Cerca nel web

Visualizzazione post con etichetta Adolf Hitler. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Adolf Hitler. Mostra tutti i post

sabato 18 luglio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 18 luglio.
Il 18 luglio 1925 Hitler pubblica la prima edizione del suo "Mein Kamft".
Il libro del folle dittatore nazista raccoglie, accanto alla sua autobiografia, il pensiero e il programma politico del Nationalsozialistische Deutsche Arbeiterpartei, il Partito Nazista. Il Mein Kampf fu definito il catechismo della Gioventù hitleriana che, fondata nel 1926, raccoglieva bambini a partire dai dieci anni per istruirli e addestrarli militarmente al servizio nelle forze armate tedesche.
Il primo volume del libro, intitolato Eine Abrechnung (“Una resa dei conti”) fu pubblicato il 18 luglio 1925; il secondo, Die nationalsozialistische Bewegung (“Il movimento nazional-socialista”), nel 1926. Il titolo originale scelto da Hitler era “Quattro anni e mezzo di lotta contro menzogna, stupidità e codardia”. Durante i dodici anni del regime si stima ne siano state vendute oltre dieci milioni di copie. Al termine della guerra, milioni di esemplari del Mein Kampf furono distrutti insieme ai molti altri simboli del nazismo. In Germania la stampa del libro è rimasta proibita fino al 2016.
Hitler, in una prosa che passa dal pedante alla chiarezza cristallina, parla della fine della prima guerra mondiale, della sconfitta della Germania e del trattato di Versailes.
La lettura è difficoltosa perché noiosa, lenta ed egli continua ad insistere su come sia stato vessato il popolo tedesco e su come debba vendicarsi dei torti subiti.
Sorprende per il marketing. Nei primi anni del ’900, Hitler afferma che è inutile scrivere sui quotidiani di partito perché i loro membri  sono già convinti e quindi insiste perché si usino i volantini, la radio ed il cinema per ampliare la base di elettori, con immagini e concetti semplici ed efficaci.
Sul Razzismo, Hitler è sorprendentemente ignorante. Lui è innanzitutto anticomunista, e definisce i bolscevichi il male assoluto. Quindi compie una associazione mentale ardita: Marx ha inventato il Comunismo, Marx era ebreo, quindi io odio gli Ebrei perché sono responsabili del Comunismo e con il Comunismo cercano di conquistare il mondo.
La delirante idea della lobby mondiale ebraica che vuole dominare il mondo, a cui qualcuno ancora crede, nasce da questo assurdo collegamento logico di Hitler nel Mein Kampf.
Nel trattato l'autore disprezza neri, zingari e sostanzialmente chiunque non tanto per la razza ma perché vengono a togliere lavoro ai tedeschi, vengono a cambiare le tradizioni e quindi se ne dovrebbero restare a casa loro.
La Soluzione Finale, di cui non c’è traccia nel libro, è la conseguenza pratica di questa idea nella quale un’orda di esseri umani parassiti si avventa sul popolo tedesco.
Hitler poi parla di politica, e la sua visione è molto semplice. I politici sono tutti uguali e tutti rubano, quindi bisogna sterminarli ed avere una guida forte per fare ripulisti della corruzione.
Il libro è corto ma pesante da leggere. A volte il Fuhrer è involontariamente comico; quello che emerge è una persona con tanta voglia di vendetta verso chi ritiene abbia oppresso la sua nazione (Francia ed Inghilterra) e verso chi ritiene rubi le risorse (politici e non, tedeschi). Hitler aveva una straordinaria intelligenza, dal libro è evidente, ed è evidente che se gli statisti dell’epoca si fossero letti la sua opera avrebbero capito che, con tutto l'odio che provava la guerra era inevitabile.
Hitler è stato un pericolo per il mondo non per la sua pazzia, ma perché era un fanatico, paragonabile ai fondamentalisti islamici che fanno gli attentati suicidi; non era possibile negoziare con lui, la guerra era inevitabile come i forni e tutte le atrocità, la cosa che colpisce del libro è che Hitler si sente nel giusto, e probabilmente per questo motivo è morto con la coscienza a posto.


venerdì 27 febbraio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 27 febbraio.
Alle 21:14 della sera del 27 febbraio 1933 una stazione dei pompieri di Berlino ricevette l'allarme che il Palazzo del Reichstag, sede del Parlamento tedesco, stava bruciando. L'incendio sembrò essersi originato in diversi punti, e al momento in cui polizia e pompieri arrivarono, una grossa esplosione aveva mandato in fiamme l'aula dei deputati. Alla ricerca di indizi, la polizia trovò Marinus van der Lubbe, mezzo nudo, che si nascondeva dietro l'edificio.
Adolf Hitler e Hermann Göring arrivarono poco dopo, e quando gli venne mostrato van der Lubbe, un noto agitatore comunista, Göring dichiarò immediatamente che il fuoco era stato appiccato dai comunisti e fece arrestare i capi del partito. Vennero arrestati e processati i comunisti bulgari Georgi Dimitrov, Blagoj Tanev e Vasil Popov. Hitler si avvantaggiò della situazione per dichiarare lo stato di emergenza e incoraggiare il vecchio Presidente Paul von Hindenburg a firmare il Decreto dell'incendio del Reichstag, che aboliva la maggior parte dei diritti civili forniti dalla costituzione del 1919 della Repubblica di Weimar.
Secondo la polizia, van der Lubbe sostenne di aver appiccato il fuoco per protestare contro il sempre maggiore potere dei nazisti. Sotto tortura, egli confessò ancora, e venne portato a giudizio, assieme ai leader del Partito Comunista all'opposizione. Con i propri capi in prigione e senza accesso alla stampa, i comunisti vennero pesantemente sconfitti alle successive elezioni, e a quei deputati comunisti (e alcuni socialdemocratici) che furono eletti al Reichstag non venne permesso, dalle SA, di prendere il loro posto in parlamento. Hitler venne sospinto al potere con il 44% dei voti e costrinse i partiti minori a dargli la maggioranza dei due terzi per il suo Decreto dei pieni poteri, che gli diede il diritto di governare per decreto e sospendere molte libertà civili.
Al Processo di Lipsia, celebrato otto mesi dopo, van der Lubbe venne trovato colpevole e condannato a morte. Venne decapitato il 10 gennaio 1934, tre giorni prima del suo venticinquesimo compleanno.
D'altra parte, in uno degli ultimi atti di uno stato costituzionale, in quello stesso processo la corte del Reichsgericht assolse la dirigenza del partito comunista: cosa ancora più rimarchevole alla luce del fatto che il principale imputato, l'agente del Comintern Georgi Dimitrov, aveva sostenuto, in un clima politico di forti intimidazioni, che i comunisti erano estranei all'incendio e che legittimo era il sospetto che i veri colpevoli fossero Hitler, Goering e Goebbels. Questo fece infuriare Hitler, che decretò che, da quel momento in poi, il tradimento, assieme ad altri reati, sarebbe stato giudicato solamente dal neocostituito Volksgerichtshof (la "Corte del popolo"), che divenne tristemente noto per l'enorme numero di condanne a morte inflitte sotto la guida di Roland Freisler. L'autodifesa di Dimitrov, intanto, veniva tradotta e diffusa in tutto il mondo (si veda il libro "Il processo di Lipsia", Editori Riuniti), mentre in vari paesi inchieste indipendenti dimostravano che tutta la vicenda costituiva una montatura dei nazisti finalizzata a mettere fuori legge il partito comunista e perseguitarne i militanti. In effetti, nelle settimane successive, furono oltre quattromila i quadri del partito a essere arrestati.
Durante i processi che si tennero a Norimberga nel 1945 contro i principali responsabili del regime nazista, la responsabilità dei nazisti nell'episodio dell'incendio del Reichstag venne definitivamente appurata: Hans Gisevius, che nel 1933 era funzionario al Ministero prussiano degli interni (carica anch'essa ricoperta da Göring), testimoniò che l'ideazione dell'incendio fu di Göring e di Goebbels e Rudolf Diels, ex capo della Gestapo, riferì in una dichiarazione giurata che lo stesso Göring aveva già qualche giorno prima dell'incendio approntato una lista di persone da arrestare subito dopo di esso. Il generale Franz Halder, infine, riferì che lo stesso Göring, durante un pranzo ufficiale, si era pubblicamente vantato di avere personalmente organizzato anche i particolari dell'incendio.
In effetti l'incendio del Reichstag rientrava nel quadro più generale della "strategia della tensione" ripetutamente utilizzata dai nazisti prima e dopo la conquista del potere: si trattava di creare il massimo disordine, spaventando e disorientando l'opinione pubblica, in modo tale da potersi presentare come integerrimi tutori dell'ordine.

sabato 8 novembre 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è l'8 novembre.

L'8 novembre 1939 a Monaco di Baviera, Adolf Hitler sfugge per un soffio ad un tentativo di omicidio.

Gli attentati contro Hitler furono molto più numerosi di quelli organizzati contro Benito Mussolini. Malgrado la tendenza a sminuire la resistenza tedesca, si ricordano oltre 40 eventi diretti ad interrompere la vita di Hitler. 

Tra tutti gli attentati quello maggiormente coinvolgente riguarda Johann Georg Elser, di professione falegname. Georg nacque nel Wurttemberg agli inizi del 1903. Frequentando la scuola elementare, gli insegnanti si accorsero che il bimbo era dotato nel disegno e nei lavori manuali. Il padre, commerciante di legname, si aspettava che il figlio gli succedesse nell'attività ma il ragazzo decise di perseguire autonomi interessi. Iniziò un apprendistato come operatore di tornio in una fonderia ma, dopo due anni, dovette desistere per motivi di salute. Decise di apprendere il mestiere del carpentiere, lavorando per diverso tempo come falegname d'interni. 

Dopo un breve periodo si occupò in una fabbrica di orologi a Costanza. Agli inizi degli anni trenta fece ritorno al paese d'origine per lavorare nell'impresa di famiglia. Dal 1936 lavorò in una fabbrica di montaggio, prendendo consapevolezza del programma di riarmo nazista. Elser iniziò a frequentare circoli socio-culturali. Nel tempo libero suonava la cetra ed il contrabbasso per il coro locale. Le varie esperienze lavorative lo convinsero che si dovesse aderire ad un sindacato. Nel 1926 entrò in un'organizzazione paramilitare del Partito Comunista Tedesco. Georg era un fiero oppositore del nazismo sin dai suoi esordi. Dopo il 1933 rifiutò di compiere il saluto nazista e di riunirsi ad altri per ascoltare i proclami radiofonici di Hitler. La sua iniziale opposizione era motivata dalla sensibilità verso la condizione operaia e la compressione dei salari dei lavoratori. Elser era disgustato dalla propaganda nazista e dal controllo che il regime imponeva sul sistema educativo e lavorativo. Non sopportava le limitazioni che i nazisti imponevano agli operai, soprattutto quella relativa al diritto di associarsi. Nell'autunno del 1938 l'Europa si trovò sull'orlo della guerra a causa della Crisi dei Sudeti. A placare, momentaneamente, le armi fu la Conferenza di Monaco, dove i capi di governo di Regno Unito, Francia, Germania ed Italia conclusero un accordo che portò all'annessione di vasti territori della Cecoslovacchia, la zona dei Sudeti, da parte dello stato tedesco. Occorre ricordare che nessun rappresentante della Cecoslovacchia fu invitato alle trattative. Dopo i patimenti della Grande Guerra, i tedeschi, ed Elser per primo, erano fortemente preoccupati per l'eventualità di un altro conflitto. 

