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lunedì 13 gennaio 2025

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 13 gennaio.

Il 13 gennaio 1953 il maresciallo Josip Tito diventa presidente della Jugoslavia.

Il mattino del 12 gennaio 1980, dopo aver presieduto una riunione dei suoi collaboratori, il maresciallo Tito entrava nella migliore clinica di Lubiana, per un intervento chirurgico alla gamba sinistra, colpita da una infiammazione. L' operazione ebbe luogo il giorno successivo, ma a parere dei medici era ormai troppo tardi: per evitare la cancrena fu deciso un ulteriore e più drastico intervento con l' amputazione della gamba. Il maresciallo sembrò riprendersi ma a partire da metà febbraio le sue condizioni cominciarono a peggiorare. Le cure intensive cui fu sottoposto ritardarono solo la fine che sopravvenne alle ore 15 del 4 maggio (tre giorni dopo avrebbe compiuto 88 anni). Con la morte di Josip Broz (il vero nome di Tito) la Jugoslavia, una delle tante invenzioni della conferenza di pace di Versailles, perse il suo dispotico padrone che l'aveva tenuta unita, grazie al carisma di cui godeva e all'occhiuta e asfissiante vigilanza della polizia politica. Del resto lo stesso Tito sapeva che con la sua scomparsa quella effimera costruzione statale non gli sarebbe sopravvissuta. Già nel 1978 ad uno dei suoi più fedeli collaboratori che gli chiedeva "Cosa c' è che non va in Jugoslavia?" aveva risposto "La Jugoslavia non esiste". Facile previsione: nemmeno due mesi dopo la sua morte la signora Jovanka, ultima moglie, che per 25 anni gli era stata a fianco come first lady, fu sfrattata dalla residenza privata del maresciallo, in quanto proprietà dello Stato, e le venne sottratto persino il brillante che portava al dito. Una conferma che non solo Tito ma lo stesso "titismo" era per sempre finito. Eppure la figura di questo straordinario croato, oggi più che mai dopo i quattro anni di sconvolgenti carneficine nelle terre ex jugoslave, appare per certi versi unica nel panorama dei grandi personaggi emersi dal cataclisma della seconda guerra mondiale. Hitler, Mussolini, Stalin, Churchill, Roosevelt, per non parlare che dei maggiori protagonisti, preesistevano a quegli anni tremendi: Tito invece emerse dal nulla, un fantasma dai molti nomi e contornato dalle più incredibili leggende, che si materializzò nella primavera del 1942 quando i tedeschi, già duramente impegnati dalla guerriglia partigiana, svelarono che il capo delle formazioni combattenti comuniste altri non era che Josip Broz, nato in Croazia, a Kumrovec, nel maggio 1892, soldato austriaco nella prima guerra mondiale, che soggiornò in Russia negli anni della rivoluzione e della guerra civile, poi detenuto dal 1928 al 1934 nelle prigioni croate per le sue attività sovversive. Insomma, pareva allora, uno dei tanti oscuri militanti costretti a un' esistenza clandestina e randagia dalla messa fuori legge dei vari partiti comunisti. In realtà quel signor nessuno -come ci ricorda Jasper Ridley in una accattivante biografia edita da Mondadori (Tito, sottotitolo "Genio e fallimento di un dittatore", pagg. 442), nella quale rifugge, secondo i canoni dello storicismo anglosassone, da ogni visione demonizzante e aprioristica - aveva già a quell' epoca un burrascoso e ricco passato. Come molti comunisti costretti all' emigrazione in Urss era sopravvissuto alle tremende purghe staliniane, diventando segretario del partito jugoslavo nel 1937. Riuscì a salvarsi grazie alla spiccata avversione per le dispute ideologiche, da lui profondamente disprezzate, e ad un carattere gioviale che gli consentiva di stabilire buoni rapporti con i freddi e spietati esponenti del Comintern. E nella primavera del 1940 fu rispedito da Mosca in Jugoslavia a dirigere il lavoro illegale del partito, sostenendo sempre disciplinatamente il punto di vista sovietico, in quel periodo contraddistinto dall'alleanza fra Stalin e Hitler: la guerra scatenata dal dittatore tedesco contro gli anglo-francesi doveva ritenersi difatti come uno scontro fra opposti imperialismi. Ma il 6 aprile 1941 il ciclone nazista colpì anche la Jugoslavia: la fragile costruzione dello Stato crollò miseramente di fronte alla fulminea invasione della Wehrmacht. Quando i tedeschi entrarono il 10 aprile a Zagabria vennero accolti dall' entusiasmo della popolazione croata che vedeva in loro i "liberatori" dall' oppressivo dominio del centralismo serbo. L' ala oltranzista del nazionalismo, sotto la guida di Ante Pavelic, non tardò nemmeno un giorno nel mettere in atto una spaventosa pulizia etnica: in pochi mesi circa 250mila tra serbi, ebrei e zingari vennero massacrati in un gigantesco genocidio, benedetto dai nazisti e dalle autorità cattoliche croate. Le esitazioni e i contorcimenti ideologici che sino allora avevano spinto i comunisti a giustificare l' accordo tra Stalin e Hitler vennero definitivamente spazzati dall' aggressione nazista all' Urss il 22 giugno di quello stesso anno. Senza attendere gli ordini di Mosca già il 27 giugno Tito veniva nominato dal politburo del partito comunista comandante in capo delle forze di liberazione nazionale. Cominciava così quella straordinaria pagina del secondo conflitto mondiale costituita dalla guerra partigiana jugoslava, l' unica che in tutta Europa riuscì ad impegnare severamente in termini militari l' esercito d'occupazione tedesco. Il tutto in un caotico quadro di contrasti politici e di odi razziali che videro sanguinosamente contrapposti gli "ustascia" fascisti di Pavelic, i "cetnici" ultranazionalisti serbi di Draza Mihailovic, spesso alleati degli occupanti tedeschi e italiani, e i "comunisti" di Tito. Fu in questo drammatico clima che s'impose l' abilità politica del "maresciallo", il tener fede cioè, malgrado gli obiettivi "comunisti" fissati ai suoi partigiani, all'identità jugoslava, contro le visioni particolaristiche. Che Tito avesse conquistato sul campo il diritto alla guida del movimento di liberazione venne dapprima confermato dagli stessi tedeschi: fu contro le sue brigate partigiane che essi lanciarono una serie di offensive, costringendole a combattere ininterrottamente, ma senza mai riuscire a scompaginarle in modo risolutivo. E successivamente dagli stessi anglo-americani, che dopo aver puntato sui "cetnici" di Mihailovich si resero conto che solo aiutando Tito avrebbero avuto un efficace concorso nella lotta armata contro i nazisti. Il pragmatismo, l'astuzia, il realistico senso dei rapporti di forza da lui messi in mostra avrebbero finito per catturare persino la benevolenza di Churchill, il quale grazie al suo sottile intuito aveva subito compreso come Tito fosse, tutto sommato, un comunista "diverso". La Jugoslavia, grazie ai partigiani del maresciallo, riuscì difatti a liberarsi da sola e l' arrivo dell' Armata Rossa nei suoi territori non fece che sancirne il successo. Dal l944 al 1948, anno della rottura clamorosa con Stalin, i rapporti fra Belgrado e Mosca conobbero momenti di grandi intese e di sotterranee contrapposizioni, ma sempre in ogni circostanza Tito seppe mantenere una posizione di parità e di sostanziale indipendenza. Che il dittatore sovietico non potesse a lungo tollerare posizioni così lontane dall' acquiescente subordinazione accettata da tutti gli altri Stati satelliti del suo impero era nel fatale ordine delle cose. Fu uno scontro, quello con Stalin, che si protrasse sino alla morte di questi e proseguì anche dopo sia con Krusciov che con Breznev. La Jugoslavia non venne mai meno al suo ruolo di equidistanza fra i due blocchi che si contrapposero per decenni nel corso della guerra fredda e che fecero di Tito il leader indiscusso dei paesi del cosiddetto Terzo Mondo. Ai grandi successi internazionali il maresciallo non seppe aggiungerne di analoghi sul piano interno. La Jugoslavia rimase una federazione di serbi, croati,sloveni, bosniaci, montenegrini e macedoni, come nei tempi prebellici ma senza riuscire a fondersi in una vera nazione. Il fuoco nazionalistico continuava a covare sotto la cenere e la dittatura comunista a malapena celava il ricostituirsi di un predominio serbo. Sul piano economico le pur coraggiose varianti al tradizionale "socialismo" di matrice sovietica - quali l'autogestione e un moderato collettivismo agrario - non seppero appianare le contraddizioni fra un nord industriale e più strettamente collegato all' Europa ed un sud arretrato e balcanico. E la Jugoslavia poté evitare il crollo del proprio sistema solo grazie ai massicci aiuti dell' Occidente. In quei lunghi anni di dominio Tito visse come un re del passato. Ininterrotti viaggi all' estero per trovare continue legittimazioni, interminabili partite di caccia, periodi di riposo nelle sue lussuose ville alternati alle poche decisioni di governo nelle quali intendeva impegnarsi (per non venir meno al ruolo di grande "moderatore" dei contrasti), mentre la polizia segreta teneva i cittadini in riga. Insomma un dittatore "morbido", certo non paragonabile al modello staliniano, che riteneva la democrazia un lusso non confacente al suo paese. Un satrapo che viaggiava su un "treno blu", fumando oltre cento sigarette al giorno e dotato di un appetito formidabile (il proprietario di un albergo del sud della Francia che l' aveva ospitato era rimasto allibito "nel vedere che Tito, a colazione, alle sei del mattino, mangiava zuppa di cavoli, salsicce, carne bollita e pollo arrosto"). Nel 1971 un sinistro scricchiolio nell' edificio jugoslavo denotò come la costruzione di Versailles riattata da Tito non avrebbe avuto vita lunga. In Croazia il movimento indipendentista e nazionalista riemerse alla luce con tutta la sua forza, e solo le energiche misure di polizia e l' autorità di cui ancora godeva il leader riuscirono a bloccarlo. Ma era la riprova che lo spaventoso bagno di sangue patito tra il 1941 e il 1945, quando croati, serbi, bosniaci si erano fra loro massacrati, non avrebbe impedito ulteriori drammatiche lacerazioni. Ciò che è puntualmente avvenuto sotto gli occhi di un mondo distratto, e tutto sommato indifferente per meschini calcoli politici, in questi ultimi anni. Il regime di Tito, questa la lezione della storia, non poteva dunque sopravvivergli. Ma oggi - conclude Jasper Ridley - "la popolazione di quella che era un tempo la Jugoslavia pensa a Tito con maggior simpatia di qualche anno fa. A Sarajevo e Mostar, molti dicono che era preferibile vivere in un sistema in cui i leader politici potevano venire arrestati arbitrariamente piuttosto che in un paese dove in due anni sono state trucidate trecentomila persone... Oggi, la gente apprezza più di un tempo i giorni in cui era governata da Belgrado da Josip Broz Tito, e si diceva che la Jugoslavia aveva sei repubbliche, cinque etnie, quattro lingue, tre religioni, due alfabeti e un partito".

lunedì 30 dicembre 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 30 dicembre.
Il 30 dicembre 1922 viene costituita l'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche.
L’Urss (Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche) anche nota come Unione Sovietica fu ufficialmente costituita il 30 dicembre 1922, cinque anni dopo la Rivoluzione d’ottobre del 1917, che aveva portato in Russia alla caduta dell’impero degli zar (la parola russa ‘tsar deriva dal latino Caesar, Cesare) e alla conquista del potere da parte del Partito comunista (PCUS) guidato da Lenin.
La Russia non era più un impero ma una federazione che riuniva quattro repubbliche slave principali (Russia, Ucraina, Georgia e Bielorussia) e circa 25 altre repubbliche di etnie diverse (turche, mongole ecc.). La confederazione confermò come stemma la falce (i contadini) e il martello (gli operai) che erano diventati il suo simbolo dopo la Rivoluzione d’ottobre. Vi aggiunse la stella, simbolo dello Stato.
Il governo dell’Urss avviò una radicale riforma del sistema economico, basata sulla collettivizzazione delle terre e delle strutture produttive: era il primo tentativo di dare concreta realizzazione alle idee comuniste maturate in Europa nel XIX secolo per opera di Karl Marx, Friedrich Engels e altri pensatori socialisti.
Lo stato socialista si poneva come diverso e alternativo rispetto a quello liberale e capitalista: uno stato fondato sulla giustizia, l’uguaglianza e la fratellanza tra i lavoratori. La terra, le imprese e le altre risorse economiche furono poste sotto il controllo diretto delle classi lavoratrici, limitando così il diritto di proprietà, ritenuto all’origine dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
Negli anni Venti e Trenta del Novecento, sotto la guida di Iosif Stalin (Lenin era morto nel 1924) e per mezzo della rigida pianificazione statale di tutte le attività produttive, l’Urss fu protagonista di una grande crescita economica.
L’industrializzazione fu condotta a tappe forzate, sfruttando l’abbondanza di manodopera e di risorse naturali. Questo significò chiedere alla popolazione una serie di sacrifici – che in uno Stato democratico sarebbero stati del tutto inimmaginabili – e imporli con un regime del terrore che determinò il più alto numero di morti mai registrato in un solo Paese.
Tutti i contadini furono inquadrati nei kolkhoz, le aziende agricole fondate sulla proprietà collettiva della terra, del bestiame e delle attrezzature e impegnate a fornire ogni anno allo Stato le quantità di prodotto imposte dall’alto.
La resistenza opposta alla collettivizzazione dai kulàki, gli agricoltori benestanti, fu violentissima. Pur di non  dare allo Stato il loro bestiame, essi ammazzarono milioni  di capi, creando una crisi alimentare che durò una decina di anni. Ciò offrì a sua volta alla Ceka – un’onnipotente polizia politica incaricata di controllare la fede rivoluzionaria della popolazione e dotata del potere di arrestare o addirittura fucilare senza processo chi risultava sospetto – il motivo per organizzare la loro deportazione in massa nei gulag, i campi di lavoro forzato della Siberia. Di loro non si seppe più niente.
In circa dieci anni, 24 milioni di piccoli campi furono accorpati in 250 000 aziende agricole di grandi dimensioni. Ciò tuttavia non produsse i risultati attesi. La produttività delle campagne rimase bassissima e violente carestie continuarono ad abbattersi sui raccolti. Le maggiori vittime della situazione furono proprio i contadini, perché le autorità si rifiutarono di tener conto della bassa produttività dei campi nello stabilire i quantitativi delle requisizioni annuali e, di conseguenza, i morti per fame nei kolkhoz furono milioni.
Stalin ottenne invece risultati nel campo dell’industrializzazione. Sparita la proprietà privata anche nell’industria, l’Urss elaborò nel 1928 un Piano di produzione quinquennale che dava la priorità assoluta all’industria pesante, mentre fu totalmente sacrificata l’industria leggera.
Negli anni dell’industrializzazione furono compiuti anche notevoli progressi sociali: masse di analfabeti andarono a scuola, le università si aprirono ai figli dei contadini e degli operai, il sistema sanitario divenne gratuito.
Dall’altra parte, però, poiché non si producevano sufficienti beni di consumo, quegli stessi operai che affidavano con orgoglio i propri figli al Partito perché li educasse, non avevano vestiti né scarpe di ricambio, facevano file di ore per comprare un pezzo di sapone e abitavano con la famiglia ammucchiati in una sola stanza.
Nel periodo successivo alla Seconda guerra mondiale, l’Urss continuò la sua crescita economica e industriale, ma non riuscì a reggere il confronto con il benessere e lo sviluppo dei paesi industrializzati dell’Occidente. Inoltre, il contrasto politico con gli Stati Uniti  e le tensioni della guerra fredda spinsero il governo sovietico a potenziare soprattutto l’apparato militare, sprecando un’enorme quantità di risorse.
I limiti e le contraddizioni del modello economico socialista divennero via via più forti con il passare degli anni; per questo motivo Michail Gorbaciov, personaggio politico leader dell’Urss dal 1985, cominciò ad attuare riforme (la cosiddetta perestrojka) con l’obiettivo di realizzare un sistema economico che, pur mantenendo la struttura socialista, accogliesse anche elementi di economia privata.
Questo tentativo però fallì per le forti resistenze di una parte della vecchia classe dirigente e per il peggioramento delle condizioni economiche dell’intero paese.
