Buongiorno, oggi è il 20 marzo.
Sono le 8 del mattino del 20 marzo 1986. Voghera è avvolta da una sottile nebbia.
Al carcere di massima sicurezza, quinto reparto, è l`ora della colazione: isolato da porte blindate, controllato da telecamere a circuito chiuso, sorvegliato da 15 guardie divise in cinque turni in continua rotazione, c`è dal 22 ottobre 1984, da quando l`hanno estradato dagli Stati Uniti, un detenuto speciale: Michele Sindona.
Da due giorni è stato condannato all`ergastolo come mandante dell`omicidio di Giorgio Ambrosoli, il liquidatore della sua Banca privata italiana, dichiarata fallita il 28 settembre `74.
Come tutte le mattine, il caffè e il latte per Sindona vengono messi in thermos sterilizzati e chiusi a chiave in un contenitore di metallo. Ad aprirli sono cinque agenti. E' lo stesso finanziere siciliano a miscelare la colazione sulla soglia della cella sotto lo sguardo dei suoi custodi. Sindona porta il caffè alla bocca, voltandosi verso il bagno.
Gli agenti richiudono la porta e lo osservano dallo spioncino. E' l`attimo fatale: vedono Sindona prima barcollare, poi stramazzare a terra gridando: « Mi hanno avvelenato... » . Nel caffè c`è cianuro. Sindona morirà dopo un`agonia di 54 ore.
Per i magistrati che analizzeranno il caso, è stato « un suicidio attraverso la simulazione di un omicidio » .
Dai contorni troppo strani, però, per non entrare di diritto tra i tanti misteri d`Italia.
In molti, dai palazzi della politica e dei servizi segreti ai circoli della mafia, dalle logge della Massoneria alle stanze del Vaticano, avevano di che temere da un Sindona che, vistosi condannato e abbandonato, poteva vuotare il sacco per vendicarsi. Trame e veleni riempivano l`Italia. E tanti sospetti: era Sindona a passare le informazioni riservate che venivano puntualmente riportate da « O. P. » di Mino Pecorelli? Il giornalista, piduista con tessera 1750, ucciso a Roma in un agguato il 21 marzo 1979, aveva pubblicato documenti sui finanziamenti di Sindona alla Dc di Giulio Andreotti e la lista di 496 esportatori di valuta, tutti clienti della Finabank, l`istituto di credito ginevrino di Sindona. Ricatti e minacce sullo sfondo di un delitto nel cuore dello Stato, mai ben chiarito: quello di Aldo Moro nel maggio ` 78. E, guarda caso, una morte del tutto bizzarra farà tacere per sempre anche William Aricò, il killer prezzolato che aveva freddato sotto casa Ambrosoli: il gangster morirà cadendo dal muro del carcere di Manhattan mentre tentava un`improbabile evasione.
Estate di sangue e di scirocco quella del ` 79. Non erano passate quarantott`ore dall`omicidio di Ambrosoli che a Roma viene assassinato per mano delle Brigate rosse Antonio Varisco, il comandante del Nucleo traduzioni di Piazzale Clodio, che era in confidenza con Pecorelli. E il 21 luglio viene eliminato il capo della squadra mobile di Palermo, Boris Giuliano, che collaborava con Ambrosoli per dipanare la ragnatela mafiosa che copriva gli affari di Sindona. Ambrosoli era solo, con i suoi pochi ma fedelissimi collaboratori. Se n`era reso conto fin dai primi giorni della sua nomina a commissario liquidatore della Bpi. Minacciato da telefonate anonime, osteggiato dai poteri forti del Palazzo; ad appoggiarlo c`era solo la Banca d`Italia di Paolo Baffi, una solidarietà pagata a caro prezzo dal Governatore, costretto di lì a poco a dimettersi.
Il Corriere della Sera, dove ormai la P2 faceva da padrona, sul delitto Ambrosoli ricamò un ventaglio di ipotesi, quasi scartando quella che pareva la più logica: che il mandante fosse Sindona. Da tempo, per la solidarietà massonica, via Solferino stava dalla sua parte, tanto da scatenare una delirante serie di articoli a tutta pagina siglati C. S. contro chi come Agnelli non aderiva ai piani della loggia e dei suoi affiliati. Sindona, nei giorni dell`omicidio su commissione, era ancora negli Stati Uniti in libertà provvisoria, in attesa della sentenza sul fallimento della Franklin Bank, la sua banca americana finita in rovina per le speculazioni sul dollaro, innescando un disastroso effetto a catena in tutto il suo impero finanziario.
