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sabato 27 giugno 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 27 giugno.
Alle ore 20, 59 minuti e 45 secondi del 27 giugno 1980 sul punto di coordinate 39 43’N e 12 55’E scompare dalla schermo radar un velivolo civile. E’ il Dc9 I-TIGI della società Itavia, in volo da Bologna a Palermo, nominativo radio IH870, con a bordo 81 persone, 78 passeggeri e tre uomini di equipaggio. Il controllore di turno cerca di ristabilire il contatto con il pilota del Dc9. Lo chiama disperatamente una, due, tre volte. A rispondergli solo un silenzio di morte. Scatta l’allarme, ma non scattano i soccorsi che arriveranno sul punto di inabissamento dell’aereo, a metà tra le isole di Ponza ed Ustica, soltanto la mattina dopo. Un ritardo sospetto. Così come misteriosa è la causa della scomparsa del Dc9. La cosa più facile? Attribuire il disastro ad un difetto strutturale dell’aereo, un cedimento. La tesi del cedimento strutturale del Dc9 dell’Itavia resterà per quasi due anni la spiegazione ufficiale della tragedia, tanto che la società proprietaria dell’aereo diventerà il primo capo espiatorio e sarà costretta a sciogliersi. Ma in ambienti giornalistici la tesi semplicistica della sciagura comincia quasi subito a fare acqua. Che qualcosa in questa storia non quadri dovrebbe capirlo anche il magistrato romano al quale l’inchiesta è affidata. Per consegnare al pubblico ministero Santacroce i nastri di Roma Ciampino, sui quali era impressa tutta la sequenza del volo del Dc9, fino alla scomparsa dagli schermi radar, l’aeronautica militare impiega ben 26 giorni. Addirittura 99 per consegnargli i nastri di Marsala. Senza contare il materiale che gli verrà tenuto nascosto. Insomma il fatto che l’arma azzurra giochi sporco di fronte alla morte di 81 persone e che, specie all'inizio, il governo italiano sia più di ostacolo che di aiuto all'inchiesta giudiziaria è la prima vera risposta ad una domanda che ancora oggi in molti si pongono: chi ha abbattuto il Dc9 di Ustica?
Il primo elemento che emerge nel 1990 (dieci anni dopo la sciagura) dalle indagini penali intraprese dal giudice Priore (i primi dieci anni di indagini di altri giudici si sono svolti senza apparente successo), dopo la prima inchiesta da parte della commissione Stragi nel 1989, presieduta dal repubblicano Gualtieri, è che il sostanziale fallimento fino a quel momento delle precedenti indagini fosse dovuto a “depistaggi e inquinamenti operati da soggetti ed entità molteplici.”
Scrive nel capitolo iniziale la sentenza del giudice Priore: ”Il disastro di Ustica ha scatenato, non solo in Italia, processi di deviazione o comunque di inquinamento delle indagini. Gli interessi dietro l’evento e di contrasto di ogni ricerca sono stati tanti e non solo all'interno del Paese, ma specie presso istituzioni di altri Stati, da ostacolare specialmente attraverso l’occultamento delle prove e il lancio di sempre nuove ipotesi -questo con il chiaro intento di soffocare l’inchiesta - il raggiungimento della comprensione dei fatti….Non può perciò che affermarsi che l’opera di inquinamento è risultata così imponente da non lasciar dubbi sull'ovvia sua finalità: impedire l’accertamento della verità. E che, va pure osservato, non può esserci alcun dubbio sull'esistenza di un legame tra coloro che sono a conoscenza delle cause che provocarono la sciagura e i soggetti che, a vario titolo, hanno tentato di inquinare il processo, e sono riusciti nell'intento per anni.”
Le indagini del giudice Priore, che appaiono le più pertinenti e approfondite grazie anche alla quasi totale ricostruzione del relitto dell’aereo e a un notevole impegno di fondi, uomini e mezzi di vari governi, si concludono il 31 agosto del 1999 con una ordinanza di rinvio a giudizio e sentenza istruttoria di proscioglimento che esclude una bomba a bordo e un cedimento strutturale dell’aereo circoscrivendo le cause della sciagura a un evento esterno al DC-9.
I giudizi che si susseguono in corte di Assise nel 2000, di Assise di Appello nel 2005 e della Cassazione nel 2007 si concludono con il proscioglimento dei generali dell’Aeronautica Bartolucci e Ferri, assolti in appello dall'accusa di alto tradimento nel processo relativo al depistaggio dell'inchiesta giudiziaria sulla strage. Il reato loro contestato, "Attentato contro organi costituzionali" ai sensi dell'articolo 289 del codice penale, è stato infatti modificato con la legge 85/2006, che lo prevede ora solo quando siano stati commessi "atti violenti" diretti ad impedire agli organi costituzionali l'esercizio delle loro funzioni. Nessun responsabile nemmeno per gli ostacoli all'inchiesta: Ustica rimane uno dei tanti misteri italiani irrisolti, come se il caso non fosse mai esistito, una situazione paradossale.
Ancora Francesco Cossiga, già presidente della Repubblica che era presidente del Consiglio al momento della strage, nel febbraio 2007 dichiara che ad abbattere il DC-9 sarebbe stato un missile “a risonanza e non a impatto” lanciato dai francesi. Ma le indagini, intraprese dalla procura della repubblica di Roma, non portano a nessun risultato.
Il 26 luglio del 2010, il presidente della repubblica Napolitano, ha chiesto” il contributo di tutte le istituzioni per pervenire a una ricostruzione esauriente e veritiera di quanto è accaduto, che rimuova le ambiguità e dipani le ombre e i dubbi accumulati in questi anni.”
Il 2 settembre 2014, sono stati rivelati gli appunti segreti, le informative e i carteggi segreti del Ministero degli Affari Esteri, contenuti nel Memorandum che ha per oggetto la strage di Ustica in relazione alle questioni informative aperte con gli Stati Uniti.
Sempre nel 2014, stando ad alcune intercettazioni emerse durante le indagini sulla cosiddetta Mafia Capitale uno dei boss della cupola mafiosa, Massimo Carminati, conversando con un suo collaboratore avrebbe affermato che "la responsabilità di Ustica era degli Stati Uniti". Il 10 settembre 2011, dopo tre anni di dibattimento, una sentenza emessa dal giudice civile Paola Proto Pisani, ha condannato i ministeri della Difesa e dei Trasporti al pagamento di oltre 100 milioni di euro in favore di 42 (quarantadue) familiari delle vittime della Strage di Ustica.
Alla luce delle informazioni raccolte durante il processo, i due ministeri sono stati condannati per non aver fatto abbastanza per prevenire il disastro (il tribunale ha stabilito che il cielo di Ustica non era controllato a sufficienza dai radar italiani, militari e civili, talché non fu garantita la sicurezza del volo e dei suoi occupanti) e fu ostacolato l’accertamento dei fatti.
Infatti, secondo le conclusioni del giudice di Palermo, nessuna bomba esplose a bordo del DC-9, bensì l'aereo civile fu abbattuto durante una vera e propria azione di guerra che si svolse nei cieli italiani senza che nessuno degli enti controllori preposti intervenisse. Inoltre, secondo la sentenza, vi sono responsabilità e complicità di soggetti dell'Aeronautica Militare Italiana che impedirono l'accertamento dei fatti attraverso una innumerevole serie di atti illegali commessi successivamente al disastro.
Il 28 gennaio 2013 la Corte di Cassazione, nel respingere i ricorsi dell'avvocatura dello Stato ha confermato la precedente condanna, sentenziando che il DC-9 Itavia cadde non per un'esplosione interna, bensì a causa di un missile o di una collisione con un aereo militare, essendosi trovato nel mezzo di una vera e propria azione di guerra. I competenti ministeri furono dunque condannati a risarcire i familiari delle 81 vittime per non aver garantito, con sufficienti controlli dei radar civili e militari, la sicurezza dei cieli. La sentenza fu accolta favorevolmente dall'associazione dei familiari delle vittime.
Il 28 giugno 2017 un ulteriore ricorso dell'avvocatura dello Stato è stato rigettato dalla Corte d'Appello di Palermo, che ha nuovamente additato a causa dell'incidente un atto ostile perpetrato da un aereo militare straniero.

