Buongiorno, oggi è l'11 luglio.
11 luglio 1982, stadio Santiago Bernabeu di Madrid. Si affrontano nella finale della dodicesima edizione dei campionati del mondo di calcio l'Italia e la Germania Ovest, arbitro il brasiliano Coelho. Gli azzurri avevano cominciato male il loro cammino, ottenendo solo tre miseri pareggi in altrettanti incontri nel girone eliminatorio di Vigo, contro Polonia (0-0), Perù (1-1) e, infine, Camerun (1-1), qualificandosi solo grazie ad una rete in più segnata, a parità di differenza reti, nei confronti della compagine africana.
Poi, però, l'undici guidato dal friulano Enzo Bearzot aveva preso a macinare gioco e avversari: incluso in un raggruppamento di ferro a Barcellona assieme ad Argentina e Brasile, si era reso protagonista di due clamorose imprese, sconfiggendo prima Maradona e soci (2-1) e poi addirittura quello che sembrava uno squadrone imbattibile, guidato da Zico, Falcao, Socrates, Eder, Junior, Edinho, Cerezo e chi più ne ha più ne metta (3-2). In occasione di quest'ultima partita l'Italia aveva assistito all'improvviso risveglio del Pablito nazionale, Paolo Rossi, autore di una tripletta. In semifinale gli azzurri si erano trovati di fronte nuovamente la Polonia e Rossi aveva confermato il suo ritrovato feeling col gol, mettendo a segno le due reti decisive (2-0).
Ora, dopo gli inni, è il momento del calcio d'inizio contro i temibili tedeschi guidati da Karl-Heinz Rummenigge. Bearzot, che purtroppo non ha a disposizione Antognoni, schiera: Zoff, Bergomi, Cabrini; Gentile, Collovati, Scirea; Conti, Tardelli, Rossi; Oriali, Graziani. Subito una brutta tegola per i nostri: al 7' si infortuna Graziani ed è costretto ad abbandonare il campo. Al suo posto entra Altobelli. Al 24', però, abbiamo una nitida opportunità di passare in vantaggio: Bruno Conti se ne va sulla fascia destra, irresistibile come sempre, entra in area e viene falciato da Briegel. È calcio di rigore. Sul dischetto si presenta Cabrini. Davanti a lui c'è Schumacher. L'Italia è col fiato sospeso. Il "Bell'Antonio" prende la rincorsa, tira e il pallone sibila a lato del palo sinistro della porta. Siamo ancora sullo 0-0. Potremmo crollare psicologicamente, ma, invece, reggiamo alla grande e così si conclude il primo tempo.
Alla ripresa siamo più convinti che mai. Al 56', su cross di Conti, Rossi insacca di testa. 1-0! Il Santiago Bernabeu esplode. Ma non è finita. Tredici minuti più tardi, al termine di una insistita azione sulla fascia destra, Tardelli riceve palla da Scirea ed esplode un sinistro micidiale, potente, preciso. Gooooooooooolllllllllll!!! Tardelli grida correndo come un forsennato e tutta l'Italia con lui. 2-0! Altri undici minuti ed arriva il tris: Conti si invola sulla destra, irraggiungibile, mette una palla d'oro in mezzo e Spillo Altobelli sigla il 3-0. In tribuna il presidente della repubblica Sandro Pertini, accanto al re di Spagna Juan Carlos, è esaltato, si alza felice e grida "Non ci prendono più".
E, infatti, non ci prendono più, malgrado il gol della bandiera firmato da Breitner all'83'. Mentre si aspetta solo il fischio finale, c'è gloria anche per il vecchio Causio, che sostituisce Altobelli all'89'. Poi Coelho ferma il pallone con le mani e sancisce la fine delle ostilità. L'Italia è campione del mondo per la terza volta nella sua storia. Nando Martellini, il grande telecronista della Rai, esulta: "campioni del mondo, campioni del mondo, campioni del mondo!!!" Al centro del terreno di gioco, il nostro capitano quarantenne Dino Zoff alza la Coppa: l'immagine farà il giro del mondo e sarà immortalata anche in un francobollo.
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sabato 11 luglio 2026
sabato 10 giugno 2023
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 10 giugno.
Il 10 giugno 1981 l'Italia intera si ferma per tre giorni, nella speranza di vedere riaffiorare in superficie il piccolo Alfredino Rampi.
