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venerdì 14 luglio 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 14 luglio.
Mercoledì 14 luglio 1948, poco prima di mezzogiorno, Palmiro Togliatti, accalorato e insoddisfatto per la discussione che si trascina in Parlamento, si alza per avviarsi all’uscita secondaria di Montecitorio che sfocia in via della Missione. Lo segue, a pochi passi di distanza, l’on. Nilde Iotti. Appena arrivato in strada, Togliatti viene affrontato da un giovane magro e bruno il quale, con tutta calma, estrae dalla tasca una pistola e spara, contro il leader comunista, quattro colpi. Raggiunto da tre proiettili ed apparentemente privo di vita, Togliatti cade riverso sul selciato e mentre Nilde Iotti chiama a gran voce i primi soccorsi, l’attentatore, Antonio Pallante, consegna l’arma e se stesso al primo Carabiniere che incontra nella stessa via. Più tardi dirà di aver attentato alla vita di Togliatti perché non tollerava che un italiano partecipasse alle riunioni del ‘Cominform’ ed anche perché riteneva Togliatti responsabile delle uccisioni di italiani avvenute nel Nord dopo la liberazione.
Trasportato d’urgenza al Policlinico di Roma, Togliatti, non solo non è morto, ma nonostante tre pallottole in corpo, è anche cosciente tanto da parlare con De Gasperi, giunto in ospedale cinquanta minuti dopo l’attentato. Sottoposto ad immediato intervento chirurgico da una équipe guidata dal famoso cardiochirurgo Pietro Valdoni, alle 17.45 dello stesso giorno, Togliatti si può già considerare fuori pericolo.
Ma se Togliatti è riuscito a superare questo terribile incidente, il Paese, man mano che passano le ore e la notizia dell’accaduto si diffonde, attraversa il momento più pericoloso della neonata Repubblica.
Prim’ancora che il Comitato esecutivo della CGIL dichiari lo sciopero generale, migliaia di lavoratori abbandonano spontaneamente le fabbriche e si riversano nelle piazze. In questa spontanea dimostrazione di solidarietà umana, c’è gente semplice, gente che vuole solamente avere notizie più precise sui fatti accaduti e sulla salute del grande leader comunista, ma vi sono anche agitatori, mestatori politici, facinorosi e il subitaneo, enorme spiegamento delle forze dell’ordine, predisposto dal ministro Scelba è, probabilmente, la scintilla che scatena tante piccole battaglie nei maggiori centri urbani del Paese.
E’ vero, il manifesto della CGIL, apparso su tutti i muri delle grandi città, è duro nel dichiarare che il Governo attuale, per la politica che persegue, non garantisce la libera e pacifica convivenza di tutti i cittadini nell’ambito della legalità democratica, ma e anche vero che il comunicato del Governo, in risposta alla CGIL, è perfino più duro e insinuante quando afferma che esiste uno scopo dichiarato di sovvertire la situazione creata dalle elezioni.
Il primo a raccomandare la calma, esortazione poi ripetuta a Mauro Scoccimarro, è proprio Togliatti: Per carità – disse subito - siate calmi, non perdete la testa, non facciamo sciocchezze. Con la dichiarazione di sciopero generale, invece, la spontanea dimostrazione si trasforma in un vero e proprio atto di protesta politica denunciata dalla corrente democratica all’interno della CGIL che, guidata da Giulio Pastore, invita i propri simpatizzanti ad astenersi dallo sciopero. Per colmo di sfortuna, anche questa volta, Giuseppe Di Vittorio è in America. Raggiunto telefonicamente dalla grave notizia, prende il primo aereo per l’Italia e vi giunge la stessa notte del 14. Il 15 luglio, la protesta e le dimostrazioni degenerano. Si occupano fabbriche, vengono devastate decine di sedi di partito e, naturalmente, arrivano le prime vittime. In Puglia, l’incidente più grave avviene a Taranto ad appena tre ore dopo l’attentato a Togliatti. La città è imbandierata e festante per la Fiera del Mare che dovrebbe svolgersi il giorno successivo ma le notizie apprese dalla radio producono un moto spontaneo di popolo che al primo incontro con la forza pubblica si incattivisce. Lo scontro inizia con il lancio di sassi e finisce a pistolettate: un agente ed un operaio rimangono uccisi.