L'artigiano non credeva alle parole di Hitler, soprattutto in relazione alle affermazioni di voler mantenere la pace. Nella sua mente si delineò il proposito di decapitare il nazionalsocialismo uccidendo il leader. Johann Georg Elser si recò a Monaco il giorno 8 di novembre del 1938. Il motivo del viaggio? Assistere al discorso che il regimo proponeva annualmente nell'anniversario del fallito Putsch di Monaco, ovvero il tentativo, fallito, di colpo di stato – Putsch in tedesco è l'equivalente di questo termine – organizzato ed attuato da Hitler tra il giorno 8 ed il 9 di novembre del 1923 in una birreria di Monaco di Baviera. Quel giorno Elser si convinse circa il luogo e la data del suo futuro attentato. Il luogo fu scelto poiché la rievocazione appariva accompagnata da misure di sicurezza piuttosto blande. Sul piano emotivo la concomitanza, 9 e 10 novembre, della Notte dei Cristalli con le atrocità perpetrate su inermi ebrei convinse Elser che Hitler avrebbe precipitato la Germania in una nuova disastrosa guerra. Il 1 settembre del 1939 scoppiò la Seconda guerra mondiale, evento che forniva una conferma alle previsioni dell'umile falegname. Tra il novembre del 1938 ed il settembre del 1939, Elser decise d'interrompere ogni relazione con amici e parenti ad eccezione di Johann Lumen, conosciuto nel 1938 all'interno della birreria di Monaco. 

Per riuscire nel suo intento, si fece assumere in una cava dove, poco alla volta per non destare sospetti, asportò la quantità di esplosivo necessaria a confezionare la bomba. In seguito inscenò un incidente per poter lasciare il lavoro e trasferirsi a Monaco, dove aveva ipotizzato di compiere l'attentato ad Hitler. Il luogo scelto dal falegname era la birreria dove ogni anno Hitler si ritrovava con i fedelissimi. Per molte sere, 35 notti tra ottobre e novembre del 1939, Elser si nascose nel locale prima della chiusura: quando la birreria chiudeva iniziava a lavorare; ricavò una nicchia nella colonna dove sarebbe stato allestito il palco di Adolf Hitler. Il giorno fatidico, Elser collocò nello spazio ricavato 50 kg di esplosivo con un meccanismo a tempo da lui costruito e sperimentato; calcolò che gli necessitavano 144 ore per attraversare il lago di Costanza e riparare in Svizzera, per cui il meccanismo a tempo avrebbe ruotato per quel numero di ore. All'ora esatta, le 21 e 20, la bomba esplose, facendo cadere il tetto sul palco. I morti furono 8 ed i feriti 62. Ma Hitler, ansioso di rientrare a Berlino per seguire le operazioni belliche in Francia o – secondo altre fonti – a causa del maltempo che gli impediva di tornare in aereo nella capitale tedesca, aveva anticipato il discorso ed era uscito dalla birreria 13 minuti prima dell'esplosione – secondo altre fonti i minuti furono 20. A causa delle coincidenze il tentativo di mutare il corso della storia fallì. Alle otto vittime dell'attentato furono concessi i funerali di stato. Elser fu arrestato da due doganieri mentre cercava di oltrepassare il confine con la Svizzera. Dopo una veloce perquisizione, i militari trovarono una cartolina della birreria di Monaco. Elser fu immediatamente trasferito a Monaco di Baviera dove fu interrogato dalla Gestapo. 

Vi erano diversi elementi, oltre la cartolina, che lo incastravano: le escoriazioni sulle ginocchia ed il fatto che alcune cameriere lo riconobbero come cliente abituale della birreria. Dopo un brutale pestaggio, Elser confessò di essere l'autore dell'attentato. Fu tradotto al quartier generale della Gestapo, dove il falegname fu torturato senza pietà. Himmler, capo delle SS, non si capacitava che un artigiano con la licenza elementare avesse agito da solo. Elser fu imprigionato nel campo di concentramento di Sachsenhausen e, successivamente, in quello di Dachau. L'artigiano fu sottoposto ad un regime di detenzione speciale, fatto che creò maldicenze tra i compagni di sventura, tanto che dopo la guerra uno degli internati, Martin Niemoller, sostenne che Elser facesse parte delle SS e che tutta la questione relativa all'attentato fosse una messinscena dei nazisti per propagandare la leggenda della Provvidenza che vegliava su Hitler. Nell'aprile del 1945, quando le truppe alleate si aggiravano in prossimità di Dachau, Hitler decise di sbarazzarsi del prigioniero speciale e diede l'ordine al capo della Gestapo di uccidere Elser. Georg venne fucilato il 9 aprile del 1945 a Dachau, poche settimane prima della fine della guerra.

domenica 24 agosto 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 24 agosto.

Il 24 agosto 1941 viene finalmente sospeso da Hitler il programma "Aktion T4".

Nel Mein Kampf Hilter, oltre a numerosi altri deliri, aveva descritto le sue idee riguardo all’eugenetica, in particolare su come lo Stato avrebbe dovuto comportarsi nei confronti dei disabili mentali. E la soluzione, per Hitler, era fin troppo semplice: eliminarli tutti fisicamente. Perseguendo l’ideale della ‘razza pura’, una società composta solo da corpi e menti ‘perfette’, Hitler voleva togliere dalla circolazione gli elementi che lui considerava deboli. L’eugenetica partorita dalla mente di Hitler non era tutta farina del suo sacco. Già a partire dai primi anni del ‘900 due medici tedeschi, Alfred Boche e Karl Binding, furono i fautori di un’ala radicale dell’eugenetica che sosteneva l’eliminazione degli individui per cui «la vita non valeva la pena di essere vissuta». Per perseguire il suo folle scopo Hitler mise in atto il programma Aktion T4.

Un primo passo verso questa grottesca pulizia della società si ebbe nel 1933. Il 25 luglio il governo nazista promulgò una legge, la Gesetz zur Verhütung erbkranken Nachwuchses (Legge sulla prevenzione della nascita di persone affette da malattie ereditarie) secondo la quale tutti gli individui portatori di malattie ereditarie dovevano essere sterilizzati per evitare che ‘infettassero’ la società. Si stima che siano state sterilizzate, dall’entrata in vigore della legge fino al 1939, circa 350.000 persone. La maggior parte dei medici tedeschi, influenzati dagli studi di eugenetica dell’epoca, ritenevano giusto che si ricorresse a questi metodi per permettere alla società di evolversi in un’ottica di purezza della razza. C’è da aggiungere che non solo in Germania esisteva questo sistema di sterilizzazione coatta ma ciò avveniva anche in altri paesi ‘democratici’ come USA, Svezia e Svizzera. Ma al regime nazista non bastava più prevenire il problema dei disabili mentali impedendo la loro nascita. Era giunta l’ora di eliminare quelli che già infettavano la Germania.

Nel 1939 il padre di un bambino di nome Knauer scrisse una lettera alla cancelleria del Reich. Nella missiva l’uomo chiedeva l’autorizzazione per poter praticare l’eutanasia nei confronti di suo figlio nato pochi mesi prima e che aveva manifestato segni di ritardo mentale. Hitler mandò il suo medico personale, Viktor Brack, per visitare il bambino e confermò la diagnosi del padre. Il 25 luglio 1939 il bambino venne ucciso con un’iniezione letale, causa ufficiale della morte fu dichiarato un attacco cardiaco. Con l’assassinio del neonato, esattamente 6 anni dopo la legge per la sterilizzazione di massa, inizia lo sterminio dei disabili tedeschi. Primo passo verso l’attuazione del delirante progetto è l’istituzione della Commissione del Reich per la registrazione scientifica delle malattie ereditarie e congenite gravi controllata da Brack insieme a un altro medico personale del Führer, Karl Brandt. In occasione di ogni nascita, un ufficiale doveva controllare che ogni bambino non presentasse difetti mentali. In caso contrario, il neonato veniva tolto ai genitori, ufficialmente per poter essere curato, in realtà veniva eliminato e alla famiglia si comunicava che era morto per cause naturali.

Lo sterminio ben presto non riguardò solo i neonati ma anche gli adulti.

I centri dove veniva attuato il folle piano del programma Aktion T4 si trovavano in 6 città tedesche: Bernburg, Brandenburg, Grafeneck, Hadamar, Hartheim e Sonnenstein. Qui venivano portati i neonati, ma anche gli adolescenti, per essere eliminati, solitamente con un’iniezione di morfina. Lo sterminio dei disabili adulti iniziò dalla Polonia occupata, quando i soldati della Wehrmacht portarono i pazienti di alcuni ospedali psichiatrici in Germania per poi eliminarli. Per l’uccisione degli adulti non veniva utilizzata una semplice iniezione letale, ma venivano soffocati nelle camere a gas. Per paura di proteste il programma Aktion T4 venne mantenuto segreto, ma i familiari dei disabili ben sapevano la fine che avrebbero fatto i loro cari. Il programma poteva essere attuato solo in cliniche statali, per questo motivo molti pazienti furono trasferiti dalle famiglie in strutture private o riportati a casa. Nonostante tutto il personale coinvolto nel programma dovesse mantenere il più stretto riserbo riguardo alle stragi che stavano avendo luogo, la popolazione venne a conoscenza del mostruoso programma di eliminazione. In molti protestarono, anche in seno al partito nazista. Molti prelati appartenenti alla chiesa cattolica protestarono contro il folle piano, tra questi il cardinale di Monaco di Baviera e il vescovo di Münster. Con gran parte dell’opinione pubblica contro, Hitler dovette dichiarare, il 24 agosto 1941, la chiusura del programma Aktion T4. Inutile specificare che gli aguzzini che parteciparono al massacro furono prontamente trasferiti nei campi di concentramento. Nonostante la chiusura ufficiale, il programma continuò silenziosamente fino alla fine della guerra. Si stima che le vittime di Aktion T4 siano state più di 100.000.

sabato 23 agosto 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 23 agosto.

Il 23 agosto 1939 Germania Nazista e Unione Sovietica firmano il Patto Molotov-Ribbentrop.

Il trattato di non aggressione firmato il 23 agosto 1939 tra la Germania nazista e l’Unione Sovietica è passato alla storia come uno dei più sconcertanti avvenimenti del Novecento. In effetti, il Patto portò a compimento la rottura dell’ordine internazionale definito a Versailles, rottura imposta dal “crescendo” dell’iniziativa italo-tedesca (Anschluss, Monaco e smembramento della Cecoslovacchia, rinascita della “grande Ungheria”) e passivamente subita dalle grandi potenze.

Il Patto concesse a Stalin l’occasione di ricostituire almeno in parte la dimensione territoriale dell’impero zarista. Non è un caso se oggi, nella Russia “putiniana” in cui si celebra la Realpolitik di Stalin, il Patto venga pienamente giustificato sul piano geopolitico, come mossa difensiva, antipolacca e anti-baltica, mentre gli si nega il carattere di invasione preordinata e spartitoria.

A sconcertare, all’epoca, fu soprattutto la lunga “luna di miele” tra Stalin e Hitler, durata fino all’invasione del giugno ’41, costellata di molti episodi poi oscurati dalla propaganda antifascista: la parata militare comune russo-tedesca a Brest-Litovsk (settembre ’39); gli auguri di Hitler per il compleanno di Stalin (dicembre ’39: Stalin rispose riferendosi all’«amicizia russo-tedesca sigillata nel sangue»); la scomparsa dai cinematografi russi del kolossal di grande successo Aleksandr Nevskij di S. Ejzenštejn, uscito alla fine del 1938 ma poi divenuto troppo antitedesco; le conferenze di lavoro tra Gestapo e NKVD (la polizia segreta sovietica) dell’inverno ’39-40, per coordinare la repressione in Polonia; le ripetute congratulazioni di Molotov in occasione delle vittoriose invasioni naziste in Europa; gli scambi di cortesie tra le rispettive marine militari operanti al largo della Finlandia; la firma (gennaio 1941) di un altro protocollo segreto sulla Lituania, con compensazioni sovietiche in oro, l’offerta (tardiva) a Stalin di aderire all’asse Roma-Berlino-Tokyo, e la sua colpevole incredulità di fronte alle notizie che preannunciarono l’invasione tedesca. Nel frattempo, centinaia di comunisti tedeschi e austriaci rifugiati in Unione Sovietica, tra cui molti dirigenti e quadri importanti, vennero consegnati in “omaggio” alla Gestapo: almeno ottocento, di cui oltre cinquecento con un’unica spedizione ferroviaria, nel febbraio 1940. Finirono tutti nei lager.

sabato 28 giugno 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 28 giugno.

