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mercoledì 24 dicembre 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 24 dicembre.

Il 24 dicembre 1914, durante la Grande Guerra, ha luogo la cosiddetta "Tregua di Natale".

Fu un’iniziativa presa dal basso, dai soldati in trincea, che il giorno di Natale uscirono spontaneamente allo scoperto in alcune zone del fronte occidentale per andare a salutare e a fare gli auguri ai «nemici» senza che ci fosse, da parte dei comandi, alcun via libera. Anzi, proprio il contrario. Quando la notizia si diffuse grazie alle lettere dei soldati alle famiglie, i vertici militari di entrambi i contendenti si affrettarono a proibire altre iniziative simili: il generale Horace Smith Dorrien, comandante del secondo corpo d’armata della Bef, la forza di spedizione britannica in Francia, arrivò a minacciare la corte marziale per chi si fosse reso colpevole di fraternizzazione.

Il «miracolo» del Natale 1914, di due avversari che dimenticano l’odio per unirsi in un abbraccio fraterno, rimase un fatto quasi isolato (ci sono poi stati altri episodi di «vivi e lascia vivere» ma mai più così eclatanti) e ben presto trascolorò nel mito, tanto più quando il sentimento popolare degli europei nei confronti della Grande Guerra cambiò di segno: non più glorioso fatto d’arme ma massacro insensato, che aveva spazzato via una generazione. La tregua di Natale venne quindi vista come la dimostrazione che gli uomini sono fondamentalmente buoni e che erano stati spinti alla guerra da governi stupidi e irresponsabili, tanto che appena liberi di farlo avevano scelto la pace e la fratellanza.

Ma come andarono realmente le cose? Facciamolo raccontare a chi ne fu testimone diretto, il caporale Leon Harris del 13esimo battaglione del London Regiment in una lettera scritta ai genitori che stavano a Exeter: «È stato il Natale più meraviglioso che io abbia mai passato. Eravamo in trincea la vigilia di Natale e verso le otto e mezzo di sera il fuoco era quasi cessato. Poi i tedeschi hanno cominciato a urlarci gli auguri di Buon Natale e a mettere sui parapetti delle trincee un sacco di alberi di Natale con centinaia di candele. Alcuni dei nostri si sono incontrati con loro a metà strada e gli ufficiali hanno concordato una tregua fino alla mezzanotte di Natale. Invece poi la tregua è andata avanti fino alla mezzanotte del 26, siamo tutti usciti dai ricoveri, ci siamo incontrati con i tedeschi nella terra di nessuno e ci siamo scambiati souvenir, bottoni, tabacco e sigarette. Parecchi di loro parlavano inglese. Grandi falò sono rimasti accesi tutta la notte e abbiamo cantato le carole. È stato un momento meraviglioso e il tempo era splendido, sia la vigilia che il giorno di Natale, freddo e con le notti brillanti per la luna e le stelle». Il riferimento al tempo non è di poco conto: «La vigilia — scrive Alan Cleaver nella prefazione al libro La tregua di Natale,  che raccoglie molte lettere dei soldati dell’epoca — segnò la fine di settimane di pioggia battente, e una gelata rigida e tagliente avvolse il paesaggio. Gli uomini al loro risveglio si trovarono immersi in un Bianco Natale».

Non si sa dove fosse schierata l’unità del caporale Harris ma gli eventi da lui descritti con tanta vivacità si ripeterono più o meno identici in molti punti del fronte. In una lettera alla famiglia del 28 dicembre, il bavarese Josef Wenzl racconta di essere rimasto incredulo quando uno dei soldati cui la sua unità stava dando il cambio gli disse di aver passato il giorno di Natale scambiando souvenir con gli inglesi. Ma quando spuntò l’alba del 26 dicembre vide con i suoi occhi i soldati britannici uscire dalle trincee e cominciare a parlare e scambiarsi oggetti ricordo con lui e con i suoi compagni. Poi ci furono canti, balli e bevute. «Era commovente — si legge nella lettera — tra le trincee uomini fino a quel momento nemici feroci stavano insieme intorno a un albero in fiamme a cantare le canzoni di Natale. Non dimenticherò mai questa scena. Si vede che i sentimenti umani sopravvivono persino in questi tempi di uccisioni e morte».

Scene simili si verificarono anche tra tedeschi e francesi e tra tedeschi e belgi, pur se in misura molto minore: dopo cinque mesi di guerra sanguinosissima (era iniziata il primo agosto)con circa un milione di vittime, con molte zone del Belgio e della Francia orientale occupate e dopo i massacri di civili compiuti dai soldati tedeschi, i sentimenti di fraternità erano parecchio meno diffusi. E comunque anche nelle zone inglesi ci furono morti e feriti per il fuoco nemico perfino nel giorno di Natale: alcuni soldati che avevano cercato di prendere contatto con il nemico sporgendosi dai parapetti delle trincee furono fulminati dai cecchini avversari. «A Natale — racconta lo storico Max Hastings in Catastrofe 1914  — il Secondo granatieri inglese ebbe tre uomini uccisi, due dispersi e 19 feriti; un altro soldato fu ricoverato in ospedale con sintomi di congelamento, come altri 22 la mattina dopo».

Ovviamente queste storie finirono rapidamente sui giornali dell’epoca, con titoli abbastanza sensazionali. Il Manchester Guardian del 31 dicembre 1914 titolava: «Tregua di Natale al fronte — I nemici giocano a calcio — I tedeschi ricevono un amichevole taglio di capelli». E il 6 gennaio lo stesso quotidiano strillava: «Nuove notizie sullo straordinario armistizio ufficioso — I Cheshires (un’unità inglese, ndr) cantano Tipperary a un pubblico di tedeschi». Fu sui quotidiani britannici che fu raccontata la vicenda della partita di calcio giocata nella terra di nessuno da inglesi e tedeschi in una zona imprecisata del fronte, che sarebbe finita 3-2 per i tedeschi. Per molto tempo fu una storia considerata non sufficientemente provata dagli storici (tutte le fonti erano indirette, qualcuno che raccontava che qualcun altro gli aveva detto che c’era stata una partita…), ma che entrò prepotentemente nel mito: la si ritrova nel film ferocemente antimilitarista Oh che bella guerra di Richard Attenborough (1969) e anche nel videoclip di Pipes of Peace di Paul Mc Cartney del 1983. E l’11 dicembre 2014, nella cittadina belga di Ploegsteert, l'allora presidente dell’Uefa Michel Platini ha inaugurato un monumento a ricordo del giorno in cui il calciò unì i giovani di due nazioni nemiche.

Alla fin fine, comunque, pare che il mito avesse ragione e gli storici scettici torto: è stata scoperta una lettera del generale Walter Congreve (decorato con la Victoria cross, la più alta decorazione britannica al valor militare) che racconta alla moglie della tregua e della partita di calcio anche se ammette di non averla vista con i propri occhi ma di averlo saputo da testimoni oculari. Ma poiché era un generale, non si faceva illusioni e sapeva che i bei momenti sarebbero finiti. Ne dà conto, con una battuta piuttosto macabra, nella stessa lettera: «Uno dei miei ha fumato un sigaro con il miglior cecchino dell’esercito tedesco, non più che diciottenne. Dicono che ha ucciso più uomini di tutti, ma ora sappiamo da dove spara e spero di abbatterlo domani». Sì, la guerra sarebbe continuata.

 

mercoledì 29 ottobre 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 29 ottobre.

Il 29 ottobre 1923 si completa il crollo dell'impero ottomano, con la nascita della repubblica in Turchia.

Alla fine dell’Ottocento l’Impero Ottomano, che per più di cinque secoli aveva dominato su un territorio vastissimo che si estendeva dalla Serbia fino allo Yemen, dall’Algeria all’Azerbaigian, comincia a entrare in profonda crisi. L’Impero russo è giunto a controllare la riva nord del mar Nero e punta, attraverso i Balcani, a raggiungere uno sbocco sul Mediterraneo, dove esercitano la loro influenza Francia e Inghilterra.

Nel corso del diciannovesimo secolo l’impero ottomano ha avviato un profondo processo di modernizzazione: lo stato si è centralizzato, è nata una costituzione e nel 1876 un Parlamento. Il rafforzamento dello stato ha però innescato reazioni contrarie, specie nei Balcani, dove si sono affermati movimenti locali che rivendicano l’indipendenza da Istanbul. Proprio l’appoggio della Russia alle sollevazioni degli slavi cristiani, all’interno dei possedimenti ottomani, fa scoppiare nel 1877 la guerra russo-turca. Nell’anno successivo la vittoria russa è sancita dal Trattato di pace di Santo Stefano: Serbia, Montenegro, Romania e Bulgaria, che fino a quel momento sono state sotto il dominio ottomano, diventano indipendenti.

In giugno al Congresso di Berlino, cercando di ridimensionare le ambizioni dell’impero zarista sull’area, le potenze europee definiscono i nuovi equilibri. L’impero ottomano perde buona parte dei territori balcanici, circa 200mila km.² di territorio abitato in maggioranza da popolazioni cristiane. La drastica riduzione demografica e territoriale ha gravi conseguenze sul piano economico e sociale; l’impero si trova così, per la prima volta, sbilanciato verso l’Asia e con una popolazione sempre più musulmana. Uno dei pilastri su cui si fonda l’impero, cioè la convivenza tra cristiani e musulmani, si sgretola definitivamente.

Nel frattempo, nel 1876 l’impero ottomano ha sospeso la Costituzione, inaugurando una fase di governo più autoritaria, senza però rinunciare a rafforzare e modernizzare lo stato. Per fare questo l’impero ha bisogno di finanziamenti esteri che lo porteranno a indebitarsi, dipendendo sempre più dalle grandi banche europee.

Agli inizi del ‘900, in Macedonia, ultimo avamposto ottomano in Europa, le élite musulmane temono che l’impero non riesca a difendere il vasto territorio dalle mira di Grecia, Serbia e Bulgaria. In questo contesto emerge una nuova generazione di giovani che si sono formati nelle moderne scuole imperiali, funzionari statali e ufficiali dell’esercito che danno vita a un movimento organizzato per difendere l’unità e integrità dell’impero: il comitato unione e progresso, meglio noto come i Giovani turchi. Il loro centro è a Salonicco e tra loro c’è anche il giovane Mustafa Kemal, futuro fondatore della Repubblica di Turchia. Nel luglio 1908, il comitato passa all’azione, occupa città e villaggi macedoni e costringe il sultano a ristabilire la costituzione. Da lì ha inizio una nuova fase della storia ottomana che vede la graduale ascesa dei giovani turchi al potere imperiale.

1914, scoppia la prima guerra mondiale. Nei primi mesi di guerra l’impero ottomano rimane neutrale, per poi schierarsi a fianco degli imperi centrali. La Germania è l’unico paese rimasto a supportare gli Ottomani contro la minaccia dell’impero russo e il sultano ha da tempo affidato ai generali tedeschi la ristrutturazione del proprio esercito.

Il 28 ottobre 1914 navi turche bombardano il porto russo di Odessa: Gran Bretagna, Francia e Russia dichiarano ufficialmente guerra a Istanbul. La prima vera prova dell’esercito ottomano avviene nella primavera del 1915, quando truppe britanniche e australiane giungono in massa per conquistare i Dardanelli e liberare la via degli stretti. L’esercito ottomano però, grazie alle navi, alla strategia difensiva e ai consigli dei generali tedeschi, riesce a conseguire a Gallipoli una delle sue poche vittorie della grande guerra. I turchi però devono cedere di fronte all’avanzata russa ad est, al confine con il Caucaso: preoccupato che la popolazione armena (cristiana) sostenga le armate russe, il governo ottomano decide la deportazione totale dei cristiani dall’Anatolia orientale. Alle deportazioni si associano massacri e violenze sui civili: è l’inizio dello sterminio di circa 1 milione di armeni e di altri cristiani, il primo genocidio dell’età contemporanea. La secolare convivenza tra cristiani e musulmani entra in crisi. A decretarla sono ragioni politiche, ovvero l’idea che le comunità cristiane non siano più fedeli all’impero.

