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mercoledì 4 marzo 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 4 marzo.
La sera del 4 marzo 2005 un'autovettura dei servizi segreti italiani con a bordo Giuliana Sgrena, l'autista Andrea Carpani e Nicola Calipari, giunta nei pressi dell'aeroporto di Baghdad, transita sulla Route Irish in direzione di un posto di blocco statunitense. La giornalista è stata appena rilasciata dai rapitori, a conclusione di una lunga trattativa condotta da Calipari, che aveva comunicato telefonicamente agli uffici del governo di Roma il felice esito dell'operazione, informando anche l'ambasciata.
Calipari era già stato protagonista in precedenza della liberazione delle due operatrici umanitarie Simona Pari e Simona Torretta.
La Route Irish è presidiata a causa delle frequenti azioni ostili nella zona (135 da novembre a marzo, per la maggior parte fra le 19 e le 21: ora in cui transitava l'auto del SISMI), e anche per il previsto passaggio dell'allora ambasciatore americano in Iraq John Negroponte.
Approssimandosi alla zona vigilata, il veicolo è oggetto di numerosi colpi d'arma da fuoco; Calipari si protende per fare scudo col suo corpo alla giornalista e rimane ucciso da una pallottola alla testa. Anche la giornalista e l'autista del mezzo rimangono feriti.
A sparare è Mario Lozano (New York, Bronx, 1969), addetto alla mitragliatrice al posto di blocco, appartenente alla 42ª divisione della New York Army National Guard. Altri soldati sono stati sospettati di aver partecipato alla sparatoria.
Sono state prodotte due versioni dell'accaduto, una italiana ed una americana, fra loro contrastanti in molti punti.
La vicenda ha creato forti attriti diplomatici fra Italia e Stati Uniti d'America, tanto che molti hanno subito richiamato la strage del Cermis, che pure portò ad attriti tra i due paesi), e la magistratura italiana ha aperto un'inchiesta sulla vicenda, incriminando il soldato Mario Lozano per l'omicidio di Calipari e il tentato omicidio di Giuliana Sgrena e dell'autista, Andrea Carpani, maggiore dei Carabinieri in forza al SISMI, entrambi rimasti feriti.
Come riferito da autorità governative, Sgrena ha sostenuto di aver visto, dopo una curva, che li avrebbe fatti rallentare fino ad una velocità massima di circa 50 km/h, una luce accecante e poi di aver udito subito dopo l'esplosione di numerosi colpi d'arma da fuoco: diverse centinaia, secondo la giornalista, protrattisi per 10-15 secondi a dire dell'autista.
Giuliana Sgrena ha aggiunto che non si trattava di un posto di blocco e che la pattuglia dei soldati americani non aveva fatto alcun segnale per identificarsi o per intimare l'"alt", come era invece regolarmente accaduto negli altri posti di controllo precedentemente attraversati, iniziando decisamente a sparare contro la loro automobile.
La giornalista dichiarò inoltre che i sequestratori, poco prima della liberazione, le avevano detto che gli statunitensi non volevano che tornasse viva in patria. Anche perché hanno sempre insinuato che il mediatore Calipari per l'ennesima volta ha liberato un ostaggio pagando un riscatto, cosa molto insolita da sentire perché cosi non si faceva altro che istigare i rapinatori e sovvenzionare il terrorismo islamico, quindi chi può dirlo se tutto questo è stato un incidente o tutto premeditato per non far andare a buon fine l'operazione di Calipari?
Secondo il governo statunitense, la cui versione è stata diffusa il 1 maggio 2005, l'auto viaggiava ad una velocità prossima ai 100 km/h. I militari del check-point 541 avrebbero seguito la cosiddetta procedura delle quattro S.
Nel corso della sparatoria, alcuni dei proiettili sarebbero stati accidentalmente deviati ed uno avrebbe centrato alla testa Calipari, protesosi in avanti per proteggere con il suo corpo la giornalista.
I funzionari statunitensi hanno inoltre asserito che nessuno era a conoscenza dell'operazione condotta dal SISMI, né dell'identità delle persone a bordo di quell'auto, regolarmente presa a nolo all'aeroporto di Baghdad.
Il rapporto americano era inizialmente uscito con numerose censure, per circa un terzo dell'elaborato, che mascheravano sotto strisce nere i nomi dei soldati implicati ed altri dettagli; pubblicato ufficialmente su Internet in formato pdf, il documento fu decifrato in pochi istanti tramite copia-incolla.