lunedì 22 giugno 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 22 giugno.
Il 22 giugno 1983 scompare, in circostanze misteriose, Emanuela Orlandi, una ragazza di 15 anni.
Da allora ad oggi diventerà un caso incredibilmente misterioso e ricco di intrighi internazionali, noto come il "caso Orlandi".
Emanuela Orlandi, che all'epoca aveva appena compiuto 15 anni, sparì in circostanze misteriose il 22 giugno del 1983. La ragazza era una cittadina vaticana figlia di un commesso della Prefettura della Casa Pontificia. Quella che all'inizio poteva sembrare la "normale" sparizione di un'adolescente, magari per un allontanamento volontario da casa, divenne presto uno dei casi più oscuri della storia italiana. Alla scomparsa di Emanuela da subito fu collegata la sparizione di un'altra adolescente romana, Mirella Gregori, scomparsa il 7 maggio 1983 e mai più ritrovata.
Vari testimoni la videro salire su un'auto. Dall'identikit che fu tracciato, un carabiniere del Nucleo Operativo di via in Selci notò la somiglianza con Enrico De Pedis, membro della Banda della Magliana, ma la cosa, stranamente, non ebbe un immediato seguito investigativo; pare che una giustificazione sarebbe nel fatto che all'epoca si riteneva il soggetto criminale latitante all'estero, ma un riscontro approfondito in merito non venne effettuato. Poiché le forze dell'ordine avevano inizialmente pensato ad una scappatella, le prime ricerche furono condotte autonomamente dalla famiglia.
Domenica 3 luglio 1983 il Papa di allora, Giovanni Paolo II, durante l'Angelus, rivolse un appello ai responsabili della scomparsa di Emanuela Orlandi, ufficializzando per la prima volta l'ipotesi del sequestro. Il 5 luglio, giunse una chiamata alla sala stampa vaticana. All'altro capo del telefono un uomo, che parlava con uno spiccato accento anglosassone (e per questo subito ribattezzato dalla stampa "l'Amerikano"), affermò di tenere in ostaggio Emanuela Orlandi.
L'uomo chiamava in causa Mehmet Ali Ağca, che aveva sparato al Papa in Piazza San Pietro un paio di anni prima, chiedendo un intervento del pontefice, Giovanni Paolo II, affinché venisse liberato entro il 20 luglio. Un'ora dopo, l'uomo chiamò a casa Orlandi, e fece ascoltare ai genitori un nastro con una voce di ragazza, forse di Emanuela che diceva di frequentare la Scuola Convitto Nazionale Vittorio Emanuele II, e di dover iniziare a settembre il terzo liceo scientifico. L'8 luglio 1983 un uomo con inflessione mediorientale telefonò a una compagna di classe di Emanuela, dicendo che la ragazza era nelle loro mani, che avevano 20 giorni di tempo per fare lo scambio con Alì Agca, e chiedendo una linea telefonica diretta con il Cardinale Segretario di Stato Agostino Casaroli. In totale, le telefonate dell'"Amerikano" furono 16, tutte da cabine telefoniche. Nonostante le richieste di vario tipo, e le presunte prove, l'uomo (mai rintracciato) non aprì nessuna reale pista.
Secondo alcuni giornali e pubblicazioni, l'identikit dell'Amerikano corrisponderebbe a monsignor Paul Marcinkus, che all'epoca era presidente dello Ior, la "banca" vaticana: gli specialisti del Sisde, il servizio segreto italiano, analizzando i messaggi e le telefonate pervenute alla famiglia, per un totale di 34 comunicazioni, ne ritennero affidabili e legati a chi aveva effettuato il sequestro 16, che riguardavano una persona con una conoscenza approfondita della lingua latina. Probabilmente di cultura anglosassone e con un elevato livello culturale e una conoscenza del mondo ecclesiastico e del Vaticano.
 Nel luglio del 2005, alla redazione del programma «Chi l'ha visto?», in onda su Rai 3, arrivò una telefonata anonima in cui si diceva che per risolvere il caso di Emanuela Orlandi era necessario andare a vedere chi è sepolto nella basilica di Sant'Apollinare e controllare «del favore che Renatino fece al cardinal Poletti». Si scoprì così che "l'illustre" defunto altri non era che il capo della Banda della Magliana, Enrico De Pedis. L'inviata Raffaella Notariale era riuscita a ottenere le foto della tomba e i documenti originali relativi alla sepoltura del boss in territorio vaticano, voluta dal cardinale Ugo Poletti, allora presidente della Cei.
 Il 20 febbraio 2006, un pentito della Banda, Antonio Mancini, sostenne di aver riconosciuto nella voce di Mario quella di un killer al servizio di De Pedis, tale "Rufetto". Le indagini condotte dalla Procura della Repubblica però, non confermarono quanto dichiarato da Mancini. Il 30 giugno 2008, «Chi l'ha visto?» trasmise la versione integrale della telefonata anonima del luglio 2005, lasciata inedita fino ad allora. Dopo le rivelazioni sulla tomba di De Pedis e del cardinal Poletti, la voce aggiungeva «E chiedete al barista di via Montebello, che pure la figlia stava con lei...con l'altra Emanuela». Il bar si rivelò appartenere alla famiglia di Mirella Gregori, altra ragazza scomparsa a Roma il 7 maggio 1983 in circostanze misteriose ed il cui rapimento venne collegato a quello Orlandi.
Nel 2006 la giornalista Raffaella Notariale raccolse un'intervista di Sabrina Minardi, ex-moglie del calciatore della Lazio Bruno Giordano, che tra la primavera del 1982 ed il novembre del 1984 ebbe una relazione con Enrico De Pedis. Due anni e mezzo dopo, il 23 giugno del 2008, la stampa italiana riportò le dichiarazioni che Sabrina Minardi aveva reso agli organi giudiziari che avevano deciso di ascoltarla: Emanuela Orlandi sarebbe stata uccisa ed il suo corpo, rinchiuso dentro un sacco, gettato in una betoniera a Torvaianica. In quella occasione, secondo la Minardi, De Pedis si sarebbe sbarazzato anche del cadavere di un bambino di 11 anni ucciso per vendetta, Domenico Nicitra, figlio di uno storico esponente della banda. Il piccolo Nicitra fu però ucciso il 21 giugno 1993, ben dieci anni dopo l'epoca alla quale la Minardi fa risalire l'episodio, e tre anni dopo la morte dello stesso De Pedis, avvenuta all'inizio del 1990.
 Stando a quanto riferito da Sabrina Minardi, il rapimento di Emanuela Orlandi sarebbe stato effettuato materialmente da Enrico De Pedis, su ordine del monsignor Paul Marcinkus «come se avessero voluto dare un messaggio a qualcuno sopra di loro». Nel particolare, la Minardi ha raccontato di essere arrivata in auto (una Autobianchi A112 bianca) al bar del Gianicolo, dove De Pedis le aveva detto di incontrare una ragazza che avrebbe dovuto «accompagnare al benzinaio del Vaticano». All'appuntamento arrivarono una BMW scura, con alla guida "Sergio", l'autista di De Pedis e una Renault 5 rossa con a bordo una certa "Teresina" (la governante di Daniela Mobili, amica della Minardi) e una ragazzina confusa, riconosciuta dalla testimone come Emanuela Orlandi. "Sergio" l'avrebbe messa nella BMW alla cui guida andò la Minardi stessa. Rimasta sola in auto con la ragazza, la donna notò che questa «piangeva e rideva insieme» e «sembrava drogata». Arrivata al benzinaio, trovò ad aspettare in una Mercedes targata Città del Vaticano, un uomo «che sembrava un sacerdote» che la prese in consegna. La ragazza avrebbe quindi trascorso la sua prigionia a Roma, in un'abitazione di proprietà di Daniela Mobili in via Antonio Pignatelli 13 a Monteverde nuovo - Gianicolense, che aveva «un sotterraneo immenso che arrivava quasi fino all'Ospedale San Camillo» (la cui esistenza, oltre ad un piccolo bagno ed un lago sotterraneo, è stata accertata dagli inquirenti il 26 giugno 2008).
La pubblicazione dei verbali resi alla magistratura dalla Minardi ha suscitato le proteste del Vaticano, che, per bocca di padre Federico Lombardi, portavoce della Sala Stampa della Santa Sede, ha dichiarato che oltre alla «mancanza di umanità e rispetto per la famiglia Orlandi, che ne ravviva il dolore», ha poi definito come «infamanti le accuse rivolte a Mons. Marcinkus, morto da tempo e impossibilitato a difendersi». Il 19 novembre 2009 Sabrina Minardi, interrogata presso la Procura di Roma dal procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e dal pubblico ministero Simona Maisto, sembrerebbe aver riconosciuto l'identità di "Mario", ossia l'uomo che nei giorni immediatamente successivi alla scomparsa di Emanuela Orlandi telefonò ripetutamente alla famiglia.
Il 17 giugno 2011 durante un dibattito sul libro di Pietro Orlandi "Mia sorella Emanuela" in diretta tv su Roma Uno un uomo dichiaratosi ex-agente del Sismi afferma che «Emanuela è viva, si trova in un manicomio in Inghilterra ed è sempre stata sedata». Aggiunge che causa del rapimento fu la conoscenza da parte di Ercole Orlandi, padre di Emanuela, di attività di riciclaggio di denaro "sporco" legate ad Antonveneta, essendo quindi il rapimento collegato a Calvi e al crack dell'Ambrosiano. Il 24 luglio 2011 Antonio Mancini, in un'intervista a La Stampa, dichiara che effettivamente la Orlandi fu rapita dalla Banda della Magliana per ottenere la restituzione del denaro investito nello Ior attraverso il Banco Ambrosiano, come ipotizzato dal giudice Rosario Priore. Mancini aggiunge di ritenere sottostimata la cifra di 20 miliardi e che fu Enrico De Pedis a far cessare gli attacchi contro il Vaticano, malgrado i soldi non fossero stati tutti restituiti, ottenendo in cambio, fra le altre cose, la possibilità di essere sepolto nella Basilica di Sant'Apollinare. Il 14 maggio 2012 l'apertura della tomba di Renatino De Pedis riapre di nuovo mille scenari sul caso più clamoroso di sparizione che la storia italiana ricordi.Il 3 aprile 2013 la trasmissione Chi l’ha visto? ha mostrato in tv un flauto che potrebbe essere quello che Emanuela Orlandi aveva con sé il giorno della scomparsa. È stato trovato dopo una segnalazione, inizialmente anonima, sotto una formella raffigurante una stazione della Via Crucis in un ex stabilimento cinematografico De Laurentis di Roma: era avvolto in alcuni fogli di giornale uno dei quali del 29 maggio 1985 con un’intervista a Ercole Orlandi, il padre di Emanuela.
Ad aver indicato la posizione del flauto è stato Marco Fassoni Accetti, autore indipendente di cinema di 60 anni, che si è autodenunciato al procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e al pubblico ministero Simona Maisto. A loro, in una serie di interrogatori, ha raccontato che il sequestro Orlandi sarebbe stato organizzato da un gruppo che compiva operazioni segrete per conto di ambienti vaticani interessati a esercitare pressioni sulla Santa Sede. Ne facevano parte, oltre a lui, anche esponenti dei servizi segreti italiani e della banda della Magliana.
Fassoni Accetti ha dichiarato di aver partecipato direttamente all’ideazione e all’organizzazione logistica del sequestro Orlandi che, inizialmente, doveva essere solo «dimostrativo»: Emanuela avrebbe dovuto essere liberata dopo poco tempo, ma il piano fallì soprattutto a causa «dell’appello del Papa all’Angelus, il 3 luglio, che diede risalto mondiale al caso». Fassoni Accetti ha raccontato di come la ragazza abbia vissuto «in due appartamenti e in due camper», fino a dicembre 1983. Poi, «il gruppo la trasferì all’estero, nei sobborghi di Parigi», «dove potrebbe essere ancora viva».
Nonostante le molte perplessità emerse dai primi interrogatori (sul motivo che ad esempio avrebbe portato Marco Fassoni Accetti a parlare dopo 30 anni), il 27 aprile 2013 il Messaggero ha pubblicato un articolo che dimostra il suo coinvolgimento nel caso Orlandi: gli investigatori hanno infatti recuperato gli atti di una vecchia indagine in cui Marco Fassoni Accetti parla al telefono con la sua fidanzata. Lei, molto arrabbiata, dice: «Ora basta, ne hai fatte di tutti i colori, persino in quella storia di Emanuela Orlandi».
Alcune affermazioni di Fassoni Accetti sono state verificate dagli inquirenti. La prima riguarda un episodio del 23 giugno 1983, 19 ore dopo la scomparsa di Emanuela Orlandi e di cui Fassoni Accetti si è dichiarato responsabile: un pescatore, Carlo Lazzari, disse di aver visto «a valle del ponte della Magliana, alle 14.30, due giovani che si guardavano attorno con circospezione vicino a una Fiat 127, sopra la scarpata che sovrasta la sponda». Disse anche di averli visti spingere la macchina in mare e che sopra c’era una persona: «in quell’istante ho notato un braccio penzolare dal finestrino posteriore». Quell’auto fu cercata per settimane, ma non venne mai ritrovata. Fassoni Accetti ha dichiarato: «Era un sequestro sceneggiato, no? Non dimenticate che io sono un artista. E che con le scenografie, i manichini ho sempre lavorato…».
Nell’ottobre 2018, il Vaticano aveva dato il via libera all’analisi del Dna su alcune ossa ritrovate durante dei lavori di restauro nella sede della Nunziatura Vaticana di via Po a Roma. Le indagini, affidate dalla Santa Sede all'Italia, e in particolare alla procura di Roma e alla Polizia scientifica, erano finalizzate a comparare quelle ossa con il Dna di Emanuela Orlandi. Le ossa ritrovate nella Nunziatura non appartenevano tuttavia né a Emanuela Orlandi, né a Mirella Gregori. Dalle analisi della Scientifica era emerso che i reperti della Nunziatura risalivano, senza dubbio, a un periodo precedente al 1964, quando le due quindicenni romane scomparse non erano ancora nate. E soprattutto erano riconducibili allo scheletro di un uomo.
La soluzione del caso sembra ancora lontana.

