderna antenna televisiva). La base è formata da quattro pilastri arcuati, i quali si uniscono a sostegno della struttura, che va assottigliandosi verso l'alto ed è interrotta da tre piattaforme, ognuna delle quali ospita un belvedere. La Torre Eiffel è munita di scale e ascensori; al primo piano si trova un ristorante, e alla sommità, da dove si ha un'ampia veduta di Parigi, sono collocate una stazione meteorologica, una stazione radio e un ripetitore televisivo; un tempo vi era anche lo studio dell'ingegnere Eiffel.
Sono presenti 1665 scalini per i visitatori più sportivi e due ascensori trasparenti salgono sino al secondo piano dove si trovano molti negozi di souvenirs.
La Torre Eiffel di Parigi è stata costruita in meno di due anni, dal 1887 al 1889; avrebbe dovuto servire da entrata alla Esposizione Universale del 1889, una Fiera Mondiale organizzata per celebrare il centenario della Rivoluzione Francese. Inaugurata il 31 marzo del 1889, venne ufficialmente aperta il 6 maggio dello stesso anno.
Trecento metalmeccanici hanno assemblato i 18.038 pezzi di ferro forgiato, utilizzando mezzo milione di bulloni. Viste le condizioni di sicurezza esistenti allora a Parigi e non solo, è sorprendente che solo un operaio perse la vita durante i lavori del cantiere (durante l'installazione degli ascensori).
La torre era all'epoca della sua costruzione la struttura più alta nel mondo e lo rimase per 40 anni, fino alla costruzione del Chrysler Building di New York. Per il mantenimento della struttura servono 50 tonnellate di vernice ogni 7 anni. A seconda della temperatura ambientale l'altezza della Torre Eiffel può variare di diversi centimetri a causa della dilatazione del metallo ( sino a 15 cm più alta durante le calure estive). Nelle giornate ventose sulla cima della torre si possono verificare oscillazioni sino a 12 cm.
Quando la Torre Eiffel fu costruita, vi fu una certa resistenza da parte del pubblico, che la riteneva una struttura poco estetica. Oggi è generalmente considerata uno degli esempi di arte in architettura più straordinari e costituisce indiscutibilmente uno dei simboli di Parigi più rappresentativi nel mondo ed è stata proposta per le sette meraviglie del mondo moderno.

martedì 15 aprile 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 15 aprile.

Il 15 aprile 2019 un terribile incendio divampa nella cattedrale di Notre Dame a Parigi.

La cattedrale fu realizzata tra il Dodicesimo e il Quattordicesimo secolo sull'Ile de la Cité di Parigi e, fino a quel momento, non fu mai interessata da incendi. Purtroppo l'edificio fu gravemente danneggiato: i due terzi del tetto e la guglia in legno (flèche) presero fuoco rapidamente, coinvolgendo circa 400 pompieri in 15 ore di lavoro per riuscire a sedare le fiamme. 

Ma cosa causò l'incendio? Prima di andare ad indagare le cause del disastro, ripercorriamo brevemente cosa accade quella sera.

Come vedremo a breve, il disastro fu causato (in parte) dalla presenza di un cantiere sulla cattedrale: si trattava di un imponente progetto decennale di ristrutturazione dal costo di 150 milioni di euro iniziato l'anno precedente. Al momento dell'incendio, quindi, erano presenti impalcature sia all'esterno che all'interno del luogo sacro.

La sera del disastro, alle 18:20 (ora locale) all'interno della Cattedrale era in corso una funzione religiosa e, nonostante il suono dell'allarme, il parroco proseguì. Alle 18:43 però i fedeli vennero evacuati dopo il suono di un secondo allarme e alle 19:10 si iniziò a formare una colonna di fumo. Nella mezz'ora seguente le fiamme iniziarono ad avvolgere il tetto e la guglia della cattedrale: proprio questa collasserà alle 19:50 circa.

Nelle ore seguenti i pompieri lottarono sia per cercare di spegnere l'incendio, sia per portare in salvo quante più opere e oggetti di valore possibile dalla cattedrale. Alla fine le fiamme furono domate attorno alle 3:40 del mattino seguente, dopo il crollo di circa due terzi del tetto.

In un primo momento le indagini puntarono il dito contro gli operai che, stando alle ricostruzioni, avrebbero fumato sulle impalcature, gettando mozziconi di sigaretta. In realtà, però, pare che l'incendio si sia sviluppato all'interno della cattedrale e non dalle impalcature esterne, dunque questa ipotesi è stata presto accantonata.

Ad oggi si ritiene la causa principale sia legata ad alcune impalcature installate nel sottotetto: queste avrebbero inavvertitamente danneggiato il sistema che si occupava del movimento delle campane, causandone il cortocircuito e il conseguente incendio.

Allo stesso tempo però non è giusto demonizzare solo l'azienda incaricata di svolgere il restauro: se la cattedrale ha preso fuoco così tragicamente è perché la struttura non era dotata di un idoneo sistema antincendio. Trattandosi di una cattedrale dall'immenso valore storico, infatti, l'installazione di un sistema di sprinkler non solo avrebbe alterato parte dell'originale struttura in legno e delle opere presenti, ma sarebbe anche stata un'importante spesa.

Al momento dell'incendio quindi erano solo presenti dei rilevatori che, suonando, avrebbero attivato l'intervento dei pompieri, senza alcun sistema di spegnimento attivo delle fiamme. In più, come segnalato da alcuni dipendenti, questi sistemi vennero anche ricalibrati per suonare il meno possibile, dal momento che i falsi allarmi erano all'ordine del giorno: per questo motivo il loro squillo non venne preso sul serio fino a quando non furono visibili le fiamme e il fumo.

La ricostruzione fu uno dei principali argomenti di dibattito già dai giorni successivi all'incendio, vista l'enorme importanza religiosa, artistica e turistica del luogo. Finora sono stati coinvolti nel progetto circa 1000 operai che hanno lavorato sia in loco che nei laboratori artigianali del Paese.

La cerimonia di riapertura si è tenuta il 7 dicembre 2024 mentre la ricostruzione completa della struttura dovrebbe terminare quest'anno.


martedì 7 gennaio 2025

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 7 gennaio. Il 7 gennaio 2015 ha luogo la strage al giornale satirico "Charlie Hebdo".

Due terroristi, "nel nome di Allah", hanno aperto il fuoco e ucciso dodici persone facendo irruzione nella sede del giornale satirico Charlie Hebdo, a qualche centinaio di metri dalla Bastiglia. I killer Said e Cherif, due fratelli jihadisti franco-algerini di 32 e 34 anni, erano tornati in Francia dalla Siria. Con loro un complice, Amid, di appena 18 anni. 

La Francia è sconvolta, il presidente Francois Hollande - subito accorso sul posto - è apparso sotto shock. Ha definito le vittime "i nostri eroi", caduti per l'idea che si erano fatti della Francia, "la libertà". Sono caduti sotto i colpi del commando di terroristi Charb, il direttore, e i popolarissimi disegnatori satirici Wolinski, Cabu e Tignous. Li hanno cercati, uno per uno, in particolare Charb, autore di un'ultima vignetta tragicamente profetica, in cui scherzava su possibili attacchi terroristici imminenti in Francia. I testimoni parlano invece di un periodo di difese stranamente un po' allentate al giornale, da anni nel mirino del fanatismo per le sue provocazioni contro gli estremismi religiosi di ogni tipo. "Allah Akbar", hanno gridato i terroristi uscendo, filmati dall'alto in un video che - a partire da Le Monde - i media francesi si sono  impegnati a non diffondere o a pubblicare depurato delle scene più crude.

"Abbiamo vendicato il profeta", "abbiamo ucciso Charlie Hebdo, siamo di Al Qaida": queste le altre urla deliranti dei terroristi, i quali durante alcuni interminabili minuti hanno compiuto una mattanza scientifica, chiedendo ai giornalisti il loro nome prima di giustiziarli. Sotto i colpi, sono caduti anche l'economista Bernard Maris, che aveva una rubrica su Charlie Hebdo, con lo pseudonimo di Oncle Bernard, un addetto alla portineria, un poliziotto accorso in bicicletta dal commissariato vicino e un altro che era di guardia all'interno della redazione. I killer sono fuggiti su un'auto, poi l'hanno dovuta abbandonare dopo uno scontro con un veicolo guidato da una donna, hanno minacciato un altro automobilista e si sono allontanati con la sua auto. E proprio nell'auto gli agenti hanno trovato le loro carte d'identità. Nella banlieue nord di Parigi si è subito scatenata una caccia all'uomo senza precedenti.

Si concludono con altro sangue i tre giorni più lunghi per la Francia, cominciati con la strage in redazione a Charlie Hebdo e finiti con un doppio, simultaneo assalto dei reparti speciali francesi. Morti i tre terroristi, che hanno inneggiato ad al Qaida e all'Isis, morto un loro probabile fiancheggiatore. Morte anche quattro persone, ostaggio in un supermercato di prodotti kosher. "Usciremo da questa prova ancora più forti", ha detto il presidente Francois Hollande in tv, provando a risollevare i francesi atterriti da un incubo interminabile. Ma poi ha subito aggiunto che "per la Francia le minacce non sono finite".

Il terribile attacco ai vignettisti di Charlie Hebdo, poi il crudele assassinio di una giovane poliziotta, infine la fuga dei tre terroristi braccati come animali, i due fratelli integralisti Cherif e Said Kouachi e l'ultrà islamico di origine maliana Amedy Coulibaly. Nella fuga i due Kouachi avevano tentato di rubare un'auto, si sono scontrati con la polizia e, infine, si sono asserragliati in una tipografia della zona industriale della Seine-et-Marne, a est di Parigi, a ridosso dell'aeroporto Charles de Gaulle di Roissy. Contemporaneamente, si stringeva il cerchio attorno a Coulibaly, del quale non si era saputo più nulla dopo l'assassinio della giovane agente: fermati i genitori, un mandato veniva spiccato nei confronti suoi e della sua compagna, Hayat Boumeddiene.

I fratelli Kouachi non si erano resi conto di avere con loro un ostaggio. Dopo ore, sentendosi perduti e privi di potere di scambio con la polizia che li assediava, sono usciti dallo stabilimento sparando contro la polizia, alle 16.57. Seguendo gli ordini impartiti direttamente dal presidente Hollande, i reparti speciali hanno risposto al fuoco e hanno "neutralizzato" la minaccia. I due fratelli, che avevano fatto sapere di voler morire "da martiri", sono stati uccisi nello scontro a fuoco. Nel primo pomeriggio, intanto, era riemerso Coulibaly, di cui non si avevano notizie da ore. Era braccato, ha saputo dei suoi genitori fermati, ha sentito che era arrivato alla fine ed è passato al gesto estremo: kalashnikov in pugno, è entrato in un supermercato di prodotti kosher a Vincennes, periferia residenziale di Parigi, prendendo in ostaggio una decina di persone, fra cui donne e bambini, e gridando ai primi poliziotti arrivati: "sapete chi sono, sapete chi sono!".