L'inchiesta effettuata dai militari statunitensi ha concluso che la sparatoria avvenuta il 4 marzo 2005 al posto di blocco presso l'aeroporto di Baghdad è stata «un tragico incidente».
La differenza principale fra le due versioni è costituita dalla velocità alla quale il veicolo italiano procedeva, che secondo gli statunitensi era di circa 100 km/h, mentre secondo gli italiani era di circa la metà. L'importanza di questo fattore risiede nella motivazione dell'azione dei soldati, che in caso d'alta velocità avrebbero potuto confondere l'auto con uno dei frequenti attacchi mediante auto-bomba.
Un'altra divergenza riguarda la richiesta di arresto del mezzo per controllo, che secondo gli statunitensi sarebbe stata operata correttamente, mentre secondo Giuliana Sgrena non vi sarebbe stata affatto, mancando la segnaletica e non essendovi stati cenni o altre indicazioni in questo senso.
Secondo gli italiani le forze americane erano state correttamente avvertite; dall'altra parte si è ribattuto che gli italiani non avevano invece dato avviso alcuno delle loro attività nella zona.
L'8 maggio 2007, durante il notiziario serale del TG5, è stato trasmesso in esclusiva un video contenente alcune immagini dei primi momenti successivi alla sparatoria. Il video è stato girato dallo stesso Mario Lozano e mai consegnato alla commissione d'inchiesta statunitense.
Dalla visione del video emergono due punti chiave:
I fari della Toyota Corolla su cui viaggiava il funzionario del SISMI erano accesi, mentre i soldati americani hanno testimoniato fossero spenti. Questo è considerato un punto chiave: il fatto che i fari fossero spenti avrebbe potuto far immaginare che gli occupanti dell'automobile stessero attuando un attentato.
L'auto è ferma ad almeno 50 metri dal carro armato americano, da ciò si deduce che l'auto al momento dei primi spari si trovasse ad una distanza almeno superiore ai 50 metri, dal momento che è necessario un tempo di frenata. Se, come afferma la versione statunitense, l'auto procedeva a 100 km orari, al momento degli spari l'auto avrebbe dovuto trovarsi a ben più di 150 metri di distranza. I soldati coinvolti invece hanno sempre sostenuto di aver sparato perché l'auto era molto vicina e di non avere altra scelta.
La Procura della Repubblica di Roma il 19 giugno 2006 ha formalizzato la richiesta di rinvio a giudizio per il militare americano Mario Lozano, imputato per l'omicidio di Nicola Calipari e per il ferimento della giornalista Giuliana Sgrena: il processo contro Lozano sarebbe possibile, secondo la Procura di Roma, essendo stata ipotizzata a suo carico la responsabilità in un "delitto politico che lede le istituzioni dello Stato italiano", una fattispecie riconducibile all'articolo 8 del Codice di procedura penale che consente di procedere contro chi abbia arrecato offesa a interessi politici dello Stato. L'imputazione è stata assunta in quanto Mario Lozano risulta irreperibile ed è mancata la collaborazione richiesta e non ottenuta dagli Stati Uniti, avendo le autorità americane respinto anche una rogatoria internazionale presentata dalla Procura di Roma.
Il 25 ottobre 2007, la Terza Corte d'Assise di Roma ha prosciolto l'imputato Mario Lozano non potendo procedere per difetto di giurisdizione. Secondo il giudice italiano, difatti, le forze multinazionali in Iraq ricadono sotto la giurisdizione penale esclusiva dei rispettivi paesi d'invio. Ciò secondo una consuetudine internazionale, detta "legge dello zaino", che derogherebbe alla norma italiana sull’esercizio dell’azione penale.
La sentenza è stata successivamente impugnata dalla Procura di Roma avanti la Corte di Cassazione.
Con sentenza del 19 giugno 2008, la I Sezione penale della Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della Procura di Roma, confermando la mancanza di giurisdizione italiana sul caso. La Suprema Corte, ha però smontato le motivazioni addotte dalla Corte d’Assise, valutando «davvero inadeguata» l’interpretazione resa dal giudice di primo grado. Secondo la Cassazione, al momento dei fatti, la missione militare internazionale in Iraq non operava in regime di occupazione militare (come invece sostenuto dalla Corte d’Assise per giustificare l’assenza di giurisdizione), e, in ogni caso, Calipari non faceva parte di detta missione.
