Buongiorno, oggi è il 13 maggio.
Il 13 maggio 1981 è un mercoledì come tanti in piazza San Pietro a Roma, un giorno come al solito dedicato all'udienza papale. Giovanni Paolo II, quel mercoledì, si offre ad un bagno di folla. Su di una vettura scoperta per due volte fa il giro del sagrato, a dire il vero non molto affollato. Tra le teste dei fedeli spunta una pistola. Il killer in agguato è un ottimo tiratore. Spara due colpi. Un primo proiettile spezza l'indice della mano sinistra del pontefice e gli penetra profondamente nel ventre. La seconda pallottola lo colpisce di striscio al gomito e, rimbalzando, ferisce leggermente due pellegrine americane. La veste bianca del papa si macchia di sangue. In fretta Giovanni Paolo II viene ricoverato agonizzante al policlinico Gemelli: resterà in camera operatoria per più di cinque ore. Un'operazione delicatissima per quel proiettile che penetrando nell'addome ha perforato l'osso sacro, tranciando in più punti l'intestino. L'attentatore, braccato dalla folla, è un turco, Ali Agca, un musulmano fanatico, legato ai Lupi Grigi, un gruppo dell'estrema destra, implicato nel traffico di stupefacenti. Evaso dalle carceri turche, Agca nel suo paese è stato condannato a morte in contumacia per aver assassinato il direttore di un quotidiano turco, Milliyet, che due anni prima aveva pubblicato una sua lettera nella quale annunciava di voler uccidere il Papa, se lo stesso non avesse rinunciato ad un suo viaggio in Turchia.
Il 22 luglio 1981, dopo tre giorni di processo per direttissima, i giudici della corte di Assise condannarono Mehmet Ali Ağca all’ergastolo per "Tentato omicidio di Capo di Stato Estero". Ali Ağca rinunciò a presentare appello contro la sentenza di condanna che motivava la pena, esplicitando che l’attentato "non fu opera di un maniaco, ma venne preparato da un’organizzazione eversiva rimasta nell’ombra". La difesa sostenne, invece, che Ali Ağca aveva agito da solo, in preda ad una schizofrenia paranoica, mossa dal desiderio di diventare un eroe del mondo musulmano. Il 12 marzo 1982 il Consiglio nazionale di sicurezza turco confermò la condanna a morte di Ali Ağca per l’uccisione del giornalista. Una successiva amnistia commuta la pena in dieci anni di detenzione. Nel 1982, tuttavia, Ali Ağca cambiò versione ed iniziò a parlare di una pista bulgara che avrebbe collegato l’attentato al Papa ai servizi segreti della Bulgaria. Venne anche individuato un presunto complice, Oral Celik, che sarebbe intervenuto in caso di fallimento di Ali Ağca. Nel 1983 Giovanni Paolo II, due giorni dopo Natale fece visita all'attentatore nel carcere di Rebibbia. I due parlarono da soli per lungo tempo e la loro conversazione è rimasta ancora oggi privata. La sentenza del 29 marzo 1986 non riusci a dimostrare la tesi del complotto bulgaro. Il 20 febbraio 1987 il Papa ricevette in udienza la madre ed il fratello di Ali Ağca i quali gli chiesero di intercedere per la grazia. La buona condotta in carcere diminuì ulteriormente la pena: infatti il 25 maggio 1989 il Tribunale di sorveglianza di Ancona gli concesse una riduzione di 720 giorni di reclusione; il 9 gennaio 1994 la riduzione fu di altri 405 giorni; il 18 dicembre 1995 di 180 giorni. Tali provvedimenti consentirono di abbreviare il termine di 26 anni di reclusione, scontati i quali un ergastolano in base al diritto italiano può chiedere la libertà condizionata.
Ali Ağca, nel settembre del 1996, presentò nuovamente la domanda di grazia o in subordine l’espiazione della pena in Turchia. Il 13 giugno 2000, il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi concesse la grazia dopo che la Santa Sede si era dichiarata "non contraria" al provvedimento. In questo modo, il giorno successivo Ali Ağca viene estradato dall’Italia e giunge ad Istanbul. In Turchia, nel carcere di massima sicurezza di Kartal, Ali Ağca da questo momento in poi dovrà scontare 3.492 giorni, cioè i dieci anni per l'assassinio del giornalista Abdi Ipekci, durante i quali era evaso in precedenza. Il 18 luglio 2001 un provvedimento del Tribunale costituzionale turco predispose un allargamento dei reati beneficiari di amnistia. L’avvocato di Ali Ağca, Şevket Can Ozbay, ritenne che in base al provvedimento fosse possibile scontare completamente la pena dei dieci anni di detenzione per l’omicidio del giornalista. Se tale interpretazione fosse risultata valida ad Ali Ağca non sarebbero rimasti che altri cinque anni di prigione, avendo già scontato due anni e due mesi.
Il 12 gennaio 2006 uscì dal carcere di Kartal a Istanbul. Per un breve periodo se ne persero le tracce dal momento che non si presentò in questura come avrebbe dovuto, asserendo in seguito di aver voluto evitare la calca dei giornalisti. Dopo soli nove giorni di libertà la Corte suprema turca ordinò che Ali Ağca fosse nuovamente imprigionato per un errato computo nella diminuzione della pena. Ali Ağca è stato scarcerato il 18 gennaio 2010 dall'istituto di pena di Sincan, alla periferia di Ankara. All'atto della scarcerazione ha dichiarato di essere in realtà il Cristo, di voler riscrivere la Bibbia ed ha preannunciato l'apocalisse. Nel febbraio del medesimo anno ha incontrato Pietro Orlandi (fratello di Emanuela) rivelandogli che la sorella, rapita nel lontano 1983, è ancora viva e sta bene. Lo stesso Ali Ağca si è impegnato a contattare i suoi carcerieri per provvedere alla sua liberazione.
Le inchieste, soprattutto quella sulla cosiddetta «pista bulgara», che attribuiva ai servizi segreti di Sofia – in combutta con Mosca – l’attentato contro il Papa polacco diventato una minaccia, non hanno portato a nulla di fatto. Non si sono individuati i mandanti, non ha un nome chi ideò l’uccisione del Pontefice venuto dall’Est.
È vero che molti pensano che l’attentato al Papa sia stato ordito a Mosca. È peraltro innegabile che Wojtyla desse fastidio ai sovietici, come pure è fuori dubbio che i sovietici, in quel momento non certo governati da una squadra di mammolette, fossero preoccupati perché avevano cominciato a vedere che cosa il Papa polacco stesse significando per il suo Paese, la Polonia. Convinti della matrice sovietica dell’attentato (seppure ordito attraverso la manovalanza dei bulgari) erano collaboratori stretti di Giovanni Paolo II, come il cardinale Agostino Casaroli, deceduto nel 1998 e l’allora monsignor Achille Silvestrini, poi divenuto cardinale, deceduto l'anno scorso. Convinto dell’esistenza di mandanti a Mosca era anche il segretario del Papa, Stanislaw Dziwisz.
C’è da chiedersi perché, anche dopo la caduta del Muro di Berlino e il successivo dissolversi dell’Unione Sovietica, dagli archivi non fossero mai emerse prove convincenti e consistenti del coinvolgimento sovietico nel tentato assassinio di Giovanni Paolo II. Nulla è emerso neanche dopo la morte di Papa Wojtyla. Quell’attentato, più di quarant’anni dopo, è consegnato alla storia, eppure rimane ancora avvolto nel mistero perché l’unico uomo che conosce la verità, l’intelligentissimo Alì Agca, ha raccontato un’infinità di versioni diverse, finendo per confondere tutto e tutti.
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mercoledì 13 maggio 2026
mercoledì 15 novembre 2023
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 15 novembre.
Il 15 novembre 1848 Pellegrino Rossi, primo ministro del papa Pio IX, viene assassinato sulle scale della Cancelleria, poco tempo prima della fuga del Papa verso Gaeta. Un delitto ancora avvolto nel mistero.
Chi decretò la sua condanna a morte e soprattutto quali responsabilità particolari aveva? Pellegrino Rossi non fu ministro della Giustizia, ma, nella sostanza, primo ministro del Papa: e soprattutto non fu reazionario. Chi vuole maggiori informazioni sulla sua persona e sulle circostanze del suo assassinio nel palazzo della Cancelleria, il 25 novembre 1848, potrà leggere un libro di Giulio Andreotti apparso presso Rizzoli nel 1974 («Ore 13: il ministro deve morire»). Consigliato anche agli studiosi di Andreotti. Scopriranno che il vecchio uomo politico democristiano, molto noto anche per le sue frequentazioni vaticane, non sembrava avere grande considerazione né per il talento politico né addirittura per le doti intellettuali di Pio IX. Nella storia italiana dell' Ottocento Pellegrino Rossi è un outsider, un personaggio molto interessante e difficilmente classificabile. Nacque a Carrara nel 1787, fece i suoi studi a Bologna e fu partigiano di Gioacchino Murat quando questi, dopo la caduta di Napoleone, cercò di riconquistare il trono di Napoli. Costretto a lasciare l' Italia dopo il fallimento dell'impresa, trovò asilo a Ginevra dove divenne cittadino svizzero, fece una brillante carriera accademica, fu eletto al Consiglio rappresentativo del cantone e venne incaricato di progettare una nuova Costituzione federale.
Propose un «Patto» che avrebbe modificato i rapporti di forza fra cantoni e governo centrale. Ma i cantoni reagirono polemicamente e Rossi preferì andarsene a Parigi dove divenne professore di economia politica al Collège de France e di diritto costituzionale alla Sorbona. Le sue idee piacquero al maggiore statista liberale della Francia di allora, François Guizot, e Rossi, in poco più di dieci anni, ebbe la cittadinanza francese, fu incaricato di una missione speciale presso il Vaticano, divenne conte, pari di Francia e finalmente, dal 1845, ambasciatore del suo nuovo Paese presso la Santa Sede.
Era a Roma dunque quando il Conclave elesse un nuovo Papa nella persona di Pio IX. Ed era a Roma quando la rivoluzione francese del marzo 1848 detronizzò Luigi Filippo, costrinse Guizot a fuggire in Inghilterra e instaurò la repubblica. Rossi perdette il posto, naturalmente, ma rimase a Roma, dove sapeva di poter contare sulla simpatia di un Papa a cui aveva dato molti buoni consigli nel periodo in cui Pio IX sembrò essere la guida morale di un grande Risorgimento nazionale. Fu così che nell'estate del 1848, dopo avere concesso ai suoi sudditi una Costituzione, Papa Mastai dette a Pellegrino Rossi la cittadinanza dei suoi Stati e lo chiamò a dirigere il governo. Non credo esista un altro uomo politico, nella storia dell' Ottocento, che abbia avuto tre cittadinanze e importanti incarichi politici in tre diversi Paesi.
Divenuto il Primo ministro di Pio IX, si buttò nel lavoro con grande entusiasmo. Voleva abolire i privilegi feudali, sopprimere le esenzioni fiscali, separare il potere secolare da quello ecclesiastico. E credette di potere realizzare questi obiettivi grazie al sostegno del Papa. Ma le sue riforme erano intollerabilmente liberali per la Curia, pericolosamente egualitarie per i conservatori, insufficientemente democratiche per i patrioti: troppi nemici per un uomo che Pio IX, a giudicare dal libro di Andreotti, stava gradualmente abbandonando. L' epilogo della breve carriera romana di Pellegrino Rossi cadde nel giorno in cui avrebbe dovuto pronunciare un importante discorso nel palazzo della Cancelleria di fronte ai membri, da poco eletti, del nuovo parlamento. Molti, fra cui lo stesso Papa, lo avevano esortato nelle ore precedenti a essere prudente. Erano suggerimenti amichevoli, ma anche forme di intimidazione. Rossi non volle dare retta a nessuno e mantenne l'impegno. Ma quando uscì dalla carrozza nel cortile della Cancelleria e una folla di dimostranti si strinse intorno alla sua persona, un uomo lo toccò alla gamba con un bastone. Era un segnale. Non appena Rossi si voltò di scatto, il pugnale di un assassino gli troncò la vena giugulare.
Vi fu un processo, parecchi anni dopo. I giudici esaminarono un certo numero di imputati, ritennero di avere individuato i membri del complotto e il materiale esecutore dell' assassinio. Ma non seppero o non vollero scoprire chi, dietro le quinte, avesse desiderato e progettato la morte di Pellegrino Rossi. Sembra del resto che Pio IX, quando gli fu data la notizia della morte, abbia detto: «Doveva finire così perché si era reso inviso a tutti».
Il 15 novembre 1848 Pellegrino Rossi, primo ministro del papa Pio IX, viene assassinato sulle scale della Cancelleria, poco tempo prima della fuga del Papa verso Gaeta. Un delitto ancora avvolto nel mistero.
Chi decretò la sua condanna a morte e soprattutto quali responsabilità particolari aveva? Pellegrino Rossi non fu ministro della Giustizia, ma, nella sostanza, primo ministro del Papa: e soprattutto non fu reazionario. Chi vuole maggiori informazioni sulla sua persona e sulle circostanze del suo assassinio nel palazzo della Cancelleria, il 25 novembre 1848, potrà leggere un libro di Giulio Andreotti apparso presso Rizzoli nel 1974 («Ore 13: il ministro deve morire»). Consigliato anche agli studiosi di Andreotti. Scopriranno che il vecchio uomo politico democristiano, molto noto anche per le sue frequentazioni vaticane, non sembrava avere grande considerazione né per il talento politico né addirittura per le doti intellettuali di Pio IX. Nella storia italiana dell' Ottocento Pellegrino Rossi è un outsider, un personaggio molto interessante e difficilmente classificabile. Nacque a Carrara nel 1787, fece i suoi studi a Bologna e fu partigiano di Gioacchino Murat quando questi, dopo la caduta di Napoleone, cercò di riconquistare il trono di Napoli. Costretto a lasciare l' Italia dopo il fallimento dell'impresa, trovò asilo a Ginevra dove divenne cittadino svizzero, fece una brillante carriera accademica, fu eletto al Consiglio rappresentativo del cantone e venne incaricato di progettare una nuova Costituzione federale.