mercoledì 13 maggio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 13 maggio.
Il 13 maggio 1981 è un mercoledì come tanti in piazza San Pietro a Roma, un giorno come al solito dedicato all'udienza papale. Giovanni Paolo II, quel mercoledì, si offre ad un bagno di folla. Su di una vettura scoperta per due volte fa il giro del sagrato, a dire il vero non molto affollato. Tra le teste dei fedeli spunta una pistola. Il killer in agguato è un ottimo tiratore. Spara due colpi. Un primo proiettile spezza l'indice della mano sinistra del pontefice e gli penetra profondamente nel ventre. La seconda pallottola lo colpisce di striscio al gomito e, rimbalzando, ferisce leggermente due pellegrine americane. La veste bianca del papa si macchia di sangue. In fretta Giovanni Paolo II viene ricoverato agonizzante al policlinico Gemelli: resterà in camera operatoria per più di cinque ore. Un'operazione delicatissima per quel proiettile che penetrando nell'addome ha perforato l'osso sacro, tranciando in più punti l'intestino. L'attentatore, braccato dalla folla, è un turco, Ali Agca, un musulmano fanatico,  legato ai  Lupi Grigi, un gruppo dell'estrema destra, implicato nel traffico di stupefacenti. Evaso dalle carceri turche, Agca nel suo paese è stato condannato a morte in contumacia per aver assassinato il direttore di un quotidiano turco, Milliyet, che due anni prima aveva pubblicato una sua lettera nella quale annunciava di voler uccidere il Papa, se lo stesso non avesse rinunciato ad un suo viaggio in Turchia.
Il 22 luglio 1981, dopo tre giorni di processo per direttissima, i giudici della corte di Assise condannarono Mehmet Ali Ağca all’ergastolo per "Tentato omicidio di Capo di Stato Estero". Ali Ağca rinunciò a presentare appello contro la sentenza di condanna che motivava la pena, esplicitando che l’attentato "non fu opera di un maniaco, ma venne preparato da un’organizzazione eversiva rimasta nell’ombra". La difesa sostenne, invece, che Ali Ağca aveva agito da solo, in preda ad una schizofrenia paranoica, mossa dal desiderio di diventare un eroe del mondo musulmano. Il 12 marzo 1982 il Consiglio nazionale di sicurezza turco confermò la condanna a morte di Ali Ağca per l’uccisione del giornalista. Una successiva amnistia commuta la pena in dieci anni di detenzione. Nel 1982, tuttavia, Ali Ağca cambiò versione ed iniziò a parlare di una pista bulgara che avrebbe collegato l’attentato al Papa ai servizi segreti della Bulgaria. Venne anche individuato un presunto complice, Oral Celik, che sarebbe intervenuto in caso di fallimento di Ali Ağca. Nel 1983 Giovanni Paolo II, due giorni dopo Natale fece visita all'attentatore nel carcere di Rebibbia. I due parlarono da soli per lungo tempo e la loro conversazione è rimasta ancora oggi privata. La sentenza del 29 marzo 1986 non riusci a dimostrare la tesi del complotto bulgaro. Il 20 febbraio 1987 il Papa ricevette in udienza la madre ed il fratello di Ali Ağca i quali gli chiesero di intercedere per la grazia. La buona condotta in carcere diminuì ulteriormente la pena: infatti il 25 maggio 1989 il Tribunale di sorveglianza di Ancona gli concesse una riduzione di 720 giorni di reclusione; il 9 gennaio 1994 la riduzione fu di altri 405 giorni; il 18 dicembre 1995 di 180 giorni. Tali provvedimenti consentirono di abbreviare il termine di 26 anni di reclusione, scontati i quali un ergastolano in base al diritto italiano può chiedere la libertà condizionata.
Ali Ağca, nel settembre del 1996, presentò nuovamente la domanda di grazia o in subordine l’espiazione della pena in Turchia. Il 13 giugno 2000, il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi concesse la grazia dopo che la Santa Sede si era dichiarata "non contraria" al provvedimento. In questo modo, il giorno successivo Ali Ağca viene estradato dall’Italia e giunge ad Istanbul. In Turchia, nel carcere di massima sicurezza di Kartal, Ali Ağca da questo momento in poi dovrà scontare 3.492 giorni, cioè i dieci anni per l'assassinio del giornalista Abdi Ipekci, durante i quali era evaso in precedenza. Il 18 luglio 2001 un provvedimento del Tribunale costituzionale turco predispose un allargamento dei reati beneficiari di amnistia. L’avvocato di Ali Ağca, Şevket Can Ozbay, ritenne che in base al provvedimento fosse possibile scontare completamente la pena dei dieci anni di detenzione per l’omicidio del giornalista. Se tale interpretazione fosse risultata valida ad Ali Ağca non sarebbero rimasti che altri cinque anni di prigione, avendo già scontato due anni e due mesi.
Il 12 gennaio 2006 uscì dal carcere di Kartal a Istanbul. Per un breve periodo se ne persero le tracce dal momento che non si presentò in questura come avrebbe dovuto, asserendo in seguito di aver voluto evitare la calca dei giornalisti. Dopo soli nove giorni di libertà la Corte suprema turca ordinò che Ali Ağca fosse nuovamente imprigionato per un errato computo nella diminuzione della pena.  Ali Ağca è stato scarcerato il 18 gennaio 2010 dall'istituto di pena di Sincan, alla periferia di Ankara. All'atto della scarcerazione ha dichiarato di essere in realtà il Cristo, di voler riscrivere la Bibbia ed ha preannunciato l'apocalisse. Nel febbraio del medesimo anno ha incontrato Pietro Orlandi (fratello di Emanuela) rivelandogli che la sorella, rapita nel lontano 1983, è ancora viva e sta bene. Lo stesso Ali Ağca si è impegnato a contattare i suoi carcerieri per provvedere alla sua liberazione.
Le inchieste, soprattutto quella sulla cosiddetta «pista bulgara», che attribuiva ai servizi segreti di Sofia – in combutta con Mosca – l’attentato contro il Papa polacco diventato una minaccia, non hanno portato a nulla di fatto. Non si sono individuati i mandanti, non ha un nome chi ideò l’uccisione del Pontefice venuto dall’Est.
È vero che molti pensano che l’attentato al Papa sia stato ordito a Mosca. È peraltro innegabile che Wojtyla desse fastidio ai sovietici, come pure è fuori dubbio che i sovietici, in quel momento non certo governati da una squadra di mammolette, fossero preoccupati perché avevano cominciato a vedere che cosa il Papa polacco stesse significando per il suo Paese, la Polonia. Convinti della matrice sovietica dell’attentato (seppure ordito attraverso la manovalanza dei bulgari) erano collaboratori stretti di Giovanni Paolo II, come il cardinale Agostino Casaroli, deceduto nel 1998 e l’allora monsignor Achille Silvestrini, poi divenuto cardinale, deceduto l'anno scorso. Convinto dell’esistenza di mandanti a Mosca era anche il segretario del Papa, Stanislaw Dziwisz.
C’è da chiedersi perché, anche dopo la caduta del Muro di Berlino e il successivo dissolversi dell’Unione Sovietica, dagli archivi non fossero mai emerse prove convincenti e consistenti del coinvolgimento sovietico nel tentato assassinio di Giovanni Paolo II. Nulla è emerso neanche dopo la morte di Papa Wojtyla. Quell’attentato, più di quarant’anni dopo, è consegnato alla storia, eppure rimane ancora avvolto nel mistero perché l’unico uomo che conosce la verità, l’intelligentissimo Alì Agca, ha raccontato un’infinità di versioni diverse, finendo per confondere tutto e tutti.