La crisi dell’Urss era oramai inarrestabile. Il progressivo crollo dei regimi socialisti alleati dell’Urss, verificatosi nel corso del 1989 in Polonia, Ungheria, Cecoslovacchia, Germania orientale e Romania , peggiorò il clima di tensione economica e politica nelle singole repubbliche che componevano lo stato sovietico, che, a partire dalle tre piccole repubbliche baltiche (Estonia, Lettonia e Lituania), cominciarono a proclamare la propria indipendenza dal governo centrale.
Il 31 dicembre 1991 venne ammainata per l’ultima volta dal pennone del Cremlino, a Mosca, la bandiera dell’Urss, che cessava di esistere dopo circa settant’anni.

martedì 20 agosto 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 20 agosto.
Il 20 agosto 1940, a Città del Messico, Lev Trotsky viene ferito mortalmente.
Lev Davidovic Bronstejn, conosciuto come Lev Trotsky, nasce il 7 novembre del 1879 a Janovka, nell'attuale Ucraina, nella provincia di Kherson, da una famiglia di contadini ebrei piuttosto benestanti. Frequentando l'università di Odessa, ha la possibilità di avvicinarsi agli ambienti rivoluzionari: nel 1898, a diciannove anni, viene arrestato mentre è impegnato nell'Unione Operaia della Russia Meridionale. Due anni dopo viene condannato all'esilio in Siberia per quattro anni, ma riesce a scappare nel 1902: è in questo periodo che prende il nome di Trotsky (derivante da un ex carceriere di Odessa).
Trasferitosi a Londra per raggiungere il redattore capo del giornale "Iskra" Vladimir Lenin, prende parte al secondo congresso del Partito Operaio Socialista Democratico Russo (conosciuto anche come Partito Social Democratico Russo dei Lavoratori) nell'estate del 1903. Nella faida interna sorta nel partito, si schiera contro Lenin e a favore dei Menscevichi. Tornato in Russia due anni più tardi, viene coinvolto nello sciopero generale dell'ottobre del 1905: appoggia la rivolta armata e presiede il Soviet di San Pietroburgo. Viene, per questo motivo, arrestato e condannato all'esilio a vita. Nel 1907 ritorna a Londra, e partecipa al quinto congresso partitico, per poi spostarsi a Vienna.
Qualche anno più tardi viene inviato nei Balcani da un quotidiano radical-democratico per raccontare la guerra del 1912-1913, antipasto della Prima Guerra Mondiale. Proprio con l'avvicinarsi della guerra abbandona quei territori pericolosi per stabilirsi dapprima in Svizzera e poi in Francia. Espulso anche dalla Francia, si trasferisce a New York, prima di ritornare in Russia in occasione della Rivoluzione di febbraio e della rimozione dello Zar. Nel 1917, quindi, Lev Trotsky si unisce ai Bolscevichi, venendo coinvolto nel tentativo di rovesciare il governo di Aleksandr Kerensky. I Bolscevichi riescono a prendere il potere, e Lev viene nominato Commissario del popolo per gli Affari Esteri: uno dei suoi obiettivi più importanti è quello di trattare la pace con i tedeschi.
Ritiratosi dai colloqui nel febbraio del 1918 sperando in una ribellione dei militari della Germania, vede la propria speranza delusa: i tedeschi, di conseguenza, invadono la Russia, obbligando i sovietici alla firma del Trattato di Brest-Litovsk. Trotsky, diventato nel frattempo Commissario del Popolo della Guerra, fonda quindi l'Armata Rossa, e al suo comando sconfigge l'Armata Bianca nella Guerra Civile Russa. Egli, tuttavia, è costretto a dimettersi dalle proprie cariche nel gennaio del 1925, dopo la salita al potere di Stalin (successiva alla morte di Lenin), artefice della lotta al Trotskismo (nel frattempo auto-proclamatosi Opposizione di sinistra).
Lev, intanto, si pone in contrasto con il pensiero stalinista, e in particolare con il suo obiettivo di creare il socialismo in un solo Paese, come dimostra la sua teoria della Rivoluzione Permanente. Ciò che Trotsky contesta ai suoi avversari è il regime autoritario, ma anche la nascita di una nuova borghesia. L'Opposizione trotskista, insomma, reclama una politica di industrializzazione, la promozione di rivoluzioni proletarie anche in altre parti del mondo (in Germania e in Cina) e un piano di collettivizzazione volontaria da attuarsi nelle campagne. Il gruppo di Trotsky nel 1926 si allea con le frazioni Zinovev e Kamenev, dando origine alla cosiddetta Opposizione Unificata.
In seguito a un periodo di forti scontri tra il governo e i gruppi oppositori, questi ultimi nel 1927 decidono di celebrare in autonomia il decimo anniversario della Rivoluzione di Ottobre: evidente, da parte di Lev Trotsky, è l'intento di mostrarsi resistente al nascente regime staliniano. A Leningrado, a Mosca e nelle principali piazze sovietiche migliaia di persone sventolano le bandiere e i vessilli dell'Opposizione Unificata: il 12 novembre del 1927 Lev viene espulso dal Partito Comunista Sovietico. Due anni più tardi, mentre la persecuzione sistematica degli attivisti dell'Opposizione ha ormai preso piede, Trotsky è costretto all'esilio ad Alma Ata, nell'attuale Kazakistan.
Da lì inizia un lungo giro per l'Europa e non solo: dapprima in Turchia, poi in Francia e infine in Norvegia. Dalla Scandinavia Trotsky si sposta in Messico, invitato direttamente dall'artista Diego Rivera, con il quale vive per un certo periodo (prima di intrattenere una relazione con Frida Kahlo, moglie del pittore). Nell'inverno del 1933 conosce Simone Weil, che gli offre ospitalità a Parigi: qui egli organizza una riunione clandestina che raduna numerosi esponenti di partito transalpini. Dopo aver scritto, nel 1936, l'opera "La rivoluzione tradita", in cui vengono elencati e denunciati i delitti compiuti dalla burocrazia staliniana, nel 1938 l'esiliato sovietico fonda la Quarta Internazionale, un'organizzazione internazionale marxista che si propone di sfidare la Terza Internazionale stalinista.
Nel frattempo litiga con Rivera e va a vivere da solo: il 24 maggio del 1940 è vittima di un blitz compiuto da sicari stalinisti, a capo dei quali c'è il pittore Siqueiros, dal quale riesce tuttavia a scappare. Nulla può, invece, tre mesi più tardi: è il 20 agosto del 1940 quando Lev Trotsky in un sobborgo di Città del Messico, Coyoacan, viene aggredito da un agente stalinista, Ramòn Mercader, che lo uccide sfondandogli la testa con una piccozza.

sabato 8 aprile 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'8 aprile.
L'8 aprile 1877 un gruppo di 26 anarchici occupa il municipio di Letino (BN), per protesta contro l'iniqua tassa sul macinato.
Protagonista del tentativo insurrezionale fu la cosiddetta Banda del Matese che contava tra i suoi militanti Errico Malatesta, Carlo Cafiero, gli imolesi Giuseppe Bennati, Luigi Castellazzi, Ugo Conti, Sante Celoni, Francesco Ginnasi , Luigi e Domenico Poggi, Pietro Gagliardi; i bolognesi Ariodante Facchini e Uberto Lazzati; i ravennati Domenico Bezzi; i toscani Alamiro Bianchi, Guglielmo Sbigoli, Giuseppe Volponi, Gaetano Grassi, Leopoldo Ardinghi e Massimo Innocenti; i marchigiani Napoleone Papini, Sisto Buscarini; gli umbri Angelo Lazzari e Carlo Pallotta, entrambi di Terni e Florido Matteucci; e tanti altri.
Il Matese fu ritenuta zona adatta alla guerriglia. Da qui - nel cuore del Mezzogiorno - gli anarchici intendevano far scoccare la scintilla della rivoluzione. Non pensavano ad un'insurrezione generale, bensì ad un'azione di vera e propria guerriglia. Lo scopo era quello di occupare, con pochi uomini, una zona simbolicamente importante perché inespugnabile, e da lì incitare all'azione chi agognava alla libertà. L'operazione era prevista a marzo, ma la neve ancora presente nel Matese fece rallentare i piani degli anarchici (e permise al ministero degli Interni, debitamente informato, di studiare delle contromosse). Il luogo dell'incontro dei cospiratori doveva essere San Lupo, un piccolo paesello. Ma invece di cento - come preventivato - si presentarono solo ventisei compagni.  Si decise di continuare comunque e il piccolo gruppo di uomini cominciò a marciare, naturalmente ognuno con la sua bella sciarpa rossa in evidenza.
