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mercoledì 8 aprile 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
L'8 aprile 1915 nasce a Bologna Irma Bandiera, di famiglia benestante.
Donna bellissima, durante la resistenza si unì alla settima brigata Gap di Bologna, diventando l'unità di collegamento. Il suo compito era quello di portare messaggi tra i vari gruppi di partigiani. Un lavoro duro, quello delle staffette dell'epoca. Chilometri e chilometri tra sentieri impervi di montagna per fornire informazioni essenziali.
Nell'agosto del 44 fu catturata dai nazifascisti mentre tornava a casa dopo aver consegnato delle armi alla base di Castelmaggiore. Aveva con sè documenti importanti, che parlavano di offensive partigiane.
Fu torturata per un'intera settimana, nel tentativo di farle sputare i nomi dei suoi compagni. Lei seppe resistere e non disse mai nulla. Il 14 agosto fu portata al Meloncello, vicino alla casa dei suoi genitori. Le dissero che se non parlava non li avrebbe rivisti mai più. Lei ancora si rifiutò, nonostante altre torture. Alla fine la fucilarono lì, in strada, e lasciarono il suo corpo esposto per un giorno intero, come monito per gli altri.
Insignita della medaglia d'oro al valor militare, a lei sono state dedicate vie in molte città dell'Emilia Romagna. A Bologna, via Irma Bandiera parte dal luogo in cui fu trucidata, e vi è stata eretta una lapide che la ricorda con queste parole: "il tuo ideale seppe vincere le torture e la morte. La libertà e la giovinezza offristi per la vita e il riscatto del popolo e dell'Italia. Solo l'immenso orgoglio attenua il fiero dolore dei compagni di lotta. Quanti ti conobbero e amarono nel luogo del tuo sacrificio a perenne ricordo posero".
mercoledì 30 aprile 2025
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 30 aprile.
Il 30 aprile 1945 la battaglia di Monte Casale segnò l'ultimo combattimento vero e proprio sul suolo italiano nella Seconda Guerra Mondiale.
La colonna di mezzi corazzati del 68° Rgt. Fanteria " Legnano " quel mattino del 30 Aprile transitava sulla Verona-Brescia all'altezza di Ponti sul Mincio, ignara di una minaccia che si sarebbe manifestata di lì a poco, nella festa generale di paesi liberati e nel tripudio di tricolori.
All’inizio della colonna si trovava la 104° Compagnia del IX Reparto d’Assalto seguita dalla 4° e l’8°; una volta raggiunta Peschiera, nelle ore più calde che precedono il pranzo, gli Arditi furono circondati da una folla festante per effetto della liberazione. L’emozione di trovarsi li e vedere gli Italiani di nuovo liberi dall’oppressione Nazista fu interrotta da un capitano del II Corpo d’Armata il quale chiedeva al comandante della compagnia Arditi di intervenire proprio nella zona di Ponti sul Mincio per attaccare un reparto tedesco posizionato su Monte Casale che colpiva dal monte tutti i mezzi in transito su quella rotabile.
Il comandante della compagnia si trovò a decidere nel bel mezzo della festa se continuare con gli ordini avuti in precedenza e quindi raggiungere Brescia o andare in aiuto dei partigiani della “Avesani” che già dalla mattina stavano impegnando i Tedeschi nel combattimento.
Il comandante osservava gli Arditi e rifletteva, scorrevano nella sua mente le immagini dei combattimenti fatti fino a quel momento e del sangue versato, ed ora che tutto sembrava finito ancora una volta occorreva entrare in contatto con il nemico.
La decisione fu presa, erano Italiani, erano Arditi e partirono in aiuto dei partigiani.
Il Capitano Americano guidò gli Arditi fino al contatto con il comandante “Bruto” della formazione partigiana “Avesani”. Qui studiò il terreno e osservò che nei combattimenti della mattina avevano perso già due uomini e circa ottanta tedeschi erano arroccati su quella piccola collina denominata monte Casale in onore della Brigata “Casale” che qui si scontrò durante la Prima Guerra d’Indipendenza.
I reparti tedeschi appartenevano alle SS ed alla Flak ed erano decisi a non mollare, senza paura, senza speranza, si erano arroccati all’interno di strutture militari costruite in precedenza, forse per una postazione di contraerea.
Gli arditi cercarono di indebolire le difese con l’intervento di mortai da 3 pollici e cannoni da 57-50 mentre fendevano la linea dell’orizzonte con mitragliatrici da 12,7; subito dopo partirono all’assalto.
Alle 13:30 si mossero frontalmente al nemico mentre i partigiani iniziavano la loro azione sulla destra.
La forza d’attacco degli Arditi era di 30 uomini, compresi i volontari arrivati dai plotoni mortai, plotoni cannoni e dai piloti dei carri; questi erano gli Arditi della Guerra di Liberazione, questi i ragazzi della Legnano, questi gli attori del Secondo Risorgimento Italiano.
Nelle sue memorie, il comandante di quel plotone riporta l’emozione di vedere tutti quei volontari andare incontro alla possibile morte.
Superarono di corsa il prato, che separava la strada dalla collina e si ritrovarono, all’inizio della salita e del bosco con un solo ferito, ed iniziarono a strisciare nel sottobosco.
I tedeschi risposero, facendo fuoco con tutto quello che avevano, martellando la pianura e la base della collina, erano difficili da individuare, perfettamente mimetizzati all’interno del bosco, dentro buche e camminamenti.
Incontrarono e superarono anche un reticolato, posto alla base della collina, lo fecero passandoci sotto, non curanti delle punte aguzze ed arrugginite; l’unico ardito che tentò di saltarlo fu falciato dalle mitragliatrici, era l’ardito Marcon, un volontario del plotone cannoni forse poco esperto.. ma non meno coraggioso.
Gli Arditi partirono all’attacco e per tre ore entrarono nelle buche, e nei camminamenti conquistando postazioni di mitragliatrici e mortai; i combattimenti sono corpo a corpo, mentre a Peschiera e Brescia si festeggia con in mano le bottiglie di vino, gli Arditi hanno in mano i pugnali insanguinati ed infieriscono sulla carne del nemico, per poi ricordarlo negli incubi fino all’ultima delle loro notti.
Lanciano le bombe a mano e si gettano nei cunicoli quando ancora il fumo rende l’aria irrespirabile e finiscono gli avversari in abbracci mortali, mentre a pochi chilometri gli abbracci sono di gioia tra donne e soldati.
Gli Arditi urlano, muoiono, chiedono soccorso, le grida in italiano e tedesco rompono la pace di quel sottobosco, nella calura di un pomeriggio di primavera.
Con il coraggio e con tutto quanto li faceva essere Arditi e quindi migliori, ebbero alla fine la meglio sugli avversari che man mano si arrendevano, alzando le mani al cielo tra i raggi di sole che filtravano tra le fronde dei rami di quella collina finalmente conquistata.
L’aspetto del nemico era fiero e disperato allo stesso momento, tutto gli stava crollando intorno, tutte le certezze di un regime che li aveva illusi adesso non c’erano più e l’unica certezza erano i propri cari, il rifugio dell’uomo quando si scopre solo e vinto.
Il comandante delle SS fu ferito alla 16:30, era un tenente, dal volto fiero e provato dalla fatica, con lui si arresero tutti gli altri e la pace tornò su quella collina forse mentre un soldato ed una ragazza si davano il primo bacio sul lungo lago di Peschiera, conquistati dal troppo vino o dalla troppa voglia di ricominciare a vivere.
Per gli Arditi di Monte Casale, quel tempo doveva ancora venire, poggiate le armi in terra era il momento di raccogliere i caduti e soccorrere i feriti.
Alla sommità della collina c’era un piccola casetta, fu il teatro principale degli scontri, qui raccolsero i caduti trovati nel bosco, per poi riportarli a valle con l’aiuto di tutti.
Tra di loro anche un Americano, la sua guerra, che poteva essere finita nella gioia di Peschiera, aveva avuto un ultimo sussulto nella voglia di seguire gli Arditi, perché all’amicizia non si comanda e Richard Albert Carlson partì all’assalto come gli altri della squadra del Serg. Mag. Serpentini per poi lasciare la sua giovane vita su quella collina accanto ai suoi amici italiani.
Tra tutti li colpisce l'Ardito Benedetti, il suo corpo è l’inno degli Arditi, ma anche un tonfo per i cuori più provati.
Lo sentirono gridare a voce alta durante i combattimenti: «Viva l’Italia! » e lo videro saltare in una trincea col pugnale in mano.
Perso di vista lo ritrovarono nella trincea abbracciato ad un tedesco entrambi con un pugnale nel cuore.
I caduti in totale saranno sei mentre i feriti quattro.
Tornati sulla strada, inviarono i feriti all’ospedale, misero i caduti sul carro di testa, per rendere gli onori, e salirono insieme ai nemici sui carri di coda, in colonna, tutti insieme; in quell’assurdo susseguirsi di scene che fanno della fine di ogni battaglia il racconto del rispetto tra vincitori e vinti, che durerà fino all’ultimo dei loro giorni.
venerdì 28 marzo 2025
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 28 marzo.
Il 28 marzo 1945 la partigiana Ines Bedeschi viene fucilata.
Figura molto nota nella Resistenza. Nata a Conselice il 31 agosto 1914 da una famiglia contadina, essa stessa colona. Sin dall'8 settembre 1943 aveva preso parte alla Guerra di liberazione nelle file della Resistenza emiliana. Nell'aprile del 1944, quando a Bologna si costituì il Comando unificato militare Emilia Romagna (CUMER), Ines Bedeschi, con il nome di “Bruna”, ne divenne una delle più valorose staffette. Imponendosi per intelligenza e audacia, Bruna portò a termine, sin quasi alla Liberazione, numerosi e delicati incarichi di fiducia. Dalla sua casa, uno dei tanti centri di ritrovo dei partigiani e dei loro comandi, usciva ogni giorno per adempiere al suo compito di staffetta, pedalando sulla sua bicicletta da Conselice a Ravenna, Rimini, Forlì, Bologna, portando alla tipografia clandestina il materiale da stampare, le notizie e le circolari nelle varie zone. Dopo aver corso tutto il giorno in mezzo a mille pericoli, volle imparare a scrivere a macchina e dedicò da allora lunghe ore della sera a battere a macchina relazioni e circolari.
Quando poi, fortemente sospettata e controllata, dovette allentare il suo lavoro di staffetta, ne soffrì enormemente e, per ragioni cospirative, fu deciso di trasferirla nel parmense. Qui continuò la sua lotta fino a quando, il 23 febbraio 1945, nella sua ultima missione, ad un solo mese dalla Liberazione, in quella che fu chiamata la giornata dell’Apocalisse, fu arrestata insieme a Gavino Cherchi e Alceste Benoldi dai nazifascisti inferociti per l’imminente disfatta. Per più di un mese fu sottoposta alla più indicibili torture. Ripeteva ai compagni quando la riportavano in cella stremata e disfatta dopo ogni interrogatorio: “Non ho parlato e non parlerò”. Così sino all’alba del 28 marzo 1945, quando i suoi aguzzini la fucilarono insieme ai suoi due compagni sulle rive del Po, in località Mezzano Rondani. I loro corpi furono gettati nel fiume e non furono mai ritrovati. Del loro eroico sacrificio resta un cippo commemorativo eretto dal Comune di Colorno presso il ponte sul fiume Po in località Mezzano Rondani.
Gianni Giadresco, nel suo libro “Guerra in Romagna 1943-1945”, espone i dati dell’impegno delle donne nella guerra di liberazione: 75.200 partigiane combattenti e collaboratrici della Resistenza, 623 cadute o fucilate, 2.750 deportate nei lager di sterminio, quasi 5.000 arrestate e torturate.