Il 28 giugno 1919 venne firmato il trattato di Versailles.

Quella che doveva essere una conferenza volta a ristabilire una pace duratura si tramutò, invece, nella causa embrionale della seconda, immane, tragedia.

I delegati delle potenze vincitrici si ritrovarono a Versailles nel gennaio 1919, per ristabilire i nuovi assetti di un’Europa straziata da una guerra devastante, che aveva travolto assetti consolidati da secoli, con il crollo di ben 4 grandi imperi.

Già nel gennaio 1918 il presidente americano Wilson aveva enunciato i suoi 14 punti, volti a definire una pace giusta e duratura e a creare un organismo garante dell’integrità territoriale, che avrebbe dovuto vigilare su eventuali tentativi sovversivi e di destabilizzazione; in realtà, fin dalle prime battute, la conferenza di Versailles, anziché mirare a creare una situazione di armonia, si caratterizzò per il suo intento punitivo nei confronti delle nazioni vinte, che, senza essere neppure invitate, furono costrette a subire condizioni umilianti delle potenze alleate, animate da un profondo desiderio di vendetta.

La stessa associazione voluta dal presidente statunitense, la società delle nazioni, nacque, in pratica, già morta, priva di effettivi poteri e svuotata dall’assenza, tra i suoi membri, non solo di delegati dei paesi sconfitti, ma anche di quelli americani, dopo la politica d’ "isolamento" decisa dal congresso.

Se l’impero Austro-Ungarico cessò di esistere politicamente, la Germania, ove nel frattempo era stata proclamata la repubblica, si ritrovò, praticamente, in ginocchio:

considerata la causa di tutte le sciagure e la principale responsabile dei lutti provocati da 4 anni di guerra, fu privata di tutte le colonie e dell’Alsazia e della Lorena, tornate alla Francia, che si arrogò pure il diritto di sfruttare le miniere della Saar.

La fragile repubblica di Weimar fu inoltre condannata a pagare debiti di guerra astronomici, a smilitarizzare la zona del Reno, a cedere la flotta di guerra all’Inghilterra (ma le navi tedesche, confinate a Scapa Flow, preferirono l’auto-affondamento) a limitare l’esercito a soli 100.00 effettivi, a rinunciare ad artiglieria, sommergibili ed aviazione; la stessa Prussia orientale, la regione dalla quale partì il processo di unificazione del paese, venne separata dalla madrepatria, attraverso il cosiddetto "corridoio" di Danzica, creato al fine di concedere uno sbocco sul mare alla neonata Polonia e proprio il corridoio di Danzica sarebbe tragicamente divenuto noto come la causa scatenante del secondo conflitto mondiale.

La Germania post-bellica appariva come un paese sull’orlo del baratro, disastrato dalla fame, dalla miseria, dalla disoccupazione, con l’inflazione che raggiunse livelli talmente spaventosi da ridurre il marco a mera carta straccia; i tumulti di piazza, i disordini erano all’ordine del giorno e lo stesso governo appariva troppo debole per poter arginare la protesta e le insurrezioni che rendevano, sempre più concreto, lo spettro di una rivoluzione filo-bolscevica.

In una nazione distrutta ed umiliata, si fece dunque sempre più strada il partito nazional-socialista dei lavoratori tedeschi di Adolf Hitler, che, nel giro di pochi anni riuscì a conquistare il favore delle folle, assolutamente conquistate dai suoi appassionati discorsi, imperniati, proprio, sulla necessità di riportare la Germania ai fasti e alla grandezza di un tempo e di cancellare le umiliazioni inferte ad un popolo, destinato, necessariamente, a prendersi la rivincita sulle nazioni vincitrici.

Si può dunque dire che gli errori dei trattato di pace di Versailles furono fatali per gli equilibri europei e per i sogni di una pace stabile e certa: a causa del desiderio di vendetta delle potenze alleate, sotto la cenere della "grande guerra", covò il sentimento di rivalsa degli sconfitti, che sarebbe sfociato, nel settembre 1939, nel secondo drammatico incubo, capace di travolgere i fragili equilibri creati e responsabile, tragicamente, della morte di ben 50 milioni di persone.

lunedì 24 febbraio 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 24 febbraio.

Il 24 febbraio 1920 a Monaco di Baviera nasce il partito Nazista.

La sconfitta della grande guerra fu pagata a caro prezzo dalla Germania, messa in ginocchio e ridicolizzata dai vincitori con il trattato di Versailles. Nonostante la proclamazione della Repubblica di Weimar, il Paese era disastrato dalla fame, dalla disoccupazione, con l’inflazione che raggiunse livelli talmente spaventosi da ridurre il marco a mera carta straccia. I tumulti di piazza, i disordini erano all’ordine del giorno e il governo appariva troppo debole per poter arginare la protesta e le insurrezioni che rendevano sempre più concreto, lo spettro di una rivoluzione filo-bolscevica.

In questo quadro angosciante e caotico, si ritrovò a convivere un reduce di guerra di origine austriache, Adolf Hitler, sconvolto da una sconfitta attribuibile, nei suoi pensieri, al tradimento degli ebrei e dei comunisti, da lui considerati i veri nemici del popolo tedesco.

Nel luglio 1919 il giovane Hitler entrò in contatto con il partito dei lavoratori tedeschi, un piccolo gruppo nazionalista di estrema destra guidato da Anton Drexler, che traeva le proprie origini da circoli e sette esoteriche come la Thule e dall’influenza di tetri e enigmatici personaggi come Dietrich Eckart, Karl Haushofer, Helena Petrovna Blavatsky, Jorg Lanz Von Liebenfels, tutti fattori che hanno contribuito a creare un macabro alone di mistero e di occulto, circa presunti lati oscuri del nazional-socialismo e circa il suo legame con il mondo del paranormale.

Dopo aver scritto nel settimanale del partito, il Völkischer Beobachter di Monaco e dopo aver esposto, il 24 febbraio 1920, in una birreria di Monaco (la "Hofbräuhaus"), in venticinque punti, il suo programma, fondato su teorie razziali, il 10 luglio 1921 Adolf Hitler fu nominato capo del movimento che era stato ribattezzato "partito nazional-socialista dei lavoratori tedeschi"; l’emblema della formazione divenne la svastica, un’ antica immagine della tradizione indoeuropea simboleggiante la fortuna, nota nella religione nordica per essere legata al Sole e rappresentante Thor, il Dio del Fulmine; nelle teorie occulte della Blavatsky, la svastica era il simbolo esoterico più importante, da lei indicato come l’emblema della razza ariana.

Il partito fu anche organizzato militarmente, attraverso la nascita delle SA (squadre d’assalto), i gruppi paramilitari nazisti, diretti dal comandante Ernst Rohm, che vennero impiegati da Hitler e dai suoi seguaci, nel cosiddetto putsch di Monaco, il fallito colpo di stato del novembre 1923, che provocò l’arresto del futuro fuhrer e la sua condanna a cinque anni di reclusione nel carcere di Landsberg; nella realtà la prigionia durò meno di un anno e fu proprio durante la sua detenzione che Hitler dettò al fedele amico Hess, camerata della prima ora, il "Mein Kampf", la bibbia della dottrina nazional-socialista ove furono esposti i principi cardine di un’ideologia fondata sulla necessità di garantire alla razza ariana la giusta espansione verso i territori orientali ed il dominio sui popoli inferiori tra cui, in primis, quello ebraico, considerato la causa di tutti i mali e, come tale, da eliminare; nel "Mein Kampf, la storia è vista nell’ottica di una guerra, nella quale le razze superiori sottomettono quelle inferiori, attraverso la necessaria costituzione di uno stato fortemente autoritario, volto a creare le basi per la creazione di una società razziale.

Uscito dal carcere, in seguito ad amnistia, Hitler riorganizzò il partito che, nel giro di pochi anni sarebbe, tragicamente, passato dall’anonimato delle elezioni del 1925, agli 800 mila voti e 12 deputati nel 1928 e ai sei milioni e mezzo con 107 deputati del 1930, grazie alla veemente arte oratoria del suo capo, che colpiva profondamente l’animo frustrato dei tedeschi, umiliati dalle condizioni di Versailles, con discorsi invocanti la nascita di una grande Germania, votata alla rivincita.

Nonostante i consensi ottenuti e l’appoggio, finanziario, dei grandi industriali, il partito nazional-socialista venne sconfitto alle elezioni presidenziali della primavera 1932 dal vecchio maresciallo Hindenburg ma, ciononostante, grazie alle divisioni dello schieramento avversario, ad abili mosse politiche e a delicati meccanismi di alleanza, Adolf Hitler fu nominato, il 30 gennaio 1933, dallo stesso Hindenburg, cancelliere del reich; il primo atto di una storia fatta di orrori e sofferenze era stato dunque scritto.

mercoledì 25 settembre 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 25 settembre.
Il 25 settembre 1939 la Germania nazista inizia il progetto di realizzazione della bomba atomica.
Hitler era ad un passo dall’ottenere la più bramata tra le sue fantascientifiche ‘Wunderwaffen’: una bomba nucleare con la quale avrebbe ribilanciato le sorti del secondo conflitto mondiale. Secondo il rapporto APO 696, siglato da numerosi agenti dei servizi segreti americani (OSS) e britannici (MI6), e accompagnato dalla testimonianza diretta di quattro esperti tedeschi - due fisici, un chimico e un esperto di missili - gli scienziati nazisti che formalmente non portarono mai a termine il ‘programma nucleare’ da impiegare contro il nemico, avrebbero comunque dimostrato al Führer che un arma nucleare era conseguibile. La dimostrazione avvenne nell’ottobre del 1944 attraverso il test di una ‘testata rudimentale’.
Secondo la dichiarazione del pilota tedesco Hans Zinsser, che era in volo il giorno del test, ‘un fungo atomico’ si levò nel cielo nei pressi di Ludwigslust. Sul suo registro di volo, consegnato ed esaminato dagli investigatori alleati al termine della guerra, si legge distintamente: "I primi di ottobre del 1944 ero in volo a 12-15 km dalla stazione per i test nucleare nei pressi Ludwigslust, sud di Lubecca. Una nube a forma di fungo con sezione fluttuanti accompagnata da turbolenze si leva dal suolo fino ad un altezza di circa 7000 metri senza collegamenti apparenti oltre il punto in cui ha avuto luogo l’esplosione. Forti disturbi all’apparato elettronico rendono impossibile ogni comunicazione radio e impediscono la corretta consultazione della strumentazione di bordo". Questo report è stato recentemente declassificato da ‘top secret’ e proviene dagli archivi nazionali di Washington.
Secondo le stime effettuate la nube, che si sarebbe estesa per oltre 10 km (6,5 miglia), è stata descritta come di 'strane e inconsuete colorazioni’. La manifestazione della singolare nube a fungo fu seguita da un’onda d'urto percepita distintamente sulla barra di pilotaggio del He-111 sul quale Zinseer si trovava. Secondo un altro registro di volo consultato dagli investigatori alleati, un secondo pilota alzatosi in volo un’ora più tardi e decollato anch’esso nell’area nei pressi di Ludwigslust osservò lo stesso fenomeno.
L’archivio custodiva anche la testimonianza del corrispondente italiano Luigi Romersa, inviato da Mussolini per assistere e riferire riguardo la ‘nuova arma dei tedeschi’. Romersa osservò l’esplosione da terra. È ben noto come Hitler perseguisse con tutte le sue risorse l’obiettivo di padroneggiare la tecnologia nucleare per poterla impiegare in maniera offensiva o come deterrenza attraverso i suoi missili balistici: i razzi Vergeltungswaffe V2. Se il Terzo Reich fosse stato capace di lanciare dalla base di Peenemünde anche un solo missile dotato di potenza atomica avrebbe senza dubbio costretto alla resa il Regno Unito sconvolgendo in tal modo le sorti del conflitto.
La testimonianza dei quattro scienziati tedeschi presente nel report declassificato fa inoltre menzione di un incontro top secret avvenuto a Berlino nel 1943 tra il cancelliere Adolf Hitler e il ministro agli armamenti Albert Speer: l’incontro venne riportato come 'vertice nucleare’. Che gli alleati fossero al corrente dei progressi del programma nucleare nazista basato sugli studi della ‘fissione nucleare dell’uranio’ pubblicati nel 1939 dagli scienziati Otto Hahn e Fritz Strassmann - concomitante al Progetto Manhattan condotto negli Stati Uniti da Oppenheimer e Fermi - è ben noto date le numerose operazioni militari che dedicano tra il ’42 e il ’43 al sabotaggio della produzione di ‘acqua pesante’ (deuterio e ossigeno): reagente che veniva impiegato come moderatore chimico per permettere al plutonio 239 di raggiungere la fissione nucleare. Nonostante questo il report redatto dagli investigatori dei servizi segreti alleati si conclude affermando che non si ritiene che i tedeschi sarebbero stati in grado di innescare una reazione nucleare necessaria a provocare un’esplosione nucleare controllata. Queste conclusioni non sono dunque in grado di spiegare quanto accaduto nei cieli sopra Ludwigslust nell’ottobre 1944. Probabilmente gli scienziati tedeschi evacuati durante l’Operazione Paperclip - poi ingaggiati dalla CIA a partire dal 1946 - hanno tirato delle conclusioni più dettagliate a riguardo e, forse, hanno capito che per un pelo non erano arrivati... alla bomba atomica!