Le guide non si presentarono, i viveri non giunsero a destinazione. La leggenda dice che i rivoluzionari avessero deciso di passare agli espropri, ma quando - alla prima pecora sequestrata - il piccolo pastore, tale Purchia, cominciò a piangere, la restituirono. Dopo tre giorni di marcia, la mattina dell'8 aprile 1877 entrarono a Letino in armi. Dichiararono  decaduta la monarchia sabauda e distrussero i ritratti di Vittorio Emanuele, dando alle fiamme, tra il giubilo degli abitanti di Letino, sia i registri fiscali che tutte le carte dell'archivio comunale. Vennero distrutti i titoli di proprietà (catasto, ipoteche, gravami a favore della Santa Chiesa) e ufficialmente proclamata la rivoluzione sociale. Il popolo plaudente salutò il lancio dalle finestre del municipio di grossi fasci di cartaccia che alimentano un grande falò acceso sulla pubblica piazza. Vennero, infine, guastati, sui mulini, i contatori dell'iniqua tassa sul macinato.
La rivoluzione venne spiegata con pochi esempi pratici, e in dialetto. Carlo Cafiero saltò sul basamento di una grossa croce divelta, e sul quale sventolava la bandiera rossa e nera dell'Anarchia. Spiegò cosa fosse la rivoluzione sociale, i suoi fini e i suoi metodi. illustrando, sempre in dialetto stretto, il programma dell'Internazionale: non più soldati, non più prefetti, non più proprietari. E, secondo le testimonianze registrate dai carabinieri, il popolo di Letino, quello della santa religione, gridava: "Evviva l'Internazionale! Evviva la repubblica comunista di Letino!".
Lo stesso parroco del paese, don Raffaele Fortini (cognome diffusissimo a Letino e nel Matese), spiegò come Vangelo e socialismo fossero la stessa cosa e che gli anarchici erano i "veri apostoli mandati dal Signore per predicare le sue leggi divine". Il popolo applaudiva. né servi né padroni; la terra in comune, il potere a tutti. E a gran voce si chiedeva ai rivoluzionari di completare l'opera iniziata, confiscando le terre e ridistribuendole. Ma Cafiero, a nome della Banda, rifiutò decisamente sia perché il gruppo doveva andare in altri paesi a portare la scintilla della rivoluzione, sia soprattutto, perché i contadini dovevano imparare a far da soli, sfruttando le loro forze. "I fucili e le scuri ve li aviamo dati, i coltelli li avite - se vulite facite e si no, vi futtite".
Alla fine i rivoluzionari lasciarono il paese tra gli applausi dei contadini diretti verso Gallo. Qui furono ripetuti gli stessi atti compiuti a Letino tra un analogo entusiasmo da parte dei contadini e del parroco Vincenzo Tamburri. Intanto si stava organizzando la reazione del governo che, a detta di alcuni storici era già informato da tempo del progetto di rivoluzione sociale preparato dagli internazionalisti.
Pare infatti che la persona scelta come guida perché a conoscenza dei luoghi impervi del Matese, tal Farina di Maddaloni, avesse tradito rivelando tutto al ministro degli interni Nicotera, ex Mazziniano come lui. Dopo gli eventi di Letino e Gallo, la banda vagò per tre giorni sui monti del Matese, sorpresa dal freddo e dalla neve, senza guide né carte, né viveri, con i paesi resi ormai inaccessibili dall'arrivo dei soldati e con tutte le vie di fuga, sia verso Isernia che verso Piedimonte Matese e Benevento sbarrate dall'esercito (circa 12.000 uomini) che avevano ormai circondato tutto il territorio.
La mattina dell'11 aprile un contingente di bersaglieri, a quanto pare partiti proprio, ironia della sorte, da Pontelandolfo, localizzò la banda in una masseria alla contrada Rava della Noce quindi arrestò i rivoluzionari. Un sogno di riscatto, recita la lapide a San Lupo, rimasto senza compimento.

giovedì 16 febbraio 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 16 febbraio.
Il 16 febbraio 1959 Fidel Castro diventa primo ministro di Cuba.
Nato a Mayarí il 13 agosto 1926 e figlio di un immigrato spagnolo divenuto proprietario terriero, Castro è diventato uno dei simboli della rivoluzione comunista ma anche, agli occhi dei suoi detrattori, un dittatore che non concede libertà di espressione.
Iscrittosi all'università dell'Avana nel 1945, partecipò dapprima alla vita politica dell'ateneo, nelle file dell'ala più ortodossa del Partito del Popolo Cubano.
La militanza studentesca si esprimeva spesso attraverso la lotta per bande, in scontri fra "gruppi di azione" di segno opposto che non di rado degeneravano in sparatorie : fra il 1944 e il 1952, per esempio, si registrarono un centinaio di attentati. Ad ogni modo, Castro nel 1950 si laurea in legge e, dopo il colpo di stato di Fulgencio Batista del 1952, si arruola in un movimento intenzionato a dare l'assalto alla caserma Moncada a Santiago de Cuba. In breve ne diventa il capo e poi, il 26 luglio 1953, organizza il piano. Fallita l'azione, a causa dello scarso coordinamento fra i vari gruppi che componevano il commando, viene imprigionato dal regime. Dei suoi compagni, alcuni caddero combattendo ma la maggior parte fu giustiziata dopo essere stata fatta prigioniera e solo l'intervento di personaggi di spicco, fra cui l'arcivescovo di Santiago, impedì che nei giorni successivi il massacro continuasse.
Al processo, si difese autonomamente, in particolare attraverso un allegato in cui denunciava i mali che affliggevano la società cubana. La sua arringa fu un vero e proprio attacco al potere, che lo trasformò da imputato ad accusatore. Questo documento è poi diventato famoso con il titolo "La storia mi assolverà", anche per il fatto che all'interno vi è in pratica delineato il suo programma politico, lo stesso che avrebbe poi sviluppato (se non superato), nei quarant'anni che lo videro protagonista prima della Rivoluzione poi dell'esercizio del potere.
Ma cosa prevedeva, in concreto, questo programma? Vi si parlava, tra le altre cose, della distribuzione delle terre dei latifondisti dietro indennizzo, la confisca dei beni ottenuti illegalmente dai membri dei passati governi, la nazionalizzazione dell'energia elettrica e dei telefoni, misure per l'industrializzazione, cooperative agricole e dimezzamento dei canoni d'affitto urbani e così via. Insomma, un perfetto programma comunista.
In quel momento, comunque, Castro soffrì la prigione e poi l'esilio (da cui però preparò l'insurrezione armata). Infatti, nel maggio 1955 Batista decise, anche per problemi di immagine presso il governo di Washington, di concedere l'amnistia ai rivoltosi, molti dei quali accompagnarono, meno di sei mesi dopo, Castro nel suo esilio in Messico.
Il 9 luglio di quello stesso anno Fidel Castro incontra di sera Ernesto Guevara, e per tutta la notte discutono sul continente sud americano sfruttato dagli yankee. Il 2 dicembre 1956, torna a Cuba con una forza di 82 uomini, deciso a rovesciare la dittatura, cosa che avvenne dopo una sequenza interminabile di lotte intestine.
L'Esercito Ribelle prese infine il potere nel 1959. Le decisioni iniziali, prese dal nuovo governo di Fidel, furono inizialmente di componente etica: chiusura delle case da gioco e di tolleranza, lotta senza quartiere al traffico di droga, liberalizzazione degli accessi agli alberghi, spiagge, locali sino ad allora riservati a circoli esclusivi. Tutto questo affascinò la maggioranza della popolazione e il nuovo governo ebbe grande consenso.
Nel marzo del 1959 fu imposta una diminuzione dei canoni d'affitto del 30-50% accompagnata da una riduzione del prezzo di medicinali, libri scolastici, tariffe elettriche, telefoniche e dei trasporti urbani. Dopo aver ridotto gli affitti, si varò una riforma che mirava a trasformare gli inquilini in veri e propri proprietari attraverso il pagamento degli alloggi con rate mensili proporzionali al reddito.