A partire dal 1916, gli Ottomani cominciano a subire sconfitte su diversi fronti: gli alleati avanzano in Mesopotamia, nella penisola araba e in Palestina. Nel dicembre del ’17 viene liberata Gerusalemme e poco dopo anche Damasco. Il 31 ottobre 1918 viene firmato l’Armistizio di Mudros: i delegati ottomani accettano condizioni molto dure. L’impero è fortemente ridimensionato ma non è finito: i suoi leader politici fuggono all’estero grazie al supporto tedesco e il Paese è allo sbando mentre le truppe alleate entrano trionfanti a Istanbul.

Il 18 gennaio 1919 si apre a Parigi la Conferenza di pace, dove si comincia a decidere il destino ottomano. Mustafa Kemal, brillante generale distintosi nella battaglia di Gallipoli, organizza la resistenza contro la spartizione dell’impero, radunando uomini e mezzi nei distretti orientali dell’Anatolia. Nel 1920 il trattato di Sevrès decreta lo smembramento dell’impero: l’Anatolia è divisa tra Grecia, francesi e italiani, con la formazione di uno stato armeno e uno curdo a oriente. Il movimento di Mustafa Kemal reagisce al trattato di pace in nome dei diritti nazionali ottomani.

Cominciano due anni di guerra per la riconquista del territorio anatolico. I kemalisti all’inizio prendono il controllo dell’Anatolia orientale e centrale, poi nel corso del 1922 avviano la controffensiva per liberare l’Asia minore dall’occupazione greca. Ogni strato della popolazione, comprese le donne, è coinvolto in questo sanguinoso conflitto contro i greci. Dopo le prime difficoltà, l’esercito di Kemal prende il sopravvento. Nell’agosto 1922, i nazionalisti di Kemal lanciano la grande offensiva per riprendere Smirne: la città è messa a ferro e fuoco e la popolazione greca è costretta alla fuga, insieme all’esercito ellenico in rotta. Il 10 settembre 1922 l’esercito turco entra vittorioso a Smirne.

Ora Mustafa Kemal punta a riprendersi la Siria, porta del medio Oriente, sostenuto da molti funzionari e ufficiali arabi ancora fedeli all’impero. In difficoltà, Francia e Gran Bretagna, che avevano già pianificato di spartirsi le regioni arabe, preferiscono trattare con Kemal. Il 24 luglio 1923, con il trattato di pace di Losanna, si afferma l’esistenza di un nuovo Stato, su un territorio composto da tutta l’Anatolia e la Tracia. Sulle ceneri dell’impero ottomano è nata la Turchia.

Tramontata ogni prospettiva imperiale, Mustafa Kemal si dedica a realizzare uno stato nuovo, laico e repubblicano. La nuova Repubblica sarà costruita attorno all’identità turca e dovrà rompere radicalmente con l’integralismo del passato. Le minoranze, come i curdi, non vengono riconosciute. La religione musulmana non ha più il ruolo centrale di un tempo. La nuova Turchia guarda verso Occidente: si sceglie l’adozione dell’alfabeto latino per la lingua turca, si procede alla riforma del diritto di famiglia, con l’abolizione dei matrimoni religiosi e della poligamia, e viene reso obbligatorio l’uso del cognome. Nel 1934 la grande assemblea nazionale assegna a Mustafa Kemal, con apposito decreto, il cognome esclusivo di Ataturk, padre dei turchi.

sabato 28 giugno 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 28 giugno.

Il 28 giugno 1919 venne firmato il trattato di Versailles.

Quella che doveva essere una conferenza volta a ristabilire una pace duratura si tramutò, invece, nella causa embrionale della seconda, immane, tragedia.

I delegati delle potenze vincitrici si ritrovarono a Versailles nel gennaio 1919, per ristabilire i nuovi assetti di un’Europa straziata da una guerra devastante, che aveva travolto assetti consolidati da secoli, con il crollo di ben 4 grandi imperi.

Già nel gennaio 1918 il presidente americano Wilson aveva enunciato i suoi 14 punti, volti a definire una pace giusta e duratura e a creare un organismo garante dell’integrità territoriale, che avrebbe dovuto vigilare su eventuali tentativi sovversivi e di destabilizzazione; in realtà, fin dalle prime battute, la conferenza di Versailles, anziché mirare a creare una situazione di armonia, si caratterizzò per il suo intento punitivo nei confronti delle nazioni vinte, che, senza essere neppure invitate, furono costrette a subire condizioni umilianti delle potenze alleate, animate da un profondo desiderio di vendetta.

La stessa associazione voluta dal presidente statunitense, la società delle nazioni, nacque, in pratica, già morta, priva di effettivi poteri e svuotata dall’assenza, tra i suoi membri, non solo di delegati dei paesi sconfitti, ma anche di quelli americani, dopo la politica d’ "isolamento" decisa dal congresso.

Se l’impero Austro-Ungarico cessò di esistere politicamente, la Germania, ove nel frattempo era stata proclamata la repubblica, si ritrovò, praticamente, in ginocchio:

considerata la causa di tutte le sciagure e la principale responsabile dei lutti provocati da 4 anni di guerra, fu privata di tutte le colonie e dell’Alsazia e della Lorena, tornate alla Francia, che si arrogò pure il diritto di sfruttare le miniere della Saar.

La fragile repubblica di Weimar fu inoltre condannata a pagare debiti di guerra astronomici, a smilitarizzare la zona del Reno, a cedere la flotta di guerra all’Inghilterra (ma le navi tedesche, confinate a Scapa Flow, preferirono l’auto-affondamento) a limitare l’esercito a soli 100.00 effettivi, a rinunciare ad artiglieria, sommergibili ed aviazione; la stessa Prussia orientale, la regione dalla quale partì il processo di unificazione del paese, venne separata dalla madrepatria, attraverso il cosiddetto "corridoio" di Danzica, creato al fine di concedere uno sbocco sul mare alla neonata Polonia e proprio il corridoio di Danzica sarebbe tragicamente divenuto noto come la causa scatenante del secondo conflitto mondiale.

La Germania post-bellica appariva come un paese sull’orlo del baratro, disastrato dalla fame, dalla miseria, dalla disoccupazione, con l’inflazione che raggiunse livelli talmente spaventosi da ridurre il marco a mera carta straccia; i tumulti di piazza, i disordini erano all’ordine del giorno e lo stesso governo appariva troppo debole per poter arginare la protesta e le insurrezioni che rendevano, sempre più concreto, lo spettro di una rivoluzione filo-bolscevica.

In una nazione distrutta ed umiliata, si fece dunque sempre più strada il partito nazional-socialista dei lavoratori tedeschi di Adolf Hitler, che, nel giro di pochi anni riuscì a conquistare il favore delle folle, assolutamente conquistate dai suoi appassionati discorsi, imperniati, proprio, sulla necessità di riportare la Germania ai fasti e alla grandezza di un tempo e di cancellare le umiliazioni inferte ad un popolo, destinato, necessariamente, a prendersi la rivincita sulle nazioni vincitrici.

Si può dunque dire che gli errori dei trattato di pace di Versailles furono fatali per gli equilibri europei e per i sogni di una pace stabile e certa: a causa del desiderio di vendetta delle potenze alleate, sotto la cenere della "grande guerra", covò il sentimento di rivalsa degli sconfitti, che sarebbe sfociato, nel settembre 1939, nel secondo drammatico incubo, capace di travolgere i fragili equilibri creati e responsabile, tragicamente, della morte di ben 50 milioni di persone.

domenica 15 giugno 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 15 giugno.

Il 15 giugno 1918 venne combattuta la seconda battaglia del Piave, nota anche come Battaglia del Solstizio.

Fu l'ultima grande offensiva sferrata dagli austriaci nel corso della prima guerra mondiale e si spense davanti alla valorosa resistenza dei soldati italiani. Il nome "battaglia del solstizio" fu ideato dal poeta Gabriele D'Annunzio, lo stesso che poco dopo, il 9 agosto 1918, con 11 aeroplani Ansaldo sorvolerà Vienna gettando dal cielo migliaia di manifestini, inneggianti alla vittoria italiana.

Nel 1918 gli austriaci pianificarono una massiccia offensiva sul fronte italiano, da sferrare all'inizio dell'estate, in giugno. A causa delle loro gravi difficoltà di approvvigionamento, volevano infatti raggiungere la fertile pianura padana, sino al Po, e soprattutto, in un momento di grave difficoltà interna dell'Impero per il protrarsi della guerra, gli Austro-ungarici intendevano dare al conflitto una svolta decisiva, che permettesse un completo sfondamento d​el fronte italiano, come era già avvenuto con l'offensiva di Caporetto, e consentisse quindi di liberare forze da concent​rare in un secondo momento sul fronte franco-tedesco.

L'offensiva fu preparata quindi con grande cura e larghezza di mezzi dagli austriaci che vi impegnarono ben 66 divisioni.

Gli italiani avevano intuito i piani del nemico, tanto che nella zona del Monte Grappa e dell'Altopiano dei Sette Comuni i colpi di cannone delle artiglierie italiane anticiparono l'attacco degli austriaci, lasciandoli disorientati.

Le artiglierie del Regio Esercito, appena dopo la mezzanotte, per quasi cinque ore spararono decine di migliaia di proiettili di grosso calibro, tanto che gli alpini che salivano a piedi sul Monte Grappa videro l'intero fronte illuminato a giorno sino al mare Adriatico.

Ai primi contrattacchi italiani sul Monte Grappa, molti soldati austriaci abbandonarono i fucili e scapparono.

La mattina del 15 giugno 1918, gli austriaci arrivando da Pieve di Soligo-Falzè di Piave, riuscirono a conquistare il Montello e il paese di Nervesa. La loro avanzata continuò successivamente sino a Bavaria (sulla direttiva per Arcade), ma furono fermati dalla possente controffensiva italiana, supportata dall'artiglieria francese, mentre le truppe francesi erano stazionate ad Arcade, pronte ad intervenire, in caso di bisogno.

La Regia Aeronautica italiana mitragliava il nemico volando a bassa quota per rallentare l'avanzata.

Abbattuto con il suo aereo moriva il maggiore Francesco Baracca, asso dell'aviazione italiana.

Le passerelle gettate sul Piave dagli austriaci il 15 giugno 1918 vennero bombardate incessantemente dall'alto e ciò comportò un rallentamento nelle forniture di armi e viveri. Ciò costrinse gli austriaci sulla difensiva e dopo una settimana di combattimenti, in cui gli italiani cominciavano ad avere il sopravvento, i nemici decisero di ritirarsi oltre il Piave, da dove erano inizialmente partiti.

Centinaia di soldati morirono affogati di notte, nel tentativo di riattraversare il fiume in piena.

Nelle ore successive alla ritirata austriaca, il re Vittorio Emanuele III visitava Nervesa liberata e completamente distrutta dai colpi di artiglieria. Ingenti i danni alle antiche ville sul Montello e al patrimonio artistico della zona.

Stessa cosa per Spresiano: completamente distrutta. Gli austro-ungarici nella loro avanzata arrivarono sino al cimitero di Spresiano, ma l'artiglieria italiana che sparava da Visnadello e i contrattacchi della fanteria italiana riuscirono a bloccarli.