Propose un «Patto» che avrebbe modificato i rapporti di forza fra cantoni e governo centrale. Ma i cantoni reagirono polemicamente e Rossi preferì andarsene a Parigi dove divenne professore di economia politica al Collège de France e di diritto costituzionale alla Sorbona. Le sue idee piacquero al maggiore statista liberale della Francia di allora, François Guizot, e Rossi, in poco più di dieci anni, ebbe la cittadinanza francese, fu incaricato di una missione speciale presso il Vaticano, divenne conte, pari di Francia e finalmente, dal 1845, ambasciatore del suo nuovo Paese presso la Santa Sede.
Era a Roma dunque quando il Conclave elesse un nuovo Papa nella persona di Pio IX. Ed era a Roma quando la rivoluzione francese del marzo 1848 detronizzò Luigi Filippo, costrinse Guizot a fuggire in Inghilterra e instaurò la repubblica. Rossi perdette il posto, naturalmente, ma rimase a Roma, dove sapeva di poter contare sulla simpatia di un Papa a cui aveva dato molti buoni consigli nel periodo in cui Pio IX sembrò essere la guida morale di un grande Risorgimento nazionale. Fu così che nell'estate del 1848, dopo avere concesso ai suoi sudditi una Costituzione, Papa Mastai dette a Pellegrino Rossi la cittadinanza dei suoi Stati e lo chiamò a dirigere il governo. Non credo esista un altro uomo politico, nella storia dell' Ottocento, che abbia avuto tre cittadinanze e importanti incarichi politici in tre diversi Paesi.
Divenuto il Primo ministro di Pio IX, si buttò nel lavoro con grande entusiasmo. Voleva abolire i privilegi feudali, sopprimere le esenzioni fiscali, separare il potere secolare da quello ecclesiastico. E credette di potere realizzare questi obiettivi grazie al sostegno del Papa. Ma le sue riforme erano intollerabilmente liberali per la Curia, pericolosamente egualitarie per i conservatori, insufficientemente democratiche per i patrioti: troppi nemici per un uomo che Pio IX, a giudicare dal libro di Andreotti, stava gradualmente abbandonando. L' epilogo della breve carriera romana di Pellegrino Rossi cadde nel giorno in cui avrebbe dovuto pronunciare un importante discorso nel palazzo della Cancelleria di fronte ai membri, da poco eletti, del nuovo parlamento. Molti, fra cui lo stesso Papa, lo avevano esortato nelle ore precedenti a essere prudente. Erano suggerimenti amichevoli, ma anche forme di intimidazione. Rossi non volle dare retta a nessuno e mantenne l'impegno. Ma quando uscì dalla carrozza nel cortile della Cancelleria e una folla di dimostranti si strinse intorno alla sua persona, un uomo lo toccò alla gamba con un bastone. Era un segnale. Non appena Rossi si voltò di scatto, il pugnale di un assassino gli troncò la vena giugulare.
Vi fu un processo, parecchi anni dopo. I giudici esaminarono un certo numero di imputati, ritennero di avere individuato i membri del complotto e il materiale esecutore dell' assassinio. Ma non seppero o non vollero scoprire chi, dietro le quinte, avesse desiderato e progettato la morte di Pellegrino Rossi. Sembra del resto che Pio IX, quando gli fu data la notizia della morte, abbia detto: «Doveva finire così perché si era reso inviso a tutti».
giovedì 10 agosto 2023
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 10 agosto.
Il 10 agosto 1492 Rodrigo Borgia assurge al soglio di Pietro col nome di Alessandro VI.
Roderic Llançol Borja y Borya, italianizzato Rodrigo Borgia, nasce a Xativa vicino Valencia il giorno 1 gennaio 1431. Sale al soglio pontificio con il nome di Alessandro VI nel 1492 ed è il 214° Papa della Chiesa di Roma. Probabilmente si tratta del Papa più controverso della storia cattolica, che peraltro di figure controverse ne ha avute parecchie in passato.
Si trasferisce in Italia giovanissimo e studia giurisprudenza all'università di Bologna. Rodrigo Borgia ha avuto la fortuna di essere nipote di Alonso Borgia ovvero Papa Callisto III, fratello di sua madre Isabella. Rodrigo è il protetto di suo zio che lo nomina cardinale alla giovanissima età di 25 anni.
Fin dalla giovane età ha una condotta di vita dissoluta, infatti quando arriva a Roma ha già almeno un figlio illegittimo; dal 1457 è Cancelliere della Santa Sede, carica che gli permette di diventare il secondo cardinale più ricco di Roma. Anche se suo zio Callisto III muore nel 1458, conserva la sua importante carica con i quattro pontefici a venire, prima di diventare lui stesso Papa. Continua la sua vita licenziosa avendo numerose amanti; dal 1460 si concede un'amante fissa, la nobildonna romana Giovanna Cattanei detta Vannozza, dalla quale avrà addirittura quattro figli, naturalmente illegittimi, Giovanni, Cesare, Lucrezia e Goffredo.
Alessandro VI avrà anche un'altra figlia, Laura, anche questa da una nobildonna (Giulia Farnese) e numerosi altri figli da donne sconosciute.
Originaria dell'alto Lazio, dotata di un fascino tale da valerle fra i contemporanei l'appellativo di Giulia la Bella, la Farnese è descritta come una donna dalla statura media, le forme proporzionate, la carnagione perlacea e grandi occhi neri in un viso aggraziato e rotondo, incorniciato da una lunga capigliatura corvina che ella soleva schiarire secondo i canoni della moda del tempo. Fu proprio la sua avvenenza ad aprire a lei e alla sua famiglia la via del potere e della ricchezza, dando inizio alle tante fortune che segneranno il destino di casa Farnese.
La sua descrizione fisica ci è giunta grazie a dei frammenti di lettere scritte dai suoi contemporanei. Per esempio, un corrispondente di Cesare Borgia dalla corte di Pesaro ci parla di niger oculos. Lorenzo Pucci, marito della sorella Gerolama scrive al fratello “ha la più bella capigliatura che possa immaginarsi”. Le sue dame di corte raccontavano che per evidenziare la sua carnagione chiara era solita dormire in lenzuola di seta nera.
Rodrigo trama per diventare Papa fino a riuscirci nel 1492, anno della scoperta dell'America, corrompendo un numero spropositato di cardinali e promettendo promozioni e favori. Una volta eletto Papa, Alessandro VI si premura velocemente di onorare gli impegni che aveva preso durante il conclave con i cardinali che avevano contribuito alla sua nomina; per esempio al cardinale Ascanio Sforza, che tanto si era prodigato per la sua elezione, dona il palazzo padronale della famiglia Borgia, oltre a nominarlo Vicecancelliere.
Ai numerosi altri cardinali suoi alleati non lesina doni in quantità. Il Papa Borgia si ritrova all'inizio del suo mandato a fronteggiare egregiamente il caos in cui era caduta Roma durante il periodo dopo la morte di Innocenzo VIII e compie importanti riforme.
Rodrigo non disdegna la simonia e in quanto a nepotismo riesce a fare addirittura meglio di quanto suo zio Alonso avesse fatto con lui, infatti nomina cardinale all'età di diciotto anni suo figlio Cesare, che dopo cinque anni però dismette la porpora cardinalizia e sposa la cugina del re di Francia diventando il Duca del Valentinois.
Già nel 1493, dopo solo un anno di pontificato, Alessandro VI si trova a fronteggiare una notevole crisi politica in Italia: Carlo VIII, re di Francia, avanza diritti sul Regno di Napoli e questo preoccupa il Papa che non vuole un nemico così potente al confine con lo Stato Pontificio, pertanto si allea con gli Aragonesi, legittimi regnanti di Napoli.
Il Re francese è infastidito dal comportamento del pontefice e scende in Italia a capo del suo esercito; il Papa è costretto a scendere a patti e concede ai Francesi il passaggio in cambio di un giuramento di obbedienza. E' il 22 febbraio del 1495 quando l'esercito francese entra a Napoli.
Questa facile conquista scatena la reazione antifrancese della Lega Santa, una coalizione che comprende la Spagna, il Papa, gli Asburgo, Milano e Venezia. Il 6 luglio a Fornovo avviene la battaglia tra le forze della coalizione e i Francesi: Carlo VIII ne esce sconfitto ma riesce a ripiegare in Francia; gli Aragonesi riprendono il Regno di Napoli.
Il pontefice spagnolo è anche responsabile della bolla papale Inter Caetera per regolare la contesa territoriale tra Spagna e Portogallo sui territori del Nuovo Mondo. Tale bolla stabilisce che tutte le terre a 100 leghe dall'isola di Capo Verde siano spagnole, escludendo di fatto il Portogallo dall'America; questa decisione a favore della Spagna è facilmente comprensibile essendo il Papa spagnolo. La bolla, troppo penalizzante per i portoghesi, viene cambiata in seguito dal Trattato di Tordesillas che sposta molto più ad ovest la linea di confine, permettendo così al Portogallo il dominio sul Brasile.
Un'altra grana per Alessandro VI è rappresentata dal suo ambiziosissimo figlio Cesare (magistralmente descritto da Niccolò Machiavelli), che dopo aver sposato la cugina del nuovo Re di Francia (Luigi XII) si mette in testa di creare un proprio ducato in Romagna. Per realizzare questa impresa servono molti soldi e il Valentino (soprannome di Cesare dopo l'investitura a Duca di Valentinois) si rivolge al suo potente padre, il quale non esita a vendere ben dodici titoli di cardinale ricavandone una quantità molto cospicua di denaro con il quale finanzia i progetti del figlio.
Cesare riesce a conquistare parecchie città della Romagna tra cui Pesaro, Urbino, Forlì, Rimini e viene effettivamente investito della carica di Duca di Romagna dal padre. I progetti di potere di Cesare Borgia comprendono anche la Toscana, ma la morte improvvisa del padre ne ferma irrimediabilmente l'ascesa.
Papa Alessandro VI Borgia muore il 18 agosto del 1503 a Roma, probabilmente a causa della malaria, ma un'altra plausibile versione parlerebbe di avvelenamento per errore; i Borgia sono storicamente noti per essere molto avvezzi all'uso del veleno per eliminare gli avversari politici. Si pensa che il veleno fosse destinato al cardinale Adriano Castellesi durante un banchetto, ma per sbaglio sarebbe stato bevuto dal Papa Borgia; a conferma di tale fatto vi sono testimonianze dell'epoca che parlano di evidenti segni di avvelenamento sul cadavere del pontefice.
Il 10 agosto 1492 Rodrigo Borgia assurge al soglio di Pietro col nome di Alessandro VI.
Roderic Llançol Borja y Borya, italianizzato Rodrigo Borgia, nasce a Xativa vicino Valencia il giorno 1 gennaio 1431. Sale al soglio pontificio con il nome di Alessandro VI nel 1492 ed è il 214° Papa della Chiesa di Roma. Probabilmente si tratta del Papa più controverso della storia cattolica, che peraltro di figure controverse ne ha avute parecchie in passato.
Si trasferisce in Italia giovanissimo e studia giurisprudenza all'università di Bologna. Rodrigo Borgia ha avuto la fortuna di essere nipote di Alonso Borgia ovvero Papa Callisto III, fratello di sua madre Isabella. Rodrigo è il protetto di suo zio che lo nomina cardinale alla giovanissima età di 25 anni.
Fin dalla giovane età ha una condotta di vita dissoluta, infatti quando arriva a Roma ha già almeno un figlio illegittimo; dal 1457 è Cancelliere della Santa Sede, carica che gli permette di diventare il secondo cardinale più ricco di Roma. Anche se suo zio Callisto III muore nel 1458, conserva la sua importante carica con i quattro pontefici a venire, prima di diventare lui stesso Papa. Continua la sua vita licenziosa avendo numerose amanti; dal 1460 si concede un'amante fissa, la nobildonna romana Giovanna Cattanei detta Vannozza, dalla quale avrà addirittura quattro figli, naturalmente illegittimi, Giovanni, Cesare, Lucrezia e Goffredo.
Alessandro VI avrà anche un'altra figlia, Laura, anche questa da una nobildonna (Giulia Farnese) e numerosi altri figli da donne sconosciute.
Originaria dell'alto Lazio, dotata di un fascino tale da valerle fra i contemporanei l'appellativo di Giulia la Bella, la Farnese è descritta come una donna dalla statura media, le forme proporzionate, la carnagione perlacea e grandi occhi neri in un viso aggraziato e rotondo, incorniciato da una lunga capigliatura corvina che ella soleva schiarire secondo i canoni della moda del tempo. Fu proprio la sua avvenenza ad aprire a lei e alla sua famiglia la via del potere e della ricchezza, dando inizio alle tante fortune che segneranno il destino di casa Farnese.
La sua descrizione fisica ci è giunta grazie a dei frammenti di lettere scritte dai suoi contemporanei. Per esempio, un corrispondente di Cesare Borgia dalla corte di Pesaro ci parla di niger oculos. Lorenzo Pucci, marito della sorella Gerolama scrive al fratello “ha la più bella capigliatura che possa immaginarsi”. Le sue dame di corte raccontavano che per evidenziare la sua carnagione chiara era solita dormire in lenzuola di seta nera.
Rodrigo trama per diventare Papa fino a riuscirci nel 1492, anno della scoperta dell'America, corrompendo un numero spropositato di cardinali e promettendo promozioni e favori. Una volta eletto Papa, Alessandro VI si premura velocemente di onorare gli impegni che aveva preso durante il conclave con i cardinali che avevano contribuito alla sua nomina; per esempio al cardinale Ascanio Sforza, che tanto si era prodigato per la sua elezione, dona il palazzo padronale della famiglia Borgia, oltre a nominarlo Vicecancelliere.
Ai numerosi altri cardinali suoi alleati non lesina doni in quantità. Il Papa Borgia si ritrova all'inizio del suo mandato a fronteggiare egregiamente il caos in cui era caduta Roma durante il periodo dopo la morte di Innocenzo VIII e compie importanti riforme.