Le ricostruzioni dicono che abbia ucciso subito quattro degli ostaggi, minacciando poi un massacro se fossero stati toccati i fratelli Kouachi. Ha avuto la calma e la concentrazione di telefonare alla redazione di BFMTV per mettere in chiaro che la sua azione era coordinata con i fratelli terroristi, che avrebbero dovuto occuparsi "loro di Charlie Hebdo, io dei poliziotti". Dopo essersi detto appartenente allo Stato islamico, si è preparato alla fine cominciando a pregare (i redattori di BFMTV hanno ascoltato le sue preghiere dal cellulare rimasto staccato). Anche a Vincennes, per ordine di Hollande, le teste di cuoio sono passate all'azione, esattamente tre minuti dopo Dammartin-en-Goele: fuoco e granate lacrimogene sul supermercato, irruzione ed esplosioni, poi il silenzio. Lentamente sono usciti i superstiti, mentre i soccorritori si dedicavano ai feriti. Cinque i morti accertati: Coulibaly e quattro ostaggi. Alcuni riferiscono però che tra le quattro vittime ci potrebbe essere un possibile complice del killer.


lunedì 18 marzo 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 18 marzo.
Il 18 marzo 1871 nasce la Comune di Parigi.
La Comune di Parigi, è il governo rivoluzionario popolare e operaio istituito dal popolo parigino nella capitale francese a seguito della rivoluzione scoppiata il 18 marzo 1871 dopo la sconfitta francese a Sédan, si colloca in una situazione di ampi mutamenti nella storia d'Europa, era la cosiddetta "svolta dell'anno '70", caratterizzata in particolare dalla guerra franco/prussiana, con il crollo dell'impero di Napoleone III e la costituzione di quello tedesco, dall'annessione di Roma al regno d'Italia e dalla trasformazione del principio di nazionalità in nazionalismo.
Il 2 settembre 1870 l'imperatore Napoleone III, sconfitto nella battaglia di Sedan si arrese ai prussiani; due giorni dopo i repubblicani di Parigi con una rivoluzione incruenta proclamarono la nascita della Terza Repubblica, resistendo al nemico sino al gennaio del 1871, quando la capitale fu costretta a capitolare dopo un assedio di quattro mesi.
Entro l'assemblea nazionale, la maggioranza dei delegati (per lo più monarchici) era disposta ad accettare i termini del trattato di pace imposti dal primo ministro prussiano Otto von Bismarck, considerati invece umilianti da repubblicani e socialisti radicali, decisi a riprendere le armi.
Il timore della restaurazione della monarchia dopo la sconfitta favorì pertanto la costituzione a Parigi di un governo rivoluzionario: il 17 e il 18 marzo il popolo parigino organizzò un'insurrezione contro il governo nazionale, instaurando un governo del popolo, presieduto da un Comitato centrale della guardia nazionale, che inizialmente non ebbe, o perlomeno non ebbe prevalentemente, un carattere Socialista, e fissando per il 26 marzo le elezioni di un Consiglio municipale, noto con il nome di "Comune di Parigi" (i membri del Consiglio furono chiamati "comunardi").
I settanta membri della Comune appartenevano a diverse correnti politiche: la maggioranza era costituita da giacobini, altri erano seguaci del rivoluzionario Louis-Auguste Blanqui, altri ancora erano rivoluzionari indipendenti, o radicali. La minoranza era invece composta da seguaci di Pierre-Joseph Proudhon, membri della sezione francese dell'Associazione internazionale dei lavoratori.
Il 26 marzo 1871 la componente Socialista del Comitato centrale della guardia nazionale ebbe però il sopravvento su quella borghese conservatrice-repubblicana, favorevole a un'intesa col Thiers (capo delle forze "repubblicane" conservatrici attestate a Versailles), e così, per la prima volta nella storia, si verificò e realizzò una concreta presa di potere da parte del proletariato con l'instaurazione di un regime proletario.
Tuttavia, stretta nella morsa della guerra civile, assediata sempre più da vicino dall'esercito del Thiers, la Comune non poté attuare il suo programma socialista se non in misura minima, e alla fine, l'esperimento proletario fu soffocato nel sangue.
Nei suoi pochi giorni di vita la Comune propose misure a beneficio dei lavoratori e votò provvedimenti quali la separazione della Chiesa dallo Stato e la socializzazione delle fabbriche abbandonate dagli imprenditori. Tali misure però non entrarono in realtà mai in vigore, in parte per le frizioni che ben presto emersero tra le varie componenti della Comune, ma anzitutto per l'intervento dell'esercito regolare ordinato dall'assemblea nazionale. Per sei settimane a partire dal 2 aprile, Parigi fu bombardata dalle forze governative; le sue difese furono piegate all'inizio di maggio.
Dopo circa un mese di assedio, il 21 maggio 1871 le truppe guidate dal Thiers entrarono in Parigi, dando inizio alla tristemente famosa "settimana di sangue" che con grande crudeltà la reazione borghese portò a compimento, culminando l'azione di cruenta repressione (21-28 maggio) con l'esecuzione di 20.000 Patrioti Comunardi e l'arresto di altri 38.000, di cui migliaia furono poi deportati nella Nuova Caledonia.

venerdì 15 dicembre 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 15 dicembre.
Il 15 dicembre 1832 nasce Gustave Eiffel.
A lui si deve la concezione di una delle meraviglie assolute del mondo e l'appoggio determinante per la costruzione di uno dei simboli imperituri della democrazia e della libertà. Stiamo parlando rispettivamente della torre Eiffel e della Statua della Libertà, entrambi scaturiti e realizzati dall'unica, geniale mente dell'ingegnere francese che porta il nome di Alexandre-Gustave Eiffel. Nato a Digione il 15 dicembre 1832 iniziò la sua attività lavorando dapprima con diverse imprese di costruzione e in un secondo tempo in proprio, come ingegnere consulente.
Verso la metà del secolo cominciò a occuparsi di costruzioni in ferro, in relazione ai problemi suscitati dalla costruzione delle nuove ferrovie. Dal 1858 diresse i cantieri della compagnia di Bordeaux e costruì il viadotto sulla Garonna a Levallois-Perret. Nel 1867 costruì una propria azienda per la costruzione di laminati in acciaio diventando presto un tecnico di fama internazionale nell'impiego di questo materiale.
Circondatosi di abili collaboratori, iniziò un lavoro di sperimentazione sull'uso delle "travi reticolari", partecipando alla realizzazione, come tecnico collaboratore, della galleria circolare per l'Esposizione parigina del 1867.
Nel 1876 assieme a Boileau costruì a Parigi il primo edificio in ferro e vetro, il "Magazin au Bon Marché", situato in rue de Sèvres, e l'anno successivo il primo dei suoi grandi ponti in ferro: il ponte Maria Pia sul Duero a Oporto.
Per l'Esposizione del 1878, eseguì i vestiboli e l'entrata sul lato della Senna dell'edificio principale.
Nel periodo 1880-1884 progettò e realizzò il viadotto di "Garabit sulla Truier", opera di straordinaria concezione che già metteva in luce tutte le sue visionarie potenzialità. Ed è all'Esposizione del 1889 che Eiffel diede fondo alla sua visionarietà costruendo la famosa torre parigina che ancora oggi porta il suo nome, espressione completa di un'impostazione tecnica tesa a ottenere contemporaneamente alte qualità di flessibilità e resistenza con un minimo peso.
Le notevoli dimensioni della torre, oltre alle qualità strutturali e al suo inserimento nel paesaggio urbano, suscitarono immediati e contrastanti giudizi da parte della cultura architettonica del periodo, influenzando però senza dubbio molte successive tecniche di progettazione.
Le sue dimensioni sono colossali e rappresentano davvero una delle sfide ingegneristiche più ardue mai realizzate.
Alta 307 metri (ma contando l'antenna, supera i 320), pesa oggi, dopo un restauro consolidativo, 11.000 tonnellate (in origine erano 7.500); è stata realizzata utilizzando 16.000 travi d'acciaio e poggia su quattro enormi piloni di sostegno. Nonostante la sua imponente mole, la torre esercita sul terreno una pressione di soli 4 kg per cmq, inferiore a quella di un uomo seduto su una sedia.
Dal 1985, la Tour Eiffel è stata poi dotata di una meravigliosa illuminazione, realizzata con lampade al sodio, che contribuisce a rendere quello scorcio di Parigi un paesaggio di rara suggestione.
La realizzazione della Statua della Libertà ebbe invece una gestazione più complessa e stratificata in diversi rivoli, a partire dalle responsabilità per la progettazione. L'idea per una statua celebrativa prese piede nel 1865, come monumento simbolo dell'amicizia Franco-Americana.
Del disegno si occupò lo scultore francese Frederic August Bartholdi mentre per progettare il supporto interno e le intelaiature venne chiamato proprio Gustave Eiffel.
Dopo i travagli dovuti alla non facile costruzione il 4 luglio 1884 l'Unione Franco-Americana tenne una cerimonia per la presentazione del monumento, poi la statua venne smontata, i pezzi imballati e inviati via mare agli Stati Uniti, dove giunse all'Isola della Libertà il 19 giugno 1885.
Dopo il 1900 Eiffel si occupò di aerodinamica portando a compimento le sue ricerche con la costruzione della prima "galleria a vento".
Gustave Eiffel morì nella sua amata Parigi il 28 dicembre 1923; venne sepolto presso il cimitero di Levallois-Perret, comune appena fuori Parigi.
Sulla Torre parigina che porta il suo nome, nello spazio che usava come studio, è stata posta una statua di cera che lo rappresenta.