La mattina dell'attacco, sin dalle ore 4.00, dal suo posto di osservazione posto in cima ad un campanile di Oderzo, il comandante delle truppe austriache, il feldmaresciallo Boroevic, osservava l'effetto dei proiettili oltre Piave.

Le prime granate lacrimogene ed asfissianti ottenevano pochi risultati, grazie alle maschere a gas "inglesi" usate dagli italiani.

Durante la Battaglia del Solstizio gli Austriaci spararono 200mila granate lacrimogene ed asfissianti. Sul fronte del Piave, quasi 6.000 cannoni austriaci sparavano sino a S.Biagio di Callalta e Lancenigo. Diversi proiettili da 750 kg di peso, sparati da un cannone su rotaia, nascosto a Gorgo al Monticano, arrivarono fino a 30 km di distanza, colpendo Treviso.

Dall'altra parte del fronte, i contadini portavano secchi d'acqua agli artiglieri italiani per raffreddare le bocche da fuoco dei cannoni, che martellavano incessantemente le avanguardie del nemico e le passerelle poste sul fiume, per traghettare materiali e truppe. Il bombardamento delle passerelle fu determinante, in quanto agli austriaci vennero a mancare i rifornimenti, tanto da rendere difficile la loro permanenza oltre Piave.

Nel frattempo gli italiani, alla foce del fiume, avevano allagato il territorio di Caposile, per impedire agli austriaci ogni tentativo di avanzata. Dal fiume Sile i cannoni di grosso calibro della Marina Italiana, caricati su chiatte, che si spostavano in continuazione per non essere individuati, tenevano occupato il nemico da San Donà di Piave a Cavazuccherina. Il punto di massima avanzata degli austriaci, convinti di arrivare presto a Treviso, fu a Fagarè, sulla provinciale Oderzo-Treviso.

Gli Arditi, forti della fama che li accompagnava, ricacciarono gli austriaci sulla riva del Piave da cui erano venuti. Non facevano prigionieri e andavano all'attacco con il pugnale tra i denti, al punto che la loro presenza terrorizzava il nemico.

La testa di ponte di Fagarè sulla direttiva Ponte di Piave-Treviso fu l'ultimo lembo sulla destra del Piave a cadere in mano italiana. La tentata offensiva austriaca si tramutò quindi in una pesantissima disfatta: tra morti, feriti e prigionieri gli austro-ungarici persero quasi 150.000 uomini.

La battaglia fu tuttavia violentissima e anche le perdite italiane ammontarono a circa 90.000 uomini.

In tale situazione la battaglia del Solstizio era l'ultima possibilità per gli austriaci di volgere a proprio favore le sorti della guerra, ma il suo fallimento, con un bilancio così pesante e nelle disastrose condizioni socio-economiche in cui versava l'Impero, significò in pratica l'inizio della fine.

Dalla battaglia del Solstizio, infatti, trascorsero solo quattro mesi prima della vittoria finale dell'Italia a Vittorio Veneto.

mercoledì 26 marzo 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 26 marzo.

Il 26 marzo 1917 iniziava la prima battaglia di Gaza, durante la Grande Guerra.

Mentre in Europa, a causa delle avversità climatiche invernali, la guerra subiva una pausa, in Africa e in Medio Oriente le ostilità non accennavano ad alcuna sospensione e, anzi, denotavano un certo incremento. Se sul fronte persiano, dopo la vittoria di Kut e la conquista di Baghdad, proseguiva la vittoriosa campagna britannica, su quello palestinese, dopo aver respinto, nel gennaio 1917, dal Sinai le forze turche, si andava preparando, sempre da parte inglese, una vasta serie di operazioni il cui compito ultimo era la conquista di Gerusalemme.

Per penetrare in Palestina, però, le truppe britanniche avrebbero dovuto superare le difese ottomane, dislocate lungo una serie di alture tra Gaza e Bersheba: questo punto specifico, perciò, divenne teatro di tre offensive, assai diverse tra loro per conduzione ed esiti, tra il marzo e il novembre del 1917, note come ‘battaglie di Gaza’.

La prima di queste tre operazioni venne condotta in maniera a dir poco imbarazzante dal comandante in capo inglese, generale Murray, e dal suo vice, il generale Dobell: nonostante avessero a disposizione quasi 40.000 uomini, cioè più del doppio delle forze schierate dal difensore di Gaza, l’abile generale tedesco Kress von Kressenstein, i comandanti britannici riuscirono a trasformare la campagna in un mezzo disastro e, quel che è peggio, a convincere il British War Office di Londra di avere, invece, ottenuto un’importante vittoria. All’inizio, la mattina del 26 Marzo 1917, grazie anche all’aiuto di una fitta nebbia proveniente dal mare, la cavalleria inglese riuscì a penetrare nel dispositivo nemico, schierandosi a semicerchio sul lato est-sudest delle difese di Gaza, in modo da minacciare l’afflusso di rinforzi dalla cittadina: questa manovra risultò utilissima nella protezione dell’avanzata della 53a divisione di fanteria, che, attraverso un terreno piuttosto difficile, mosse efficacemente contro la cresta di Alì Muntar.

A questo punto, la giornata sembrava volgere a favore degli attaccanti, quando, forse credendo che la fanteria stesse subendo un rovescio, il generale Dobell ordinò alla cavalleria di ritirarsi: paradossalmente, Kressenstein si era convinto dell’esatto contrario, ed aveva ritirato il proprio ordine di far affluire rinforzi da Gaza, ritenendo perduta la battaglia. Quando, il giorno seguente, i britannici tornarono ad avanzare, la guarnigione ottomana della città era aumentata di 4.000 unità, l’effetto sorpresa era sfumato e i turchi effettuavano contrattacchi ovunque, tanto da indurre Dobell a sospendere l’azione.

La prima battaglia di Gaza era costata ai britannici circa 4.000 perdite e ai loro avversari 2.400: nonostante questo e l’evidente errore di valutazione di Dobell, Murray riuscì a presentare a Londra l’operazione come un successo, che avrebbe aperto la strada alla conquista di Gaza e, in seguito di Gerusalemme, triplicando la somma delle perdite turche. Questo avrebbe avuto esiti disastrosi, perché il BWO londinese si convinse che Gerusalemme era un obiettivo a facile portata ed ordinò a Murray di lanciare un secondo attacco appena possibile: in realtà, le forze turche erano semplicemente state allertate e non si sarebbero più fatte prendere alla sprovvista.

Da questa serie di equivoci e di mezze bugie derivò la seconda battaglia di Gaza, il 17 aprile 1917: Kressenstein, però, stavolta era pronto, ed aveva potentemente rinforzato il suo lato sudorientale, lungo la strada per Bersheba, dove era avvenuta la penetrazione della cavalleria britannica. Dobell non trovò di meglio che fare avanzare tre divisioni, direttamente contro la guarnigione avversaria, che contava circa 18.000 difensori, appoggiando il proprio attacco con 8 carri Mark I e con granate a gas: dopo tre giorni di assalti infruttuosi e la perdita di più di 6.400 uomini, contro meno di un terzo del nemico, l’operazione venne nuovamente sospesa.

A questo punto, Kressenstein avrebbe voluto contrattaccare in forze, sfruttando il momento favorevole, ma venne trattenuto dal suo prudentissimo superiore, il generale turco Gemal Pascià: lo scontro, dunque, terminò con un nulla di fatto. Iniziò a quel punto un vero e proprio balletto ai vertici dell’armata: Murray sollevò l’incapace Dobell dal comando, sostituendolo con il generale di cavalleria Chetwode, ma, a sua volta, venne rimosso per ordine di Londra, dove da un po’ di tempo si desiderava cambiare le cose in Medio Oriente, e sostituito dal generale Allenby, dal canto suo inviso al comandante del fronte occidentale, Haig.

Per Allenby, piuttosto furioso per come era stato trattato in Europa, Gaza e la guerra in Palestina rappresentarono il trampolino per il proprio rilancio, e si gettò nell’impresa con entusiasmo e determinazione, anche perché il primo ministro, Lloyd George, gli aveva chiesto la conquista di Gerusalemme entro Natale: da questi presupposti sortì la terza battaglia di Gaza.

Va detto che, anche dalla parte ottomana erano cambiate alcune cose: la più importante era che, come supervisore del fronte, era arrivato l’ex capo di stato maggiore tedesco, Von Falkenhayn, reduce dai successi nei Balcani. Allenby si mise subito al lavoro: cominciò ad accumulare riserve, rifornimenti e munizioni, per un totale di 88.000 uomini, con molte artiglierie, carri armati ed armi chimiche, e spostò il proprio quartier generale dal Cairo alla linea del fronte, per dare morale ai soldati. Schierati sul fronte opposto c’erano i 35.000 soldati della 7a ed 8a armata turche, schierati lungo una linea di 40 km, inferiori per numero e mezzi, ma poderosamente fortificati, tanto da essere un avversario da non sottovalutare.

La prima preoccupazione di Allenby fu quella di garantirsi il controllo dei rifornimenti idrici a Bersheba: nella guerra desertica, infatti, le riserve d’acqua contavano più dei cannoni e delle mitragliatrici e controllare i pozzi significava vincere la campagna. Il mattino del 31 ottobre 1917, cominciava, così, la terza ed ultima battaglia di Gaza. Il piano di Allenby consisteva nello schierare 40.000 uomini nella piana di Bersheba, relativamente poco difesa, e prendere di sorpresa il nemico, simulando, con altre tre divisioni, un attacco frontale direttamente contro Gaza: per ottenere che questo diversivo apparisse come l’attacco principale, fece bombardare la guarnigione ottomana da 218 cannoni ininterrottamente per 6 giorni, e mantenne in volo tutti i suoi aeroplani, per impedire che i velivoli avversari potessero avvistare i movimenti delle sue truppe. Il dominio dell’aria stava rivelandosi un’arma determinante, nel 1917.

A Bersheba, dopo scontri molto duri, alla fine la cavalleria leggera australiana riuscì a penetrare nelle linee nemiche e a raggiungere i pozzi d’acqua potabile, prima che i turchi mettessero in atto il loro piano per avvelenarli in caso di ritirata. La 7a armata ottomana, a questo punto, indietreggiò fino alla roccaforte di Tel es Sheria, passando sotto il comando di Kressenstein, che, normalmente, comandava soltanto l’8a armata. Grazie ad un’ulteriore azione diversiva, effettuata ad est dai reparti cammellati britannici, i difensori turchi, credendo di essere sottoposti ad un massiccio attacco, iniziarono a disperdersi, sguarnendo del tutto il fianco della 7a armata, che si trovò in una brutta situazione.

Approfittando di questa occasione, il 6 novembre, Allenby mosse alla conquista di Tel es Sheria, sperando di riuscire ad intrappolare a Gaza le forze nemiche: Kressenstein, però, aveva ordinato ai suoi soldati, lo stesso giorno, di abbandonare Gaza e di ritirarsi a Gerusalemme, in modo da salvare ciò che rimaneva della sua 8a armata.

A questo punto, la partita decisiva si sarebbe giocata nella Città Santa. Alla fine, quando Gerusalemme, finalmente, cadde in mano britannica, l’11 dicembre, le perdite della terza battaglia di Gaza erano arrivate a 18.000 uomini da parte inglese e 25.000 da quella ottomana.

venerdì 21 febbraio 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 21 febbraio.

Il 21 febbraio 1917 quattro spie italiane iniziano a Zurigo quello che verrà poi chiamato il "colpo di Zurigo".