« La vendetta è un piatto che si serve freddo » , aveva minacciato Sindona. A cinque anni quasi dal suo fallimento, Sindona si era di fatto vendicato.
Era scomparso Ambrosoli, l`avvocato che non si era lasciato intimidire e che aveva osato scoperchiargli la Fasco (il crocevia lussemburghese dei raggiri e dei conti fiduciari di Sindona): il suo nemico giurato. Ma Sindona vuole restare impunito. Allora s`inventa uno pseudo rapimento: si eclissa improvvisamente dagli Usa il 2 agosto ` 79 per poi ricomparire il 16 ottobre con una ferita alla coscia sinistra. Due mesi e mezzo in cui fece di tutto e di più per tornare in sella giocando le carte più torbide, in un intreccio terribile di mafia e finanza. Con un passaporto falso intestato a Joseph Bonamico, messogli a disposizione da Cosa Nostra, era sbarcato in Europa. Da Atene era poi arrivato a Palermo. Gli investigatori americani avevano, nel frattempo, ricevuto una lettera contenente una foto di Sindona con appeso al collo un cartello che diceva: « Il giusto processo lo faremo noi » . Cominciava a circolare la voce che fosse stato rapito da un fantomatico « Gruppo eversivo per una giustizia migliore » .
Ma qual era la verità ? Il finto sequestro venne gestito dalla mafia siculo americana. Negli Usa il bancarottiere frequentava i Gambino, esponenti di una delle cinque famiglie più potenti di Cosa Nostra. Giunto a Palermo fu aiutato molto dalle cosche nella ricerca di alcuni documenti. In testa il famoso `` tabulato dei 500``, un elenco di nominativi di personaggi italiani che sarebbero ricorsi al suo intervento per esportare illecitamente capitali all`estero. Per rendere credibile il sequestro, chiese a Joseph Miceli Crimi, massone italo americano nonché suo medico personale, una strana prestazione. Dopo essersi sottoposto ad anestesia locale alla gamba sinistra, si fece sparare a bruciapelo. C`era una componente ricattatoria tra le molle che spingevano Sindona alla messinscena, al suo viaggio in Europa e in particolare al suo soggiorno in Sicilia.
Aspirava a diventare l`uomo della saldatura di un fronte reazionario piduista, mafioso, capace di sbarrare il cammino alle forze di rinnovamento. L`odore e la voglia di golpe era connaturata nell`Italia di quei decenni.
Ma per Sindona i tempi stavano cambiando.
Roberto Calvi e l`Ambrosiano l`avevano di fatto soppiantato nei rapporti con lo Ior del Vaticano e con i partiti. La sua stella stava frettolosamente precipitando. Non gli restava che brandire l`arma del ricatto e della minaccia, contro Ambrosoli, contro Enrico Cuccia, contro lo stesso Calvi che non lo volle aiutare. Per mettere a punto il suo piano, il 10 ottobre Sindona va a Vienna. Ma qui deve essere andato storto qualcosa. Una telefonata intercettata avrebbe allertato l`Fbi. Sta di fatto che Sindona si decise a salire sul primo aereo per New York, forse così consigliato da Rosario Gambino che lo accolse all`aeroporto Kennedy. Erano le sue ultime ore di libertà .
Venne condannato a 25 anni dai giudici americani. Fece di tutto per evitare l`estradizione in Italia.
Ma non ce la fece. Intorno a lui c`era terra bruciata.
Era crollato l`Ambrosiano, ma soprattutto era esploso il bubbone marcio della P2. Alla quale pervennero i magistrati indagando proprio sul falso sequestro di Sindona. Lui aveva ormai più nemici che amici. Di lui cominciò a diffidare anche Licio Gelli, il leader della P2, che solo qualche anno prima aveva inviato ai giudici Usa un affidavit pro Sindona assieme a Paolo Spagnuolo, giudice di Cassazione ( piduista, tessera 545), e John Mc Caffery, uomo della Hambros Bank in Italia, vicino all`Opus Dei. Da burattinaio si sentì burattino, quello di cui si erano serviti per eliminare un personaggio scomodo come Ambrosoli. Sindona, piduista in disgrazia, era bruciato. Suicidio od omicidio? Se fosse rimasto in vita avrebbe prima o poi potuto svelare i tanti misteri che la sua morte lasciava irrisolti nell`Italia delle trame e dei servizi segreti deviati. Dove la scia di sangue è costellata di morti, che si legano una con l`altra, in un tragico effetto domino, cadenzate da un`abile regia di depistaggio, utilizzando la manovalanza più disparata: dalla malavita comune alla mafia fino alle Brigate rosse e ai Nar neri.
