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lunedì 22 giugno 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 22 giugno.
Il 22 giugno 1983 scompare, in circostanze misteriose, Emanuela Orlandi, una ragazza di 15 anni.
Da allora ad oggi diventerà un caso incredibilmente misterioso e ricco di intrighi internazionali, noto come il "caso Orlandi".
Emanuela Orlandi, che all'epoca aveva appena compiuto 15 anni, sparì in circostanze misteriose il 22 giugno del 1983. La ragazza era una cittadina vaticana figlia di un commesso della Prefettura della Casa Pontificia. Quella che all'inizio poteva sembrare la "normale" sparizione di un'adolescente, magari per un allontanamento volontario da casa, divenne presto uno dei casi più oscuri della storia italiana. Alla scomparsa di Emanuela da subito fu collegata la sparizione di un'altra adolescente romana, Mirella Gregori, scomparsa il 7 maggio 1983 e mai più ritrovata.
Vari testimoni la videro salire su un'auto. Dall'identikit che fu tracciato, un carabiniere del Nucleo Operativo di via in Selci notò la somiglianza con Enrico De Pedis, membro della Banda della Magliana, ma la cosa, stranamente, non ebbe un immediato seguito investigativo; pare che una giustificazione sarebbe nel fatto che all'epoca si riteneva il soggetto criminale latitante all'estero, ma un riscontro approfondito in merito non venne effettuato. Poiché le forze dell'ordine avevano inizialmente pensato ad una scappatella, le prime ricerche furono condotte autonomamente dalla famiglia.
Domenica 3 luglio 1983 il Papa di allora, Giovanni Paolo II, durante l'Angelus, rivolse un appello ai responsabili della scomparsa di Emanuela Orlandi, ufficializzando per la prima volta l'ipotesi del sequestro. Il 5 luglio, giunse una chiamata alla sala stampa vaticana. All'altro capo del telefono un uomo, che parlava con uno spiccato accento anglosassone (e per questo subito ribattezzato dalla stampa "l'Amerikano"), affermò di tenere in ostaggio Emanuela Orlandi.
L'uomo chiamava in causa Mehmet Ali Ağca, che aveva sparato al Papa in Piazza San Pietro un paio di anni prima, chiedendo un intervento del pontefice, Giovanni Paolo II, affinché venisse liberato entro il 20 luglio. Un'ora dopo, l'uomo chiamò a casa Orlandi, e fece ascoltare ai genitori un nastro con una voce di ragazza, forse di Emanuela che diceva di frequentare la Scuola Convitto Nazionale Vittorio Emanuele II, e di dover iniziare a settembre il terzo liceo scientifico. L'8 luglio 1983 un uomo con inflessione mediorientale telefonò a una compagna di classe di Emanuela, dicendo che la ragazza era nelle loro mani, che avevano 20 giorni di tempo per fare lo scambio con Alì Agca, e chiedendo una linea telefonica diretta con il Cardinale Segretario di Stato Agostino Casaroli. In totale, le telefonate dell'"Amerikano" furono 16, tutte da cabine telefoniche. Nonostante le richieste di vario tipo, e le presunte prove, l'uomo (mai rintracciato) non aprì nessuna reale pista.
Secondo alcuni giornali e pubblicazioni, l'identikit dell'Amerikano corrisponderebbe a monsignor Paul Marcinkus, che all'epoca era presidente dello Ior, la "banca" vaticana: gli specialisti del Sisde, il servizio segreto italiano, analizzando i messaggi e le telefonate pervenute alla famiglia, per un totale di 34 comunicazioni, ne ritennero affidabili e legati a chi aveva effettuato il sequestro 16, che riguardavano una persona con una conoscenza approfondita della lingua latina. Probabilmente di cultura anglosassone e con un elevato livello culturale e una conoscenza del mondo ecclesiastico e del Vaticano.
 Nel luglio del 2005, alla redazione del programma «Chi l'ha visto?», in onda su Rai 3, arrivò una telefonata anonima in cui si diceva che per risolvere il caso di Emanuela Orlandi era necessario andare a vedere chi è sepolto nella basilica di Sant'Apollinare e controllare «del favore che Renatino fece al cardinal Poletti». Si scoprì così che "l'illustre" defunto altri non era che il capo della Banda della Magliana, Enrico De Pedis. L'inviata Raffaella Notariale era riuscita a ottenere le foto della tomba e i documenti originali relativi alla sepoltura del boss in territorio vaticano, voluta dal cardinale Ugo Poletti, allora presidente della Cei.
 Il 20 febbraio 2006, un pentito della Banda, Antonio Mancini, sostenne di aver riconosciuto nella voce di Mario quella di un killer al servizio di De Pedis, tale "Rufetto". Le indagini condotte dalla Procura della Repubblica però, non confermarono quanto dichiarato da Mancini. Il 30 giugno 2008, «Chi l'ha visto?» trasmise la versione integrale della telefonata anonima del luglio 2005, lasciata inedita fino ad allora. Dopo le rivelazioni sulla tomba di De Pedis e del cardinal Poletti, la voce aggiungeva «E chiedete al barista di via Montebello, che pure la figlia stava con lei...con l'altra Emanuela». Il bar si rivelò appartenere alla famiglia di Mirella Gregori, altra ragazza scomparsa a Roma il 7 maggio 1983 in circostanze misteriose ed il cui rapimento venne collegato a quello Orlandi.
Nel 2006 la giornalista Raffaella Notariale raccolse un'intervista di Sabrina Minardi, ex-moglie del calciatore della Lazio Bruno Giordano, che tra la primavera del 1982 ed il novembre del 1984 ebbe una relazione con Enrico De Pedis. Due anni e mezzo dopo, il 23 giugno del 2008, la stampa italiana riportò le dichiarazioni che Sabrina Minardi aveva reso agli organi giudiziari che avevano deciso di ascoltarla: Emanuela Orlandi sarebbe stata uccisa ed il suo corpo, rinchiuso dentro un sacco, gettato in una betoniera a Torvaianica. In quella occasione, secondo la Minardi, De Pedis si sarebbe sbarazzato anche del cadavere di un bambino di 11 anni ucciso per vendetta, Domenico Nicitra, figlio di uno storico esponente della banda. Il piccolo Nicitra fu però ucciso il 21 giugno 1993, ben dieci anni dopo l'epoca alla quale la Minardi fa risalire l'episodio, e tre anni dopo la morte dello stesso De Pedis, avvenuta all'inizio del 1990.