Quattro uomini scivolano nella strade di Zurigo in festa per il Carnevale, entrano nel consolato austriaco, aprono le porte con chiavi false, forzano la cassaforte e infine fuggono con l'elenco delle operazioni in corso e i nomi di agenti segreti e sabotatori operanti in Italia.

Non è la trama di un film di 007, bensì uno dei migliori colpi dei nostri servizi segreti, anzi «Il Colpo di Zurigo», messo a segno nel febbraio del 1917. Quanto all'efficacia dell'azione, gli alti gradi militari giudicheranno i suoi effetti «superiori a qualsiasi battaglia vinta» durante la Prima Guerra Mondiale.

Il colpo di mano viene deciso quando, dopo due anni di indagini, la Regia Marina scopre come non solo dietro una lunga serie di «incidenti» ci fosse la mano dei servizi segreti austriaci, non ci voleva molto, ma che la base delle operazioni in Italia è nel consolato viennese a Zurigo. In svizzera dunque si nasconde la mente dei sabotaggi iniziati il 27 settembre 1915 nel porto di Brindisi quando salta in aria la «Benedetto Brin», una delle migliori corazzate italiane affonda nel giro di pochi minuti, uccidendo 454 marinai. Un disastro replicato il 2 agosto 1916 quando le fiamme distruggono nel porto di Taranto un'altra corazzata, la Leonardo da Vinci, uccidendo 270 tra marinai e ufficiali. Quindi tutto un susseguirsi di «inspiegabili» disastri: l'incendio al porto di Genova, il piroscafo Etruria saltato in aria a Livorno, l'hangar dei dirigibili in fiamme ad Ancona. E ancora: la distruzione della fabbrica di esplosivi a Cengio nel savonese e del treno carico di munizioni a La Spezia e danneggiamento della centrale idroelettrica di Terni. Ma la fortuna alla fine volta le spalle agli austriaci e i carabinieri riescono ad arrestare un sabotatore mentre sta cercando di piazzare dell'esplosivo sotto la diga delle Marmore. È un italiano, ha tradito per denaro, come confermerà una secondo attentatore fermato in tempo presso le centrali elettriche del Chiamonte e del Sempione. I due forniscono anche il «preziario»: 300mila lire per distruggere un sommergibile, 500mila un incrociatore, un milione una corazzata, cifre enormi per l'epoca, equivalenti a svariati milioni di euro. Ma soprattutto indicano nel consolato austriaco a Zurigo la base operativa degli agenti segreti e nel diplomatico, il capitano di corvetta Rudolph Mayer, il loro capo.

Il governo affida al capitano di corvetta Pompeo Aloisi, 42 anni, il compito di distruggere la rete di spie. L'ufficiale mette sotto stretta sorveglianza l'edificio, matura il piano per penetrare nell'edificio e infine arruola una squadra di specialisti. Il primo l'avvocato livornese Livio Brin, rifugiato a Zurigo che offre appoggio logistico. Poi un agente segreto austriaco, il cui nome non sarà mai rivelato, che spiegherà dove trovare la cassaforte e fornirà i calchi per aprire le varie porte. Quindi uno specialista nel fare i doppioni, l'abilissimo fabbro Remigio Bronzin, un profugo triestino. Poi due ingegneri triestini, Salvatore Bonnes e Ugo Cappelletti, e il marinaio Stenos Tanzini, di Lodi, a cui vien affidato il compito di guidare il commando. Manca lo scassinatore, individuato in Natale Papini. Lo rintracciano in carcere a Livorno, dove era finito per avere svaligiato una banca di Viareggio. Gli fanno decidere tra recarsi a Zurigo e, in caso di successo del colpo, venire liberato e profumatamente ricompensato, oppure finire subito in prima linea. Scelta molto facile.

Aloisi decide di agire in pieno carnevale, la confusione può rendere più facile l'azione. Tanzini, Papini, Bronzin e Bini scivolano nelle strade piene di gente in festa, entrano nell'edificio, aprono 16 porte una dopo l'altra. Ma quando sembra fatta, ecco una diciassettesima, inattesa: l'agente doppiogiochista l'aveva sempre vista aperta e non pensava fosse necessario procurarsi un ulteriore calco. Il gruppo esce; la spia austriaca si procura anche quel calco, Bronzin fabbrica la chiave a tempo di record e il 24 il gruppo è pronto per il nuovo tentativo. Questa volta non sembra esserci ostacoli, i due guardiani sono assenti, il cane di guardia addormentato con il cloroformio e le porte si aprono una dopo l'altra. Non resta che attaccare la cassaforte con la fiamma ossidrica, ma un ultimo imprevisto per poco non fa strage del commando: dal buco aperto nella parete d'acciaio esce un gas venefico. Una trappola di cui i «nostri» se ne accorgono in tempo, aprono le finestre e continuano a lavorare con stracci bagnati sulla bocca. Dopo quattro ore il forziere cede e rivela i suoi tesori: l'intera rete di spie e le operazioni in corso. Ma anche una grossa somma di denaro, 650 sterline d'oro e 875 mila franchi svizzeri, gioielli e una preziosa collezione di francobolli.

Con il bottino vengono riempite tre valigie che Tanzini e Papini portano in stazione mentre Bronzin si reca al consolato italiano ad avvisare Cappelletti e Bonnes che tutto è andato bene. Poi Bonnes e Bronzin raggiungono Tanzini e Papini alla stazione e partono insieme per Berna, dove consegnano il materiale ad Aloisi. In tempo di esaminare i documenti, poi in Italia polizia e carabinieri iniziano ad arrestare i sabotatori. In beve l'intera rete di spie austriache viene smantellata, facendo prendere alla guerra una piega in favore dell'Italia. «Meglio di una vittoria in battaglia» sarà il commento degli altri gradi delle nostre Forze Armate.

martedì 3 dicembre 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 3 dicembre.
Il 3 dicembre 1914 inizia la battaglia di Al- Qurna.
Già agli albori del XX secolo, le strategie polito-strategico-militari nell'area del Golfo Persico erano legate al destino dei campi petroliferi della Persia sud-occidentale, sfruttati in quel periodo dalla Gran Bretagna. La vicinanza di questi campi con i confini dell'impero Turco, nuovo alleato austro-tedesco, creò un ovvio motivo di forte interesse britannico ad agire nell'area. A questi grandi interessi economici, da parte inglese vennero aggiunti motivi di altra natura per agire militarmente in quelle aree che, seppur non sotto il controllo diretto di Londra, vivevano in una sorta di protettorato militare britannico; Maometto V infatti, da Costantinopoli, aveva lanciato il proclama della "guerra santa" di tutti i musulmani contro l'Impero britannico, cosa che avrebbe avuto un effetto assai negativo sulla popolazione musulmana tra i sudditi dell'India.
La prima azione bellica nel Golfo Persico fu il bombardamento di forte Fao, chiave strategica per la raffineria di Abadan, il 6 novembre, giorno in cui le truppe anglo-indiane sbarcarono e intrapresero una rapida avanzata. La Brigata indiana prese rapidamente Abadan, sede di una importante raffineria e capolinea della conduttura proveniente da Ahwaz. Con la perdita di Abadan, la posizione turca andava complicandosi: all'alba dell'11 novembre le forze ottomane attaccarono l'accampamento britannico ma vennero sconfitte e dovettero ritirarsi. Il 19 novembre i britannici raggiunsero le posizioni ottomane nei pressi di Sahil ma una bufera ne rallentò l'avanzata. Dopo aver abbattuto le difese nemiche, i britannici inflissero pesanti perdite al nemico. L'esercito ottomano fu costretto a ritirarsi lasciando Bassora priva di difese e il 21 novembre il 104 reggimento di fucilieri Weesley ed il 117 reggimento indiano Mahrattas occupò la città, per poi, risalire il corso del fiume Tigri con obiettivo Qurna.
Il 3 dicembre, gli ottomani si fortificarono ad Al Qurna stessa. Una forza britannica, composta da due battaglioni indiani; il 104° fucilieri del Wellesley e il 110° fanteria leggera Mahratta, e una doppia compagnia di soldati britannici deal Norfolk Regiment accompagnato da diversi pezzi d'artiglierie. Le navi della Royal Navy sull'Eufrate tenevano gli Ottomani sotto un fuoco di sbarramento incessante mentre le truppe britanniche attraversavano il Tigri. Le truppe britanniche e indiane avanzavano quindi in campo aperto, ma solo dal 6, rafforzate dal resto del Norfolk Regiment, il 7° Rajput e 120° Fanteria insieme ad alcuni cannoni da montagna, cercarono una nuova decisiva avanzata. Gli Ottomani, da par loro, si erano trasferiti di nuovo sulle posizioni che avevano perso nel precedente attacco inglese, così, britannici e indiani dovettero combattere duramente per riprendere quelle stesse posizioni. Anche in questo attacco, riuscirono a spingere gli ottomani indietro, ma non fu abbastanza per attraversare il fiume nei pressi di Qurna. L'8, il 104° e 110° Fanteria furono inviati per un meticoloso pattugliamento sul Tigri per trovare un luogo adatto all'attraversamento. Riuscirono nell'intento, tanto che furono in grado di tagliare agli Ottomani la ritirata verso nord, mentre le cannoniere persistevano in un'azione di bombardamento efficace delle postazioni nemiche in città. La notte dell'8 un piroscafo ottomano navigò lungo il fiume con luci e sirene accese, ed il Comandante Wilfrid Nunn, a capo della cannoniera britannica Espiegle, diede accesso a bordo a tre ufficiali ottomani per le negoziazioni in cui gli Ottomani specificavano di voler cedere la città per poi ritirarsi. Nunn, che non era in contatto con Fry, insistette per una resa incondizionata, richiesta che sconvolse gli ottomani, che si convinsero a dover accettare. Il 9 dicembre, il comandante ottomano, il colonnello Subhi Bey, il Wali o governatore di Bassora, si arresero con tutte le loro forze, consegnando come prigionieri, insieme a loro ben 42 ufficiali ottomani e 989 soldati. Le perdite britannico-indiane furono di circa 27 soldati uccisi e 242 feriti mentre, dal punto di vista delle forze navali i britannici ebbero due marinai uccisi e 10 feriti.
I britannici si fermarono a Qurna, accontentandosi di monitorare le mosse del nemico che andava comunque rinforzandosi. Così, entro la metà di dicembre del 1914, il fronte della Mesopotamia meridionale si era stabilizzato e anche considerando le difficili condizioni in cui si trovava, l'armata anglo-indiana aveva, nel periodo tra il novembre ed il dicembre 1914, compiuto un piccolo capolavoro per rapidità ed efficienza, riuscendo a mettere sotto il proprio controllo l'oleodotto persiano e consentendo alle navi britanniche di risalire indisturbate lo Shatt-el-Arab sino alla raffineria di Abadan.