La vicenda di Ines Bedeschi e delle altre staffette partigiane attive in questa zona ispirarono il regista Giuliano Montaldo nella realizzazione del suo film "L'Agnese va a morire" (1976, sceneggiatura di Renata Viganò, tratta dal suo romanzo dal titolo omonimo). La instancabile attività di diffusione degli opuscoli stampati clandestinamente proprio a Conselice dalla stampante a ciclostile nascosta nel paese e oggi celebrata in un monumento, consolidò l'attività di lotta partigiana che qui era basata sulla appartenenza politica comunista.
A Conselice è visibile in Corso Garibaldi una lapide a lei dedicata il cui testo è stato redatto da Renata Viganò.
31 AGOSTO 1914 – 28 MARZO 1945
INES BEDESCHI ERA NEL FIORE DELLA VITA
E TUTTA INTERA VOLEVA VIVERLA
INVECE LA DETTE DA PARTIGIANA
AD OGNI COSA PIU’ CARA RINUNCIO’ CHE NON FOSSE LA LOTTA
DALLE SUE VALLI E MONTI DI ROMAGNA
ANDO’ DOVE ERA MAGGIORE IL BISOGNO
LA PRESERO I NAZISTI FEROCI E SPAVENTATI
LA TORTURA NON STRAPPO’ DALLA SUA BOCCA ROTTA
NEPPURE UN NOME DI COMPAGNO
INFURIATI I TEDESCHI LA PORTARONO SULLA RIVA DEL PO
MA ANCHE IN UN GIORNO DI PRIMAVERA CHE ERA FATICA MORIRE
INES BEDESCHI NON SENTI’ LA VOGLIA
DI SALVARSI COL TRADIMENTO
RENATA VIGANO’
Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria con la seguente motivazione:
"Spinta da ardente amor di Patria, entrava all'armistizio nelle formazioni partigiane operanti nella sua zona, subito distinguendosi per elevato spirito e intelligente iniziativa. Assunti i compiti di staffetta, portava a termine le delicate missioni affidatele incurante dei rischi e pericoli cui andava incontro e dell'assidua sorveglianza del nemico. Scoperta, arrestata e barbaramente torturata, preferiva il supremo sacrificio anziché tradire i suoi compagni di lotta."
sabato 5 ottobre 2024
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Bruno Tosarelli, da Pietro e Dina Dallavalle; nato l'11 dicembre 1912 a Castenaso. Meccanico.
Membro dell'organizzazione comunista bolognese attiva nel 1930 (centinaia furono gli arrestati), accusato di ricostituzione del PCI e propaganda sovversiva, con sentenza del 30 giugno 1931 fu prosciolto per non luogo a procedere.
Espatriò clandestinamente nel gennaio 1937 per raggiungere la Spagna. Appartenne alla brigata Garibaldi. Ebbe il grado di tenente. Fu ferito due volte, a Farlete e sull'Ebro.
Lasciò la Spagna nel febbraio 1939. Venne internato nei campi di concentramento francesi di Saint-Cyprien, di Gurs e di Vernet-d'Ariège. Nelle organizzazioni del campo svolse intensa attività politica.
Arrestato in Francia nell'aprile 1941 e tradotto in Italia venne rinviato al Tribunale speciale senza emissione di sentenza istruttoria e condannato, il 13 giugno, a 15 anni di carcere per l'attività politica svolta a Bologna fino al 1937.
Liberato nel luglio 1943, partecipò alla riorganizzazione del PCI.
Dopo l'armistizio contribuì alla formazione delle organizzazioni gappiste e sappiste. Fu commissario della 63a brigata Bolero Garibaldi prima, e comandante del 6° raggruppamento sappisti poi.
Organizzò e partecipò a numerose e rischiose azione contro i nazifascisti. Di ritorno da una riunione di comandanti in Bologna, il 5 ottobre 1944, riconosciuto da militi fascisti mentre attraversava il centro della città, venne circondato e barbaramente trucidato sul posto.
È stato decorato di medaglia d'oro con questa motivazione: "Apostolo della propria idea, già valoroso combattente garibaldino in terra straniera, organizzava i primi nuclei partigiani per la lotta contro l'oppressore della Patria. Commissario politico di una Brigata combatteva vittoriosamente a Monte Vignola, Monte San Pietro, Monte Capra. Comandante della 6" zona della città di Bologna, faceva sempre ovunque rifulgere le sue belle virtù di uomo di azione, di organizzazione e di trascinatore. Arrestato e seviziato trovava nella morte la liberazione dal martirio che aveva fatto scempio del suo corpo. Fulgido esempio di fede e di eroismo.
Bologna 9 settembre 1943 - 5 ottobre 1944"
Riconosciuto partigiano dal 9 settembre 1943 al 5 ottobre 1944.
A suo nome è stata intitolata una strada di Bologna e la via principale di Castenaso.
mercoledì 17 aprile 2024
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 17 aprile 1944 Berceto, in Toscana, fu teatro di una tragica strage nazifascista.
Gli abitanti della piccola frazione di Berceto, nell’aprile 1944, aspettavano come tanti Italiani la fine della guerra, che ormai andava avanti da quasi quattro anni: dopo lo sbarco alleato in Sicilia, anche la penisola era teatro di scontri e battaglie furiose tra gli Anglo-Americani in risalita e le forze tedesche della Wermacht, con le truppe della Repubblica Sociale Italiana, che tentavano una strenua resistenza. Sfondata la Linea Gustav, l’avanzata degli Alleati raggiunse il 6 giugno 1944 (lo stesso giorno dello sbarco in Normandia) la città di Roma e, nell’agosto seguente, Firenze. A questo punto, le truppe alleate vennero bloccate dalla nuova linea difensiva, la Gotica, che correva dalla Versilia, si snodava lungo la Valle della Garfagnana, per raggiungere il settore adriatico tra Rimini e Forlì. Anche le forze partigiane, nelle retrovie, cominciarono ad intensificare gli attacchi e gli agguati agli avamposti tedeschi e italiani più isolati, spesso causando, come unico risultato, feroci rappresaglie che colpivano la popolazione civile. Come se non bastasse, dal cielo piovevano tonnellate e tonnellate di bombe sganciate dai bombardieri inglesi e americani. Un triste destino colpì anche Berceto, piccolo agglomerato del Comune di Rufina, alle porte di Firenze.
Il 16 aprile 1944, un gruppo di quattro partigiani scese verso le abitazioni cercando un riparo per la notte, trovandolo presso alcune case di contadini: per evitare eventuali rappresaglie, visti i movimenti delle truppe tedesche nelle vallate circostanti, i quattro rassicurarono le famiglie che li ospitavano che sarebbero ripartiti l’indomani mattina, alle prime luci dell’alba. Venne il giorno dopo e i partigiani indugiarono a partire, fino a mattina inoltrata: improvvisamente, un reparto tedesco fece irruzione nell’abitazione, catturando subito due dei partigiani presenti, mentre i rimanenti fuggirono; fu poi appurato che i due che riuscirono ad allontanarsi erano due informatori delle autorità tedesche. A questo punto, dopo aver fucilato i due ricercati, le truppe tedesche si rivalsero su quei civili che avevano dato ospitalità e riparo ai due partigiani: nella rappresaglia che ne seguì, vennero uccise nove persone (cinque donne, due bambine di pochi anni e due anziani): Alessandro e Isola Ebicci, di 78 anni e 49 anni; Fabio e Iolanda Soldeti, di 81 anni e 19 anni; Giulia Vangelisti, di 46 anni, e le sue quattro figlie, Bruna (23 anni), Angelina (22 anni), Anna Maria (3 anni) e Iole (9 anni), unitamente ai due partigiani, Gugliemo Tesi e Mauro Chiti. Come segno di riconoscenza per il tributo di sangue offerto dalla piccola Berceto, è stata conferita la Medaglia di Bronzo al Merito Civile alla frazione: “Nel corso del secondo conflitto mondiale, la popolazione della cittadina toscana, animata da fiera ostilità nei confronti del regime fascista, per aver favorito la lotta partigiana, venne fatta oggetto di una feroce rappresaglia. La Frazione di Berceto fu teatro di una atroce strage, nella quale furono uccisi undici civili, fra cui donne, bambini ed anziani. Nobile esempio di sacrificio ed amor patrio. Berceto, Frazione di Rufina, Firenze, 17 aprile 1944”.
martedì 1 agosto 2023
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il primo agosto 1912 nasce a Calcara di Crespellano, provincia di Bologna, Gabriella degli Esposti.
Originaria di una famiglia contadina di idee socialiste, dopo l'8 settembre del 1943 Gabriella - assieme al marito Bruno Reverberi, cascinaio comunista di cui condivideva le idee - aveva trasformato la propria casa in una base della Quarta Zona della Resistenza. La giovane donna aveva anche partecipato ad azioni di sabotaggio e, soprattutto, si era molto impegnata (benché avesse due bambine piccole e fosse in attesa di un terzo figlio), nell'organizzazione dei primi "Gruppi di Difesa della Donna". Fu proprio grazie all'opera di convincimento dei GDD che, nelle giornate del 13 e del 29 luglio del 1944, centinaia di donne scesero in piazza a Castelfranco Emilia per protestare contro la scarsità di alimenti e per manifestare contro la guerra. In quelle occasioni, essendo Gabriella a capo delle manifestazioni, fu minacciata di morte dall'impiegato comunale fascista Reggiani. Per contrastare l'irrobustirsi delle organizzazioni della Resistenza nella zona, nel dicembre del '44 i fascisti locali, in accordo con i tedeschi, sfruttarono le indicazioni di alcuni delatori e, avvalendosi dell'intervento diretto delle SS, attuarono un grande rastrellamento. Nel primo pomeriggio del 13 dicembre, Gabriella Degli Esposti è catturata, nella sua stessa casa, da un gruppo di SS comandato dall'ufficiale Schiffmann. Benché incinta, viene prima picchiata sotto gli occhi di Savina (una delle due figlie), poi è minacciata di morte perché non dice dove si trova il marito (uno tra i primi organizzatori del movimento partigiano locale), quindi viene portata via. Il giorno successivo, il 14 dicembre, quattro gruppi di SS, agendo contemporaneamente nelle campagne circostanti e nel paese, arrestano una settantina di persone. I rastrellati sono trasportati nella casa di Enea Boni, in località Corona di Castelfranco. Le SS sono collegate telefonicamente con l'Ostkommandatur di Castelfranco, che si è installato in casa Monti, in via Emilia Ovest. Da casa Boni a casa Monti i tedeschi trasmettono le generalità dei fermati, che spie fasciste si premurano di identificare se considerati antifascisti. Sono questi che vengono trasferiti nei locali dell'"Ammasso canapa" di Castelfranco Emilia. Per alcuni giorni i prigionieri sono sottoposti a stringenti interrogatori e a torture. Il 17 dicembre, Gabriella Degli Esposti e nove suoi compagni di martirio sono trasportati sul greto del Panaro a San Cesario e uccisi (i corpi di altri due vennero trovati in un'altra località). Prima di essere fucilata, Gabriella era stata seviziata orrendamente. Il suo cadavere viene ritrovato privo degli occhi, con il ventre squarciato e i seni tagliati. Il supplizio di Gabriella, che è stata proclamata Eroina della Resistenza, induce molte donne della zona a raggiungere i partigiani. È così che si costituisce il distaccamento femminile "Gabriella Degli Esposti", forse l'unica formazione partigiana formata esclusivamente da donne.