L’assenza di giurisdizione viene invece motivata con l’esistenza di un’ulteriore consuetudine che garantirebbe l’immunità funzionale (ratione materiae), dalla giurisdizione interna dello Stato straniero (nel caso di specie, quello italiano) del funzionario statale (ossia il soldato Lozano) che abbia agito iure imperii (cioè sotto poteri autoritativi).
Secondo la Corte, l'immunità verrebbe meno soltanto in presenza di una “grave violazione” del diritto internazionale umanitario (ossia al verificarsi di un crimine di guerra o di un crimine contro l'umanità), non riscontrata però nel caso di specie.
Dopo "il tragico incidente", Mario Lozano ha lasciato Baghdad ed è stato nuovamente assegnato al primo battaglione del 69esimo reggimento di fanteria della Guardia Nazionale dello Stato di New York, a Manhattan.

sabato 10 febbraio 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 10 febbraio.
Il 10 febbraio 1258 l'esercito mongolo conquista Baghdad e pone fine al califfato abbaside.
I Mongoli entrarono a Baghdad il 10 febbraio 1258. La “Città della Pace” venne rasa al suolo. Il saccheggio durò 7 giorni. I morti, secondo le fonti occidentali, arrivarono a 800.000. I cronisti arabi parlarono addirittura di 2 milioni di vittime. Insieme a Baghdad, venne spazzata via anche la dinastia degli Abbasidi, la più duratura del mondo medievale islamico, salita al potere nel 750, meno di 120 anni dopo la morte del profeta Maometto (570-632).
L’evento venne considerato dai musulmani come il più catastrofico nella storia dell’Islam. Cinquecento anni di storia, contrassegnati dal governo di 37 califfi, furono cancellati di colpo. La ferita causata da quegli avvenimenti rimase aperta per secoli.
Tanto che ancora nel 2002 Osama Bin Laden, il terrorista saudita fondatore di al-Qaida, in una registrazione captata dai servizi segreti americani, parlando dell’invasione Usa in Iraq nella prima Guerra del Golfo (1990-1991), paragonò il vicepresidente americano Dick Cheney e il segretario di Stato Colin Powell a Hülagü Khan, il comandante mongolo che nel XIII secolo guidò la devastazione di Baghdad.
Hülagü era uno dei nipoti del mitico Gengis Khan e fratello di Arig Bek, Munke e Kublai Khan.
Munke, Gran Khan dei Mongoli dal 1251 al 1258, gli ordinò di sottomettere tutti i regni musulmani ad ovest del suo impero, “fino ai confini dell’Egitto”.
Hülagü lasciò Qaraqorum nel maggio 1253, alla testa di un esercito imponente. Il più grande che si fosse mai visto: 120.000 soldati. In tutto il grande impero che dal Volga arrivava fino all’Oceano Pacifico, un guerriero ogni dieci, fu obbligato ad unirsi alla spedizione.
La marea di uomini e cavalieri raggiunse Samarcanda nel settembre del 1255. E presto tracimò nelle variegate terre della grande Persia.
Il primo stato a cadere fu il Luristan, scosceso territorio nel sud dell’attuale Iran, duemila chilometri più a est, tra i monti Zagros e la fertile Mesopotamia.
Subito dopo, Hülagü dirottò dodicimila uomini, guidati dal suo generale Kitbuga più a nord, per schiacciare e sottomettere la setta ismailita dei Nizariti, i famigerati “hashishiyyin”. Gli Assassini si erano asserragliati nei loro castelli e respinsero i primi, violentissimi attacchi. Così i Mongoli cambiarono in fretta strategia: occuparono le vie di comunicazione per tagliare i rifornimenti e prendere le munite fortezze per fame.
Hülagü voleva a tutti i costi la resa di Alamut: la fortificazione fu distrutta nel dicembre del 1256. Ma il Khan già pensava a Baghdad: i suoi messaggeri, a più riprese, chiesero al califfo abbaside al-Mustanṣir, di offrire le truppe musulmane ai Mongoli, in segno di sottomissione, per vincere definitivamente la guerra contro gli Assassini.
Il califfo era però convinto di resistere. Non si spaventò. Nicchiò, prese tempo: rispose con altri messaggi, cauti e sprezzanti, nelle quali l’alterigia del sovrano di una grande capitale si alternava all’orgoglio di chi era conscio di rappresentare una dinastia che dominava un mondo ancora potente e vastissimo.
La risposta degli Abbasidi fu affidata alle armi: i soldati del califfo scatenarono un attacco a sorpresa lungo le rive del Tigri ma vennero sconfitti e inseguiti fin sotto le mura di Baghdad.