mercoledì 13 novembre 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 13 novembre.
Il 13 novembre 1917 ebbe inizio la prima battaglia del Piave.
Dal 13 al 26 novembre del 1917, nell’ambito della Prima guerra mondiale, il Regio esercito italiano e le armate dell’Impero tedesco e austroungarico si diedero battaglia lungo la linea del Piave, al confine fra Trentino e Veneto. L’evento è ricordato come Prima battaglia del Piave e si distingue dalla Seconda battaglia del Piave, avvenuta pochi mesi dopo, dal 15 al 22 giugno 1918.
Il particolare posizionamento era stato deciso come linea di ripiegamento al tempo dell’offensiva austroungarica in Trentino. Divenne quasi necessario dopo la disfatta di Caporetto.
La resistenza italiana, in particolare, combatté nel territorio compreso fra: il fiume Brenta, Col Moschin, Monte Grappa, Monte Tomba, Monfenera; a nord: Monti Fontana Secca, Prassalan, Roncon, Tomatino e nelle prealpi bellunesi.
Ad avanzare e retrocedere furono 15 divisioni italiane e 38 austroungariche. Gli italiani in battaglia, in particolare, si raccolsero nella terza e quarta armata, totalizzando 8.343 ufficiali e 219.694 soldati.
Il 27 ottobre del 1917, a seguito della drammatica vicenda di Caporetto, il generale Cadorna ordinò la ritirata verso il Piave. Un’orda di soldati avanzò fra Veneto e Trentino ritrovando sulla strada centinaia di migliaia di profughi. Mentre i nemici proseguirono nonostante la distruzione di ponti e tentativi di accerchiamento.
Il mese di Novembre fu tutto occupato da azioni di avanzamento e ritirata, attacchi e resistenze. Il 1° novembre la X armata austroungarica attaccò i fanti italiani in ritirata; il giorno 13 novembre la fanteria austroungarica venne arrestata da 8 battaglioni di alpini; il 14, il 15 e il 16 nuovi attacchi fecero contare gravissime perdite da entrambe le parti e numerosi prigionieri.
Il 17 novembre al Regio Esercito si aggiunsero: la “Brigata Gaeta”, i giovanissimi di Classe ’99. A seguire si aggiunsero numerose altre divisioni rimodulate da soldati fuggiti e sopravvissuti da precedenti compartimenti.
Nuovi attacchi avvennero dal 20 novembre sul Monte Pertica e nelle vicinanze di Alano di Piave, sul fronte del Monte Grappa. Ancora fino al giorno 26, quando 15 battaglioni austroungarico-tedeschi vennero respinti definitivamente da 12 battaglioni italiani, i quali segnarono la vittoria della resistenza.
Sono diverse le caratteristiche che spiegano la vittoria degli italiani nella Prima battaglia del Piave. A seguito della grave sconfitta di Caporetto, il morale delle truppe era a terra. Porsi sul Piave però, da quanto si evince dai documenti storici militari, diede alle truppe quel senso di difesa del territorio che era mancato in altre fasi del conflitto.
Essere sulla linea del Piave rese, cioè, molto più vivo il senso di difesa del Paese, alle spalle, dal nemico. Inoltre, gli italiani di Luigi Cadorna e poi Armando Diaz vinsero per un altro motivo: sempre memori degli errori di Caporetto, ridussero al minimo le circolari e la diffusione degli ordini.
Lo snellimento della burocrazia che aveva invece caratterizzato la fase precedente della guerra fece scaturire quella che gli storici definiscono la “difesa elastica”. Gli ufficiali del Regio Esercito disposero di una maggiore autonomia; il risultato fu di essere più veloci, più reattivi al nemico e al contempo più fermi moralmente dal punto di vista delle truppe sul territorio dello scontro.

martedì 8 ottobre 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'8 ottobre.
L'8 ottobre 1918 il caporale statunitense Alvin York uccise 25 nemici e ne catturò 132 praticamente da solo.
Figlio di un contadino del Tennessee, dove era nato il 13 dicembre 1887, Alvin York trascorse un’infanzia che, definire tranquilla, sarebbe un eufemismo: scapestrato, esuberante, non era raro che finisse le sue giornate ad ubriacarsi in bar, saloon e fiere itineranti. E’ proprio in queste occasioni che ha i suoi primi incontri con le armi da fuoco nei tiri a segno, cosa che lo porterà al proprio riscatto personale nel periodo del primo conflitto mondiale. Quasi a imitazione degli eroi, cui siamo abituati a vedere nei film o a leggere nei romanzi, che cadono ma si rialzano più forti di prima, la sua vita prende una piega inaspettata nel 1911 quando muore il padre William: negli anni seguenti, sarà lui che tirerà avanti la famiglia, aiutando la madre ad allevare i suoi fratelli (Alvin era il terzogenito di undici figli): nel 1914, poi, a seguito di una crisi spirituale si avvicinerà alla Chiesa di Cristo nell’Unione Cristiana, una ristretta congregazione conservatrice, che si ispirava al cattolicesimo tradizionale. Le sue giornate passate in compagnia degli amici tra alcool e saloon erano finite. Intanto, l’Europa era sprofondata nel baratro della Prima Guerra Mondiale, ma anche negli Stati Uniti cominciavano a farsi più insistenti le voci che si elevavano per un intervento a fianco degli eserciti alleati.
Forte della sua nuova fede cattolica, al momento della chiamata alle armi si definì un “obiettore di coscienza”, anticipando di quasi mezzo secolo i movimenti del Sessantotto e scrisse sul proprio foglio di arruolamento “non voglio combattere, credo nella Bibbia”: l’esercito non ne tenne conto e l’arruolò nell’82a Divisione Fanteria, 328° Reggimento, Compagnia G, destinandolo al fronte francese. Il Caporale Alvin York divenne così uno dei tanti soldati americani che composero il corpo di spedizione agli ordini del Generale John Pershing. Giunto al fronte dopo l’addestramento svolto a Camp Gordon, il suo nome, e le sue gesta, passeranno alla storia per la formidabile azione a cui prese parte l’8 ottobre 1918, quando, assieme ad un gruppo di sedici soldati, lasciò le linee francesi per prendere possesso di una linea ferroviaria nei pressi di Chatel Chéhéry, nelle Ardenne. A causa di un problema di lettura delle mappe scritte in francese, la pattuglia americana si ritrovò nel mezzo delle linee tedesche fortemente trincerate: in un primo momento, i soldati del Kaiser, vedendoli giungere dalle loro retrovie, credettero di essere circondati, ma non appena capirono la realtà dei fatti e l’esiguo numero degli yankees, reagirono prontamente. Da una collina nelle vicinanze cominciarono a crepitare le mitragliatrici e nove soldati caddero nei primi minuti di scontri. Intanto, il Caporale York, armato solo di un fucile Enfield e di una pistola Colt, si avventurò da solo in campo nemico: le giornate passate ai tiri a segno da ragazzo tornarono, come dirà lui stesso, utili. Da solo, sparando con le armi in dotazione, e con l’uso della baionetta, uccise 25 soldati nemici, mise fuori uso 35 mitragliatrici e, assieme ai sette soldati superstiti, riuscì a catturare 132 prigionieri. Al rientro alle proprie linee, fu accolto come un eroe, venendo promosso al grado di Sergente e decorato con la Distinguished Service Cross, la seconda più alta decorazione assegnata dall’Esercito degli Stati Uniti per atti di valore. Poco dopo, giunse anche la massima onorificenza, la Medal of Honor. Terminata la guerra, tornò negli Stati Uniti, dove venne accolto come un eroe nazionale. E non a torto, possiamo aggiungere.
Alvin York morì nel 1964 a causa di un'emorragia cerebrale e venne sepolto nel cimitero della sua Pall Mall.
La sua vita  ispirò un famoso film statunitense “il sergente York” di Howard Hawks con Gary Cooper, diretto nel 1941, quindi nell’anno in cui gli Usa entrarono nel conflitto mondiale dopo l’attacco di Pearl Harbor. Il film dunque parla della  vita dell' eroe statunitense della prima guerra mondiale Alvin York; il film fu un grande successo con 10 designazioni ai premi Oscar, che comportarono una statuetta per Gary Cooper – che interpretava York-  e una per il montaggio. Il film occupa un posto particolare nel lavoro di H. Hawks che lo diresse per aiutare il produttore Jesse L. Lasky in cattive acque; alla sceneggiatura collaborò John Huston.
Nel 2008 è stato scelto per essere conservato nel National Film Registry della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti.