Rodrigo non disdegna la simonia e in quanto a nepotismo riesce a fare addirittura meglio di quanto suo zio Alonso avesse fatto con lui, infatti nomina cardinale all'età di diciotto anni suo figlio Cesare, che dopo cinque anni però dismette la porpora cardinalizia e sposa la cugina del re di Francia diventando il Duca del Valentinois.
Già nel 1493, dopo solo un anno di pontificato, Alessandro VI si trova a fronteggiare una notevole crisi politica in Italia: Carlo VIII, re di Francia, avanza diritti sul Regno di Napoli e questo preoccupa il Papa che non vuole un nemico così potente al confine con lo Stato Pontificio, pertanto si allea con gli Aragonesi, legittimi regnanti di Napoli.
Il Re francese è infastidito dal comportamento del pontefice e scende in Italia a capo del suo esercito; il Papa è costretto a scendere a patti e concede ai Francesi il passaggio in cambio di un giuramento di obbedienza. E' il 22 febbraio del 1495 quando l'esercito francese entra a Napoli.
Questa facile conquista scatena la reazione antifrancese della Lega Santa, una coalizione che comprende la Spagna, il Papa, gli Asburgo, Milano e Venezia. Il 6 luglio a Fornovo avviene la battaglia tra le forze della coalizione e i Francesi: Carlo VIII ne esce sconfitto ma riesce a ripiegare in Francia; gli Aragonesi riprendono il Regno di Napoli.
Il pontefice spagnolo è anche responsabile della bolla papale Inter Caetera per regolare la contesa territoriale tra Spagna e Portogallo sui territori del Nuovo Mondo. Tale bolla stabilisce che tutte le terre a 100 leghe dall'isola di Capo Verde siano spagnole, escludendo di fatto il Portogallo dall'America; questa decisione a favore della Spagna è facilmente comprensibile essendo il Papa spagnolo. La bolla, troppo penalizzante per i portoghesi, viene cambiata in seguito dal Trattato di Tordesillas che sposta molto più ad ovest la linea di confine, permettendo così al Portogallo il dominio sul Brasile.
Un'altra grana per Alessandro VI è rappresentata dal suo ambiziosissimo figlio Cesare (magistralmente descritto da Niccolò Machiavelli), che dopo aver sposato la cugina del nuovo Re di Francia (Luigi XII) si mette in testa di creare un proprio ducato in Romagna. Per realizzare questa impresa servono molti soldi e il Valentino (soprannome di Cesare dopo l'investitura a Duca di Valentinois) si rivolge al suo potente padre, il quale non esita a vendere ben dodici titoli di cardinale ricavandone una quantità molto cospicua di denaro con il quale finanzia i progetti del figlio.
Cesare riesce a conquistare parecchie città della Romagna tra cui Pesaro, Urbino, Forlì, Rimini e viene effettivamente investito della carica di Duca di Romagna dal padre. I progetti di potere di Cesare Borgia comprendono anche la Toscana, ma la morte improvvisa del padre ne ferma irrimediabilmente l'ascesa.
Papa Alessandro VI Borgia muore il 18 agosto del 1503 a Roma, probabilmente a causa della malaria, ma un'altra plausibile versione parlerebbe di avvelenamento per errore; i Borgia sono storicamente noti per essere molto avvezzi all'uso del veleno per eliminare gli avversari politici. Si pensa che il veleno fosse destinato al cardinale Adriano Castellesi durante un banchetto, ma per sbaglio sarebbe stato bevuto dal Papa Borgia; a conferma di tale fatto vi sono testimonianze dell'epoca che parlano di evidenti segni di avvelenamento sul cadavere del pontefice.
domenica 22 gennaio 2023
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 22 gennaio.
Il 22 gennaio 1506 viene istituito il corpo delle guardie svizzere del Papa.
A Roma, sono popolarissime. Attirano lo sguardo. Non c’è turista, pellegrino, viandante che, passando davanti ad un ingresso del Vaticano, non si fermi incuriosito a osservare le famose “Guardie Svizzere” che, immobili come statue, presidiano ogni entrata. Vengono fotografate e filmate. Sono guardie belle, giovani, prestanti, aitanti, di statura superiore alla media. Ma anche un po’ buffe con quelle loro divise colorate, dalle fogge cinquecentesche, gli elmi piumati, armate di antiche alabarde: sembrano esseri inventati, piovuti nel nostro tempo da un altro pianeta.
Eppure, quelle “guardie” formano l’esercito di uno Stato: lo Stato del Vaticano. Stato molto piccolo geograficamente. Infatti, ha una superficie di appena 44 ettari, corrispondenti a meno di mezzo chilometro quadrato.
L’esercito di questo singolare Stato è costituito da appena un centinaio di soldati, che vengono chiamati “Guardie svizzere” perché, per tradizione, provengono tutti dalla Confederazione elvetica. E’ un esercito piccolissimo, ma antico. Il più piccolo esercito del mondo e il più antico. Infatti, vanta già 500 anni di vita. Le Guardie Svizzere arrivarono a Roma il 21 gennaio 1506. Il giorno dopo, 22 gennaio, presero servizio e iniziò la loro storia.
Nel Medioevo e nel Rinascimento, la Svizzera era un paese molto povero. Per vivere, gli uomini facevano i mercenari. I soldati elvetici, per la loro forza d’animo, i nobili sentimenti e la fedeltà proverbiale, erano ritenuti invincibili. Erano i migliori soldati del tempo e per questo erano richiesti dalle varie nazioni. Senza cavalleria e con poca artiglieria, avevano inventato una tattica di movimento superiore a tutte le altre. In battaglia erano delle muraglie semoventi, irte di ferro e impenetrabili. Già nel 13° e 14° secolo, un gran numero di soldati svizzeri militavano in Germania e in Italia. Alla fine del 1400, scesero in Italia con l’esercito di Carlo VIII per una guerra contro Napoli. Con l’esercito di Carlo VIII c’era anche il generale Giuliano Della Rovere, che era cardinale ma anche valoroso uomo d’arme e, vedendo questi mercenari svizzeri in battaglia, ne rimase conquistato. Qualche anno dopo, divenuto Papa con il nome di Giulio II, volle, come sua guardia del corpo, un manipolo di soldati svizzeri.
In occasione del sacco di Roma (1527) da parte delle truppe imperiali di Carlo V, le guardie svizzere dimostrarono la loro devozione al pontefice combattendo eroicamente in sua difesa: ne morirono 147; soltanto 42 poterono salvarsi rifugiandosi con il papa Clemente VII in Castel Sant’Angelo.
Con la conquista di Roma da parte delle truppe italiane nel 1870, le guardie svizzere rimasero a difesa personale del papa nei suoi alloggi, e papa Pio X nel 1914 decise di fissare il numero dei militi che compongono questo speciale corpo a 100, più sei ufficiali, tra cui il comandante che ha il grado di colonnello. Durante la Seconda guerra mondiale papa Pio XII ampliò temporaneamente il corpo delle guardie svizzere che fu portato a oltre 300 effettivi, sia per dare rifugio ai molti sfollati sia per dare una maggiore stabilità alla Città del Vaticano.
Il costume a righe oro, blu e rosso è attribuito dalla tradizione a Raffaello e a Michelangelo, ma sembra che Raffaello abbia solo ispirato la manica rigonfia e che Michelangelo non se ne sia mai occupato.
Il 22 gennaio 1506 viene istituito il corpo delle guardie svizzere del Papa.
A Roma, sono popolarissime. Attirano lo sguardo. Non c’è turista, pellegrino, viandante che, passando davanti ad un ingresso del Vaticano, non si fermi incuriosito a osservare le famose “Guardie Svizzere” che, immobili come statue, presidiano ogni entrata. Vengono fotografate e filmate. Sono guardie belle, giovani, prestanti, aitanti, di statura superiore alla media. Ma anche un po’ buffe con quelle loro divise colorate, dalle fogge cinquecentesche, gli elmi piumati, armate di antiche alabarde: sembrano esseri inventati, piovuti nel nostro tempo da un altro pianeta.
Eppure, quelle “guardie” formano l’esercito di uno Stato: lo Stato del Vaticano. Stato molto piccolo geograficamente. Infatti, ha una superficie di appena 44 ettari, corrispondenti a meno di mezzo chilometro quadrato.
L’esercito di questo singolare Stato è costituito da appena un centinaio di soldati, che vengono chiamati “Guardie svizzere” perché, per tradizione, provengono tutti dalla Confederazione elvetica. E’ un esercito piccolissimo, ma antico. Il più piccolo esercito del mondo e il più antico. Infatti, vanta già 500 anni di vita. Le Guardie Svizzere arrivarono a Roma il 21 gennaio 1506. Il giorno dopo, 22 gennaio, presero servizio e iniziò la loro storia.
Nel Medioevo e nel Rinascimento, la Svizzera era un paese molto povero. Per vivere, gli uomini facevano i mercenari. I soldati elvetici, per la loro forza d’animo, i nobili sentimenti e la fedeltà proverbiale, erano ritenuti invincibili. Erano i migliori soldati del tempo e per questo erano richiesti dalle varie nazioni. Senza cavalleria e con poca artiglieria, avevano inventato una tattica di movimento superiore a tutte le altre. In battaglia erano delle muraglie semoventi, irte di ferro e impenetrabili. Già nel 13° e 14° secolo, un gran numero di soldati svizzeri militavano in Germania e in Italia. Alla fine del 1400, scesero in Italia con l’esercito di Carlo VIII per una guerra contro Napoli. Con l’esercito di Carlo VIII c’era anche il generale Giuliano Della Rovere, che era cardinale ma anche valoroso uomo d’arme e, vedendo questi mercenari svizzeri in battaglia, ne rimase conquistato. Qualche anno dopo, divenuto Papa con il nome di Giulio II, volle, come sua guardia del corpo, un manipolo di soldati svizzeri.
In occasione del sacco di Roma (1527) da parte delle truppe imperiali di Carlo V, le guardie svizzere dimostrarono la loro devozione al pontefice combattendo eroicamente in sua difesa: ne morirono 147; soltanto 42 poterono salvarsi rifugiandosi con il papa Clemente VII in Castel Sant’Angelo.
Con la conquista di Roma da parte delle truppe italiane nel 1870, le guardie svizzere rimasero a difesa personale del papa nei suoi alloggi, e papa Pio X nel 1914 decise di fissare il numero dei militi che compongono questo speciale corpo a 100, più sei ufficiali, tra cui il comandante che ha il grado di colonnello. Durante la Seconda guerra mondiale papa Pio XII ampliò temporaneamente il corpo delle guardie svizzere che fu portato a oltre 300 effettivi, sia per dare rifugio ai molti sfollati sia per dare una maggiore stabilità alla Città del Vaticano.
Il costume a righe oro, blu e rosso è attribuito dalla tradizione a Raffaello e a Michelangelo, ma sembra che Raffaello abbia solo ispirato la manica rigonfia e che Michelangelo non se ne sia mai occupato.
martedì 1 novembre 2022
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il primo novembre.
Il primo novembre 1512 viene mostrato al pubblico per la prima volta il soffitto della Cappella Sistina.
Papa Giulio II (Della Rovere), nipote di Sisto IV, chiamò Michelangelo a Roma nel 1505 per affidargli la realizzazione del proprio sepolcro, ma quando egli vi giunse, nel 1506, dopo aver trascorso otto mesi a Carrara per scegliere i marmi, il papa non volle concedergli nemmeno udienza, essendo preso da tutt'altre cose, di tipo politico e militare.
Offeso per questo atteggiamento, Michelangelo se ne tornò a Firenze. Senonché il pontefice, con tre lettere intimidatorie, lo obbligò a ritornare a Roma, questa volta però per realizzare un progetto completamente diverso.
Una grossa crepa s'era infatti aperta nel 1504 sul soffitto della Cappella Sistina, il luogo più rappresentativo del mecenatismo di Sisto IV. Dopo aver riparato i danni, il pontefice s'era reso conto che la volta stellata andava completamente rifatta, e scelse come argomento una rappresentazione degli apostoli di Cristo, insieme ad alcuni ornamenti geometrici. Da notare che dalla morte di Sisto IV a Giulio II nessuno aveva osato por mano in maniera artistica alla Cappella, tanto sembrava perfetta e conclusa.
Michelangelo aveva 28 anni e non aveva accettato con entusiasmo il progetto, perché si sentiva più scultore che pittore, e anche perché la vastità dell'impresa l'avrebbe costretto a interrompere la realizzazione del monumento funebre dedicato a Giulio II.
Quando nel 1508 Michelangelo iniziò a dipingere il soffitto della Cappella, l'idea originaria era già stata da lui sostituita (e il papa l'approvò) con un progetto molto più ambizioso: una storia del mondo fino alla nascita di Gesù, di cui la parte più significativa avrebbe dovuto trattare la storia della Creazione fino a Noè, novello Adamo.
Michelangelo allestì un particolare ponteggio che gli permetteva di lavorare contemporaneamente al soffitto, alle otto vele e alle quattordici lunette. L'esecuzione degli affreschi procedeva in senso inverso rispetto alla sequenza cronologica delle vicende bibliche, cioè partiva dalle storie di Noè, mentre per lo spettatore che osserva, occorre partire dall'altare, che è in corrispondenza alla Creazione del cielo e della terra, per poi arrivare, proseguendo a zig-zag da un lato all'altro fino alla parete dell'ingresso, oltre l'iconostasi, nella navata dei laici, dove si trova l'Ebbrezza di Noè.
Costretto a lavorare per parecchio tempo steso sulla schiena col braccio teso in alto e il colore che gli gocciolava in faccia, contrae una serie di malattie e deformità. Gli ultimi affreschi infatti risentono di questa stanchezza. D'altra parte nessuno degli aiuti giunti da Firenze (Francesco Granacci, Giuliano Bugiardini, Agnolo di Domenico, Aristotile da Sangallo, alle dipendenze del Ghirlandaio) poté metter mano al lavoro della volta. Egli volle fare da solo un lavoro titanico che, se non fosse stato interrotto, si sarebbe probabilmente rivelato al di sopra delle sue forze. Un grosso problema tecnico che dovette affrontare furono p.es. le muffe apparse sulla superficie del Diluvio. Ma si pensi anche al fatto che per l'artista era praticamente impossibile caratterizzare tutti i personaggi con attributi significativi, non essendovi molti precedenti iconografici.