Sono da poco passate le 19.00, Ferdinando Rampi, 41enne romano passeggia con un paio di amici lungo un viottolo sterrato in mezzo alle vigne. Abita a piazza Bologna, nel centro di Roma, ma d’estate cerca rifugio con la sua famiglia in una villetta di campagna, tirata su mattone dopo mattone, in via di Vermicino, a pochi chilometri da Frascati. Il figlio maggiore Alfredo, un bambino di sei anni con una malformazione al cuore e in attesa di intervento, nel frattempo gioca. Ma vuole tornare a casa da solo e papà acconsente. Si tratta di percorrere pochi metri, perché non lasciarlo andare? Mamma Francesca e nonna Veja, invece, stanno preparando la cena. Riccardo, il fratellino più piccolo, dorme. Il racconto è quello di una giornata qualunque, di inizio estate. Ma…
Alle 19.20 quando papà Nando fa ritorno a casa, Alfredo non c’è. Lo cercano ovunque, sembra sparito nel nulla. Per circa tre ore, gli agenti della polizia immediatamente allertati dai genitori preoccupati, battono le campagne circostanti, con l’aiuto delle unità cinofile. Metro dopo metro. Anche alcuni residenti della zona, hanno deciso di dare una mano. Poi, mezz’ora dopo la mezzanotte, la terribile notizia: un agente ha sentito dei lamenti provenire da un pozzo artesiano. Basta tendere l’orecchio per sentire che qualcuno urla «Mamma». Alfredino è lì, in quel cunicolo, incastrato a circa 36 metri di profondità. Sotto i suoi piedi altri 44 metri di vuoto. Bisogna tirarlo fuori, e bisogna tirarlo fuori il prima possibile.
Era il 10 giugno del 1981, giorno in cui l’Italia cambiò volto, forse per sempre.
Il resto è una triste storia nota a tutti. Una tv locale si precipita sul posto a registrare il tentativo di salvataggio con una tavoletta di legno, metodo proposto da un gruppo di speleologi: si rivelerà un fallimento totale. Sarà il primo di una lunga serie di «errori», di soluzioni sbagliate, inutili. Prima si decide di scavare un pozzo parallelo usando una trivella in grado di bucare il terreno, si cerca addirittura un nano che possa entrare nel foro a prenderlo, poi un contorsionista. Persino un ragazzino di 15 anni si offrì di calarsi in quel buco strettissimo, salvo poi essere bloccato già imbragato dal magistrato presente sul posto. Sono state tante le persone che hanno tentato di tirarlo fuori, alcune sono riuscite addirittura a toccare il piccolo, ricoperto dal fango, stremato, al limite. Non si lasciò niente di intentato, ma quanta incertezza e quanta angoscia in quella drammatica altalena di speranze e delusioni. Il tutto mentre riecheggiano ancora nell'aria circostante le parole del piccolo Alfredo «sfondate la porta ed entrate nella stanza buia».
L’epilogo si avrà sabato 13 giugno. Sarà Donato Caruso, questa volta, a scendere nel pozzo maledetto, con delle manette per evitare che scivoli ancora, ancora più giù: è giovane, ha sangue freddo, è magrissimo, può farcela, deve farcela. Sarà l’ultimo disperato tentativo: alle 6.40, il volontario riuscì a raggiungere Alfredino, al secondo tentativo. «Lo senti respirare? Si muove? Il bambino si è mosso?». Niente. Dopo 63 ore di agonia un giornalista comunicò in lacrime che il bambino era morto. Il corpicino del piccolo Alfredo fu recuperato da tre squadre di minatori della miniera di Gavorrano, l'11 luglio, ben 28 giorni dopo.
«Volevamo vedere un fatto di vita, e abbiamo visto un fatto di morte. Ci siamo arresi, abbiamo continuato fino all'ultimo. Ci domanderemo a lungo a cosa è servito tutto questo, che cosa abbiamo voluto dimenticare, che cosa ci dovremmo ricordare, che cosa dovremo amare, che cosa dobbiamo odiare. È stata la registrazione di una sconfitta, purtroppo: 60 ore di lotta invano per Alfredo Rampi». Furono queste le parole, di Giancarlo Santalmassi durante l'edizione straordinaria del Tg2 del 13 giugno 1981.