mercoledì 8 novembre 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'8 novembre.
L'8 novembre 1793 il governo rivoluzionario francese apre al pubblico il Louvre come museo.
Il Louvre ha origine da una fortificazione fatta costruire da Filippo Augusto al momento della sua partenza per la Crociata del 1190, al fine di proteggere la riva destra in sua assenza. Poco più a nord dell’attuale Cour Carré fu edificata una fortezza di cui sono state trovate alcune vestigia durante gli scavi degli anni ’80: i resti di un grande torrione intorno al quale è possibile passeggiare durante le visite al museo e che serviva da scrigno per il Tesoro Reale e gli Archivi.
 Successivamente, nel XIV secolo, la fortezza fu abbellita da Carlo V che ne fece una residenza secondaria, ma solo con Francesco I, nel 1515, il Louvre divenne la dimora principale dei sovrani di Francia. Il re, fece sostituire il torrione con un cortile lastricato e fece rinnovare l’intero palazzo dall’architetto Pierre Lescot. Poco più tardi, Caterina de’ Medici fece costruire un nuovo palazzo nella zona antistante il Louvre che era stata precedentemente occupata da fabbriche di tegole (tuiles): il palazzo prese per l’appunto il nome di Tuileries. La sovrana pose, inoltre, le basi di un ambizioso progetto, quello di ingrandire ulteriormente il Louvre a spese di edifici privati e di collegarlo alla nuova residenza. Il progetto fu realizzato a partire dal 1594 da Enrico IV, che curò il collegamento alle Tuileries attraverso la Grande e la Piccola Galleria. In seguito furono diverse le modifiche o le aggiunte all’edificio, come la costruzione nel XVII secolo della gran colonnato sulla facciata verso Saint-Germain-l’Auxerrois, ma l’evento che caratterizzò maggiormente la trasformazione dell’area fu la distruzione del palazzo di Caterina de’ Medici, seguito agli eventi della Comune, e la realizzazione al suo posto dei giardini omonimi.
 Il Louvre perse la sua funzione di residenza reale all’epoca di Luigi XIV che spostò la corte nel nuovo palazzo di Versailles e nell’edificio, a partire dal 1793, fu realizzato il Muséum Central des Arts.
Nel 1981, solo pochi mesi dopo la sua nomina a presidente della Repubblica Francese, François Mitterand propose di rinnovare e rendere più funzionali le strutture museali del Louvre. Il progetto venne affidato all’architetto cino-americano Ieoh Ming Pei e incontrò da subito numerose difficoltà. La prima fu rappresentata dalla necessità di spostare il Ministero delle Finanze, che aveva sede nell’ala Richelieu, per poter consacrare definitivamente e completamente l’antico palazzo reale a museo. La riluttanza al trasferimento a Bercy, da parte del ministro, creò un po’ di tensione in ambito politico ma i suoi tentativi di opposizione furono vani… ormai il progetto aveva preso il volo.
Così, venti anni di lavoro e un investimento di un miliardo di euro, hanno migliorato la presentazione delle opere e hanno dato vita ad una città sotterranea che, con biglietteria, luoghi di ristoro e boutique di vario genere, è oggi il corollario adeguato ad uno dei più grandi e visitati musei del mondo.
Come accesso alla Ville Louvre, Pei ideò una monumentale piramide di vetro. Naturalmente la creazione di quest’opera tanto imponente e moderna nella vecchia Cour Napoléon diede adito a non poche critiche che definirono il progetto un “Grande Errore”, osteggiando “La geometria glaciale” della Piramide e temendo che queste nuove costruzioni potessero degenerare in una sorta di Disneyland parigina – in un’epoca in cui, tra l’altro, il parco dei divertimenti di Marne la Vallée non esisteva ancora.
Ma come già era successo un secolo prima con la Tour Eiffel, nonostante le critiche aspre, il monumento ha riscosso, sin dall’inaugurazione nel 1989, un gran successo.
Le critiche precedenti alla presentazione della piramide hanno, in seguito, lasciato il posto a strane storie riguardanti il significato più profondo del monumento e le sue eventuali relazioni con il mondo massonico ed esoterico. Il legame tra la costruzione di vetro della Cour Napoléon e i grandi monumenti funerari, simbolo del potere faraonico e dei misteri che ruotano intorno alla cultura egizia, è forte. Secondo taluni, inoltre, la piramide del Louvre sarebbe formata da 666 lastre di vetro, il numero che nell’Apocalisse viene associato a Satana. In realtà, le lastre sono 673. Un'altra leggenda metropolitana vedrebbe nella costruzione della piramide una citazione del simbolo presente sulle rappresentazioni massoniche che proprio per questo motivo sarebbe stato scelto da Mitterand.
Tale forma geometrica, però, può essere messa in relazione piuttosto con l’opera di Pei, che spesso ha prediletto come base delle sue costruzioni forme come il prisma o il cubo, il cui stile è caratterizzato da linee pure, prive di decorazioni e dalla predilezione per materiali freddi come il cemento, il vetro e l’acciaio.
Qualunque sia la verità, non si può però negare che, da quando il Louvre ha riaperto con la nuova veste, le entrate sono più che raddoppiate.

martedì 22 agosto 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi


Buongiorno, oggi è il 22 agosto.
Il 22 agosto 1962 il presidente francese Charles De Gaulle sfugge a un attentato omicida.
In una Parigi quasi deserta, oppressa dall’afa agostana, l’auto presidenziale sfrecciava a novanta chilometri all’ora diretta all’aeroporto militare di Villacoublay. A breve distanza la seguiva un’auto di scorta con a bordo un medico e tre agenti speciali, chiudeva il corteo una coppia di poliziotti in motocicletta pronti ad intervenire per sciogliere eventuali ingorghi stradali.
Per prendere parte al consiglio dei ministri, quel mercoledì 22 agosto 1962, il generale de Gaulle, insieme alla moglie Yvonne e al genero, il colonnello Alain de Boissieu, aveva lasciato di buon mattino la quiete della Boisserie, la sua residenza a Colombey-les-Deux-Eglises, immersa tra le colline boscose dell’Alta Marna, e intendeva farvi ritorno prima di notte. Né il tesissimo clima politico, né l’attentato subito un anno prima a Pont-sur-Seine, né gli inviti del ministro degli Interni, che in più occasioni gli aveva fatto presente quanto fosse arduo garantire la sua sicurezza nei continui spostamenti tra Parigi e la Boisserie, erano riusciti a convincere il generale a modificare le sue abitudini, a rinunciare alle passeggiate nei boschi e al raccoglimento del suo studio da cui poteva vedere l’orizzonte perdersi tra le colline.
Poco prima delle 20, il corteo presidenziale aveva lasciato l’Eliseo e aveva seguito il percorso più rapido e diretto verso l’aeroporto. Quella scelta non era passata inosservata.
A bordo della Citroën DS presidenziale, invece, nessuno, nella luce incerta del crepuscolo, fece caso su Avenue de la Libération a un uomo con un cappello grigio che sventolava un giornale sopra la testa. Era il segnale convenuto per aprire il fuoco.
Da un furgoncino Renault Estafette giallo, parcheggiato sul lato destro della strada, nel senso di marcia del corteo presidenziale, partirono all’improvviso alcune raffiche di armi automatiche. L’autista del presidente, il maresciallo Francis Marroux, non si lasciò impressionare dal crepitio dei proiettili e affondò il piede sull’acceleratore per sfuggire alla linea di tiro degli attentatori. L’esplosione di due pneumatici fece sbandare l’auto, ma non impedì a Marroux di tenere la strada e aumentare la velocità.
Superato l’iniziale stupore, il generale e sua moglie furono pronti nell’eseguire l’ordine di abbassarsi urlato dal genero. Quella prontezza fu provvidenziale. Un centinaio di metri oltre il furgone giallo, all’incrocio con rue du Bois, una Citroën DS blu s’immise a tutta velocità tra l’auto presidenziale e quella di scorta, mitragliandole entrambe sino alla rotonda del Petit-Clamart, per poi svanire in direzione di Parigi.
Furono esplosi più di centocinquanta proiettili, ma solo sei raggiunsero la vettura presidenziale. Uno frantumò il vetro laterale sinistro, attraversò l’interno del veicolo e squarciò la carrozzeria sopra il sedile posteriore destro, a una decina di centimetri dalla testa di madame de Gaulle. Un altro penetrò all’altezza della targa, attraversò il baule per conficcarsi nello schienale del sedile posteriore sinistro, dove sedeva il generale. L’auto di scorta fu centrata quattro volte. Il casco di uno dei motociclisti fu colpito di striscio, così come il portabagagli della seconda motocicletta.
Per miracolo tutti uscirono incolumi da quella tempesta di fuoco. Soltanto un automobilista che transitava, in compagnia della moglie e dei tre figli, in senso contrario al corteo presidenziale fu lievemente ferito all’indice da una scheggia staccatasi dal volante nell’impatto con una pallottola vagante.
Giunto all’aeroporto di Villacoublay de Gaulle passò in rassegna il picchetto d’onore. Poi, imperturbabile, osservando la sua auto crivellata commentò: “Questa volta era tangente! Fortunatamente quelli là sparano come dei porci!”. Sua moglie ancora scossa per lo scampato pericolo esclamò: “Spero che i polli non si siano fatti nulla!”. Non aveva sprecato la sua giornata parigina: prima di lasciare l’Eliseo aveva fatto sistemare nel baule un paio di polli acquistati in previsione del soggiorno alla Boisserie.
Fin dalle prime indagini non vi furono dubbi sulla matrice dell’attentato. La scelta dell’obiettivo, la tecnica militare impiegata dal commando, la considerevole potenza di fuoco, le cui tracce erano ben visibili in avenue de la Libération (il tappeto di bossoli sull’asfalto, le facciate dei palazzi crivellate di proiettili, la terrazza di un bar e la vetrina di un negozio di apparecchi radio-televisivi devastate), orientarono i sospetti degli inquirenti in una precisa direzione. Il ritrovamento, circa un’ora dopo il duplice agguato, del furgoncino Estafette giallo fornì ulteriori conferme alle prime congetture. All’interno del veicolo abbandonato, insieme a fucili mitragliatori, munizioni, bengala e granate, fu rinvenuto un potente congegno esplosivo plastico, firma inconfondibile degli irriducibili, quanto disperati, combattenti per l’Algeria francese.
Negli ultimi mesi, da quando la politica favorevole all’autodeterminazione dell’Algeria, promossa dal generale de Gaulle, con il pieno sostegno della maggioranza dei francesi, era giunta alla sua fase culminante, i plasticages, gli attentati al plastico, prima limitati ad Algeri e Orano, si erano moltiplicati sul territorio francese, seminando il terrore. Tra il 15 ed il 21 gennaio del 1962 si erano registrati quaranta attentati al plastico, venticinque dei quali alla periferia di Parigi nella sola notte del 18 gennaio, altri trentatré tra il 22 ed il 28 dello stesso mese, ancora trentaquattro tra il 5 e l’11 febbraio. Un crescendo di terrore senza precedenti, ma ancora ben lontano dall’emulare la violenza che stava insanguinando l’Algeria, dove nel solo mese di gennaio del 1962 si erano verificati oltre ottocento attentati, perpetrati dalle diverse fazioni in lotta. Nella prima quindicina del febbraio successivo gli attentati erano stati 507, provocando 256 morti 490 feriti.
L'attentato ispirò a Frederick Forsythe il romanzo "Il giorno dello sciacallo", da cui fu poi tratto un omonimo film.
Il 15 febbraio 1994 Georges Watin, "lo sciacallo", l'organizzatore dell'attentato, è morto nel suo esilio ad Asuncion, in Paraguay, per un attacco di cuore. Watin aveva 71 anni ed era da qualche tempo costretto a letto. Era stato condannato a morte in contumacia nel 1963, ma aveva beneficiato di un'amnistia nel 1968. Nato in Algeria, Watin si era schierato contro l'indipendenza nella guerra di Algeria e si era battuto anche contro la decisione di de Gaulle di concedere la sovranità all'ex territorio francese, nel luglio 1962. Lo "Sciacallo" era il capo della "Missione Tre", sezione dell' Organizzazione Armata Segreta (Oas, gruppo terroristico di destra), e responsabile di uno dei nove tentativi di assassinio organizzati contro de Gaulle. In un' intervista rilasciata nel 1990, Watin spiegò  che l' intenzione originaria era di rapire de Gaulle e di "processarlo davanti a una corte marziale, e solo dopo giustiziarlo", per il tradimento perpetrato concedendo l'indipendenza all'Algeria. Ma il piano fallì per un cambiamento di programma nell'itinerario della vettura presidenziale, e allora i congiurati tentarono, senza successo, di colpire de Gaulle in strada. Dopo l'attentato Watin fuggì in Svizzera, dove venne arrestato, ma le autorità svizzere rifiutarono l'estradizione a quelle francesi e preferirono espellerlo. Dopo di che Watin si trasferì in Spagna, e infine in Sudamerica, dove si stabilì in Paraguay, nel 1965. E' morto a casa sua, ad Asuncion, il 20 febbraio 1994 per un attacco di cuore.