La motivazione della Medaglia d'oro concessa a Gabriella Degli Esposti Reverberi dice: "Due tenere figliolette, l'attesa di una terza, non le impedirono di dedicarsi con tutto lo slancio della sua bella anima alla guerra di liberazione. In quindici mesi di lotta senza quartiere si dimostrava instancabile ed audacissima combattente, facendo della sua casa una base avanzata delle formazioni partigiane, eseguendo personalmente numerosi atti di sabotaggio e contribuendo alacremente alla diffusione della stampa clandestina. Accortasi di un rastrellamento, riusciva ad allontanare gli sgherri dalla propria casa per breve tempo e, incurante della propria salvezza, metteva al sicuro le figliole ed occultava armi e documenti compromettenti. Catturata, fu sottoposta alle torture più atroci per indurla a parlare, le furono strappati i seni e cavati gli occhi, ma ella resistette imperterrita allo strazio atroce senza dir motto. Dopo dura prigionia, con le carni straziate, ma non piegata nello spirito fiero, dopo aver assistito all'esecuzione di dieci suoi compagni, affrontava il plotone di esecuzione con il sorriso sulle labbra e cadeva invocando un'ultima volta l'Italia adorata. Leggendaria figura di eroina e di martire."
Il 22 aprile 2006, sul greto del Panaro, in località Ca'nova di San Cesario - dove furono ritrovati i corpi di Gabriella Degli Esposti e dei suoi compagni di lotta e di martirio - è stato inaugurato un monumento, realizzato con una pietra tipica della zona dai ragazzi dell'Istituto "Pacinotti" di San Cesario sul Panaro.
I giornalisti tedeschi Udo Guempel e René Althammer hanno realizzato un filmato dedicato alla ricerca dei colpevoli dell'uccisione di Gabriella.
giovedì 6 luglio 2023
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Nella notte tra il 6 e il 7 luglio ebbe luogo quello che venne poi ricordato come l'eccidio di Schio.
Nella notte tra il 6 e il 7 luglio 1945 un gruppo di ex partigiani «garibaldini» (cioè delle formazioni legate al Partito comunista) fece irruzione nel carcere di Schio, in provincia di Vicenza, uccidendo 54 persone e ferendone altre. Si trattò, per il numero delle vittime e per il fatto che l' episodio si verificava ormai a una certa distanza dalla Liberazione, del più grave caso di violenza partigiana avvenuto nel nostro Paese. Nonostante ciò l'eccidio di Schio è stato oggetto di una lunga rimozione. Inizialmente il Partito comunista (che non aveva dirette responsabilità nell'eccidio) sostenne che a compiere quell'atto erano stati dei «trotzkisti», poi - dopo che gli alleati avevano arrestato e condannato alcuni dei responsabili - ne prese le difese in quanto «valorosi combattenti della libertà». In generale, la particolare posizione delle vittime, accusate di essere dei «criminali fascisti», è stata spesso impiegata per sminuire la gravità del fatto. In realtà, nella maggior parte dei casi, la principale colpa degli uomini e delle donne uccisi a Schio consisteva nell'essere stati fascisti o nell'avere aderito alla Repubblica sociale, senza che vi fosse un'accusa per crimini specifici. Tra le vittime c'era anche qualche giovane donna arrestata soltanto per costringere in tal modo il padre, il marito o il fidanzato a consegnarsi. Era stato proprio il timore che, su pressione delle autorità alleate, i detenuti potessero venire presto rilasciati per mancanza di prove ciò che aveva indotto un gruppo di partigiani a organizzare quell'omicidio di massa. In precedenza la stampa resistenziale aveva spesso insistito sulla legittimità di una violenza purificatrice, sulla necessità di una epurazione «radicale e spietata» del fascismo e dei fascisti. Molti partigiani potevano esserne stati indotti, finita la guerra, a farsi giustizia da sé, considerandosi come gli esecutori di una sorta di mandato popolare. In effetti l'opinione che l'eccidio fosse in qualche modo giustificato perché le vittime erano (o erano ritenute) fasciste è sopravvissuta per anni, dividendo profondamente gli abitanti di Schio, detentori di due memorie inconciliabili. Solo nel 1994, dopo una lunga battaglia, le famiglie delle vittime poterono ottenere che la tragedia fosse ricordata da una lapide, superando l'opposizione di Rifondazione comunista e di una parte dell'allora Partito democratico della sinistra. Ma nel testo della lapide, frutto di mediazioni e aggiustamenti, non si diceva chi fossero stati gli autori dell'eccidio, addebitato a una non meglio specificata «barbarie» che aveva «preteso di fare così giustizia». Ancora oggi ignoriamo aspetti importanti degli avvenimenti occorsi in quella notte: si pensi che, anche nel voluminoso libro di Claudio Pavone sulla Resistenza, dell'eccidio di Schio non si trova menzione.
Il governo militare alleato affidò le indagini agli investigatori John Valentino e Therton Snyder. In due mesi di indagini questi identificarono quindici dei presunti autori della strage, otto di questi ripararono in Jugoslavia prima dell’arresto, sette vennero arrestati. Il processo istituito dalle autorità militari alleate si svolse nell’autunno del 1945. La Corte militare alleata, presieduta dal colonnello americano Beherens, assolse due degli imputati presenti e condannò gli altri cinque, tre di essi furono condannati a morte, due furono condannati all’ergastolo, altri tre imputati furono condannati in contumacia a ventiquattro e a dodici anni di reclusione (le condanne a morte verranno commutate nel carcere a vita dal capo del governo militare alleato, il contrammiraglio Ellery Stone).
Altri autori dell’eccidio furono individuati successivamente e fu istruito un secondo processo, condotto da una corte italiana. Il secondo processo si tenne a Milano, la sentenza fu emessa dalla Corte d’Assise di Milano, il 13 novembre del 1952, con otto condanne all’ergastolo.
Tuttavia uno solo sarà presente, gli altri sette erano fuggiti nei paesi dell’est dove trovarono protezione.
Nel 1956, undici anni dopo l’Eccidio, si tenne a Vicenza un terzo processo. Erano da accertare due fatti, le eventuali responsabilità del ritardo a dare esecuzione all’ordine di scarcerazione di una parte dei detenuti, emesso a Vicenza e trasmesso per competenza a Schio, ma non eseguito, e l’individuazione della catena gerarchica da cui era partito l’ordine di eseguire la strage.
Si trattava di individuare eventuali responsabilità nel ritardo dell’esecuzione dell’ordine di scarcerazione, ritardo costato la vita a varie persone, e individuare i mandanti della strage.
Erano imputati Pietro Bolognesi, segretario comunale e Gastone Sterchele, ex vicecomandante della Martiri della Val Leogra.
Sterchele fu assolto con formula piena, Bolognesi per insufficienza di prove; in appello fu anch’egli assolto per non aver commesso il fatto.
L’identità dei mandanti della strage risulta tuttora ignota. L’eccidio di Schio rimane uno dei misteri d’Italia.
lunedì 7 novembre 2022
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 7 novembre 1944 viene combattuta a Bologna tra partigiani e nazisti la "Battaglia di Porta Lame".
Dai primi di ottobre vari gruppi di gappisti e una parte dei partigiani operanti in provincia sono concentrati, in vista dell'insurrezione ritenuta imminente, nei sotterranei dell'Ospedale Maggiore distrutto dai bombardamenti aerei (circa 230 uomini della 7a GAP, dei distaccamenti di Castenaso, Castelmaggiore e Anzola Emilia e di una squadra SAP), in un caseggiato di cui fa parte il vecchio lavatoio e in uno stabile di vicolo del Macello (75 partigiani della 62a e 66a Brigata Garibaldi e del distaccamento di Medicina). Sono dotati di mitra, mitragliatrici pesanti e leggere e un gran numero di munizioni frutto dell'assalto a un treno militare. Possiedono anche alcune automobili e un camion, nascosti sotto l'ex Ospedale. All'alba del 7 novembre i tedeschi scoprono casualmente la base di via del Macello e iniziano una dura battaglia con l'ausilio di cannoni e di un carro armato Tiger, richiamato dal vicino fronte (Il 14° Corpo d'armata corazzato tedesco è di stanza nella zona di Sala Bolognese). Accanto a loro sono impiegati come incursori gli agenti del Reparto d'assalto della polizia (RAP). Si spara da tutti gli edifici compresi nell'area tra il macello, il dopolavoro della Manifattura Tabacchi, le scuole Fioravanti, il panificio comunale. I partigiani riescono a superare l'accerchiamento, scappando attraverso il canale Navile con l'aiuto di fumogeni, e si allontanano verso altre basi del quartiere Bolognina, portando a spalla anche i feriti. Alle 18,45 entrano in azione a sorpresa i combattenti in attesa tra le rovine dell'ospedale Maggiore, aprendo la seconda fase della battaglia. I vari distaccamenti partigiani circondano le forze nemiche nei pressi del cassero di Porta Lame, infliggendo notevoli perdite. Quella di porta Lame è ricordata come la più importante battaglia tra partigiani e nazifascisti all'interno di una città, in tutta la guerra. Nei giorni seguenti alcuni scontri di minore ampiezza (Bolognina, via Lombardi, via De Marchi) vedranno protagonisti partigiani di ritorno alle loro basi.
Oggi, a ricordo della battaglia, presso Porta Lame sono disposte due statue di giovani partigiani (opera di Luciano Minguzzi), forgiate con il bronzo fuso dalla statua equestre di Benito Mussolini che si trovava all'interno dell'attuale Stadio Renato Dall'Ara la quale a sua volta era stata forgiata attraverso la fusione di tre cannoni, sottratti agli austriaci durante la battaglia dell'8 agosto 1848 svoltasi a Porta Galliera. Oltre ad esse una lapide commemorativa ricorda i nomi dei caduti dello schieramento partigiano.
venerdì 17 dicembre 2021
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 17 dicembre 1913 nacque a Poggiana Primo Visentin, partigiano.
Primo Visentin, più conosciuto col nome di battaglia di Masaccio, nacque a Poggiana il 17 dicembre 1913 in una famiglia poverissima; il padre morì in guerra nel 1916; ottenne un posto in collegio per orfani di guerra a Vittorio Veneto. Seppe approfittare della possibilità di studiare offertagli: nel 1932 conseguì il diploma magistrale e andò a insegnare alle elementari.
Nel frattempo (1935), inizia gli studi universitari iscrivendosi alla Facoltà di Lettere, a Padova; convinto della garanzia per un ordinato e giusto sviluppo della società italiana, nel 1936 viene nominato segretario del fascio di Loria, carica che lascia nel 1939 per poter concludere gli studi universitari: si laurea il 17 giugno 1940 con lode, discutendo la tesi "La fortuna critica di Giorgione"; c'è da rilevare infatti la sua crescente passione per la pittura, specie per Masaccio e per Giorgione; lui stesso vi si cimenta.
Continua in questo periodo la sua formazione anche umano-spirituale; insegna per un breve periodo al Liceo Messedaglia di Verona e, sembra, anche al Foscarini di Venezia, dove viene in contatto per la prima volta con l'antifascismo organizzato (Dal Bo, Sartor), cui, per un sentimento di fedeltà alla nazione, non aderisce.
Ma al 9 settembre 1943 scappa dalla caserma, a Treviso (dal 25 luglio si trova sotto le armi), e, preso atto della nuova realtà, si butta a capofitto nella organizzazione della resistenza; nel maggio 1944 prende l'iniziativa di raggruppare le varie squadre partigiane in una unica formazione, il Battaglione Mazzini. I suoi scritti denotano buone capacità organizzativa, una moralità che rivela una integrità di principi (per es. i processi per partigiani accusati di furto), e una determinazione che va al di là del rischio della propria vita.
Le vicende del rastrellamento del Monte Grappa portano allo scioglimento del Battaglione Mazzini e alla costituzione della nuova Brigata "Martiri del Grappa" (ottobre 1944). Scrive manifesti, pubblica la "Gazzetta del Patriota" prima e la "Gazzetta Pedemontana" poi, incitando i giovani di leva alla diserzione e denunciando torture e soprusi commessi dai tedeschi e dai fascisti.