Quando muore, Sindona ha 65 anni. Era nato l'8 maggio 1920 a Patti in provincia di Messina (coetaneo di Calvi, con cui entrerà in affari nel ` 70). Fiscalista di successo, negli anni 50 tesse una ragnatela di amicizie importanti anche all`estero, in particolare in Usa: con Jocelyn Hambro; con il presidente della Continental Illinois Bank, David M. Kennedy; con Richard Nixon, avvocato emergente; ma soprattutto con Joe Adonis e Vito Genovese, i due boss mafiosi che gli affidano le più spericolate operazioni per riciclare il denaro sporco del commercio della droga.
Il che non gli impedì di diventare il finanziere di fiducia di Giovanni Battista Montini, il cardinale di Milano che quando diventò Papa Paolo VI gli affidò le cure degli interessi temporali della Chiesa: dai palazzi dell`Immobiliare Roma alle finanze dello Ior, la banca vaticana di Paul Marcinkus, il prelato americano, più carne che spirito, nato a Cicero, sobborgo di Chicago, feudo di Al Capone. Fu appunto con i capitali della Curia che Sindona acquisì anche la Banca privata finanziaria di via Verdi a Milano. Nel ` 71, forte del blitz nella Centrale finanziaria, Sindona lanciava la sfida al `` salotto buono`` (e laico) di Enrico Cuccia con l`Opa su Bastogi. Venne sconfitto. E da quel giorno la stella di Sindona cominciò a decadere anche se fece in tempo a essere incoronato da Giulio Andreotti come il `` salvatore della lira``. La Centrale passò sotto il controllo della Compendium di Calvi. Sindona tentò un rilancio in Usa acquisendo la Franklin Bank. Ma fu l`ultimo sussulto. La crisi petrolifera mise in crisi il dollaro, la cui caduta affondò la Franklin, fallita nel maggio ` 74.
E' l`inizio della fine. Anche in Italia Sindona comincia a tremare. Il ministro del Tesoro Ugo La Malfa blocca l`aumento di capitale di Finambro a 160 miliardi che avrebbe ridato ossigeno a Sindona. Il quale allora gioca l`ultima carta: fonde le sue due banche, Unione e Privata, dando vita alla Bpi, ma l`istituto nasce morto. Inizia la corsa al ritiro dei depositi. Né basta l`aiuto del Banco di Roma che concede un prestito di 100 milioni di dollari, ottenendo in pegno la maggioranza dell`Immobiliare che a sua volta controllava la Ciga. A fine settembre la Bpi viene messa in liquidazione. Comincia il lavoro in solitudine di Ambrosoli, l`eroe borghese del libro di Corrado Stajano. Che smaschera conti paralleli e fiduciari che giravano il mondo da un paradiso fiscale all`altro, tra un carosello di società fantasma e tanti personaggi arroganti e minacciosi. Un lavoro che Ambrosoli stesso a un certo punto capì che avrebbe pagato con la vita.
Se ne parlava da tempo, ma i suoi personaggi avevano volti sfumati e imprecisi. Quando la sera del 20 maggio 1981 il Tg Rai annunciò che la presidenza del Consiglio (c`era Arnaldo Forlani a Palazzo Chigi) aveva dato il via libera alla pubblicazione dell`elenco degli appartenenti alla P2, la loggia massonica di Licio Gelli, l`Italia venne attraversata da una scossa violenta.
Si scopriva uno Stato dentro lo Stato, emergeva un Governo parallelo.
Politici, affaristi, ex eredi al trono, manager, giudici, giornalisti, agenti dei servizi segreti, alti ufficiali dell`esercito e dei carabinieri: 962 nomi e cognomi, tutta l`Italia che tramava allora, ma anche mezza Italia che poi è andata al potere, se è vero che con tessera 1816 del 26 gennaio 1978 c`era anche Silvio Berlusconi.
A scoperchiare le carte segrete della P2 furono due magistrati, Giuliano Turone e Gherardo Colombo.
Un ``ritrovamento`` del tutto fortuito: il loro obiettivo era far luce sullo strano sequestro di Michele Sindona. Strano quel «Gruppo eversivo per una giustizia migliore», che aveva rivendicato il rapimento; strani quegli affidavit a favore di Sindona fatti pervenire al giudice americano che processava il finanziere per bancarotta. Uno di questi era di Licio Gelli: «Nella mia qualità di uomo d`affari sono conosciuto come anticomunista e sono al corrente degli attacchi dei comunisti contro Michele Sindona. L`odio verso di lui trova origine nel fatto che ha sempre appoggiato la libera impresa in un`Italia democratica». Da tempo correvano voci che da Gelli si riunisse la ``crema`` del potere italiano. Il Gran Maestro a Roma viveva in una suite dell`Excelsior.