Pochi giorni dopo l’assedio iniziò. Protetto da mezzo milione di soldati, al-Mustansir si preparò alla battaglia, invocando la collera di Allah contro gli invasori.
Nel frattempo, allo sterminato esercito di Hülagü si erano aggiunti almeno altri ventimila uomini. Cristiani e vassalli del Khan. Erano guidati dal re armeno di Cilicia, da molti nobili del regno di Georgia e dai cavalieri franchi del principato di Antiochia.
Hülagü dislocò i soldati tutto intorno alle mura, sia sulla riva occidentale che su quella orientale del Tigri per tenere sotto pressione la città in ogni suo lato.
Kuo Kan, il generale cinese dei Mongoli, fece costruire un ampio fossato e un’alta palizzata, sotto la quale quasi mille artiglieri e genieri spinsero macchine d’assedio e catapulte capaci di scagliare sostanze incendiarie a grande distanza.
Le dighe che regolavano le acque del fiume e l’approvvigionamento idrico vennero distrutte. I canali di irrigazione furono smantellati. Nuvole di fumo e centinaia di migliaia di frecce incendiarie oscurarono il cielo sopra la grande città.
I Mongoli riuscirono ad aprire una breccia e occuparono un largo tratto di mura. Baghdad capitolò dopo altri cinque giorni di ininterrotti e furiosi combattimenti, il 10 febbraio 1258. Per la famiglia dell’ultimo califfo abbaside, non ci fu nessuna pietà: mogli e figli furono trucidati. Sopravvisse solo un bambino, mandato come ostaggio in Mongolia e una ragazza che il capo dei Mongoli volle come schiava nel suo harem.
Ma passarono alcuni giorni prima che al-Mustansir venisse giustiziato. Hülagü, come tutti i Mongoli, era infatti convinto che spargere sul terreno il sangue di un capo nobile, anche se straniero, fosse un affronto insostenibile per la Terra, madre della vita.
La Terra, in quel caso, come spiegò lo storico René Grousset nel fondamentale libro “L’impero delle steppe, Attila, Gengis Khan, Tamerlano” poteva vendicarsi dell’insulto degli uomini scatenando lutti e calamità.
Un dotto persiano, Nassireddin Tuossi, suggerì al Khan la soluzione: il “sostituto del Profeta” venne avvolto in un tappeto su cui vennero fatti passare, a più riprese, cavalieri al galoppo.
Il sangue del califfo non macchiò la terra. L’onore del Khan fu salvo. Ma altro sangue grondò per le strade di Baghdad.
Munke, il Gran Khan, aveva ordinato di uccidere solo chi avesse fatto resistenza e di risparmiare chi invece si arrendeva. Hülagü però ignorò la raccomandazione e lasciò alle truppe la libertà di saccheggio.
Per sette giorni, bruciarono palazzi e interi quartieri. Centinaia di migliaia di persone vennero uccise. La strage non risparmiò le donne e i bambini.
Molti dei cristiani che vivevano a Baghdad scamparono all’eccidio grazie a un provvidenziale intervento: quello di Doquz Khatun, la moglie di Hülagü.
La principessa, la cui famiglia si vantava di discendere da uno dei Re Magi, era una cristiana nestoriana. La dottrina, poi condannata nel concilio di Efeso, negava “l’unione ipostatica” tra la figura umana e quella divina di Cristo. Per il patriarca di Costantinopoli Nestorio, in Cristo convivevano infatti due nature e due persone.
Del resto, anche Hülagü fu educato da un prete nestoriano. Come pure suo fratello Qubilay, il Kublai Khan di Marco Polo.
La madre stessa dei due principi mongoli era una cristiana. Si chiamava Siurkukitibeighi e apparteneva al popolo di lingua turca dei Karaiti, originario della Crimea, convertito in massa, intorno all’anno Mille, alla fede cristiano-nestoriana.
Doquz Khatun, moglie del conquistatore di Baghdad, era la vedova di Tolui, padre di Hülägü e figlio di Gengis Khan. Il capo dei Mongoli sposò la sua giovane matrigna proprio durante la spedizione militare in Persia.
Nel 1258, grazie a Doquz Khatun il patriarca nestoriano Makika potè trasformare una delle residenze del califfo di Baghdad. Anche in seguito, in tutti i territori conquistati da Hülägü Khan furono costruite edifici sacri. Addirittura, una chiesa mobile, con tanto di campane, venne eretta nel cuore del campo mongolo per tutto il periodo delle spedizioni militari di Hülägü.