Numerose le testimonianze dei poggianesi che mai tradirono "Masaccio" (nome di battaglia che si era scelto in ricordo del pittore da lui tanto ammirato) nei suoi continui spostamenti: tutti sapevano dov'era le sua casetta, giù per il borgo, lungo il Muson, e anche dell'altra casa, della nonna "Bassiana", dove spesso si trovava, nell'attuale via Masaccio, dietro alla casa dove erano ospitate le suore sfollate da Treviso.
Le frenetiche attività degli ultimi mesi di guerra misero ancor più in evidenza la sua capacità direttiva e capacità di giudizio. Fu colpito a morte il 29 aprile 1945, mentre si recava a Loria, in località Piotti, chiamato a trattare la resa di un battaglione di tedeschi in fuga; quel giorno gli alleati liberavano la Castellana. Un unico colpo, entrato dalla parte destra della schiena e uscito dal collo, a sinistra, come testimonia Patrizio Porcellato che ne vegliò il corpo portato a casa, nella sua piccola stanza, e che assistette alla ispezione del pretore di Castelfranco. Il suo corpo fu sepolto nel cimitero di Poggiana e la sua lotta per la libertà venne onorata con la medaglia d'oro al valor militare. Non morirà invece la memoria del suo estremo sacrificio e del suo amore per la libertà.
sabato 25 settembre 2021
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 25 settembre 1896 nasce a San Giovanni di Stella (SV) Alessandro Pertini, detto Sandro.
La famiglia è benestante, poiché il padre è proprietario terriero; Sandro ha 4 fratelli: Luigi, Mario, Giuseppe e Eugenio, quest'ultimo scompare tragicamente il 25 aprile 1954 nel carcere di Flossenburg.
Dopo aver frequentato il collegio dei Salesiani a Varazze, Sandro Pertini frequenta il liceo "Chiabrera" di Savona, e diviene collaboratore di "Critica Sociale" di Filippo Turati, il che contribuisce sicuramente ad avvicinarlo all'ambiente e all'ideologia socialista.
Consegue una prima laurea in giurisprudenza, all'università di Genova e una seconda in scienze politiche nel 1924 a Firenze (dove è ospite del fratello) anno in cui entra in contatto con gli ambienti legati a Gaetano Salvemini e dell'interventismo democratico e socialista. La sua militanza politica inizia però nel 1918 con l'iscrizione al PSI.
Tra i due titoli di studio acquisiti, Sandro Pertini vive la tragica esperienza del primo conflitto mondiale in seguito allo scoppio del quale, nel 1917, viene richiamato e inviato sul fronte dell'Isonzo e sulla Bainsizza; il suo ruolo è di sottotenente di complemento. Egli si distingue inoltre per un'azione particolarmente coraggiosa durante l'assalto al monte Jelenik e viene proposto per la medaglia d'argento al valore militare.
Nel 1922 entra al potere in Italia il fascismo con la marcia su Roma e il giovane avvocato Sandro Pertini diventa presto il bersaglio delle violenze squadriste, ma è l'assassinio di Matteotti che lo fa scendere in campo in modo definitivo, caparbio e determinato: saranno anni durissimi di condanne, pestaggi ed esilio.
Il 22 maggio 1925 Sandro Pertini è arrestato, e il 3 giugno condannato a 8 mesi di detenzione (oltre che al pagamento di un'ammenda) per diversi reati tra i quali quello di stampa clandestina. Egli ha, infatti, distribuito il foglio clandestino "Sotto il barbaro dominio fascista" nel quale rivendica la paternità di alcuni scritti antifascisti e individua la responsabilità della monarchia nel perdurare del regime fascista.
La violenza più pesante da parte delle forze antifasciste è quella del 1926 a seguito della quale Sandro Pertini finisce ricoverato all'ospedale, ferito in modo grave. Nel dicembre dello stesso anno, viene condannato al confino per 5 anni, a seguito della proclamazione delle leggi eccezionali anti-fasciste.
Da questo momento in poi Pertini entra in contatto con altri personaggi che sono stati protagonisti della storia d'Italia di quegli anni: Filippo Turati e Antonio Gramsci, Giuseppe Saragat, nonché Leo Valiani e Luigi Longo (con questi ultimi due organizzerà nell'aprile del 1945, l'insurrezione di Milano).
Datosi alla macchia e alla clandestinità, si dedica ad organizzare la fuga di Filippo Turati, leader del socialismo riformista. Accompagnerà quest'ultimo in Corsica, mentre gli altri protagonisti dell'impresa Ferruccio Parri e Carlo Rosselli, vengono intercettati sulla strada del ritorno in Italia, catturati e processati a Savona il 14 settembre 1927, infine condannati a 10 mesi di reclusione. Anche Turati e Pertini sono condannati, però in contumacia.
Tra le azioni importanti di Sandro Pertini in esilio ricordiamo nel 1928 la costituzione di una trasmittente radio a Eze (vicino a Nizza), con la quale riesce a svolgere la sua azione di propaganda contro il fascismo. Insofferente della vita dell'esule egli organizza ben presto il rientro in Italia che gli riesce con un passaporto falso: viene però catturato il 14 aprile 1929, dopo solo 20 giorni di libertà in patria. Condannato a 10 anni e 9 mesi di reclusione il 30 novembre dello stesso anno, inizia il duro carcere dove si ammala.
Nel 1930 viene trasferito nella casa di malati cronici di Turi dove incontra un altro leader dell'antifascismo: Antonio Gramsci. Due anni dopo viene trasferito nel sanatorio giudiziario di Pianosa e le sue gravi condizioni di salute inducono la madre a chiedere la grazia per lui. Sandro Pertini respinge la domanda e risponde in toni durissimi alla madre con la quale si verifica una frattura.
Pertini riacquista la libertà solo nell'agosto del 1943 (dopo 14 anni), dopo aver vissuto nei confini di Ponza (1935), delle Tremiti (1939) prima e a Ventotene poi. Gli anni del secondo conflitto mondiale vedono Sandro Pertini sempre attivo sulla scena politica, data la sua partecipazione alla costituzione del partito socialista, nel quale opera fino all'ottobre del 1943 (Sandro diventerà responsabile dell'organizzazione militare), momento in cui viene arrestato dai nazi-fascisti insieme a Giuseppe Saragat.
Qui rischia la vita poiché viene condannato a morte ma viene liberato grazie a un'azione dei partigiani il 24 gennaio 1944; è tra i partigiani che incontra la sua futura moglie Carla Voltolina, che allora operava come staffetta partigiana. Gli anni successivi saranno dedicati all'organizzazione del partito in particolare nel nord Italia e dal ritorno a Roma nel luglio 1944, dopo la liberazione della capitale da parte degli alleati.
Esponente di spicco del partito socialista, ne diviene segretario nel 1945, viene eletto alla Costituente e poi deputato, sarà direttore dell'"Avanti!" negli anni 1945-1946. Nel 1968 viene eletto presidente della Camera dei Deputati e diviene presidente della Repubblica nel 1978.
Uomo autorevole e intransigente, nessun capo di Stato o uomo politico italiano ha conosciuto all'estero una popolarità paragonabile a quella da lui acquistata, grazie ad atteggiamenti di apertura ed eccezionale schiettezza nei suoi incontri diplomatici.
Sandro Pertini riesce inoltre, nei lunghi anni in cui è presidente della Repubblica, a riaccendere negli italiani la fiducia nelle istituzioni e a mettere in atto un' aperta denuncia della criminalità organizzata e del terrorismo (definirà l'attività della Mafia come "la nefasta attività contro l'umanità").
Una delle sue immagini più note e ricordate è quella di quando, sorridente ed esultante, dalla tribuna gioisce per la vittoria della nazionale di calcio italiana ai mondiali di Spagna del 1982.
Sandro Pertini si spegne il 24 febbraio del 1990 all'età di 93 anni. Le sue ceneri riposano nel cimitero di San Giovanni, suo paese natale, insieme a quelle della moglie, Carla Voltolina, deceduta a Roma il 6 dicembre 2005.
venerdì 2 luglio 2021
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 2 luglio 1987 Nilde Iotti viene confermata per la terza legislatura presidente della Camera dei Deputati, prima donna della Storia della Repubblica Italiana a ricoprire tale ruolo.
Leonilde (chiamata da tutti Nilde) Iotti, nacque a Reggio Emilia il 10/04/1920. Il padre, un deviatore delle Ferrovie dello Stato, attivista nel movimento operaio socialista, perseguitato poi, durante il regime fascista, a causa del suo impegno sindacale, nonostante le disagiate condizioni economiche, nelle quali versava, iscrisse la giovane figlia all’Università Cattolica di Milano, perché come spesso ricordò Nilde, citando le sue parole: "E’ meglio stare con i preti, che con i fascisti."
"Per anni indossai il cappotto rovesciato di mio padre", dichiarò la Iotti in alcune interviste, ritornando con la memoria ai tempi della sua giovinezza, della povertà, dei tanti sacrifici compiuti dai genitori, che desideravano che lei studiasse per diventare "qualcuno".
Rimasta orfana di padre nel 1934, Nilde riuscì a proseguire gli studi perché la madre, in un periodo in cui le donne, per la legge fascista erano relegate al focolare domestico, iniziò a lavorare.
Durante la frequenza della facoltà di Lettere della Cattolica di Milano, per Nilde iniziò un travaglio ideologico, che la allontanò dalla fede cattolica, ritenuta assolutista ed intollerante. "Al credo, perché assurdo, dissi razionalmente no."
Con l’adesione dell’Italia alla Seconda Guerra Mondiale, Nilde, sostenuta dall’esemplare lezione di vita lasciatagli dal padre, si iscrisse al P.C.I.
Dal 1943 si segnalò dapprima come porta-ordini, uno dei ruoli più significativi e pericolosi assunti dalle donne, durante la Resistenza, attraverso il quale i partigiani tessevano la fitta rete di intrecci politici, che portarono l’Italia alla liberazione dall’occupazione nazi-fascista. Il suo impegno fra i partigiani della città natale, le consentì poco più che ventenne di essere designata responsabile dei Gruppi di Difesa della Donna, struttura attivissima nella guerra di Liberazione.
Il primo di questi organismi fu costituito a Milano nel novembre del 1943 da alcune esponenti di spicco dei Partiti che affluirono nel Comitato di Liberazione Nazionale, dopo la firma dell'armistizio, mentre i tedeschi assediavano le campagne e le città del Nord Italia, compiendo efferati rastrellamenti di civili, impegnati nella lotta contro il fascismo.
I Gruppi di Difesa della Donna e di Assistenza ai Combattenti della Libertà, da Milano, si estesero su tutto il territorio italiano ancora occupato, perseguendo l'obiettivo di mobilitare, attraverso un'organizzazione capillare e clandestina, donne di età e condizioni sociali differenti, per far fronte a tutte le necessità, derivate dalla recrudescenza della guerra.
Tali gruppi operativi femminili si segnalarono, durante la Resistenza, attraverso la raccolta di indumenti, medicinali, alimenti per i partigiani e si adoperarono per portare messaggi, custodire liste di contatti, preparare case-rifugio, trasportare volantini, opuscoli ed anche armi.
Come si è detto, Nilde Iotti ricoprì, dal 1943, il ruolo più emblematico, ma anche più rischioso, che molte partigiane dei GDD esercitarono, quello di porta-ordini. Victoria de Grazia, nel suo volume Le donne nel regime fascista, definisce la staffetta come "l'eroina della Resistenza: porta-ordini e persona di fiducia, è il vero jolly della guerra partigiana."
Da responsabile del GDD di Reggio Emilia, Nilde si fece interprete di quella coscienza civile e politica, che le donne, dopo secoli di esclusione dalla vita pubblica e dopo vent'anni di dittatura fascista, solo durante il periodo bellico, iniziarono a manifestare.