Di Vittorio, nel frattempo, non può che prendere atto di quanto ha deciso il Comitato esecutivo della CGIL ma già dal mattino del 15, esercita tutta la sua influenza e la sua grande capacità di mediazione, per calmare gli animi e far cessare lo sciopero. Il Consiglio dei Ministri, per bocca di Piccioni e Fanfani, pretende la cessazione immediata dello sciopero e Di Vittorio, che non può sconfessare tutti, taglia corto e dichiara che lo sciopero cesserà venerdì 16 luglio alle 12. Esonerati però, dalla seconda giornata di sciopero, sono i quotidiani che il giorno 16 sono nelle edicole.
Piano piano dunque, torna la calma, anche se sono moltissimi i predicatori di uno sciopero ad oltranza che provocano altri incidenti ed altre vittime. A Gravina, il 15 luglio, un gruppo di dimostranti si reca ai mulini Divella ed invita i crumiri a scioperare. Intervengono i proprietari che chiamano i locali Carabinieri e, dalle parole, si passa ai fatti: viene ucciso un operaio mentre un Carabiniere catturato e portato alla locale Camera del Lavoro - scrive la Gazzetta - viene percosso, derubato, denudato e ridotto in fin di vita. Il Carabiniere muore infatti il 17 luglio. Lo stesso giorno la Gazzetta del Mezzogiorno titola a tutta pagina: L’ordine è tornato in tutta Italia e pubblica la relazione di De Gasperi e Scelba, in Parlamento, il giorno prima. L’ordine di Scelba, che non ha avuto critiche solo dalla sinistra per la determinazione con cui le forze dell’ordine sono intervenute durante il 14 e 15 luglio, è costato al Paese, per sua stessa ammissione, 16 vittime: 7 morti fra i civili, 9 fra Agenti e Carabinieri e 204 feriti più o meno gravi.
Anche in Parlamento si avranno feriti e contusi durante l’intervento di De Gasperi, ma la paura è passata ed è passata anche grazie a Gino Bartali. Questa nota di colore durante i tragici avvenimenti di luglio, è un fatto ormai riconosciuto da tutti gli storici. Pare che fra una colluttazione e l’altra in Parlamento, fra uno scontro e l’altro nelle piazze, tutti erano comunque attenti nel seguire il Tour de France e le imprese di Bartali. Perfino Togliatti, in ospedale, chiedeva continuamente notizie. L’aneddoto sarà raccontato, successivamente, dallo stesso Giulio Andreotti: proprio il 15 luglio, mentre svolgeva una relazione parlamentare in una atmosfera tesissima, entra nell’emiciclo di Montecitorio il parlamentare contadino Matteo Tonengo che tutto concitato annuncia a gran voce lo strepitoso successo di Bartali nella tappa Cannes/Briancon. Immediatamente la tensione si allenta e dalla destra alla sinistra del Parlamento appaiono sorrisi e mormorii di approvazione. Era accaduto che il Gino nazionale, in quella tappa montuosa, aveva recuperato quasi 21 minuti sulla maglia gialla Luison Bobet e che dal settimo posto, in classifica generale, era balzato al secondo posto. Il giorno successivo, 16 luglio, vince di nuovo, conquista la maglia gialla e la conserva fino al definitivo trionfo, il 25 luglio, a Parigi.
In effetti - racconta il direttore di un quotidiano - in quei due giorni, 14 e 15 luglio, la tensione era notevole. Nella mattinata del 15 un folto gruppo di dimostranti aveva tentato di entrare nel giornale, qualche vetro era andato in frantumi e noi giovani ascoltavamo con attenzione i commenti dei colleghi più anziani su cosa e su quanto stava avvenendo, nel Paese, in quel momento. Ogni tanto però, qualcuno di noi spariva per sapere, dalla redazione sportiva, cosa stava accadendo al ‘Tour’ e, quando nel pomeriggio del 15, arrivò la notizia della memorabile impresa di Bartali, fu come se qualcuno avesse scoperto una pentola a pressione. Da quel momento non si parlò d’altro e presto ci accorgemmo che anche fra i dimostranti l’attenzione era passata dalla ‘rivoluzione’ all’impresa di Bartali.