A Vermicino lo spettacolo era finito, altrove invece era solo iniziato. Sulla vicenda, infatti, si accesero ben altri riflettori come se quelli dell’interminabile diretta a reti unificate non fossero bastati. Ed è questa l’altra faccia di questa triste tragedia, in cui si è mescolato il meglio ed il peggio dell’Italia. Per la prima volta nella storia della televisione italiana un dramma privato era diventato spettacolo, un reality show a cui assistere con il fiato sospeso. 21 milioni di persone rimasero incollate per ore davanti al televisore, tutte con le lacrime agli occhi a cominciare dall'allora presidente della repubblica, Sandro Pertini, che volle assistere di persona alle operazioni di soccorso.
Un evento straziante e una lunga agonia durata circa tre giorni che, nonostante siano passati molti anni, pochi possono dire d’aver dimenticato. Nonostante ciò, in quell’angolo di Vermicino - a quasi 40 anni di distanza - non c’è nulla che ricordi l’accaduto. Tutto lì pare quasi essere stato cancellato: quasi una profonda rimozione sociale dell’evento. Nel luogo in cui la terra si portò via la vita di Alfredino non ci sono oggi nemmeno dei fiori o una semplice croce. Accanto al pozzo - chiuso da anni - il degrado regna sovrano. Solo sacchi d’immondizia, erbacce, bottiglie di plastica e incuria come a rimuovere il clamore e la commozione che accompagnarono le ultime ore di vita del bimbo che commosse una nazione. Una statua di Alfredino è stata eretta nel cortile della Parrocchia dei Sacri Cuori di Gesù e Maria di Vermicino.
Alfredino è sepolto presso il Cimitero del Verano di Roma, accanto al fratello Riccardo (nato a Roma nel 1979), morto nel 2015 all'età di 36 anni per un improvviso infarto.
Angelo Licheri, l'uomo che si offrì di calarsi nel pozzo per raggiungere Alfredino, si è spento a 77 anni il 17 ottobre 2021.
Il 10 giugno 1981 l'Italia intera si ferma per tre giorni, nella speranza di vedere riaffiorare in superficie il piccolo Alfredino Rampi.
Sono da poco passate le 19.00, Ferdinando Rampi, 41enne romano passeggia con un paio di amici lungo un viottolo sterrato in mezzo alle vigne. Abita a piazza Bologna, nel centro di Roma, ma d’estate cerca rifugio con la sua famiglia in una villetta di campagna, tirata su mattone dopo mattone, in via di Vermicino, a pochi chilometri da Frascati. Il figlio maggiore Alfredo, un bambino di sei anni con una malformazione al cuore e in attesa di intervento, nel frattempo gioca. Ma vuole tornare a casa da solo e papà acconsente. Si tratta di percorrere pochi metri, perché non lasciarlo andare? Mamma Francesca e nonna Veja, invece, stanno preparando la cena. Riccardo, il fratellino più piccolo, dorme. Il racconto è quello di una giornata qualunque, di inizio estate. Ma…
Alle 19.20 quando papà Nando fa ritorno a casa, Alfredo non c’è. Lo cercano ovunque, sembra sparito nel nulla. Per circa tre ore, gli agenti della polizia immediatamente allertati dai genitori preoccupati, battono le campagne circostanti, con l’aiuto delle unità cinofile. Metro dopo metro. Anche alcuni residenti della zona, hanno deciso di dare una mano. Poi, mezz’ora dopo la mezzanotte, la terribile notizia: un agente ha sentito dei lamenti provenire da un pozzo artesiano. Basta tendere l’orecchio per sentire che qualcuno urla «Mamma». Alfredino è lì, in quel cunicolo, incastrato a circa 36 metri di profondità. Sotto i suoi piedi altri 44 metri di vuoto. Bisogna tirarlo fuori, e bisogna tirarlo fuori il prima possibile.
Era il 10 giugno del 1981, giorno in cui l’Italia cambiò volto, forse per sempre.
Il resto è una triste storia nota a tutti. Una tv locale si precipita sul posto a registrare il tentativo di salvataggio con una tavoletta di legno, metodo proposto da un gruppo di speleologi: si rivelerà un fallimento totale. Sarà il primo di una lunga serie di «errori», di soluzioni sbagliate, inutili. Prima si decide di scavare un pozzo parallelo usando una trivella in grado di bucare il terreno, si cerca addirittura un nano che possa entrare nel foro a prenderlo, poi un contorsionista. Persino un ragazzino di 15 anni si offrì di calarsi in quel buco strettissimo, salvo poi essere bloccato già imbragato dal magistrato presente sul posto. Sono state tante le persone che hanno tentato di tirarlo fuori, alcune sono riuscite addirittura a toccare il piccolo, ricoperto dal fango, stremato, al limite. Non si lasciò niente di intentato, ma quanta incertezza e quanta angoscia in quella drammatica altalena di speranze e delusioni. Il tutto mentre riecheggiano ancora nell'aria circostante le parole del piccolo Alfredo «sfondate la porta ed entrate nella stanza buia».