Infatti, gli studi compiuti sulla Resistenza italiana conferiscono ampio risalto al ruolo, non secondario, che i Gruppi di Difesa della Donna ebbero nel promuovere l'emancipazione femminile.
Dopo il Referendum del 2 giugno 1946, grazie al quale per la prima volta le donne italiane esercitarono il diritto di voto e furono così "considerate, dal punto di vista politico, cittadine a pieno titolo", come sottolinea Miriam Mafai, la ventiseienne Nilde Iotti fu mandata in Parlamento.
"Robusta, alta, i capelli sciolti sulle spalle, il manifesto desiderio di imparare a fare il deputato", secondo la descrizione del suo portavoce alla Camera G. Frasca Polara, Nilde conobbe Palmiro Togliatti, capo carismatico del P.C.I., in un ascensore di Montecitorio.
Da questo incontro seguì una relazione sentimentale, che seppe resistere a tutti gli attacchi, soprattutto all’interno del Partito, perché Togliatti era già coniugato con un figlio e all’epoca, aveva 53 anni.
Nilde, dapprima come semplice deputato, poi come membro dell'Assemblea Costituente, attraverso la sua sensibilità e la sua cultura istituzionale, diede prova di uno spiccato talento politico. Ella stessa definì quella nell'Assemblea Costituente, come "la più grande scuola politica, a cui abbia mai avuto occasione di partecipare, anche nel prosieguo della mia vita politica".
Nilde entrò a far parte anche della "Commissione dei 75", alla quale fu assegnato il compito di redigere la bozza della Costituzione repubblicana, da sottoporre al voto dell'intera Assemblea. Come si è già ricordato, i 556 componenti dell'Assemblea Costituente, in rappresentanza del popolo italiano, si riunirono per la prima volta il 25/06/1946 per nominare il Capo provvisorio dello Stato (venne eletto Enrico De Nicola) e per designare i 75 membri rappresentativi di tutta l'Assemblea. Dopo circa sei mesi di attività, la Commissione dei 75 sottopose il proprio progetto costituzionale all'intera Assemblea che, nel corso di quasi tutto il 1947 discusse, integrò, modificò, articolo per articolo la bozza iniziale.
Solo il 22/12/1947 venne approvato, a larghissima maggioranza, il testo definitivo della Costituzione che, una volta promulgato dal Capo Provvisorio dello Stato, entrò in vigore il 1° gennaio 1948.
Il ruolo svolto nell'ambito della Costituente, a favore dei diritti delle donne e per le famiglie, segnò profondamente l'impegno che Nilde profuse nella sua attività parlamentare, condotta ininterrottamente, per 53 anni, con rigore, costanza e semplicità.
Di grande risalto ed attualità si presenta la relazione sulla Famiglia, che Nilde predispose nel 1946, in qualità di membro della "Commissione dei 75". In essa l'Onorevole Iotti, auspicando il superamento dello Statuto Albertino con una nuova carta costituzionale, che si occupi dei diritti della famiglia, del tutto ignorati dal predetto Statuto, ormai obsoleto, peraltro disapplicato durante i 20 anni di regime fascista, invita l'Assemblea a voler regolare con leggi il diritto familiare. Caposaldo della nuova Costituzione deve essere dunque il rafforzamento della famiglia: "L'Assemblea Costituente (…) deve inserire nella nuova Carta Costituzionale l'affermazione del diritto dei singoli, in quanto membri di una famiglia o desiderosi di costruirne una ad una particolare attenzione e tutela da parte dello Stato", scrive Iotti a tal proposito.
Altro elemento nevralgico della Relazione in esame riguarda la posizione della donna: "Uno dei coniugi poi, la donna, era ed è tuttora legata a condizioni arretrate, che la pongono in stato di inferiorità e fanno sì che la vita familiare sia per essa un peso e non fonte di gioia e aiuto per lo sviluppo della propria persona. Dal momento che alla donna è stata riconosciuta, in campo politico, piena eguaglianza, col diritto di voto attivo e passivo, ne consegue che la donna stessa dovrà essere emancipata dalle condizioni di arretratezza e di inferiorità in tutti i campi della vita sociale e restituita ad una posizione giuridica tale da non menomare la sua personalità e la sua dignità di cittadina."
Se pensiamo che alla vigilia della seconda guerra mondiale il femminismo storico era stato spazzato via, insieme a tutti i partiti politici e a tutte le libertà (di pensiero, di stampa, di organizzazione, etc…), se consideriamo, inoltre, che la politica sociale di Mussolini prevedeva che "il lavoro costituisce per la donna non una meta, bensì una tappa della sua vita, da risolversi, prima possibile, con il rientro nell'ambiente domestico", la Relazione della Iotti, scritta quando le donne italiane si erano appena affacciate sulla scena politica, si propone come tentativo molto coraggioso di svecchiamento e di rinnovamento democratico.
Un occhio di riguardo viene posto da tale relazione sull'emancipazione, che può derivare dal lavoro; la nuova Costituzione pertanto dovrà assicurare il diritto al lavoro "senza differenza di sesso." Altro elemento, oggetto di studio, da parte della giovane parlamentare e che rappresenterà, nel corso delle successive legislature, uno degli impegni politici di maggiore rilievo, concerne l'annosa questione dell'indissolubilità del matrimonio. Nilde manifesta la propria contrarietà ad inserire nella Costituzione il principio dell'indissolubilità "considerandolo tema della legislazione civile". Infine, la Relazione focalizza la propria attenzione sulla maternità, non più intesa come "cosa di carattere privato", bensì come "funzione sociale" da tutelare. Uno degli articoli di maggiore impatto innovativo della proposta costituente, riguarda il principio dell'uguaglianza giuridica dei coniugi. Questi ultimi hanno eguali diritti e doveri nei confronti dei figli (per la loro alimentazione, educazione ed istruzione).
Ricordiamo che il Codice Penale (c.d. Rocco dal nome del penalista che lo curò), entrato in vigore nel 1942, concepiva le donne come "beni", sui quali il padre prima ed il marito poi, esercitavano assoluta autorità.
Forte dell'esperienza maturata nella Costituente, Nilde proseguì la propria missione politica a favore dei diritti delle categorie più disagiate (le donne in primo luogo), sia in Parlamento, sia all'interno del P.C.I., dove ottenne pieno riconoscimento solo dopo la morte di Togliatti.
Nel corso di mezzo secolo, vissuto all'interno delle istituzioni repubblicane, Nilde fu promotrice della legge sul diritto di famiglia del 1975, della battaglia sul referendum per il divorzio (1974) e per la legge sull'aborto (1978).
Dal 1979 al 1992 ricoprì la carica di Presidente della Camera, segnalandosi per grande capacità di equilibrio, di mediazione e di saggezza. Nel 1993 ottenne la Presidenza della Commissione Parlamentare per le riforme istituzionali. Nel 1997 venne eletta Vicepresidente del Consiglio d'Europa.
Rinunciò a tutti gli incarichi il 18 novembre del 1999 a causa di gravi problemi di salute. La Camera dei deputati accolse le sue dimissioni con un lunghissimo applauso; il futuro presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, suo vecchio compagno di partito, scrisse nell'occasione una lettera pubblica, e ancora tornò a ricordare la Iotti nel 2006, nel discorso pronunciato alle Camere durante il giuramento per la Presidenza della Repubblica: «E ancora, abbiamo da contare - mi si lasci ricordare la splendida figura di Nilde Iotti - sulle formidabili risorse delle energie femminili non mobilitate e non valorizzate né nel lavoro né nella vita pubblica: pregiudizi e chiusure, con l'enorme spreco che ne consegue, ormai non più tollerabili.»
Nilde Iotti morì pochi giorni dopo le sue dimissioni, il 4 dicembre 1999, per arresto cardiaco, alla clinica Villa Luana di Roma. È sepolta presso il Cimitero del Verano di Roma.
martedì 22 giugno 2021
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 22 giugno 1944 a Gubbio furono massacrate dai nazisti 40 persone innocenti, divenute in seguito "i martiri di Gubbio".
Nei pressi del luogo ove ora è situato il Mausoleo dei martiri di Gubbio, all’alba di giovedì 22 giugno 1944 si consumò la terrificante tragedia della fucilazione di 40 innocenti per rappresaglia da parte dell’esercito nazista.
Dopo l’uccisione, nel pomeriggio del 20 giugno, di un ufficiale medico tedesco ed il ferimento di un altro in un bar cittadino da parte di componenti una pattuglia dei Gap, subito l’esercito germanico iniziò il rastrellamento nella città, interrompendolo la sera del 20 dopo l’intervento del vescovo Ubaldi, il quale ebbe l’assicurazione del comandante tedesco della zona che non si sarebbe dato ulteriore corso alla rappresaglia, purchè non fossero accaduti altri incidenti. Invece il giorno successivo il rastrellamento fu ripreso con maggior determinazione ed a più largo raggio.
Furono presi uomini e donne, giovani e meno giovani, alcuni rilasciati dopo una parvenza di interrogatorio, altri trattenuti senza scampo.
Nella notte alle prime ore del 22 giugno alcuni furono trascinati inconsci a scavare la fossa, dove, poco dopo, a ridosso del muro che conserva i segni delle pallottole assassine, gli altri furono legati come bestie da macello, trucidati in modo selvaggio, poi finiti a colpi di pistola ed appena ricoperti con qualche manciata di terra.
E’ stato scritto: “Un genio infernale parve avesse scelto di proposito alla strage quaranta innocenti, quaranta casi tutti pietosissimi; molti con delle circostanze che ne accrebbero l’orrore e la pietà.
Una madre e la figlia, un unico figlio di madre inferma, padri di cinque, di dieci figli, un padre di cinque bambini già orfani della mamma, due fratelli insieme, un padre e il figlio, onesti lavoratori dei campi e delle città, giovinetti, due sordomuti” (Mons. O. Rogari).
La città, sconvolta e attonita, si è stretta attorno alle famiglie delle vittime e, unendosi al loro dolore, ha voluto erigere il Mausoleo a perenne ricordo di questi Quaranta martiri innocenti e come monito affinchè l’umanità rifugga dalla guerra sempre apportatrice di morti, rovine, odi.
Non avevano scelto la guerra, magari neppure da che parte stare: avevano scelto le case e i campi, continuare la vita, le opere e i giorni, mentre attorno infuriava una follia feroce. E furono presi davanti alle porte, a caso rastrellati come bestie: erano vittime da immolare, ai riti della guerra, a quelle azioni e rappresaglie che costituivano la vita quotidiana dell’Italia tra il ’43 e il ’45.
Caddero inermi ed innocenti: abbattuti non solo dalla scarica assassina, ma dal disprezzo della vita, dalla voglia del sangue ricercato ad ogni costo, come allora era d’uso.
mercoledì 28 aprile 2021
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 28 aprile 1945 Benito Mussolini e Claretta Petacci vengono fucilati nei pressi di Dongo, dopo che il tentativo di fuga verso la Germania era stato sventato.
Nel tentativo di sfuggire alla disfatta definitiva della Repubblica Sociale Italiana, dopo aver rifiutato una proposta di resa offertagli dai rappresentanti del C.L.N. con la mediazione del cardinale di Milano Ildefonso Schuster, la sera del 25 aprile Mussolini lascia Milano e parte in direzione del lago di Como, verso la frontiera con la Svizzera. I motivi di tale scelta, a quanto sembra, furono il tentativo di raggiungere la Valtellina dove già da alcune settimane alcuni gerarchi fascisti prospettavano di costituire un estremo baluardo di resistenza, oppure tentare di entrare nella neutrale Svizzera ed avviare da lì trattative con diplomatici americani. La notte raggiunge la prefettura di Como e si ferma lì fino all'indomani.