venerdì 21 giugno 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 21 giugno.
Il 21 giugno 1940 la Francia si arrende alla Germania nazista.
In un primo momento Hitler aveva pensato di attaccare ad occidente nel novembre del 1939, subito dopo la conclusione della campagna di Polonia, ma poi le avverse condizioni meteorologiche e alcune mancanze nell'equipaggiamento delle truppe lo avevano costretto a rinviare l'offensiva.
Il piano di invasione era denominato "Fall Gelb" ("Piano Giallo") e si basava ancora sul vecchio "Piano Schlieffen", l'attacco sferrato attraverso il Belgio che non aveva avuto successo durante la Prima Guerra Mondiale. Il generale Erich Von Manstein però elaborò un piano alternativo (chiamato "Sichelschnitt" o "Movimento a falce") che prevedeva un attacco "secondario" sempre attraverso il Belgio per attirare in quelle zone sia gli inglesi che i francesi; la grande differenza rispetto al piano del 1914 risiedeva però nel fatto che l'offensiva primaria del piano di Von Manstein si doveva svolgere attraverso i territori delle Ardenne, notoriamente collinosi e pieni di fitte foreste. Proprio queste ultime facevano pensare allo stato maggiore francese che i tedeschi non avrebbero mai potuto attraversare quel settore e quindi il numero di forze che dovevano costituire la difesa era molto esiguo.
Il 10 gennaio un aereo tedesco che aveva a bordo dei documenti riguardanti il "Piano Giallo" fu costretto ad atterrare in Belgio e, di conseguenza, Hitler e il suo stato maggiore furono costretti ad apportare delle modifiche al piano di Von Manstein.
A nord il gruppo di armate B, composto da 28 divisioni al comando di Fedor Von Bock, doveva invadere il Belgio e i Paesi Bassi; il gruppo di armate A, invece, composto da 44 divisioni (di cui 7 corazzate) e al comando di Gerd Von Rundstedt, doveva avanzare attraverso le Ardenne ed effettuare uno sfondamento sul fiume Mosa.
Von Rundstedt affidò il ruolo principale dell'attacco al Panzergruppe di Kleist (che comprendeva anche le tre divisioni corazzate di Guderian) che doveva marciare su Sedan. Alla destra di Guderian si trovavano le divisioni di Reinhardt e, ancora più a nord, quelle di Hoth. I carri armati di Rommel invece dovevano attraversare l'estremità meridionale della frontiera belga puntando verso Dinant.
Per quanto riguarda lo schieramento alleato, invece, erano schierate inutilmente 30 divisioni francesi sulla linea Maginot. Solo dieci divisioni erano tenute di riserva, pronte ad essere impiegate in situazioni di emergenza. Il corpo di spedizione britannico consisteva in 33 divisioni che dovevano fronteggiare a nord le truppe di Von Bock.
Gli Alleati potevano contare su più carri armati ma i tedeschi avevano dalla loro la superiorità aerea e il possesso dell'artiglieria semovente, che costituì un vantaggio notevole per la guerra di movimento. I tedeschi inoltre possedevano una grande organizzazione delle loro forze corazzate (le cosiddette "Panzerdivisionen") in cui tutte le componenti erano altamente addestrate e collaudate.
Il 10 maggio 1940 il Panzergruppe di Kleist passò la frontiera; nonostante formasse una lunga colonna protetta dall'alto da un gran numero di aerei, l'aviazione francese non si preoccupò di effettuare ricognizioni accurate e quindi l'alto comando ignorò completamente l'ipotesi che potesse essere quello il settore in cui veniva sferrato l'attacco principale di tutta l'offensiva.
La sera stessa del 10 la 2° divisione di cavalleria leggera francese attaccò le avanguardie della Panzerdivision di Guderian ma fu respinta; quest'ultimo continuò ad avanzare e la mattina del 12 varcò la frontiera francese a nord di Sedan. Le Ardenne erano ormai alle spalle e l'intero attraversamento era stato compiuto in due giorni anziché nei nove o dieci sui quali aveva sperato Gamelin (il comandante in capo dell'esercito francese) per portare in prima linea la sua artiglieria. Nel pomeriggio della stessa giornata i carri armati di Guderian raggiunsero il fiume Mosa su entrambi i lati di Sedan. Secondo gli ordini di Gamelin, questa città doveva essere tenuta ad ogni costo ma, già alle 19 di quella stessa sera, la cavalleria francese, nel timore di essere accerchiata, si ritirò sulla riva sinistra della Mosa e fece saltare i ponti; i nazisti entrarono nell'abitato senza incontrare resistenza.
Alle 16 del giorno successivo i tedeschi iniziarono ad attraversare il fiume mentre i continui attacchi degli stuka e dei bombardieri mettevano a tacere l'artiglieria francese. Verso la fine del pomeriggio attraversarono la Mosa anche le unità corazzate leggere mentre, durante la notte, toccò al resto della 1° Panzerdivision. Grazie al passaggio anche della 10° Panzer, Guderian creò una testa di ponte larga 5 chilometri e lunga 10.
Più a nord si trovava la 7° Pamzerdivision di Rommel che raggiunse la Mosa poco sotto Dinant e riuscì anch'esso a stabilirvi una piccola testa di ponte. Per contrastarla i francesi spostarono, tramite ferrovia, una divisione corazzata a Charleroi, ma questa impiegò moltissimo tempo per raggiungere le posizioni iniziali dato che le strade erano piene di civili in fuga. Questo ritardo consentì a Rommel di far completare l'attraversamento del fiume anche ai suoi carri armati. Il mattino del 15 avanzò e travolse la divisione avversaria a cui, alla fine, rimasero solo pochissimi carri ancora operativi.
Guderian, da parte sua, ebbe la meglio su un'altra divisione corazzata francese e, alla sera del 16 maggio, si trovava già 90 km oltre Sedan.
Intanto a Parigi i pessimi rapporti tra il governo di Reynaud e il comandante in capo Gamelin fecero in modo che i politici non conoscessero la disastrosa situazione in cui si trovavano le truppe alleate; anche Gamelin stesso, a causa della scarsa organizzazione della catena di comando francese, non si fece un'idea precisa di come andavano le cose al fronte. Nella sera del 15 maggio egli ricevette la notizia che i tedeschi avevano raggiunto Montcornet e solo allora si rese conto della gravissima situazione dei suoi uomini; dopo una drammatica telefonata con il ministro Daladier, la mattina del 16 diede l'ordine alle sue truppe di ritirarsi definitivamente dal Belgio.
Lo stesso giorno Rommel avanzò di altri 80 km catturando 10.000 prigionieri ed entrando nell'abitato di Cambrai, mentre il giorno 17 le unità corazzate di Guderian giunsero a 100 km da Parigi; quest'ultimo poi si spinse ancora in avanti occupando S. Quintino ed arrivando fino alla Somme.
Finalmente Gamelin capì che l'obiettivo dei tedeschi non era la città di Parigi, bensì il canale della Manica che, se fosse stato raggiunto, avrebbe spezzato in due tronconi gli eserciti alleati. A Gamelin si presentò la favorevole occasione di attaccare la fanteria motorizzata tedesca dato che questa si trovava in ritardo di 2 o 3 giorni rispetto ai panzer. Questo piano fu però revocato dal generale Weygand, che, la notte del 19, Reynaud nominò al posto di Gamelin.
Weygand andò subito al fronte per rendersi conto personalmente della situazione ma l'avanzata tedesca procedeva inesorabile. Alle 9 del mattino del 20 maggio le Panzerdivisionen di Guderian entrarono ad Amiens e, dieci ore più tardi, occuparono Abbeville. Alle 20 i tedeschi raggiunsero le coste della Manica a Noyelles.
Il raggiungimento di questo obiettivo fu un colpo mortale per gli alleati. Le loro forze ormai erano spezzate in due tronconi dalle divisioni corazzate di Hitler che, in soli dieci giorni, avevano percorso più di 300 chilometri. Ora ai tedeschi non rimaneva che annientare il corpo di spedizione britannico e conquistare il resto della Francia.
Gli inglesi dovevano sottrarsi all'accerchiamento tedesco per poter passare la Manica e ritornare in patria. La decisione di evacuazione fu presa definitivamente il 20 maggio 1940 all'interno di una galleria scavata nella roccia della scogliera di Dover, proprio sotto il castello che domina il Pas de Calais; qui, durante la prima guerra mondiale, vi era installato un impianto per la produzione di energia elettrica e per questo, il comandante dell'operazione, il Viceammiraglio Bertram Ramsay, decise di battezzarla "Dynamo".
Il piano originario dell'operazione Dynamo si basava sul presupposto che sarebbero stati disponibili per l'evacuazione i 3 porti di Boulogne, Calais e Dunkerque; il 25 maggio però le divisioni corazzate del gruppo d'armate B di Von Rundstedt raggiunsero Abbeville e, subito dopo, caddero anche Boulogne e Calais. Rimase quindi solo Dunkerque ed il litorale agibile per imbarcare le truppe ormai si era ridotto a una cinquantina di chilometri.
L'Operazione Dynamo ebbe inizio ufficialmente alle 18:57 del 26 maggio ma i risultati del primo giorno furono molto deludenti: 7.669 uomini furono recuperati da natanti da diporto, traghetti adibiti al trasporto passeggeri e barconi; la costa nella zona di Dunkerque infatti è caratterizzata da bassi fondali ed è praticamente inavvicinabile per le navi di grosso tonnellaggio. Vennero perciò requisiti tutti i tipi di imbarcazioni leggere e perfino delle barche a remi del Tamigi.
Il 28 maggio furono recuperati 17.804 uomini, ma il prezzo che dovette pagare tutta la flottiglia inglese fu alto; le condizioni meteo erano buone e la Luftwaffe di Goring aveva era nelle condizioni ideali per bombardare e mitragliare i soldati alleati ormai sfiniti. Goring aveva insistito personalmente con Hitler perché il compito fosse svolto solo dalle sue forze aeree senza l'intervento dell'Esercito; i carri armati tedeschi, infatti, si arrestarono a meno di 20 chilometri da Dunkerque, sulla linea del Canale Aa.
Il 29 maggio furono messi in salvo 47.310 uomini, ma gli Alleati persero 3 cacciatorpediniere e altre 21 unità minori.
Il giorno 30 il cielo si presentò coperto e, approfittando della ridotta attività della Luftwaffe, furono evacuati 53.823 uomini; questo fu facilitato dal fatto che le operazioni di imbarco dei soldati dalle spiagge alle navi da trasporto si svolsero in maniera più ordinata.
Il 31 maggio furono portati in Inghilterra 68.014 soldati.
Il primo giugno, nonostante le azioni di bombardamento in picchiata della Luftwaffe e le sue azioni di mitragliamento a bassa quota, furono evacuati altri 132.000 uomini seguiti, il giorno seguente, da altri 64.000.
Alle 23:30 del 2 giugno il comandante della base navale di Dunkerque, Capitano di Vascello Tennant, pose fine all'Operazione Dynamo; l'ultima nave caricò le truppe alle 3:30 del giorno seguente.
Subito dopo la città di Dunkerque cadde in mano ai tedeschi e, quando questi arrivarono sulle spiagge, fecero prigionieri 40.000 soldati francesi che avevano, in precedenza, tenuto le postazioni del perimetro difensivo.
In termini numerici l'Operazione Dynamo ebbe risultati veramente soddisfacenti: furono tratti in salvo 338.226 uomini (di cui 139.097 francesi), ben più dei 50.000 che si stimava all'inizio. Furono però uccisi 68.111 soldati inglesi e altri 2.000 uomini andarono perduti in mare; vennero affondate anche 243 navi, di cui 6 erano cacciatorpediniere britannici.
Oltre agli uomini e alle navi, gli Alleati persero anche una grandissima quantità di materiali: dovettero essere abbandonati più di 60.000 veicoli, più di 2.000 motocicli, circa 2.000 cannoni, armi portatili e munizioni.
Resta da spiegare come mai i tedeschi arrestarono i loro carri armati proprio nel momento decisivo e vicino alla loro schiacciante affermazione; è vero che Goring insistette con Hitler perché voleva il merito della vittoria, ma molti storici sostengono che il Fuhrer volesse evitare una umiliazione alla Gran Bretagna e facilitare cosi le trattative di pace.
Per la difesa del territorio nazionale i francesi avevano a disposizione 43 divisioni di fanteria (di cui alcune avevano subito gravi perdite), tre divisioni di cavalleria leggera e tre divisioni corazzate, a cui però erano rimasti pochi carri armati. Diciassette divisioni invece erano schierate per difendere la linea Maginot. Nelle retrovie, infine, si stavano riorganizzando sette divisioni belghe di fanteria leggera. Tutte queste forze dovevano affrontare 130 divisioni tedesche, di cui 10 corazzate.
Hitler, il 29 maggio 1940, aveva informato i suoi comandanti d'armata della sua decisione di riunire le forze corazzate a sua disposizione e di farle avanzare a sud, in modo da sconfiggere definitivamente l'esercito francese.
Von Bock trasferì la 4°, la 6° e la 9° armata sulla Somme mentre la 2°, la 12° e la 16° di Von Rundstedt si schierarono sull'Aisne. Le 10 Panzerdivisionen furono riorganizzate in 5 Panzerkorps; il XV Pannzerkorps di Hoth si posizionò tra la costa e Amiens, il XIV e il XVI furono dislocati lungo il corso medio della Somme (per dirigersi verso Parigi) e, infine, il XXXIX ed il XLI si schierarono sull'Aisne con l'obiettivo di avanzare verso sud-est per giungere alle spalle della linea Maginot.
I francesi non potevano sostenere l'urto perché i tedeschi avevano due teste di ponte sulla sponda meridionale dalla Somme ed in questo modo erano in grado di attaccare in qualsiasi momento. La loro linee di difesa, inoltre, era molto debole e vi era poca concentrazione di truppe.
All'alba del 5 giugno 1940, in contemporanea con un violento attacco della Luftwaffe, i carri armati tedeschi avanzarono a ovest di Amiens ma i francesi opposero una strenua resistenza.
Due giorni dopo però i nazisti erano ormai all'offensiva su tutto il fronte: a ovest il XV Panzerkorps di Hoth aveva isolato le due divisioni dell'ala sinistra alleata (compresa la 51° divisione britannica), a est la 9° armata tedesca conquistò il Chemin des Dames obbligando la 6° armata francese a ritirarsi oltre il fiume Aisne. Inoltre Rommel, con la sua 7° Panzerdivision, continuò ad avanzare giungendo, il giorno 9, sulla Senna.
La Senna venne attraversata dai tedeschi il 10 giugno a ovest di Parigi mentre e est avanzarono verso la Marna: Parigi stava per essere minacciata da una grossa manovra di accerchiamento a tenaglia. La sera stessa il governo decise di lasciare la capitale per trasferirsi a Tours (il 16 poi si spostò a Bordeaux) mentre, quasi in contemporanea, giunse la notizia che anche l'Italia, a mezzanotte, sarebbe entrata in guerra contro la Francia.
Alle ore 11 dell'11 giugno il comandante in capo francese dichiarò Parigi "città aperta" dato che ormai non c'era più nessuna speranza di difenderla; l'esercito francese ebbe l'ordine di ritirarsi e abbandonò la capitale. Alle 19 dello stesso giorno si tenne una riunione (al castello di Le Muguet) alla quale parteciparono il maresciallo Petain, il generale Weygand, De Gaulle, Churchill, Eden, Ismay e Spears: in essa Weygand disse senza mezzi termini che i francesi non avevano più riserve e che non c'era più modo di evitare l'invasione di tutta la Francia.
Il 13 giugno Parigi fu totalmente sgombrata dalle truppe francesi e il 14 i tedeschi fecero il loro ingresso nella città. La popolazione fuggì verso sud, unendosi ai profughi che provenivano dal Belgio e dalla Francia settentrionale.
Il comando supremo tedesco organizzò l'inseguimento dell'esercito francese su tre direttrici: la prima verso sud-ovest per tagliare la strada alle truppe che ripiegavano verso Bordeaux, la seconda verso Digione e Lione per attaccare alle spalle i soldati che stavano combattendo contro gli italiani, la terza verso il confine svizzero per sbarrare la ritirata alla armate che si trovavano sulla linea Maginot; in quest'ultimo settore i carri armati di Guderian arrivarono il 16 a Besancon e il 17 nei pressi del confine con la Svizzera. Qui dovette sconfinare il XLV corpo d'armata francese, dove fu internato.
Ormai i francesi non potevano fare altro che chiedere l'armistizio; nella notte tra il 16 ed il 17 giugno il governo Reynaud cadde e fu sostituito da quello del maresciallo Henri-Philippe Petain.
Le truppe di Hitler infatti arrivarono ad occupare prima Cherbourg e Brest (a ovest), poi Vichy, dove nel frattempo si era trasferito il comando in capo francese, e infine Lione (a sud).
Il giorno dopo il suo insediamento Petain ordinò la cessazione dei combattimenti e intavolò subito le trattative per chiedere l'armistizio.
Alle 15:15 del 21 giugno Hitler, accompagnato dalle massime autorità del Terzo Reich, arrivò nella foresta di Compiègne; poco lontano si trovava lo stesso vagone ferroviario nel quale gli Alleati avevano ottenuto la firma della resa tedesca nel 1918. Dopo discussioni tra le due delegazioni (che durarono una giornata intera), alle 18:45 del 22 giugno 1940 i francesi firmarono il documento di resa. Le ostilità sarebbero cessate del tutto alle ore 1:35 del 25 giugno.
La Germania impose condizioni durissime ai francesi: esercito ridotto a 100.000 uomini, occupazione di buona parte del territorio nazionale, danni di guerra enormi, marina smilitarizzata; inoltre i prigionieri di guerra non furono restituiti.
Per la Francia fu una sconfitta umiliante; ebbe inoltre 120.000 morti contro i 27.000 tedeschi.
Il suo territorio fu diviso in due parti: a nord e a ovest venne definita la zona di occupazione tedesca mentre a sud venne istituito uno stato francese con sovranità limitata ed avente come capitale Vichy. Nelle mani del maresciallo Petain venne concentrato tutto il potere esecutivo e legislativo, i partiti e i sindacati furono sciolti e fu avviata una politica di discriminazione antisemita.