martedì 2 maggio 2023

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 2 maggio. Il 2 maggio 1869 viene inaugurato a Parigi il teatro Folies Bergére. Le Folies Bergère è uno dei più famosi locali di intrattenimento della capitale francese, ed è tutt’oggi funzionante: si trova in Rue Richer 32, IX arrondissement. All’epoca era la music hall più importante di Parigi, punto di riferimento per gli artisti nel corso della Belle Epoque. Oggi è aperta al pubblico e ospita spettacoli di ballerini e artisti oltre che un ristorante, conservando tutta la magia che si respirava tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento nel corso del suo periodo d’oro. L’inaugurazione ufficiale avvenne il 2 maggio 1869 e il nome originale era Folies Trévise, come quello della strada adiacente all’edificio. Fu costruito su un grande magazzino che venne demolito per far spazio al nuovo edificio progettato dall’architetto Plumeret. Il teatro probabilmente nacque grazie all’interessamento dell’attrice francese Madame Cornelie, socia della Comedie Francaise, teatro di Stato francese che disponeva di una compagnia di attori fissa. Ella riuscì, grazie alle intime conoscenze con i vertici della municipalità francese, ad evitare le restrizioni che affliggevano i nuovi teatri, aiutando finalmente il varietà a prendere il largo nella Parigi del tempo. La situazione dei teatri infatti era molto dura: bisognava sottostare a norme e regole che venivano redatte dalla municipalità parigina e pertanto era complicato aprire un nuovo teatro. La Comedie Francaise dominava le scene ed era impegnativo proporre qualcosa di diverso, di più leggero e frizzante senza incorrere a sanzioni e chiusure. Le Folies Bergère nacque proprio come teatro di varietà che si ispirava ai cafè – chantant, letteralmente caffè – concerto, ovvero locali molto diffusi nella Parigi di fine Ottocento inizio Novecento che offrivano rappresentazioni teatrali nel corso delle quali si poteva anche mangiare o bere qualcosa al bar. Nacquero nel XVIII secolo ma conobbero un periodo buio nel corso della Rivoluzione Francese e dell’Impero napoleonico: molti di essi infatti vennero chiusi perché ritrovo abituale dell’alta borghesia e di qualche esponente meno conservatore dell’aristocrazia. La riscoperta di questi luoghi di intrattenimento avvenne proprio alla fine dell’Ottocento quando si instaurò un regime più democratico che concedeva maggiori libertà: conobbero così un immediato successo anche all’estero: basti pensare al famoso varietà italiano che si diffuse in particolare a Napoli. Il cafè- chantant o concert era composto da una sala concerto e da una sala da thé, gli spettatori potevano infatti pagare la consumazione e ascoltare un brano di opera lirica, canzoni o canzonette e brevi recitazioni drammatiche. Nonostante non venisse praticato il ballo, questo tipo di locali veniva guardato con molti pregiudizi dai fautori delle grandi opere liriche, mentre gli attori rivendicavano l’importanza e l’artisticità di questi luoghi. In seguito all’abolizione dei privilegi dei teatri, i cafè chantant si diffusero molto velocemente in tutta la Francia e divennero il luogo simbolo del divertimento alto borghese. Qui si riunivano artisti, intellettuali e aristocratici che amavano il teatro e la musica. Molte attrici acquisirono fama nazionale e divennero conosciutissime, tra queste ricordiamo Thereza e Susanne Lagier. Nel 1896 però iniziò la diffusione del cinema e i cafè chantant vennero rapidamente sostituiti, mentre riuscirono a sopravvivere solo le music-hall che si trasformarono in cinema-teatri. Le persone cercavano già un intrattenimento diverso e le modalità di spettacolo stavano cambiando. Le Folies Bergere fu uno dei pochi che resistette perché seppe adeguarsi al cambiamento, diventando teatro e ristorante. Il 13 settembre 1872 il Folies Trévise cambiò nome adottando Bergère, in quanto una famiglia di nobili che aveva lo stesso cognome si sentiva oltraggiata ad essere accostata ad un teatro di varietà. Per questo si decise di optare per un nome sempre di una strada nei dintorni del locale ma che non avesse legami con nessuno. Cominciò così ufficialmente il periodo d’oro del locale. All’interno si poteva bere, fumare, mangiare grazie ad un fornito bar. Nella sala teatro si alternavano dibattiti politici, riunioni ma soprattutto balletti, operette, spettacoli di varietà, pantomime (piccole storie raccontate attraverso le tecniche di un mimo) vaudeville (commedie leggere che alternavano prosa recitata e strofe cantate su arie conosciute). Molti furono gli artisti che si distinsero sul palco del teatro e sono tutt’oggi da ricordare. In primis Loie Fuller, ballerina e attrice teatrale statunitense. E’ considerata la pioniera della danza moderna, insieme ad Isadora Dunkan. Proponeva infatti spettacoli ricchi di suggestioni di luci e si vestiva con abiti ricoperti di veli che muoveva in modo suggestivo, raccogliendo grandi consensi di pubblico. Debuttò nel 1893 e fu attiva a Parigi fino agli anni Venti del Novecento. protagonisti storici Tra gli spettacoli che riscossero maggiore successo dobbiamo ricordare il numero di illusionismo dei fratelli Isola, il canguro pugile, l’incantatrice di serpenti Nala Damajenti. Nel primo Novecento lavorarono il cantante Maurice Chevalier, che debuttò nel 1909, il comico Raimu che lavorò dal 1910 al 1914, Jean Gabin, uno dei nomi più importanti della storia del cinema francese, che debuttò nel 1922 a soli 18 anni. Tra i nomi internazionali accostabili al teatro va ricordato Charlie Chaplin, attore e regista tra i nomi più influenti del XX secolo. Egli presentò qui una delle sue prime tournee europee come attore all’inizio del Novecento. Tra i primi clienti abituali del bar sono da annoverare i pittori impressionisti francesi, come Toulouse Lautrec, assiduo frequentatore dal 1894 al 1896, e Manet. L’ambiente alla moda della Parigi borghese del tempo venne ritratto da Manet in uno dei suoi più famosi quadri il bar delle Folies Bergère. Egli scelse infatti proprio questa ambientazione per dare immagine al realismo quotidiano impressionista, ai colori suggestivi e soprattutto ai riflessi dello specchio dietro al bancone. Il quadro rappresenta l’ambiente del bar del locale con una barista in primo piano e sullo sfondo l’ambiente affollato di persone che aspettano di essere servite o sorseggiano da bere. La ragazza in primo piano ha l’aria triste e stanca e la tipica luminosità impressionista rende ancora più particolari i colori del quadro. L’autore in realtà non dipinse il quadro in loco ma nella sua stanza, però da cliente abituale aveva ben impresso quell’ambiente avanti agli occhi. Da questo quadro si evince proprio come doveva essere l’atmosfera di quel tempo: studenti, intellettuali, artisti e la creme della borghesia parigina che si riuniva e discuteva assistendo ad una commedia o una canzone. Così è rimasta quell’atmosfera impressa per sempre grazie alle impressioni di Manet. Oggi le Folies Bergère è diventato un teatro che offre musical, commedie leggere, one man show, concerti, cori gospel e lo spettacolo della famosa attrice Regine, che ogni anno organizza una serie di cabaret improntati sulla sua forte personalità. È possibile anche cenare al punto ristoro. Chissà se l’atmosfera è rimasta la stessa della Belle Epoque. Certo gli anni saranno anche passati ma la magia in quei luoghi è sempre percepibile.

lunedì 23 gennaio 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 23 gennaio.
Il 23 gennaio 1910 la Senna esonda e invade la città di Parigi.
Fu la più importante inondazione del ventesimo secolo che la regione parigina abbia conosciuto e sconvolse drammaticamente la vita dei parigini.
Fotografie, documenti, cartoline, opere letterarie e spezzoni di film hanno contribuito a scolpire la gravità di quella catastrofe nella memoria collettiva.
La città fu duramente colpita e i simboli della sua modernità e del progresso subirono un duro colpo.
Priva d’elettricità e acqua potabile, Parigi rimase oscurata e paralizzata e le linee della metropolitana e del treno furono completamente allagate.
All’origine di quella che è passata alla storia come una “settimana terribile” vi furono delle condizioni meteorologiche eccezionali.
A un’ estate 1909 particolarmente piovosa seguì un inverno caratterizzato da abbondanti precipitazioni e lunghe nevicate che fecero salire rapidamente il livello della Senna.
Alcuni souvenir della piena del 1910 sono ancora disseminati nel tessuto urbano di Parigi: si trovano indicazioni dell’altezza raggiunta dalla piena della Senna nella rue de bellechasse, rue des ursins e rue Mazarin.
In dieci giorni la forza dell’inondazione distrusse 20.000 palazzi, lasciando senza casa 200.000 persone. Dei 20 arrondissement di Parigi, 12 furono devastati e, secondo le misurazioni, la Senna raggiunse un’altezza di 9.5 metri, mentre i danni ammontarono a 400 milioni di Franchi (più di 1 miliardo di Euro attuali).
Non si può negare, devastazione a parte, l’effetto “artistico” che l’alluvione ebbe su Parigi: artisti e fotografi scesero a frotte sulla città e alcuni  ne approfittarono per fare un giro in barca in una città  quasi aliena: il poeta Guillaume Apollinaire, infatti, scrisse che “in Avenue Montaigne la gente organizzava crociere di piacere;  potevi anche passare accanto agli hotel più eleganti e farti scattare una foto come una vittima dell’alluvione per 50 centesimi”. Vi fu anche chi mise in  giro voci di coccodrilli scappati per una vacanza tra le strade inondate della città.