Il pomeriggio del 26 aprile riparte, scortato da alcuni gerarchi fascisti, dall'amante Claretta Petacci che l'aveva raggiunto nel frattempo e da un gruppo di nazisti che avevano ricevuto l'ordine da Hitler di scortare verso la Germania il Duce (o sorvegliarlo, onde evitare che tentasse la fuga in Svizzera?). Dopo essersi spostato nel piccolo paese di Grandola ed Uniti, esattamente nella frazione di Cardano, Mussolini alloggia per la notte presso l'Hotel Miramare (cosi indicato sulle cartine militari dell'epoca, identificato localmente come "Hotel Miravalle"). Questo Hotel era sito a pochi metri di distanza dal campo di Golf di Menaggio frequentato da persone vicine agli Angloamericani, in prossimita della stazione ferroviaria di Cardano, linea Menaggio-Porlezza (attualmente non più in uso). La Zona fortificata come ultimo fronte fin già dal 1915 (ancora individuabile dalle costruzioni presenti), è nei pressi della frontiera; era ben conosciuta anche per alcuni studi topografici fatti nel periodo fascista per il possibile sfruttamento minerario, ed inoltre per la vicinanza con il confine. Appare incredibile che Mussolini non abbia tentato di passare il confine in quelle zone, per evitare di essere fermato da qualche posto di blocco (i partigiani della zona era molto presenti sul lago di Como, poco verso quel confine che era zona franca di contrabbando di spalloni, i quali avevano facile accesso alla Svizzera). Ciò che forse lo fermò, è che non sapeva che le truppe Svizzere presenti sin a qualche giorno prima sul confine erano state spostate presso la frontiera di Chiasso, per impedire lo sbando dei militari tedeschi in ritirata.
La mattina del 27 aprile il Duce (non riuscendo o non volendo distaccarsi dai tedeschi), insieme ai gerarchi fascisti con famiglie al seguito, ritorna verso il lungolago a Menaggio e si aggrega ad una colonna di tedeschi in ritirata verso il nord per tentare di passare il confine verso i Grigioni, frontiera più disponibile e meno difesa dagli Svizzeri. Il convoglio prosegue fino a Musso. Lì viene fermato dai partigiani, che iniziarono a trattare coi tedeschi riguardo al permesso di poter proseguire e giungono al seguente accordo: i tedeschi possono proseguire per alcuni chilometri fino al prossimo posto di blocco partigiano, ma i fascisti saranno arrestati subito. Il Duce, su consiglio di un ufficiale tedesco, si traveste con un'uniforme nazista e sale su uno dei camion dei soldati tedeschi. Gli altri gerarchi fascisti vengono quasi tutti arrestati ed il giorno seguente fucilati sul lungolago. Gli autocarri tedeschi (con a bordo il Duce) proseguono, ma giunti al successivo posto di blocco viene fatto un controllo e Mussolini viene riconosciuto da un partigiano, (soprannominato Bill) e immediatamente arrestato. Viene portato via sotto scorta armata e viene piantonato da due giovani partigiani presso una famiglia di antifascisti (casa De Maria) a Bonzanigo, una frazione di Mezzegra, dove nel frattempo viene portata anche Claretta, che aveva espresso il desiderio di poter condividere la prigionia con lui.
Fin qui l'esigua traccia certa. In seguito si innestano invece diverse altre ricostruzioni che non solo sono fra loro in qualche punto contrastanti, ma che nemmeno furono sempre narrate, nel tempo, allo stesso modo.
Da qui prelevati, secondo la versione ufficiale, poi cambiata almeno quattro volte dallo stesso colonnello Valerio (nome di battaglia del partigiano Walter Audisio), poco dopo le ore 16 del 28 aprile Mussolini e Claretta Petacci vengono fucilati a Giulino di Mezzegra. Eseguite le condanne degli altri gerarchi a Dongo, il 29 aprile i cadaveri sono trasportati a Milano ed esposti in piazzale Loreto. La folla - memore della strage lì perpetrata dei nazifascisti il 10 agosto del 1944, quando 15 partigiani erano stati fucilati ed esposti al pubblico - subito si accanisce contro i corpi. Per evitare lo scempio, i cadaveri vengono issati a testa in giù e appesi alla pensilina di un distributore di benzina.
Permangono dubbi sui materiali esecutori della condanna a morte, sulle reali motivazioni, sui passaggi di consegne dal luogo della cattura sul camion tedesco fino a piazzale Loreto, sugli eventuali rapporti con inviati di potenze straniere; la quantità di dubbi è tale da inficiare conseguentemente l'attendibilità anche dei riferiti dettagli tecnici e pratici, ad esempio luoghi e persone.
Walter Audisio (conosciuto sia col nome di battaglia di colonnello Valerio che colonnello Giovanbattista Magnoli) era al tempo capo di un raggruppamento delle forze partigiane con funzioni di polizia. La sua figura emerse, direttamente con riferimento a questi fatti, negli anni '60, quando il quotidiano "L'Unità" (organo del PCI, per il quale Audisio fu poi deputato) diede notizia del suo coinvolgimento. Metà della notizia non era in verità nuovissima, essendo il nome del colonnello Valerio già circolato nell'immediato, ciò malgrado non se ne conosceva l'identità e l'Audisio non aveva mai dato modo di parlare di sé, solo essendo noto in qualche ambiente di militanza; tutti "sapevano" che Mussolini era stato fucilato dal colonnello Valerio, ma nessuno avrebbe detto che si trattasse di Audisio. Identificandosi con quel Valerio, Audisio sostenne, non senza qualche contraddizione fra le sue stesse versioni, di essere in pratica il responsabile e l'autore materiale della fucilazione di Mussolini.
Nella notte tra il 27 e il 28 aprile 1945, affermò, ricevette dal generale Raffaele Cadorna l'ordine di uccidere Mussolini. Si trattava comunque di un ordine che contraddiceva le clausole dell'armistizio di Cassibile e gli accordi sottoscritti dal CLNAI, secondo i quali Mussolini doveva essere consegnato vivo agli Alleati. Secondo alcuni storici parte delle forze partigiane temevano che una volta consegnato agli alleati sarebbe stato rimesso al potere nell'arco di qualche anno, da qui la decisione di non rispettare gli accordi dell'armistizio e di procedere alla sua condanna a morte. Alle 7 del mattino successivo, un convoglio guidato dal colonnello Valerio partì alla volta di Como, ove si trattenne fino alle 12.15, per poi spostarsi a Dongo, dove arrivò alle 14.10. Qui Valerio e i suoi uomini avrebbero comunicato ai partigiani locali che avevano in custodia Mussolini ed i gerarchi dal pomeriggio avanti, e di voler fucilare i prigionieri.
Di fronte al rifiuto dei partigiani locali di rivelare dove si trovasse Mussolini, che essi volevano portare a Como, Audisio ricorse ad un espediente ed alle 15.15 poté partire con una Fiat 1100 nera verso Giulino di Mezzegra, distante 21 km, più a sud, dove - in frazione Bonzanigo l'ex dittatore era tenuto prigioniero presso una famiglia di Antifascisti (casa De Maria).
Da questo punto la narrazione diviene meno chiara. Audisio fornì ben quattro differenti versioni della sua presentazione a Mussolini. Ciò provocò in seguito polemiche e dubbi sul modo in cui effettivamente si svolsero i fatti.
Molti testimoni affermarono che, usciti di casa, Audisio, i partigiani e Mussolini si recarono alla macchina. Nessuno dei testimoni ha però saputo dire con esattezza quanti fossero i partigiani di scorta e come fossero vestiti i prigionieri. Mussolini e la Petacci, saliti dietro, furono fatti scendere in un angusto vialetto (via XXIV Maggio) davanti a Villa Belmonte, un'elegante residenza della zona situata in posizione assai riparata. Quello che lì accadde è ancora oggi poco chiaro, complici le diverse versioni di Valerio così come di Guido e Michele Moretti, gli altri 2 partigiani che si trovavano con lui in quel momento (l'autista dell'auto e l'altro passeggero sul sedile anteriore).
Sempre secondo Valerio, apprestandosi ad eseguire la fucilazione, gli si incepparono il mitra e la pistola. Per sparare a Mussolini usò perciò l'arma di Moretti, il quale però, dopo la morte di Audisio, affermò di essere stato lui a sparare perché le armi di Audisio non funzionavano. Inoltre Guido affermò d'aver sparato il colpo di grazia, che però venne rivendicato anche da un altro partigiano azzanese.
Alle 17 il colonnello Valerio ritornò a Dongo per fucilare gli altri gerarchi, dopo aver lasciato alle 16.20 Guido e Moretti di guardia ai corpi davanti a Villa Belmonte. Alle 17.48, a Dongo, tutti i 16 gerarchi erano morti.
Caricati i loro cadaveri su un camion, Valerio partì per Milano verso le 20, passando a recuperare anche i corpi di Mussolini e della Petacci. Durante il viaggio di ritorno la colonna si imbatté in altri partigiani e in posti di blocco alleati che le diedero qualche problema. Tuttavia alle 3.40 di domenica 29 aprile giunse in Piazzale Loreto.
Ad oggi nessuno sa con esattezza chi diede l'ordine di portare i cadaveri in quel piazzale. Il CLN emise in giornata un messaggio di deplorazione firmato da tutte le sue componenti, inclusa la comunista. Nessuno, tuttavia, si assunse la responsabilità di aver ordinato il trasporto delle salme in quel luogo. Solo Valerio disse più tardi che l'ordine era partito dal comando generale, ma non venne creduto. Audisio decise di scaricare i cadaveri nel lato della piazza in cui il 10 agosto 1944, per rappresaglia, i tedeschi avevano fatto uccidere dai fascisti quindici partigiani. I corpi dei 15 uomini erano stati lì abbandonati in custodia a militi fascisti, che li avevano dileggiati e lasciati esposti al sole per l'intera giornata, impedendo ai familiari di raccogliere i loro resti.
Verso le 7 del mattino, mentre i partigiani lasciati di guardia alle salme dormivano, i primi passanti si accorsero dei cadaveri. Qualche ora dopo la piazza si riempì, complice un passaparola che aveva in un lampo attraversato tutta Milano. Iniziava così una vicenda che pochi anni fa è stata resa di pubblica notorietà nei suoi dettagli più scabrosi con la pubblicazione di alcuni reperti filmati girati dalle truppe americane di occupazione, che per decenni erano rimasti secretati; ne venivano confermati i resoconti già in precedenza anticipati da altri testimoni (ad esempio Indro Montanelli), ma che non erano stati creduti per la loro crudezza.
Nella piazza si udirono scariche di mitra, le prime file di folla venivano spinte verso i cadaveri calpestandoli, prendendoli a calci. Una donna sparò al cadavere di Mussolini cinque colpi di pistola per vendicare i propri cinque figli morti. Mentre sui cadaveri venivano gettati ortaggi e persone delle prime file sputavano sui corpi, a Mussolini fu messo in mano un gagliardetto fascista, fu sfilata la cintura e tolto lo stivale destro (presumibilmente i due oggetti furono presi per essere conservati come ricordo del duce) e qualcuno orinò sul cadavere della Petacci.
Al gruppo dei cadaveri venne aggiunto anche il corpo senza vita del gerarca Achille Starace, appena catturato nei dintorni, mentre ignaro di tutto era uscito di casa in tuta da ginnastica per la quotidiana corsa, e fucilato con una raffica di mitra alla schiena. Alle 11, dopo che una squadra di Vigili del Fuoco giunta con un'autobotte aveva lavato abbondantemente i cadaveri imbrattati di sangue, sputi e ortaggi, gli stessi pompieri ne appesero cinque per i piedi, alla pensilina del distributore di carburante ESSO allo sbocco di Viale Brianza, secondo alcuni per fare in modo che tutti potessero vedere i cadaveri, secondo altri quasi a voler preservare i più odiati dall'oltraggio della folla.
mercoledì 24 marzo 2021
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 24 marzo 1944 avvenne a Roma l'eccidio delle fosse ardeatine, come rappresaglia dell'attentato partigiano avvenuto il giorno precedente.
ll 23 Marzo 1944 – giorno del 25° anniversario della fondazione del Partito Fascista di Mussolini – 17 partigiani dei Gruppi d’Azione Patriottica (GAP) guidati da Rosario Bentivegna fecero esplodere un ordigno in Via Rasella, a Roma, proprio mentre passava una colonna di militari tedeschi.