 Stando a quanto riferito da Sabrina Minardi, il rapimento di Emanuela Orlandi sarebbe stato effettuato materialmente da Enrico De Pedis, su ordine del monsignor Paul Marcinkus «come se avessero voluto dare un messaggio a qualcuno sopra di loro». Nel particolare, la Minardi ha raccontato di essere arrivata in auto (una Autobianchi A112 bianca) al bar del Gianicolo, dove De Pedis le aveva detto di incontrare una ragazza che avrebbe dovuto «accompagnare al benzinaio del Vaticano». All'appuntamento arrivarono una BMW scura, con alla guida "Sergio", l'autista di De Pedis e una Renault 5 rossa con a bordo una certa "Teresina" (la governante di Daniela Mobili, amica della Minardi) e una ragazzina confusa, riconosciuta dalla testimone come Emanuela Orlandi. "Sergio" l'avrebbe messa nella BMW alla cui guida andò la Minardi stessa. Rimasta sola in auto con la ragazza, la donna notò che questa «piangeva e rideva insieme» e «sembrava drogata». Arrivata al benzinaio, trovò ad aspettare in una Mercedes targata Città del Vaticano, un uomo «che sembrava un sacerdote» che la prese in consegna. La ragazza avrebbe quindi trascorso la sua prigionia a Roma, in un'abitazione di proprietà di Daniela Mobili in via Antonio Pignatelli 13 a Monteverde nuovo - Gianicolense, che aveva «un sotterraneo immenso che arrivava quasi fino all'Ospedale San Camillo» (la cui esistenza, oltre ad un piccolo bagno ed un lago sotterraneo, è stata accertata dagli inquirenti il 26 giugno 2008).
La pubblicazione dei verbali resi alla magistratura dalla Minardi ha suscitato le proteste del Vaticano, che, per bocca di padre Federico Lombardi, portavoce della Sala Stampa della Santa Sede, ha dichiarato che oltre alla «mancanza di umanità e rispetto per la famiglia Orlandi, che ne ravviva il dolore», ha poi definito come «infamanti le accuse rivolte a Mons. Marcinkus, morto da tempo e impossibilitato a difendersi». Il 19 novembre 2009 Sabrina Minardi, interrogata presso la Procura di Roma dal procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e dal pubblico ministero Simona Maisto, sembrerebbe aver riconosciuto l'identità di "Mario", ossia l'uomo che nei giorni immediatamente successivi alla scomparsa di Emanuela Orlandi telefonò ripetutamente alla famiglia.
Il 17 giugno 2011 durante un dibattito sul libro di Pietro Orlandi "Mia sorella Emanuela" in diretta tv su Roma Uno un uomo dichiaratosi ex-agente del Sismi afferma che «Emanuela è viva, si trova in un manicomio in Inghilterra ed è sempre stata sedata». Aggiunge che causa del rapimento fu la conoscenza da parte di Ercole Orlandi, padre di Emanuela, di attività di riciclaggio di denaro "sporco" legate ad Antonveneta, essendo quindi il rapimento collegato a Calvi e al crack dell'Ambrosiano. Il 24 luglio 2011 Antonio Mancini, in un'intervista a La Stampa, dichiara che effettivamente la Orlandi fu rapita dalla Banda della Magliana per ottenere la restituzione del denaro investito nello Ior attraverso il Banco Ambrosiano, come ipotizzato dal giudice Rosario Priore. Mancini aggiunge di ritenere sottostimata la cifra di 20 miliardi e che fu Enrico De Pedis a far cessare gli attacchi contro il Vaticano, malgrado i soldi non fossero stati tutti restituiti, ottenendo in cambio, fra le altre cose, la possibilità di essere sepolto nella Basilica di Sant'Apollinare. Il 14 maggio 2012 l'apertura della tomba di Renatino De Pedis riapre di nuovo mille scenari sul caso più clamoroso di sparizione che la storia italiana ricordi.Il 3 aprile 2013 la trasmissione Chi l’ha visto? ha mostrato in tv un flauto che potrebbe essere quello che Emanuela Orlandi aveva con sé il giorno della scomparsa. È stato trovato dopo una segnalazione, inizialmente anonima, sotto una formella raffigurante una stazione della Via Crucis in un ex stabilimento cinematografico De Laurentis di Roma: era avvolto in alcuni fogli di giornale uno dei quali del 29 maggio 1985 con un’intervista a Ercole Orlandi, il padre di Emanuela.
Ad aver indicato la posizione del flauto è stato Marco Fassoni Accetti, autore indipendente di cinema di 60 anni, che si è autodenunciato al procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e al pubblico ministero Simona Maisto. A loro, in una serie di interrogatori, ha raccontato che il sequestro Orlandi sarebbe stato organizzato da un gruppo che compiva operazioni segrete per conto di ambienti vaticani interessati a esercitare pressioni sulla Santa Sede. Ne facevano parte, oltre a lui, anche esponenti dei servizi segreti italiani e della banda della Magliana.
Fassoni Accetti ha dichiarato di aver partecipato direttamente all’ideazione e all’organizzazione logistica del sequestro Orlandi che, inizialmente, doveva essere solo «dimostrativo»: Emanuela avrebbe dovuto essere liberata dopo poco tempo, ma il piano fallì soprattutto a causa «dell’appello del Papa all’Angelus, il 3 luglio, che diede risalto mondiale al caso». Fassoni Accetti ha raccontato di come la ragazza abbia vissuto «in due appartamenti e in due camper», fino a dicembre 1983. Poi, «il gruppo la trasferì all’estero, nei sobborghi di Parigi», «dove potrebbe essere ancora viva».
Nonostante le molte perplessità emerse dai primi interrogatori (sul motivo che ad esempio avrebbe portato Marco Fassoni Accetti a parlare dopo 30 anni), il 27 aprile 2013 il Messaggero ha pubblicato un articolo che dimostra il suo coinvolgimento nel caso Orlandi: gli investigatori hanno infatti recuperato gli atti di una vecchia indagine in cui Marco Fassoni Accetti parla al telefono con la sua fidanzata. Lei, molto arrabbiata, dice: «Ora basta, ne hai fatte di tutti i colori, persino in quella storia di Emanuela Orlandi».
Alcune affermazioni di Fassoni Accetti sono state verificate dagli inquirenti. La prima riguarda un episodio del 23 giugno 1983, 19 ore dopo la scomparsa di Emanuela Orlandi e di cui Fassoni Accetti si è dichiarato responsabile: un pescatore, Carlo Lazzari, disse di aver visto «a valle del ponte della Magliana, alle 14.30, due giovani che si guardavano attorno con circospezione vicino a una Fiat 127, sopra la scarpata che sovrasta la sponda». Disse anche di averli visti spingere la macchina in mare e che sopra c’era una persona: «in quell’istante ho notato un braccio penzolare dal finestrino posteriore». Quell’auto fu cercata per settimane, ma non venne mai ritrovata. Fassoni Accetti ha dichiarato: «Era un sequestro sceneggiato, no? Non dimenticate che io sono un artista. E che con le scenografie, i manichini ho sempre lavorato…».
Nell’ottobre 2018, il Vaticano aveva dato il via libera all’analisi del Dna su alcune ossa ritrovate durante dei lavori di restauro nella sede della Nunziatura Vaticana di via Po a Roma. Le indagini, affidate dalla Santa Sede all'Italia, e in particolare alla procura di Roma e alla Polizia scientifica, erano finalizzate a comparare quelle ossa con il Dna di Emanuela Orlandi. Le ossa ritrovate nella Nunziatura non appartenevano tuttavia né a Emanuela Orlandi, né a Mirella Gregori. Dalle analisi della Scientifica era emerso che i reperti della Nunziatura risalivano, senza dubbio, a un periodo precedente al 1964, quando le due quindicenni romane scomparse non erano ancora nate. E soprattutto erano riconducibili allo scheletro di un uomo.
La soluzione del caso sembra ancora lontana.