La presa di Baghdad e la morte del Califfo al-Musta’sim, padre spirituale dei musulmani, fu accolta con giubilo in occidente.
Papa Alessandro IV salutò Hülägü come “pincipe alleato dei cristiani” e inviò missionari in Asia con lettere di congratulazioni da presentare al Khan.
Ma appena pochi giorni dopo l’imbarco dei religiosi alla volta della Mesopotamia, arrivò la ferale notizia delle devastazioni perpetrate dalle orde mongole intorno alle rive del Niester e del Danubio.
Il sogno di una alleanza con il popolo delle steppe presto si tramutò in un incubo. Messe e digiuni, processioni e preghiere si moltiplicarono nelle chiese d’Europa per scongiurare la catastrofica minaccia. E alle “Litanie dei santi” venne aggiunta un’altra invocazione, destinata a durare per lungo tempo: “Dall’invasione dei Mongoli, liberaci o Signore!”.
A Baghdad, il saccheggio colpì, in modo irrimediabile anche la Bayt al-Hikma, che all’epoca era la più grande biblioteca del mondo. Un vero e proprio tempio della lettura, fondato nell’anno 832 da Hārūn al-Rashīd (766-809) quinto califfo della dinastia.
Nella “Casa della Sapienza” c’erano tutti i testi conosciuti dell’antichità, raccolti e tradotti da 3.000 studiosi, stipendiati dal governo abbaside. Opere di matematica, filosofia, astronomia, medicina e poesia, in lingua ebraica, greca, copta, siriaca, medio-persiana e sanscrita.
Hunain (808-873) medico e scienziato di lingua aramaica, figlio di un cristiano nestoriano, spiegò, con orgoglio, la filosofia della grande istituzione culturale: ”Non dobbiamo vergognarci di conoscere la verità e la scienza, da qualunque fonte essa giunge a noi, anche se arriva da molteplici culture straniere”.
La fama della Bayt al-Hikma e delle altre biblioteche cittadine era talmente diffusa che fu anche all’origine di un famoso detto mediorientale: “Gli egiziani scrivono libri, i libanesi li commerciano, ma è a Baghdad che vengono letti”.
La grande biblioteca, già dall’anno 832 era diventata il primo policlinico della storia: più di 200 medici curavano e operavano i malati e, allo stesso tempo, insegnavano medicina a 1000 studenti che venivano retribuiti dallo stato per compiere il loro percorso scolastico. Tutti i pazienti, di ogni sesso e razza, avevano l’accesso gratuito alle cure.
Nel giro di qualche ora, la “Casa della Cultura” si svuotò e morì, come il potere degli Abbasidi.
Le drammatiche cronache di quel febbraio 1258 ricordano che migliaia e migliaia di preziosi volumi vennero gettati nel Tigri. Tanto che da una sponda e l’altra del grande fiume si formò quasi una diga di carta. E l’acqua chiara diventò nera per l’inchiostro che colava dalle righe dei fogli bagnati.
Insieme agli antichi manoscritti annegò anche un mondo. E ne nacquero altri, più aridi e desolati. Come quello di polvere e sabbia, cresciuto tutto intorno alle fertili terre della Baghdad medievale.
Un deserto esteso, dovuto alla progressiva salinazione del terreno, combinata alla distruzione capillare, per mano mongola, dei tanti canali e sistemi di irrigazione. Riparati, in minima parte, soltanto nella seconda metà del XX secolo.

domenica 30 luglio 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 30 luglio.
Il 30 luglio 762 d.C. fu fondata Baghdad.
Fondata da al-Mansūr sulla riva occidentale del Tigri, fu per alcuni secoli la prospera capitale dell'impero abbaside e la maggiore metropoli del mondo medievale musulmano nonché la capitale culturale dell'intero mondo islamico. La sua etimologia assai incerta si fa risalire a un termine persiano significante “dono di Dio”, ma in origine il suo fondatore l'aveva chiamata Madīnat as-Salām (città della pace). Baghdād decadde rapidamente dopo la conquista mongola del 1258. Tra il XVI e il XVII secolo la Mesopotamia, e con essa Baghdād , fu al centro di un'aspra lotta tra Turchi e Persiani, risoltasi infine a favore dei primi. La rinascita di Baghdād data dai primi del Novecento, quando divenne, nei progetti tedeschi, il punto terminale della linea ferroviaria che si stava costruendo a partire da İstanbul. Nel 1920 venne scelta a capitale dell'Iraq. Lo sviluppo delle comunicazioni tra le quali vanno ricordati gli allacciamenti ferroviari con la Turchia, con la Siria e con Bassora e la creazione di un vasto aeroporto, ridette a Baghdād l'antico ruolo di punto d'incontro delle vie terrestri che conducono dall'Asia centromeridionale al Mediterraneo.