I partigiani, che erano legati al movimento clandestino comunista italiano, riuscirono poi ad evitare la cattura disperdendosi tra la folla che si era radunata sul luogo dell’attentato. L’unità militare che era stata presa di mira - un battaglione appartenente all’Undicesima Compagnia, il Reggimento di Polizia Bozen - era composto per la maggior parte da militari di lingua tedesca provenienti dalla zona del Sud Tirolo, precedentemente appartenuta all’Austria, poi annessa all’Italia con il trattato di St. Germain nel 1919 e infine passata sotto il controllo della Germania quando i Tedeschi avevano occupato l’Italia, nel 1943.
Nell’attentato ventotto soldati morirono immediatamente; altri 5 nei giorni seguenti. Il bilancio finale fu poi di 42 militari uccisi e di alcuni feriti tra i civili presenti al momento dell’attentato.
La sera del 23 marzo, il Comandante della Polizia e dei Servizi di Sicurezza tedeschi a Roma, tenente colonnello delle SS Herbert Kappler, insieme al comandante delle Forze Armate della Wermacht di stanza nella capitale, Generale Kurt Mälzer, proposero che l’azione di rappresaglia consistesse nella fucilazione di dieci italiani per ogni poliziotto ucciso nell’azione partigiana, e suggerirono inoltre che le vittime venissero selezionate tra i condannati a morte detenuti nelle prigioni gestite dai Servizi di Sicurezza e dai Servizi Segreti. Il Colonnello Generale Eberhard von Mackensen, comandante della Quattordicesima Armata - la cui giurisdizione comprendeva anche Roma - approvò la proposta.
Si racconta che quando a Hitler venne comunicata la notizia dell’uccisione dei militari, quella sera, egli reagì ordinando la distruzione totale di Roma. Successivamente, gli imputati accusati del massacro, dopo la guerra, testimoniarono come Hitler avesse perlomeno espresso parere pienamente favorevole al piano di Kappler e Mälzer. Tuttavia, altre prove storiche portano a pensare che Hitler abbia perso presto interesse per tutta la questione, lasciando la decisione finale al Colonnello Generale Alfred Jodl, in quel momento Comandante del Personale Operativo degli Alti Comandi delle Forze Armate (Oberkommando der Wehrmacht, or OKW).
Qualunque fosse il livello di coinvolgimento da parte di Hitler, il Maresciallo Albert Kesselring, Comandante in Capo dell’Esercito schierato a Sud, presumibilmente interpretò la reazione iniziale di Hitler come segno del suo appoggio e della sua autorizzazione alla rappresaglia proposta subito dopo l’attentato.
Il giorno seguente, 24 marzo 1944, militari della Polizia di Sicurezza e della SD in servizio a Roma, al comando del Capitano delle SS Erich Priebke e del Capitano delle SS Karl Hass, radunarono 335 civili italiani, tutti uomini, nei pressi di una serie di grotte artificiali alla periferia di Roma, sulla via Ardeatina. Le Fosse Ardeatine, che originariamente facevano parte del sistema di catacombe cristiane, vennero scelte per poter eseguire la rappresaglia in segreto e per occultare i cadaveri delle vittime.
Priebke e Hass avevano ricevuto l’ordine di selezionare le vittime tra i prigionieri che erano già stati condannati a morte, ma il numero di prigionieri in quella categoria non arrivava ai 330 necessari alla rappresaglia.
Per questa ragione, gli ufficiali della Polizia di Sicurezza selezionarono altri detenuti, molti dei quali arrestati per motivi politici, insieme ad altri che o avevano preso parte ad azioni della Resistenza, o erano semplicemente sospettati di averlo fatto. I Tedeschi aggiunsero al gruppo già selezionato per il massacro anche 57 prigionieri ebrei, molti dei quali erano detenuti nel carcere romano di Regina Coeli. Per raggiungere la quota necessaria, essi rastrellarono anche alcuni civili che passavano per caso nelle vie di Roma. Il più anziano tra gli uomini uccisi aveva poco più di settant’anni, il più giovane quindici.
Quando le vittime vennero radunate all’interno delle cave, Priebke e Hass si accorsero che ne erano state selezionate erroneamente 335 invece che le 330 previste dall’ordine di rappresaglia. Le SS però decisero che rilasciare quei 5 prigionieri avrebbe potuto compromettere la segretezza dell’azione e quindi decisero di ucciderli insieme agli altri.
I prigionieri selezionati furono condotti all’interno delle grotte con le mani legate dietro la schiena. Già prima di raggiungere il luogo dell’esecuzione, Priebke e Hass avevano deciso di non utilizzare il metodo tradizionale del plotone di esecuzione; invece, agli agenti incaricati dell’eccidio venne ordinato di occuparsi di una vittima alla volta e di spararle da distanza ravvicinata, in modo da risparmiare tempo e munizioni. Gli ufficiali della polizia tedesca portarono quindi i prigionieri all’interno delle fosse, obbligandoli a disporsi in file di cinque e a inginocchiarsi, uccidendoli poi uno a uno con un colpo alla nuca.
Mentre il massacro continuava, i militari tedeschi cominciarono a obbligare le vittime a inginocchiarsi sopra i cadaveri di quelli che erano già stati uccisi per non sprecare spazio.
Quando il massacro ebbe termine, Priebke e Hass ordinarono ai militari del genio di chiudere l’entrata delle fosse facendola saltare con l’esplosivo, uccidendo così chiunque fosse riuscito per caso a sopravvivere e seppellendo allo stesso tempo i cadaveri.
Dopo la fine della guerra le autorità alleate processarono alcuni dei responsabili dell’Eccidio delle Fosse Ardeatine.
Nel 1945, un tribunale inglese processò il Generale von Mackensen e il generale Mälzer per la parte avuta nel massacro e li condannò a morte. Entrambi fecero appello per ridurre la pena e vinsero. Von Mackensen venne rilasciato nel 1952. Mälzer invece morì in prigione quello stesso anno.
Nel 1947, un tribunale britannico riunito a Venezia condannò a morte il Maresciallo Kesselring sia per l’eccidio, sia per aver incoraggiato l’uccisione di civili. Nel 1952, tuttavia, Kesselring fu graziato.
Nel 1948, un tribunale militare italiano condannò anche Herbert Kappler all’ergastolo per il ruolo avuto nell’eccidio. Nel 1977, la moglie di Kappler riuscì a far fuggire il marito, malato terminale di cancro, da un ospedale prigione a Roma e a farlo tornare in Germania. Le autorità dell’allora Repubblica Federale Tedesca si rifiutarono di estradare Kappler a causa della sua salute ed egli morì l’anno seguente.
Erich Priebke trascorse i mesi immediatamente successivi alla fine della guerra prigioniero degli Inglesi, ma riuscì poi a fuggire e a rifugiarsi in Argentina, dove visse per quasi cinquant’anni da uomo libero. Nel 1994, durante un’intervista con il giornalista dell’ABC, Sam Donaldson, Priebke parlò apertamente del proprio coinvolgimento nell’eccidio delle Fosse Ardeatine, dimostrando scarso rimorso per le proprie azioni. La trasmissione diede nuovo impeto all’azione di alcuni funzionari, sia in Argentina che in Italia, affinché il caso contro di lui e contro il suo collega e ufficiale delle SS Karl Hass venisse riaperto. Nel 1995 le autorità giudiziarie italiane e tedesche collaborarono per facilitare l’estradizione di Priebke in Italia.
Nonostante alcune udienze preliminari avessero giudicato il reato prescritto, Priebke e Hass vennero alla fine processati in Italia, nel 1997. Il tribunale italiano condannò entrambi, Priebke a quindici anni e Hass a dieci, ma a causa degli anni già trascorsi in prigione, Hass venne liberato subito e la condanna a Priebke fu ridotta. Priebke e il suo avvocato si appellarono e, come risultato, la corte d’appello militare italiana iniziò un nuovo processo nel 1998, al termine del quale Priebke venne condannato all’ergastolo.
Priebke è morto a Roma nel 2013 all'età di 100 anni. Il luogo di sepoltura è attualmente segreto di Stato.
Il luogo dell’eccidio delle Fosse Ardeatine, alla periferia di Roma, è oggi monumento nazionale in ricordo delle vittime.
lunedì 22 marzo 2021
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 22 marzo 1944 si consumò l’“eccidio di Montalto”. Ventisette uomini tra partigiani di vecchia data e giovani giunti in montagna da meno di un mese persero la vita per mano di un reparto del battaglione M – IX Settembre, inquadrato nella divisione tedesca Brandenburg.
Ancora oggi è opinione diffusa che si sia trattato di una rappresaglia, volta a vendicare l’episodio di violenza avvenuto a Muccia un mese prima, il 23 febbraio. In realtà, per comprendere la natura e le ragioni di questa strage, è necessario inserirla nel contesto politico-militare delle Marche.
Essa avvenne nel corso dell’offensiva nazifascista che tra il mese di marzo e quello di aprile si dispiegò nelle provincie meridionali: dopo Rovetino, Pozza e Umito, le operazioni di rastrellamento continuarono nel territorio maceratese tra Caldarola e Sarnano. Dal punto di vista militare si trattava di una zona strategica, importante al fine dei collegamenti con il fronte di Anzio. Per questo appariva necessario stroncare le formazioni partigiane che vi operavano, spesso compiendo azioni di disturbo e di sabotaggio ai danni dei convogli tedeschi. Oltre a rientrare tra le cosiddette operazioni militari preventive, l’eccidio di Montalto aveva anche l’obbiettivo di impressionare e terrorizzare la popolazione locale, minando le basi d’appoggio per i partigiani e costringere i giovani a presentarsi ai bandi di leva o come forza lavoro da inviare in Germania.
Proprio nei primi giorni di marzo e a ridosso della scadenza del bando Graziani, un gruppo di ragazzi intorno ai vent’anni e, nella maggior parte, originari di Tolentino, decisero di partire per la montagna. Indirizzati dal parroco tolentinate don Luciano Piergentili e dal CLN di Tolentino, si stabilirono a Montalto di Cessapalombo, alcuni alla “casa della comunità” e altri alla scuola. Nelle poche settimane che passarono tra le fila della resistenza, dovettero affrontare non pochi problemi organizzativi e logistici, come la ricerca di vitto sufficiente per tutti, spesso raggiunto grazie all’aiuto della popolazione locale, e la mancanza quasi totale di armi, purtroppo mai colmata. Al momento della strage, si trattava ancora di un gruppo in formazione.
Dal 19 marzo, in seguito allo scontro di Caldarola e alla conseguente cattura di una dozzina di partigiani, tra cui alcuni dei giovani di Montalto, la situazione si fece sempre più critica. Nelle ore seguenti si diffuse la notizia dell’accaduto e si susseguirono gli allarmi di un prossimo rastrellamento della zona. In una catena di ordini e contrordini impartiti dal CLN di Macerata e dal Comando di Vestignano, alla fine il gruppo di Montalto non venne trasferito e non furono prese neppure misure precauzionali aggiuntive. Così, in un clima di attesa e speranza, si arrivò all’alba del 22 marzo quando un’ottantina di soldati tra fascisti e tedeschi, guidati dal comandante Giulio Grassano e dal tenente Fischer, si mossero davvero verso la zona interessata. Con loro erano anche i sei partigiani che, catturati a Caldarola, erano stati condannati a morte, e don Antonio Salvatori che, incontrato lungo la strada e apostrofato come il prete dei ribelli, venne fatto salire sul camion e fu costretto ad assistere all’esecuzione.