Ma le proteste interne iniziarono dopo l'emanazione, nel maggio 1959, della prima riforma agraria, che fissava per le tenute agricole un limite massimo di 402 ettari. La superficie coltivabile veniva assegnata a cooperative oppure distribuita a proprietà individuali di un minimo di 27 ettari. Il governo, per impedire il minifondo, proibiva la vendita delle terre ricevute e il loro frazionamento.
Con la nuova riforma agraria fu istituito l'INRA (Istituto nazionale di riforma agraria).
La riforma agraria suscitò forti reazioni nelle campagne ma anche presso le classi alte e i ceti medi urbani. Le manifestazioni più clamorose di dissenso furono rappresentate dalla fuga, negli Stati Uniti, del comandante delle Forze armate Pedro Diaz Lanz, e dall' arresto di Huber Matos, governatore della provincia di Camarguey, accusato di cospirazione per essersi opposto alla riforma agraria.
Oggi Cuba è impegnata a fronteggiare gli Stati Uniti, in una lotta che la oppone al blocco economico che perdura da più di quattro decenni.
A partire dal mese di dicembre del 2006 si fanno sempre più presenti i problemi di salute. Il 19 febbraio 2008, al potere da quasi 50 anni, Fidel annuncia il suo ritiro dalle cariche presidenziali lasciando tutti i poteri al fratello Raul Castro Ruz. "Non vi dico addio. Spero di combattere come un soldato delle idee", ha dichiarato il lider maximo cubano.
Il 29 marzo 2012, durante la visita a Cuba di Papa Benedetto XVI, Fidel Castro ha avuto un colloquio di circa 30 minuti con il Pontefice, definito da entrambi molto cordiale, nel quale Castro, pur mostrando alcune difficoltà motorie dovute alla malattia ed alla età avanzata, si è dimostrato ancora perfettamente lucido e cosciente.
Fidel Castro è morto nella capitale cubana alle ore 22.29 del 25 novembre 2016; a darne l'annuncio alla televisione di Stato è il fratello Raúl. La causa della morte non venne rivelata. Nel rispetto della volontà del defunto, il corpo è stato cremato nelle ore successive. Durante i nove giorni di lutto nazionale, il corteo funebre ha percorso al contrario il medesimo viaggio di 900 km fatto da Castro e dai rivoluzionari nel gennaio 1959, trasportandone l'urna cineraria dall'Avana a Santiago di Cuba. Le varie tappe del tragitto hanno visto la folla accoglierlo con commozione, ammassata lungo le strade per assistere al corteo.

sabato 15 gennaio 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 15 gennaio.
Il 15 gennaio 1919 viene catturata e uccisa, insieme a Karl Liebknecht, Rosa Luxembourg.
Rosa Luxemburg, donna politica e rivoluzionaria tedesca di origini polacche ed ebraiche, nasce a Zamosc (Polonia) il 5 marzo 1870. Fu una figura di primo piano del comunismo europeo e mondiale. Nel corso della sua breve vita e militanza marxista riceverà notevoli dimostrazioni di affetto da importanti uomini politici del tempo, Gramsci e Lenin su tutti, che guardavano con simpatia all'ascesa politica di una donna.
Ancora prima di compiere venti anni, Rosa Luxemburg sente il bisogno di interessarsi in prima persona dei problemi del mondo: diviene ben presto una militante del movimento di sinistra "Proletariat", ma a causa delle repressioni che spesso questo movimento subisce, viene costretta nel 1895 ad abbandonare la nazione natìa, emigrando prima in Svizzera e poi in Germania, dove sposerà un tedesco senza amarlo. Il matrimonio di comodo tuttavia le permetterà di ottenere nel 1898 la cittadinanza tedesca.
Anche nella grande capitale tedesca Rosa Luxemburg vuole continuare le sue battaglie: si iscrive all'SPD (Partito socialdemocratico tedesco). Con passione e radicalità, si oppone con fermezza e decisione alle teorie revisioniste di Bernstein, auspicando un ritorno all'originale pensiero di Marx.
Alcuni avvenimenti le faranno leggermente cambiare idea su quest'ultimo punto: quando nel 1905 scoppia la prima rivoluzione russa, Rosa Luxemburg torna in Polonia per parteciparvi. Il progetto rivoluzionario per il momento fallisce e viene arrestata.
Poco dopo il rilascio torna in Germania dove tra il 1907 e il 1914 insegna Economia politica. In questa veste si differenzia da Karl Marx su un punto: secondo la Luxemburg anche se il capitalismo fosse entrato in crisi, sarebbe riuscito a "salvarsi" grazie alle immense risorse derivate dal colonialismo, pratica cui lei fu sempre contraria.
Non mancarono, soprattutto dopo la stesura del suo libro più famoso "L'accumulazione del capitale", piccole polemiche anche con Vladimir Lenin, di cui lei non condivideva l'idea di un partito formato solo dall'elite proletaria, e con Josif Stalin, perché secondo lei la rivoluzione non doveva abbattere la democrazia ma doveva estenderla.
Profondamente pacifista, poco dopo lo scoppio della Prima guerra mondiale, abbandona la carriera di insegnante ed inizia quella di attivista: compie in quel periodo molte manifestazioni contro la guerra, e viene arrestata per ordine del kaiser Guglielmo II.
Nel 1916, ancora in pieno conflitto, esce dalla SPD e fonda, con il suo migliore amico Karl Liebknecht, dapprima la "Lega di Spartaco" ed in seguito il primo Partito Comunista Tedesco.
Sia la Lega che il Partito si diedero un'organizzazione imperniata sul progetto di rivoluzione e nel gennaio 1919, approfittando del periodo di turbolenza che c'era in Germania dopo la sconfitta nella prima guerra mondiale, tentarono un'insurrezione armata.
Soffocata con inaudita crudeltà da parte dell'esercito, la rivolta si concluse il 15 gennaio 1919, con la fucilazione a Berlino di Rosa Luxemburg insieme al compagno Liebknecht.
Nonostante fosse poco considerata dai bolscevichi russi che fecero la rivoluzione del 1917, la figura di Rosa Luxemburg continua ad essere studiata da storici e biografi, che ne rimarcano il coraggio e l'altruismo. Il suo ricordo viene onorato ancora oggi dai milioni di tedeschi (spesso giovani e giovanissimi) che continuano a commemorarla nel giorno della sua morte.
Nel 1926, a lei e a Liebknecht venne dedicato un monumento di Ludwig Mies van der Rohe, monumento che in seguito fu distrutto dal regime nazista.
Nel maggio 2009 il settimanale tedesco "Der Spiegel" ha pubblicato notizia del ritrovamento del cadavere di Rosa Luxemburg. Secondo il settimanale, le spoglie attualmente sepolte in un cimitero di Berlino, non sarebbero i reali resti della Luxemburg, che invece si troverebbero presso l'Istituto di medicina legale dell'ospedale Charité di Berlino. Prova ne sarebbe la presenza di una malformazione femorale di cui la Luxemburg soffriva, del tutto assente invece nei resti finora ritenuti autentici. Rosa Luxemburg fu infatti assassinata durante il suo trasporto in carcere. Il suo corpo fu gettato in un canale e in seguito recuperato, ma subito sorsero molti dubbi circa l'autenticità del riconoscimento a causa delle discordanze anatomiche.

sabato 25 dicembre 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 25 dicembre.
Il 25 dicembre 1989 Nicolae Ceausescu e sua moglie Elena vengono condannati a morte dopo un processo sommario e immediatamente giustiziati.
Tristemente, la Romania fu l’unico paese in cui il crollo del regime comunista avvenne con una dura e violenta rivoluzione che vide migliaia di persone, in maggioranza giovani, pagare il ritorno alla democrazia con la propria vita.
Nicolae Ceausescu costruì una immagine di se in Romania simile a quella di un Dio. Creò la sua propaganda vietando la televisione libera e imponendo quella di stato, bandì l’ingresso di ogni giornale straniero, utilizzò la Securitate (Polizia segreta con oltre 60 mila agenti) per far scomparire nel nulla persone indiziate di essere contro il regime, prendeva addirittura decisioni per il popolo: quanti figli fare, come vestirsi, cosa mangiare.