L’epilogo si avrà sabato 13 giugno. Sarà Donato Caruso, questa volta, a scendere nel pozzo maledetto, con delle manette per evitare che scivoli ancora, ancora più giù: è giovane, ha sangue freddo, è magrissimo, può farcela, deve farcela. Sarà l’ultimo disperato tentativo: alle 6.40, il volontario riuscì a raggiungere Alfredino, al secondo tentativo. «Lo senti respirare? Si muove? Il bambino si è mosso?». Niente. Dopo 63 ore di agonia un giornalista comunicò in lacrime che il bambino era morto. Il corpicino del piccolo Alfredo fu recuperato da tre squadre di minatori della miniera di Gavorrano, l'11 luglio, ben 28 giorni dopo.
«Volevamo vedere un fatto di vita, e abbiamo visto un fatto di morte. Ci siamo arresi, abbiamo continuato fino all'ultimo. Ci domanderemo a lungo a cosa è servito tutto questo, che cosa abbiamo voluto dimenticare, che cosa ci dovremmo ricordare, che cosa dovremo amare, che cosa dobbiamo odiare. È stata la registrazione di una sconfitta, purtroppo: 60 ore di lotta invano per Alfredo Rampi». Furono queste le parole, di Giancarlo Santalmassi durante l'edizione straordinaria del Tg2 del 13 giugno 1981.
A Vermicino lo spettacolo era finito, altrove invece era solo iniziato. Sulla vicenda, infatti, si accesero ben altri riflettori come se quelli dell’interminabile diretta a reti unificate non fossero bastati. Ed è questa l’altra faccia di questa triste tragedia, in cui si è mescolato il meglio ed il peggio dell’Italia. Per la prima volta nella storia della televisione italiana un dramma privato era diventato spettacolo, un reality show a cui assistere con il fiato sospeso. 21 milioni di persone rimasero incollate per ore davanti al televisore, tutte con le lacrime agli occhi a cominciare dall'allora presidente della repubblica, Sandro Pertini, che volle assistere di persona alle operazioni di soccorso.
Un evento straziante e una lunga agonia durata circa tre giorni che, nonostante siano passati molti anni, pochi possono dire d’aver dimenticato. Nonostante ciò, in quell’angolo di Vermicino - a quasi 40 anni di distanza - non c’è nulla che ricordi l’accaduto. Tutto lì pare quasi essere stato cancellato: quasi una profonda rimozione sociale dell’evento. Nel luogo in cui la terra si portò via la vita di Alfredino non ci sono oggi nemmeno dei fiori o una semplice croce. Accanto al pozzo - chiuso da anni - il degrado regna sovrano. Solo sacchi d’immondizia, erbacce, bottiglie di plastica e incuria come a rimuovere il clamore e la commozione che accompagnarono le ultime ore di vita del bimbo che commosse una nazione. Una statua di Alfredino è stata eretta nel cortile della Parrocchia dei Sacri Cuori di Gesù e Maria di Vermicino.
Alfredino è sepolto presso il Cimitero del Verano di Roma, accanto al fratello Riccardo (nato a Roma nel 1979), morto nel 2015 all'età di 36 anni per un improvviso infarto.
Angelo Licheri, l'uomo che si offrì di calarsi nel pozzo per raggiungere Alfredino, si è spento a 77 anni il 17 ottobre 2021.
sabato 25 settembre 2021
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 25 settembre.
Il 25 settembre 1896 nasce a San Giovanni di Stella (SV) Alessandro Pertini, detto Sandro.
La famiglia è benestante, poiché il padre è proprietario terriero; Sandro ha 4 fratelli: Luigi, Mario, Giuseppe e Eugenio, quest'ultimo scompare tragicamente il 25 aprile 1954 nel carcere di Flossenburg.