mercoledì 4 marzo 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 4 marzo.
La sera del 4 marzo 2005 un'autovettura dei servizi segreti italiani con a bordo Giuliana Sgrena, l'autista Andrea Carpani e Nicola Calipari, giunta nei pressi dell'aeroporto di Baghdad, transita sulla Route Irish in direzione di un posto di blocco statunitense. La giornalista è stata appena rilasciata dai rapitori, a conclusione di una lunga trattativa condotta da Calipari, che aveva comunicato telefonicamente agli uffici del governo di Roma il felice esito dell'operazione, informando anche l'ambasciata.
Calipari era già stato protagonista in precedenza della liberazione delle due operatrici umanitarie Simona Pari e Simona Torretta.
La Route Irish è presidiata a causa delle frequenti azioni ostili nella zona (135 da novembre a marzo, per la maggior parte fra le 19 e le 21: ora in cui transitava l'auto del SISMI), e anche per il previsto passaggio dell'allora ambasciatore americano in Iraq John Negroponte.
Approssimandosi alla zona vigilata, il veicolo è oggetto di numerosi colpi d'arma da fuoco; Calipari si protende per fare scudo col suo corpo alla giornalista e rimane ucciso da una pallottola alla testa. Anche la giornalista e l'autista del mezzo rimangono feriti.
A sparare è Mario Lozano (New York, Bronx, 1969), addetto alla mitragliatrice al posto di blocco, appartenente alla 42ª divisione della New York Army National Guard. Altri soldati sono stati sospettati di aver partecipato alla sparatoria.
Sono state prodotte due versioni dell'accaduto, una italiana ed una americana, fra loro contrastanti in molti punti.
La vicenda ha creato forti attriti diplomatici fra Italia e Stati Uniti d'America, tanto che molti hanno subito richiamato la strage del Cermis, che pure portò ad attriti tra i due paesi), e la magistratura italiana ha aperto un'inchiesta sulla vicenda, incriminando il soldato Mario Lozano per l'omicidio di Calipari e il tentato omicidio di Giuliana Sgrena e dell'autista, Andrea Carpani, maggiore dei Carabinieri in forza al SISMI, entrambi rimasti feriti.
Come riferito da autorità governative, Sgrena ha sostenuto di aver visto, dopo una curva, che li avrebbe fatti rallentare fino ad una velocità massima di circa 50 km/h, una luce accecante e poi di aver udito subito dopo l'esplosione di numerosi colpi d'arma da fuoco: diverse centinaia, secondo la giornalista, protrattisi per 10-15 secondi a dire dell'autista.
Giuliana Sgrena ha aggiunto che non si trattava di un posto di blocco e che la pattuglia dei soldati americani non aveva fatto alcun segnale per identificarsi o per intimare l'"alt", come era invece regolarmente accaduto negli altri posti di controllo precedentemente attraversati, iniziando decisamente a sparare contro la loro automobile.
La giornalista dichiarò inoltre che i sequestratori, poco prima della liberazione, le avevano detto che gli statunitensi non volevano che tornasse viva in patria. Anche perché hanno sempre insinuato che il mediatore Calipari per l'ennesima volta ha liberato un ostaggio pagando un riscatto, cosa molto insolita da sentire perché cosi non si faceva altro che istigare i rapinatori e sovvenzionare il terrorismo islamico, quindi chi può dirlo se tutto questo è stato un incidente o tutto premeditato per non far andare a buon fine l'operazione di Calipari?
Secondo il governo statunitense, la cui versione è stata diffusa il 1 maggio 2005, l'auto viaggiava ad una velocità prossima ai 100 km/h. I militari del check-point 541 avrebbero seguito la cosiddetta procedura delle quattro S.
Nel corso della sparatoria, alcuni dei proiettili sarebbero stati accidentalmente deviati ed uno avrebbe centrato alla testa Calipari, protesosi in avanti per proteggere con il suo corpo la giornalista.
I funzionari statunitensi hanno inoltre asserito che nessuno era a conoscenza dell'operazione condotta dal SISMI, né dell'identità delle persone a bordo di quell'auto, regolarmente presa a nolo all'aeroporto di Baghdad.
Il rapporto americano era inizialmente uscito con numerose censure, per circa un terzo dell'elaborato, che mascheravano sotto strisce nere i nomi dei soldati implicati ed altri dettagli; pubblicato ufficialmente su Internet in formato pdf, il documento fu decifrato in pochi istanti tramite copia-incolla.
L'inchiesta effettuata dai militari statunitensi ha concluso che la sparatoria avvenuta il 4 marzo 2005 al posto di blocco presso l'aeroporto di Baghdad è stata «un tragico incidente».
La differenza principale fra le due versioni è costituita dalla velocità alla quale il veicolo italiano procedeva, che secondo gli statunitensi era di circa 100 km/h, mentre secondo gli italiani era di circa la metà. L'importanza di questo fattore risiede nella motivazione dell'azione dei soldati, che in caso d'alta velocità avrebbero potuto confondere l'auto con uno dei frequenti attacchi mediante auto-bomba.
Un'altra divergenza riguarda la richiesta di arresto del mezzo per controllo, che secondo gli statunitensi sarebbe stata operata correttamente, mentre secondo Giuliana Sgrena non vi sarebbe stata affatto, mancando la segnaletica e non essendovi stati cenni o altre indicazioni in questo senso.
Secondo gli italiani le forze americane erano state correttamente avvertite; dall'altra parte si è ribattuto che gli italiani non avevano invece dato avviso alcuno delle loro attività nella zona.
L'8 maggio 2007, durante il notiziario serale del TG5, è stato trasmesso in esclusiva un video contenente alcune immagini dei primi momenti successivi alla sparatoria. Il video è stato girato dallo stesso Mario Lozano e mai consegnato alla commissione d'inchiesta statunitense.
Dalla visione del video emergono due punti chiave:
I fari della Toyota Corolla su cui viaggiava il funzionario del SISMI erano accesi, mentre i soldati americani hanno testimoniato fossero spenti. Questo è considerato un punto chiave: il fatto che i fari fossero spenti avrebbe potuto far immaginare che gli occupanti dell'automobile stessero attuando un attentato.
L'auto è ferma ad almeno 50 metri dal carro armato americano, da ciò si deduce che l'auto al momento dei primi spari si trovasse ad una distanza almeno superiore ai 50 metri, dal momento che è necessario un tempo di frenata. Se, come afferma la versione statunitense, l'auto procedeva a 100 km orari, al momento degli spari l'auto avrebbe dovuto trovarsi a ben più di 150 metri di distranza. I soldati coinvolti invece hanno sempre sostenuto di aver sparato perché l'auto era molto vicina e di non avere altra scelta.
La Procura della Repubblica di Roma il 19 giugno 2006 ha formalizzato la richiesta di rinvio a giudizio per il militare americano Mario Lozano, imputato per l'omicidio di Nicola Calipari e per il ferimento della giornalista Giuliana Sgrena: il processo contro Lozano sarebbe possibile, secondo la Procura di Roma, essendo stata ipotizzata a suo carico la responsabilità in un "delitto politico che lede le istituzioni dello Stato italiano", una fattispecie riconducibile all'articolo 8 del Codice di procedura penale che consente di procedere contro chi abbia arrecato offesa a interessi politici dello Stato. L'imputazione è stata assunta in quanto Mario Lozano risulta irreperibile ed è mancata la collaborazione richiesta e non ottenuta dagli Stati Uniti, avendo le autorità americane respinto anche una rogatoria internazionale presentata dalla Procura di Roma.
Il 25 ottobre 2007, la Terza Corte d'Assise di Roma ha prosciolto l'imputato Mario Lozano non potendo procedere per difetto di giurisdizione. Secondo il giudice italiano, difatti, le forze multinazionali in Iraq ricadono sotto la giurisdizione penale esclusiva dei rispettivi paesi d'invio. Ciò secondo una consuetudine internazionale, detta "legge dello zaino", che derogherebbe alla norma italiana sull’esercizio dell’azione penale.
La sentenza è stata successivamente impugnata dalla Procura di Roma avanti la Corte di Cassazione.
Con sentenza del 19 giugno 2008, la I Sezione penale della Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della Procura di Roma, confermando la mancanza di giurisdizione italiana sul caso. La Suprema Corte, ha però smontato le motivazioni addotte dalla Corte d’Assise, valutando «davvero inadeguata» l’interpretazione resa dal giudice di primo grado. Secondo la Cassazione, al momento dei fatti, la missione militare internazionale in Iraq non operava in regime di occupazione militare (come invece sostenuto dalla Corte d’Assise per giustificare l’assenza di giurisdizione), e, in ogni caso, Calipari non faceva parte di detta missione.
L’assenza di giurisdizione viene invece motivata con l’esistenza di un’ulteriore consuetudine che garantirebbe l’immunità funzionale (ratione materiae), dalla giurisdizione interna dello Stato straniero (nel caso di specie, quello italiano) del funzionario statale (ossia il soldato Lozano) che abbia agito iure imperii (cioè sotto poteri autoritativi).
Secondo la Corte, l'immunità verrebbe meno soltanto in presenza di una “grave violazione” del diritto internazionale umanitario (ossia al verificarsi di un crimine di guerra o di un crimine contro l'umanità), non riscontrata però nel caso di specie.
Dopo "il tragico incidente", Mario Lozano ha lasciato Baghdad ed è stato nuovamente assegnato al primo battaglione del 69esimo reggimento di fanteria della Guardia Nazionale dello Stato di New York, a Manhattan.

venerdì 21 febbraio 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 21 febbraio.

Il 21 febbraio 1917 quattro spie italiane iniziano a Zurigo quello che verrà poi chiamato il "colpo di Zurigo".

Quattro uomini scivolano nella strade di Zurigo in festa per il Carnevale, entrano nel consolato austriaco, aprono le porte con chiavi false, forzano la cassaforte e infine fuggono con l'elenco delle operazioni in corso e i nomi di agenti segreti e sabotatori operanti in Italia.

Non è la trama di un film di 007, bensì uno dei migliori colpi dei nostri servizi segreti, anzi «Il Colpo di Zurigo», messo a segno nel febbraio del 1917. Quanto all'efficacia dell'azione, gli alti gradi militari giudicheranno i suoi effetti «superiori a qualsiasi battaglia vinta» durante la Prima Guerra Mondiale.

Il colpo di mano viene deciso quando, dopo due anni di indagini, la Regia Marina scopre come non solo dietro una lunga serie di «incidenti» ci fosse la mano dei servizi segreti austriaci, non ci voleva molto, ma che la base delle operazioni in Italia è nel consolato viennese a Zurigo. In svizzera dunque si nasconde la mente dei sabotaggi iniziati il 27 settembre 1915 nel porto di Brindisi quando salta in aria la «Benedetto Brin», una delle migliori corazzate italiane affonda nel giro di pochi minuti, uccidendo 454 marinai. Un disastro replicato il 2 agosto 1916 quando le fiamme distruggono nel porto di Taranto un'altra corazzata, la Leonardo da Vinci, uccidendo 270 tra marinai e ufficiali. Quindi tutto un susseguirsi di «inspiegabili» disastri: l'incendio al porto di Genova, il piroscafo Etruria saltato in aria a Livorno, l'hangar dei dirigibili in fiamme ad Ancona. E ancora: la distruzione della fabbrica di esplosivi a Cengio nel savonese e del treno carico di munizioni a La Spezia e danneggiamento della centrale idroelettrica di Terni. Ma la fortuna alla fine volta le spalle agli austriaci e i carabinieri riescono ad arrestare un sabotatore mentre sta cercando di piazzare dell'esplosivo sotto la diga delle Marmore. È un italiano, ha tradito per denaro, come confermerà una secondo attentatore fermato in tempo presso le centrali elettriche del Chiamonte e del Sempione. I due forniscono anche il «preziario»: 300mila lire per distruggere un sommergibile, 500mila un incrociatore, un milione una corazzata, cifre enormi per l'epoca, equivalenti a svariati milioni di euro. Ma soprattutto indicano nel consolato austriaco a Zurigo la base operativa degli agenti segreti e nel diplomatico, il capitano di corvetta Rudolph Mayer, il loro capo.