mercoledì 13 maggio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 13 maggio.
Il 13 maggio 1981 è un mercoledì come tanti in piazza San Pietro a Roma, un giorno come al solito dedicato all'udienza papale. Giovanni Paolo II, quel mercoledì, si offre ad un bagno di folla. Su di una vettura scoperta per due volte fa il giro del sagrato, a dire il vero non molto affollato. Tra le teste dei fedeli spunta una pistola. Il killer in agguato è un ottimo tiratore. Spara due colpi. Un primo proiettile spezza l'indice della mano sinistra del pontefice e gli penetra profondamente nel ventre. La seconda pallottola lo colpisce di striscio al gomito e, rimbalzando, ferisce leggermente due pellegrine americane. La veste bianca del papa si macchia di sangue. In fretta Giovanni Paolo II viene ricoverato agonizzante al policlinico Gemelli: resterà in camera operatoria per più di cinque ore. Un'operazione delicatissima per quel proiettile che penetrando nell'addome ha perforato l'osso sacro, tranciando in più punti l'intestino. L'attentatore, braccato dalla folla, è un turco, Ali Agca, un musulmano fanatico,  legato ai  Lupi Grigi, un gruppo dell'estrema destra, implicato nel traffico di stupefacenti. Evaso dalle carceri turche, Agca nel suo paese è stato condannato a morte in contumacia per aver assassinato il direttore di un quotidiano turco, Milliyet, che due anni prima aveva pubblicato una sua lettera nella quale annunciava di voler uccidere il Papa, se lo stesso non avesse rinunciato ad un suo viaggio in Turchia.
Il 22 luglio 1981, dopo tre giorni di processo per direttissima, i giudici della corte di Assise condannarono Mehmet Ali Ağca all’ergastolo per "Tentato omicidio di Capo di Stato Estero". Ali Ağca rinunciò a presentare appello contro la sentenza di condanna che motivava la pena, esplicitando che l’attentato "non fu opera di un maniaco, ma venne preparato da un’organizzazione eversiva rimasta nell’ombra". La difesa sostenne, invece, che Ali Ağca aveva agito da solo, in preda ad una schizofrenia paranoica, mossa dal desiderio di diventare un eroe del mondo musulmano. Il 12 marzo 1982 il Consiglio nazionale di sicurezza turco confermò la condanna a morte di Ali Ağca per l’uccisione del giornalista. Una successiva amnistia commuta la pena in dieci anni di detenzione. Nel 1982, tuttavia, Ali Ağca cambiò versione ed iniziò a parlare di una pista bulgara che avrebbe collegato l’attentato al Papa ai servizi segreti della Bulgaria. Venne anche individuato un presunto complice, Oral Celik, che sarebbe intervenuto in caso di fallimento di Ali Ağca. Nel 1983 Giovanni Paolo II, due giorni dopo Natale fece visita all'attentatore nel carcere di Rebibbia. I due parlarono da soli per lungo tempo e la loro conversazione è rimasta ancora oggi privata. La sentenza del 29 marzo 1986 non riusci a dimostrare la tesi del complotto bulgaro. Il 20 febbraio 1987 il Papa ricevette in udienza la madre ed il fratello di Ali Ağca i quali gli chiesero di intercedere per la grazia. La buona condotta in carcere diminuì ulteriormente la pena: infatti il 25 maggio 1989 il Tribunale di sorveglianza di Ancona gli concesse una riduzione di 720 giorni di reclusione; il 9 gennaio 1994 la riduzione fu di altri 405 giorni; il 18 dicembre 1995 di 180 giorni. Tali provvedimenti consentirono di abbreviare il termine di 26 anni di reclusione, scontati i quali un ergastolano in base al diritto italiano può chiedere la libertà condizionata.
Ali Ağca, nel settembre del 1996, presentò nuovamente la domanda di grazia o in subordine l’espiazione della pena in Turchia. Il 13 giugno 2000, il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi concesse la grazia dopo che la Santa Sede si era dichiarata "non contraria" al provvedimento. In questo modo, il giorno successivo Ali Ağca viene estradato dall’Italia e giunge ad Istanbul. In Turchia, nel carcere di massima sicurezza di Kartal, Ali Ağca da questo momento in poi dovrà scontare 3.492 giorni, cioè i dieci anni per l'assassinio del giornalista Abdi Ipekci, durante i quali era evaso in precedenza. Il 18 luglio 2001 un provvedimento del Tribunale costituzionale turco predispose un allargamento dei reati beneficiari di amnistia. L’avvocato di Ali Ağca, Şevket Can Ozbay, ritenne che in base al provvedimento fosse possibile scontare completamente la pena dei dieci anni di detenzione per l’omicidio del giornalista. Se tale interpretazione fosse risultata valida ad Ali Ağca non sarebbero rimasti che altri cinque anni di prigione, avendo già scontato due anni e due mesi.
Il 12 gennaio 2006 uscì dal carcere di Kartal a Istanbul. Per un breve periodo se ne persero le tracce dal momento che non si presentò in questura come avrebbe dovuto, asserendo in seguito di aver voluto evitare la calca dei giornalisti. Dopo soli nove giorni di libertà la Corte suprema turca ordinò che Ali Ağca fosse nuovamente imprigionato per un errato computo nella diminuzione della pena.  Ali Ağca è stato scarcerato il 18 gennaio 2010 dall'istituto di pena di Sincan, alla periferia di Ankara. All'atto della scarcerazione ha dichiarato di essere in realtà il Cristo, di voler riscrivere la Bibbia ed ha preannunciato l'apocalisse. Nel febbraio del medesimo anno ha incontrato Pietro Orlandi (fratello di Emanuela) rivelandogli che la sorella, rapita nel lontano 1983, è ancora viva e sta bene. Lo stesso Ali Ağca si è impegnato a contattare i suoi carcerieri per provvedere alla sua liberazione.
Le inchieste, soprattutto quella sulla cosiddetta «pista bulgara», che attribuiva ai servizi segreti di Sofia – in combutta con Mosca – l’attentato contro il Papa polacco diventato una minaccia, non hanno portato a nulla di fatto. Non si sono individuati i mandanti, non ha un nome chi ideò l’uccisione del Pontefice venuto dall’Est.
È vero che molti pensano che l’attentato al Papa sia stato ordito a Mosca. È peraltro innegabile che Wojtyla desse fastidio ai sovietici, come pure è fuori dubbio che i sovietici, in quel momento non certo governati da una squadra di mammolette, fossero preoccupati perché avevano cominciato a vedere che cosa il Papa polacco stesse significando per il suo Paese, la Polonia. Convinti della matrice sovietica dell’attentato (seppure ordito attraverso la manovalanza dei bulgari) erano collaboratori stretti di Giovanni Paolo II, come il cardinale Agostino Casaroli, deceduto nel 1998 e l’allora monsignor Achille Silvestrini, poi divenuto cardinale, deceduto l'anno scorso. Convinto dell’esistenza di mandanti a Mosca era anche il segretario del Papa, Stanislaw Dziwisz.
C’è da chiedersi perché, anche dopo la caduta del Muro di Berlino e il successivo dissolversi dell’Unione Sovietica, dagli archivi non fossero mai emerse prove convincenti e consistenti del coinvolgimento sovietico nel tentato assassinio di Giovanni Paolo II. Nulla è emerso neanche dopo la morte di Papa Wojtyla. Quell’attentato, più di quarant’anni dopo, è consegnato alla storia, eppure rimane ancora avvolto nel mistero perché l’unico uomo che conosce la verità, l’intelligentissimo Alì Agca, ha raccontato un’infinità di versioni diverse, finendo per confondere tutto e tutti.