mercoledì 22 maggio 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 22 maggio.
Il 22 maggio 1939 Germania e Italia firmano il "patto d'acciaio".
Con il termine Patto d’Acciaio si fa riferimento all’alleanza stretta tra Regno d’Italia e Germania nazista il 22 maggio del 1939 a Berlino. Tale accordo, con durata decennale, stabiliva un’alleanza politico-militare tra i due stati.
La politica estera italiana nei primi anni ’30 è caratterizzata dall’incertezza: da un lato vi è la volontà di mantenere il peso determinante acquisito grazie alla vittoria nella Prima guerra mondiale, che ha portato l’Italia a far parte del consesso di potenze che vigila sulla stabilità delle condizioni definite con il trattato di Versailles; dall’altro l’insoddisfazione riguardante alcuni punti del Trattato stesso e la volontà di espandersi spingono l’Italia a cercare nuovi spazi di intervento. Nel 1933 Hitler prende il potere in Germania e fin da subito caratterizza il suo agire con la forte volontà di modificare lo status quo e in generale cambiare gli equilibri generati dal trattato di Versailles, che aveva penalizzato molto la Germania sconfitta.
Mussolini, già favorevolmente attratto dal regime nazista per le affinità ideologiche che questo presenta con la sua linea politica, è interessato alla volontà tedesca di contestare l’assetto europeo post Versailles, in quanto vede in questo atteggiamento uno spazio di manovra per l’Italia stessa. D’altro canto però, Mussolini si preoccupa fin da subito per la possibile espansione nazista verso l’Europa balcanica e danubiana, zona nella quale l’Italia cerca di espandere la propria influenza. Il duce teme soprattutto la volontà hitleriana di unire tutte le popolazioni germaniche sotto il suo dominio e quindi, in primo luogo, di annettere l’Austria (questa operazione diverrà poi nota come Anschluss). Proprio la questione austriaca porta ad un raffreddamento nei rapporti tra le due potenze, in seguito al mancato colpo di stato nazista in Austria il 25 luglio del 1934.
Così, mentre Hitler prosegue nella sua contestazione dell’ordine europeo con l’uscita dalla Società delle Nazioni avvenuta nell’ottobre del 1933, Mussolini, dopo gli eventi riguardanti l’Austria, inizia un processo di riavvicinamento con la Francia. Tale processo sfocia negli accordi firmati a Roma tra Mussolini e il Ministro degli Esteri francese Pierre Laval il 7 gennaio del 1935. Ciò che interessa di tali accordi in questo contesto è l’assenso della Francia alla conquista dell’Etiopia da parte dell’Italia, che aveva già iniziato le operazioni militari alla fine del 1934.
Il 1935 vede quindi un avvicinamento dell’Italia a Francia e Gran Bretagna, sancito anche dagli accordi di Stresa di aprile: il fronte di Stresa nasce a seguito dell’annuncio, nel marzo ‘35, del riarmo tedesco. In questo frangente possiamo vedere ancora una volta la doppiezza dell’atteggiamento italiano: da un lato condanna il superamento del trattato di Versailles compiuto dalla Germania con l’annuncio del riarmo, dall’altro viola essa stessa gli accordi con la già citata occupazione dell’Etiopia. Secondo la retorica fascista l’occupazione della colonia è però da considerarsi non un punto di rottura ma un giusto compenso per il ruolo di grande potenza mediatrice svolto dall’Italia in Europa.
Frattanto però la conquista italiana dell’Etiopia non si ferma, costringendo la Società delle Nazioni ad affrontare il tema. Gran Bretagna e Francia cercano un compromesso con Mussolini al fine di evitare un acuirsi delle tensioni: offrono quindi all’Italia porzioni sempre maggiori di territorio etiope, raggiungendo il punto massimo con il piano Hoare-Laval, che pone di fatto l’intera Etiopia in mani italiane. L’opinione pubblica inglese e francese però reagisce in modo fortemente contrario a tale risoluzione e i due governi sono spinti a fare marcia indietro e a votare sanzioni economiche contro l’Italia.
Alle sanzioni votate dalla Società delle Nazioni, si uniscono nello stesso periodo l’accordo tra Francia e URSS con fini antifascisti e gli accordi navali della Gran Bretagna con la Germania oltre alla sua esplicita volontà di mantenere un ruolo importante nel Mediterraneo. Tutte queste questioni portano ad una definitiva rottura del cosiddetto fronte di Stresa e all’avvicinamento dell’Italia, ormai politicamente isolata, alla Germania hitleriana.
Il 1936 si caratterizza per l’avvicinamento dell’Italia alla Germania nazista: seppure all’interno del Partito Fascista vi siano alcune perplessità sull’instaurare relazioni più strette con il nazismo, il legame con la Germania appare al momento l’unica possibilità. Per questo motivo, nel gennaio del 1936 Mussolini, in un incontro con l’ambasciatore tedesco Ulrich von Hassel a Roma, si dice a favore della possibilità di un’Austria formalmente indipendente ma satellite della Germania nelle decisioni di politica estera. D’altra parte la Germania riconosce la conquista italiana dell’Etiopia e la nascita dell’Impero. Con l’ammorbidirsi della posizione italiana sull’Anschluss si aprono quindi nuove strade di collaborazione tra i due paesi, favorite anche dalla nomina, nel giugno 1936, di Galeazzo Ciano a Ministro degli Esteri: Ciano è infatti notoriamente a favore di un accordo con la Germania.
Nell’estate del 1936 lo scoppio della guerra civile spagnola contribuisce ulteriormente a rinsaldare il legame tra Italia e Germania: nonostante la firma da parte delle grandi potenze di un patto di non intervento nel confronto che vede contrapporsi il Fronte popolare - al governo - e i ribelli guidati dal generale Francisco Franco, Mussolini e Hitler danno un grande aiuto al secondo, fornendogli sia uomini che mezzi.
In un discorso tenuto a Milano il 1 novembre del 1936 il Duce annuncia un nuovo passo in avanti nelle relazioni tra i due stati: la nascita dell’Asse Roma-Berlino. Firmato in ottobre a Berlino dai ministri degli esteri dei due paesi, l’Asse Roma-Berlino consiste in un protocollo segreto di collaborazione tra i due regimi in vari ambiti, dall’appoggio ai generali ribelli in Spagna alla lotta al bolscevismo. Secondo quanto annunciato da Mussolini, l’accordo avrebbe dovuto essere “un asse intorno al quale possono collaborare tutti gli stati europei animati da volontà di collaborazione e di pace”; il Duce infatti non desidera vincolarsi in un’alleanza esclusiva, ma cerca di utilizzare il legame con la Germania come mezzo di pressione sulle altre potenze occidentali. Tuttavia, la realtà dei fatti è diversa: da un lato l’impegno italiano in Spagna rende difficili i rapporti con Gran Bretagna e Francia, dall’altro il dinamismo e la spregiudicatezza tedesca finiscono per incatenare sempre più l’Italia all’alleanza con Adolf Hitler. Così nel novembre del 1937 l’Italia aderisce al Patto Anticomintern stipulato da Germania e Giappone l’anno precedente: se per i due primi firmatari il patto aveva fondamentalmente una funzione antisovietica, l’impegno espresso diventa ora quello di opporsi in senso più ampio all’Internazionale Comunista.
Fino al 1938 il rapporto tra Italia e Germania è caratterizzato dall’ interesse di Hitler nei confronti del regime di Mussolini e dai tentativi di instaurare un’alleanza con l’Italia. Il regime fascista, dal canto suo, preferisce mantenere legami con tutte le potenze occidentali, portando avanti relazioni ambigue e oscillanti e respingendo continuamente la richiesta tedesca di un’alleanza più vincolante tra i due stati. Il 1938 si caratterizza per il sempre maggiore attivismo hitleriano (con l’obiettivo di includere tutti i popoli germanici sotto il dominio tedesco) e per la politica dell’appeasement portata avanti dalle principali potenze europee nell’illusione di poter limitare e controllare l’espansionismo hitleriano.
Il 13 marzo, senza nessun avviso previo all’alleato fascista, la Germania realizza l’Anschluss, mentre in settembre ottiene i Sudeti cecoslovacchi a seguito della Conferenza di Monaco, tenutasi tra Germania, Francia, Inghilterra e Italia. In questa situazione Francia e Gran Bretagna portano avanti una politica che non contempla più l’appoggio italiano, visto anche il cambiamento diplomatico e governativo di Hitler e il legame ormai molto forte tra Italia e Germania, visibile anche nel sempre maggiore allineamento fascista alla politica nazista, in particolare con l’adozione delle leggi razziali. Questo atteggiamento delle potenze occidentali non fa altro, in realtà, che spingere l’Italia a mettere da parte le ultime remore e ad accettare di stringere una vera e propria alleanza con la Germania: nel gennaio del 1939 Ciano comunica a Ribbentrop, Ministro degli Esteri tedesco, la disponibilità italiana. Le trattative si prolungano fino a maggio perché inizialmente si cerca di giungere ad un’alleanza tripartita anche con il Giappone (questo patto che si concluderà solo il 27 settembre del 1940 con la firma del “Patto Tripartito”).
Il 22 maggio 1939 nella cancelleria del Reich i ministri Ribbentrop e Ciano firmano il cosiddetto Patto d’Acciaio, con il fine di unire le proprie forze “per la sicurezza del loro spazio vitale e per il mantenimento della pace”. I primi due articoli del trattato definiscono l’obbligo di entrambi i contraenti a mantenersi in contatto su tutte le questioni e ad assicurarsi appoggio politico e diplomatico. Il terzo articolo affronta la questione centrale, delineando un’alleanza militare sia difensiva che offensiva:
[...] se, malgrado i desideri e le speranze delle Parti contraenti, dovesse accadere che una di esse venisse ad essere impegnata in complicazioni belliche con un'altra o con altre Potenze, l'altra Parte contraente si porrà immediatamente come alleata al suo fianco e la sosterrà con tutte le sue forze militari, per terra, per mare e nell'aria.
L’aspetto offensivo dell’alleanza è da considerarsi una novità rispetto a quelle precedenti, caratterizzate principalmente da accordi militari di tipo difensivo (come la Triplice Intesa o la Triplice Alleanza al tempo del primo conflitto mondiale). Gli articoli successivi si rifanno ai primi tre definendo la necessità di una maggiore collaborazione in campo militare e di economia di guerra, prevedendo l’obbligo di non concludere paci separate e impegnandosi a sviluppare relazioni comuni con potenze amiche. In ultimo la durata del trattato viene definita in dieci anni a decorrere dal momento della sua firma.
Tale accordo è molto impegnativo per l’Italia, che si trova in una situazione di maggiore debolezza militare. Anche Mussolini è consapevole dei limiti italiani, per questo fa consegnare a Hitler il cosiddetto “Memoriale Cavallero” nel quale indica i motivi che rendono impossibile per l’Italia la partecipazione ad una guerra prima di tre anni. Tra questi la necessità di portare a compimento il rinnovamento dell’artiglieria, l’ampliamento della flotta e il trasferimento delle industrie di guerra nel meridione. A questo si unisce la volontà di raggiungere una distensione nei rapporti tra Vaticano e nazismo, ma anche la necessità di fortificare l’impero appena conquistato. Hitler risponde al Memoriale in maniera evasiva dicendosi in linea di massima d’accordo. L’Italia, con il Patto d’Acciaio, si priva di una politica estera autonoma e diventa a tutti gli effetti dipendente dalla politica di Hitler che, anche a pochi mesi dal trattato, porta avanti i suoi piani di invasione della Polonia e conclude il patto di non aggressione con l’Urss, senza prendere in considerazione il parere dell’alleato italiano. Dal canto suo Mussolini è consapevole che l’alleanza con la Germania nazista è l’unica vera possibilità che ha per poter continuare una politica aggressiva (come nel 1939 con la conquista dell’Albania), forte dell’aiuto bellico tedesco, ritenuto invincibile.
Con l’invasione della Polonia, il 1 settembre del 1939, ha inizio la Seconda Guerra Mondiale. Mussolini, dopo un intenso scambio di lettere con Hitler, annuncia la non belligeranza italiana, che proseguirà fino all’intervento del luglio 1940 contro una Francia ormai prostrata e in una situazione militare che sembra preannunciare una grande vittoria tedesca.
Il Patto d’Acciaio resterà in vigore fino al luglio del 1943 quando, con la caduta del fascismo e la firma di un armistizio con gli alleati da parte del re, risulterà annullato, anche se l’alleanza con la Germania verrà portata aventi dalla Repubblica di Salò fino alla conclusione della guerra.