Intorno alle 7 iniziò il rastrellamento. I giovani partigiani furono allertati dagli spari della sentinella e, in tutta fretta, cominciarono a correre verso Vestignano, secondo gli ordini ricevuti dal Comando. Ma proprio lì, c’erano ad attenderli due camion pieni di soldati. Lungo il tragitto caddero Nicola Peramezza, Mario Ramundo, Guidobaldo Orizi e Lauro Cappellacci. Alcuni riuscirono a sfuggire alla cattura nascondendosi nei luoghi più disparati, ma tutti gli altri furono radunati e ricondotti verso la mulattiera sotto Montalto. Fu preso anche il comandante Achille Barilatti, da qualche giorno posto alla loro guida. Cominciò la fucilazione e di quattro in quattro, anche i catturati a Caldarola, si trovarono sotto il plotone di esecuzione. Verso la fine il tenente Fischer la sospese, probabilmente non per uno slancio di umanità, ma per ragioni pratiche: la strada era ingombra di cadaveri e i camion che dovevano muoversi erano impossibilitati a farlo, quindi si doveva procedere immediatamente con lo spostamento dei corpi. In questo modo furono risparmiati Marcello Muscolini, Aroldo Ragaini, Alberto Pretese, Carlo Manente ed Elvio Verdinelli. Si salvò anche uno dei fucilati, Nello Salvatori, che gravemente ferito si finse morto e attese per tre ore che i soldati se ne andassero: ≪Si saranno forse accorti di me che sono vivo? Mi daranno il colpo di grazia? Riconcentro tutto me stesso a comparire morto. Altri fucilati mi cadono bruscamente sopra, e sento di qualcuno l’ultimo respiro…≫ (La tragedia di Montalto 1945, p.17-18). Le salme dei caduti furono trasferite nella cappella del cimitero di Montalto per poi essere lì tumulate. Solo dopo la Liberazione, vennero riportati a Tolentino nel corso di una solenne cerimonia cui partecipò l’intera cittadinanza.
Nella giornata del 22 marzo morirono tra Vestignano e Montalto trenta giovani. Il comandante Barilatti sarà ucciso il giorno successivo presso le mura del cimitero di Muccia.
Al Comune di Cessapalombo è stata concessa la Croce al valor militare con la seguente motivazione: ≪Durante l’occupazione tedesca il Comune di Cessapalombo dimostrava in difficili circostanze, ferma patriottica decisione. Particolarmente meritevole di elogio il contegno tenuto dalle popolazioni di Montalto e Monastero che rifornivano di viveri, armi e munizioni i partigiani e partecipavano anche, con i loro uomini, ai combattimenti del marzo e del maggio. Settembre 1943 – Giugno 1944≫. Per volontà del Comitato dei genitori dei caduti e delle amministrazioni comunali di Tolentino, Caldarola e Cessapalombo sul luogo della strage fu costruito un monumento che onorasse la loro memoria, inaugurato nel terzo anniversario della morte. Dal 2003 si tiene ogni anno una marcia commemorativa attraverso cui si ripercorrono i luoghi della tragedia da Caldarola a Montalto.
lunedì 28 dicembre 2020
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Il 28 dicembre 1943 vengono fucilati a Reggio Emilia i sette fratelli Cervi.
Alcide Cervi con la moglie Genoveffa Cocconi, alleva, nella prima metà del secolo, 9 figli: 7 maschi e 2 femmine. Li educano ai valori semplici della giustizia, della carità cristiana, quella vera, concreta, che si misura in un immenso amore per l’umanità tutta, senza risparmio, del lavoro nei campi, della cultura, quello dei libri che mamma Genoveffa leggeva nell’aia la sera, mentre mangiavano pane e verza, i Promessi Sposi o la Divina Commedia, mica storielle da ridere. Alcide Cervi è un mezzadro che si ribella alla voce grossa dei padroni che non sanno distinguere il granoturco dal trifoglio, ma sono puntuali a riscuotere i loro soldi "pochi, maledetti e subito". Lui, invece, è un progressista e ama quella terra come fosse sua. Con i figli studia libri di agronomia, si informa sulle novità tecnologiche, vuole migliorare il terreno e la produttività, anche a costo di grandi sacrifici. Nessuno lo ascolta e con la numerosa famiglia, che nel frattempo si allarga con nuore e nipotini, fa San Martino, come dice lui, trasloca in diversi fondi fino a prenderne uno tutto suo: i Campi Rossi. Il terreno emiliano è tutto una montagna russa di buche e collinette. Gli 8 Cervi, padre e figli, riescono a livellarlo, a nutrirlo, a farlo germogliare, ad aumentare la produzione. Da pazzi incoscienti, per i vicini diventano un esempio da seguire ... e non solo in agricoltura.
Gelindo, Antenore, Aldo, Ferdinando, Agostino, Ovidio ed Ettore sono cresciuti. Vanno in balera, amoreggiano nei paesi vicini, partono per il militare ... e si scontrano con il potere fascista. Un po’ per indole, un po’ per educazione, stanno sulla riva opposta. Aldo fa propaganda antifascista con i suoi commilitoni. Gli ufficiali ubbidiscono al duce e il ragazzo si fa qualche anno a Gaeta. Per lui è come essere andato all’università, un ateneo un po’ particolare, l’università del carcere: lì capisce, comprende, si istruisce e passa all’azione. E si trascina dietro tutta la famiglia. Così una famiglia di contadini come tante passa dalla religione cristiana a quella civile del socialismo prampoliniano prima (Alcide in gioventù aveva assistito a dei comizi che l’avevano scosso nel profondo), che predica l’organizzazione di tanti nel rispetto di tutti contro lo strapotere di uno nel rispetto di nessuno, al comunismo della Resistenza e della liberazione dal fascismo poi, nel sogno di un’Italia libera e democratica dove l’unico monito è quello di costruire.
Aldo apre una biblioteca a Campegine, poco distante da Gattatico, dove si trova il fondo dei Campi Rossi: qui spaccia libri "sovversivi" in barba ai fascisti, i sonnacchioni come li chiama papà Alcide, e tiene riunioni clandestine con chi, attraverso la sua paziente propaganda fatta di chiacchiere informali e discussioni accese, è passato dall’altra parte. Qualcuno ha i genitori fascisti, qualcun altro ci rimetterà la vita. I contatti si allargano, la rete si espande. Volantini e giornali clandestini. Aldo non lascia in giro copie, va direttamente dalle famiglie a leggere e commentare i fatti, come faceva la sua mamma con i Promessi Sposi, cha da tempo non legge più. Imbrogliano l’Annonaria sulle quote dell’ammasso. Il paese li segue.
Il 25 luglio 1943 cade il governo fascista. L’incubo è finito. La famiglia Cervi offre pastasciutta a tutta Gattatico. Ci sono anche i carabinieri e i soldati fascisti di stanza nel paese, che si sono tolti la camicia nera. Ma l’8 settembre arriva presto. I campi Rossi diventano il quartier generale delle azioni partigiane nella zona. Ospitano soldati alleati dispersi, ex prigionieri, disertori: li lavano, li nutrono, li vestono, li rimettono in piedi. Russi, inglesi, neozelandesi, francesi ... Aldo va in montagna, gli altri continuano ad agire in pianura. Collaborano con i GAP (Gruppi di azione patriottica), recuperano armi, producono cibo...
Il 25 novembre 1943, alle 6.30 del mattino un plotone di 150 camicie nere circonda la casa dei Cervi e dà fuoco al fienile. Combattono per un po’ poi la famiglia si arrende. Alcide e i suoi 7 figli vengono arrestati. Torturati e interrogati i ragazzi non rispondono. Gelindo e Aldo si assumono la responsabilità di tutto nell’estremo tentativo di salvare il padre e gli altri fratelli. Gli offrono di salvarsi la vita entrando nella Guardia Repubblicana di Salò. Il rifiuto è netto: "crederemmo di sporcarci". Simpatizzano con una guardia e programmano la loro evasione. Vengono tradotti al carcere di San Tommaso e il piano sfuma. I compagni preparano una nuova evasione. La notte di Natale. Ci sono degli intoppi e viene rimandata alla notte di Capodanno, quando i secondini in servizio scarseggiano. Il 27 dicembre, un’azione mai rivendicata, porta alla morte del segretario fascista di Bagnolo in Piano. Gli altri maggiorenti del posto giurano vendetta. All’alba del 28 dicembre vengono prelevati i 7 fratelli più Quarto Cimurri, loro compagno di battaglia: devono andare a Parma per il processo. Per molto tempo il padre crederà, o vorrà credere, a questa bugia. I ragazzi sono in fila al Poligono di tiro di Reggio Emilia. Molti i volontari che ambiscono all’onore di farli fuori. Una scarica e li seppelliscono clandestinamente senza firmarne i certificati di morte. Nemmeno i caporioni fascisti hanno il coraggio di prendersi la responsabilità di quell’eccidio. Gelindo, Antenore, Aldo, Ferdinando, Agostino, Ovidio ed Ettore Cervi fanno paura anche da morti.
Il carcere di San Tommaso viene bombardato il 7 gennaio 1944. Alcide scappa tra le mura che crollano e le guardie che gridano. A casa, in preda a un ulcera terribile, viene assistito dalla moglie e dalle nuore. Loro sanno la verità ma la tacciono per lungo tempo nonostante il vecchio padre continui a credere di riabbracciare i figli da un giorno all’altro. Ristabilitosi Genoveffa gli racconta la verità. Alcide non si rassegna: "i nostri morti ispirino i vivi". Al posto di 7 figli ci sono 11 nipoti. Si ricomincia da capo un’altra volta. Le attività partigiane della famiglia continuano. A ottobre i fascisti appiccano un nuovo incendio ai Campi Rossi. Il ricordo doloroso di quello precedente e lo strazio per la morte dei figli è troppo forte e Genoveffa Cocconi muore di crepacuore il 10 ottobre 1944.
L’8 maggio 1945 la Germania firma la resa. La guerra è finita. Questa volta sul serio. Nell’ottobre dello stesso anno vengono riesumate le spoglie dei 7 fratelli Cervi: funerali solenni a Reggio Emilia il 28 ottobre 1945, tumulazione accanto alla madre nel cimitero di Campegine.
Tutti e 7 i fratelli sono stati decorati con Medaglia d'argento al valor militare. Ai fratelli Cervi sono state dedicate molte vie in varie città italiane, a Collegno (TO) è loro dedicata una scuola e una via. A Macerata sono intitolate ai fratelli Cervi sia una via sia la scuola primaria e dell'infanzia che vi è situata.
Per il suo impegno partigiano e per quello dei suoi figli, ad Alcide Cervi fu consegnata una medaglia d'oro creata dallo scultore Marino Mazzacurati. La medaglia reca da un lato la sua effigie e dall'altro un tronco di quercia tra i cui rami spezzati compaiono le 7 stelle dell'orsa. Durante la consegna, Alcide pronunciò un discorso di cui sono ancora ricordate queste parole: "Mi hanno sempre detto… tu sei una quercia che ha cresciuto sette rami, e quelli sono stati falciati, e la quercia non è morta… la figura è bella e qualche volta piango… ma guardate il seme, perché la quercia morirà, e non sarà buona nemmeno per il fuoco. Se volete capire la mia famiglia, guardate il seme. Il nostro seme è l'ideale nella testa dell'uomo."
Il 27 marzo 1970, all'età di 95 anni si spegne Alcide Cervi. Oltre 200.000 persone si riuniranno a Reggio Emilia per salutarlo per l'ultima volta.
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