giovedì 2 aprile 2026

#almanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 2 aprile.
Alle 21.37 del 2 aprile 2005 Papa Giovanni Paolo II, all'età di 84 anni, muore nel suo appartamento privato in Vaticano.
L'annuncio della morte viene dato dal portavoce Joaquin Navarro Valls e comunicato ai fedeli presenti in piazza San Pietro, circa 100 mila, che accolgono la notizia in silenzio. La folla aveva cominciato a radunarsi alcuni giorni prima, in particolare dal giorno di Pasqua, il 27 marzo. Il papa, già sofferente da un paio di mesi nei quali aveva subito due interventi al policlinico Gemelli, si era affacciato alla finestra del suo studio, ma nonostante gli sforzi non era riuscito a pronunciare le poche parole della benedizione Urbi et Orbi in latino. Il volto sofferente del papa che si rendeva conto che il suo corpo non obbediva più a ciò che la mente gli chiedeva di fare commuove il mondo intero e innesca una mobilitazione senza precedenti di giornali e tv internazionali.
Il 31 marzo le condizioni di Giovanni Paolo II si aggravano ulteriormente. Il pontefice viene colpito nel pomeriggio da un'infezione alle vie urinarie che provoca una febbre molto alta, contro la quale viene avviata una terapia antibiotica. Fonti mediche definiscono la situazione "allarmante".
Il primo aprile Joaquin Navarro Valls annuncia che le condizioni di salute del Santo Padre sono molto gravi, ma aggiunge che il Papa è "cosciente, lucido e sereno". In serata, alle 19, un nuovo aggiornamento affievolisce le speranze: "le condizioni generali e cardio-respiratorie del Santo Padre si sono ulteriormente aggravate; il respiro è diventato superficiale; si è instaurato un quadro clinico di insufficienza cardio-circolatoria e renale; i parametri biologici sono notevolmente compromessi". Si apre in piazza San Pietro la veglia di preghiera, alla quale partecipano decine di migliaia di fedeli di ogni età e nazionalità.
La sera successiva, l'annuncio della morte. In piazza San Pietro si leva un lungo applauso. Molti piangono, altri guardano la finestra al terzo piano del palazzo apostolico, che è stata accesa. In tutta la città suonano le campane a morto. Il cardinale Angelo Sodano, segretario di Stato, intona il De Profundis.
Il governo italiano dichiara il lutto nazionale per la durata di 3 giorni a partire dal 3 aprile, poi prolungato fino all'8 aprile, giorno dei funerali. Il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi conclude il suo ricordo di Giovanni Paolo II, trasmesso a reti unificate, dicendo che "l'Italia piange la perdita di un padre, di una persona cara". "Il mondo ha perduto un campione della libertà", commenta il presidente statunitense George W. Bush. Il premier britannico Tony Blair dice che il Santo Padre, "attraverso una vita dura e spesso difficile si è battuto per la giustizia sociale e dalla parte degli oppressi". "Profonda emozione" esprime il presidente francese Jacques Chirac. Il premier spagnolo Zapatero sottolinea che con la morte di giovanni Paolo II "l'umanità si vede privata di un riferimento morale di prim'ordine". Nel messaggio di cordoglio inviato al cardinale Angelo Sodano, il presidente cubano Fidel Castro scrive che "l'umanità terrà per sempre con sè un ricordo commosso dell'instancabile lavoro che Sua Santita Giovanni Paolo II ha sempre compiuto a favore della pace, della giustizia e della solidarietà fra i popoli".
L'8 aprile, alle 10, si svolgono i funerali solenni del Papa. La bara di cipresso col corpo del Santo Padre viene portata a spalle su piazza San Pietro. Sul feretro viene posato il Vangelo. Il cardinale Joseph Ratzinger celebra la funzione e conclude l'omelia dicendo che Giovanni Paolo II "sta adesso alla finestra della casa del Padre, ci vede e ci benedice". Tredici applausi, di cui l'ultimo lunghissimo, accompagnano l'omelia, che termina col grido "santo subito" della folla, richiesta scandita da un battimani a tratti ritmato. Circa un milione di fedeli assiste a Roma alla cerimonia, 300 mila in Piazza San Pietro, gli altri davanti ai maxischermi allestiti nei punti nevralgici della città comprese le basiliche. Sono 200 le delegazioni straniere presenti, tra loro 46 capi di Stato e 8 vice-capi, 17 premier, 3 principi ereditari, 13 responsabili di organizzazioni come l'Onu, rappresentata da Kofi Annan.
Quello di Giovanni Paolo II è stato il terzo pontificato per durata nella storia della Chiesa. Papa Woityla ha guidato la Chiesa dal secondo al terzo millennio, le ha dato una visibilità senza precedenti, e non solo all'interno del mondo cattolico e religioso; nel corso dei quasi 27 anni di pontificato, pur in un conservatorismo di fondo nei principi che giudicava collegati alla fede, ha cambiato tradizioni plurisecolari, cambiando, forse per sempre, il modo stesso di essere il Romano Pontefice. Ne sono segno le decine di primati riguardanti la sua vita. Il 263esimo successore di Pietro è stato il primo papa polacco, il primo nato in un paese comunista e ad andare oltrecortina; il primo ad aver recitato in pubblico e ad aver lavorato in fabbrica; il primo, dopo gli apostoli, ad entrare in una sinagoga e il primo a parlare in una chiesa protestante; il primo a visitare una moschea e ad andare in un paese ortodosso; il primo ad aprire un giubileo per un millennio e a visitare il Parlamento Italiano; il primo ad assistere a un concerto rock e ad una partita di calcio; il primo ad essere ferito gravemente in un attentato e ad essere operato in ospedale; colui che ha incontrato più persone (17 milioni solo nelle udienze), sul quale si sono scritti più libri (quasi 200 all'anno) e del quale sono stati venduti più libri e persino un CD di musica sacra cantata da lui; quello che ha visitato più paesi ed ha proclamato più santi e più beati.

lunedì 27 ottobre 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 27 ottobre.

 Il 27 ottobre 1986, papa Giovanni Paolo II convocava ad Assisi  la prima Giornata mondiale di preghiera per la pace, cui presero parte i rappresentanti di tutte le grandi religioni mondiali. 

Vi parteciparono, oltre ai cattolici, 50 rappresentanti delle Chiese cristiane e 60 rappresentanti delle altre religioni mondiali. Per la prima volta nella storia si realizzava un incontro come questo. Un’intuizione semplice e profonda quella del Papa: riunire i credenti di tutte le religioni mondiali nella città di San Francesco, ponendo l’accento sulla preghiera per la pace, l’uno accanto all’altro, di fronte all’orrore della guerra. Disse il Papa in quell’occasione: “E’ in sé un invito fatto al mondo per prendere coscienza che esiste un’altra dimensione della pace e un altro modo di promuoverla, che non sono il risultato di trattative, di compromessi politici, economici”. La convinzione era che “la preghiera e la testimonianza dei credenti, a qualunque tradizione appartengano, può molto per la pace nel mondo”. 

L’appello fu ascoltato, tra l’altro, anche dal “mondo”: per un giorno intero tacquero le armi. Nel suo discorso conclusivo, Giovanni Paolo II esortava: “Continuate a vivere il messaggio della pace, continuate a vivere lo spirito di Assisi!”. Appello raccolto dal successore , il Papa Benedetto XVI, che per il 25° anniversario ha presieduto la giornata di dialogo e preghiera per la pace sempre con i leaders religiosi e, idealmente, con tutti gli uomini di buona volontà provenienti da tutto il mondo proprio ad Assisi. Spirito di Assisi raccolto con particolare impegno e fedeltà dalla Comunità di Sant’Egidio, che ne ha fatto un appuntamento annuale negli Incontri internazionali di Preghiera per la Pace, dal 1987 ad oggi, raccogliendo, in questo pellegrinaggio di pace, sempre più uomini e donne di religione diversa, uniti dal desiderio di costruire insieme vie di pace.

mercoledì 19 marzo 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 19 marzo.

Il 19 marzo 1981, festa di San Giuseppe Lavoratore, papa Giovanni Paolo II, invitato dal vescovo Santo Quadri, faceva la sua visita alla città di Terni.

Una visita storica, che ebbe echi in tutto il mondo, perché si trattava del primo approccio con il mondo del lavoro di un papa che era stato egli stesso operaio, in gioventù, nelle fabbriche polacche della Solvay.

Prima tappa del soggiorno ternano di papa Wojtyla furono quindi le acciaierie della Terni: il papa visitò gli stabilimenti, si confrontò con il consiglio di fabbrica, pranzò con i lavoratori nella mensa aziendale.

Nel pomeriggio ci fu invece l’incontro con la città: prima in cattedrale, con il preti e i religiosi, poi con i malati, e infine la grande messa celebrata allo stadio “Liberati” di fronte a 40000 persone.

La visita fu annunciata alla diocesi dal vescovo Quadri il 23 gennaio 1981. “Il Papa – commentò dopo la visita – ha dissipato ogni pregiudizio e ha permesso di vedere l’uomo con gli uomini e il Papa per gli uomini. Nella situazione di crisi che da tempo ci stringe, il Papa ha presentato il Vangelo del lavoro per aiutarci a scoprire tutti i valori, umani e cristiani, che la nostra attività quotidiana porta con sé”.

“Gli operai delle acciaierie – ricorda invece l’allora sindaco Giacomo Porrazzini – in lotta proprio in quei giorni per difendere la fabbrica e il posto di lavoro, hanno certamente parlato al Papa dei loro problemi, delle loro ansie, ma non anteponendole ad un orizzonte più vasto, dove si collocava il valore dell’uomo e, con la sua universalità, la sua stessa carica liberatrice”.