I giudici che indagano su Sindona scoprono che il rapimento è una messinscena. Che è sempre lui, Sindona, a trattare con Andreotti il salvataggio delle sue banche, a minacciare Enrico Cuccia, a far uccidere Giorgio Ambrosoli con tre colpi di Magnum 357. A ospitare Sindona in Sicilia fu, tra gli altri, Joseph Miceli Crimi, massone, medico italoamericano, specialista in chirurgie plastiche. Fu lui a sparare alla gamba del finanziere per rendere più credibile la tesi dell`agguato. I giudici restano incuriositi da questo personaggio.
Ordinano un sequestro nel suo studio, e tra le carte trovano un biglietto ferroviario Palermo Arezzo dell`estate ` 79. Gli chiedono come mai. «Per andare dal dentista», risponde Crimi. Una motivazione troppo strampalata perché i giudici abbocchino. Messo alle strette, Crimi rivela di esser stato ad Arezzo da un certo Licio Gelli per conto di Sindona. Lo stesso Gelli dell`affidavit, quello di cui si vocifera sia a capo di una loggia, quello che il Corriere della Sera ha intervistato in pompa magna.
I magistrati ordinano il blitz nelle proprietà di Gelli, agli indirizzi trovati in un`agenda di Sindona. La sera del 16 marzo `81 gli agenti perquisiscono la suite romana all`Excelsior; villa Wanda, l`abitazione aretina; e le sedi delle due aziende del `` Venerabile`` a Frosinone e alla Giole di Castiglion Fibocchi. Con l`elenco di tutti gli affiliati, trovano una montagna di documenti sui misteri d`Italia: dal caso Eni Petromin ai rapporti Calvi Bankitalia, all`operazione Rizzoli.
A oltre trent`anni di distanza, dopo processi e inchieste parlamentari, quelli che pagarono furono davvero pochi (ad esempio, Franco Di Bella, tessera 655, si dimise da direttore del Corriere); rare le ammissioni (la più nota, quella di Maurizio Costanzo, tessera 1819); i più fecero finta di niente, come se la P2 fosse solo un club di bontemponi.
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lunedì 20 marzo 2023
domenica 11 luglio 2021
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
L'11 luglio 1979 l'avvocato Giorgio Ambrosoli viene ammazzato davanti a casa sua da un sicario assoldato da Michele Sindona.
Ambrosoli, nato negli anni trenta in una famiglia della borghesia milanese e cresciuto negli ambienti conservatori della Milano del dopoguerra, intrisa della volontà di ricominciare e di ricostruire, che sarà anche il terreno fertile negli anni del boom per le speculazioni edilizie e gli illeciti finanziari, diventa avvocato, come sognava fin da bambino. Il lavoro in banca del padre non ha mai destato il suo interesse. È amara l'ironia del destino: nell'esercizio della sua professione, dovrà trascorrere ben cinque anni nel ventre di una banca, per ricostruire l'ordito delle fosche trame intessute nell'alveo della finanza internazionale dallo spregiudicato banchiere Michele Sindona. Nel 1974 viene nominato commissario liquidatore della sua Banca Privata Italiana. Inizia per lui un faticoso percorso controcorrente nelle torbide e limacciose acque dei poteri sommersi e corrotti che proteggevano Sindona: la mafia, la loggia massonica P2 di Licio Gelli, la finanza vaticana dello IOR, la Democrazia cristiana di Andreotti, l'ala più reazionaria dei circoli americani, i servizi segreti.
Come un mosaicista, ricompone uno ad uno i tasselli delle intricate e sofisticate operazioni di riciclaggio di denaro sporco, gli illeciti canali per l'esportazione dei capitali all'estero; si addentra nello scottante magma illegale dei depositi fiduciari, delle innumerevoli società finanziarie tra loro oscuramente interconnesse come scatole cinesi.
Si oppone pervicacemente alle mediazioni, ai tentativi di salvataggio della banca mandata in rovina da Sindona, promossi da uomini di governo in sintonia con i poteri criminali, la mafia e la loggia massonica P2, registi dell'offensiva sempre più pressante contro l'avvocato: si oppone perché acconsentire a quelle manovre avrebbe significato violare la legge, far pagare il peso finanziario ai cittadini, che l'avvocato aveva il dovere di tutelare. Egli, come risulta dalle annotazioni nel suo diario, è sempre più esterrefatto nello scoprire le diffuse illegalità, connivenze, penetrate in profondità nei gangli vitali del paese, i tradimenti che hanno per protagonisti uomini di alto rango dello Stato, ministri, banchieri: persone che avrebbero dovuto essere dalla parte della legge, dalla sua parte, e invece si rivelavano nemici, alleati tra loro per vanificare la legge.