Dopo aver frequentato il collegio dei Salesiani a Varazze, Sandro Pertini frequenta il liceo "Chiabrera" di Savona, e diviene collaboratore di "Critica Sociale" di Filippo Turati, il che contribuisce sicuramente ad avvicinarlo all'ambiente e all'ideologia socialista.
Consegue una prima laurea in giurisprudenza, all'università di Genova e una seconda in scienze politiche nel 1924 a Firenze (dove è ospite del fratello) anno in cui entra in contatto con gli ambienti legati a Gaetano Salvemini e dell'interventismo democratico e socialista. La sua militanza politica inizia però nel 1918 con l'iscrizione al PSI.
Tra i due titoli di studio acquisiti, Sandro Pertini vive la tragica esperienza del primo conflitto mondiale in seguito allo scoppio del quale, nel 1917, viene richiamato e inviato sul fronte dell'Isonzo e sulla Bainsizza; il suo ruolo è di sottotenente di complemento. Egli si distingue inoltre per un'azione particolarmente coraggiosa durante l'assalto al monte Jelenik e viene proposto per la medaglia d'argento al valore militare.
Nel 1922 entra al potere in Italia il fascismo con la marcia su Roma e il giovane avvocato Sandro Pertini diventa presto il bersaglio delle violenze squadriste, ma è l'assassinio di Matteotti che lo fa scendere in campo in modo definitivo, caparbio e determinato: saranno anni durissimi di condanne, pestaggi ed esilio.
Il 22 maggio 1925 Sandro Pertini è arrestato, e il 3 giugno condannato a 8 mesi di detenzione (oltre che al pagamento di un'ammenda) per diversi reati tra i quali quello di stampa clandestina. Egli ha, infatti, distribuito il foglio clandestino "Sotto il barbaro dominio fascista" nel quale rivendica la paternità di alcuni scritti antifascisti e individua la responsabilità della monarchia nel perdurare del regime fascista.
La violenza più pesante da parte delle forze antifasciste è quella del 1926 a seguito della quale Sandro Pertini finisce ricoverato all'ospedale, ferito in modo grave. Nel dicembre dello stesso anno, viene condannato al confino per 5 anni, a seguito della proclamazione delle leggi eccezionali anti-fasciste.
Da questo momento in poi Pertini entra in contatto con altri personaggi che sono stati protagonisti della storia d'Italia di quegli anni: Filippo Turati e Antonio Gramsci, Giuseppe Saragat, nonché Leo Valiani e Luigi Longo (con questi ultimi due organizzerà nell'aprile del 1945, l'insurrezione di Milano).
Datosi alla macchia e alla clandestinità, si dedica ad organizzare la fuga di Filippo Turati, leader del socialismo riformista. Accompagnerà quest'ultimo in Corsica, mentre gli altri protagonisti dell'impresa Ferruccio Parri e Carlo Rosselli, vengono intercettati sulla strada del ritorno in Italia, catturati e processati a Savona il 14 settembre 1927, infine condannati a 10 mesi di reclusione. Anche Turati e Pertini sono condannati, però in contumacia.
Tra le azioni importanti di Sandro Pertini in esilio ricordiamo nel 1928 la costituzione di una trasmittente radio a Eze (vicino a Nizza), con la quale riesce a svolgere la sua azione di propaganda contro il fascismo. Insofferente della vita dell'esule egli organizza ben presto il rientro in Italia che gli riesce con un passaporto falso: viene però catturato il 14 aprile 1929, dopo solo 20 giorni di libertà in patria. Condannato a 10 anni e 9 mesi di reclusione il 30 novembre dello stesso anno, inizia il duro carcere dove si ammala.
Nel 1930 viene trasferito nella casa di malati cronici di Turi dove incontra un altro leader dell'antifascismo: Antonio Gramsci. Due anni dopo viene trasferito nel sanatorio giudiziario di Pianosa e le sue gravi condizioni di salute inducono la madre a chiedere la grazia per lui. Sandro Pertini respinge la domanda e risponde in toni durissimi alla madre con la quale si verifica una frattura.
Pertini riacquista la libertà solo nell'agosto del 1943 (dopo 14 anni), dopo aver vissuto nei confini di Ponza (1935), delle Tremiti (1939) prima e a Ventotene poi. Gli anni del secondo conflitto mondiale vedono Sandro Pertini sempre attivo sulla scena politica, data la sua partecipazione alla costituzione del partito socialista, nel quale opera fino all'ottobre del 1943 (Sandro diventerà responsabile dell'organizzazione militare), momento in cui viene arrestato dai nazi-fascisti insieme a Giuseppe Saragat.