Il governo affida al capitano di corvetta Pompeo Aloisi, 42 anni, il compito di distruggere la rete di spie. L'ufficiale mette sotto stretta sorveglianza l'edificio, matura il piano per penetrare nell'edificio e infine arruola una squadra di specialisti. Il primo l'avvocato livornese Livio Brin, rifugiato a Zurigo che offre appoggio logistico. Poi un agente segreto austriaco, il cui nome non sarà mai rivelato, che spiegherà dove trovare la cassaforte e fornirà i calchi per aprire le varie porte. Quindi uno specialista nel fare i doppioni, l'abilissimo fabbro Remigio Bronzin, un profugo triestino. Poi due ingegneri triestini, Salvatore Bonnes e Ugo Cappelletti, e il marinaio Stenos Tanzini, di Lodi, a cui vien affidato il compito di guidare il commando. Manca lo scassinatore, individuato in Natale Papini. Lo rintracciano in carcere a Livorno, dove era finito per avere svaligiato una banca di Viareggio. Gli fanno decidere tra recarsi a Zurigo e, in caso di successo del colpo, venire liberato e profumatamente ricompensato, oppure finire subito in prima linea. Scelta molto facile.

Aloisi decide di agire in pieno carnevale, la confusione può rendere più facile l'azione. Tanzini, Papini, Bronzin e Bini scivolano nelle strade piene di gente in festa, entrano nell'edificio, aprono 16 porte una dopo l'altra. Ma quando sembra fatta, ecco una diciassettesima, inattesa: l'agente doppiogiochista l'aveva sempre vista aperta e non pensava fosse necessario procurarsi un ulteriore calco. Il gruppo esce; la spia austriaca si procura anche quel calco, Bronzin fabbrica la chiave a tempo di record e il 24 il gruppo è pronto per il nuovo tentativo. Questa volta non sembra esserci ostacoli, i due guardiani sono assenti, il cane di guardia addormentato con il cloroformio e le porte si aprono una dopo l'altra. Non resta che attaccare la cassaforte con la fiamma ossidrica, ma un ultimo imprevisto per poco non fa strage del commando: dal buco aperto nella parete d'acciaio esce un gas venefico. Una trappola di cui i «nostri» se ne accorgono in tempo, aprono le finestre e continuano a lavorare con stracci bagnati sulla bocca. Dopo quattro ore il forziere cede e rivela i suoi tesori: l'intera rete di spie e le operazioni in corso. Ma anche una grossa somma di denaro, 650 sterline d'oro e 875 mila franchi svizzeri, gioielli e una preziosa collezione di francobolli.

Con il bottino vengono riempite tre valigie che Tanzini e Papini portano in stazione mentre Bronzin si reca al consolato italiano ad avvisare Cappelletti e Bonnes che tutto è andato bene. Poi Bonnes e Bronzin raggiungono Tanzini e Papini alla stazione e partono insieme per Berna, dove consegnano il materiale ad Aloisi. In tempo di esaminare i documenti, poi in Italia polizia e carabinieri iniziano ad arrestare i sabotatori. In beve l'intera rete di spie austriache viene smantellata, facendo prendere alla guerra una piega in favore dell'Italia. «Meglio di una vittoria in battaglia» sarà il commento degli altri gradi delle nostre Forze Armate.

mercoledì 25 gennaio 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 25 gennaio. Il 25 gennaio 2016 scompare al Cairo Giulio Regeni. “Verità per Giulio Regeni”. È la scritta che campeggia su striscioni e manifesti, che si legge su braccialetti e spille, tutti rigorosamente gialli. Ma a distanza di sette anni, quella verità non è ancora scritta. E questo nonostante la tenacia di due genitori che non si arrendono e del lavoro degli inquirenti italiani che non si danno per vinti. Giulio Regeni, 28 anni, è scomparso al Cairo il 25 gennaio 2016 e il suo cadavere è stato ritrovato nove giorni dopo, torturato e ucciso per motivi apparentemente sconosciuti. Da allora le indagini hanno cercato di trovare i colpevoli, fra l’assenza di collaborazione dell’Egitto e i continui depistaggi. Le procure del Cairo e di Roma, nonostante le promesse egiziane di un incontro, devono ancora riprendere i contatti e quindi la collaborazione per arrivare alla verità. Intanto, nel dicembre 2019 sono partiti i lavori della Commissione parlamentare d'inchiesta. Proprio durante un'audizione della Commissione il duro atto d'accusa della Procura di Roma: "È finito nella ragnatela degli apparati egiziani ed è stato torturato per giorni. Dopo la sua morte almeno 4 depistaggi". Il 25 gennaio del 2016 il giovane ricercatore di Fiumicello esce di casa, al Cairo, per andare in piazza Tahrir. Ma non ci arriverà mai perché scompare a una fermata della metropolitana, non lontana dal centro. Il suo corpo, seminudo e con segni evidenti di tortura, viene ritrovato il 3 febbraio lungo la superstrada che collega il Cairo con Giza. Del suo corpo, riportato in Italia pochi giorni dopo, sua mamma Paola dirà: "Su quel viso ho visto tutto il male del mondo e ho detto: perché si è riversato su di lui?". L’inchiesta parte subito. La Procura del Cairo e quella di Roma avviano inchieste parallele e gli inquirenti si incontrano fin da maggio 2016. Ma dalla città egiziana iniziano ad arrivare i primi depistaggi. Dall’incidente all’omicidio passionale, fino allo spaccio di droga: sono gli inverosimili moventi che il Cairo prova ad affibbiare al caso del ricercatore torturato. Fino ad arrivare all’uccisione di cinque presunti sospettati dell’omicidio, il 24 marzo 2016. A casa di uno dei cinque, morti in un conflitto a fuoco con la polizia, viene ritrovato il passaporto di Giulio, ma le indagini successive verificheranno che a portare lì il documento è stato un agente della National security, i servizi segreti civili egiziani. Ed è proprio su di loro che si concentrano le indagini di piazzale Clodio: secondo i Pm italiani Regeni, che si trovava in Egitto per svolgere un dottorato sui sindacati di base egiziani per conto dell’Università di Cambridge, viene torturato e ucciso perché ritenuto una spia. Si appurerà in seguito che a venderlo ai servizi segreti civili è stato il capo degli ambulanti, Muhammad Abdallah, con cui il ricercatore era venuto in contatto per i suoi studi. Un anno dopo la scomparsa di Giulio, compare un video in cui il giovane ricercatore incontra Abdallah e quest’ultimo cerca di incastrarlo con una richiesta di denaro. Nel proseguire le indagini, la Procura del Cairo continua a mostrarsi reticente nell’aiutare l’Italia. Tra le altre cose, agli investigatori italiani viene concesso di interrogare alcuni testimoni solo per pochi minuti, dopo che gli stessi erano già stati interrogati per ore dalla polizia egiziana. Inoltre si scopre che le riprese video delle telecamere installate nella stazione della metro dove Giulio è scomparso sono state cancellate e quindi non più reperibili. Solamente mesi dopo l’inizio delle indagini i Pm egiziani ammetteranno per la prima volta che il ricercatore era stato effettivamente controllato e indagato dalla polizia. Controlli che però non avevano fatto emergere alcuna prova contro il giovane. Nel dicembre 2018 arriva la svolta delle indagini italiane. La Procura di Roma iscrive nel registro degli indagati il nome di cinque militari egiziani ritenuti responsabili del sequestro di Regeni. Nei loro confronti il procuratore capo Giuseppe Pignatone e il sostituto Sergio Colaiocco contestano il reato di concorso in sequestro di persona. Un reato commesso, secondo gli inquirenti, in concorso con altri soggetti che restano però ignoti, e che era emerso in un’informativa degli agenti del Ros e dello Sco un anno prima. Ma oltre questo risultato i Pm non possono andare: spetta infatti alla diplomazia e alla politica chiedere alla procura del Cairo di perseguire in patria gli assassini di Giulio. A maggio 2019 un supertestimone che, secondo quanto scrivono il Corriere della Sera e la Repubblica, ascoltò una conversazione proprio tra uno degli agenti responsabili del rapimento e un altro poliziotto africano, rivela che Regeni fu ucciso dai servizi di sicurezza egiziani perché creduto una spia inglese. Sempre a maggio, il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi annuncia di sostenere formalmente la rogatoria della Procura di Roma sul caso. Il braccio di ferro tra Italia ed Egitto non è solo giudiziario, ma anche diplomatico. La prima decisione in merito risale all’8 aprile del 2016 quando Roma richiama il proprio ambasciatore al Cairo, lamentando la scarsa collaborazione egiziana nelle indagini. Una decisione che viene poi revocata il 15 agosto del 2017, quando l’Italia nomina un nuovo ambasciatore e i rapporti diplomatici riprendono tra le polemiche dei genitori di Giulio e dei loro sostenitori. Rapporti che sono continuati e persistono, nonostante gli appelli di chi chiede “verità per Giulio”. Il 26 gennaio 2019, l'allora presidente della Camera Roberto Fico accusa il presidente egiziano Al-Sisi di "aver mentito" sull'omicidio. Fico ricorda il suo incontro col presidente egiziano nel settembre 2018 e la promessa che gli fece: "Rimuoverò ogni ostacolo". "Non è accaduto nulla. Quindi quelle di Al Sisi sono state parole false", attacca. Ad aprile 2019 il premier Giuseppe Conte, dopo aver incontrato Al Sisi, afferma che sul caso Regeni "c'è insoddisfazione perché a distanza di tempo non c'è ancora nessun concreto passo avanti che ci lasci intravedere un accertamento dei fatti plausibile". Paola Deffendi e Claudio Regeni in questi anni non hanno mai smesso di chiedere verità e giustizia per l'omicidio del figlio. Nel maggio 2018 Paola ha iniziato uno sciopero della fame contro il fermo disposto dalle autorità egiziane nei confronti di Amal Fathy, moglie di Mohamed Lotfy, direttore esecutivo della Ong "Commissione egiziana per i diritti e le libertà (Ecrf)" che sta assistendo la famiglia Regeni sul territorio. "Trovino i responsabili e ci ridiano i vestiti che nostro figlio aveva quando è stato ritrovato ucciso", è l'appello lanciato da entrambi in tv nel febbraio 2019. Ad aprile si rivolgono al premier Conte: "Le chiediamo di essere determinato e incisivo con il presidente egiziano, di andare oltre ai consueti proclami e promesse". Nel maggio 2019 inviano una lettera direttamente ad Al Sisi: “Non possiamo più accontentarci delle sue condoglianze né delle sue promesse mancate”, scrivono. Il 7 ottobre 2019 si è tenuto l'incontro alla Farnesina con Luigi Di Maio, arrivato come risposta all'appello lanciato dai genitori di Regeni al nuovo ministro degli Esteri, dopo la nascita del governo Conte bis. Secondo Di Maio, per l'Italia è arrivato il momento di cambiare passo e atteggiamento perché lo stallo con l'Egitto sull'omicidio di Giulio Regeni non è più tollerabile. "È stato un incontro molto importante. Speriamo in un cambio di passo anche nei confronti della controparte egiziana", sono le parole del padre di Giulio. Il 22 ottobre 2019, a quasi un anno dagli ultimi contatti, la procura egiziana ha inviato una lettera alla procura della Repubblica di Roma esprimendo la volontà di voler "fare progressi nel campo della cooperazione giudiziaria" tra Roma e Il Cairo nelle indagini. Nella lettera, il procuratore generale egiziano Hamada al Sawi invita formalmente il procuratore capo di Roma ad un incontro al Cairo. Obiettivo "confermare la volontà di fare progressi nel campo della cooperazione giudiziaria tra i due Paesi nelle indagini sul caso Regeni". I contatti tra le due Procure, però, devono ancora riprendere. Durante la conferenza di fine anno il premier Giuseppe Conte ha spiegato: "Da Al Sisi ho avuto la massima garanzia che con il nuovo procuratore si metterà di nuovo in moto la cooperazione che si era interrotta". Un mese e mezzo dopo, il 3 dicembre 2019, entra a regime la Commissione parlamentare d'inchiesta sulla morte di Giulio Regeni, approvata dalla Camera dei deputati il 30 aprile precedente, con l'elezione a presidente del deputato di Liberi e uguali Erasmo Palazzotto. La Commissione avrà 12 mesi di tempo per verificare "fatti, atti, condotte omissive che abbiano costituito ostacolo, ritardo o difficoltà all'accertamento giurisdizionale" sul rapimento e la violenta uccisione di Giulio Regeni. Durante un'audizione della Commissione, il 17 dicembre 2019, arriva un duro atto d'accusa della Procura di Roma. Il sostituto procuratore di Roma, Sergio Colaiocco, e il procuratore facente funzioni, Michele Prestipino, parlando di "almeno 4 depistaggi delle autorità egiziane sulla morte di Giulio Regeni". Il ricercatore - hanno detto i due pm in audizione - è stato torturato per giorni, ucciso con calci e pugni, colpi di bastone e mazze. Ed è morto presumibilmente il primo febbraio 2016, per la rottura dell'osso del collo. Regeni è finito nella rete degli apparati egiziani, con la complicità di chi lo conosceva: il suo coinquilino avvocato, il sindacalista degli ambulanti e Noura Whaby, la sua amica che lo aiutava nelle traduzioni. I genitori di Giulio Regeni hanno apprezzato le parole dei due procuratori: "In questi anni abbiamo dovuto lottare contro violenze, depistaggi, omertà, prese in giro e tradimenti. Siamo grati ai nostri procuratori e alle squadre investigative per il lavoro instancabile". L'attività di indagine - svolta da Sco e Ros - ha fatto emergere almeno quattro azioni di depistaggio, partite subito dopo i fatti con il tentativo, attraverso l'autopsia, di far passare come causa del decesso le conseguenze di un incidente stradale. E poi il collegamento del decesso di Regeni "a un movente sessuale: Regeni viene fatto ritrovare nudo", ha spiegato il pm Colaiocco. Il terzo tentativo è il racconto di un ingegnere, che poi ammetterà di aver ricevuto istruzioni da un ufficiale della Sicurezza nazionale, di aver visto Regeni litigare con una persona straniera non lontano dal consolato italiano. Gli accertamenti della Procura hanno dimostrato che in quel momento Giulio era a casa a vedere un film. Il quarto tentativo è legato all'uccisione di cinque soggetti appartenenti ad una banda criminale morti nel corso di uno scontro a fuoco. Per gli inquirenti egiziani erano stati loro gli autori dell'omicidio. La verità per Giulio Regeni è ancora lontana dal manifestarsi.