venerdì 20 gennaio 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 20 gennaio.
Il 20 gennaio 1986 Parigi e Londra siglano l'accordo per la costruzione del Tunnel sotto la Manica.
L’ultima volta che Francia e Inghilterra erano state unite, letteralmente, era accaduto ottomila anni prima, durante l’ultima era glaciale. Lo erano state fino a quando, complice il cambiamento climatico, le correnti d’acqua che arrivavano dallo scioglimento progressivo dell’allora ghiacciato Mare del Nord si ricavarono prepotentemente un passaggio verso l’Atlantico, sommergendo quel territorio e separando la Gran Bretagna dal resto d’Europa. Nasceva il Canale della Manica.
Le due terre sarebbero tornate a unirsi il 1 dicembre 1990, quando gli operai francesi e britannici si incontrarono nei sotterranei del tunnel della Manica (o Eurotunnel, Channel tunnel o Tunnel sous la Manche, a seconda che vi troviate in Inghilterra o in Francia). Quel giorno, gli operai Philippe Cozette (portabandiera francese) e Graham Fagg (per l’Inghilterra) furono i primi a solcare il tunnel della Manica, dopo che ebbero abbattuto l’ultimo pezzo di muro che ancora li separava. Sarebbero stati due dei quindicimila lavoratori che avrebbero prestato le loro braccia alla costruzione dell’opera, smuovendo milioni di tonnellate di terra, a partire dal dicembre del 1987, quando finalmente, dopo più di cento anni dai primi scavi, erano cominciate le trivellazioni. Prima dal lato inglese, e subito dopo anche da quello francese.
In realtà l’idea di un canale sotterraneo, un cordone che unisse di nuovo il continente alle isole britanniche era un’idea vecchia quasi di due secoli. E come per il canale di Suez, anche qui ci fu lo zampino di Napoleone, o meglio di uno dei suoi ingegneri, Albert Mathieu-Favier. Suo infatti fu il primo progetto di una galleria, che nelle originali intenzioni avrebbe dovuto essere costruita su due livelli: uno per permettere il passaggio delle carrozze (i treni non si vedevano ancora), illuminato e areato da aperture che arrivavano fino in superficie, e l’altro invece per permettere il flusso di acqua nei sotterranei.
Nella metà dell’Ottocento un altro ingegnere francese, Aimé Thomé de Gamond, lavorò all’idea di un tunnel. Dei vari progetti che egli elaborò per la ferrovia che avrebbe aumentato il traffico di merci e persone tra l’Inghilterra e la Francia, quello sottomarino venne scelto come il più valido. Solo nel 1880 la Beaumont & English cominciò gli scavi su entrambi i fronti, ma dopo appena un chilometro tutto venne abbandonato. La mancanza di finanziamenti, la paura diffusa che quel ponte con il continente rendesse la Gran Bretagna un facile bersaglio per invasioni straniere e le difficoltà tecniche congelarono i lavori fino alla metà del secolo successivo.
Il progetto del più lungo tunnel sottomarino, più simile a come è oggi, cioè con tre canali - due per il tragitto dei treni, ciascuno in una sola direzione, e uno al centro per le macchine addette alla manutenzione con collegamenti regolari agli altri due- risale agli anni Sessanta. Ma i lavori vennero inaugurati solo a ridosso degli anni Novanta. Pochi anni dopo sarebbe finalmente nato il tunnel sottomarino più lungo del mondo, che corre per 38 dei 50 km di lunghezza totali sott’acqua, collegando Folkestone (UK) e Coquelles (Francia).
Dalla sua messa in servizio nel maggio 1994, il tunnel è stato utilizzato da 300 milioni di utenti, che corrisponde a 6 volte la popolazione totale dei paesi collegati, da un lato la Francia e dall'altro il Regno Unito.
Questa cifra tiene conto dei passeggeri imbarcati a bordo delle navette dell'eurotunnel, turisti (automobili, camper, moto), o anche in pullman o in autocarro, ma anche i passeggeri dei treni eurostar che lo attraversano.
Sono le navette eurotunnel a portare il maggior numero di persone, circa 180 milioni, seguiti dall'Eurostar (120 milioni di persone).
Ciò rappresenta una media di circa 47.000 clienti al giorno che percorrono la galleria.

giovedì 1 dicembre 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il primo dicembre.
Il primo dicembre 1986 si inaugura a Parigi il Musée d'Orsay.
 L'edificio in cui si trova ora il museo ha avuto una bellissima vicenda costruttiva: fu edificato dapprima come stazione ferroviaria dall'architetto Victor Laloux dal 1898 al 1900 nel luogo in cui in precedenza sorgeva una caserma di cavalleria e il vecchio Palazzo d'Orsay. I lavori furono terminati in soli due anni perché la stazione d’Orsay fosse pronta per l’Esposizione Universale del 1900.
Nel 1939 le grandi linee ferroviarie furono spostate e la stazione continuò a servire solo il traffico locale. Negli anni successivi, lo stabile fu adibito a vari usi: negli anni 50 cessò il servizio.
Nel ‘61 ne fu decisa la demolizione, ma gli sforzi di molti cittadini illustri che si mobilitarono per la sua salvaguardia fecero sì che la stazione venisse risparmiata e classificata come monumento nazionale.
Nel ‘78, sotto la presidenza di Giscard d’Estaing, ne fu finalmente decisa la trasformazione in museo.
Il restauro venne affidato al gruppo ACT-Architecture, i cui componenti decisero di rispettare il più possibile la struttura e i materiali preesistenti.
Alla famosissima architetto italiana Gae Aulenti vennero invece affidati gli spazi interni e la progettazione dei percorsi espositivi (come al Pompidou).
A lei si deve la scelta della pietra calcarea chiara, che dà luminosità alle sale ottimizzando l’effetto della luce proveniente dalla volta in vetro e metallo, e nello stesso tempo rende unitario e coerente l'insieme.
Il percorso si articola su tre livelli, utilizzando la navata centrale, dove un tempo c’erano i binari, come corridoio principale su cui si aprono terrazze e passaggi.
Ad 86 anni dall'inaugurazione della stazione ferroviaria, il Museo D'Orsay venne aperto al pubblico nel 1986.
E’ dunque una storia urbana, civile, di restauro, di valorizzazione, ma anche un bell’esempio di archeologia industriale, ossia di riutilizzo di un vecchio spazio funzionale (in questo caso una stazione) come sede museale.
 Il Museo d’Orsay, insieme al Louvre, è una delle tappe obbligate della visita a Parigi. E’ strano, se si pensa che il museo ospita per lo più opere rappresentative della stagione impressionista. E’ vero che attualmente la pittura di Manet, Monet, Renoir, Degas e compagni riesce a fare il pienone in tutti i musei che li mettono in mostra, ma quando esordirono gli impressionisti ebbero vita piuttosto difficile. Il nome stesso con cui sono tuttora conosciuti deriva dal commento negativo di un critico, Louis Leroy, che definì la loro una pittura effimera, legata all’“impressione” del momento, senza prestigio nel contenuto e senza rispetto per le regole accademiche nella forma.
Ad inizio-metà Ottocento alcuni pittori avevano già tentato la via del cambiamento. Per esempio già nel 1819 Theodore Géricault aveva inserito alcuni elementi rivoluzionari in un soggetto storico, cioè uno di quelli che venivano presi più sul serio: nella famosa “Zattera della medusa” infatti aveva inserito alcuni dettagli realistici, come i piedi sporchi in primo piano, qualche nudità di troppo e dettagli poco nobili come i calzini sul corpo nudo nel cadavere in primo piano.
Anche i “realisti”, auto-relegati nel 1855 nel Pavillon du Realisme, scandalizzarono con le loro tematiche sociali, Courbet con “Gli spaccapietre”, ad esempio; per capire la portata della novità basti pensare alle parole che diceva lo stesso Courbet:
“Voglio rappresentare le idee, i costumi, l'aspetto della mia epoca, secondo il mio modo di vedere; essere non solo un pittore ma un uomo; in una parola fare dell'arte viva, questo è il mio scopo”.
Era stato lo stesso Courbet a far costruire, a sue spese, il Padiglione del realismo in segno di protesta verso la giuria della I Esposizione Universale, da poco inaugurata a Parigi nel nuovo Palais de l'Industrie. La giuria, formata da pittori accademici della Scuole di Belle Arti, aveva infatti respinto i suoi due quadri più significativi: “Funerale ad Ornans”, gigantesco manifesto pittorico del realismo (314,9 x 662,8 cm) e l'altrettanto grande “Atelier del pittore”. Courbet non aveva voluto accettare passivamente il verdetto che condannava la sua pittura "democratica" ed aveva dunque deciso di sfidare il chiusissimo sistema dell'arte che non lasciava spazio a scelte divergenti da quelle che informavano il gusto accademico dominante.
Questi furono i primi germi del cambiamento dell’arte in senso realista e anti-accademico, di cui gli impressionisti si fecero definitivi portavoce.
Il museo presenta un’antologia d’eccezione delle principali forme artistiche che si sono sviluppate a Parigi tra 1848 e 1914. In questo modo colma il gap cronologico che lasciano scoperto il Louvre ed il Pompidou, arrivando il primo alla metà del XIX secolo e partendo il secondo dalle prime forme di astrattismo ed avanguardia. La maggior parte degli oggetti in mostra all’Orsay sono sculture e dipinti, ma ci sono anche molti mobili, esempi di arte decorativa, testimonianze cinematografiche ed editoriali.
Il sito web del museo è fatto, come quello del Louvre, molto bene e spiega Le possibili chance per visitare il museo: biglietti singoli, biglietti per visitatori consueti (categoria da noi inesistente), biglietti abbinati ad altri musei, laboratori per bambini e ragazzi di tutte le fasce d’età, per le scuole, per i professionisti ecc.
All’interno del museo c’è anche un auditorium, in cui si svolgono conferenze e lezioni in francese, oltre a concerti e varie altre iniziative culturali. Ovviamente c’è anche un bookshop ed una caffetteria, come ormai in molti altri musei moderni, del resto.
Per quanto riguarda la divisione spaziale delle collezioni, al pianterreno ci sono opere della II metà del XIX secolo (fino al 1870); al livello intermedio ci sono pezzi Art Nouveau dalla fine dell’800 agli inizi del 1900; il livello superiore è tutto dedicato a Impressionismo e Post-Impressionismo.
Al piano terra dominano opere come:
- il grande dipinto di Couture “I romani della decadenza”, dall’atteggiamento molle, dal gusto tardo-classico, tra neoclassicismo e decadentismo (associabile ad opere letterarie come “A rebours” di Huysmans);
- “La Source” di Ingres (1856), da sempre considerato in bilico tra neoclassicismo e romanticismo, con la sua pennellata elegante, col suo disegno raffaellesco, ma con temi a volte pieni di suggestioni romantiche (come le storie di Ossian);
- la “Caccia ai leoni” di Delacroix (1861), turbolenta opera dalle suggestioni miste, eloquente dimostrazione dell’oramai affermato gusto occidentale per l’esotico, per l’Oriente, per il mistero, per l’avventura e la bellezza che questi portano con sé nell’immaginario collettivo;
- l’ “Olympia” di Manet (1863), che rientra anch’essa nello spirito orientaleggiante di prima, ma in altri termini: certi linearismi, certi dettagli, l’utilizzo spiccato del nero fanno pensare alle stampe giapponesi che sempre di più si diffondevano nella Parigi di tardo ‘800, per non parlare dello scandalo della nudità, giustificata e giustificabile se il soggetto apparteneva a contesti lontani (geograficamente, appunto, o storicamente o perché di fantasia), scandalosa se si trattava della nudità ostentata e sfacciata di una donna moderna, dal nome parigino, presumibilmente di facili costumi.
Al piano intermedio, invece, tra gli oggetti di Art Nouveau troviamo i gioielli di Lalique, i vetri e i disegni di Guimard, progettista delle tipiche entrate curvilinee della metropolitana di Parigi, e molto altro.
Il piano superiore ci apre finalmente gli occhi ed il cuore su un mondo magico, quello delle cromie e degli scintillii degli impressionisti e degli artisti che a loro si collegano per stile, epoca d’appartenenza o per semplici suggestioni.
Tra le opere principali, il festoso “Moulin de la Galette” di Renoir (1876), tutta le serie delle “Cattedrali di Rouen” di Monet, le “Ninfee” dello stesso (molte delle quali sono ora all’Orangerie delle Tuileries, ed al Museo Marmottan), le ballerine di Degas, le nevicate di Pissarro ecc., mentre per il post-impressionismo l’ “Eglise d’Auvers” di Van Gogh; le opere di Cezanne, che dal gruppo si allontanò per tentare vie nuove, cercando sempre più di rinvenire e riprodurre forme geometriche, astraendole dalle immagini della natura e della vita quotidiana, aprendo sicuramente la via all’imminente astrattismo; e poi l’ortodosso puntinista Seurat, col suo “Le Cirque”; e ancora Gauguin con le sue donne polinesiane; poi Toulouse Lautrec, che vide e riprodusse il mondo parigino, con la sua varietà e contraddittorietà, mondano, luccicante, triste, vizioso e malato; e ancora, le meravigliose immagini naïf di Rousseau; e, per finire, “Luxe, Calme et Volupté”, capolavoro di Matisse (ma ormai siamo a Novecento iniziato).