Molti anni dopo si è giunti perfino ad ipotizzare che fu proprio l’impresa di Bartali a far abortire la rivoluzione. Ma Pietro Secchia e Pietro Longo hanno sempre respinto recisamente che il PC avesse la preparazione e l’intenzione di sovvertire le istituzioni.
Antonio Pallante fu processato e condannato nel luglio del 1949 a tredici anni e otto mesi di reclusione, ma il 31 ottobre 1953, in appello, la pena venne ridotta a dieci anni e otto mesi; il resto della pena gli fu condonato per effetto dell'amnistia e alla fine del 1953 uscì dal carcere dopo cinque anni. Scontata la pena, trovò impiego, come il padre, alla Forestale. Sposato, con due figli e alcuni nipotini, ha vissuto una placida vita da anonimo pensionato a Catania fino alla morte, avvenuta il 6 luglio 2022 all'età di 98 anni.

giovedì 22 giugno 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 22 giugno.
Il 22 giugno 1946 entrò in vigore in Italia il Decreto presidenziale di amnistia e indulto legato al periodo dell’occupazione nazifascista.
La legge venne proposta dall’allora Ministro di Grazia e Giustizia del Governo De Gasperi, Palmiro Togliatti segretario del PCI.
L'amnistia Togliatti comprendeva il condono della pena per reati comuni e politici, dal collaborazionismo coi tedeschi fino al concorso in omicidio, commessi in Italia dopo l’8 settembre 1943.
Scopo del decreto legge era sia di giungere quanto prima ad una pacificazione nazionale sia di evitare che l’epurazione rallentasse ulteriormente la ripresa delle attività fondamentali alla ricostruzione materiale del paese: attività burocratiche, istituzionali, culturali, sanitarie ed economiche. Ovviamente la legge non mancò di suscitare tensioni soprattutto nel nord Italia, dove avevano combattuto molte formazioni partigiane e dove la popolazione aveva subito l’occupazione e le violenze naziste.
Le polemiche vennero soprattutto dall’associazionismo partigiano e dai perseguitati politici antifascisti, che non accettarono la scarcerazione dei loro nemici e aguzzini quando permanevano nelle carceri partigiani arrestati per azioni compiute sotto l’occupazione nazifascista.
La prima e maggiore reazione si ebbe nella provincia di Asti, dal 9 luglio al 28 agosto 1946, dove ex partigiani ‘tornarono in montagna’ e si arroccarono nel paese di Santa Libera, frazione di Santo Stefano Belbo (CN), protestando contro l’amnistia e avanzando richieste – che il governo promise di accogliere, giungendo così al volontario scioglimento del presidio -.
In poco tempo si erano radunati a Santa Libera, provenendo anche dalle regioni vicine, circa 400 partigiani.
Altre reazioni eclatanti si ebbero ad Aosta e a Casale Monferrato, ma non mancarono anche in Emilia Romagna e in Toscana.
Il 23 agosto ad Aosta circa 300 ex combattenti ed ex internati, insieme alla popolazione civile, assaltarono il carcere locale per liberare degli ex partigiani.
A Casale Monferrato invece la popolazione dichiarò lo sciopero generale, in protesta per la revisione della sentenza di condanna a morte di alcuni repubblichini. Intervennero polizia, carabinieri ed esercito. La situazione si calmò solo grazie all’intercessione del Segretario della CGIL, Giuseppe Di Vittorio.
L'amnistia Togliatti tuttavia fece il suo corso e fu anzi seguita da ulteriori indulti che ampliarono la casistica dei crimini condonabili. Nel 1948 poi il sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri, Giulio Andreotti, approvò un decreto con cui si estinguevano i giudizi ancora pendenti dopo l'amnistia del 1946.
Ancora nel ’53 e nel ’66 venne approvata un’amnistia per tutti i reati commessi entro il 18 giugno 1948, quindi comprendente anche quegli episodi di ‘regolamento di conti’ che caratterizzarono alcune zone italiane nel primo dopoguerra.