Si ritrova sempre più isolato, un giorno si confida con un amico: “Mi vogliono bruciare, mi vogliono far fuori? Vogliono uno che non riesca a mettere le mani e gli occhi dove vanno messi?” Un giornalista gli domanda: “Perché si parla di lei come del nemico di Sindona?” Egli ribatte: “È molto semplice mi pare, sono diventato il nemico di Sindona ma non l'amico dei potenti. Ho dovuto pestare i piedi a troppa gente che sta nel Palazzo”.
Ambrosoli è consapevole dell'impari lotta che sta conducendo: la sua vita è appesa a un filo. La lettera che scrive alla moglie Annalori nel 1975 (ma che poi tiene nascosta, la trova lei per caso, riordinando le sue carte), è un testamento, quasi un addio, ed è altresì la nobile traccia della sua dirittura morale e del coraggio nello svolgere il compito affidatogli con rettitudine, nonostante le minacce ricevute e le pressioni sempre più stringenti cui è sottoposto:
“Anna carissima, [...] È indubbio che, in ogni caso, pagherò a molto caro prezzo l'incarico: lo sapevo prima di accettarlo e quindi non mi lamento affatto perché per me è stata un'occasione unica di far qualcosa per il Paese [...]. Con l'incarico, ho avuto in mano un potere enorme e discrezionale al massimo ed ho sempre operato - ne ho la piena coscienza - solo nell'interesse del paese, creandomi ovviamente solo nemici [...] A quarant'anni di colpo ho fatto politica e in nome dello Stato e non per un partito [...]. Qualunque cosa succeda, comunque tu sai che cosa devi fare e sono certo saprai fare benissimo. Dovrai allevare i ragazzi e crescerli nel rispetto di quei valori nei quali noi abbiamo creduto [...]. Abbiano coscienza dei loro doveri verso se stessi, verso la famiglia nel senso trascendente che io ho, verso il Paese, si chiami Italia o si chiami Europa. Sarà per te una vita dura, ma sei una ragazza talmente brava che te la caverai sempre e farai come sempre il tuo dovere costi quello che costi. Giorgio”.
Anche suo figlio, il più piccolo, Umberto, anzi Betò, come ama chiamarlo, purtroppo capisce, a soli sette anni, il pericolo che incombe sul padre, quando dietro la porta della camera da letto dei genitori sente, a loro insaputa, una registrazione delle terribili minacce di morte, che riceveva, e che una notte fa ascoltare a sua moglie. Cerca di rassicurarlo affettuosamente, dicendogli che si trattava delle telefonate di un pazzo, ma il bambino ha sentito una frase che poteva essere riferita solo a lui, al suo lavoro, allora gli si rivolge come ad un adulto: “Proprio perché sappiamo chi sono, non lo faranno mai, non uccideranno. Sanno che noi pensiamo a loro, sarebbe un delitto firmato. Stai tranquillo Betò, io morirò vecchiettino nel mio letto [...].”
La sera dell'11 luglio 1979 Ambrosoli invita alcuni amici a casa sua per assistere a un incontro di boxe tra Lorenzo Zanon e Alfio Righetti per il Campionato europeo dei pesi massimi. Alla fine della serata spegne la tv, accompagna a casa gli amici, torna verso casa sua. Sta chiudendo la serratura della portiera della sua auto. Qualcuno si accosta. E chiede: "Avvocato Ambrosoli?". "Sì". Scende un secondo uomo dall'auto: "Mi scusi avvocato Ambrosoli". E' William Aricò, il killer ingaggiato dal finanziere Michele Sindona per eliminare Ambrosoli. Spara quattro colpi, per Ambrosoli saranno le ultime ore di vita. Avrebbe dovuto sottoscrivere una dichiarazione formale sulla sua inchiesta il giorno seguente.
Nessuna autorità pubblica presenziò ai funerali di Ambrosoli, ad eccezione di alcuni esponenti della Banca d'Italia.
Nel 1981, con la scoperta delle carte di Licio Gelli a Castiglion Fibocchi, si ebbe la conferma del ruolo della loggia massonica P2 nelle manovre per salvare Sindona.
Il 18 marzo 1986 a Milano, Michele Sindona e l'italo-americano Robert Venetucci furono condannati all'ergastolo per l'uccisione dell'avvocato Ambrosoli.
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