venerdì 15 aprile 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 15 aprile.
Il 15 aprile 1874 si apre a Parigi la prima mostra di pittura impressionista.
Gaspard-Felix Tournachon, meglio conosciuto allora e oggi come Nadar si era appena trasferito al n. 31 di Rue d'Anjou, lasciando il suo studio a Gustave le Grav, un altro fotografo. Non essendosi questi ancora insediato, Nadar offrì al gruppo i vecchi locali al primo piano di un edificio al n. 35 del Boulevard des Capucines, sopra alcuni negozi. Vi si accedeva da un'ampia scala che dava direttamente sulla strada. La facciata era interamente dipinta di rosso e le stanze, spaziose e ben illuminate, erano rivestite di una tappezzeria bruno-rossiccia che valorizzava al massimo la maggior parte dei quadri.
La disposizione dei quadri rappresentava naturalmente un problema. Pissarro, secondo la sua abitudine, aveva costituito un apposito comitato che doveva approvare la sistemazione di ciascuna opera. Ma, essendo la natura umana insofferente anche dei programmi meglio organizzati, la cosa finì per essere affidata a Renoir. Suo fratello Edmond curò il catalogo, che fu messo in vendita a 50 centesimi, mentre il biglietto d'ingresso costava un franco. Ogni pittore pagava 60 franchi per esporre due quadri: ma anche questa regola, come le altre, non fu rispettata e ognuno espose quante opere voleva.
La mostra si aprì il 15 aprile 1874, due settimane prima del Salon, in modo da non sembrare un altro Salon des Refusés. L'orario d'apertura era insolito: dalle 10 di mattina fino alle 18 e poi dalle 20 alle 22, probabilmente per consentire la visita a chi durante il giorno lavorava. Comprendeva 163 opere, inclusi i disegni. gli acquerelli e i pastelli. Degas era quello con più quadri, undici: Monet ne aveva cinque, (tra cui una veduta del Boulevard des Capucines) dipinta l'anno precedente dal balcone della sede stessa della mostra e che raffigurava una qualche festa popolare.
Tra di loro ci sono Monet, Renoir, Pissarro, Degas, Cézanne, Berthe Morisot, artisti diversi non solo per doti e personalità ma anche, in certa misura, per assunti e propositi; tuttavia, nati press'a poco nella stessa decade, attraversano tutti esperienze analoghe e tutti si scontrano con la medesima opposizione. Accomunati, più o meno, dal caso, essi accettano il destino comune e finiscono per adottare la definizione di "impressionisti", coniata per dileggio da un giornalista in vena di ironia.
All'epoca della prima mostra collettiva, gli impressionisti non sono più alle prime armi: tutti oltre i trent'anni, da almeno quindici lavorano con fervido impegno, hanno studiato (o tentato di studiare) all'Ecole des BeauxArts, chiesto consiglio alla generazione più anziana, discusso e assimilato le diverse tendenze dell'arte del tempo; alcuni di loro hanno persino ottenuto qualche successo a diversi salon, prima della guerra franco-prussiana. Ma tutti rifiutano di seguire ciecamente i metodi dei riconosciuti maestri o pseudo-maestri del giorno, e desumono invece, dalla lezione del passato e del presente, idee nuove che consentono loro di elaborare un fare artistico tutto personale. Indipendenza, questa, che li mette ripetutamente in contrasto con la giuria reazionaria del salon e lascia loro, per entrare in contatto col vasto pubblico, una sola alternativa: esporre al di fuori delle mostre ufficiali.
La loro pittura, che gli sconcertati contemporanei giudicano una presa in giro, rappresenta in realtà l'erede legittima di tutto il lavoro pratico e teorico che l'ha preceduta. Se la mostra impressionista del 1874 inaugura una fase nuova nella storia dell'arte, essa non rappresenta quindi un'irruzione improvvisa di tendenze iconoclaste, ma il punto di arrivo di un processo lento e coerente.
Il movimento impressionista non si inaugura dunque nell'anno 1874. Debitore, nei principi teorici, di tutti i grandi artisti del passato, il movimento affonda inequivocabilmente le sue radici immediate nei vent'anni che precedono la storica mostra di quell'anno; vent'anni di formazione, durante i quali gli impressionisti si incontrano e impegnano idee e talento in un inedito approccio alla natura. Per delineare la storia dell'impressionismo bisognerà dunque cominciare dal periodo in cui prendono forma i suoi assunti principali: periodo che, dominato da artisti più anziani, come Ingres, Delacroix, Corot, Courbet, oltre che da varie tradizioni male intese, costituisce la sfondo sul quale la nuova generazione proiettò le sue eresie artistiche. Di qui l'importanza di quei primi anni in cui Manet (che non volle partecipare alla mostra collettiva), Monet, Renoir, Pissarro rifiutano di conformarsi ai propri insegnanti e imboccano una strada personale che li porterà all'impressionismo.