Qui rischia la vita poiché viene condannato a morte ma viene liberato grazie a un'azione dei partigiani il 24 gennaio 1944; è tra i partigiani che incontra la sua futura moglie Carla Voltolina, che allora operava come staffetta partigiana. Gli anni successivi saranno dedicati all'organizzazione del partito in particolare nel nord Italia e dal ritorno a Roma nel luglio 1944, dopo la liberazione della capitale da parte degli alleati.
Esponente di spicco del partito socialista, ne diviene segretario nel 1945, viene eletto alla Costituente e poi deputato, sarà direttore dell'"Avanti!" negli anni 1945-1946. Nel 1968 viene eletto presidente della Camera dei Deputati e diviene presidente della Repubblica nel 1978.
Uomo autorevole e intransigente, nessun capo di Stato o uomo politico italiano ha conosciuto all'estero una popolarità paragonabile a quella da lui acquistata, grazie ad atteggiamenti di apertura ed eccezionale schiettezza nei suoi incontri diplomatici.
Sandro Pertini riesce inoltre, nei lunghi anni in cui è presidente della Repubblica, a riaccendere negli italiani la fiducia nelle istituzioni e a mettere in atto un' aperta denuncia della criminalità organizzata e del terrorismo (definirà l'attività della Mafia come "la nefasta attività contro l'umanità").
Una delle sue immagini più note e ricordate è quella di quando, sorridente ed esultante, dalla tribuna gioisce per la vittoria della nazionale di calcio italiana ai mondiali di Spagna del 1982.
Sandro Pertini si spegne il 24 febbraio del 1990 all'età di 93 anni. Le sue ceneri riposano nel cimitero di San Giovanni, suo paese natale, insieme a quelle della moglie, Carla Voltolina, deceduta a Roma il 6 dicembre 2005.
Il 25 settembre 1896 nasce a San Giovanni di Stella (SV) Alessandro Pertini, detto Sandro.
La famiglia è benestante, poiché il padre è proprietario terriero; Sandro ha 4 fratelli: Luigi, Mario, Giuseppe e Eugenio, quest'ultimo scompare tragicamente il 25 aprile 1954 nel carcere di Flossenburg.
Dopo aver frequentato il collegio dei Salesiani a Varazze, Sandro Pertini frequenta il liceo "Chiabrera" di Savona, e diviene collaboratore di "Critica Sociale" di Filippo Turati, il che contribuisce sicuramente ad avvicinarlo all'ambiente e all'ideologia socialista.
Consegue una prima laurea in giurisprudenza, all'università di Genova e una seconda in scienze politiche nel 1924 a Firenze (dove è ospite del fratello) anno in cui entra in contatto con gli ambienti legati a Gaetano Salvemini e dell'interventismo democratico e socialista. La sua militanza politica inizia però nel 1918 con l'iscrizione al PSI.
Tra i due titoli di studio acquisiti, Sandro Pertini vive la tragica esperienza del primo conflitto mondiale in seguito allo scoppio del quale, nel 1917, viene richiamato e inviato sul fronte dell'Isonzo e sulla Bainsizza; il suo ruolo è di sottotenente di complemento. Egli si distingue inoltre per un'azione particolarmente coraggiosa durante l'assalto al monte Jelenik e viene proposto per la medaglia d'argento al valore militare.
Nel 1922 entra al potere in Italia il fascismo con la marcia su Roma e il giovane avvocato Sandro Pertini diventa presto il bersaglio delle violenze squadriste, ma è l'assassinio di Matteotti che lo fa scendere in campo in modo definitivo, caparbio e determinato: saranno anni durissimi di condanne, pestaggi ed esilio.
Il 22 maggio 1925 Sandro Pertini è arrestato, e il 3 giugno condannato a 8 mesi di detenzione (oltre che al pagamento di un'ammenda) per diversi reati tra i quali quello di stampa clandestina. Egli ha, infatti, distribuito il foglio clandestino "Sotto il barbaro dominio fascista" nel quale rivendica la paternità di alcuni scritti antifascisti e individua la responsabilità della monarchia nel perdurare del regime fascista.