mercoledì 31 luglio 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 31 luglio.
Il 31 luglio 1917 ha inizio la battaglia di Passchendaele.
La mattina del 31 luglio 1917, alle 3:50, nove divisioni britanniche balzarono fuori dalle trincee e investirono le alture di Plickem: era iniziata la battaglia di Passchendaele. Lo scontro - più che una battaglia vera e propria - può essere considerato una campagna militare che si frantumò in una serie di operazioni apparentemente indipendenti tra loro. Malgrado la battaglia porti il nome del villaggio di Passchendaele, esso occupava solamente un crinale ad est di Ypres. L’obbiettivo finale dell’operazione era invece il controllo dei crinali orientali e meridionali di Ypres, che nei piani britannici avrebbe condotto alla conquista delle Fiandre.
Alle origini di Passchendaele vi sono una serie di variabili di natura politica, sociale e militare che andarono poi ad influire sugli esiti finali della battaglia. La prima di queste variabili può essere riscontrata nella visione tattico-strategica di Douglas Haig, il comandante in capo delle forze britanniche. Egli da un lato era persuaso che lo scontro che avrebbe deciso le sorti della Grande guerra si sarebbe svolto sul fronte occidentale – nelle Fiandre – dall’altro lato, riteneva che ciò sarebbe avvenuto solo attraverso l’impiego di nuovi mezzi e strategie innovative, mantenendo alta la pressione sul nemico e in stretta collaborazione con le forze francesi.
La buona riuscita dei piani strategici elaborati da Haig fu minata fin da subito dalla profonda crisi attraversata dall’esercito francese dopo la fallimentare e sanguinosa offensiva di Nivelle. Il 27 maggio 1917 quelli che erano cominciati come fenomeni di diserzione si tramutarono in un vero e proprio ammutinamento generale. Le autorità francesi intervennero facendo affluire unità fedeli e bloccando la rivolta sul nascere. Il generale Petain fu nominato comandante dell’esercito, adoperandosi per individuare e punire i colpevoli degli ammutinamenti e al contempo promettendo e attuando miglioramenti nella qualità della vita dei soldati. Petain era altresì conscio di come gli ammutinamenti avessero colpito il 43% delle 113 divisioni di fanteria dell'esercito francese. Il fatto che la crisi morale colpisse principalmente la fanteria (l’arma più sacrificata che aveva subito enormi perdite dall'inizio della guerra) e che i soldati si rifiutassero di tornare all’attacco ma non di difendere le trincee e il suolo nazionale, convinsero Petain a non impiegare più le unità francesi in grandi operazioni per un periodo medio-lungo, mantenendosi sulla difensiva. Il compito di logorare i tedeschi sul campo di battaglia passava perciò agli inglesi, compito che Haig decise di assumersi fino alle estreme conseguenze.
Nonostante il mancato supporto francese Haig, in collaborazione con Reginald Bacon, ammiraglio della Royal Navy, elaborò un piano che prevedeva lo sbarco ad Ostenda di 9000 Royal Marines – supportati da tre divisioni di fanteria – che avrebbero dovuto annientare il fianco destro tedesco nelle Fiandre. L’occupazione delle Fiandre, oltre ad essere considerata come il trampolino di lancio per lo sfondamento delle linee tedesche, era di vitale importanza per il controllo dei porti belgi dai quali (secondo gli inglesi) partivano gli U-Boot tedeschi per le loro micidiali incursioni contro il traffico mercantile alleato.
A seguito del coinvolgimento del colonnello Aymler Hunter-Weston – un veterano di Gallipoli – i piani di sbarco divennero più ambiziosi, con la costruzioni di enormi pontoni galleggianti in grado di trasportare tre divisioni, carri armati e artiglieria. Zona dello sbarco: Middelkerke, nei pressi di Niuwpoort. Per garantire il successo delle operazioni occorreva però occupare i crinali a sud e ad est di Ypres e le linee ferroviarie controllate dai tedeschi. La prima di queste operazioni preparatorie fu la battaglia di Messines, la cui altura era considerata di vitale importanza per congiungere le aree di sbarco di Middelkerke con il fulcro dell’attacco su Ypres. Il comando delle operazioni fu affidato al generale Erbert Plumer. Molto popolare e rigoroso pianificatore, Plumer era un ufficiale estremamente attento a risparmiare la vita dei propri uomini, prediligendo un approccio più cauto volto a indebolire l’avversario cingendolo in una sorta di assedio. La battaglia di Messines si svolse nel giugno 1917, tuttavia la sua panificazione era iniziata già nel 1916, con l’arrivo dei Royal Engineers Tunnelling Companies, i quali scavarono una fitta rete di gallerie e camere di scoppio sotto il crinale di Messines, stipandovi quasi 500 tonnellate di Ammonal – un esplosivo ad alto potenziale – suddiviso in 24 cariche. Le mine furono fatte brillare la mattina del 7 giugno alle 3:10 del mattino - dopo un bombardamento di due settimane da parte dell’artiglieria inglese - creando 19 enormi crateri. La mina di Spanbroekmolen, caricata con oltre 41 tonnellate di esplosivo, creò un cratere di 120 metri di diametro. L’esplosione fu udita fin nei sobborghi di Londra.
A Messines morirono circa 10.000 tedeschi, a cui vanno aggiunti circa 15.000 feriti, dispersi e prigionieri. Cospicuo anche il bottino di armi e materiali tra i quali 65 cannoni, 94 mortai da trincea e circa 300 mitragliatrici. A rendere ancora più devastante l'effetto, giunse il fuoco di oltre 2000 cannoni inglesi che devastarono ulteriormente le posizioni tedesche. Già il 10 giugno i tedeschi si ritirarono dalle posizioni ormai indifendibili, attestandosi 4 chilometri più a est. Quella di Messines può essere considerata come l’azione di maggior successo dell’esercito britannico sul fronte occidentale. Attentamente pianificata e eseguita con cura, l’operazione fu celebrata come una schiacciante vittoria inglese, convincendo molti alti ufficiali britannici della possibilità di ottenere ulteriori successi su larga scala contro le forze tedesche, dimenticandosi come, tuttavia, la battaglia di Messines si prefiggesse obiettivi tattici limitati e non mirasse alla sfondamento strategico del fronte. Un ottimismo che si rivelò fatale due mesi dopo nella più ampia e ambiziosa battaglia di Passchendaele.
In seguito al vittorioso combattimento di Messines, Douglas Haig nominò come comandante della V armata (che avrebbe sopportato il peso dell’imminente offensiva) il generale Hubert Gough, sostituendo Plumer, che tanto bene aveva saputo gestire lo scontro. Ebbe così inizio la seconda fase preparatoria, che in seguito avrebbe generato quell’inferno di fango che caratterizzò la battaglia di Passchendaele. Il 22 luglio, 2300 cannoni di medio e grosso calibro iniziarono un bombardamento delle posizioni tedesche che si sarebbe protratto fino al 31 luglio. Tuttavia, tale massiccio bombardamento non fece altro che sconvolgere il terreno, distruggendo l’antico sistema di drenaggio delle acque che in questa parte delle Fiandre garantiva da secoli il consolidamento dei terreni ed evitava l’impaludamento del territorio. Questo, unito alle forti piogge, trasformò in breve il campo di battaglia in un enorme acquitrino che rallentava i progressi delle truppe. Subito dopo la fine dei bombardamenti, alle 3:50, la fanteria inglese balzò fuori dalle trincee e iniziò ad avanzare su un fronte di 25 chilometri, cogliendo qualche successo iniziale e raggiungendo la linea del fiume Steenbeck. Ciononostante, tutti gli attacchi alla strada di Menin, obbiettivo principale della battaglia, furono respinti dai tedeschi che inflissero agli inglesi dure perdite.
Nei due mesi trascorsi dall’attacco di Messines i tedeschi avevano avuto il tempo di rafforzare le proprie difese in vista della probabile offensiva. Non trincee lineari, bensì bunker e casematte isolate, costruiti in cemento armato e ben forniti di mitragliatrici. Contro tale sistema - che ben si adattava al terreno acquitrinoso e permetteva ai tedeschi di difendere ampie porzioni di terreno con relativamente pochi uomini - si dissanguarono le truppe britanniche. Da parte inglese l’impiego massiccio di artiglieria e carri si rivelò inutile: i Tanks affondavano nel fango mentre l’effetto delle granate era ridotto e attutito dal fango. Tuttavia, era l’ostinata resistenza tedesca a limitare i progressi britannici: nella sola battaglia di Quota 70 – ingaggiata per liberare Lens – le truppe canadesi persero quasi 10.000 uomini tra morti, feriti e dispersi. Nella battaglia di Langemarck, tra il 16 e il 18 agosto, le 8 divisioni britanniche impiegate subirono oltre 36.000 perdite. Entrambi gli scontri fallirono nel conseguire i propri obbiettivi. Nella pur vittoriosa battaglia di Pilckem le truppe inglesi pagarono il successo con quasi 32.000 morti e feriti.
Nonostante il grande spiegamento di mezzi e il consumo elevato di munizioni, per oltre un mese gli attacchi settoriali concepiti da Gough su un fronte molto ampio erano stati un fallimento, conseguendo solo successi limitati al costo di perdite elevatissime. Il tempo infame, il terreno impraticabile e lo sfinimento dei soldati spinsero Haig ad un cambio di strategia: il 20 settembre il compito di conquistare l’importante strada di Menin fu affidato a Plumer, il vincitore di Messines, prendendo di fatto il comando delle operazioni. Il peso dell’offensiva fu trasferito dalla martoriata V armata di Gough alla II di Plumer. La tattica utilizzata era però diversa: attacchi di minore entità contro obbiettivi ben precisi - definiti “bite and hold” (letteralmente “mordi e mantieni”) - rimanendo sempre entro il raggio d’azione delle artiglierie britanniche. Tale impiego dell’artiglieria - chiamato “Sbarramento mobile” (Creeping Barrage) - consisteva nel far avanzare i fanti sotto la copertura dei cannoni. Le truppe, una volta conquistato il loro obiettivo, attendevano che l'artiglieria si muovesse in avanti per dare supporto ad ulteriori avanzate e stroncare i micidiali contrattacchi tedeschi. Aiutati da un intenso bombardamento, il 26 settembre, inglesi e australiani riuscirono infine a prendere la strada di Menin con perdite relativamente contenute. Il 3 ottobre occuparono anche il Bosco del Poligono, contro il quale, precedentemente, erano falliti numerosi attacchi.
In generale, questi piccoli “morsi” ideati da Plumer fruttarono cospicue avanzate e ben 10.000 prigionieri. I tedeschi nei loro rapporti registrarono episodi di collasso psicologico in molte loro unità a causa dell’intensità dei combattimenti e delle dure perdite. Ludendorff temeva il crollo del fronte delle Fiandre. In quei giorni egli annotò: «Giornata di aspri combattimenti in cui tutto è sembrato congiurare contro di noi. Forse riusciremo a contrastare la perdita di terreno, ma la nostra capacità di combattere ha subito un altro duro colpo». Tuttavia, nemmeno un brillante generale come Plumer poteva mutare una situazione già compromessa. L’alto comando britannico, convinto ancora di poter effettuare gli sbarchi e imbaldanzito dai risultati positivi conseguiti nella seconda fase, decise di insistere nell’offensiva. Il 28 settembre Haig annotò sul suo diario: «Il nemico vacilla». Tra il 9 e il 26 ottobre furono lanciate tre ondate di attacchi britannici che andarono incontro ad un insuccesso. Il fronte ripiombò nell’inerzia. I tedeschi pur subendo un tremendo attrito di perdite – per la prima volta superiori a quelle britanniche – abbandonarono la difesa rigida e tornarono ad una più elastica. Fu impiegata nuovamente anche l’iprite per respingere gli ostinati attacchi delle truppe britanniche.
In un panorama reso lunare dai bombardamenti, la battaglia si avviava al suo epilogo. Il terreno impraticabile – sul quale la morte giungeva non solo dalle armi ma anche dai crateri colmi di fango nei quali venivano letteralmente risucchiati i soldati – e il progressivo esaurimento delle truppe posero fine alla battaglia. È indicativa la frase pronunciata da un anonimo ufficiale del quartier generale britannico in visita sullo scenario infernale del campo di battaglia di Passchendaele: «Buon Dio, davvero abbiamo mandato degli uomini a combattere qui?». Frase che denota la distanza non solo psicologica ma anche fisica degli alti ufficiali - fautori dell’offensiva ad oltranza - dai propri sottoposti. Il 4 novembre i fanti canadesi conquistarono infine Passchendaele, concludendo la battaglia. Negli ultimi cinque giorni di scontri gli inglesi persero 130 ufficiali, oltre 2000 soldati mentre i feriti furono 8000. Le perdite tedesche furono ancora maggiori. Ad oggi le statistiche riguardanti il “costo umano” di Passchendaele sono dibattute. Le stime più equilibrate parlano di oltre 260.000 morti feriti, dispersi e prigionieri per parte, per un totale compreso tra le 500/600.000 perdite complessive. Tuttavia, statistiche più alte che tengono conto dei numerosi avvicendamenti dei reparti al fronte, dei decessi in ospedale e dei feriti lievi fanno salire il conteggio a oltre 400.000 perdite per contendente.
Per concludere, caso piuttosto raro, entrambe le parti in campo considerarono fin da subito Passchendaele come un fallimento e una pagina nera delle rispettive storie militari. La battaglia fu un indubbio successo tattico inglese, tuttavia, sul piano strategico si risolse in un nulla di fatto molto simile ad una débâcle, soprattutto in ragione delle grandi speranze risposte dagli inglesi nell’offensiva. Esse furono infatti esaudite solo in minima parte e non diedero seguito ad alcun sfondamento in profondità, riconfermando il carattere di logoramento della guerra sul fronte occidentale. Anche l’intento secondario di assorbire le riserve tedesche per dare respiro ai francesi si rivelò altrettanto fallimentare, in quanto Passchendaele finì per logorare e consumare principalmente le truppe britanniche, per di più su un tratto di fronte che i comandi tedeschi non consideravano importante. Infine gli inglesi non colsero lo stato di grave logoramento e crisi in cui andò a trovarsi l’esercito del Kaiser dopo la battaglia. Lo stato maggiore tedesco – malgrado le sue truppe avessero arginato l’attacco – affermò che «La Germania era prossima alla distruzione certa dopo la battaglia delle Fiandre nel 1917» e non più in grado di sostenere un assalto di quelle dimensioni ad occidente.
In ogni caso, l’inattività delle truppe francesi, la rotta italiana a Caporetto e il crollo dell’esercito russo avrebbero dato ai tedeschi l’opportunità di riorganizzarsi e preparare la Kaiserschlacht per la primavera del 1918, che secondo i piani avrebbe condotto l’esercito tedesco alla vittoria prima dell’arrivo delle truppe americane.