Giovanni Paolo II arriva alle 8.40 di mattina in elicottero allo stadio di viale Brin. All’interno della Terninoss sosta brevemente per piantare un albero a ricordo della visita. A riceverlo il sindaco Porrazzini e il ministro del Commercio Estero Enrico Manca in rappresentanza del governo italiano.

Alle acciaierie giunge alle 9.30 dove viene ricevuto dal presidente Romolo Arena. Alle 10 ha inizio la visita allo stabilimento. Il Papa si reca in fucinatura dove incontra gli operai del reparto ed assiste ad alcune fasi del processo produttivo alla pressa da 12000 tonnellate. Alle 10.30 raggiunge il reparto acciaieria, mentre ha luogo una colata al forno elettrico n.5. Il Papa di sua iniziativa, sale alle cabine di comando e controllo dei forni. Alle 11 raggiunge la sede del Consiglio di Fabbrica dove presiede la riunione plenaria dei consigli di fabbrica della Terni, Terninoss e dellla Icrot, alla quale partecipano esponenti sindacali nazionali, regionali e provinciali.

Alle 12 il Papa incontra, nel piazzale antistante la direzione, novemila lavoratori e riceve il saluto del Presidente dell’IRI Piero Sette e dell’operaio Roberto Giovannelli, che parla al papa del problema di cassa integrazione e della minaccia di decurtazione dei salari, dei posti di lavoro a rischio.

“Gli operai, gli impiegati i tecnici – dice – porgono il più cordiale benvenuto ad un ex lavoratore, che, divenuto papa, ritorna tra i lavoratori nel loro luogo di lavoro. I credenti vedono nella sua figura la presenza misteriosa ma reale del “Dio con noi”, i non credenti potranno apprezzare il messaggio di giustizia, di pace e di fratellanza da lei annunciato a tutto il mondo”.

Dopo aver pronunciato un discorso a tutti gli operai, alle 12.30 il Papa lascia la fabbrica per pranzare insieme ai lavoratori nella mensa aziendale, al termine del quale c’è uno scambio spontaneo di brindisi.

“Abbiamo fatto un buon lavoro – dice De Guidi, che aggiunge – il Vangelo ci racconta di numerosi banchetti ai quali partecipò Gesù di Nazareth, tanto da offrire l’occasione ai denigratori del Cristo di appellarlo ‘il mangione’. Noi conosciamo il valore eccezionale che hanno i banchetti del Vangelo, con tutta la simbologia collegata allo “spezzare il pane” che è divenuta poi il momento centrale del culto cristiano”.

“Se abbiamo lavorato bene – risponde il Papa scherzando – allora abbiamo meritato il salario. Io perciò mi presento alla Direzione… non so a chi… alla direzione di fabbrica o al Vescovo per chiedere il salario? Vedremo, vedremo, vedremo se la giustizia sociale governa in questa città!”.

Alle 14.30 il Papa lascia la “Terni” e inizia la visita alla città. Il corteo pontificio sosta di fronte a Palazzo Spada e si conclude in Vescovado , dove Giovanni Paolo II rivolge un messaggio ai sacerdoti delle diocesi di Terni, Narni e Amelia, mentre in cattedrale incontra i malati e le suore della città.

Infine la messa, alle 17.15 allo stadio Libero Liberati, dove il papa concelebra la messa con i vescovi umbri e i sacerdoti di Terni, Narni e Amelia.

Alle 19.15 la visita si conclude: Karol Wojtyla, soddisfatto per la giornata trascorsa a Terni, esprime la sua gioia al vescovo ringraziandolo dell’invito. Lascia quindi Terni in elicottero, sorvolando l’ospedale e la Cascata delle Marmore illuminata.

martedì 21 gennaio 2025

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 21 gennaio.

Il 21 gennaio 1998 Papa Giovanni Paolo II restituisce la visita di due anni prima al Vaticano e incontra Fidel Castro nel suo viaggio apostolico a Cuba.

Egli, alla cerimonia di benvenuto all’aeroporto di La Havana, pronuncia una frase che fa il giro del mondo: «Possa Cuba aprirsi con tutte le sue magnifiche possibilità al mondo e possa il mondo aprirsi a Cuba».

Nel discorso del Pontefice, la condanna ufficiale all’embargo statunitense giunge forte e chiara: «Il popolo cubano non può vedersi privato dei vincoli con gli altri popoli, che sono necessari per lo sviluppo economico, sociale e culturale, soprattutto quando l’isolamento forzato si ripercuote in modo indiscriminato sulla popolazione, accrescendo le difficoltà dei più deboli, in aspetti fondamentali come l’alimentazione, la sanità e l’educazione [...]». In definitiva, l’embargo è per Giovanni Paolo «eticamente inaccettabile».

Anche Castro, accogliendo il Papa all’aeroporto, calca la mano sull’embargo. Nel suo discorso di benvenuto, ha voluto evidenziare la crudeltà dei conquistatori contro «gli abitanti naturali» che popolavano l’isola; ha ricordato anche il dramma degli africani «crudelmente strappati dalle loro lontane terre», soprattutto grida al mondo la situazione in cui Cuba si trova a vivere: «Oggi, Santità, si cerca nuovamente il genocidio, pretendendo di arrendere per fame, malattia e asfissia economica, politica e militare» Cuba. Il passaggio del discorso più emozionante è, forse, quando Castro dice: «Santità, pensiamo come lei su molte importanti questioni del mondo di oggi e questo ci dà grande soddisfazione; su altre, le nostre opinioni differiscono, ma rendiamo rispettoso omaggio alla convinzione profonda con cui lei difende le sue idee».

Nel viaggio forti sono state le parole contro il regime oppressivo di Castro, ma non sono state risparmiate anche critiche verso il liberalismo. Nell’omelia della celebrazione eucaristica, tenuta in piazza José Martí il 25 gennaio, Giovanni Paolo usa toni severi: «[...] è bene ricordare che uno Stato moderno non può fare dell’ateismo o secolarismo estremo, deve promuovere un clima sociale sereno e una legislazione adeguata» per consentire a tutti di poter usufruire delle ricchezze spirituali, morali e civili della propria nazione. «D’altro canto, in vari luoghi si sviluppa una forma di neoliberalismo capitalista che subordina la persona» condizionando lo sviluppo di quel popolo «alle forze cieche del mercato». Per papa Wojtyla i programmi economici insostenibili, imposti alle Nazioni come condizione per ricevere aiuti, portano «all’arricchimento esagerato di pochi al prezzo dell’impoverimento crescente di molti».

Alla partenza di papa Wojtyla Fidel Castro lo ringrazia pubblicamente “per tutte le parole pronunciate”: «Santità, La ringrazio sommamente per tutto ciò che Lei ha detto, anche per ciò che mi trova in disaccordo». La disponibilità di Castro è stata quasi totale, tant’è vero che la visita a Cuba ha dato occasione al Pontefice di elevare il vescovo Ortega a cardinale, sono stati fondati il movimento degli universitari cattolici, una sezione della commissione Justitia et Pax, l’Unione della stampa cattolica.

Con la partenza da Cuba di Giovanni Paolo II moltissime restrizioni anticattoliche sono soppresse, anche il Natale è ripristinato come festa nazionale.