venerdì 10 maggio 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 10 maggio.
Il 10 maggio 1941 Rudolf Hess si paracaduta in Scozia sostenendo di essere in missione di pace.
Walter Richard Rudolf Hess è stato un politico tedesco.
La sua carriera lo ha portato a diventare un uomo tra i più influenti del Terzo Reich e del Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori.
Nacque in Egitto, ad Alessandria, da una famiglia benestante che si trovava in Africa per motivi di lavoro. Il padre Fritz, bavarese, luterano praticante, era un ricco esportatore di vini, mentre la madre era discendente della nota famiglia greca Georgiadis di Alessandria. Tornò in Germania con la famiglia nel 1908, a 14 anni. Espresse interesse per l’astronomia, ma il padre lo convinse a seguire studi economici ad Amburgo e in Svizzera.
Partecipò da volontario alla prima guerra mondiale: si arruolò inizialmente nel reggimento List, tra i più aggressivi e tenaci dell’intero conflitto, in cui combatteva anche il caporale di origine austriaca Adolf Hitler, partecipò alla Prima battaglia di Ypres e alla Battaglia di Verdun. Poi – fino alla fine della guerra – prestò servizio nell’Aviazione, come pilota da caccia nella Squadriglia Bavarese 34, dove fu promosso al grado di Tenente.
Nell’autunno del 1919 Hess si iscrisse all’università di Monaco, dove studiò storia ed economia. Il suo professore di geopolitica fu Karl Haushofer, un teorico del concetto di Lebensraum (“spazio vitale”). Fu Hess a presentare Haushofer a Hitler, il quale fece del Lebensraum una colonna portante del pensiero nazionalsocialista.
Adolf Hitler convinse Hess a entrare in politica, nel 1920, anno in cui abbandonò l’Università di Monaco, dove stava per laurearsi in filosofia. Il 20 dicembre 1927 Hess sposò la ventisettenne Ilse Pröhl (22 giugno 1900 – 7 settembre 1995) di Hannover. Insieme ebbero un figlio, Wolf Rüdiger Hess (18 novembre 1937 – 24 ottobre 2001).
Hess partecipò al Putsch di Monaco nel 1923. La rivolta fallì ed egli fuggì in Austria, salvo poi ritornare in patria alla notizia che Hitler era stato arrestato. Fu condannato a diciotto mesi di detenzione. In carcere, Hess aiutò il futuro Führer a scrivere il Mein Kampf (La mia battaglia), opera che diventò il testo sacro del nazismo. Da quel momento egli divenne uno dei più stretti collaboratori di Hitler, tanto da esserne considerato il successore alla guida del partito.
Nel 1933 Hitler lo nominò suo vice, Reichsleiter, dandogli ampi poteri sia all’interno del partito sia nel governo da poco costituito. Sei anni dopo, Rudolf Hess fu nominato ufficialmente numero tre del partito, dopo Hitler e Göring. Tuttavia Hess non fu mai uomo d’apparato: relegato sempre a occasioni di pura facciata, per la sua posizione di “moderato” venne escluso dalle riunioni di partito in cui venivano deliberate decisioni importanti e spietate (come lo sterminio delle SA nella Notte dei lunghi coltelli, le persecuzioni antisemite nella Notte dei cristalli e l’entrata in guerra della Germania), alle quali invece non mancò mai il suo segretario particolare, l’ambizioso Martin Bormann. Non si oppose all’invasione della Polonia, che fu poi la causa dello scoppio della seconda guerra mondiale.
Il 10 maggio del 1941 Hess decollò da Augsburg a bordo di un Messerschmitt Bf 110 modificato con due serbatoi di carburante aggiuntivi, diretto in Scozia, per raggiungere il castello del duca di Hamilton (considerato un fautore del dialogo con il Terzo Reich) nel Lanarkshire. Qui si paracadutò. Fu consegnato all’esercito inglese, che provvide al suo internamento. La versione ufficiale britannica vide in Hess un uomo in crisi, con disturbi mentali, sconvolto dagli orrori della guerra, messo da parte dal regime, intenzionato, all’insaputa del dittatore, a proporre, tramite il duca, un utopistico piano di pace all’Inghilterra – il cui popolo era considerato fratello d’origine – basato sulla spartizione del potere a livello mondiale.
Hitler, parlando alla radio subito dopo il viaggio di Hess, lo definì “un pazzo”: esattamente quanto Hess gli aveva chiesto di dire, in caso di fallimento della missione, nella sua ultima lettera. I motivi di quel viaggio non sono mai stati chiariti e la misteriosa vicenda della missione di Hess nel Regno Unito è stata interpretata in vario modo. Una prima interpretazione, suffragata da documentazione ufficiale sia britannica, sia tedesca e dalla stessa deposizione del protagonista, vede la missione come un’iniziativa individuale di Hess, che nell’ottica del dittatore nazista si configurava come un atto di grave insubordinazione se non di alto tradimento.
La seconda interpretazione, che si colloca nel filone del revisionismo storico, vede questa missione avvenuta con il consenso (se non con l’ordine) di Hitler. Le proposte di Hitler sarebbero state giudicate inaccettabili o l’interlocutore inaffidabile (dopo Monaco) dal governo di Londra e, a questo punto, vi sarebbe stata una coincidenza di interessi tra gli opposti belligeranti per far apparire il volo di Hess come un’iniziativa individuale. Lo stesso Hess, al termine della guerra, avrebbe avuto interesse a presentare il suo volo come un’iniziativa individuale, al fine di alleggerire la propria posizione processuale presentandosi come un insubordinato invece che come un emissario di Hitler.
Nessun documento ufficiale avvalora questa tesi, ma rimane la constatazione della severità della condanna inflittagli a Norimberga e della durezza del regime di detenzione, non tanto con riferimento alle sue colpe, indubbiamente non veniali, ma confrontando il suo trattamento con quello riservato ad altri esponenti politici e militari nazisti autori di crimini.
Nel 1987 Hess si suicidò in carcere all'età di 93 anni, strangolandosi con un cavo elettrico, portando nella tomba il suo segreto.