La teologia rinascimentale che fa da supporto alla volta non è tragica come quella del Giudizio. Il dio della Genesi è infatti dipinto come un eroe magnanimo, che crea dal nulla lo splendore dell'universo, raggiungendo il culmine della perfezione con la creazione di Adamo. Il peccato originale non impedisce la salvezza, cui tutti tendono, ivi inclusi i profeti ebraici e le sibille pagane. Gli stessi Ignudi rappresentano il mondo pagano, non vedono il cielo, cui volgono le spalle, ma ne intuiscono la presenza.
Questo almeno in apparenza. Nella sostanza l'ottimismo michelangiolesco è abbastanza manierato, essendo egli ben consapevole della corruzione di un papato tutto intento a potenziare al massimo il proprio Stato al centro della penisola. Tant'è che tutta la storia della creazione sembra essere piuttosto una forma di liberazione esistenziale da parte di un uomo alla ricerca della propria identità, in cui l'elemento sessuale gioca un ruolo decisivo. Un ruolo che negli affreschi dedicati a Noè non è così evidente.
Infatti guardando dal basso, a 20 metri di distanza, i primi affreschi, Michelangelo s'accorse subito ch'essi, essendo gremiti di personaggi, risultavano meno godibili del dovuto, sicché si convinse di dare alle prossime due Storie dei progenitori maggiore dimensione ai corpi, aumentando l'energia delle figure e semplificando al massimo i gesti e i piani di profondità.
Egli lavorò in solitudine fino all'agosto del 1510, arrivando alla metà del ciclo (quinta campata con la Creazione di Eva), poi il cantiere rimase bloccato un anno, poiché gran parte dei finanziamenti erano stati assorbiti dalle campagne militari anti-francesi di Giulio II.
E' solo nell'autunno del 1511 che viene di nuovo allestito il ponteggio per la seconda metà della volta, terminata nell'ottobre del 1512. Le differenze rispetto alla prima sono notevoli: Michelangelo appare demotivato, stanco, sembra voglia finire in fretta. La raffigurazione del Creatore è incredibilmente povera di suggestione rispetto ai due affreschi centrali della Creazione e della Caduta. Non viene sfruttata né la prospettiva né alcun effetto illusionistico, che a quel tempo s'andavano imponendo con successo.
A Michelangelo interessava soprattutto provare a fondere, per la prima volta, pittura, scultura e architettura, tant'è che quando finisce la volta e ritorna alla scultura per la tomba di Giulio II, continua a meditare sul tema sistino dei Profeti e dei Nudi, che è forse quello meglio riuscito, oltre naturalmente alla Creazione di Adamo.
La volta supera le 300 figure, dalle quali non si può desumere un canone preciso del bello. Tutte compiono un movimento che richiede una fatica, uno sforzo, ma non sempre per uno scopo preciso, anche se nessun elemento appare casuale o soltanto decorativo: a volte pare che mirino soltanto a contrastare il peso fisico delle masse, trasformando la gravità in spinta. Enorme è la vitalità psico-fisica e l'intensità cromatica dei Profeti e delle Sibille.
Giusto per fare un esempio: il movimento rotatorio della Sibilla Libica si complica al punto da diventare serpentino nello sforzo di alzarsi dal sedile e di chiudere il libro alle sue spalle. Anche quello della Sibilla Delfica è molto particolare: si gira verso chi la osserva solo per mostrare un volto perplesso sul significato delle profezie scritte sul rotolo. Questi sono autentici capolavori.
La Creazione di Adamo è l'affresco più significativo della volta. Semplicemente straordinaria l'invenzione dei due indici che stanno per entrare in contatto. Da notare che quasi sempre Michelangelo, quando disegna una mano, pone l'indice staccato dalle altre dita, mettendolo in particolare evidenza, come un segno di riconoscimento della propria sensualità morbosa.
Sostenuto nella nuvola da dodici putti e angeli, dio abbraccia una sorta di efebo, dal volto femminile ma dal seno quasi inesistente, tenendo inoltre un indice lascivo, voluttuoso, sul corpicino nudo di un putto, avvinghiato a una gamba dell'efebo. Putti amorini angeli sono tutti senz'ali, sembrano uno stuolo di bambini e infanti innocenti al servizio di un pedofilo. Sono coloro che offrono ancora l'illusione dell'innocenza.
L'omosessualità qui sembra essere costretta a esprimersi come pedofilia. L'anziano non può avere rapporti con giovani aitanti forti muscolosi, che gli stiano alla pari; non può dunque che avere rapporti con bambini che gli stiano sottomessi.
Dio crea l'uomo, non l'uomo e la donna, come nel primo racconto della Genesi. Michelangelo ha preferito il secondo racconto, quello aggiunto dal clero maschilista. E nel suo affresco dio è come se creasse se stesso, non un altro da sé, cioè è come se si guardasse allo specchio, riflettendosi nella sua giovinezza, mentre da vecchio può soltanto essere circondato da putti e amorini nudi, che lo sorreggono, offrendogli l'illusione della gioventù, del tempo che non passa.
Dio guarda con invidia l'uomo giovane, cui lascia la tendenza gay come consegna, come atto di successione ereditaria, che Adamo accetta rassegnato, quasi come un atto dovuto: il suo corpo è privo di forza, il braccio sinistro è sollevato a fatica, sembra non ringraziare chi l'ha creato ma salutare chi l'ha appena amato.
Se fosse dipeso da lui, Michelangelo avrebbe messo nudo anche dio, proprio perché la nudità, per lui, rappresentava una forma di liberazione, di protesta, e non solo una forma esibizionistica della mascolinità forte, robusta e, nel contempo, sensuale.
L'ateismo di Michelangelo, mascherato dietro contenuti religiosi, è visibile anche in questa ostentazione eccessiva, ossessiva, del nudo, che non ha riguardi per alcun tema o soggetto religioso.
Certo, Adamo non poteva che essere nudo, essendo paragonabile all'uomo primitivo, ma allora anche dio avrebbe dovuto esserlo, per restare coerenti sul piano ideologico, e deve essergli costato mettere al padreterno quella specie di sottoveste da camera, che lo rende un po' ridicolo, un po' forzato rispetto alla sua creatura.
Ma il vero dramma dell'affresco è quello che si scorge leggendolo da sinistra a destra, come se fosse non dio a rivedere se stesso da giovane, ma l'uomo a proiettarsi nel suo futuro di anziano: qui la solitudine è ancora più accentuata.
L'Adamo giovane e misogino si guarda allo specchio e immagina il destino che l'attende: una vita da anziano ricco e depravato, che per sentirsi ancora giovane ha bisogno di circondarsi di una gioventù da molestare.
Nell'insieme la Creazione appare come una raffigurazione ateistica, ma non nella forma umanistica, bensì in una forma deviata, psicopatica, del superomismo borghese.
Il Peccato Originale è l'affresco più erotico in assoluto. Infatti la causa del peccato originale viene letta da Michelangelo in chiave sessuale, a dimostrazione che la sessualità era per lui una vera e propria fissazione.
L'albero cui è attorcigliato la donna-serpente è un fico, in allusione al fatto che dopo la trasgressione del divieto i progenitori si coprirono le parti intime con le foglie di questa pianta (cosa che però Michelangelo non fa, in quanto il nudo va esibito il più possibile). Nella Cacciata dal paradiso di Masaccio i progenitori si vergognano della loro nudità e si coprono, piangendo; qui invece se ne vanno via nudi, odiando.
Il serpente passa a Eva due fichi: uno per sé, l'altro per Adamo, il quale però sembra indicarne un terzo, col solito dito staccato dagli altri. Adamo non prende il frutto peccaminoso dalla propria donna, che tenta di sedurlo, ma va in un'altra direzione, indicando un frutto proibito diverso, sullo stesso albero del peccato, e lo afferra da solo.
La posizione di Eva è ambigua, poco naturale, troppo vicina al pube di Adamo per essere innocente: sembra essere stata colta "in fallo" (è proprio il caso di dirlo) dal serpente, che la tenta a non aver dubbi su quello che sta per fare. Il peccato è frutto di un piacere proibito, un frutto dolce dalle conseguenze amare.
Adamo però non riesce ad accettare la naturalezza del rapporto eterosessuale: si sente inadeguato, disturbato, vede la donna come fonte di piacere personale (fellatio) ma non come partner, tant'è che vicino a lei vi è un albero secco, sterile, che ripete, nella forma, la posizione del corpo e del braccio di lei; e, dopo la colpa, Eva viene dipinta incredibilmente brutta.
Tutta la responsabilità della colpa (dell'uomo) ricade su di lei, che l'ha iniziato a una sessualità sbagliata, malsana o troppo precoce. La sessualità femminile viene vista con un sentimento misto a paura insicurezza disagio. Nella visione tragica di Michelangelo il male che in assoluto rende impotenti gli uomini a compiere il bene è strettamente legato alla sessualità.
In definitiva, la difficile sfida della realizzazione della volta poté dirsi pienamente riuscita, oltre ogni aspettativa. I giudizi sul risultato furono subito entusiasti. Vasari lodò la naturalezza nel disporre le figure umane, il virtuosismo prospettico, l'intensità spirituale, l'agilità del disegno.
Tutti gli artisti presenti a Roma andarono a vedere la stupefacente opera di Michelangelo. Tra questi Raffaello, che decise di ritrarre il Buonarroti (col suo stesso stile) nella figura di Eraclito tra i filosofi in primo piano della Scuola d'Atene, Perin del Vaga, Pontormo, Rosso Fiorentino, Domenico Beccafumi. Non si fecero tardare però neanche le critiche di carattere, ben prima di quelle rivolte al Giudizio, soprattutto all'epoca del papa "batavo" Adriano VI che, come ricorda Vasari, «già aveva cominciato [...] (forse per imitare i pontefici de' già detti tempi) a ragionare di volere gettare per terra la capella del divino Michelagnolo, dicendo ell'era una stufa d'ignudi. E sprezzando tutte le buone pitture e le statue, le chiamava lascivie del mondo, e cose obbrobriose et abominevoli».
Nel 1543 venne istituito un "pulitore" ufficiale degli affreschi della Sistina e nel 1565, in seguito a dei cedimenti, si registrarono i primi interventi di restauro. Di nuovo si ebbero interventi nel 1625, nel 1710, nel 1903-1905 e nel 1935-1936. In occasione di uno di questi lavori, molto probabilmente quello del 1710, si stese sulla volta una vernicetta a base di colla animale, che presto finì per appannare gravemente l'intero ciclo, compromesso anche dalle infiltrazioni d'acqua, dal fumo delle candele e da altre cause.
Nel tempo le valutazioni sulla qualità di "gran colorista" di Michelangelo vennero influenzate dal sudiciume, arrivando a far parlare di "monotonia marmorea", ripresa dalla scultura, e artista "tenebroso". In realtà, come ha dimostrato il restauro concluso nel 1994, le tinte sono cristalline e gioiose, con impressionante anticipo rispetto ai migliori pittori del manierismo.
Il primo novembre 1512 viene mostrato al pubblico per la prima volta il soffitto della Cappella Sistina.
Papa Giulio II (Della Rovere), nipote di Sisto IV, chiamò Michelangelo a Roma nel 1505 per affidargli la realizzazione del proprio sepolcro, ma quando egli vi giunse, nel 1506, dopo aver trascorso otto mesi a Carrara per scegliere i marmi, il papa non volle concedergli nemmeno udienza, essendo preso da tutt'altre cose, di tipo politico e militare.
Offeso per questo atteggiamento, Michelangelo se ne tornò a Firenze. Senonché il pontefice, con tre lettere intimidatorie, lo obbligò a ritornare a Roma, questa volta però per realizzare un progetto completamente diverso.
Una grossa crepa s'era infatti aperta nel 1504 sul soffitto della Cappella Sistina, il luogo più rappresentativo del mecenatismo di Sisto IV. Dopo aver riparato i danni, il pontefice s'era reso conto che la volta stellata andava completamente rifatta, e scelse come argomento una rappresentazione degli apostoli di Cristo, insieme ad alcuni ornamenti geometrici. Da notare che dalla morte di Sisto IV a Giulio II nessuno aveva osato por mano in maniera artistica alla Cappella, tanto sembrava perfetta e conclusa.
Michelangelo aveva 28 anni e non aveva accettato con entusiasmo il progetto, perché si sentiva più scultore che pittore, e anche perché la vastità dell'impresa l'avrebbe costretto a interrompere la realizzazione del monumento funebre dedicato a Giulio II.
Quando nel 1508 Michelangelo iniziò a dipingere il soffitto della Cappella, l'idea originaria era già stata da lui sostituita (e il papa l'approvò) con un progetto molto più ambizioso: una storia del mondo fino alla nascita di Gesù, di cui la parte più significativa avrebbe dovuto trattare la storia della Creazione fino a Noè, novello Adamo.
Michelangelo allestì un particolare ponteggio che gli permetteva di lavorare contemporaneamente al soffitto, alle otto vele e alle quattordici lunette. L'esecuzione degli affreschi procedeva in senso inverso rispetto alla sequenza cronologica delle vicende bibliche, cioè partiva dalle storie di Noè, mentre per lo spettatore che osserva, occorre partire dall'altare, che è in corrispondenza alla Creazione del cielo e della terra, per poi arrivare, proseguendo a zig-zag da un lato all'altro fino alla parete dell'ingresso, oltre l'iconostasi, nella navata dei laici, dove si trova l'Ebbrezza di Noè.