Elena Ceausescu era poco più che un analfabeta. Fu dopo il matrimonio con Nicolae Ceausescu che fu nominata Presidente del Consiglio Nazionale della Ricerca Scientifica, ricevendo decine di riconoscimenti “per il lavoro dei suoi scienziati” pur non comprendendo nemmeno una parola. Ricevette infatti 15 lauree honoris causa, da alcune università europee, statunitensi e sudamericane. Nel 1980 fu nominata Vice-Primo Ministro, portando la Romania in pieno declino. Elena viveva nel lusso, aveva 40 case, decine di automobili, pasteggiava caviale e champagne mentre il suo popolo viveva nella fame e nella miseria più assoluta.
Il 15 dicembre 1989 il pastore di una chiesa ungherese riformista, Padre Laszlo Tokes, diede l’incipit per quella che si rivelò l’inizio di una vera e propria rivoluzione. Nella sua piccola chiesa di Timisoara parlò in pubblico contro il regime di Ceausescu, attaccandolo duramente e la folla gli  si riunì ben presto attorno, ma la Securitate cercò di disperdere i convenuti a manganellate.
Tuttavia, la situazione scappò di mano alle autorità e la guerriglia urbana ebbe inizio. Ceausescu ordinò di sparare sulla folla e ci furono le prime vittime. Queste furono velocemente sepolte e altre trasportate a Bucarest per la cremazione. Tutto sembrava finito, tanto che Ceausescu partì per un viaggio fuori dal paese. Ma la rivoluzione non si fermò, e uno sciopero generale del paese fece riemergere la protesta. Gli insorti prendevano sempre più il controllo sulla città: era chiaro che la rivoluzione a  Timisoara era riuscita.
Il 21 dicembre 1989, Nicolae Ceausescu tornò dall’Iran e preparò un discorso alla Nazione, sicuro di poter ancora comandare, ma quello fu il peggior errore che potesse mai fare. Le televisioni e le radio che trasmettevano il messaggio in diretta, videro la folla sopraffare con le grida il dittatore. Questo, alquanto innervosito, dovette interrompere il discorso, lasciò il podio e fece spegnere il nastro pre-registrato con gli applausi. La folla, intanto, si riunì in piazza Universitatii e Piazza Romana, rifiutandosi di disperdersi.
La polizia cominciò a sparare e i carri armati entrarono nelle piazze reprimendo nella morte la rivolta. Le violenze continuarono per tutta la notte, tanto che la mattina dopo la radio annunciava lo stato di emergenza in tutto il paese. Intanto, il braccio destro del dittatore, Generale Vasile Milea si era suicidato. In realtà, il generale si era rifiutato di sparare alla folla, e fu condannato per tradimento. Non è ancora chiaro se si sia suicidato o fu assassinato.
Il 22 dicembre, l’esercito si schierò dalla parte degli insorti, mentre la Securitate restò fedele al dittatore. Nel frattempo, Ceausescu e consorte preparavano la loro frettolosa fuga senza destinazione precisa, ma sapevano che dovevano allontanarsi quanto più possibile dal paese. Il loro piano di fuga però durò molto poco. Il loro elicottero perse quota e dovettero atterrare nel bel mezzo di una autostrada. Da lì alla cattura dei Ceausescu, il passo fu breve.
Il 25 Dicembre 1989 dopo un veloce processo, i coniugi Ceausescu furono condannati a morte. La fucilazione avvenne poco dopo la sentenza e i corpi senza vita vennero mostrati in televisione. Le prime elezioni democratiche in Romania avvennero nel 1992 e oggi la Romania è entrata nell’unione europea.

giovedì 16 dicembre 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 16 dicembre.
Il 16 dicembre 1966 veniva pubblicato a Pechino il "Libretto rosso" di Mao.
Il "LIBRETTO ROSSO" di Mao è stata l'opera che ha avuto la maggiore diffusione nel mondo moderno, sia pure per un periodo molto breve: furono stampate in Cina 300 milioni di copie: tradotto in tutte le lingue, ebbe una diffusione immensa in tutto il mondo sia nei paesi occidentali come in quelli del terzo mondo: solo nei regimi comunisti dell'est europeo ne fu impedita la circolazione.
Il titolo originale dell'opera era: Citazioni dalle Opere del presidente Mao tze tung (attualmente: Mao Zedong), in cinese si pronunciava " Máo Zhuxí Yulù" secondo la translitterazione ora in uso.
In Occidente fu conosciuto però generalmente come Libretto Rosso di Mao o anche delle Guardie Rosse.
Era costituito da un antologia dei pensieri di Mao tratte da varie opere e organizzate pare da Lin Biao (allora "Lin Piao"), delfino di Mao e originariamente destinata all'esercito.
Dal 1966, durante la Rivoluzione Culturale, in Cina divenne obbligatorio portarlo sempre con se, infilato nella "casacca alla Mao", allora vestito praticamente unico per tutti i cinesi.
Occorreva studiarlo attentamente e anzi era consigliato impararlo tutto a memoria. Le folle cinesi lo alzavano in alto con la mano sinistra in tutte le occasioni, lo recitavano collettivamente a memoria, ne gridavano brani come slogans in tutte le manifestazioni.
Le somiglianze con i Vangeli o il Corano potevano essere impressionanti: come i testi sacri anche il pensiero di Mao era ritenuto in grado di risolvere tutti i problemi della vita.
In Occidente non gli fu riconosciuto un tale potere taumaturgico: tuttavia fu ritenuto, nell'ambito della Contestazione del 68, una delle voci più importanti per la formazione di una società autenticamente comunista che non si trasformasse in un capitalismo di stato come, si diceva, fosse avvenuto in Russia.
Ma in realtà cosa effettivamente era detto nel Libretto Rosso? Come mai per una parte considerevole dell'umanità ebbe una autorità e una diffusione paragonabile ai Vangeli o al Corano?  Quale contesto storico-politico spiegava una fatto tanto singolare e incredibile ?
E soprattutto: il libretto di Mao era una sintesi del marxismo o un travisamento dello stesso?
Il Libretto Rosso era lo strumento essenziale della Rivoluzione Culturale che va inquadrato nella Rivoluzione comunista cinese. Nel 1949 l'armata comunista cinese sotto la guida di Mao aveva preso il controllo di tutta la Cina costringendo le residue forze di Chiang Kai-shek (attualmente: Jiang Jiesh) a rifugiarsi nell'isola di Taiwan, sotto la protezione americana.
Mao tze tung stabilì quindi un governo comunista e nel '56 lanciò la politica cosi detta dei "cento fiori; "Che cento fiori sboccino, che cento scuole rivaleggino" aveva detto Mao riprendendo un antico verso. La politica economica che ne scaturì, molto simile alla NEP Sovietica degli anni 20, però rischiava di portare la Cina sulla strada del liberismo occidentale. Mao quindi, come Stalin, tornò rapidamente a una politica di forte collettivazione,  centralisticamente  programmata per avviare la Cina sulla via effettiva del comunismo.
Si trattò del "grande balzo in avanti": le conseguenze economiche furono disastrose più ancora che quelle analoghe della Russia Sovietica: milioni di cinesi morirono per fame perchè non si volle ammettere il fallimento e richiedere aiuti alimentari internazionali: anzi il disastro fu accuratamente nascosto e la sua entità tuttora non è stata storicamente ancora chiarita del tutto.
Il fallimento, però, fu di tale entità che l'apparato del partito cinese mise in disparte Mao allontanandolo dalle leve effettive del potere, pur lasciandogli, però, intatte in apparenza, autorità e il prestigio.
Accade allora un fatto, crediamo, unico nella storia: Mao si rivolse direttamente alle masse cinesi, anzi propriamente ai giovani e giovanissimi invitandoli a portare avanti una "rivoluzione culturale" cioè un mutamento radicale della mentalità per fondare veramente il comunismo e respingere quindi una forma politica che si avviasse sulla via del revisionismo e del capitalismo. Strumento essenziale di un tale capovolgimento di mentalità avrebbe dovuto essere il pensiero di Mao che veniva presentato al popolo nella versione semplificata ma essenziale del Libretto Rosso.