giovedì 9 maggio 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 9 maggio.
Il 9 maggio 1938 Hitler e Mussolini si incontrano a Firenze.
Il treno di Hitler giunse a Firenze nel primo pomeriggio del nove maggio 1938 proveniente da Roma. Al binario sedici,  addobbato con fiori, bandiere, grandi stemmi sabaudi e fasci littori dorati, c’erano ad attenderlo Benito Mussolini, i ministri Ciano, Starace e Bottai, nonché tutte le maggiori autorità cittadine, i gerarchi del regime e una guida ‘turistica’ d’eccezione: Ranuccio Bianchi Bandinelli.
 Al momento dell’arrivo, mentre la banda cittadina intonava il Deutschland über alles, la Marcia Reale e Giovinezza, il cielo fu attraversato da una rombante squadriglia di caccia. Fuori da Santa  Maria Novella, lungo le vie che sarebbero state percorse dall’automobile scoperta dei due capi di Stato, erano in trepidante attesa trecentocinquantamila persone provenienti da tutte le province della Toscana. La giornata era stata dichiarata festiva in tutta la regione, il tempo era bello, l’organizzazione risultava minuziosa. Sotto l’alto controllo esercitato, da Roma, da Alessandro Pavolini, e a Firenze dal podestà Venerosi Pesciolini, era stata messa in piedi una poderosa macchina propagandistica per realizzare l’evento,  predisporre gli allestimenti ed abbellire la città. In Comune era stato creato un apposito ufficio festeggiamenti, mentre decine tra architetti, fotografi e giovani artisti – quasi tutti provenienti dall’Istituto d’Arte – avevano lavorato freneticamente alle scenografie sotto la guida di Giorgio Venturini, allora direttore del Teatro Sperimentale dei Guf di Via Laura. Così, per alcuni mesi la città era stata trasformata in un grande cantiere per via dei rifacimenti di facciate, strade, marciapiedi, spallette dei ponti; l’illuminazione delle strade era stata rinnovata, le vetrine dei negozi tirate a lucido. Al termine il bilancio delle spese fu assai cospicuo e dai 13-15 milioni di lire inizialmente previsti, ne furono sborsati almeno 19, fatto questo che creò al Comune, nei mesi che seguirono, una pesante condizione debitoria. Il centro della città tuttavia risultò profondamente trasformato, gli apparati effimeri avevano creato situazioni scenografiche inusitate con un continuo alternarsi di prospettive nuove, di emergenze monumentali – vere o ricreate in cartapesta – di geometrie alterate, di studiate sonorità e giochi di luci.
Proprio all’uscita della Palazzina Reale era stata realizzata, per esempio, una tribuna a gradoni lunga trecento metri e sormontata da un’alta spalliera verde. Da lì doveva infatti partire il corteo che avrebbe dovuto attraversare tutto il centro cittadino per recarsi a Palazzo Pitti, a Santa Croce, Boboli, Palazzo Vecchio, Palazzo Medici Riccardi e, infine, al Teatro Comunale. Via Panzani era stata decorata secondo il modello della galleria con gli striscioni bianchi con il giglio rosso di Firenze, il simbolo del saluto della città all’ospite. Poi, a seguire, in via dei Cerretani erano stati disposti i simboli della grande Germania hitleriana, mentre quelli delle antiche corporazioni della Repubblica facevano mostra di sé in via Calzaioli, più in là, dalle finestre dei palazzi di via Strozzi erano stati fatti pendere arazzi pregiati e insegne gentilizie. Lungo tutto l’itinerario era un susseguirsi di bandiere, labari, angoli infiorati, fino a giungere a Pitti dove Hitler si fermò per una breve riposo e dal quale ripartì alle 15.30 per dirigersi al sacrario dei martiri di Santa Croce. Da lì le auto del corteo, dopo  aver attraversato Ponte alle Grazie, salirono al Piazzale Michelangelo, per entrare poi a Boboli da Porta Romana dove attendevano centinaia di figuranti per la messinscena degli antichi ludi toscani: dal pisano gioco del ponte alla aretina giostra del Saracino, dall’antico gioco del calcio fiorentino, al palio senese. Subito dopo prese avvio un rapido giro nelle gallerie di Palazzo Pitti e, passando attraverso il corridoio vasariano, degli Uffizi. Infine in Palazzo Vecchio si tenne un breve incontro con varie personalità politiche, della cultura e dello spettacolo. Firenze, che era l’ultima tappa di un viaggio che aveva prima toccato Roma (capitale del neoproclamato impero) poi Napoli (proiezione militare italiana nel Mediterraneo), doveva mettere in scena e sottolineare il nesso spirituale e culturale tra Italia e Germania e tra i rispettivi loro regimi. Per questo, in una sala degli Uffizi, erano state poste opere d’arte fatte giungere appositamente dalla Germania assieme ad altre di artisti tedeschi già facenti parte delle collezioni cittadine.
Ma fu soprattutto la visita al sacrario dei martiri di Santa Croce ad essere, da questo punto di vista, il  momento più carico di significati. La celebrazione dei martiri della guerra e del fascismo, l’onore tributato qui al sacello di Giovanni Berta, voleva significare che entrambi i movimenti, quello fascista e quello nazista, avevano posto radici grazie al sacrificio e all’eroismo dei primi loro accoliti e militanti. La tappa a Santa Croce fu però indirettamente significativa anche per un’altra ragione: essa fu l’unico momento in cui i due capi di Stato poterono – per così dire – varcare le soglie di una chiesa, seppure nella sua parte sottostante e non dal portone principale. Il Cardinale Elia dalla Costa, infatti, seguendo in modo convinto le disposizioni di Pio XI che, a Roma, aveva fatto chiudere tutti i luoghi di culto e i musei vaticani ritirandosi a Castel Gandolfo – aveva sbarrato anch’egli tutte le chiese fiorentine e chiuso il suo palazzo vescovile. Privati della scenografia forse più ambita di Santa Maria del Fiore, la vera epifania pubblica dei due capi di Stato – a parte i veloci passaggi in auto –  si ebbe solo in piazza Signoria quando era ormai giunta l’ora del tramonto. Qui i due dittatori si mostrarono al pubblico, che si assiepava numeroso, salutando dal balcone di Palazzo Vecchio. Dopo poco ripresero le auto e si diressero a Palazzo Medici Riccardi per la cena di gala, infine, alle nove di sera, si recarono a teatro dove si tenne un concerto in loro onore (musiche del Simon Boccanegra di Verdi eseguite dall’Orchestra Stabile fiorentina diretta da Vittorio Gui) dopo di che la visita volse al termine. Era ormai notte e, nel breve tragitto tra il teatro e la stazione ferroviaria, al margine esterno del parco delle Cascine, furono lanciati fuochi artificiali di saluto. Prima di giungere di nuovo alla stazione le auto passarono un’ultima volta sotto un arco di trionfo disegnato da potenti fasci di luce. Mezzanotte era scoccata da qualche minuto quando il treno di Hitler si mosse alla volta di Berlino. Cinque minuti dopo anche Mussolini salì in vettura per essere ricondotto a Roma.