Costretto a lavorare per parecchio tempo steso sulla schiena col braccio teso in alto e il colore che gli gocciolava in faccia, contrae una serie di malattie e deformità. Gli ultimi affreschi infatti risentono di questa stanchezza. D'altra parte nessuno degli aiuti giunti da Firenze (Francesco Granacci, Giuliano Bugiardini, Agnolo di Domenico, Aristotile da Sangallo, alle dipendenze del Ghirlandaio) poté metter mano al lavoro della volta. Egli volle fare da solo un lavoro titanico che, se non fosse stato interrotto, si sarebbe probabilmente rivelato al di sopra delle sue forze. Un grosso problema tecnico che dovette affrontare furono p.es. le muffe apparse sulla superficie del Diluvio. Ma si pensi anche al fatto che per l'artista era praticamente impossibile caratterizzare tutti i personaggi con attributi significativi, non essendovi molti precedenti iconografici.
La teologia rinascimentale che fa da supporto alla volta non è tragica come quella del Giudizio. Il dio della Genesi è infatti dipinto come un eroe magnanimo, che crea dal nulla lo splendore dell'universo, raggiungendo il culmine della perfezione con la creazione di Adamo. Il peccato originale non impedisce la salvezza, cui tutti tendono, ivi inclusi i profeti ebraici e le sibille pagane. Gli stessi Ignudi rappresentano il mondo pagano, non vedono il cielo, cui volgono le spalle, ma ne intuiscono la presenza.
Questo almeno in apparenza. Nella sostanza l'ottimismo michelangiolesco è abbastanza manierato, essendo egli ben consapevole della corruzione di un papato tutto intento a potenziare al massimo il proprio Stato al centro della penisola. Tant'è che tutta la storia della creazione sembra essere piuttosto una forma di liberazione esistenziale da parte di un uomo alla ricerca della propria identità, in cui l'elemento sessuale gioca un ruolo decisivo. Un ruolo che negli affreschi dedicati a Noè non è così evidente.
Infatti guardando dal basso, a 20 metri di distanza, i primi affreschi, Michelangelo s'accorse subito ch'essi, essendo gremiti di personaggi, risultavano meno godibili del dovuto, sicché si convinse di dare alle prossime due Storie dei progenitori maggiore dimensione ai corpi, aumentando l'energia delle figure e semplificando al massimo i gesti e i piani di profondità.
Egli lavorò in solitudine fino all'agosto del 1510, arrivando alla metà del ciclo (quinta campata con la Creazione di Eva), poi il cantiere rimase bloccato un anno, poiché gran parte dei finanziamenti erano stati assorbiti dalle campagne militari anti-francesi di Giulio II.
E' solo nell'autunno del 1511 che viene di nuovo allestito il ponteggio per la seconda metà della volta, terminata nell'ottobre del 1512. Le differenze rispetto alla prima sono notevoli: Michelangelo appare demotivato, stanco, sembra voglia finire in fretta. La raffigurazione del Creatore è incredibilmente povera di suggestione rispetto ai due affreschi centrali della Creazione e della Caduta. Non viene sfruttata né la prospettiva né alcun effetto illusionistico, che a quel tempo s'andavano imponendo con successo.
A Michelangelo interessava soprattutto provare a fondere, per la prima volta, pittura, scultura e architettura, tant'è che quando finisce la volta e ritorna alla scultura per la tomba di Giulio II, continua a meditare sul tema sistino dei Profeti e dei Nudi, che è forse quello meglio riuscito, oltre naturalmente alla Creazione di Adamo.
La volta supera le 300 figure, dalle quali non si può desumere un canone preciso del bello. Tutte compiono un movimento che richiede una fatica, uno sforzo, ma non sempre per uno scopo preciso, anche se nessun elemento appare casuale o soltanto decorativo: a volte pare che mirino soltanto a contrastare il peso fisico delle masse, trasformando la gravità in spinta. Enorme è la vitalità psico-fisica e l'intensità cromatica dei Profeti e delle Sibille.
Giusto per fare un esempio: il movimento rotatorio della Sibilla Libica si complica al punto da diventare serpentino nello sforzo di alzarsi dal sedile e di chiudere il libro alle sue spalle. Anche quello della Sibilla Delfica è molto particolare: si gira verso chi la osserva solo per mostrare un volto perplesso sul significato delle profezie scritte sul rotolo. Questi sono autentici capolavori.
La Creazione di Adamo è l'affresco più significativo della volta. Semplicemente straordinaria l'invenzione dei due indici che stanno per entrare in contatto. Da notare che quasi sempre Michelangelo, quando disegna una mano, pone l'indice staccato dalle altre dita, mettendolo in particolare evidenza, come un segno di riconoscimento della propria sensualità morbosa.
Sostenuto nella nuvola da dodici putti e angeli, dio abbraccia una sorta di efebo, dal volto femminile ma dal seno quasi inesistente, tenendo inoltre un indice lascivo, voluttuoso, sul corpicino nudo di un putto, avvinghiato a una gamba dell'efebo. Putti amorini angeli sono tutti senz'ali, sembrano uno stuolo di bambini e infanti innocenti al servizio di un pedofilo. Sono coloro che offrono ancora l'illusione dell'innocenza.
L'omosessualità qui sembra essere costretta a esprimersi come pedofilia. L'anziano non può avere rapporti con giovani aitanti forti muscolosi, che gli stiano alla pari; non può dunque che avere rapporti con bambini che gli stiano sottomessi.
Dio crea l'uomo, non l'uomo e la donna, come nel primo racconto della Genesi. Michelangelo ha preferito il secondo racconto, quello aggiunto dal clero maschilista. E nel suo affresco dio è come se creasse se stesso, non un altro da sé, cioè è come se si guardasse allo specchio, riflettendosi nella sua giovinezza, mentre da vecchio può soltanto essere circondato da putti e amorini nudi, che lo sorreggono, offrendogli l'illusione della gioventù, del tempo che non passa.
Dio guarda con invidia l'uomo giovane, cui lascia la tendenza gay come consegna, come atto di successione ereditaria, che Adamo accetta rassegnato, quasi come un atto dovuto: il suo corpo è privo di forza, il braccio sinistro è sollevato a fatica, sembra non ringraziare chi l'ha creato ma salutare chi l'ha appena amato.
Se fosse dipeso da lui, Michelangelo avrebbe messo nudo anche dio, proprio perché la nudità, per lui, rappresentava una forma di liberazione, di protesta, e non solo una forma esibizionistica della mascolinità forte, robusta e, nel contempo, sensuale.
L'ateismo di Michelangelo, mascherato dietro contenuti religiosi, è visibile anche in questa ostentazione eccessiva, ossessiva, del nudo, che non ha riguardi per alcun tema o soggetto religioso.
Certo, Adamo non poteva che essere nudo, essendo paragonabile all'uomo primitivo, ma allora anche dio avrebbe dovuto esserlo, per restare coerenti sul piano ideologico, e deve essergli costato mettere al padreterno quella specie di sottoveste da camera, che lo rende un po' ridicolo, un po' forzato rispetto alla sua creatura.
Ma il vero dramma dell'affresco è quello che si scorge leggendolo da sinistra a destra, come se fosse non dio a rivedere se stesso da giovane, ma l'uomo a proiettarsi nel suo futuro di anziano: qui la solitudine è ancora più accentuata.
L'Adamo giovane e misogino si guarda allo specchio e immagina il destino che l'attende: una vita da anziano ricco e depravato, che per sentirsi ancora giovane ha bisogno di circondarsi di una gioventù da molestare.
Nell'insieme la Creazione appare come una raffigurazione ateistica, ma non nella forma umanistica, bensì in una forma deviata, psicopatica, del superomismo borghese.
Il Peccato Originale è l'affresco più erotico in assoluto. Infatti la causa del peccato originale viene letta da Michelangelo in chiave sessuale, a dimostrazione che la sessualità era per lui una vera e propria fissazione.
L'albero cui è attorcigliato la donna-serpente è un fico, in allusione al fatto che dopo la trasgressione del divieto i progenitori si coprirono le parti intime con le foglie di questa pianta (cosa che però Michelangelo non fa, in quanto il nudo va esibito il più possibile). Nella Cacciata dal paradiso di Masaccio i progenitori si vergognano della loro nudità e si coprono, piangendo; qui invece se ne vanno via nudi, odiando.
Il serpente passa a Eva due fichi: uno per sé, l'altro per Adamo, il quale però sembra indicarne un terzo, col solito dito staccato dagli altri. Adamo non prende il frutto peccaminoso dalla propria donna, che tenta di sedurlo, ma va in un'altra direzione, indicando un frutto proibito diverso, sullo stesso albero del peccato, e lo afferra da solo.
La posizione di Eva è ambigua, poco naturale, troppo vicina al pube di Adamo per essere innocente: sembra essere stata colta "in fallo" (è proprio il caso di dirlo) dal serpente, che la tenta a non aver dubbi su quello che sta per fare. Il peccato è frutto di un piacere proibito, un frutto dolce dalle conseguenze amare.
Adamo però non riesce ad accettare la naturalezza del rapporto eterosessuale: si sente inadeguato, disturbato, vede la donna come fonte di piacere personale (fellatio) ma non come partner, tant'è che vicino a lei vi è un albero secco, sterile, che ripete, nella forma, la posizione del corpo e del braccio di lei; e, dopo la colpa, Eva viene dipinta incredibilmente brutta.
Tutta la responsabilità della colpa (dell'uomo) ricade su di lei, che l'ha iniziato a una sessualità sbagliata, malsana o troppo precoce. La sessualità femminile viene vista con un sentimento misto a paura insicurezza disagio. Nella visione tragica di Michelangelo il male che in assoluto rende impotenti gli uomini a compiere il bene è strettamente legato alla sessualità.
In definitiva, la difficile sfida della realizzazione della volta poté dirsi pienamente riuscita, oltre ogni aspettativa. I giudizi sul risultato furono subito entusiasti. Vasari lodò la naturalezza nel disporre le figure umane, il virtuosismo prospettico, l'intensità spirituale, l'agilità del disegno.
Tutti gli artisti presenti a Roma andarono a vedere la stupefacente opera di Michelangelo. Tra questi Raffaello, che decise di ritrarre il Buonarroti (col suo stesso stile) nella figura di Eraclito tra i filosofi in primo piano della Scuola d'Atene, Perin del Vaga, Pontormo, Rosso Fiorentino, Domenico Beccafumi. Non si fecero tardare però neanche le critiche di carattere, ben prima di quelle rivolte al Giudizio, soprattutto all'epoca del papa "batavo" Adriano VI che, come ricorda Vasari, «già aveva cominciato [...] (forse per imitare i pontefici de' già detti tempi) a ragionare di volere gettare per terra la capella del divino Michelagnolo, dicendo ell'era una stufa d'ignudi. E sprezzando tutte le buone pitture e le statue, le chiamava lascivie del mondo, e cose obbrobriose et abominevoli».
Nel 1543 venne istituito un "pulitore" ufficiale degli affreschi della Sistina e nel 1565, in seguito a dei cedimenti, si registrarono i primi interventi di restauro. Di nuovo si ebbero interventi nel 1625, nel 1710, nel 1903-1905 e nel 1935-1936. In occasione di uno di questi lavori, molto probabilmente quello del 1710, si stese sulla volta una vernicetta a base di colla animale, che presto finì per appannare gravemente l'intero ciclo, compromesso anche dalle infiltrazioni d'acqua, dal fumo delle candele e da altre cause.
Nel tempo le valutazioni sulla qualità di "gran colorista" di Michelangelo vennero influenzate dal sudiciume, arrivando a far parlare di "monotonia marmorea", ripresa dalla scultura, e artista "tenebroso". In realtà, come ha dimostrato il restauro concluso nel 1994, le tinte sono cristalline e gioiose, con impressionante anticipo rispetto ai migliori pittori del manierismo.
lunedì 28 febbraio 2022
#Almanaccoquotdiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 28 febbraio.
Il 28 febbraio 2013, alle ore 20.00, ha inizio la sede vacante papale, dopo la rinuncia annunciata l'11 febbraio da parte di Benedetto XVI.
Quando Ratzinger venne eletto nell'aprile 2005 in molti parlarono di sorpresa. Ci si attendeva che accadesse qualcosa di inedito, ma nessuno riuscì allora a definire la qualità e la portata della sorpresa. Ogni cosa che Joseph Ratzinger diceva e faceva sorprendeva perché andava fuori dagli schemi pregiudiziali che avevano sempre accompagnato la sua figura di cardinale preposto a guardia della dottrina cattolica. Il suo pontificato, più lungo delle previsioni, si è rivelato più difficile e contrastato di quanto lui stesso poteva aspettarsi. In tutti i modi il papa ha cercato di disincagliare la barca di Pietro e rimetterla in piena navigazione. In parte è stato compreso, ma la sua predicazione dell'amore come rimedio al declino spirituale dei credenti cattolici e delle stesse istituzioni è rimasta per buona parte epidermica.
Servirà nel prossimo futuro, forse. Intanto Benedetto XVI ha spinto in quella direzione ricorrendo all'ultima sorpresa: la rinuncia al pontificato, riaprendo in maniera imprevista ma significativa la stagione della responsabilità e della riforma per non ridurre la Chiesa al puro ruolo amministrativo del patrimonio evangelico. Il pontificato di Benedetto, concluso in umiltà e mitezza, è un lascito da ripensare seriamente per non cambiare direzione di marcia e facendo perdere alla Chiesa un'occasione di rinascita spirituale.
"Benedetto ha speso il suo pontificato per sollecitare la riflessione dei cristiani verso il passaggio da una fede ereditata a una fede personale- evidenzia Di Cicco- Quella di Ratzinger è la testimonianza convinta del Vangelo di Gesù, del Vangelo dell'amore: "Deus caritas est". Ratzinger è stato un Papa di pace in tempi di guerra, ossia nelle stagioni, come la nostra, in cui prevalgono le polemiche, le incomprensioni sino al ricorso alle armi invece che alla verità e ai diritti umani".