Il comunismo si afferma in qualcosa di radicalmente nuovo, in funzione di un uomo nuovo: quindi tutto quello che è tradizionale nella tradizionalissima Cina dalla storia millenaria deve essere dimenticato, radicalmente estirpato, nullificato come se non fosse mai esistito perchè comunque intriso di valori feudali (o borghesi ): bisogna quindi ricominciare daccapo, cioè dal pensiero di Mao, fondamento di un mondo nuovo e radioso in cui si affermi la società giusta, felice e umanizzante del comunismo.
Anche i saperi tecnici assumono una funzione secondaria di fronte all'ideologia comunista perchè solo essa può veramente cambiare il mondo. Conseguentemente i giovani e i giovanissimi (quindi senza esperienza) si lanciarono all'attacco dei quadri del partito formati da uomini maturi e quindi consci delle difficoltà tecniche e anche della cultura non marxista nella quale pure erano nati, per esautorarli violentemente.
In questa prospettiva si comprende e si giustifica l'immensa autorità che viene ad avere il Libretto Rosso, solo seguendo il quale è possibile la instaurazione del "vero" comunismo.
Certamente la Rivoluzione Culturale fu manovrata dall'alto: questo però non toglie che l'entusiasmo e la convinzione delle Guardie Rosse fosse vera e genuina: effettivamente le masse dei giovanissimi crederono di potere instaurare, una volta e per sempre, in Cina e nel mondo, la giustizia e la felicità, veramente furono convinti che bastasse imparare a memorie quel piccolo libretto per comprendere tutto, per potere fare tutto: fu veramente un momento eroico nella storia.
Naturalmente i risultati furono disastrosi; il crollo economico, tecnico e culturale inevitabile.  Benchè Mao avesse stravinto, tuttavia dovette ancora rimettersi da parte e dopo la sua morte la Cina prese una strada diametralmente opposta a quella indicata dal "grande timoniere " ed ora veleggia apertamente nella direzione del capitalismo anche sfrenato. Mao è comunque rimasto un simbolo tuttora venerato e incontestato dai cinesi.
Una singolare conseguenza di una tale situazione è che ora i cinesi paiono non aver una propria ideologia culturale. II marxismo non è stata ripudiato a livello teorico, non sono state rivalutate le tradizioni cinesi, non si sono diffusi gli ideali liberali occidentali, il cinese medio conosce solo il pensiero di Mao, cosi come presentato dal Libretto Rosso  ma esso appare del tutto avulso dall'attuale situazione. Sono stati invece rivalutati pienamente i saperi tecnici che attualmente costituiscono il motore più importante dell'imponente sviluppo economico cinese.
Allo straniero che chiede ai cinesi del loro millenario passato essi rispondono che, in realtà, non ne sanno molto: la loro giovinezza è stata solo piena di Mao, il loro presente solo pieno di tecnologia e lavoro.

venerdì 4 giugno 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 4 giugno.
Il 4 giugno 1989 avvenne il massacro di Piazza Tienammen, allorchè i militari spararono e uccisero gli studenti che dimostravano per una maggiore libertà nel paese. Ancora oggi la censura cinese omette e vieta qualsiasi commemorazione di quella strage.
Le proteste erano iniziate il 15 aprile 1989 dopo la morte del segretario del partito comunista cinese Hu Yaobang, considerato un riformatore liberale. Mezzo milione di studenti, intellettuali e operai marciò fino alla piazza principale di Pechino per chiedere maggiori libertà politiche, libertà di stampa, riforme economiche e la fine della corruzione, molto diffusa allora come adesso. Ci furono proteste pacifiche anche in altre città della Cina, come Shanghai e Wuhan. Il governo si dimostrò inizialmente incerto se dialogare o meno con i manifestanti, decisi a occupare la piazza fino a quando le loro richieste fossero state soddisfatte. Il 13 maggio gli studenti iniziarono uno sciopero della fame che diede nuovo vigore alle proteste e conquistò nuovi sostenitori al movimento in tutto il Paese.
Il governo decise allora di agire e il 20 maggio impose la legge marziale nel Paese. Nella notte tra il 3 e il 4 giugno i convogli militari entrarono a Pechino facendosi strada tra le barricate dei manifestanti, che reagirono lanciando sassi e bombe molotov contro i soldati. L’esercito ricevette l’ordine di sgomberare la piazza entro l’alba e verso le 4:30 del mattino iniziò a sparare contro i civili, mentre i carri armati travolgevano barricate e i manifestanti che, secondo i giornalisti stranieri che hanno raccontato la vicenda, gridavano «perché ci state uccidendo»? Alle 5:40 la piazza era stata sgomberata. Il numero dei civili uccisi non è mai stato stabilito. Secondo il governo cinese i morti – soldati inclusi – sarebbero 241 e i feriti 7 mila. La NATO parla invece di 7 mila morti mentre un funzionario cinese della Croce Rossa ha detto che i morti sono stati 5 mila e i feriti 30 mila. Molte delle persone non furono uccise in piazza ma nei dintorni. La repressione continuò nei giorni seguenti: persone sospettate di sostenere i manifestanti vennero arrestate in tutta la Cina, i funzionari del partito che simpatizzavano per le proteste vennero rimossi dai loro incarichi, i giornalisti stranieri furono espulsi dal Paese mentre la stampa nazionale venne fortemente censurata per controllare la copertura del massacro.
Le immagini della strage furono diffuse dalle televisioni di tutto il mondo, le cui troupes stazionavano sulla piazza Tienanmen. Per ostacolare la diffusione di notizie il governo attuò un severissimo controllo sugli organi di stampa cinesi e vietò l'ingresso nel paese ai giornalisti stranieri.
La brutalità della repressione provocò l'isolamento internazionale del regime cinese; alcuni partners commerciali decisero misure di embargo economico (allentate e rimosse in seguito, con la normalizzazione della situazione interna da parte del regime di Deng). L’intero processo delle riforme sembrò subire una battuta d’arresto.
Dopo questo episodio, per tutti gli anni novanta la Cina ha intrapreso a tappe forzate la via del capitalismo attraverso uno sviluppo rapidissimo, supportato sia dai massicci investimenti statali, specialmente nei settori dell’energia e delle materie prime, sia dagli investimenti sempre maggiori da parte delle multinazionali di tutto il mondo, le quali vedevano e vedono tuttora nell’apertura del mercato cinese un immenso serbatoio di occasioni per produrre a basso costo e con estreme semplificazioni dal lato del mercato del lavoro. Tutto questo è avvenuto e avviene ancora con tassi di incremento del PIL compresi fra il 7 e il 10% e, ad oggi, la Cina è la seconda economia del mondo, avendo già superato Italia, Francia, Regno unito, Germania e Giappone.
Sebbene la protesta di piazza Tienanmen venga ricordata principalmente per il movimento studentesco pro-democratico e la carneficina perpetrata dallo stesso governo cinese, essa segna in realtà un punto di svolta nella storia economica e politica della Cina, poiché alla tragedia si susseguì non solo il passaggio (definitivo) all'economia di mercato, ma anche il consolidamento dei poteri del PCC, che ha causato il crescente autoritarismo che assoggetta i cittadini cinesi e la continua differenziazione tra le classi sociali, creando un paese di "super ricchi" e di "super poveri" dominato dalla corruzione e dalla censura.

lunedì 10 maggio 2021

Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 10 maggio.
Il 10 maggio 1924 John Edgar Hoover viene nominato direttore dell'FBI.
John Edgar Hoover nasce a Washington (Usa), il giorno 1 gennaio del 1895. Funzionario di stato e politico, ha ricoperto il ruolo di direttore dell'FBI per circa mezzo secolo, vedendo susseguirsi durante la sua controversa carriera ben otto Presidenti degli Stati Uniti. Ha dato vita a reparti dei servizi investigativi federali tuttora molto attivi, i quali si sono rivelati sin da subito strumenti efficaci di lotta contro la criminalità, come l'archivio per le impronte digitali, la cosiddetta "scientifica", e l'accademia per diventare agente federale.
Al nome di Hoover sono stati accostati, volta per volta, sospetti di violenza nel corso di alcune indagini molto delicate, come quelle relative all'assassinio di Martin Luther King. Per anni, è stato anche definito il braccio operativo del "maccartismo", colpevole, a dire di molti, di aver contribuito a diffondere il clima di "caccia alle streghe" maturato durante gli anni Cinquanta, quando la guerra fredda era all'apice della propria tensione.