venerdì 28 gennaio 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 28 gennaio.
Dopo 42 giorni di prigionia nelle mani delle Brigate Rosse, il 28 gennaio 1982 il generale statunitense James Dozier viene liberato dalle unità antiterrorismo italiane.
17 dicembre 1981. Erano da poco passate le 23 e 30 quando una nota dell'Ansa rese noto che non si avevano più notizie di un generale americano di stanza nella base di Verona. Poco prima che venisse confermata la scomparsa dell'alto ufficiale, alla redazione Ansa di Milano giunse una telefonata anonima. Un uomo che affermava di parlare a nome delle Brigate Rosse disse semplicemente: "Abbiamo rapito il generale di brigata Dozier, a Verona, in via Lungo Adige 5. Seguirà comunicato". Anche l'ambasciata statunitense dovette confermare il rapimento del generale James Lee Dozier, 55 anni, sottocapo delle forze terrestri della Nato del Sudeuropa. Il successivo comunicato dei terroristi faceva riferimento agli obiettivi della guerra del fronte combattente comunista nei confronti del capitalismo e di quell'imperialismo di cui la Nato era considerato il simbolo principale.
L'operazione si era svolta con una facilità impressionante. Alcuni brigatisti travestiti da idraulici erano riusciti a introdursi nell'abitazione del generale. Dopo aver imbavagliato la moglie, il commando aveva potuto trasferire in tutta tranquillità l'ostaggio a Padova, dove ancora non era stata messa in moto la macchina dei controlli di polizia.
Era la prima volta che una cellula terroristica riusciva a rapire un generale americano. Il colpo fu accusato oltre che in Italia, dove si temette di dover assistere impotenti a una replica del rapimento Moro, fino all'esito estremo, anche e forse soprattutto negli Stati Uniti. Il presidente Reagan espresse tutta la sua indignazione in modo piuttosto colorito. Gli pareva assurdo che in un Paese alleato "quattro straccioni vagabondi" (così disse testualmente ai suoi collaboratori), potessero impunemente rapire nientemeno che un generale dell'esercito statunitense.
Il sequestro Dozier appare oggi come l'ultimo colpo di coda del terrorismo rosso in Italia e costituisce lo spartiacque che, dopo la liberazione del generale, rese finalmente consapevoli le forze politiche, quelle dell'ordine e l'opinione pubblica intera della possibilità di sconfiggere il terrore che dai primi anni Settanta insanguinava l'Italia.
Ma nei giorni immediatamente successivi al rapimento le sensazioni che attanagliavano il Paese erano le stesse vissute all'indomani del rapimento Moro: sorpresa, spaesamento, senso di paura e di impotenza. Con in più la consapevolezza del salto di qualità nella strategia terrorista, che ora puntava a trovare consensi nella battaglia contro la Nato e l'imperialismo americano: argomenti questi che riscuotevano da tempo un ampio consenso tra l'elettorato di sinistra.
Ma se visti da fuori i nuovi obiettivi dei terroristi sembravano una ulteriore conferma della loro invincibilità e della loro superiore capacità logistica, l'aria che si respirava all'interno dell'"organizzazione" era completamente diversa. Le Brigate Rosse si trovavano in quel momento in un periodo di transizione e di crisi di credibilità. Molti militanti erano stati arrestati sotto l'incalzare dell'azione repressiva dello Stato, mentre sul piano dell'internazionale del terrore le azioni BR risultavano piuttosto 'provinciali' rispetto a quelle dei terroristi palestinesi e della RAF (il gruppo terroristico tedesco), con i quali esistevano certo profondi legami a livello organizzativo (strutture comuni per ospitare terroristi in pericolo all'estero, canali distributivi per il rifornimento di armi ecc.), ma improntati a una certa subordinazione. Parenti poveri dell'internazionale terrorista, le BR avevano deciso la clamorosa operazione sperando di recuperare, con un solo colpo ben assestato, il rapporto con la RAF e con i palestinesi, e nel contempo scavalcare queste due formazioni aprendo nuovi contatti con i movimenti di liberazione schierati su posizioni antiamericane.
Ma non è tutto. Altri argomenti ad uso interno indussero le BR al rapimento. Dopo il sequestro e l'uccisione dell'ingegnere Giuseppe Taliercio, direttore della Montefibre di Marghera, progettato ed eseguito nella tarda primavera dello stesso anno dalla colonna veneta delle BR, si era prodotta una divisione nella formazione terroristica. Ne era nata una nuova colonna autonoma, le BR-Partito della Guerriglia. Il rapimento Dozier, pianificato nel corso di una riunione della Direzione strategica tenutasi a Padova nel mese di ottobre, doveva servire anche a ricomporre le divisioni interne attorno a un obiettivo 'gradito' a tutte le sparse anime delle BR. Al fine di evitare conflitti sul diritto di primogenitura, nel corso della riunione si era deciso di gestire l'azione sotto una nuova denominazione comune, le Brigate Rosse per la costruzione del Partito Comunista Combattente.
Antonio Savasta, che gestì tutta l'operazione del rapimento, raccontò in seguito - con una confusione sintattica che è sintomatica della vaghezza ideologica vissuta dal terrorismo dei primi anni Ottanta - i motivi che portarono alla scelta dell'obiettivo: "[Vi era] la possibilità di propagandare un programma rivoluzionario valido per tutti i settori di classe, dall'operaio a quello extra-legale. Anche il problema della guerra, della crisi, dell'abbassamento dei costi di produzione sociale. Rispetto al movimento pacifista noi davamo questo tipo di interpretazione che era antagonista alla politica dei due blocchi. [...] Sono sempre due facce: il movimento pacifista ha con sé il pacifismo, cioè qualcosa da abbattere, perché si va verso la guerra civile, però ha con sé anche questi termini politici, per cui è giusto riallacciarsi per poi svilupparli all'interno del programma rivoluzionario".
Motivazioni a parte, sul piano pratico i brigatisti tennero prigioniero il generale per sei settimane senza fare nulla, fatta eccezione per un breve interrogatorio e l'invio di una serie di comunicati. Ma dietro questa apparente immobilità si scatenò una poderosa caccia al generale, portata avanti a colpi di indagini segretissime, soffiate e coinvolgimento dei servizi segreti dei due blocchi.
Infatti, nel corso delle indagini gli inquirenti delle forze dell'ordine italiane furono costantemente appoggiati dai servizi segreti italiani e statunitensi. Anche se non sempre nella logica di un sano spirito di collaborazione. La fiducia degli americani nei confronti delle nostre capacità di indagine, all'epoca, era ridotta ai minimi termini. Lo dimostra un dettaglio relativo al giorno del rapimento e venuto alla luce solo anni dopo. Judy, la moglie del generale lasciata in casa legata e imbavagliata, una volta liberatasi avrebbe avuto come prima preoccupazione quella di avvertire le autorità americane. Nell'abitazione di via Lungo Adige intervennero quindi per prime non le nostre forze dell'ordine ma la polizia militare statunitense e la Cia. Solo dopo un'ora e mezzo fu avvisata la polizia italiana, che di fatto riuscì ad allestire i primi posti di blocco quando il commando e il rapito erano ormai giunti nel covo di Padova. Dozier e la moglie, ricostruendo gli avvenimenti a posteriori, furono costretti, per non ammettere quell'imbarazzante ritardo, a spostare l'orario dei fatti di novanta minuti. Secondo alcuni poliziotti, la tardiva comunicazione avrebbe ostacolato seriamente le prime indagini, facendo concentrare erroneamente le ricerche entro la cintura veronese.
Gli stessi servizi segreti americani nutrivano una scarsissima fiducia nei loro omologhi italiani. All'origine di questa diffidenza contribuiva certo un atteggiamento di superiorità, condito da superficialità, da parte degli USA nei confronti del fenomeno terrorismo, allora non ancora sperimentato oltreoceano. La convinzione della Casa Bianca, lo abbiamo visto sopra, era di trovarsi di fronte a guerriglieri "straccioni" che avrebbero potuto essere messi a tacere con una semplice e ben orchestrata operazione di polizia. Il corollario era che da parte italiana non vi fosse la capacità, la volontà o una chiara determinazione nel voler debellare il fenomeno terrorismo. E qui veniamo al vero motivo della diffidenza americana. Ovvero l'atteggiamento ambiguo e altalenante che effettivamente aveva contraddistinto, fino al 1981, la lotta contro il 'partito armato' in Italia.
Nel decennio precedente, tra il 1974 e il 1976, l'organizzazione delle BR era già stata ridotta ai minimi termini per effetto di una pressione costante delle forze di sicurezza che aveva condotto all'arresto di numerosi esponenti di primo piano (Curcio e Semeria su tutti). Ma dopo pochi anni la pressione venne meno e i pochi brigatisti residui riuscirono a riorganizzare le proprie forze e a compiere il salto di qualità da un terrorismo "propagandistico" di sinistra verso uno di esclusiva matrice sanguinaria. Col senno del poi appare quindi incomprensibile lo scioglimento, avvenuto nel 1975, del nucleo antiterrorismo del generale Dalla Chiesa. Soprattutto perché sembra che negli stessi anni i servizi di sicurezza avessero percepito la riorganizzazione delle BR a un più alto livello di pericolosità. Già nel giugno del 1976 il settimanale Tempo aveva pubblicato le seguenti dichiarazioni di uno dei massimi responsabili dei Servizi, il generale Maletti: "Nell'estate del 1975 [...] avemmo sentore di un tentativo di riorganizzazione e di rilancio (delle BR, n.d.r.) sotto forma di un gruppo ancora più segreto e clandestino, e costituito da persone insospettabili anche per censo e per cultura, e con programmi più cruenti. [...] Questa nuova organizzazione partiva col proposito esplicito di sparare, anche se non ancora di uccidere." Lo stesso Maletti, in un'intervista successiva, dichiarò: "Già nel luglio del 1975 inviai un rapporto al Ministro dell'Interno che allora era Gui, per avvertirlo che d'ora in poi gli eversori avrebbero inaugurato la tecnica dell'attentato alla persona, in particolare quella della sparatoria alle gambe".
Di più. La Commissione d'inchiesta sulla strage di via Fani noterà, sempre a proposito delle smagliature nella repressione del terrorismo, il sorprendente scioglimento dell'Ispettorato antiterrorismo nel gennaio 1978, pochi mesi prima del rapimento Moro. La preziosa esperienza organizzativa dell'Ispettorato, che dal 1974 sotto la direzione del questore Santillo aveva cominciato a costruire una mappa dei movimenti eversivi e a raccogliere informazioni sui singoli presunti terroristi, fu buttata a mare proprio nel momento in cui poteva tornare utile.