La fede in Papa Ratzinger è, infatti, discorso sulla speranza che apre a quello sul senso di ogni esistenza. Chi ci aiuta a vivere? È la questione che percorre l'intera riflessione cristiana di Benedetto XVI. Si tratta di una domanda che egli ha posto sempre anzitutto a se stesso, ma che "rivolge alla Chiesa e a ciascun credente". È una prospettiva esistenziale, incarnata nella vita di ogni giorno. "È un dialogo sulla vita e le sue vicissitudini che il Papa intende tenere aperto con tutti- puntualizza l'autore-. Senza segreti obiettivi o ricerca di egemonie. Tutti i cristiani e, prima di ogni altro, il successore di Pietro sono chiamati ad annunciare il Vangelo perché "noi esistiamo per mostrare Dio agli uomini". Ratzinger ha detto e ripetuto di voler mettere a confronto la vita di ogni giorno con Dio, presentato come un caso serio, l'unico capace di portare gioia duratura". Quindi più che intransigente, Benedetto XVI appare esigente, a cominciare dalla sua Chiesa:
"Il dover mettere Dio al centro richiede conversione negli uomini e nelle strutture". Ma esigente Ratzinger si è rivelato pure nel rapporto tra fede e ragione a motivo della importanza stessa del dialogo proposto. Insomma un uomo di Chiesa che diagnostica con occhi limpidi i problemi della Chiesa e del mondo, si interroga sulle loro cause e cerca le possibili soluzioni. In Ratzinger, dunque, è dominante la preoccupazione per affermare una vita spirituale nella Chiesa e nel mondo. Ciò appare evidente dai suoi insegnamenti. Al centro della speranza cristiana vi è Cristo, colui che nel pensiero di Ratzinger giudicherà la storia con il metro dell'amore. È una visione ottimistica del futuro.
"Nel momento del giudizio sperimentiamo e accogliamo questo prevalere del suo amore su tutto il male del mondo ed in noi. Il dolore dell'amore diventa la nostra salvezza e la nostra gioia", insegna Ratzinger. La rinuncia al Soglio di Pietro, chiarisce Di Cicco, è un atto di riforma, un atto fondativo. "La pubblica opinione ha fatto pace con Ratzinger proprio all'annuncio della rinuncia che ha colto di sorpresa quanti non lo conoscevano. Le parole si sono fatte azione- aggiunge-. Adesso non si può tornare indietro nella riforme. Il capo della Chiesa ha posto sul piatto della bilancia la necessità di riformare le strutture a partire dalla sua persona".
Benedetto XVI ha espresso la volontà di risiedere nella Città del Vaticano, nel monastero Mater Ecclesiae. Attendendo la fine di alcuni lavori di ristrutturazione all'interno del monastero, prevista per il mese di maggio 2013, ha soggiornato nelle ville pontificie di Castel Gandolfo. Qui è giunto alle 17,30 del 28 febbraio 2013; circa mezz'ora prima ha lasciato il Vaticano in elicottero, partendo dal suo eliporto: l'intero abbandono degli appartamenti pontifici è stato ripreso da 19 telecamere del Centro Televisivo Vaticano e trasmesso in diretta televisiva. A Castel Gandolfo il papa ha salutato per l'ultima volta la folla con un breve intervento in cui ha parlato a braccio.
Allo scoccare delle ore 20.00, gli atti che hanno formalmente segnato l'avvio della sede vacante sono stati la chiusura del portone di accesso al Palazzo Pontificio, il passaggio di consegne tra la Guardia Svizzera Pontificia e la Gendarmeria Vaticana che ha assunto i compiti di protezione dell'ormai pontefice emerito, l'ammainabandiera al Palazzo Pontificio di Castel Gandolfo (la bandiera issata indica infatti la presenza del papa nell'edificio), la sigillatura dell'appartamento papale del Palazzo Apostolico, la dismissione degli abiti pontifici da parte di Benedetto XVI. L'annullamento dell'anello piscatorio è avvenuto il 5 marzo tramite rigatura.
L'appellativo ufficiale di Benedetto XVI è divenuto "sommo pontefice emerito" o "papa emerito", mentre la titolazione è rimasta Sua Santità; continua ad indossare l'abito talare bianco semplice, senza tuttavia la pellegrina bianca e la fascia, mentre all'anulare destro è tornato a portare l'anello vescovile.
Il 23 marzo 2013 papa Francesco si è recato a Castel Gandolfo presso il Palazzo Pontificio per fare visita al papa emerito Benedetto XVI. Dopo essersi abbracciati, i due papi hanno pregato insieme, inginocchiati uno accanto all'altro. Storicamente si è trattato del primo incontro fra due pontefici.
Il 2 maggio 2013, dopo due mesi trascorsi a Castel Gandolfo, ha fatto il suo ritorno in Vaticano, andando a vivere nel Monastero Mater Ecclesiae così come precedentemente previsto, al termine dei lavori di ristrutturazione.
Il 28 febbraio 2013, alle ore 20.00, ha inizio la sede vacante papale, dopo la rinuncia annunciata l'11 febbraio da parte di Benedetto XVI.
Quando Ratzinger venne eletto nell'aprile 2005 in molti parlarono di sorpresa. Ci si attendeva che accadesse qualcosa di inedito, ma nessuno riuscì allora a definire la qualità e la portata della sorpresa. Ogni cosa che Joseph Ratzinger diceva e faceva sorprendeva perché andava fuori dagli schemi pregiudiziali che avevano sempre accompagnato la sua figura di cardinale preposto a guardia della dottrina cattolica. Il suo pontificato, più lungo delle previsioni, si è rivelato più difficile e contrastato di quanto lui stesso poteva aspettarsi. In tutti i modi il papa ha cercato di disincagliare la barca di Pietro e rimetterla in piena navigazione. In parte è stato compreso, ma la sua predicazione dell'amore come rimedio al declino spirituale dei credenti cattolici e delle stesse istituzioni è rimasta per buona parte epidermica.
Servirà nel prossimo futuro, forse. Intanto Benedetto XVI ha spinto in quella direzione ricorrendo all'ultima sorpresa: la rinuncia al pontificato, riaprendo in maniera imprevista ma significativa la stagione della responsabilità e della riforma per non ridurre la Chiesa al puro ruolo amministrativo del patrimonio evangelico. Il pontificato di Benedetto, concluso in umiltà e mitezza, è un lascito da ripensare seriamente per non cambiare direzione di marcia e facendo perdere alla Chiesa un'occasione di rinascita spirituale.
"Benedetto ha speso il suo pontificato per sollecitare la riflessione dei cristiani verso il passaggio da una fede ereditata a una fede personale- evidenzia Di Cicco- Quella di Ratzinger è la testimonianza convinta del Vangelo di Gesù, del Vangelo dell'amore: "Deus caritas est". Ratzinger è stato un Papa di pace in tempi di guerra, ossia nelle stagioni, come la nostra, in cui prevalgono le polemiche, le incomprensioni sino al ricorso alle armi invece che alla verità e ai diritti umani".
La fede in Papa Ratzinger è, infatti, discorso sulla speranza che apre a quello sul senso di ogni esistenza. Chi ci aiuta a vivere? È la questione che percorre l'intera riflessione cristiana di Benedetto XVI. Si tratta di una domanda che egli ha posto sempre anzitutto a se stesso, ma che "rivolge alla Chiesa e a ciascun credente". È una prospettiva esistenziale, incarnata nella vita di ogni giorno. "È un dialogo sulla vita e le sue vicissitudini che il Papa intende tenere aperto con tutti- puntualizza l'autore-. Senza segreti obiettivi o ricerca di egemonie. Tutti i cristiani e, prima di ogni altro, il successore di Pietro sono chiamati ad annunciare il Vangelo perché "noi esistiamo per mostrare Dio agli uomini". Ratzinger ha detto e ripetuto di voler mettere a confronto la vita di ogni giorno con Dio, presentato come un caso serio, l'unico capace di portare gioia duratura". Quindi più che intransigente, Benedetto XVI appare esigente, a cominciare dalla sua Chiesa:
"Il dover mettere Dio al centro richiede conversione negli uomini e nelle strutture". Ma esigente Ratzinger si è rivelato pure nel rapporto tra fede e ragione a motivo della importanza stessa del dialogo proposto. Insomma un uomo di Chiesa che diagnostica con occhi limpidi i problemi della Chiesa e del mondo, si interroga sulle loro cause e cerca le possibili soluzioni. In Ratzinger, dunque, è dominante la preoccupazione per affermare una vita spirituale nella Chiesa e nel mondo. Ciò appare evidente dai suoi insegnamenti. Al centro della speranza cristiana vi è Cristo, colui che nel pensiero di Ratzinger giudicherà la storia con il metro dell'amore. È una visione ottimistica del futuro.
"Nel momento del giudizio sperimentiamo e accogliamo questo prevalere del suo amore su tutto il male del mondo ed in noi. Il dolore dell'amore diventa la nostra salvezza e la nostra gioia", insegna Ratzinger. La rinuncia al Soglio di Pietro, chiarisce Di Cicco, è un atto di riforma, un atto fondativo. "La pubblica opinione ha fatto pace con Ratzinger proprio all'annuncio della rinuncia che ha colto di sorpresa quanti non lo conoscevano. Le parole si sono fatte azione- aggiunge-. Adesso non si può tornare indietro nella riforme. Il capo della Chiesa ha posto sul piatto della bilancia la necessità di riformare le strutture a partire dalla sua persona".
Benedetto XVI ha espresso la volontà di risiedere nella Città del Vaticano, nel monastero Mater Ecclesiae. Attendendo la fine di alcuni lavori di ristrutturazione all'interno del monastero, prevista per il mese di maggio 2013, ha soggiornato nelle ville pontificie di Castel Gandolfo. Qui è giunto alle 17,30 del 28 febbraio 2013; circa mezz'ora prima ha lasciato il Vaticano in elicottero, partendo dal suo eliporto: l'intero abbandono degli appartamenti pontifici è stato ripreso da 19 telecamere del Centro Televisivo Vaticano e trasmesso in diretta televisiva. A Castel Gandolfo il papa ha salutato per l'ultima volta la folla con un breve intervento in cui ha parlato a braccio.
Allo scoccare delle ore 20.00, gli atti che hanno formalmente segnato l'avvio della sede vacante sono stati la chiusura del portone di accesso al Palazzo Pontificio, il passaggio di consegne tra la Guardia Svizzera Pontificia e la Gendarmeria Vaticana che ha assunto i compiti di protezione dell'ormai pontefice emerito, l'ammainabandiera al Palazzo Pontificio di Castel Gandolfo (la bandiera issata indica infatti la presenza del papa nell'edificio), la sigillatura dell'appartamento papale del Palazzo Apostolico, la dismissione degli abiti pontifici da parte di Benedetto XVI. L'annullamento dell'anello piscatorio è avvenuto il 5 marzo tramite rigatura.
L'appellativo ufficiale di Benedetto XVI è divenuto "sommo pontefice emerito" o "papa emerito", mentre la titolazione è rimasta Sua Santità; continua ad indossare l'abito talare bianco semplice, senza tuttavia la pellegrina bianca e la fascia, mentre all'anulare destro è tornato a portare l'anello vescovile.
Il 23 marzo 2013 papa Francesco si è recato a Castel Gandolfo presso il Palazzo Pontificio per fare visita al papa emerito Benedetto XVI. Dopo essersi abbracciati, i due papi hanno pregato insieme, inginocchiati uno accanto all'altro. Storicamente si è trattato del primo incontro fra due pontefici.
Il 2 maggio 2013, dopo due mesi trascorsi a Castel Gandolfo, ha fatto il suo ritorno in Vaticano, andando a vivere nel Monastero Mater Ecclesiae così come precedentemente previsto, al termine dei lavori di ristrutturazione.
giovedì 26 agosto 2021
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 26 agosto.
Il 26 agosto 1498 viene commissionata a Michelangelo una statua da esporre in Vaticano.
Michelangelo, a soli 22 anni, stipula un contratto, garantito da Jacopo Galli, con il cardinale francese di San Dionigi, per la realizzazione, entro un anno, di una Pietà di marmo destinata ad essere esposta nella Basilica di San Pietro.
La Pietà di Michelagelo nasce su un blocco di marmo scelto personalmente nelle cave di Carrara, dove l'artista rappresenta le figure isolate della Vergine Maria che tiene in grembo il corpo di Cristo appena deposto dalla croce, secondo un'iconografia che, in quel periodo, aveva trovato largo consenso al di là delle Alpi.
Alta 1.74cm, la Pietà di Michelangelo presenta forti particolari anatomici e nelle finiture dei panneggi, con effetti di traslucido accentuati dal modo in cui la luce sembra carezzare le superfici marmoree.
Una delle cose che maggiormente sorprende nella scultura è l'aspetto estremamente giovanile che l'artista volle dare al volto della Vergine Maria; questa scelta, vivamente criticata dai contemporanei, trova giustificazione nel carattere astratto della composizione.
Nelle intenzioni dello scultore, la Madonna rappresenta probabilmente l'intera umanità e come tale, usando le parole della "Divina Commedia" di Dante, ella è "Vergine Madre, figlia di tuo figlio".
Dalla figura del Cristo sono assenti i segni della Passione, Michelangelo, infatti, non persegue la rappresentazione oggettiva della morte ma manifesta la propria visione religiosa nel volto abbandonato e tuttavia sereno del Figlio a testimonianza della comunione fra uomo e Dio sancita con il sacrificio del Salvatore.
Si racconta che Michelangelo, non solito a firmare le proprie opere, dopo aver casualmente sentito alcuni visitatori lombardi dire che la Pietà era opera di Gobbo di Milano, sia entrato la notte stessa nella Basilica di San Pietro, ed abbia inciso sull'opera la scritta: "Angelus Bonarotus Florentinus Faciebat".
La scultura fu collocata nel 1499 d.C. nella Cappella di Santa Petronilla in San Pietro, dove rimase fino al 1517 d.C quando venne spostata nella Sacrestia vecchia.
Dal 1749 d.C. l'opera occupa l'attuale collocazione ed ha abbandonato la Basilica di San Pietro solo per essere ospitata nell'Esposizione Universale di New York dal 1962 al 1964.
Il 21 maggio 1972, giorno di Pentecoste, un geologo australiano di origini ungheresi di 34 anni, Laszlo Toth – eludendo la sorveglianza – riuscì a colpire con un martello l'opera di Michelangelo per quindici volte in un tempo di pochi secondi, al grido di I Am Jesus Christ, risen from the dead! ("Io sono Gesù Cristo, risorto dalla morte!"), prima che fosse afferrato e reso inoffensivo.