Legato a questi provvedimenti ed eventi è il mito della ‘Resistenza tradita’, nato dalle aspettative deluse di quanti speravano con la fine della guerra in un sostanziale cambio delle condizioni sociali della povera gente e in una rivalsa dopo un ventennio di dittatura.

venerdì 2 luglio 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 2 luglio.
Il 2 luglio 1987 Nilde Iotti viene confermata per la terza legislatura presidente della Camera dei Deputati, prima donna della Storia della Repubblica Italiana a ricoprire tale ruolo.
Leonilde (chiamata da tutti Nilde) Iotti, nacque a Reggio Emilia il 10/04/1920. Il padre, un deviatore delle Ferrovie dello Stato, attivista nel movimento operaio socialista, perseguitato poi, durante il regime fascista, a causa del suo impegno sindacale, nonostante le disagiate condizioni economiche, nelle quali versava, iscrisse la giovane figlia all’Università Cattolica di Milano, perché come spesso ricordò Nilde, citando le sue parole: "E’ meglio stare con i preti, che con i fascisti."
"Per anni indossai il cappotto rovesciato di mio padre", dichiarò la Iotti in alcune interviste, ritornando con la memoria ai tempi della sua giovinezza, della povertà, dei tanti sacrifici compiuti dai genitori, che desideravano che lei studiasse per diventare "qualcuno".
Rimasta orfana di padre nel 1934, Nilde riuscì a proseguire gli studi perché la madre, in un periodo in cui le donne, per la legge fascista erano relegate al focolare domestico, iniziò a lavorare.
Durante la frequenza della facoltà di Lettere della Cattolica di Milano, per Nilde iniziò un travaglio ideologico, che la allontanò dalla fede cattolica, ritenuta assolutista ed intollerante. "Al credo, perché assurdo, dissi razionalmente no."
Con l’adesione dell’Italia alla Seconda Guerra Mondiale, Nilde, sostenuta dall’esemplare lezione di vita lasciatagli dal padre, si iscrisse al P.C.I.
Dal 1943 si segnalò dapprima come porta-ordini, uno dei ruoli più significativi e pericolosi assunti dalle donne, durante la Resistenza, attraverso il quale i partigiani tessevano la fitta rete di intrecci politici, che portarono l’Italia alla liberazione dall’occupazione nazi-fascista. Il suo impegno fra i partigiani della città natale, le consentì poco più che ventenne di essere designata responsabile dei Gruppi di Difesa della Donna, struttura attivissima nella guerra di Liberazione.
Il primo di questi organismi fu costituito a Milano nel novembre del 1943 da alcune esponenti di spicco dei Partiti che affluirono nel Comitato di Liberazione Nazionale, dopo la firma dell'armistizio, mentre i tedeschi assediavano le campagne e le città del Nord Italia, compiendo efferati rastrellamenti di civili, impegnati nella lotta contro il fascismo.
I Gruppi di Difesa della Donna e di Assistenza ai Combattenti della Libertà, da Milano, si estesero su tutto il territorio italiano ancora occupato, perseguendo l'obiettivo di mobilitare, attraverso un'organizzazione capillare e clandestina, donne di età e condizioni sociali differenti, per far fronte a tutte le necessità, derivate dalla recrudescenza della guerra.
Tali gruppi operativi femminili si segnalarono, durante la Resistenza, attraverso la raccolta di indumenti, medicinali, alimenti per i partigiani e si adoperarono per portare messaggi, custodire liste di contatti, preparare case-rifugio, trasportare volantini, opuscoli ed anche armi.
Come si è detto, Nilde Iotti ricoprì, dal 1943, il ruolo più emblematico, ma anche più rischioso, che molte partigiane dei GDD esercitarono, quello di porta-ordini. Victoria de Grazia, nel suo volume Le donne nel regime fascista, definisce la staffetta come "l'eroina della Resistenza: porta-ordini e persona di fiducia, è il vero jolly della guerra partigiana."