venerdì 22 ottobre 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 22 ottobre.
Il 22 ottobre 1964 Jean Paul Sartre rifiuta, suscitando clamore in tutto il mondo, il premio Nobel per la letteratura che l'accademia di Svezia gli ha tributato.
Filosofo, narratore, drammaturgo e saggista, considerato il padre dell'esistenzialismo francese, Jean-Paul Sartre (Parigi 1905, Parigi 1980) ebbe un'infanzia segnata immediatamente, al secondo anno di vita, dalla morte del padre, un ufficiale di marina. Fu dapprima allevato dai nonni materni e, in seguito, con la madre, si trasferì a La Rochelle, dove frequentò il liceo locale. Fra il 1924 e il 1928 studiò all'École Normale Supérieure di Parigi. In questi anni Sartre conobbe Simone de Beauvoir, alla quale restò sentimentalmente legato tutta la vita. Nel 1931 cominciò a insegnare filosofia, prima al liceo di Le Havre, poi al Pasteur e successivamente al Condorcet di Parigi. Negli anni 1933-34 soggiornò a Berlino dove lesse per la prima volta le opere di E. Husserl, di M. Heidegger e di K. Jaspers. La nascita di Sartre come filosofo è narrata da lui stesso in Les Mots (1964; Le parole), opera autobiografica, illustrazione prima del suo mondo ideale. Sartre pubblicò la sua prima opera filosofica, L'imagination (L'immaginazione), nel 1936, con la quale diede l'avvio a una produzione copiosa che lo vide impegnato sulla scena del pensiero europeo. Ne L'imagination si delinea il suo credo filosofico, in un allargamento del pensiero fenomenologico di Husserl e nella presa di coscienza dell'esistenzialismo di marca tedesca. Con L'Être et le Néant (1943; L'Essere e il Nulla) Sartre perfezionerà la sua dialettica visione del mondo, per approdare successivamente, intorno al 1960, al confronto col marxismo della Critique de la raison dialéctique (Critica della ragione dialettica). Oltre che nel saggio filosofico il pensiero di Sartre si era già manifestato con La Nausée (1938; La Nausea), prima opera di Sartre romanziere, nella quale al romanzo meramente narrativo di situazione e di intreccio oppone il romanzo di idee, in cui il protagonista, alter ego dello scrittore, percorre un lungo e tortuoso cammino verso la coscienza del sé e del proprio essere nel mondo. Seguirono altre due opere di narrativa, Le Mur (1939; Il muro) e Les chemins de la liberté (1945-49; Le vie della libertà, inizialmente pensato in quattro volumi, ma di cui solo tre videro la luce), in cui Sartre, adottando la tecnica cinematografica della simultaneità, affrontò letterariamente il dramma generale della seconda guerra mondiale. Successivamente Sartre ampliò il suo orizzonte scrivendo altre opere per il teatro. Nascono così Les Mouches (1943; Le mosche), una trasposizione in chiave moderna dell'Orestea, a cui l'anno dopo seguì Huis clos (A porte chiuse). Intanto, sempre nel 1944, Sartre partecipò attivamente alla Resistenza e, lasciato definitivamente l'insegnamento, nel 1945 fondò, insieme a M. Merleau-Ponty e a S. De Beauvoir la rivista Les Temps Modernes, nella quale, accanto all'esperienza filosofica e letteraria, troverà ampio spazio l'impegno politico. In questo periodo strinse una forte amicizia con A. Camus, che finì, però, col frantumarsi nell'arco di una dura polemica apertasi nel 1952 e spentasi con la prematura morte di quest'ultimo. In seguito a numerosi viaggi in tutto il mondo, da giornalista, Sartre passò dai primi testi atemporali per il teatro a una precisa collocazione nel mondo dei suoi personaggi: con Morts sans sépolture (1946, Morti senza tomba) siamo in piena guerra civile spagnola; con La putaine respecteuse (1946; La sgualdrina timorata) negli USA, e nel difficile clima di integrazione razziale; e ancora con Les mains sales (1948; Le mani sporche) Sartre affronta il conflitto tra realismo e idealismo in politica; con Le diable et le bon Dieu (1951; Il diavolo e il buon Dio) il potere dell'uomo di foggiarsi il proprio destino; Les séquestrés d'Altona (1959; I sequestrati di Altona) tratta lo smarrimento in cui la tirannide può precipitare una coscienza. Alle opere teatrali si aggiunsero i saggi Baudelaire (1947), Saint-Genet, comédien et martyre (1952; Santo Genet, commediante e martire) e le parallele inchieste, puntualizzazioni, considerazioni condotte su Les Temps Modernes. Nel 1964 gli venne conferito il Nobel, ma Sartre lo rifiutò poiché, a suo avviso, «nessun uomo merita di essere consacrato da vivo». Aveva già rifiutato la Legione d'onore, nel 1945, e ancora una cattedra al Collegio di Francia. Questi onori, secondo lui, avrebbero alienato la sua libertà, facendo dello scrittore un'istituzione. Questi suoi gesti resteranno celebri poiché in grado di illuminare lo spirito e lo stato d'animo dell'intellettuale.
L'opera di Sartre è inevitabilmente segnata dalla contraddizione di chi, parlando sempre di engagement, nega alla letteratura qualsiasi capacità di autonomia. Ed è in questo senso che la sua opera di romanziere e drammaturgo è strettamente legata alla vastità e alla coerenza della sua visione del mondo, la cui unità appare garantita dall'inesauribile dibattito sulla libertà. La libertà, presupposto essenziale per la realizzazione dell'uomo, deve servire soltanto a “impegnarsi”. Per Sartre ogni scrittore è “compromesso con il proprio tempo”, che egli parli o taccia, giacché anche i silenzi di coloro che sono venuti alla ribalta per farsi ascoltare hanno un'eco e un significato. L'existentialisme est un humanisme (1946; L'esistenzialismo è un umanesimo) chiarì inequivocabilmente questi principi e il titolo stesso del saggio è una risposta a quella che deve essere la posizione dello scrittore nella società, la scelta dell'uomo di fronte all'esistenza: l'impegno politico. L'importanza e la grandezza di Sartre scrittore sono, in questo senso, legate alla terribile densità del mondo da lui elaborato intellettualmente, rappresentato e messo in scena: un mondo assurdo e ripugnante, un mondo "a porte chiuse", dominato dall'orrore per la condizione stessa dell'esistere. E tuttavia la possibilità di una via di uscita è accennata e consiste nel farsi carico, ancora una volta, del proprio agire e nella capacità di accogliere in sé una forte responsabilità etica e politica. Dei suoi saggi successivi si ricordano ancora Le peintre sans privilège (1962; Il pittore senza privilegi), Marxisme et existentialisme (1963; Marxismo e esistenzialismo, in collaborazione con R. Garaudy), Les communistes et la paix (1969; I comunisti e la pace) e L'idiot de la famille (1972; L'idiota di famiglia), dedicato a G. Flaubert e non privo di espressioni polemiche sull'autore. Sartre scrisse anche sceneggiature per il cinema: Les jeux sont faits (1947), L'Engrenage (1949; L'ingranaggio), adattato anche per il teatro, e lo stesso Les Mots. Successivamente Sartre venne sempre più accentuando l'impegno politico in campo marxista; in particolare lo svolgimento dei motivi “libertari” inerenti alla sua interpretazione del marxismo in termini fenomenologico-esistenziali lo portò a dure critiche nei confronti del marxismo istituzionalizzato e della sinistra ufficiale e a una concezione della rivoluzione identificata con una sorta di contestazione permanente. Colpito da cecità quasi totale, pubblicò saggi, articoli (su L'idiot international e La cause du peuple) e interviste: oltre a quelli raccolti in Situations VIII, IX (1972) e X (1976), altri formano la trama del libro-conversazione On a raison de se revolter (1974; Le ragioni della rivolta) composto con due militanti dell'estrema sinistra, Pierre Victor e Philippe Gavi, co-fondatori del giornale Libération del quale Sartre fu per qualche tempo direttore. Nel 1983 sono apparsi postumi i Cahiers pour une morale (Quaderni per una morale) e i Carnets de la drôle de guerre (Taccuini di guerra) scritti tra il 1939 e il 1940. Sempre nel 1983 è uscito l'epistolario privato di Sartre: Premières lettres de guerre à Simone de Beauvoir e Lettres au Castor et à quelques autres (trad. it. Lettere al castoro). Nel 1990 sono stati pubblicati testi autobiografici sotto il titolo Ecrits de jeunesse (Scritti giovanili). Il crollo dei regimi marxisti e la condanna dell'ateismo di Stato conseguente agli eventi succedutisi in Europa dal 1989 hanno giustificato alcuni suoi ripensamenti sul marxismo e ridimensionato alcune sue affermazioni sull'esistenzialismo ateo.
Morì nel 1980 al culmine del successo, quando ormai era diventato icona della gioventù ribelle e anticonformista del dopoguerra. Si stima che al suo funerale presenziarono cinquantamila persone. È sepolto nel cimitero di Montparnasse a Parigi.


domenica 17 ottobre 2021

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Buongiorno, oggi è il 17 ottobre.
Il 17 ottobre 1849 muore a Parigi Fryderyk Chopin a soli 39 anni.
Fryderyk Franciszek Chopin, nato a Zelazowa Wola presso Varsavia il 10 marzo 1810, fu uno dei più grandi musicisti e compositori del suo secolo. La sua esistenza drammatica e infelice ebbe una notevole influenza sulla sua musica, melodiosa e romantica, costantemente pervasa da una profonda vena di malinconia. Figlio di un insegnante, rivelò prestissimo la vocazione per la musica e il padre, pur pretendendo che si formasse una cultura generale, lo incoraggiò, affidandolo a maestri di grande bravura: suoi insegnanti di pianoforte e di composizione furono infatti Adalbert Zywny e Joseph Elsner, figure importanti nel mondo musicale di Varsavia. Fu proprio Joseph Elsner, conquistato dal genio e dalla capacità creativa di Chopin, a guidarlo sulla via da seguire.
A quindici anni Chopin partecipò a due concerti al conservatorio della sua città; a diciassette pubblicò il «Rondò della Mazurka»; a diciotto e diciannove anni, nel corso di due viaggi a Berlino e a Vienna, ebbe proficui contatti con il mondo musicale delle due città e compose la «Grande fantasia», la «Krakowiak» e la «Polacca in fa minore». In questo periodo Chopin si innamorò di una sua coetanea, la cantante Costanzia Gladkowska: fu il primo episodio di una serie di vicende sentimentali, spesso infelici e contrastate, che segnarono la breve tormentata vita del musicista. Nel 1830 Chopin lasciò la Polonia per un giro di concerti e da allora non riuscì più a rientrare in patria. Infatti nello stesso anno scoppiò a Varsavia (la Polonia era sotto il dominio russo) un'insurrezione poi stroncata dalle truppe dello zar Nicola I e seguita da una pesante repressione che costrinse tanti patrioti polacchi a vivere in esilio.  Raggiunta Parigi nel 1831, ebbe un immediato e sfolgorante successo. Parigi era allora il centro dell'Europa culturale e Chopin, introdotto dal principe Radz'Nill, divenne ben presto l'uomo del giorno. I salotti aristocratici e intellettuali della città se lo contesero; Chopin strinse amicizia con personaggi del mondo dell'arte e della cultura, quali Balzac, Berlioz, Rossini e Liszt, che ebbe per lui un'amicizia che sconfinava con la venerazione più autentica. Risalgono a quegli anni fortunati alcune sue importanti composizioni: «Studi» (op. 10), «Scherzi », «Ballate», «Rondò», «Mazurke» (op. 24), «Notturni» (op. 27), <.Improvvisi», «Valzer» e «Polacche». Nel 1835 ebbe un ultimo incontro, in Germania, con i genitori. Considerato esule, Chopin non poteva, infatti, rientrare nella sua patria. Seguì, nello stesso anno, l'amore per la contessa Maria Wodzinska, una sua amica d'infanzia ritrovata dopo alcuni anni. Un altro amore, un'altra delusione: la richiesta di matrimonio di Chopin venne respinta dai genitori di Maria, a causa dello stato di salute del giovane genio: si erano già manifestati, infatti, i primi sintomi della tubercolosi che avrebbe portato Chopin alla tomba.Nel 1836 Chopin incontrò la donna più importante della sua vita, l'unica che seppe stargli vicino e comprenderlo: Geol Sand, scrittrice francese, dal temperamento bizzarro ed eccentrico. George Sand si comportò con Chopin a volte come una compagna, altre come una madre. Moralmente più volte, prese decisamente le redini della sua vita. Nel 1838 Chopin e George Sand si trasferirono nelle Isole Baleari, a Maiorca. Chopin, sempre in lotta con la sua salute sperava che il clima caldo e asciutto gli facesse bene. Ma non si trattò di un soggiorno fortunato: il convento abbandonato di Valdemosa, dove la strana coppia si era rifugiata, offri un ambiente triste e monotono e il clima non era dei migliori e Chopin dovette tornare a Parigi, ma quel soggiorno, nonostante le contrarietà, fu proficuo per la sua arte: compose infatti, i «Preludi». Per alcuni anni Chopin visse a Nohant, in un castello proprietà di George Sand. Fu un periodo di intensa creazione artistica, durante il quale compose altri «Notturni», «Ballate» e la «Berceuse». Ma ormai la vita di Chopin volgeva al termine. Dopo la rottura con la Sand, che in un romanzo, «Lucrezia Floriani », aveva descritto i suoi difficili rapporti con il compositore, anche le sue condizioni di salute peggiorarono rapidamente. Amareggiato da difficoltà economiche, assistito dalla sorella Luisa, Chopin si spense a Parigi il 17 ottobre 1849. Aveva trentanove anni. Le sue spoglie riposano in Francia, ma il suo cuore, per desiderio del compositore, venne portato a Varsavia, dove si trova, ancora oggi, nella chiesa di Santa Croce.