martedì 25 giugno 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 25 giugno.
Finalmente, il 25 giugno 1917 cessa la battaglia del Monte Ortigara, costata all'Italia migliaia di morti.
Il 10 giugno del 1917, l’esercito italiano attacca le truppe austro-ungariche che, dopo la Strafexpedition (spedizione punitiva o battaglia degli Altopiani), si erano ritirate su posizioni più facilmente difendibili e da cui minacciano il Cadore, la Carnia e l’Isonzo.
 La linea difensiva italiana era stata costretta a retrocedere fino ai margini dell'altopiano dei Sette Comuni, abbandonando posizioni che il comando riteneva di capitale importanza per il mantenimento dei  confini.
 Obiettivo dell’attacco è quello di sfondare il fronte austriaco tra i monti Ortigara e Forno, sull’altipiano di Asiago. L’ impresa non è facile perché le difese nemiche, disposte ad arco, controllano dall’alto il territorio e possono agevolmente difendersi con l’artiglieria.
 Questa loro collocazione non consente un attacco di sorpresa perché ogni concentramento di forze è subito individuabile; inoltre lo scontro si sarebbe svolto su un terreno impervio, tra i 1.000 e i 2.000 metri di altitudine.
 Il compito di compiere questa offensiva è affidato al XX e al XXII corpo d'armata, agli ordini del generale Ettore Mambretti : il primo deve sfondare le linee austriache tra i monti Ortigara e Fondo, il secondo deve attaccare fra i monti Zebio e Mosciagh.
Per fare questo, le truppe sono costrette a scendere in una zona molto esposta al tiro del nemico, nel Vallone dell’Agnelizza, per poi risalire alle quote 2003, 2101, 2105.
 Il 10 giugno inizia la battaglia dell’Ortigara, che verrà ricordata come il “Calvario degli alpini”, per il massacro inutile e sconsiderato di migliaia di uomini appartenenti alla 52ª divisione.
Concordato col Capo di Stato Maggiore generale Luigi Cadorna , l’attacco viene ordinato dal generale Mambretti, mentre il tempo si fa sempre più brutto e la pioggia battente si trasforma in nebbia e nevischio che rendono ancor più difficile avanzare.
L’offensiva italiana, preceduta da un fortissimo attacco dell’artiglieria, mostra subito la sua inadeguatezza: a una simile altitudine è inutile sferrare un attacco in massa, serve un tiro preciso e mirato. Anche sulle balze del monte Zebio viene fatto un tragico errore: il tiro troppo corto delle artiglierie si abbatte sulla brigata “Sassari”, in attesa di sferrare l’attacco.
 Verso le 11 l’azione viene sospesa, per riprendere alle 13.30, con un fuoco d’artiglieria ancor più intenso. Tuttavia gli effetti di questa prolungata azione sono deludenti.
Alle 15 inizia l’attacco della fanteria, bersagliata da ogni parte dal tiro nemico. Alcuni successi iniziali sono frutto degli sforzi disperati degli alpini della 52ª divisione, composta da 18 battaglioni, divisi in due colonne: la “Cornaro” e la “Di Giorgio”. A quota 2101 il battaglione “Bassano”, terribilmente e tragicamente decimato, viene salvato dall’arrivo dei compagni del “Val Ellero” e del "Monte Clapier”, che consentono di mantenere per breve tempo la posizione conquistata. Nonostante gli strenui sforzi e le ingenti perdite non si ottiene alcun risultato positivo. Per gli alpini il bilancio delle vittime di questa prima giornata è tragico: la 52ª divisione perde circa 3000 uomini tra morti, feriti e dispersi.
Il giorno successivo si riprende l’offensiva, con la stessa tattica e gli stessi piani falliti il giorno precedente. Gli assalti si rivelano inutili, nonostante gli sforzi dell’artiglieria che, ostacolata dalla nebbia, non riesce a rendere precisi i propri tiri. Si assiste a un nuovo bagno di sangue.
Sotto una pioggia battente, nel tardo pomeriggio, l’esercito italiano è costretto a indietreggiare.
Il generale Mambretti dirama l’ordine di sospendere le operazioni per tre giorni.
 Dopo inutili riprese delle ostilità e nuove sospensioni, che aumentano solamente il già tragico numero delle vittime,  il 19 giugno arriva nuovamente l’ordine di attaccare l’Ortigara.
Alle 6 parte l’attacco e dopo vari tentativi, la cima del monte, che sembrava imprendibile, è conquistata dagli alpini e dai fanti della decimata “Brigata Regina”.
La gioia per la conquista dura poco: le posizioni conquistate (quote 2101 e 2105) si dimostrano subito insicure.
 Dopo giorni di stallo, il 25 giugno alle 2.30, si scatena la controffensiva nemica, con un tremendo tiro d’artiglieria. Alle 3.10 l’Ortigara è di nuovo in mano austriaca.
 Incredibilmente, il Comando italiano ordina un nuovo attacco verso sera; non sarà altro che un ultimo grande massacro per i soldati italiani. Il battaglione “Cuneo”, appena arrivato, conquista quota 2003 che riesce a mantenere per qualche giorno, fino a quando, il 29 giugno, viene catturato dal nemico insieme al battaglione “Marmolada”.
 La battaglia dell’Ortigara è perduta; si è trattato di una tragica e inutile carneficina. Il generale Ettore Mambretti, ritenuto responsabile del disastro, viene sollevato dal suo incarico e le sue truppe distribuite in altre armate (nella I e nella IV).
 La battaglia dell’Ortigara è costata agli italiani la perdita di 25.199 uomini di cui 8.465 fra morti (2.865) e dispersi (5.600) e 16.734 feriti.
Le perdite austro-ungariche ammontano a 8.828 uomini, di cui 992 morti, 6.321 feriti e 1.515 dispersi.

sabato 11 novembre 2023

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'11 novembre.
L'11 novembre 1918, alle 11, con la firma dell'armistizio da parte della Germania, si conclude la prima guerra mondiale.
Dopo cinque lunghi anni di una sanguinosa ed insensata guerra, la Germania guglielmina chiedeva, agli alleati, l’armistizio. La più efferata e spaventosa guerra della storia dell’umanità poteva considerarsi conclusa.
Sin dall’agosto 1914 la maggior parte degli stati del mondo erano scesi in campo: da una parte, gli imperi centrali, Impero Tedesco, Austro-ungarico ed Ottomano, dall’altra parte Impero Russo, Francia ed Inghilterra (in seguito anche Stati Uniti ed Italia).
A questo punto iniziava forse l’opera più difficile ed ardua di tutta la guerra: stabilire, a tavolino, i nuovi confini degli stati partecipanti, punendo doverosamente quei paesi, Germania in testa, che erano considerati i veri colpevoli di quell’orrenda carneficina che è passata alla storia come prima Guerra Mondiale (non dimentichiamoci a questo proposito che erano stati proprio gli austriaci ed i tedeschi ad innescare l’escalation di dichiarazioni di belligeranza che costituiranno gli schieramenti in campo).
Quegli 8 milioni e mezzo di uomini, di tutte le nazionalità e di tutti i ceti, che non sarebbero mai più tornati alle loro case, famiglie, mogli, figli, e quei 21 milioni di feriti, la maggior parte dei quali rimase invalido a vita, come segnato per sempre, pesavano infatti sulle coscienze di tutti.
Le conferenze di pace iniziarono nel 1919 e portarono alla stesura di cinque trattati.
La situazione più dura venne conferita alla Germania: l’impero, alla fine della guerra, cadde di schianto, il Kaiser costretto alla fuga. Venne subito proclamata la repubblica. Le successive condizioni furono indicibili: perdita dell’Alsazia-Lorena, cessione dei bacini della Saar alla Francia, cessione dello Schleswig alla Danimarca, smilitarizzazione della Renania, creazione del “corridoio di Danzica”, riduzione dell’esercito a 100000 uomini, cessione delle colonie, spartite tra i vincitori, e danni di guerra per 132 miliardi di marchi in oro, una cifra spaventosa e non certo raggiungibile dalla fragile economia postbellica tedesca.
La lunga lista delle condizioni servono a far capire come vennero considerate una cocente umiliazione per qualsiasi tedesco, e come facilmente vennero utilizzate, negli anni ‘20/’30, dal partito nazionalsocialista per accaparrarsi una buona fetta del consenso popolare.
In confronto l’Impero Austro-Ungarico fu trattato col guanto di velluto: anche qui il Kaiser fuggì poco dopo l’armistizio, lasciando il paese in mano ai repubblicani. L’antico stato Asburgico venne letteralmente spezzato in quattro nuove entità nazionali:
l’Austria, ridotta ad un paese di 6 milioni di abitanti, con una sproporzionata capitale, chiaramente gravitante verso la Germania; l’Ungheria divenne indipendente; la Jugoslavia, nuovo stato creato praticamente dal nulla e posto nei territori balcanici prima controllati dall’Impero; la Cecoslovacchia, altra curiosa “invenzione” di Saint-Germain, che incorporò due nazioni completamente diverse (l’industrializzata Boemia e l’agricola Slovacchia).
Sul confine orientale, per penalizzare l’Urss (nuovo stato socialista sorto dalle ceneri dell’Impero Zarista dopo la rivoluzione del ’17) e creare una zona cuscinetto con l’Europa, vennero formalmente riconosciute indipendenti le repubbliche baltiche e la Finlandia, oltre che la già citata Polonia per il corridoio di Danzica.
Anche l’Impero Ottomano infine venne penalizzato, anche se in maniera più blanda: perdette infatti molte regioni le quali, escludendo Siria, Iraq, Libano e Palestina, in massima parte riconquistò pochi anni dopo. La conseguenza più importante fu però la fine dell’egemonia Ottomana che portò alla proclamazione della repubblica Turca.
Quindi, ricapitolando, quattro grandi e potenti imperi (tre dei quali millenari) non sopravvissero a questa prova di forza, ma dovettero soccombere tra le pieghe della Storia.
Al loro posto si affacciarono sulla scena europea e mondiale nuovi stati sovrani, ombre dei predecessori, ma che conservarono il risentimento ed il rimorso nei confronti di chi aveva inflitto loro quest’umiliazione. In questo contesto era impossibile non prevedere future tensioni e malumori da parte di chi, Germania in testa, era stato più duramente penalizzato di altri. Il fatto che però fece capire veramente quanto errarono nelle valutazioni coloro che avevano stilato le condizioni di pace fu che non solo tra i vinti, ma anche tra i vincitori, esistessero malumori e proteste. Si fa qui riferimento all’Italia, che non ottenne quanto sperato e promesso alla vigilia dell’entrata in guerra, e questa mancanza spianerà la strada a malumori sociali e popolari che aiuteranno, negli anni ’20, il Fascismo ad affermarsi tra la popolazione comune.
Alle potenze vincitrici spettava un compito davvero difficilissimo: ricucire le maglie di un’Europa dilaniata per cinque anni dalla guerra più cruenta che l’uomo ricordi, ma la sensazione concreta è che si sarebbe potuto, ma soprattutto si sarebbe dovuto, fare meglio.
Se la Società delle Nazioni fosse stato un organismo credibile ed autoritario, se alla Germania fossero state dettate condizioni meno dure (e fu così soprattutto per demerito dei francesi, che avrebbero voluto distruggere per sempre l’antico nemico, ma che da qui ad una ventina d’anni se lo ritroveranno sul loro stesso suolo) nella prospettiva di costruire un futuro di pace e solidarietà tutti insieme, se all’Italia fosse stato concesso quanto promesso nel ‘15 e se l’Austria fosse rimasta uno stato forte e deciso, probabilmente non si sarebbe scatenata la seconda Guerra Mondiale, vera e propria valvola di sfogo delle tensioni sopraccitate, e l’Europa non sarebbe stata attanagliata nei successivi decenni dalla morsa dei regimi totalitari.
Ma le vie della Storia sono imperscrutabili: magari un destino peggiore, in quel caso, avrebbe colpito l’Europa. Una cosa è certa: da qualche parte ci sono 8,5 milioni di persone che pesano come macigni sulle scelte e sulle decisioni, ancora oggi, degli stati europei .