La visita rimane così impressa nella memoria di tutto il gruppo dirigente cubano che, alla morte di Giovanni Paolo II, sono state stabilite decisioni impensabili. Castro decreta addirittura tre giorni di lutto nazionale per la morte del Papa. Si legge nel comunicato ufficiale: «Con motivo della morte di Sua Santità Giovanni Paolo II, è stato deciso di sospendere nel periodo di lutto ufficiale decretato dal Consiglio di Stato lo svolgimento delle attività festive. Questo include la posposizione, tra l’altro, dei festeggiamenti per l’anniversario dell’Organizzazione dei Pionieri José Martí e dell’Unione dei Giovani Comunisti, oltre alla partita finale della XLIV Serie Nazionale di Baseball». In questa occasione, Giovanni Paolo II è definito dal governo “un amico” di Cuba e Castro partecipa finanche alla messa in suffragio nella cattedrale dell’Avana. Per l’occasione Castro mette da parte la divisa militare, indossando un completo scuro (il “Leader maximo” non prendeva parte a una cerimonia religiosa dal 1959, anno in cui si sposò la sorella). Nel libro delle presenze della nunziatura lascia anche il suo ultimo saluto personale a papa Wojtyla, presentando gli omaggi «all’infaticabile combattente impegnato per l’amicizia tra i popoli, nemico della guerra e amico dei poveri». Un gesto di deferenza e rispetto da parte di Castro al capo della Chiesa di Roma che, dal gennaio del 1998 sino ad appena tre mesi prima della sua morte, ha ripetuto il suo dissenso contro l’embargo economico imposto all’isola dagli Stati Uniti, sostenendo che esso impedisce le condizioni per un reale sviluppo a Cuba. In occasione della morte di papa Wojtyla, il presidente cubano permette, per la seconda volta in due giorni, al cardinale Jaime Ortega, arcivescovo dell’Avana e primate della Chiesa cattolica cubana, di inviare un messaggio ai cattolici nell’isola attraverso la televisione di Stato. Mai in precedenza il cardinale Ortega era apparso alla tv pubblica cubana, rigidamente controllata dal regime.

Il ministro degli Esteri Felipe Perez Roque ha poi letto alla televisione un messaggio governativo di “condoglianze, rispetto e solidarietà alla comunità cattolica a Cuba e nel resto del mondo”: «Abbiamo sempre considerato e continuiamo a considerare Giovanni Paolo II come un amico che si preoccupava dei poveri, che ha combattuto il neoliberismo e che ha lottato per la pace […] lo ricorderemo sempre anche per le sue dichiarazioni contro il blocco che soffre il nostro popolo, definito “una misura economica restrittiva imposta dall’estero, ingiusta ed eticamente inaccettabile».

Nel messaggio personale di condoglianze inviato al segretario di Stato Vaticano Angelo Sodano, così si è espresso il presidente Castro: «Desidero esprimere le più sentite condoglianze del popolo e del governo di Cuba. L’umanità terrà sempre con sé un ricordo commosso dell’instancabile lavoro che Sua Santità Giovanni Paolo II ha sempre compiuto in favore della pace, della giustizia e della solidarietà tra i popoli».