Costruita al centro della Mesopotamia, Baghdād sorse su numerose costruzioni preislamiche (specie armene e persiano-sassanidi), alla confluenza delle vie carovaniere del Khorāsān. Sebbene non ne resti praticamente nulla, poiché l'attuale omonima città vi si è sovrapposta, sappiamo che era stata progettata a pianta circolare sulle rive del Tigri, centro economico della città per il ricchissimo traffico fluviale che vi si svolgeva. Il sistema di fortificazioni era assai complesso, con cinque cinte di mura, interrotte da quattro porte, disposte secondo i punti cardinali, chiamate col nome della provincia verso la quale si aprivano (Kufa, Bassora, Khorāsān e Damasco). A esse corrispondevano altrettante strade, convergenti su una vasta piazza circolare, al cui centro sorgevano il palazzo del califfo, detto della Porta d'Oro, e la Grande Moschea, simboli concreti del potere centralizzato. Gli ingressi esterni erano “a gomito” per motivi difensivi e davano accesso a sale per le udienze coperte da grosse cupole dorate. Tra l'area centrale del palazzo del califfo e il muro principale della città vi era una zona residenziale, divisa in quattro settori uguali da porticati a volta e definita, all'interno e all'esterno, da un duplice anello di strade. Quasi completamente scomparse sono anche le costruzioni dei sultani ottomani, che la occuparono nel 1638, dopo che per due secoli era stata contesa tra Persiani e Turchi. Divenuta capitale dell'Iraq attuale, si arricchì di numerosi edifici moderni (come la stazione centrale con grande cupola azzurra), ispirati alle tradizioni artistiche islamiche. La città, già provata nel 1986-87 dai bombardamenti missilistici iraniani nel corso della sanguinosa guerra Iran-Iraq, è stata devastata dai martellanti bombardamenti delle forze della coalizione durante le guerre successive. Considerata uno dei centri culturali più attivi del mondo arabo, Baghdād ospita importanti musei, tra cui il Museo Nazionale Iracheno, nel quale sono conservati significativi reperti archeologici risalenti alla storia antica della Mesopotamia; il Museo Nazionale di Arte Moderna, che ospita una collezione permanente di opere pittoriche, scultoree e ceramiche di artisti iracheni; il Museo dei Pionieri dell'Arte Irachena, dedicato agli artisti iracheni che, con le loro opere, hanno gettato le basi dell'arte moderna del paese. Nel corso delle diverse fasi delle guerre in Iraq, un importante numero di manufatti e opere d'arte sono andati perduti.
Gli effetti dei bombardamenti del 1991 e del 2003 sono stati gravissimi per la popolazione e per le infrastrutture della città, che ancora doveva completare il risanamento dei danni prodotti dal lungo conflitto con l'Iran (1980-88). Oltre che molti impianti produttivi e strutture militari, le operazioni belliche hanno messo fuori uso i sistemi di comunicazione: l'aeroporto di Baghdād è rimasto chiuso per anni, il porto fluviale seriamente danneggiato, e così gli oleodotti. Si è di conseguenza aggravata la situazione degli approvvigionamenti, compresi quelli alimentari e sanitari. Durante e immediatamente dopo le fasi più intense dei conflitti, non è stato possibile effettuare un'evacuazione adeguata della popolazione dalla città, al contrario accresciuta da centinaia di migliaia di nuovi abitanti in fuga dalle regioni meridionali poste nei pressi del fronte terrestre. Nel 2010 non si avevano dati precisi sulla popolazione di Baghdād (caratterizzata dalla presenza di cospicue minoranze di armeni, turchi ecc): fonti internazionali ne sottolineavano la precarietà delle condizioni economiche e socio-sanitarie, rese permanenti, anche dopo la conclusione del conflitto, dall'applicazione dell'embargo all'Iraq. Le massicce perdite umane e gli ingenti danni inflitti alle infrastrutture provocati dai conflitti hanno comportato per la città la cessazione di gran parte delle attività economiche. Dal 2003, dopo la caduta del regime di Saddam Ḥusayn, Baghdād è stata occupata dalle truppe statunitensi, che hanno lasciato la città nel giugno del 2009.

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