Le tensioni sociali vissute dall'Italia nel 1977 e la guardia bassa tenuta nella lotta al terrorismo resero quindi possibile la rinascita del partito armato e la messa a segno dell'azione più clamorosa diretta al cuore dello Stato, il rapimento e l'uccisione di Moro. Fu solo dopo quel dramma che il Presidente del Consiglio Andreotti e i ministro dell'interno Rognoni e della difesa Ruffini, decisero di reintegrare il generale Dalla Chiesa nell'esercizio dei suoi poteri, conferendogli "compiti speciali operativi" nella lotta al terrorismo in stretto rapporto con il Ministro dell'interno. Dalla Chiesa ricostruì il Nucleo antiterrorismo mettendo a segno in poche settimane alcuni arresti eccellenti, il più importante dei quali fu quello dei cinque membri dell'esecutivo BR nel covo milanese di via Monte Nevoso.
Questa lunga digressione per spiegare in quale scenario storico si inserisca il rapimento Dozier. Un'altalena di attentati, rapimenti e assassini cui si risponde con provvedimenti contrastanti, spesso illogici, con tempi e metodi che visti oggi sembrano totalmente al di fuori di una chiara percezione dell'emergenza vissuta dal Paese. Non sorprende quindi l'atteggiamento di superiorità, misto a sfiducia nei confronti della nostra intelligence, da parte delle autorità americane incaricate di collaborare a sciogliere i nodi del sequestro Dozier.
Non a caso, in una ricostruzione cinematografica di qualche anno fa, intitolata "Stato d'emergenza", il regista Carlo Lizzani ha impostato la vicenda Dozier proprio partendo da questo aspetto. Evidenziando cioè il contrasto psicologico e la diffidenza tra agenti italiani e americani, i primi più intuitivi e attenti a sfruttare i fiancheggiatori locali, i secondi orientati a spostare le indagini verso i legami con il terrorismo internazionale. Entrambi gli inquirenti, italiani e americani, avevano tuttavia le loro buone ragioni. Se sarà infatti la soffiata di un fiancheggiatore a svelare l'indirizzo della "prigione del popolo" di Padova, la pista del terrore internazionale non era assolutamente campata in aria.
Anzi, è proprio il rapimento Dozier a far trasparire dal fondo lo scenario della guerra fredda, svelando legami - ancora oggi ampiamente sottovalutati, se non bellamente trascurati - con i servizi segreti dei Paesi del blocco sovietico.
Abbiamo già visto come le BR intendessero il rapimento del generale come una credenziale per accedere a contatti con movimenti simili al di fuori del vecchio continente. Attraverso un loro militante irregolare, Loris Scricciolo, i terroristi avevano aperto un canale informativo con due personaggi che curavano i rapporti internazionali del sindacato UIL. Dovevano essere questi due personaggi (Luigi Scricciolo e Paola Elia, rivelatisi poi cugini dello stesso Loris Scricciolo) a fornire i contatti per imbastire nuovi legami con movimenti terroristici in altre aree calde del mondo e a diffondere all'estero materiale propagandistico. In realtà l'aggancio più consistente che riuscirono a ottenere fu con i servizi segreti bulgari, in quegli anni braccio armato, nonché prestanome, del ben più potente KGB. I cugini di Scricciolo fecero sapere che esisteva la possibilità di incontrare un funzionario dell'ambasciata bulgara, in quanto i servizi segreti bulgari - che il 13 maggio di quello stesso 1981 avevano armato la mano di Ali Agca in Piazza San Pietro contro il Papa - erano interessati a sapere qualcosa dall'alto ufficiale americano. In cambio della disponibilità BR a cogestire il sequestro, i bulgari avrebbero garantito la possibilità di ottenere finanziamenti e armi.
Secondo quanto riferì dopo il suo arresto il brigatista Savasta, l'offerta fu giudicata dall'esecutivo BR come "una indebita ingerenza" per quanto riguardava la pretesa di interferire nello svolgimento del sequestro e, invece, estremamente interessante per quanto atteneva l'offerta di armi e denaro. Davanti alla Corte d'Assise di Roma Savasta ha tenuto a precisare che nelle intenzioni dei brigatisti "non ci sarebbe stato scambio di nulla, assolutamente di nulla, ma ci sarebbe stata soltanto la possibilità per le BR di avere un rafforzamento di tipo logistico, e niente altro, perciò non un rapporto politico né, tanto meno, fra servizi segreti". Aggiunse inoltre che secondo lui "la Bulgaria puntava alla destabilizzazione dell'Italia".
Una cosa è certa, l'appuntamento fissato per la seconda metà del mese di gennaio del 1982 in un cinema romano tra i terroristi e un misterioso "funzionario" bulgaro saltò all'ultimo momento, in quanto il funzionario mantenne fino in fondo l'anonimato non presentandosi. E nulla si è potuto apprendere su eventuali successivi contatti, in quanto Savasta, che era uno dei carcerieri di Dozier, fu arrestato pochi giorni dopo il fallito appuntamento al cinema durante l'irruzione degli agenti del covo di Padova.
Su questi legami non meglio approfonditi con i servizi segreti dell'est si è espressa anche la Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo, giungendo alla conclusione che un mercanteggiamento alle spalle del generale rapito ci fu, anche se condotto con eccessive velleità di 'potenza' da parte delle BR. "La Commissione - si legge nel paragrafo della relazione relativa al sequestro Dozier - ritiene sostanzialmente credibile il racconto fatto da Savasta giacché è pacifico l'interesse dei servizi del Patto di Varsavia a conoscere i segreti NATO e non essendo l'occasione di ottenere informazioni riservate da un generale tra quelle che i servizi del campo avverso si lasciano scappare.
La mancata presentazione del funzionario bulgaro fu giustificata dagli intermediari con un'improvvisa ed imprevista partenza per Sofia. Tale giustificazione indusse l'esecutivo BR a ritenere che il funzionario dell'ambasciata romana fosse andato a Sofia a 'saggiare la situazione'. Se ne potrebbe desumere che l'iniziativa era stata presa a Roma ma che si fosse ritenuto successivamente, data la delicatezza dell'operazione, di doverne discutere con una più alta autorità politica.
Ma c'è anche un'altra ipotesi non meno probabile: che, informati della indisponibilità delle BR ad offrire la contropartita Dozier, i bulgari avessero deciso di lasciar cadere la cosa o di attendere che le BR scendessero a più miti consigli.
La pretesa delle BR di ottenere aiuti senza pagare contropartite può apparire assurda in quanto addirittura travalica il concetto, già velleitario, di rapporto da potenza a potenza, per approdare a quello di una potenza dominante (le BR) che vuole imporre le sue condizioni ad una potenza subalterna. Ma bisogna considerare la deformazione psicologica dei brigatisti che li porta ad avere una fiducia cieca nelle loro capacità di analisi e a scambiare le loro conclusioni con la realtà. E non va quindi dimenticato che la loro analisi aveva portato alla 'verità' che l'URSS e il Patto di Varsavia sarebbero ben presto stati 'costretti' ad aiutare le BR.
Da qui il rifiuto (contrariamente a quanto suggeriva Savasta) al rapporto politico e la pretesa di ottenere finanziamento e forniture di armi senza contropartita."
Il 28 gennaio 1982, ovvero quarantadue giorni dopo il rapimento, Dozier venne liberato a Padova da un commando dei Nocs (Nuclei operativi centrali di sicurezza) guidato dal comandante Salvatore Genova. La brillante operazione scattò in tarda mattinata, attorno alle 11 e 30, per trarre il massimo vantaggio dal traffico cittadino e dal rumore prodotto dal bulldozer di un cantiere nelle vicinanze. Ormai da tre giorni una cinquantina di agenti stavano tenendo sotto controllo il condominio della "Guizza", nella periferia sudovest della città. L'obiettivo era uno degli alloggi di un fabbricato di otto piani con due ingressi. Dieci uomini dei Nocs arrivarono a bordo di un furgoncino indossando abiti civili. Mentre un membro della squadra d'assalto provvedeva ad isolare il supermaket attiguo alla porta dello stabile in cui era tenuto in ostaggio il generale, in modo da evitare il coinvolgimento di civili innocenti, gli altri nove davano inizio all' operazione. Due terroristi di pattuglia nel corridoio al primo piano furono rapidamente immobilizzati mentre una carica al plastico fece saltare la porta dell'appartamento. L'irruzione all'interno si svolse fulmineamente, al punto che non fu esploso neanche un colpo. Dozier si trovava in una tenda canadese piantata in mezzo a una stanza, sotto la minaccia di un carceriere che fu rapidamente sbaragliato. "Wonderful italian police" pare abbia esclamato il generale dal lettino in cui, vestito con una tuta da ginnastica e senza scarpe, era incatenato da più di un mese. Alle 12 e 23 una nota dell'Ansa rese di dominio pubblico il brillante successo dell'operazione. La notizia arrivò subito anche a Washington. Sulle pareti degli uffici del Pentagono vennero appesi cartelli con la scritta "Viva l'Italia".
"La fermezza ha pagato" titolò il giorno successivo il Corriere della Sera. Il presidente americano Reagan, dopo le pesanti critiche di poco più di un mese prima commentò entusiasta: "Lo stesso coraggio e determinazione che James Dozier aveva dimostrato sul campo di battaglia in tempo di guerra gli hanno fatto superare con tutti gli onori questa nuova prova [...] Il nostro Paese e i nostri alleati possono essere fieri di questo uomo coraggioso [...] Ho anche parlato col presidente Pertini esprimendogli l'apprezzamento dell'America per l'efficacia e dedizione dell'opera delle autorità italiane nel localizzare i rapitori e salvare la vita del generale Dozier. Anche le autorità italiana hanno assolto al loro compito con onore".
Subito cominciarono anche a circolare le notizie in merito alla "soffiata" che avrebbe consentito l'esito positivo della missione. Il giorno dopo la liberazione dell'ostaggio i giornali italiani pubblicarono infatti indiscrezioni su di un terrorista pentito catturato di recente che avrebbe ricoperto il ruolo di "gola profonda" della situazione.
Il risultato dell'operazione delle forze dell'ordine non si limitò alla liberazione. In seguito alla collaborazione di tre dei cinque terroristi catturati, e in particolare di Antonio Savasta, nei giorni successivi vennero effettuate decine di arresti in tutta Italia. Dopo il fallimento della 'campagna Dozier' le BR emanarono un laconico comunicato in cui si accennava alla necessità di una "ritirata strategica [...] in presenza di una controffensiva dello Stato senza precedenti".
Dozier, finora l'unico ufficiale americano ad essere mai stato catturato da un gruppo terrorista, fu in seguito promosso Generale Maggiore. Attualmente è un pensionato ottantacinquenne.