domenica 26 giugno 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 26 giugno.
Il 26 giugno del 2000 papa Giovanni Paolo II acconsente alla divulgazione del Terzo segreto di Fatima.
Tutti hanno sentito parlare delle famose apparizioni della Madonna avvenute a Fatima nel 1917 e del Terzo segreto di Fatima, ma pochi conoscono o ricordano i dettagli.
Secondo il racconto di tre giovani pastorelli portoghesi – Lucia dos Santos e i suoi due cuginetti Francesco e Giacinta Marto – fra il 13 aprile e il 13 ottobre del 1917 la Madonna sarebbe apparsa in Portogallo in località Cova da Iria, nella diocesi di Fatima, in sei distinte occasioni, rivelando nella terza tre importanti segreti. I più piccoli fra i tre veggenti, i fratelli Francesco e Giacinta, morirono rispettivamente nel 1919 e nel 1920. Noi conosciamo quel che accadde dai testimoni presenti e dal racconto scritto di Lucia, che abbracciò poi la vita claustrale e che, tra il 1935 e il 1941, su ordine del monsignor José Alves Correia da Silva, redasse alcune memorie degli avvenimenti e rivelò i primi due segreti. Ecco di seguito una sintesi di ciò che accadde secondo il racconto di Lucia.
La Madonna apparve la prima volta ai tre pastorelli il 13 maggio 1917. I tre bambini, usciti dalla Messa domenicale, avevano portato le greggi a pascolare in cima al pendio della Cova da Iria, ai piedi del monte Cabaco. E dopo aver mangiato e recitato il Rosario, cominciarono a giocare. A un certo punto, una specie di lampo si stagliò nel cielo e i tre, pensando a un’imminente temporale, cominciarono a spingere le pecore del gregge sulla strada di casa.
Arrivati a circa metà pendio, mentre stavano camminando vicino ad alcuni cespugli di lecci, videro un altro lampo e, dopo pochi passi, rimasero abbagliati da una luce bianchissima con al centro una donna bellissima, che li chiamava. Era la Madonna: la veste era simile a neve e dalle sue mani, congiunte al petto in preghiera, pendeva un rosario con una croce d’oro, mentre il viso esprimeva una grande tristezza.
Poi la Madonna iniziò a parlare ai tre ragazzi:
«Non abbiate timore. Non vi faccio del male»
«Di dove siete?», le domandai.
«Sono del cielo»
«E che cos’è che volete da me?»
«Sono venuta a chiedervi che veniate qui sei mesi di seguito, il giorno 13 a questa stessa ora. Poi dirò chi sono e che cosa voglio. Poi tornerò ancora qui una settima volta»
«E anch’io andrò in cielo?»
«Sì, ci andrai»
«E Giacinta?»
«Anche lei»
«E Francesco?»
«Pure, ma deve recitare molti Rosari»
Dei tre bambini, Lucia vedeva, sentiva e parlava con la Madonna, Giacinta vedeva e sentiva, mentre il piccolo Francesco poteva solo vedere e gli «dovevano spiegare tutto...».
La Vergine chiese poi ai pastorelli:
«Volete offrirvi a Dio per sopportare tutte le sofferenze ch’Egli vorrà inviarvi, in atto di riparazione dei peccati con cui Egli è offeso e di supplica per la conversione dei peccatori?»
«Sì, vogliamo»
«Avrete dunque molto da soffrire, ma la grazia di Dio sarà il vostro conforto»
Poi la Madonna aprì le mani emanando una forte luce e, passati alcuni momenti, aggiunse:
«Recitate il Rosario tutti i giorni per ottenere la pace per il mondo e la fine della guerra».
Subito dopo, la Signora cominciò a elevarsi serenamente, salendo verso levante, fino a scomparire nell’immensità della distanza.
Esattamente un mese dopo la prima apparizione della Madonna, il 13 giugno, cadeva la festa del patrono di Fatima, Sant’Antonio. Usciti dalla chiesa, i tre bambini si diressero verso il luogo dell’appuntamento con la Madonna insieme ad alcuni fedeli che avevano sentito parlare della precedente apparizione. Dopo aver recitato il Rosario, videro lo stesso riflesso di luce simile a un lampo visto a maggio, che preannunciava l’arrivo della Signora. La Madonna disse ai pastorelli:
«Voglio che veniate qui il 13 del prossimo mese, che recitiate il Rosario tutti i giorni e che impariate a leggere. Poi dirò quello che voglio»
Lucia chiese la guarigione di un malato, e la Vergine le rispose:
«Se si converte, guarirà durante l’anno»
«Vorrei chiedervi di portarci in cielo»
«Sì, Giacinta e Francesco li porterò presto. Ma tu resterai qua ancora per un po’. Gesù vuol servirsi di te per farmi conoscere e amare. Lui vuole stabilire nel mondo la devozione al mio Cuore Immacolato. Esso sarà il tuo rifugio e il cammino che ti condurrà fino a Dio».
Nell’istante in cui pronunziò queste ultime parole, la Madonna aprì le mani e davanti al palmo della mano destra c’era un cuore circondato di spine: secondo Lucia era il Cuore Immacolato di Maria, oltraggiato dai peccati dell’umanità, che voleva riparazione.
Alla terza apparizione, il 13 luglio, la Madonna comunicò il segreto poi divenuto famoso. Alcuni momenti dopo che i pastorelli furono arrivati alla Cova da Iria, accompagnati da una numerosa folla di popolo, mentre dicevano il Rosario, videro il riflesso della luce familiare e, subito dopo, la Madonna. Ella, annunciata come sempre dalla forte luce, disse:
«Voglio che veniate qui il 13 del prossimo mese, che continuiate a recitare il Rosario tutti i giorni in onore della Madonna del Rosario per ottenere la pace del mondo e la fine della guerra, perché solo Lei vi potrà aiutare»
Lucia allora rispose:
«Vorrei chiedervi di dirci chi siete, e di compiere un miracolo con il quale tutti possano credere che Voi ci apparite»
«Continuate a venire qui tutti i mesi. In ottobre dirò chi sono, quello che voglio e farò un miracolo che tutti vedranno per credere»
La Madonna disse pure che era necessario recitare il Rosario per ottenere le grazie durante l’anno. E continuò:
«Sacrificatevi per i peccatori e dite molte volte, specialmente quando fate qualche sacrificio: “O Gesù, è per vostro amore, per la conversione dei peccatori e in riparazione dei peccati commessi contro il Cuore Immacolato di Maria”».
Mentre diceva queste ultime parole, la Vergine aprì le mani e i tre pastorelli videro come un mare di fuoco, in cui erano immersi i demoni e le anime come se fossero braci con forma umana. Esse fluttuavano nell’incendio, sollevate dalle fiamme che da loro stesse uscivano insieme a nuvole di fumo, e ricadevano da tutte le parti, tra grida e gemiti di dolore e di disperazione, che terrorizzavano e facevano tremare di paura.
La Madonna spiegò:
«Avete visto l’Inferno, dove vanno le anime dei poveri peccatori. Per salvarle, Dio vuole stabilire nel mondo la devozione al mio Cuore Immacolato. Se faranno quello che io vi dirò, molte anime si salveranno e ci sarà Pace. La guerra sta per finire, ma, se non smetteranno di offendere Dio, sotto il regno di Pio XI ne comincerà un’altra peggiore».
E continuò dicendo:
«Quando vedrete una notte illuminata da una luce sconosciuta, sappiate che la prossima punizione del mondo è alle porte. Quello è il grande segno di Dio per indicare la fine del mondo a causa dei delitti dell’umanità, mediante la guerra, la fame e le persecuzioni contro la Chiesa ed il Santo Padre. Per impedirla, verrò a chiedere la consacrazione della Russia al mio Cuore Immacolato e la Comunione riparatrice nei primi sabati».
E concluse, prima di allontanarsi:
«Se si ascolteranno le mie richieste, la Russia si convertirà e si avrà la Pace; se no, essa diffonderà i suoi errori nel mondo promuovendo guerre e persecuzioni alla Chiesa. Molti buoni saranno martirizzati, il Santo Padre avrà molto da soffrire, varie nazioni saranno distrutte. Alla fine il mio Cuore Immacolato trionferà. Il Santo Padre mi consacrerà la Russia che si convertirà e sarà concesso al mondo un periodo di pace. In Portogallo si conserverà sempre il dogma della fede. [..] Questo non lo dite a nessuno. A Francesco sì, potete dirlo»
Nel punto in cui sono stati inseriti i puntini tra le parentesi quadre, si trova quello che è noto come il "Terzo segreto di Fatima", solo di recente svelato, e su cui torneremo più avanti.
Il giorno 13 agosto, giorno in cui era prevista la terza apparizione della Madonna, molte erano le persone convenute ma nessuno vide nulla. Non videro nulla nemmeno i tre piccoli “illuminati”, che questa volta non erano presenti: il sindaco di Villa Nova di Ourem li aveva sequestrati, rilasciandoli solo tre giorni dopo. Si udirono solamente due tuoni ed un fulmine venne visto solcare il cielo; infine, le nuvole irradiarono i colori dell’arcobaleno. L’apparizione ai tre pastorelli avvenne il giorno 19 agosto, mentre si trovavano in un luogo chiamato Valinhos.
La Madonna disse loro:
«Voglio che continuiate ad andare alla Cova da Iria il 13 e che continuiate a recitare il Rosario tutti i giorni. L’ultimo mese farò il miracolo perché tutti credano»
Lucia allora le domandò:
«Che cosa volete che si faccia con i soldi che il popolo lascia alla Cova da Iria?»
«Facciano due bussole: una portala tu insieme a Giacinta e ad altre due bambine vestite di bianco; l’altra che la porti Francesco con altri tre bambini. I soldi delle bussole sono per la festa della Madonna del Rosario e quello che avanza è per la costruzione di una cappella che mi faranno»
Poi, alla richiesta di Lucia di guarire alcuni malati, la Madonna replicò:
«Sì, alcuni li guarirò durante l’anno».
E ancora, assumendo un aspetto più triste:
«Pregate molto e fate sacrifici per i peccatori, perché molte anime vanno all’inferno in quanto non hanno chi si sacrifichi e preghi per loro».
Il 13 settembre 1917 i tre pastorelli si recano alla Cova da Iria facendosi largo tra una folla di gente che li lascia appena camminare.
Lì apparivano tutte le miserie della povera umanità, perché numerose persone venivano a prostrarsi in ginocchio davanti ai tre, chiedendo che presentassero alla Madonna le loro necessità. Altri, non riuscendo ad arrivare vicino a noi, gridavano da lontano:
«Per amor di Dio chiedete alla Madonna che mi guarisca il figlio che è zoppo» o «...che guarisca il mio che è cieco», o ancora «...che mi riporti mio figlio che è in guerra», «...che mi dia la salute, perché sono tisico».