La Pietà subì dei danni molto seri, soprattutto sulla Vergine: i colpi di martello avevano staccato una cinquantina di frammenti, spaccando il braccio sinistro e frantumando il gomito, mentre sul volto il naso era stato quasi distrutto, come anche le palpebre. Il restauro venne avviato quasi subito, dopo una fase di studio, e fu effettuato riutilizzando per quanto possibile i frammenti originali, oltre che un impasto a base di colla e polvere di marmo. Fu effettuato nei vicini laboratori dei Musei Vaticani, sotto la responsabilità del direttore Deoclecio Redig de Campos e, grazie all'esistenza di numerosi calchi, fu possibile reintegrare l'opera fedelmente, senza rifacimenti arbitrari delle lacune.
L'autore dello sfregio, riconosciuto infermo di mente, fu tenuto in un manicomio italiano per un anno e poi rimpatriato in Australia. Da allora la Pietà è protetta da una speciale parete di cristallo antiproiettile.
Il 26 agosto 1498 viene commissionata a Michelangelo una statua da esporre in Vaticano.
Michelangelo, a soli 22 anni, stipula un contratto, garantito da Jacopo Galli, con il cardinale francese di San Dionigi, per la realizzazione, entro un anno, di una Pietà di marmo destinata ad essere esposta nella Basilica di San Pietro.
La Pietà di Michelagelo nasce su un blocco di marmo scelto personalmente nelle cave di Carrara, dove l'artista rappresenta le figure isolate della Vergine Maria che tiene in grembo il corpo di Cristo appena deposto dalla croce, secondo un'iconografia che, in quel periodo, aveva trovato largo consenso al di là delle Alpi.
Alta 1.74cm, la Pietà di Michelangelo presenta forti particolari anatomici e nelle finiture dei panneggi, con effetti di traslucido accentuati dal modo in cui la luce sembra carezzare le superfici marmoree.
Una delle cose che maggiormente sorprende nella scultura è l'aspetto estremamente giovanile che l'artista volle dare al volto della Vergine Maria; questa scelta, vivamente criticata dai contemporanei, trova giustificazione nel carattere astratto della composizione.
Nelle intenzioni dello scultore, la Madonna rappresenta probabilmente l'intera umanità e come tale, usando le parole della "Divina Commedia" di Dante, ella è "Vergine Madre, figlia di tuo figlio".
Dalla figura del Cristo sono assenti i segni della Passione, Michelangelo, infatti, non persegue la rappresentazione oggettiva della morte ma manifesta la propria visione religiosa nel volto abbandonato e tuttavia sereno del Figlio a testimonianza della comunione fra uomo e Dio sancita con il sacrificio del Salvatore.
Si racconta che Michelangelo, non solito a firmare le proprie opere, dopo aver casualmente sentito alcuni visitatori lombardi dire che la Pietà era opera di Gobbo di Milano, sia entrato la notte stessa nella Basilica di San Pietro, ed abbia inciso sull'opera la scritta: "Angelus Bonarotus Florentinus Faciebat".
La scultura fu collocata nel 1499 d.C. nella Cappella di Santa Petronilla in San Pietro, dove rimase fino al 1517 d.C quando venne spostata nella Sacrestia vecchia.
Dal 1749 d.C. l'opera occupa l'attuale collocazione ed ha abbandonato la Basilica di San Pietro solo per essere ospitata nell'Esposizione Universale di New York dal 1962 al 1964.
Il 21 maggio 1972, giorno di Pentecoste, un geologo australiano di origini ungheresi di 34 anni, Laszlo Toth – eludendo la sorveglianza – riuscì a colpire con un martello l'opera di Michelangelo per quindici volte in un tempo di pochi secondi, al grido di I Am Jesus Christ, risen from the dead! ("Io sono Gesù Cristo, risorto dalla morte!"), prima che fosse afferrato e reso inoffensivo.
La Pietà subì dei danni molto seri, soprattutto sulla Vergine: i colpi di martello avevano staccato una cinquantina di frammenti, spaccando il braccio sinistro e frantumando il gomito, mentre sul volto il naso era stato quasi distrutto, come anche le palpebre. Il restauro venne avviato quasi subito, dopo una fase di studio, e fu effettuato riutilizzando per quanto possibile i frammenti originali, oltre che un impasto a base di colla e polvere di marmo. Fu effettuato nei vicini laboratori dei Musei Vaticani, sotto la responsabilità del direttore Deoclecio Redig de Campos e, grazie all'esistenza di numerosi calchi, fu possibile reintegrare l'opera fedelmente, senza rifacimenti arbitrari delle lacune.
L'autore dello sfregio, riconosciuto infermo di mente, fu tenuto in un manicomio italiano per un anno e poi rimpatriato in Australia. Da allora la Pietà è protetta da una speciale parete di cristallo antiproiettile.
domenica 18 aprile 2021
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 18 aprile.
Il 18 aprile 1506 papa Giulio II posa la prima pietra della nuova basilica di San Pietro, in Vaticano.
Agli inizi del 1500 la scelta se restaurare o ricostruire completamente San Pietro si presentava sempre più pressante, tanto che il nuovo papa Giulio II, eletto nell’ottobre del 1503, decise nel 1505 di affidare l’incarico a Donato Bramante, uno dei maggiori architetti del tempo, che si trovava già a Roma: egli sarà soprannominato per questa impresa "Maestro Ruinante". Molti sono i suoi disegni conservati agli Uffizi di Firenze. Tutti hanno però una caratteristica in comune: quella di proporre una pianta quadrata entro cui è inserita una croce greca con quattro absidi sporgenti; il quadrato che nello spazio diventa un cubo, è coperto al centro da una cupola emisferica. Come è stato osservato, l’insieme si ispira ad una precisa simbologia, "schematizzabile – secondo un’antica tradizione viva soprattutto in ambiente bizantino – in un cubo (la terra) espanso in quattro braccia (le quattro parti del mondo) e sormontato da una cupola (il cielo)".
Il 18 aprile del 1506 si diede avvio con una grande cerimonia alla costruzione del primo pilone; l’anno successivo si procedette alla gettata delle fondamenta delle altre tre strutture di sostegno. Ma le morti di Giulio II (1513) e di Bramante (1514) arrestarono la costruzione che era giunta alla sommità dei quattro pilastri.
Altri progetti furono elaborati nel corso dei 40 anni successivi, dibattendosi animatamente se il nuovo San Pietro dovesse avere una pianta centrale, cara non soltanto a Bramante ma in generale a tutti gli architetti del Rinascimento, oppure longitudinale e quindi a croce latina, più rispondente alla tradizione ecclesiastica e allo stesso tempo più idonea a coprire tutta l’area sacra dell’antica Basilica costantiniana. Con il vincolo dei quattro piloni centrali oramai costruiti, Raffaello (1514) e Antonio da Sangallo il Giovane (1538) proposero una pianta longitudinale, Baldassarre Peruzzi (1520) una pianta centrale.
Nel 1547 infine Michelangelo fu incaricato dal papa Paolo III di redigere un nuovo progetto. Egli ritornò alla pianta centrale bramantesca, rendendo però più spessi sia i pilastri che il muro perimetrale, e scavando altresì la muratura per ottenere nicchie e sporgenze. Il suo progetto prevedeva una grande cupola che doveva coprire l’area centrale, nella quale era anche posizionato l’altare papale. La costruzione fu finalmente realizzata, ad eccezione della cupola, e dopo la morte del Maestro, avvenuta nel 1564, toccò al suo allievo Giacomo Della Porta portare a termine la grande impresa, non senza qualche modifica come il rialzo della curvatura della calotta.
Il dilemma della scelta fra pianta centrale e pianta longitudinale non era ancora definitivamente risolto. Il Concilio di Trento, conclusosi nel 1563, raccomandava nelle chiese l’uso della struttura longitudinale. Per questo motivo venne dato incarico all’architetto Carlo Maderno di allungare quanto già realizzato da Michelangelo: egli lo fece aggiungendo due campate e trasformando così San Pietro in chiesa con pianta a croce latina. E Maderno fu anche l’autore della facciata in stile "classico", realizzata dal 1607 al 1612: essa ebbe però il difetto di nascondere e allontanare visivamente la cupola di Michelangelo. L’antistante piazza del Bernini sarà tutta tesa a dare soluzione al problema del riavvicinamento della grande struttura all’osservatore.
I lavori sulla Basilica si conclusero con la consacrazione solenne sotto il pontificato di Urbano VIII nel 1626, ma solamente fra il 1656 ed il 1667, per volere di Alessandro VII, Bernini progettò e realizzò il grande portico colonnato di piazza San Pietro con al centro l’obelisco del I secolo a.C. Originariamente posto al centro della spina del circo di Caligola dove fu martirizzato San Pietro, fu trasportato nell’attuale posizione nel 1585 da Domenico Fontana per ordine di papa Sisto V.
La Basilica di San Pietro, in grado di accogliere 20.000 fedeli, è lunga circa 190 metri, la larghezza delle tre navate è di 58 metri, la navata centrale è alta sino al culmine della volta 45,50 metri, la cupola raggiunge i 136 metri circa di altezza sino alla croce; gli interni, caratterizzati dalle vastissime decorazioni a mosaico, sono lo scrigno prezioso per alcune delle più celebri opere d’arte al mondo, quali ad esempio il Baldacchino del Bernini e la statua della Pietà di Michelangelo.
Il 18 aprile 1506 papa Giulio II posa la prima pietra della nuova basilica di San Pietro, in Vaticano.
Agli inizi del 1500 la scelta se restaurare o ricostruire completamente San Pietro si presentava sempre più pressante, tanto che il nuovo papa Giulio II, eletto nell’ottobre del 1503, decise nel 1505 di affidare l’incarico a Donato Bramante, uno dei maggiori architetti del tempo, che si trovava già a Roma: egli sarà soprannominato per questa impresa "Maestro Ruinante". Molti sono i suoi disegni conservati agli Uffizi di Firenze. Tutti hanno però una caratteristica in comune: quella di proporre una pianta quadrata entro cui è inserita una croce greca con quattro absidi sporgenti; il quadrato che nello spazio diventa un cubo, è coperto al centro da una cupola emisferica. Come è stato osservato, l’insieme si ispira ad una precisa simbologia, "schematizzabile – secondo un’antica tradizione viva soprattutto in ambiente bizantino – in un cubo (la terra) espanso in quattro braccia (le quattro parti del mondo) e sormontato da una cupola (il cielo)".
Il 18 aprile del 1506 si diede avvio con una grande cerimonia alla costruzione del primo pilone; l’anno successivo si procedette alla gettata delle fondamenta delle altre tre strutture di sostegno. Ma le morti di Giulio II (1513) e di Bramante (1514) arrestarono la costruzione che era giunta alla sommità dei quattro pilastri.
Altri progetti furono elaborati nel corso dei 40 anni successivi, dibattendosi animatamente se il nuovo San Pietro dovesse avere una pianta centrale, cara non soltanto a Bramante ma in generale a tutti gli architetti del Rinascimento, oppure longitudinale e quindi a croce latina, più rispondente alla tradizione ecclesiastica e allo stesso tempo più idonea a coprire tutta l’area sacra dell’antica Basilica costantiniana. Con il vincolo dei quattro piloni centrali oramai costruiti, Raffaello (1514) e Antonio da Sangallo il Giovane (1538) proposero una pianta longitudinale, Baldassarre Peruzzi (1520) una pianta centrale.
Nel 1547 infine Michelangelo fu incaricato dal papa Paolo III di redigere un nuovo progetto. Egli ritornò alla pianta centrale bramantesca, rendendo però più spessi sia i pilastri che il muro perimetrale, e scavando altresì la muratura per ottenere nicchie e sporgenze. Il suo progetto prevedeva una grande cupola che doveva coprire l’area centrale, nella quale era anche posizionato l’altare papale. La costruzione fu finalmente realizzata, ad eccezione della cupola, e dopo la morte del Maestro, avvenuta nel 1564, toccò al suo allievo Giacomo Della Porta portare a termine la grande impresa, non senza qualche modifica come il rialzo della curvatura della calotta.
Il dilemma della scelta fra pianta centrale e pianta longitudinale non era ancora definitivamente risolto. Il Concilio di Trento, conclusosi nel 1563, raccomandava nelle chiese l’uso della struttura longitudinale. Per questo motivo venne dato incarico all’architetto Carlo Maderno di allungare quanto già realizzato da Michelangelo: egli lo fece aggiungendo due campate e trasformando così San Pietro in chiesa con pianta a croce latina. E Maderno fu anche l’autore della facciata in stile "classico", realizzata dal 1607 al 1612: essa ebbe però il difetto di nascondere e allontanare visivamente la cupola di Michelangelo. L’antistante piazza del Bernini sarà tutta tesa a dare soluzione al problema del riavvicinamento della grande struttura all’osservatore.
I lavori sulla Basilica si conclusero con la consacrazione solenne sotto il pontificato di Urbano VIII nel 1626, ma solamente fra il 1656 ed il 1667, per volere di Alessandro VII, Bernini progettò e realizzò il grande portico colonnato di piazza San Pietro con al centro l’obelisco del I secolo a.C. Originariamente posto al centro della spina del circo di Caligola dove fu martirizzato San Pietro, fu trasportato nell’attuale posizione nel 1585 da Domenico Fontana per ordine di papa Sisto V.
La Basilica di San Pietro, in grado di accogliere 20.000 fedeli, è lunga circa 190 metri, la larghezza delle tre navate è di 58 metri, la navata centrale è alta sino al culmine della volta 45,50 metri, la cupola raggiunge i 136 metri circa di altezza sino alla croce; gli interni, caratterizzati dalle vastissime decorazioni a mosaico, sono lo scrigno prezioso per alcune delle più celebri opere d’arte al mondo, quali ad esempio il Baldacchino del Bernini e la statua della Pietà di Michelangelo.
giovedì 11 febbraio 2021
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è l'11 febbraio.
L'11 febbraio 1929 vengono firmati a Roma i cosiddetti "Patti Lateranensi".