giovedì 2 maggio 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 2 maggio.
Il 2 maggio 1945 le truppe sovietiche entrano a Berlino.
Il 2 maggio del 1945 a Berlino cessò il fuoco. Finiva così il Terzo Reich, che dal 1933 guidava la Germania e che trascinò l'Europa in una spirale di morte. Il suo capo, Adolf Hitler, si era suicidato nel suo bunker pochi giorni prima, il 30 aprile.
Durante le settimane precedenti i Sovietici avanzarono rapidamente da Est, in una corsa per battere gli alleati Americani. L'avanzata fu così frenetica che molte vittime tra i soldati dell'Armata Rossa furono sacrificate pur di arrivare primi nella gara per il cuore del Reich. Lo storico inglese Anthony Beevor ha recentemente studiato le carte contenute negli archivi dell'ex Unione Sovietica e ha aggiunto un ulteriore significato all'impeto sovietico degli ultimi giorni della guerra. Stalin era al corrente del programma atomico di Washington ed era a conoscenza del fatto che gli Americani avevano avuto informazioni sul programma nucleare di Mosca, l'operazione "Borodino". A Berlino, presso il Kaiser Wilhelm Institut, erano conservate tre tonnellate di ossido di Uranio, introvabili nell'URSS del 1945 e molto appetibili per Stalin.
Nell'aprile del 1945, inoltre, gli Americani avevano passato il fiume Oder e procedevano spediti verso Berlino. Questo indusse Stalin a ordinare ai generali Zukhov e Konev di stringere i tempi e la morsa sulla capitale tedesca. Il 15 aprile 1945 l'Armata Rossa aprì uno dei più potenti attacchi d'artiglieria della storia contro le ultime difese del Reich. Al fronte si trovavano oltre 2,5 milioni di soldati sovietici, 6000 carri armati e oltre 40.000 bocche di fuoco. A difendere l'ultimo lembo del Terzo Reich erano rimasti circa 300.000 tedeschi, decisi a combattere perché consapevoli della furia dei russi, che avevano avuto, a causa dell'aggressione nazista, oltre 23 milioni di morti.
L'Armata Russa attaccò in massa, con un impeto animalesco. Furono addirittura sacrificati i mezzi corazzati, i famosi T-34, usati come arieti contro le fortificazioni della Wehrmacht. Una delle battaglie più sanguinose prima della caduta di Berlino fu quella che si consumò ad Halbe, una zona boscosa a sud-est della capitale. Qui la 9a Armata tedesca comandata dal generale Busse fu circondata e schiacciata dalla furia sovietica. Ma gli uomini di Konev ebbero gravi perdite per la natura difficile del terreno e per l'angustia dei passaggi nella foresta germanica. In poche ore la battaglia costò la vita ad oltre 50.000 persone, civili e militari.
A Berlino i difensori estremi della Germania hitleriana erano circa 90.000 di cui molti anziani e ragazzi della Gioventù hitleriana. Lo sfondamento era imminente. Tra gli ultimi a combattere per il führer vi erano 700 francesi inquadrati nella "Divisione Charlemagne" delle Waffen-SS. Il Reichstag cade il 2 maggio 1945. L'orda di oltre un milione di soldati dell'Armata Rossa invade Berlino, e la rabbia si trasforma in violenza. Molti gli episodi di stupro e gli assassinii dovuti alle grandi quantità d'alcool trovate nella capitale dai soldati sovietici. Berlino, ridotta a un ammasso di macerie ancora fumanti è una città fantasma, dentro cui vagano disperati i civili tedeschi affamati, feriti, disperati. Ai sovietici l'assalto finale a Berlino era costato oltre 70.000 vite.

mercoledì 20 dicembre 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 20 dicembre.
Il 20 dicembre 1924 Adolf Hitler viene rilasciato dal carcere di Landsberg. Durante questa prigionia aveva scritto il "Mein Kampf".
Figlio di un padre autoritario e repressivo, Adolf Hitler nasce nella piccola cittadina austriaca di Braunau am Inn nel 1889. La precoce morte della madre (a cui era estremamente legato), lascia profonde ferite nel suo animo.
Iscrittosi alla scuola Reale di Linz, è un allievo problematico e dal rendimento non certo brillante. Fatica ad integrarsi, a studiare e ad avere un rapporto armonico con studenti e professori. Il risultato di questo disastroso "iter" scolastico è che di lì a qualche anno abbandona l'istituto. Si trasferisce allora a Vienna cercando di entrare all'Accademia di Belle Arti, spinto da certe velleitarie tendenze artistiche (testimoniate anche da numerosi quadri). L'Accademia però lo respinge per ben due anni consecutivi, generando in lui notevole frustrazione, alimentata anche dal fatto che, non possedendo una licenza superiore, è impossibilitato a iscriversi alla facoltà di Architettura, possibile nobile ripiego alle bocciature in Accademia.
Il suo quadro psicologico, così, tende a farsi preoccupante. Sono anni bui, segnati fra l'altro da episodi di vagabondaggio e di isolamento sociale (senza contare il grave decadimento fisico a cui questo stile di vita lo stava conducendo). Si racconta che girasse, ironia della sorte, nei ghetti ebraici come un fantasma, vestito di un soprabito nero e sformato (donatogli da un occasionale amico ebreo) ed estremamente trascurato nell'aspetto.
Negli anni di Vienna, comincia a sviluppare il suo odioso e ossessivo antisemitismo. Per campare, deve rassegnarsi a fare l'impiegato, mentre nel tempo libero discute di politica con amici e conoscenti, con una veemenza tale da lasciare spesso esterrefatti gli interlocutori. I suoi discorsi, spesso fluviali e monologanti, sono contrassegnati da estrema decisione, punti di vista privi di sfumature e da un'esaltazione della violenza come soluzione per i problemi che affliggono la società.
In particolare, contesta ferocemente le teorie marxiste e bolsceviche, soprattutto per il loro rifiuto dei valori borghesi e capitalistici. Il solo sentir parlare di comunismo gli provoca crisi isteriche. A odio si aggiunge odio quando scopre che tra i principali fautori e divulgatori di tali idee si cela gran parte dell'intellighentia ebraica. Nel suo delirio, comincia ad addossare agli ebrei le colpe più assurde. Di essere internazionalisti e materialisti (quindi contro la supremazia dello stato nazionale), di arricchirsi a scapito dei cittadini di altre religioni, di minare la supremazia della razza tedesca nell'Impero, ecc.
Nel 1913 decide di partire per Monaco e nel 1914, dinanzi al Consiglio di revisione a Salisburgo, viene riformato per cattive condizioni di salute. Quando, il 1° agosto 1914, c'è la dichiarazione di guerra, Hitler è addirittura felice e non vede l'ora di partecipare all'"impresa". Scoppiata quindi la prima guerra mondiale si distingue sul campo guadagnandosi numerosi riconoscimenti militari. Nel 1918 però la Germania viene sconfitta e la cosa lo getta nello sconforto. Naufragavano quell'Impero e quella vittoria, per i quali aveva appassionatamente combattuto per quattro anni. Bisogna rilevare, per una comprensione maggiore della cause che porteranno la Germania a scatenare il successivo conflitto e per capire fino a che punto egli fosse in grado di intercettare gli umori dei suoi connazionali, che questo senso di frustrazione e di umiliazione per la sconfitta era comune a tutti i tedeschi del tempo.
Successivamente, sempre a Monaco (siamo nel 1919), inizia la sua attività politica vera a propria costituendo l'anno seguente il Partito Nazionalsocialista dei lavoratori tedeschi (NSDAP). Gli esordi sono burrascosi, tanto che in seguito alle sue attività di agitatore viene arrestato. Durante la prigionia scrive il "Mein Kampf" orrendo manifesto della sua ideologia, infarcita di nazionalismo, razzismo, convinzioni circa la superiorità di una presunta "razza ariana", odio contro ebrei, marxisti e liberali. Scarcerato dopo soli 9 mesi, torna alla guida del NSDAP. La grande crisi economica del 1929 permette a Hitler e al suo movimento di far leva sul malcontento di alcune frange della popolazione esasperate da disoccupazione e tensioni sociali. Alle elezioni del 1930 il suo partito cresce di molto guadagnando oltre un centinaio di seggi in parlamento. Intanto Hitler impiega le sue camicie brune, una vera e propria organizzazione paramilitare, negli scontri di piazza. L'ascesa del nazismo è iniziata.
Nel 1932 Hitler perde le elezioni per pochissimi voti ma l'anno seguente il partito nazista è già il primo partito della Germania. Il consolidamento del potere di Hitler avviene con l'eliminazione degli avversari all'interno e all'esterno del partito. Come primo provvedimento dichiara fuorilegge il partito comunista arrestandone i leader principali, poi scioglie tutti i partiti tranne il NSDAP. Nel 1934, nella celebre quanto sanguinaria e terrificante "notte dei lunghi coltelli" fa eliminare con un massacro oltre un centinaio di camicie brune, divenute scomode e di difficile controllo. L'anno seguente ottiene il potere assoluto proclamandosi Fuhrer (capo supremo del Terzo Reich), e istituendo un apparato militare di controllo e repressione di burocratica ferocia. A capo di questo apparato vi sono le famigerate SS che, insieme alla Gestapo (polizia di Stato con pieni poteri), istituirono il sistema dei campi di concentramento per eliminare gli oppositori.
Le persecuzioni cominciano a colpire con virulenza gli ebrei espulsi in massa dai loro incarichi lavorativi e, con le leggi antirazziali del 1935, privati della cittadinanza tedesca e in seguito deportati nei campi di sterminio. Sul piano della politica estera il programma prevedeva l'unione di tutte le popolazioni germaniche in un'unica grande nazione con il compito di colonizzare l'Europa e distruggere i sistemi comunisti. Alla luce di questo progetto imperialista, nonostante i patti internazionali, Hitler comincia una corsa al riarmo, mentre in contemporanea stringe un Patto d'Acciaio prima con Mussolini e in seguito con il Giappone.
Nel 1939 si annette l'Austria con un colpo di mano ancora in qualche modo "politico" (ossia con il consenso sostanziale degli stessi austriaci) mentre Francia e Inghilterra, quasi stordite, rimangono a guardare. Senza più freni inibitori e in preda ad un delirio di onnipotenza, invade la Polonia, malgrado avesse stipulato un patto di non aggressione poco prima, poi la Cecoslovacchia. A quel punto, le potenze europee, consce dell'enorme pericolo che si andava profilando, dichiarano finalmente guerra alla Germania, ormai però preparatissima alla guerra, suo reale e nient'affatto recondito scopo.
Scoppia dunque la cosiddetta seconda guerra mondiale. In un primo momento, fra l'altro, stringe paradossalmente alleanza con la Russia di Stalin (il celebre patto Molotov-Ribbentrop), patria degli odiati bolscevichi. Nel 1940 invade la Francia mentre De Gaulle si rifugia in Inghilterra per organizzare la resistenza, poi l'Africa del Nord. L'avanzata della Germania a questo punto sembra inarrestabile. Solo l'Inghilterra, forte di un "alleato" naturale come la Manica, che tante volte l'ha protetta anche in passato, ancora resiste e anzi sconfigge un primo tentativo di invasione di Hitler.
Nel 1941, in preda alle sue mire espansionistiche e nonostante i patti che aveva stipulato con l'URSS decide di invadere anche la Russia. Sul fronte europeo la Germania è impegnata anche nella difficile e logorante guerra con l'Inghilterra, un vero osso duro, ma stranamente Hitler trascura e relega in secondo piano questo conflitto. Inizialmente poi, la campagna di Russia sembra a lui favorevole e l'avanzata tedesca vittoriosa e inarrestabile. I contadini russi attuano però una strategia difensiva di grande intelligenza, bruciando ogni cosa dietro di sé in attesa dell'arrivo del grande inverno russo, sapendo che è quest'ultimo il vero, importante alleato. Intanto, inaspettatamente gli USA entrano in guerra in difesa dei Russi. La Germania si trova dunque ad essere attaccata su due fronti, ad Est dai Sovietici e a Ovest dagli Alleati. Nel 1943 avviene la disastrosa ritirata dalla Russia, poi la perdita dei territori africani; gli alleati sbarcavano poi in Normandia e liberavano la Francia (1944). Il Giappone veniva bombardato con le armi atomiche e costretto in questo modo alla resa.
Nel 1945 il cerchio di fuoco si chiude intorno a Berlino. Hitler, sconfitto ed isolato nel bunker della Cancelleria dove tenta ancora una strenua difesa, si toglie la vita dopo aver sposato la sua amante, Eva Braun (suicida anch'essa insieme a lui), e redatto le sue ultime volontà. I loro cadaveri, frettolosamente bruciati dopo essere stati cosparsi di benzina, saranno rinvenuti dalle truppe sovietiche.

Cerca nel blog

Archivio blog