Da responsabile del GDD di Reggio Emilia, Nilde si fece interprete di quella coscienza civile e politica, che le donne, dopo secoli di esclusione dalla vita pubblica e dopo vent'anni di dittatura fascista, solo durante il periodo bellico, iniziarono a manifestare.
Infatti, gli studi compiuti sulla Resistenza italiana conferiscono ampio risalto al ruolo, non secondario, che i Gruppi di Difesa della Donna ebbero nel promuovere l'emancipazione femminile.
Dopo il Referendum del 2 giugno 1946, grazie al quale per la prima volta le donne italiane esercitarono il diritto di voto e furono così "considerate, dal punto di vista politico, cittadine a pieno titolo", come sottolinea Miriam Mafai, la ventiseienne Nilde Iotti fu mandata in Parlamento.
"Robusta, alta, i capelli sciolti sulle spalle, il manifesto desiderio di imparare a fare il deputato", secondo la descrizione del suo portavoce alla Camera G. Frasca Polara, Nilde conobbe Palmiro Togliatti, capo carismatico del P.C.I., in un ascensore di Montecitorio.
Da questo incontro seguì una relazione sentimentale, che seppe resistere a tutti gli attacchi, soprattutto all’interno del Partito, perché Togliatti era già coniugato con un figlio e all’epoca, aveva 53 anni.
Nilde, dapprima come semplice deputato, poi come membro dell'Assemblea Costituente, attraverso la sua sensibilità e la sua cultura istituzionale, diede prova di uno spiccato talento politico. Ella stessa definì quella nell'Assemblea Costituente, come "la più grande scuola politica, a cui abbia mai avuto occasione di partecipare, anche nel prosieguo della mia vita politica".
Nilde entrò a far parte anche della "Commissione dei 75", alla quale fu assegnato il compito di redigere la bozza della Costituzione repubblicana, da sottoporre al voto dell'intera Assemblea. Come si è già ricordato, i 556 componenti dell'Assemblea Costituente, in rappresentanza del popolo italiano, si riunirono per la prima volta il 25/06/1946 per nominare il Capo provvisorio dello Stato (venne eletto Enrico De Nicola) e per designare i 75 membri rappresentativi di tutta l'Assemblea. Dopo circa sei mesi di attività, la Commissione dei 75 sottopose il proprio progetto costituzionale all'intera Assemblea che, nel corso di quasi tutto il 1947 discusse, integrò, modificò, articolo per articolo la bozza iniziale.
Solo il 22/12/1947 venne approvato, a larghissima maggioranza, il testo definitivo della Costituzione che, una volta promulgato dal Capo Provvisorio dello Stato, entrò in vigore il 1° gennaio 1948.
Il ruolo svolto nell'ambito della Costituente, a favore dei diritti delle donne e per le famiglie, segnò profondamente l'impegno che Nilde profuse nella sua attività parlamentare, condotta ininterrottamente, per 53 anni, con rigore, costanza e semplicità.
Di grande risalto ed attualità si presenta la relazione sulla Famiglia, che Nilde predispose nel 1946, in qualità di membro della "Commissione dei 75". In essa l'Onorevole Iotti, auspicando il superamento dello Statuto Albertino con una nuova carta costituzionale, che si occupi dei diritti della famiglia, del tutto ignorati dal predetto Statuto, ormai obsoleto, peraltro disapplicato durante i 20 anni di regime fascista, invita l'Assemblea a voler regolare con leggi il diritto familiare. Caposaldo della nuova Costituzione deve essere dunque il rafforzamento della famiglia: "L'Assemblea Costituente (…) deve inserire nella nuova Carta Costituzionale l'affermazione del diritto dei singoli, in quanto membri di una famiglia o desiderosi di costruirne una ad una particolare attenzione e tutela da parte dello Stato", scrive Iotti a tal proposito.