Firmati dal cardinale Gasparri per la Santa sede e da Benito Mussolini come capo del governo italiano, posero fine alla questione romana. Erano costituiti da tre atti distinti: un trattato, una convenzione finanziaria e un concordato. Il trattato garantiva alla Santa sede un'assoluta indipendenza, riaffermando che la religione cattolica è la sola religione di stato (articolo 1 dello Statuto), e riconosceva la Santa sede come soggetto del diritto internazionale in quanto stato della Città del Vaticano. La Santa sede riconosceva il Regno d'Italia con la capitale a Roma. La convenzione finanziaria impegnava l'Italia a riparare i danni inferti alla Santa sede con l'occupazione di Roma nel 1870 dietro versamento di 750 milioni di lire in contanti e di un miliardo in titoli di stato al cinque per cento. Il concordato imponeva ai vescovi di giurare fedeltà allo stato italiano, ma soprattutto stabiliva alcuni sostanziosi privilegi per la Chiesa cattolica: al matrimonio religioso venivano riconosciuti effetti civili e le cause di nullità ricadevano sotto i tribunali ecclesiastici; l'insegnamento della dottrina cattolica, definita fondamento e coronamento dell'istruzione pubblica, diventava obbligatorio nelle scuole elementari e medie; i preti spretati o colpiti da censura ecclesiastica non potevano ottenere o conservare nessun impiego pubblico nello stato italiano. I Patti lateranensi costituirono per il regime fascista una preziosa legittimazione; legando il concordato, cui soprattutto teneva, al trattato, a sua volta la Chiesa si garantì da mutamenti unilaterali al primo riservandosi la possibilità di riaprire la questione romana. Dopo la caduta del fascismo il concordato fu oggetto di un'aspra battaglia politica durante i lavori dell'Assemblea costituente. La Democrazia cristiana sostenne quello che sarebbe poi diventato l'articolo 7 della Costituzione repubblicana che recepiva il complesso dei Patti come base dei rapporti fra stato e Chiesa e stabiliva che il concordato poteva essere modificato unilateralmente dallo stato italiano solo attraverso la stessa complessa procedura prevista per la revisione della Costituzione. Le forze laiche presenti nell'Assemblea costituente si opposero a questa soluzione, che recepiva surrettiziamente nella Costituzione punti del concordato palesemente in contrasto con le sue disposizioni in materia di libertà religiosa. L'articolo 7 fu infine approvato con l'essenziale contributo del voto favorevole del Partito comunista, motivato dalla volontà di evitare che la repubblica nascesse senza il riconoscimento della Chiesa e con il rischio di aggiungere una divisione religiosa ai molti motivi di debolezza della nuova costruzione politica che già esistevano.
Nel 1984, nel quadro della revisione dei rapporti tra Stato e Chiesa, un nuovo Concordato ecclesiastico ha stabilito il venire meno del principio della religione di stato e il carattere opzionale dell'insegnamento religioso nelle scuole. Inoltre il nuovo Concordato introduce un diverso sistema di finanziamento per mezzo di contribuzioni volontarie, pari all'8‰ dell'IRPEF, l'Imposta sul Reddito delle Persone Fisiche, un'imposta diretta che riguarda tutti coloro che percepiscono un reddito, deducibile dalle tasse, che i cittadini possono scegliere di devolvere alla Chiesa cattolica all'atto della denuncia dei redditi.
L'11 febbraio 1929 vengono firmati a Roma i cosiddetti "Patti Lateranensi".
Firmati dal cardinale Gasparri per la Santa sede e da Benito Mussolini come capo del governo italiano, posero fine alla questione romana. Erano costituiti da tre atti distinti: un trattato, una convenzione finanziaria e un concordato. Il trattato garantiva alla Santa sede un'assoluta indipendenza, riaffermando che la religione cattolica è la sola religione di stato (articolo 1 dello Statuto), e riconosceva la Santa sede come soggetto del diritto internazionale in quanto stato della Città del Vaticano. La Santa sede riconosceva il Regno d'Italia con la capitale a Roma. La convenzione finanziaria impegnava l'Italia a riparare i danni inferti alla Santa sede con l'occupazione di Roma nel 1870 dietro versamento di 750 milioni di lire in contanti e di un miliardo in titoli di stato al cinque per cento. Il concordato imponeva ai vescovi di giurare fedeltà allo stato italiano, ma soprattutto stabiliva alcuni sostanziosi privilegi per la Chiesa cattolica: al matrimonio religioso venivano riconosciuti effetti civili e le cause di nullità ricadevano sotto i tribunali ecclesiastici; l'insegnamento della dottrina cattolica, definita fondamento e coronamento dell'istruzione pubblica, diventava obbligatorio nelle scuole elementari e medie; i preti spretati o colpiti da censura ecclesiastica non potevano ottenere o conservare nessun impiego pubblico nello stato italiano. I Patti lateranensi costituirono per il regime fascista una preziosa legittimazione; legando il concordato, cui soprattutto teneva, al trattato, a sua volta la Chiesa si garantì da mutamenti unilaterali al primo riservandosi la possibilità di riaprire la questione romana. Dopo la caduta del fascismo il concordato fu oggetto di un'aspra battaglia politica durante i lavori dell'Assemblea costituente. La Democrazia cristiana sostenne quello che sarebbe poi diventato l'articolo 7 della Costituzione repubblicana che recepiva il complesso dei Patti come base dei rapporti fra stato e Chiesa e stabiliva che il concordato poteva essere modificato unilateralmente dallo stato italiano solo attraverso la stessa complessa procedura prevista per la revisione della Costituzione. Le forze laiche presenti nell'Assemblea costituente si opposero a questa soluzione, che recepiva surrettiziamente nella Costituzione punti del concordato palesemente in contrasto con le sue disposizioni in materia di libertà religiosa. L'articolo 7 fu infine approvato con l'essenziale contributo del voto favorevole del Partito comunista, motivato dalla volontà di evitare che la repubblica nascesse senza il riconoscimento della Chiesa e con il rischio di aggiungere una divisione religiosa ai molti motivi di debolezza della nuova costruzione politica che già esistevano.
Nel 1984, nel quadro della revisione dei rapporti tra Stato e Chiesa, un nuovo Concordato ecclesiastico ha stabilito il venire meno del principio della religione di stato e il carattere opzionale dell'insegnamento religioso nelle scuole. Inoltre il nuovo Concordato introduce un diverso sistema di finanziamento per mezzo di contribuzioni volontarie, pari all'8‰ dell'IRPEF, l'Imposta sul Reddito delle Persone Fisiche, un'imposta diretta che riguarda tutti coloro che percepiscono un reddito, deducibile dalle tasse, che i cittadini possono scegliere di devolvere alla Chiesa cattolica all'atto della denuncia dei redditi.
giovedì 24 dicembre 2020
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 24 dicembre.
Il 24 dicembre 2009, durante la solenne messa di Natale in Vaticano, l'allora venticinquenne italo-svizzera Susanna Maiolo saltò con un balzo felino le transenne che dividevano il pubblico dall'area in cui stava passando il Papa, e si gettò verso di lui. Le guardie riuscirono a fermarla, ma gettandola a terra essa riuscì ad aggrapparsi ai vestiti di Benedetto XVI facendolo cadere, insieme al cardinale Roger Echegaray che era al suo fianco. Il papa non si fece nulla, mentre il cardinale ebbe la peggio fratturandosi un femore nella caduta.
La ragazza, che anche l'anno prima aveva tentato di avvicinarsi al papa ma era stata fermata, è stata trattenuta in una clinica di Subiaco per un trattamento sanitario obbligatorio, durante il quale si è appreso che è una persona mentalmente instabile, e che già due anni prima era stata ricoverata per un anno e mezzo in una struttura svizzera per le malattie mentali. A suo dire non aveva intenzioni cattive, bensì la volontà di chiedere a Ratzinger maggiore impegno della Chiesa per la povertà nel mondo.
Il 1 Gennaio 2010 il segretario del papa Monsignor Georg Gaenswein è andato a trovarla in clinica portandole i saluti del pontefice, il quale ha manifestato la sua preoccupazione per lei e, credendo nelle sue buone intenzioni, il suo totale perdono.
Successivamente il 13 Gennaio, dopo l'udienza generale, il Papa ha incontrato personalmente la Maiolo e i suoi genitori in una saletta adiacente la sala Paolo VI, e in tale incontro la ragazza si è scusata per l'incidente ed ha ricevuto la benedizione del Papa e i suoi auguri per la salute. Nessun'altra iniziativa è stata presa da parte della magistratura vaticana, che ha preferito chiudere l'incidente senza processo.
Il maggiore scalpore in Italia si è avuto successivamente, quando su Facebook sono nati alcuni gruppi che inneggiavano alla Maiolo come un'eroina, sulla falsariga di quelli a Tartaglia in occasione dell'aggressione a Berlusconi.
Diverse interrogazioni parlamentari da parte di deputati vicini al mondo cattolico hanno chiesto ripetutamente la censura su Facebook e la chiusura dei gruppi blasfemi e inneggianti alla violenza. Poi, come sempre accade, una volta sceso l'interesse mediatico sulla vicenda, tutto è tornato nell'oblio.
Oggi Susanna Maiolo vive in Svizzera nel suo paese, ed è seguita periodicamente dall'istituto che l'ha avuta in cura in passato.
domenica 20 dicembre 2020
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 20 dicembre.
Il 20 dicembre 2006 Piergiorgio Welby si fece staccare il respiratore che lo teneva in vita e, una volta sedato, spirò alle 23,45.
Welby era affetto da distrofia muscolare progressiva dall'età di 16 anni, una malattia che nel tempo ridusse la sua autonomia fino a quando nel 97, all'età di 52 anni, lo costrinse definitivamente a letto con un respiratore automatico a seguito di una tracheotomia.
Nel 2002 Welby iniziò la sua battaglia perchè gli fosse riconosciuto il diritto di interrompere il trattamento e lasciarsi morire, aprendo un forum sull'eutanasia e un blog sull'argomento. Ne nacque un caso mediatico e l'opinione pubblica si divise sull'argomento. Da un lato la Chiesa assolutamente contraria all'eutanasia, dall'altro il mondo laico che considerava un accanimento terapeutico costringere Welby a restare in vita grazie al respiratore.
Welby scrisse una lettera aperta nel 2006 al presidente della Repubblica Napolitano, il quale auspicò un confronto politico sull'argomento.
Il 16 dicembre 2006 il tribunale di Roma respinse la richiesta di Welby di porre fine all'accanimento terapeutico, poichè a causa di un vuoto normativo essa era inammissibile. Infine, proprio mentre la polemica politica ed etica infuriava, Welby mise in atto la sua morte, coadiuvato dal Dott. Marco Riccio, anestesista.
Il vicariato di Roma negò l'autorizzazione a funerali religiosi, poichè Welby si era suicidato. Fu lo stesso vicario di Roma, il cardinal Ruini, a dichiarare di aver preso personalmente la decisione, asserendo "Io spero che Dio abbia accolto Welby per sempre, ma concedere il funerale sarebbe stato come dire "il suicidio è ammesso"".
In funerale si svolse in piazza Don Bosco a Roma, davanti alla chiesa che i familiari avevano scelto per quelli religiosi (chiesa in cui nel 2015 fu invece autorizzato il funerale del Boss mafioso Vittorio Casamonica), alla presenza di circa un migliaio di persone.
L'8 giugno 2007 il Dott. Marco Riccio è stato incriminato per omicidio del consenziente, e rinviato a giudizio. Il 27 Luglio dello stesso anno il GUP di Roma, Zaira Secchi, lo ha prosciolto perchè il fatto non costituisce reato.
Il dibattito politico si è lentamente spento, il vuoto normativo è ancora lì.
Il 20 dicembre 2006 Piergiorgio Welby si fece staccare il respiratore che lo teneva in vita e, una volta sedato, spirò alle 23,45.
Welby era affetto da distrofia muscolare progressiva dall'età di 16 anni, una malattia che nel tempo ridusse la sua autonomia fino a quando nel 97, all'età di 52 anni, lo costrinse definitivamente a letto con un respiratore automatico a seguito di una tracheotomia.
Nel 2002 Welby iniziò la sua battaglia perchè gli fosse riconosciuto il diritto di interrompere il trattamento e lasciarsi morire, aprendo un forum sull'eutanasia e un blog sull'argomento. Ne nacque un caso mediatico e l'opinione pubblica si divise sull'argomento. Da un lato la Chiesa assolutamente contraria all'eutanasia, dall'altro il mondo laico che considerava un accanimento terapeutico costringere Welby a restare in vita grazie al respiratore.
Welby scrisse una lettera aperta nel 2006 al presidente della Repubblica Napolitano, il quale auspicò un confronto politico sull'argomento.
Il 16 dicembre 2006 il tribunale di Roma respinse la richiesta di Welby di porre fine all'accanimento terapeutico, poichè a causa di un vuoto normativo essa era inammissibile. Infine, proprio mentre la polemica politica ed etica infuriava, Welby mise in atto la sua morte, coadiuvato dal Dott. Marco Riccio, anestesista.
Il vicariato di Roma negò l'autorizzazione a funerali religiosi, poichè Welby si era suicidato. Fu lo stesso vicario di Roma, il cardinal Ruini, a dichiarare di aver preso personalmente la decisione, asserendo "Io spero che Dio abbia accolto Welby per sempre, ma concedere il funerale sarebbe stato come dire "il suicidio è ammesso"".
In funerale si svolse in piazza Don Bosco a Roma, davanti alla chiesa che i familiari avevano scelto per quelli religiosi (chiesa in cui nel 2015 fu invece autorizzato il funerale del Boss mafioso Vittorio Casamonica), alla presenza di circa un migliaio di persone.
L'8 giugno 2007 il Dott. Marco Riccio è stato incriminato per omicidio del consenziente, e rinviato a giudizio. Il 27 Luglio dello stesso anno il GUP di Roma, Zaira Secchi, lo ha prosciolto perchè il fatto non costituisce reato.
Il dibattito politico si è lentamente spento, il vuoto normativo è ancora lì.
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