Figlio di Dickerson Hoover, di professione un incisore, il giovane John Edgar deve far fronte fin da subito alla sua morte, la quale getta la famiglia in condizioni economiche a dir poco delicate. Il ragazzo deve lasciare gli studi, seppur a malincuore, e trova un lavoro come fattorino presso la Biblioteca del Congresso. Ambizioso, il giovane lavoratore si dà da fare per conto proprio, studiando privatamente, con il fine di ottenere comunque la laurea in legge, presso la George Washington University.
Conseguita la laurea nel 1917, uno zio di professione giudice lo aiuta ad entrare nel Dipartimento di Giustizia. Passano una manciata di mesi e alle soglie del 1920 il neolaureato Hoover viene preso sotto l'ala del procuratore generale Alexander Palmer, il quale lo vuole come suo assistente speciale.
Presso il dipartimento della capitale d'America nasce proprio in quei mesi una nuova sezione di ricerca, la quale si preoccupa di indagare sui sospetti "rivoluzionari e ultra-rivoluzionari" vicini al partito comunista. Questo particolare filone di indagini viene affidato a John Edgar Hoover, il quale comincia sin da giovanissimo, durante la sua breve e sfavillante carriera, la propria opera di lotta al comunismo.
Alle dipendenze di Palmer, Hoover compie un lavoro monumentale. Influenzato dal suo lavoro presso la biblioteca, svolto anni addietro, decide di dare vita ad un enorme archivio, il quale gli consente di schedare tutti i sospetti comunisti e i presunti rivoluzionari.
Il 7 novembre del 1919, giorno del secondo anniversario della Rivoluzione Russa, Hoover fa arrestare più di diecimila sospettati, tra comunisti e anarchici, in oltre venti città americane. Ben presto però si rende conto di dover rilasciarne la maggior parte, non avendo prove a sufficienza, ma portandoli in tribunale ha l'intuizione di inserire nei suoi archivi, anche i nomi di tutti gli avvocati che, spesso a costo zero, si assumono la responsabilità di difendere le persone accusate di essere sovversive.
A coronare il suo discutibile impegno, arriva anche una causa di alto profilo, che Hoover riesce a vincere nonostante la difficoltà del caso. Eppure, il "cacciatore di comunisti" riesce a dimostrare che Emma Goldman, nonostante i trentaquattro anni vissuti interamente negli Usa, è da considerarsi tra i potenziali sovversivi rivoluzionari e al termine del processo, la fa deportare in Russia.
Il suo raid, per così dire, ha un effetto devastante sul partito comunista americano. Da oltre 80.000 tesserati, scende a circa 6.000, di fatto quasi scomparendo dal suolo statunitense. Nel 1921 Hoover viene premiato con la carica di vicedirettore dell'FBI e solo tre anni dopo, nel 1924, quando Calvin Coolidge è Presidente degli Stati Uniti, viene nominato direttore.
Quando prende in mano le redini del Federal Bureau of Investigations, l'ordine conta appena 600 agenti in forza. Al termine del suo mandato i federali saranno intorno alle 6.000 unità.
Tra le prime disposizioni, Hoover fa piazza pulita dei raccomandati, instaurando una disciplina ferrea, con metodi rigidissimi di addestramento e selezione.
Nel 1926 dà vita ad un file digitale, sulle orme della passata esperienza, il quale si rivelerà ben presto come il più grande al mondo. Tuttavia nei primi anni il dipartimento è più un organismo di controllo e di osservazione, che altro. Entro il 1935 Hoover ottiene dal Congresso che l'FBI diventi una vera e propria macchina di lotta alla criminalità, in grado di poter compiere arresti e anche di disporre delle misure proprie delle altre forze di polizia, come le armi, vincolo che viene tolto proprio in quella occasione.
In questo periodo Clyde Tolson viene nominato come suo vice e rimane il suo braccio destro per oltre quarant'anni. L'accoppiata, nota all'interno del dipartimento con il soprannome di "J. Edna e Madre Tolson", diventa nel corso degli anni oggetto di non poche dicerie, incentrate sulla presunta relazione omosessuale tra i due. A sostenerlo inoltre molti anni dopo, nel 1993, è lo scrittore Anthony Summers in un libro molto accurato e documentato che si intitola "La vita segreta di J. Edgar Hoover". Ma molto prima di lui è il giornalista Ray Tucker a dare la notizia della presunta omosessualità del direttore dell'FBI, scrivendolo sulla rivista "Collier". Tuttavia, a intimidire il reporter e tutti gli altri giornalisti dall'approfondire i rapporti tra Hoover e Tolson, ci pensa il dipartimento stesso, quando inserisce il suo nome tra i sospettati sovversivi, lasciando trapelare anche alcune indiscrezioni sul suo conto.
La stessa operazione non riesce contro il boss mafioso Meyer Lansky; appare accertato che in questi anni il criminale tenga sotto ricatto l'FBI, avendo ottenuto le prove fotografiche dell'omosessualità di Hoover: questa cosa gli dà la possibilità di tenere lontano i federali da alcune sue attività illecite.
Ad ogni modo, durante gli anni '40, oltre alle armi, il Bureau si dota anche di un laboratorio scientifico all'avanguardia e di un'accademia nazionale, altre due conquiste firmate dal nuovo direttore. Inoltre Hoover ottiene dal presidente Roosevelt la possibilità di indagare, con il proprio organo, anche nei casi di spionaggio internazionale, permesso che gli dà ancor più potere nella sua caccia ai comunisti.
Successivamente il capo dell'FBI si convince che alcuni membri del governo Truman siano in realtà membri del partito comunista russo e quando il Presidente gli intima di lasciar cadere questa indagine, egli si rende protagonista di una fuga di notizie indiscrete, riguardanti appunto alti funzionari di Stato.
Nel 1950 inoltre, nel pieno del suo potere e quando ha inizio il cosiddetto "maccartismo", avviene la pubblicazione da parte dell'FBI del cosiddetto "Canale Rosso": si tratta di un opuscolo che contiene 151 nomi di artisti, registi e scrittori considerati come potenziali sovversivi rossi.
L'ossessione di Hoover raggiunge il suo apice nel 1959, quando i suoi agenti sono divisi in 489 unità che si occupano di spionaggio rosso, e solo 4 di mafia. Nonostante ciò, il dipartimento da lui guidato passa alla storia per aver combattuto a lungo il fenomeno del gangsterismo, eliminando dalle scene criminali americane personaggi come John Dillinger e George Kelly detto "machine gun".
Tra gli anni '50 e gli anni '60 però inizia il declino vero e proprio del prestigio di John Edgar Hoover, parallelamente alla nascita e al potenziamento del così denominato "Programma Cointelpro", teso ad identificare cittadini americani simpatizzanti con il comunismo. Nella presunta rete cadono nomi come Charlie Chaplin e Martin Luther King: il capo dell'FBI viene accusato di violazione dei diritti civili.
Quando muore, il 2 maggio del 1972, John Edgar Hoover è ancora in servizio, all'età di 77 anni.
Con ben 48 anni, la sua direzione rimane per sempre la più lunga della storia americana: l'allora presidente Nixon decide che, dopo di lui, la direzione del Bureau non può essere affidata alla stessa persona per un mandato superiore a dieci anni. Alla luce di questa decisione, c'è anche la piena certezza del fatto che Hoover abbia utilizzato il suo archivio per restare alla guida dell'organismo il più tempo possibile, usando le informazioni riservate che riusciva ad ottenere al seguito dei vari presidenti, come mezzi per tenerli sempre sotto scacco.
Nel 1979 il Comitato per le indagini sugli omicidi, dopo aver riaperto le indagini sull'assassinio Kennedy, dichiara che Hoover si sarebbe comportato in modo non adeguato sulla "possibile cospirazione tesa ai danni di Kennedy". È, in pratica, l'inizio di un forte livellamento verso il basso della reputazione del direttore storico dell'FBI, evidente anche nel tentativo, non riuscito, da parte di un senatore americano, di cambiare nome nel 2001 alla sede federale di Washington, tuttora dedicata ad Hoover.
Nel 2011 il regista americano Clint Eastwood gira il film biografico "J. Edgar", dedicato ad Hoover: Leonardo DiCaprio è l'attore protagonista che ne veste i panni. Già nel 2000 l'attore Ernest Borgnine aveva diretto se stesso nel film dal titolo "Hoover".

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