Di nuovo la Madonna apparve e disse:
«Continuate a recitare il Rosario per ottenere la fine della guerra. In ottobre verrà anche Nostro Signore, la Madonna Addolorata e del Carmine, S. Giuseppe col Bambino Gesù per benedire il mondo. Dio è contento dei vostri sacrifici, ma non vuole che dormiate con la corda, portatela solo durante il giorno»
Lucia allora le si rivolse dicendo:
«Mi hanno chiesto di chiedervi molte cose: la guarigione di alcuni malati, di un sordomuto»
«Sì, alcuni li guarirò, altri no. In ottobre farò il miracolo perché tutti credano»
Dopodiché scomparve, come al solito. In questa occasione alcuni videro una palla di luce accecante salire verso il cielo, mentre dei fiocchi simili a neve-fiori scesero a terra sciogliendosi.
L’ultima apparizione della Madonna di Fatima avvenne il 13 ottobre 1917. Il popolo era presente in massa all’appuntamento, e vi era una pioggia torrenziale. Lucia, giunta alla Cova da Iria, spinta da un movimento interiore chiese al popolo di chiudere gli ombrelli per recitare il Rosario. Poco dopo apparve ai tre pastorelli la Signora, dicendo:
«Voglio dire che si faccia qui una cappella in onore mio, che sono la Madonna del Rosario, che si continui sempre a recitare il Rosario tutti i giorni. La guerra sta per finire e i soldati torneranno presto alle loro case»
E a Lucia, che le chiese di guarire alcuni malati e di convertire alcuni peccatori, rispose:
«Alcuni sì, altri no. È necessario che si correggano, che domandino perdono dei loro peccati»
E assumendo un aspetto più triste:
«Non offendano più Dio Nostro Signore, che è già molto offeso»
Questa volta la Madonna, aprendo le mani, le fece riflettere sul Sole e così, mentre si elevava allontanandosi, il riflesso della sua luce continuava a proiettarsi verso di esso.
A questo punto, una gran folla assistette a quello che fu subito definito il “miracolo del Sole”, che è stato in seguito riconosciuto dalla Chiesa cattolica.
Era piovuto nel corso di tutta l'apparizione. Alla fine del colloquio di Lucia con la Madonna, nel momento in cui la Santissima Vergine si elevava e che Lucia gridava «Guardate il Sole!», le nuvole si aprirono, lasciando vedere il Sole come un immenso disco d'argento.
Brillava con un'intensità mai vista, ma non accecava. Tutto questo durò solo un attimo.
L'immensa palla cominciò a "ballare". Come una gigantesca ruota di fuoco, il Sole girava velocemente. Si arrestò per un certo tempo, per poi ricominciare a girare su sé stesso vertiginosamente. Quindi i suoi bordi divennero scarlatti e si allontanò nel cielo, come un turbine, spargendo rosse fiamme di fuoco.
Questa luce si rifletteva sul suolo, sulle piante, sugli arbusti, sui volti stessi delle persone e sulle vesti, assumendo tonalità scintillanti e colori diversi. Animato per tre volte da un movimento folle, il globo di fuoco parve tremare, scuotersi e precipitarsi zigzagando sulla folla terrorizzata.
Il tutto durò circa dieci minuti. Finalmente il Sole tornò zigzagando al punto da cui era precipitato, restando di nuovo tranquillo e splendente, con lo stesso fulgore di tutti i giorni. Molte persone notarono che le loro vesti, inzuppate dalla pioggia, erano improvvisamente asciugate. Il miracolo del Sole fu osservato anche da numerosi testimoni posti fuori dal luogo delle apparizioni, fino a quaranta chilometri di distanza.
Moltissimo si è ipotizzato, per ben più di mezzo secolo, sul famoso "Terzo segreto di Fatima", cioè su quella parte del discorso della Madonna, alla sua terza apparizione, che Lucia non riporta nel proprio racconto in quanto la stessa Santissima Vergine le disse: «Questo non lo dite a nessuno. A Francesco sì, potete dirlo».
Le prime due parti - se si vuole "i primi due segreti" del messaggio di Fatima, riguardanti la predizione della Seconda Guerra Mondiale e l'ascesa e il crollo del comunismo in Russia - furono messe per iscritto da suor Lucia nel 1941, su ordine del Vescovo di Leiria e le abbiamo lette prima. Nel 1944, suor Lucia mise per iscritto anche il Terzo segreto e, prima di consegnare all'allora Vescovo di Leiria-Fatima la busta sigillata contenente questa parte del messaggio della Madonna, scrisse sulla busta esterna che poteva essere aperta solo dopo il 1960 o dal Patriarca di Lisbona o dal Vescovo di Leiria. Alla domanda molto diretta posta nel 2000 a suor Lucia dal Mons. Tarcisio Bertone «Perché la scadenza del 1960? È stata la Madonna ad indicare quella data?», suor Lucia aveva risposto: «Non è stata la Signora, ma sono stata io a mettere la data del 1960 perché, secondo la mia intuizione, prima del 1960 non si sarebbe capito: si sarebbe capito solo dopo».
La busta contenente il Terzo segreto di Fatima fu invece aperta, nel 1959, da Papa Giovanni XXIII, che dopo aver letto il segreto decise di rinviare la busta sigillata al Sant'Uffizio e di non rivelarlo. Papa Paolo VI lesse il contenuto nel 1965 e anch'egli si comportò come il suo predecessore. Papa Wojtyla, dopo l'attentato subito il 13 maggio 1981, richiese la busta, di cui lesse il contenuto il 18 luglio 1981, ma lo ha rivelato solo nel 2000, in occasione del passaggio dal Secondo al Terzo millennio (e quando già la sua salute era minata dal Parkinson).
Il testo del Terzo segreto, rivelato a Lucia il 13 luglio 1917 nella Cova di Iria a Fatima, secondo quanto divulgato con un documento ufficiale dal Vaticano il 26 giugno del 2000, è il seguente:
«Scrivo in atto di obbedienza a Voi mio Dio, che me lo comandate per mezzo di sua Ecc.za Rev.ma il Signor Vescovo di Leiria e della Vostra e mia Santissima Madre.
Dopo le due parti che già ho esposto, abbiamo visto al lato sinistro di Nostra Signora un poco più in alto un Angelo con una spada di fuoco nella mano sinistra; scintillando emetteva fiamme che sembrava dovessero incendiare il mondo; ma si spegnevano al contatto dello splendore che Nostra Signora emanava dalla sua mano destra verso di lui: l'Angelo, indicando la terra con la mano destra, con voce forte disse: Penitenza, Penitenza, Penitenza! E vedemmo in una luce immensa che è Dio: "qualcosa di simile a come si vedono le persone in uno specchio quando vi passano davanti" un Vescovo vestito di Bianco "abbiamo avuto il presentimento che fosse il Santo Padre". Vari altri Vescovi, Sacerdoti, religiosi e religiose salire una montagna ripida, in cima alla quale c'era una grande Croce di tronchi grezzi come se fosse di sughero con la corteccia; il Santo Padre, prima di arrivarvi, attraversò una grande città mezza in rovina e mezzo tremulo con passo vacillante, afflitto di dolore e di pena, pregava per le anime dei cadaveri che incontrava nel suo cammino; giunto alla cima del monte, prostrato in ginocchio ai piedi della grande Croce venne ucciso da un gruppo di soldati che gli spararono vari colpi di arma da fuoco e frecce, e allo stesso modo morirono gli uni dopo gli altri i Vescovi Sacerdoti, religiosi e religiose e varie persone secolari, uomini e donne di varie classi e posizioni. Sotto i due bracci della Croce c'erano due Angeli ognuno con un innaffiatoio di cristallo nella mano, nei quali raccoglievano il sangue dei Martiri e con esso irrigavano le anime che si avvicinavano a Dio».          Tuy, 3-1-1944
Il Terzo segreto di Fatima, dunque, pare essere proprio la descrizione di una fase della "fine del mondo", o "fine dei tempi", ed infatti è perfettamente complementare e coerente con la frase finale della Profezia dei Papi di San Malachia riguardante lo stesso argomento, nonché con altre profezie della Madonna che vedremo nelle prossime due sezioni. Il Terzo segreto di Fatima NON è, dunque, la descrizione profetica dell'attentato a Papa Wojtyla, come molti hanno ingenuamente creduto di leggervi. Del resto, se fosse la descrizione dell'attentato al Papa, non avrebbe avuto senso che Giovanni Paolo II ne mantenesse segreto fino al 2000 il contenuto, di cui era venuto a conoscenza nel 1981, pochi giorni dopo l'attentato subìto. Un'indicazione per questa (peraltro evidente) interpretazione del Terzo segreto di Fatima era già stata offerta dalla stessa Suor Lucia in una lettera a Papa Wojtyla del 12 maggio 1982. In essa dice:
«La terza parte del segreto si riferisce alle parole di Nostra Signora: “Se no [si ascolteranno le mie richieste la Russia] spargerà i suoi errori per il mondo, promuovendo guerre e persecuzioni alla Chiesa. I buoni saranno martirizzati, il Santo Padre avrà molto da soffrire, varie nazioni saranno distrutte” (13-VII-1917).
La terza parte del segreto è una rivelazione simbolica, che si riferisce a questa parte del Messaggio, condizionato dal fatto se accettiamo o no ciò che il Messaggio stesso ci chiede: “Se accetteranno le mie richieste, la Russia si convertirà e avranno pace; se no, spargerà i suoi errori per il mondo, etc.”.
Dal momento che non abbiamo tenuto conto di questo appello del Messaggio, verifichiamo che esso si è compiuto, la Russia ha invaso il mondo con i suoi errori. E se non constatiamo ancora la consumazione completa del finale di questa profezia, vediamo che vi siamo incamminati a poco a poco a larghi passi. Se non rinunciamo al cammino di peccato, di odio, di vendetta, di ingiustizia violando i diritti della persona umana, di immoralità e di violenza, etc.
E non diciamo che è Dio che così ci castiga; al contrario sono gli uomini che da se stessi si preparano il castigo. Dio premurosamente ci avverte e chiama al buon cammino, rispettando la libertà che ci ha dato; perciò gli uomini sono responsabili».
Quella di Fatima non è stata certo l'unica serie di apparizioni della Madonna: nel Ventesimo secolo ve ne sono state altre due almeno altrettanto importanti, la prima delle quali continua ancora oggi e merita molta attenzione in relazione al tema del "quando" della "fine del mondo": queste due serie di apparizioni mariane sono avvenute a Medjugorje e a Garabandal.


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