La violenza più pesante da parte delle forze antifasciste è quella del 1926 a seguito della quale Sandro Pertini finisce ricoverato all'ospedale, ferito in modo grave. Nel dicembre dello stesso anno, viene condannato al confino per 5 anni, a seguito della proclamazione delle leggi eccezionali anti-fasciste.
Da questo momento in poi Pertini entra in contatto con altri personaggi che sono stati protagonisti della storia d'Italia di quegli anni: Filippo Turati e Antonio Gramsci, Giuseppe Saragat, nonché Leo Valiani e Luigi Longo (con questi ultimi due organizzerà nell'aprile del 1945, l'insurrezione di Milano).
Datosi alla macchia e alla clandestinità, si dedica ad organizzare la fuga di Filippo Turati, leader del socialismo riformista. Accompagnerà quest'ultimo in Corsica, mentre gli altri protagonisti dell'impresa Ferruccio Parri e Carlo Rosselli, vengono intercettati sulla strada del ritorno in Italia, catturati e processati a Savona il 14 settembre 1927, infine condannati a 10 mesi di reclusione. Anche Turati e Pertini sono condannati, però in contumacia.
Tra le azioni importanti di Sandro Pertini in esilio ricordiamo nel 1928 la costituzione di una trasmittente radio a Eze (vicino a Nizza), con la quale riesce a svolgere la sua azione di propaganda contro il fascismo. Insofferente della vita dell'esule egli organizza ben presto il rientro in Italia che gli riesce con un passaporto falso: viene però catturato il 14 aprile 1929, dopo solo 20 giorni di libertà in patria. Condannato a 10 anni e 9 mesi di reclusione il 30 novembre dello stesso anno, inizia il duro carcere dove si ammala.
Nel 1930 viene trasferito nella casa di malati cronici di Turi dove incontra un altro leader dell'antifascismo: Antonio Gramsci. Due anni dopo viene trasferito nel sanatorio giudiziario di Pianosa e le sue gravi condizioni di salute inducono la madre a chiedere la grazia per lui. Sandro Pertini respinge la domanda e risponde in toni durissimi alla madre con la quale si verifica una frattura.
Pertini riacquista la libertà solo nell'agosto del 1943 (dopo 14 anni), dopo aver vissuto nei confini di Ponza (1935), delle Tremiti (1939) prima e a Ventotene poi. Gli anni del secondo conflitto mondiale vedono Sandro Pertini sempre attivo sulla scena politica, data la sua partecipazione alla costituzione del partito socialista, nel quale opera fino all'ottobre del 1943 (Sandro diventerà responsabile dell'organizzazione militare), momento in cui viene arrestato dai nazi-fascisti insieme a Giuseppe Saragat.
Qui rischia la vita poiché viene condannato a morte ma viene liberato grazie a un'azione dei partigiani il 24 gennaio 1944; è tra i partigiani che incontra la sua futura moglie Carla Voltolina, che allora operava come staffetta partigiana. Gli anni successivi saranno dedicati all'organizzazione del partito in particolare nel nord Italia e dal ritorno a Roma nel luglio 1944, dopo la liberazione della capitale da parte degli alleati.
Esponente di spicco del partito socialista, ne diviene segretario nel 1945, viene eletto alla Costituente e poi deputato, sarà direttore dell'"Avanti!" negli anni 1945-1946. Nel 1968 viene eletto presidente della Camera dei Deputati e diviene presidente della Repubblica nel 1978.
Uomo autorevole e intransigente, nessun capo di Stato o uomo politico italiano ha conosciuto all'estero una popolarità paragonabile a quella da lui acquistata, grazie ad atteggiamenti di apertura ed eccezionale schiettezza nei suoi incontri diplomatici.
Sandro Pertini riesce inoltre, nei lunghi anni in cui è presidente della Repubblica, a riaccendere negli italiani la fiducia nelle istituzioni e a mettere in atto un' aperta denuncia della criminalità organizzata e del terrorismo (definirà l'attività della Mafia come "la nefasta attività contro l'umanità").
Una delle sue immagini più note e ricordate è quella di quando, sorridente ed esultante, dalla tribuna gioisce per la vittoria della nazionale di calcio italiana ai mondiali di Spagna del 1982.
Sandro Pertini si spegne il 24 febbraio del 1990 all'età di 93 anni. Le sue ceneri riposano nel cimitero di San Giovanni, suo paese natale, insieme a quelle della moglie, Carla Voltolina, deceduta a Roma il 6 dicembre 2005.
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