venerdì 15 ottobre 2021

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Buongiorno, oggi è il 15 ottobre.
Il 15 ottobre 1917 viene giustiziata da un plotone di esecuzione nei pressi di Parigi la celebre spia Mata Hari.
Margaretha Gertruida Zelle, meglio conosciuta come Mata Hari, è stata la regina di tutte le spie. Dotata di un fascino leggendario, sembra che nessun uomo sia mai riuscito a resisterle, in specie i numerosi ufficiali e uomini dell'esercito (sempre di altissimo rango), che ebbe modo di frequentare.
Processata e riconosciuta colpevole di doppiogiochismo per aver lavorato al servizio della Germania durante la prima guerra mondiale, è stata fucilata alle quattro del mattino nei pressi di Parigi il giorno 15 ottobre 1917.
Al momento della morte fu comunque a suo modo eroica, fredda e sprezzante del pericolo. Le cronache infatti riportano che poco prima della fatale esecuzione, rivolgesse baci ai soldati incaricati di spararle contro.
Nata il 7 agosto 1876 a Leeuwarden, nella Frisia olandese, Margaretha è dal 1895 al 1900 l'infelice moglie di un ufficiale che ha vent'anni più di lei. Trasferitasi a Parigi dopo il divorzio, comincia a esibirsi in un locale non certo raffinato e di classe come il Salon Kireevsky, proponendo danze dal sapore orientaleggiante, rievocanti un clima mistico e sacrale; il tutto condito con forti dosi di "spezie" dal forte sapore erotico. Ovviamente il mondo dell'epoca non poteva non accorgersi di lei. Infatti, in poco tempo diviene un "caso" e il suo nome comincia a circolare nei salotti più "pettegoli" della città. Intrapresa una tournè per saggiare il livello di popolarità, viene accolta trionfalmente ovunque si esibisca.
Per rendere più esotico e misterioso il suo personaggio cambia il suo nome in Mata Hari, che in lingua malese significa "occhio del giorno". Inoltre, se prima era il suo nome che circolava nei salotti, ora vi è invitata di persona così come, poco dopo, lo è nelle camere da letto di tutte le principali metropoli europee come Parigi, Milano e Berlino.
Ma la bella e intensa vita di Mata Hari subisce un brusco cambiamento con lo scoppio della prima guerra mondiale. Come ogni guerra che si rispetti, in gioco entrano non solo i soldati e le armi, ma anche strumenti più sottili come lo spionaggio e le trame segrete. Gli inglesi ad esempio sono coinvolti in grandi operazioni in Medio Oriente, i russi si infiltrano a Costantinopoli, gli italiani violano i segreti di Vienna, mentre sabotatori austriaci fanno saltare in porto le corazzate "Benedetto Brin" e "Leonardo da Vinci".
Ma ci vuole qualcosa di più dei cervelli che decifrano messaggi e delle spie che si appostano. Ci vuole un'arma seduttiva e subdola, qualcuno che sappia carpire i segreti più nascosti operando sul cuore vivo delle persone. Chi meglio di una donna dunque? E chi meglio ancora di Mata Hari, la donna per eccellenza, colei alla quale tutti gli uomini cadono ai piedi?
I tedeschi dispongono di Anne Marie Lesser, alias "Fraulein Doktor", nome in codice 1-4GW, la donna che con Mata Hari divide la ribalta dello Spionaggio, capace di sottrarre al Deuxième Boureau la lista degli agenti francesi nei paesi neutrali. La guerra segreta instilla il tormento dell'insicurezza, di un nemico che vede tutto. Fragile, ricattabile, affascinante, amante della bella vita, confidente di molti ufficiali poco inclini alla vita di caserma, Mata Hari è il personaggio ideale per un doppiogioco fra Francia e Germania, assoldata contemporaneamente dai due servizi segreti.
Ma se un agente "doppio" è arma ideale di informazione e disinformazione, della sua fedeltà non si può mai essere sicuri. In quel terribile 1917, che vede l'esercito francese minato dalle diserzioni sullo Chemin des Dames, Mata Hari diventa il "nemico interno" da eliminare. Poco importa discutere ancora se la Zelle fosse o no il famigerato agente H-21 di Berlino. Colpevole o meno di tradimento, il processo serve allo stato maggiore per rinsaldare il fronte interno, cancellando i dubbi sulla credibilità del servizio informazioni di Parigi. E salda i conti aperti dello spionaggio francese fin dal tempo del caso Dreyfus.
Per onore di cronaca, è giusto sottolineare che Mata Hari, durante le fasi del processo, si proclamò sempre innocente pur ammettendo in tribunale di aver frequentato le alcove di ufficiali di molti paesi stranieri.
Nel 2001, inoltre, il paese natale della leggendaria spia ha chiesto ufficialmente al governo francese la sua riabilitazione, nella convinzione che fu condannata senza prove.
Dalla sua vicenda è stato tratto un celeberrimo film con Greta Garbo.

mercoledì 6 ottobre 2021

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Buongiorno, oggi è il 6 ottobre.
Il 6 ottobre 1889 apre il Moulin Rouge a Parigi.
Il Moulin Rouge é il famoso cabaret parigino costruito nel 1889 da Joseph Oller (che possedeva già l'Olympia) e Charles Ziller, situato nel quartiere Pigalle, nel XVIII arrondissement, a pochi passi da Montmartre.
Il suo stile e il suo nome sono stati imitati dai cabarets di tutto il mondo.
Il Moulin Rouge, con le sue piume, strass e paillettes, é stato testimone di un'epoca folle, caratterizzata dalla spensieratezza e dalla leggerezza dopo gli orrori della guerra del 1870.
Soprannominato dai suoi creatori "le premier palais des femmes ", il cabaret diventò mondialmente conosciuto per il CanCan, lo sfrenato ballo che ha fatto salire alle stelle la reputazione del cabaret.
Tra le tante figure che, sotto pseudonimi più o meno stravaganti, hanno segnato la storia degli inizi del locale, da ricordare: la Goulue, Jeanne la Folle, la Môme Fromage, Nini Pattes en l'Air, Grille d'égoût, Sauterelle, Cléôpatre, Cascadienne, Cha-U-Kao, Pâquerette, Torpille, Galipette, Gavrochinette e anche un uomo Valentil le Désossé, un personaggio particolarissimo che si distingueva per le sue capacità acrobatiche.
Il successo del cabaret non si fece attendere e divenne ben presto uno dei simboli più emblematici della capitale francese, un vero e proprio tempio della musica e della danza.
Il Moulin Rouge é stato stupendamente rappresentato dalle opere di uno dei suoi più affezionati clienti: il pittore Toulouse-Lautrec che ha immortalato quest'epoca di fasto e divertimento.
Tra tutte le sue opere, diciassette sono direttamente ispirate al Moulin Rouge.
Durante gli inizi del XX secolo, il suo repertorio si trasformò parzialmente lasciando grande spazio all'operetta e aprendo la strada verso il successo a Mistinguett, oggi riconosciuta a giudizio unanime come la più famosa vedette del locale parigino. Con la diffusione del cinema, verso la fine degli anni Trenta, la fama del Moulin Rouge, sembrò offuscarsi, ma si trattò solo di un periodo transitorio. Già nel secondo dopoguerra, gli astri nascenti della canzone francese Edith Piaf e Yves Montand concorsero ad accrescere nuovamente la notorietà di questo luogo che è ormai entrato nella sfera del mito.
Ancora oggi il Moulin Rouge è rimasto un'attrazione per molti turisti grazie alla sempre ricca offerta di spettacoli di intrattenimento e danza.


mercoledì 25 agosto 2021

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Buongiorno, oggi è il 25 agosto.
Il 25 agosto 1944 Parigi viene liberata dall'occupazione nazista, ad opera delle truppe alleate.
Spinta dall’avanzata delle truppe alleate dopo gli sbarchi in Normandia del 6 giugno e in Provenza del 15 agosto 1944, la popolazione parigina si solleva. Sulla scia dei movimenti iniziati dagli agenti della metropolitana, dai gendarmi, dai poliziotti e dai lavoratori delle poste, il 18 agosto scoppia uno sciopero generale. Vengono innalzate delle barricate, scoppiano dei violenti scontri, la Resistenza interna combatte contro i 20.000 tedeschi presenti nella capitale.
Il 25 agosto, la 2° Divisione blindata del Generale francese Leclerc e le truppe alleate entrano in città.
Contravvenendo all'ordine diretto di Hitler per una resistenza ad oltranza e nell'eventuale distruzione della città in caso di abbandono, il General der Infanterie Dietrich von Choltitz si arrese dopo un breve scontro con gli alleati. Gli ordini di Hitler erano la distruzione dei ponti e monumenti di Parigi, la feroce soppressione di qualsiasi resistenza da parte della popolazione, fino all'ultimo uomo. L'obbiettivo era di creare una seconda "Stalingrado" sul fronte occidentale e immobilizzare così diverse divisioni alleate. Ma il generale Von Choltitz non mostrò alcuna volontà di attuarli. La guarnigione tedesca infatti costituiva di soli 20.000 uomini, era scarsamente attrezzata, ed era un miscuglio eterogeneo di vari tipi di unità (ad esempio unità amministrative) dal basso valore di combattimento; gli 80 carri armati a disposizione (alcuni risalenti all'estate 1940) come ad esempio il Renault FT-17 (con l'intenzione di utilizzarli a Parigi nel combattimento urbano che avrebbe dovuto avere luogo contro gli Americani) erano per l'epoca assolutamente obsoleti, così come diversi pezzi di artiglieria. Per la prima volta dal 1940, la bandiera tricolore viene issata in cima alla Torre Eiffel. Nel pomeriggio, il Generale von Choltitz firma la resa degli occupanti mentre il Generale de Gaulle arriva a Parigi e stabilisce nel Ministero della Guerra la sede del Governo provvisorio della Repubblica francese. Alle 19,00, dal balcone dell’Hôtel de Ville, pronuncia il suo celebre discorso: “Parigi oltraggiata! Parigi martirizzata! Ma Parigi liberata!”.
Nonostante gli scontri che si susseguirono ancora per qualche giorno, il 26 agosto, i parigini assistettero in festa alla sfilata lungo gli Champs-Élysées da parte del Generale de Gaulle e degli eserciti di liberazione.

domenica 20 giugno 2021

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Buongiorno, oggi è il 20 giugno.
Il 20 giugno 1946 apre a Parigi il locale "Lido".
D'origine italiana, i fratelli Jean e Joseph Clerico, ripresero nel 1946 "La plage de Paris": un locale situato sugli Champs-Élysées, molto frequentato durante il periodo della Belle époque e la cui decorazione si ispirava a Venezia e alla sua celebre spiaggia del Lido.
I fratelli Clerico trasformarono completamente il locale per farne un cabaret, unico al mondo, la cui inaugurazione avvenne il 20 giugno del 1946 con uno spettacolo intitolato "sans rimes ni raison".
Con la collaborazione di Pierre-Louis Guérine e poi di Renée Fraday e Miss Bluebell (Margaret Kelly), il Lido inventò la formula "cena-spettacolo" che sarà copiata in tutto il mondo.
Tra i tanti personaggi famosi che vi si sono esibiti ricordiamo Stanlio e Olio, le Sorelle Kessler e Shirley MacLaine. Nel 1977, il cabaret, vittima del suo successo, dovette ingrandirsi.
Il prestigioso locale parigino si stabilì, sempre sugli Champs-Élysées, nell'edificio Normandie su una superficie di più di 6 000 m² di superficie.
Una sala panoramica che accoglie circa 1150 posti, é stata realizzata dagli architetti italiani Giorgio Vecchia e Franco Bartoccini.
Il Lido presenta oggi un'immensa sala di 2000 m2 dalla visibilità perfetta e una decorazione sontuosa che sa trasmettere una sensazione di grandiosità ed eleganza.
Uno spettacolo al Lido significa 42 Bluebell Girls e 16 Lido Boys che si muovono sul palcoscenico e nelle quinte, 24 vestiariste che facilitano i 20/30 cambi di costume alcuni dei quali si effettuano in meno di un minuto...
Significa anche 12 sarte che si occupano dei 600 costumi e 30 tecnici che si affaccendano ogni giorno, senza dimenticare la regia che dalla sua cabina sorveglia sia la sala che il palcoscenico per intervenire in qualsiasi momento.

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