sabato 1 luglio 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il primo luglio.
Il primo luglio 1916 ha inizio la Battaglia delle Somme, durante la Grande Guerra. Una battaglia che si protrasse per cinque mesi, registrando un milione di morti.
Il primo giorno della battaglia della Somme fu (e rimane a tutt’oggi) il giorno più sanguinoso nella storia dei conflitti del Regno Unito. L’attacco iniziato alle 7.30 di quel mattino costò infatti ben 20.000 morti e 40.000 feriti. Gli elenchi delle perdite riempirono pagine e pagine dei quotidiani. Per di più, a causa del particolare sistema di reclutamento per gruppi omogenei (il cosiddetto «Pal system») con il quale erano stati formati molti dei reggimenti mandati all’assalto, alcuni quartieri e distretti del nord industriale persero una parte molto rilevante della popolazione maschile in età attiva. Ma le ripercussioni furono molto più ampie. La Somme fu una ferita devastante per l’intera Inghilterra e si fece sentire in ogni angolo del Paese, a tutti i livelli della società. Nella battaglia rimasero uccisi ragazzi dei quartieri più poveri dell’East End di Londra, ma anche il figlio del primo ministro, Raymond Asquith, ufficiale delle Grenadier Guards.
Lo scopo dell’attacco era quello di sfondare la linea delle trincee tedesche nei pressi del centro del fronte occidentale, per ottenere una netta vittoria sulle forze che avevano invaso la Francia. La battaglia aveva inoltre lo scopo di scoraggiare i tedeschi dalla prosecuzione della grande offensiva scatenata contro i francesi a Verdun, allora in pieno svolgimento. L’offensiva della Somme era una tra le diverse offensive che gli alleati avevano concordato di sferrare il dicembre precedente. Infatti, durante la battaglia della Somme, i russi attaccarono in Ucraina (la famosa offensiva di Brusilov) e gli italiani scatenarono l’ennesimo assalto sulla linea del fiume Isonzo. I francesi, tenacemente aggrappati alle difese di Verdun, furono comunque in grado di inviare truppe sufficienti a prendere parte all’offensiva sulla Somme. Il loro contributo fu un attacco a sud del settore britannico, vicino a Peronne, proprio dove le linee tenute dai due eserciti alleati si univano.
Nel 1916 il Regno Unito aveva ormai schierato un milione di uomini in Francia estendendo progressivamente la lunghezza del fronte coperto dalle proprie unità. Questo incremento della forza dell’esercito fu reso possibile durante il 1915 dall’invio in Francia dei battaglioni territoriali, poi dalla formazione di nuove divisioni di volontari o «divisioni di Kitchener», così definite dal nome del ministro della guerra britannico che ne aveva fortemente caldeggiato la costituzione. Ai primi di settembre del 1914 Lord Kitchener si era infatti rivolto alla popolazione chiedendo volontari in scaglioni di 100.000 uomini. Nel 1916 i primi cinque di questi scaglioni formarono circa 30 divisioni, che andarono a unirsi alle 10 di regolari e alle 14 dei territoriali. Determinato a raccogliere senza indugio le truppe per il suo «New Army», Lord Kitchener promise che i gruppi di volontari raccolti da una sede di reclutamento sarebbero stati assegnati allo stesso reparto. Il risultato furono quelli che vennero rapidamente definiti dalla stampa come «pal battalion» (battaglioni di amici), spesso formati da uomini di una stessa fabbrica o impresa che decidevano di offrirsi volontari in massa. Per fare un esempio, i quattro battaglioni di Liverpool provenivano principalmente dal personale degli uffici delle grandi compagnie di navigazione transatlantiche, mentre i quattro battaglioni di Manchester provenivano dagli impiegati delle aziende tessili. Altri battaglioni di questo tipo vennero formati dagli abitanti di specifiche cittadine. Il battaglione Accrington Pals, per esempio, formava l’Undicesimo East Lancs; Leeds fu la base di reclutamento del Quindicesimo West Yorkshire e Hull quella del Dodicesimo East Yorkshire (gli Hull Sportsmen). La Trentunesima divisione era composta esclusivamente di «battaglioni di amici», quattro dei quali provenienti da Hull.
Il principio del reclutamento di volontari in comunità ristrette produsse anche il Glasgow Tramways Battalion (il battaglione dei tranvieri di Glasgow) e il Gateshead Commercials, formato dai commessi dei negozi della città scozzese. Il Decimo Lincolns era anche detto Grimsby Chums (i ragazzi di Grimsby). In effetti, ci furono battaglioni di questo tipo reclutati anche a Londra e nel sudest, ma questo tipo di reclutamento fu un fenomeno particolarmente diffuso soprattutto nelle città industriali del nord. Questi battaglioni erano solitamente interamente composti da soldati reclutati nei ceti più bassi della società inglese e quindi non avevano propri ufficiali. Questo portò alla costituzione di reparti che vedevano la stravagante unione di falangi di operai del nord e ufficiali comandanti provenienti dalle più prestigiose scuole private del sud. Peraltro, proprio il comando esercitato nei battaglioni del New Army contribuì a definire il clima sociale del Regno Unito negli anni successivi al conflitto. Molti di quegli ufficiali furono infatti così turbati dalle condizioni di vita testimoniate dai propri soldati provenienti dalla classe operaia da decidere di impegnarsi a favore di importanti riforme politiche e sociali.
I volontari voluti da Kitchener vennero in stragrande maggioranza assegnati a reparti di fanteria, ma l’esercito che attendeva di attaccare sulla Somme il primo luglio del 1916 disponeva anche di una forza di artiglieria davvero imponente. A questa forza era stato assegnato l’ambizioso compito di assicurare il successo dell’offensiva distruggendo le trincee tedesche e i loro occupanti. Una settimana prima dell’inizio dell’offensiva vera e propria venne avviato un bombardamento incessante delle linee nemiche. L’artiglieria scagliò un milione di granate ad alto potenziale sulle linee tedesche. Il bombardamento fu così prolungato e i suoi effetti apparenti furono così sbalorditivi da convincere gli ufficiali a informare i propri reparti, in perfetta buona fede, che l’attraversamento della terra di nessuno sarebbe avvenuto senza incontrare nessuna resistenza dalle linee tedesche. La realtà era però ben diversa. Il bombardamento aveva in effetti prodotto danni enormi, ma largamente superficiali. I tedeschi avevano avuto a disposizione un anno intero per preparare le proprie difese e avevano scavato rifugi di enormi dimensioni a grande profondità nel sottosuolo calcareo della Somme. Ben protetti da questi rifugi, attesero pazientemente la fine del bombardamento preliminare. Inoltre, il bombardamento fallì anche nel secondo compito cruciale che gli era stato assegnato, ovvero la distruzione delle distese di filo spinato poste a protezione delle trincee tedesche. Per di più, l’artiglieria britannica non riuscì neppure a ridurre al silenzio la sua controparte tedesca. I cannoni tedeschi ancora attivi aprirono il fuoco con risultati devastanti non appena la fanteria britannica iniziò ad attraversare la terra di nessuno. Alle 7.20 del mattino del primo luglio, il lungo bombardamento preliminare terminò, avvisando la fanteria in attesa dell’imminenza dell’ora zero. Alle 7.25, la fanteria lasciò le proprie trincee e uscì allo scoperto nella terra di nessuno. Alle 7.30, al suono dei fischietti degli ufficiali, la fanteria iniziò ad avanzare, oppressa dal peso del proprio equipaggiamento. Molti portavano con sé 30 kg di munizioni, razioni alimentari, utensili per il trinceramento e bobine di filo spinato. Non appena i tedeschi videro che le linee di attacco inglesi erano in movimento, si affrettarono a raggiungere i parapetti delle trincee e ad installare in tutta fretta le mitragliatrici. Nei primi minuti, la fanteria britannica che avanzava in lunghe file compatte venne falciata senza pietà dal fuoco nemico. Qua e là, dove il filo spinato era stato abbattuto e le trincee spazzate via, i britannici riuscirono a penetrare nelle linee tedesche e a catturare posizioni e prigionieri. In particolare, si registrarono grossi successi al centro del campo di battaglia, ovvero a nord di Thiepval, proprio dove oggi si trova l’arco del monumento ai caduti di Lutyens. L’avanzata si esaurì solo perché gli uomini che dovevano effettuarla erano morti o così sgomenti dalle perdite subite da non poter avanzare oltre. Alcuni battaglioni avevano semplicemente cessato di esistere.
Entro mezzogiorno l’avanzata si era ormai arrestata quasi ovunque, anche se lo sforzo offensivo si mantenne elevato per l’intera giornata. L’alto comando, che aveva perso contatto con le prime ondate della fanteria non appena queste avevano lasciato le loro trincee, non aveva alcuna idea di quello che era accaduto. Il generale Douglas Haig, comandante della forza di spedizione britannica, era ancora persuaso di poter continuare l’offensiva il giorno seguente. Nessuno all’alto comando aveva la minima idea delle perdite, dato che il numero dei feriti era così elevato che superava la possibilità dei servizi medici di trasportarli nelle retrovie. All’epoca, erano necessari quattro uomini per ogni barella e il viaggio verso la più vicina postazione di pronto soccorso poteva durare diverse ore. Oggi si comincia a considerare che tra i 20.000 morti del primo di luglio molti siano in realtà feriti che spirarono prima di poter essere soccorsi. Gli orrori del primo di luglio misero fine a ogni reale possibilità di vittoria della grande offensiva britannica. Solo nella parte meridionale del campo di battaglia, nel settore dei più esperti francesi, si erano ottenuti reali risultati. Il generale Haig era comunque determinato a proseguire le operazioni e durante il resto di luglio e agosto gettò truppe fresche sul campo di battaglia per tentare di sfondare la tenace resistenza dei tedeschi. Nelle truppe fresche erano inclusi reparti australiani e canadesi. Si registrò una modesta avanzata ma la cosiddetta «fase di attrito» della battaglia non fu ben coordinata. A metà di settembre, tuttavia, si produsse uno sforzo più mirato che riuscì a conquistare parte delle alture che dominavano il lato orientale del campo di battaglia. Questo rinnovato sforzo offensivo britannico fu coadiuvato dall’esordio assoluto di una nuova arma: il carro armato. Questi primi modelli di tank erano piuttosto fragili e tendevano a guastarsi sin troppo spesso, ma nelle occasioni in cui si riuscì a conservarne l’efficienza gettarono lo scompiglio tra i difensori tedeschi e consentirono alla fanteria britannica di catturare intere sezioni delle trincee nemiche con perdite comparativamente lievi. Haig non ammise la fine della battaglia della Somme sino alla metà di novembre. Per quella data, i britannici avevano ottenuto una penetrazione di circa 11 chilometri. Questa modesta avanzata era però costata loro circa 420.000 perdite fra morti, feriti e dispersi; i francesi avevano subito perdite per più di 200.000 uomini. È comunque un errore concludere che la battaglia della Somme sia stata del tutto inutile. I tedeschi persero mezzo milione di uomini e i loro comandanti hanno sempre dichiarato che le perdite subite nella battaglia della Somme produssero danni irreparabili nella macchina militare tedesca. La Somme fu la fine del vecchio esercito tedesco prebellico che da quel momento in poi perse definitivamente ogni residuo vantaggio qualitativo. Oggi il panorama della Somme non porta più alcun segno degli scontri che lo sconvolsero cento anni fa. I boschi spazzati via dai bombardamenti ora sono nuovamente rigogliosi e le linee delle trincee sono coperte da un lussureggiante manto erboso. La regione ha interamente recuperato la sua straordinaria bellezza paesaggistica e la produttività dei suoi campi. Il solo segno esteriore della battaglia, oltre alle dozzine di camposanti, è il fatto che nessun edificio della zona è precedente al 1920.

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