domenica 11 luglio 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'11 luglio.
L'11 luglio 1979 l'avvocato Giorgio Ambrosoli viene ammazzato davanti a casa sua da un sicario assoldato da Michele Sindona.
Ambrosoli, nato negli anni trenta in una famiglia della borghesia milanese e cresciuto negli ambienti conservatori della Milano del dopoguerra, intrisa della volontà di ricominciare e di ricostruire, che sarà anche il terreno fertile negli anni del boom per le speculazioni edilizie e gli illeciti finanziari, diventa avvocato, come sognava fin da bambino. Il lavoro in banca del padre non ha mai destato il suo interesse. È amara l'ironia del destino: nell'esercizio della sua professione, dovrà trascorrere ben cinque anni nel ventre di una banca, per ricostruire l'ordito delle fosche trame intessute nell'alveo della finanza internazionale dallo spregiudicato banchiere Michele Sindona. Nel 1974 viene nominato commissario liquidatore della sua Banca Privata Italiana. Inizia per lui un faticoso percorso controcorrente nelle torbide e limacciose acque dei poteri sommersi e corrotti che proteggevano Sindona: la mafia, la loggia massonica P2 di Licio Gelli, la finanza vaticana dello IOR, la Democrazia cristiana di Andreotti, l'ala più reazionaria dei circoli americani, i servizi segreti.
Come un mosaicista, ricompone uno ad uno i tasselli delle intricate e sofisticate operazioni di riciclaggio di denaro sporco, gli illeciti canali per l'esportazione dei capitali all'estero; si addentra nello scottante magma illegale dei depositi fiduciari, delle innumerevoli società finanziarie tra loro oscuramente interconnesse come scatole cinesi.
Si oppone pervicacemente alle mediazioni, ai tentativi di salvataggio della banca mandata in rovina da Sindona, promossi da uomini di governo in sintonia con i poteri criminali, la mafia e la loggia massonica P2, registi dell'offensiva sempre più pressante contro l'avvocato: si oppone perché acconsentire a quelle manovre avrebbe significato violare la legge, far pagare il peso finanziario ai cittadini, che l'avvocato aveva il dovere di tutelare. Egli, come risulta dalle annotazioni nel suo diario, è sempre più esterrefatto nello scoprire le diffuse illegalità, connivenze, penetrate in profondità nei gangli vitali del paese, i tradimenti che hanno per protagonisti uomini di alto rango dello Stato, ministri, banchieri: persone che avrebbero dovuto essere dalla parte della legge, dalla sua parte, e invece si rivelavano nemici, alleati tra loro per vanificare la legge.
Si ritrova sempre più isolato, un giorno si confida con un amico: “Mi vogliono bruciare, mi vogliono far fuori? Vogliono uno che non riesca a mettere le mani e gli occhi dove vanno messi?”  Un giornalista gli domanda: “Perché si parla di lei come del nemico di Sindona?” Egli ribatte: “È molto semplice mi pare, sono diventato il nemico di Sindona ma non l'amico dei potenti. Ho dovuto pestare i piedi a troppa gente che sta nel Palazzo”.
Ambrosoli è consapevole dell'impari lotta che sta conducendo: la sua vita è appesa a un filo. La lettera che scrive alla moglie Annalori nel 1975 (ma che poi tiene nascosta, la trova lei per caso, riordinando le sue carte), è un testamento, quasi un addio, ed è altresì la nobile traccia della sua dirittura morale e del coraggio nello svolgere il compito affidatogli con rettitudine, nonostante le minacce ricevute e le pressioni sempre più stringenti cui è sottoposto:
“Anna carissima, [...] È indubbio che, in ogni caso, pagherò a molto caro prezzo l'incarico: lo sapevo prima di accettarlo e quindi non mi lamento affatto perché per me è stata un'occasione unica di far qualcosa per il Paese [...]. Con l'incarico, ho avuto in mano un potere enorme e discrezionale al massimo ed ho sempre operato - ne ho la piena coscienza - solo nell'interesse del paese, creandomi ovviamente solo nemici  [...] A quarant'anni di colpo ho fatto politica e in nome dello Stato e non per un partito [...]. Qualunque cosa succeda, comunque tu sai che cosa devi fare e sono certo saprai fare benissimo. Dovrai allevare i ragazzi e crescerli nel rispetto di quei valori nei quali noi abbiamo creduto [...]. Abbiano coscienza dei loro doveri verso se stessi, verso la famiglia nel senso trascendente che io ho, verso il Paese, si chiami Italia o si chiami Europa. Sarà per te una vita dura, ma sei una ragazza talmente brava che te la caverai sempre e farai come sempre il tuo dovere costi quello che costi. Giorgio”.
Anche suo figlio, il più piccolo, Umberto, anzi Betò, come ama chiamarlo, purtroppo capisce, a soli sette anni, il pericolo che incombe sul padre, quando dietro la porta della camera da letto dei genitori sente, a loro insaputa, una registrazione delle terribili minacce di morte, che riceveva, e che una notte fa ascoltare a sua moglie. Cerca di rassicurarlo affettuosamente, dicendogli che si trattava delle telefonate di un pazzo, ma il bambino ha sentito una frase che poteva essere riferita solo a lui, al suo lavoro, allora gli si rivolge come ad un adulto: “Proprio perché sappiamo chi sono, non lo faranno mai, non uccideranno. Sanno che noi pensiamo a loro, sarebbe un delitto firmato. Stai tranquillo Betò, io morirò vecchiettino nel mio letto [...].”
La sera dell'11 luglio 1979 Ambrosoli invita alcuni amici a casa sua per assistere a un incontro di boxe tra Lorenzo Zanon e Alfio Righetti per il Campionato europeo dei pesi massimi. Alla fine della serata spegne la tv, accompagna a casa gli amici, torna verso casa sua. Sta chiudendo la serratura della portiera della sua auto. Qualcuno si accosta. E chiede: "Avvocato Ambrosoli?". "Sì". Scende un secondo uomo dall'auto: "Mi scusi avvocato Ambrosoli". E' William Aricò, il killer ingaggiato dal finanziere Michele Sindona per eliminare Ambrosoli. Spara quattro colpi, per Ambrosoli saranno le ultime ore di vita. Avrebbe dovuto sottoscrivere una dichiarazione formale sulla sua inchiesta il giorno seguente.
Nessuna autorità pubblica presenziò ai funerali di Ambrosoli, ad eccezione di alcuni esponenti della Banca d'Italia.
Nel 1981, con la scoperta delle carte di Licio Gelli a Castiglion Fibocchi, si ebbe la conferma del ruolo della loggia massonica P2 nelle manovre per salvare Sindona.
Il 18 marzo 1986 a Milano, Michele Sindona e l'italo-americano Robert Venetucci furono condannati all'ergastolo per l'uccisione dell'avvocato Ambrosoli.


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