Altro elemento nevralgico della Relazione in esame riguarda la posizione della donna: "Uno dei coniugi poi, la donna, era ed è tuttora legata a condizioni arretrate, che la pongono in stato di inferiorità e fanno sì che la vita familiare sia per essa un peso e non fonte di gioia e aiuto per lo sviluppo della propria persona. Dal momento che alla donna è stata riconosciuta, in campo politico, piena eguaglianza, col diritto di voto attivo e passivo, ne consegue che la donna stessa dovrà essere emancipata dalle condizioni di arretratezza e di inferiorità in tutti i campi della vita sociale e restituita ad una posizione giuridica tale da non menomare la sua personalità e la sua dignità di cittadina."
Se pensiamo che alla vigilia della seconda guerra mondiale il femminismo storico era stato spazzato via, insieme a tutti i partiti politici e a tutte le libertà (di pensiero, di stampa, di organizzazione, etc…), se consideriamo, inoltre, che la politica sociale di Mussolini prevedeva che "il lavoro costituisce per la donna non una meta, bensì una tappa della sua vita, da risolversi, prima possibile, con il rientro nell'ambiente domestico", la Relazione della Iotti, scritta quando le donne italiane si erano appena affacciate sulla scena politica, si propone come tentativo molto coraggioso di svecchiamento e di rinnovamento democratico.
Un occhio di riguardo viene posto da tale relazione sull'emancipazione, che può derivare dal lavoro; la nuova Costituzione pertanto dovrà assicurare il diritto al lavoro "senza differenza di sesso." Altro elemento, oggetto di studio, da parte della giovane parlamentare e che rappresenterà, nel corso delle successive legislature, uno degli impegni politici di maggiore rilievo, concerne l'annosa questione dell'indissolubilità del matrimonio. Nilde manifesta la propria contrarietà ad inserire nella Costituzione il principio dell'indissolubilità "considerandolo tema della legislazione civile". Infine, la Relazione focalizza la propria attenzione sulla maternità, non più intesa come "cosa di carattere privato", bensì come "funzione sociale" da tutelare. Uno degli articoli di maggiore impatto innovativo della proposta costituente, riguarda il principio dell'uguaglianza giuridica dei coniugi. Questi ultimi hanno eguali diritti e doveri nei confronti dei figli (per la loro alimentazione, educazione ed istruzione).
Ricordiamo che il Codice Penale (c.d. Rocco dal nome del penalista che lo curò), entrato in vigore nel 1942, concepiva le donne come "beni", sui quali il padre prima ed il marito poi, esercitavano assoluta autorità.
Forte dell'esperienza maturata nella Costituente, Nilde proseguì la propria missione politica a favore dei diritti delle categorie più disagiate (le donne in primo luogo), sia in Parlamento, sia all'interno del P.C.I., dove ottenne pieno riconoscimento solo dopo la morte di Togliatti.
Nel corso di mezzo secolo, vissuto all'interno delle istituzioni repubblicane, Nilde fu promotrice della legge sul diritto di famiglia del 1975, della battaglia sul referendum per il divorzio (1974) e per la legge sull'aborto (1978).
Dal 1979 al 1992 ricoprì la carica di Presidente della Camera, segnalandosi per grande capacità di equilibrio, di mediazione e di saggezza. Nel 1993 ottenne la Presidenza della Commissione Parlamentare per le riforme istituzionali. Nel 1997 venne eletta Vicepresidente del Consiglio d'Europa.
Rinunciò a tutti gli incarichi il 18 novembre del 1999 a causa di gravi problemi di salute. La Camera dei deputati accolse le sue dimissioni con un lunghissimo applauso; il futuro presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, suo vecchio compagno di partito, scrisse nell'occasione una lettera pubblica, e ancora tornò a ricordare la Iotti nel 2006, nel discorso pronunciato alle Camere durante il giuramento per la Presidenza della Repubblica: «E ancora, abbiamo da contare - mi si lasci ricordare la splendida figura di Nilde Iotti - sulle formidabili risorse delle energie femminili non mobilitate e non valorizzate né nel lavoro né nella vita pubblica: pregiudizi e chiusure, con l'enorme spreco che ne consegue, ormai non più tollerabili.»
Nilde Iotti morì pochi giorni dopo le sue dimissioni, il 4 dicembre 1999, per arresto cardiaco, alla clinica Villa Luana di Roma. È sepolta presso il Cimitero del Verano di Roma.

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