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sabato 23 novembre 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 23 novembre.
Il 23 novembre 2003 Eduard Shevardnadze viene deposto in quella che fu battezzata la rivoluzione delle rose.
Nel novembre 2003 migliaia di persone scendono in piazza a Tbilisi per protestare contro i presunti brogli elettorali che avrebbero così consentito nuovamente all’ottantenne Eduard Shevarnadze di essere eletto Presidente della Repubblica: la Georgia è catapultata sulla scena internazionale. Quella che sarà chiamata Rivoluzione delle Rose, e che ispirerà poi le altre rivoluzioni floreali o colorate, è salutata con entusiasmo e fiducia dalle democrazie occidentali: Shevarnadze dopo giorni di tensioni e manifestazioni di protesta rassegnerà le sue dimissioni e partirà alla volta di Mosca, dopo essersi assicurato l’immunità. Nel gennaio 2004 Mikhail Saakashvili, leader carismatico della rivoluzione di velluto, viene eletto con il 97,5% delle preferenze Presidente della Repubblica: la Georgia si appresta a voltare pagina, la gente che non aveva espresso un semplice voto, ma riposto una speranza, prova a rialzare la china; ma il sentiero che porta alla democrazia e allo sviluppo economico e sociale è estremamente complicato e “Misha”, il più giovane capo di Governo, è chiamato a rispondere in maniera rapida alle attese di una popolazione la cui maggioranza vive sotto la soglia minima di sopravvivenza. Gli obiettivi primari sono il pagamento regolare delle pensioni, l’aumento dei salari, la riduzione dell’inflazione, la lotta alla corruzione, ma anche il problema delle dipendenze dalla Russia, il vicino scomodo (ma non sempre), sia sotto l’aspetto del rifornimento energetico (pressoché totale), sia sotto quello dello sbocco commerciale dei propri prodotti (buona parte); a ciò si aggiunge l’annoso problema dei separatismi in Abchazia e Ossezia del Sud, fomentati certamente dalla Russia.
I primi mesi dell’era Saakashvili sono più che soddisfacenti, soprattutto alla luce di due obiettivi importantissimi realizzati dal Governo: l’accordo per il ritiro delle ultime due basi militari russe dal territorio georgiano, e la liberazione dell’Adjara dalle dipendenze del dittatore Aslan Abashidze; d’altronde il Presidente, durante il suo giuramento sulla tomba di di Re David IV, conosciuto come Aghmashenebeli o il “costruttore” grazie all’unificazione dei principati georgiani, aveva promesso di mantenere l’integrità territoriale gravemente minacciata. Forte dell’appoggio di Washington che oltre al programma Train and Equip, destinato all’ammodernamento dell’esercito, stanzia milioni di dollari per lo sviluppo economico del Paese, Saakashvili riesce nei primi mesi a dare una scossa alla vita economica della Georgia, profondamente segnata dall’ empasse dell’era Shevarnadze, lanciando una sferrata lotta alla corruzione, favorendo l’afflusso di crediti da parte del FMI e della World Bank, nonostante un debito estero di 1.8 miliardi di dollari, accelerando le trattative per l’ingresso del Paese sia nella NATO che nella UE, inaugurando l’oleodotto più lungo del mondo, ossia il Baku-Tbilisi-Cheyan (BTC) che trasporta petrolio dal Mar Caspio fino alle coste della Turchia, un incentivo importante, unito ad una nuova politica energetica, nel tentativo di ridurre le dipendenze da Mosca. Ma con i mesi Saakashvili sembra perdere consensi: accusato di forte accentramento di poteri, di criminalizzare l’opposizione, piuttosto esigua visto la soglia di sbarramento in Parlamento del 7%, di non aver apportato le riforme necessarie e previste nella Costituzione e nell’apparato produttivo, di mascherare dietro un forte nazionalismo, che a volte ricorda quello tragico di Gamsakhurdia e che ha portato al riesplodere dei conflitti in Abchazia ed Ossezia del Sud, la sua politica fallimentare.
Colui che si era ripromesso di portare entro 75 anni la Georgia agli standard di vita occidentali adesso viene definito “democrate senza democrazia”: ai nuovi problemi sorti nella giovane democrazia s’intrecciano gli interessi delle grandi Potenze, Russia e Usa su tutte, che si contendono il controllo della regione caucasica. Brzezinski definì la Georgia chiave del Sud Caucaso, e gli interessi degli Usa, mascherati non troppo dietro le sovvenzioni per lo sviluppo economico e sociale di Tbilisi, sembrano avvalorarne la tesi, nonostante la Russia lo neghi, contraddetta però dal tentativo di non perdere altro terreno in quello che in molti hanno già definito il “grande gioco”: la partita, per il momento, sembra essere pilotata verso un pareggio, un equilibrio di interessi certamente favorito anche dalla lotta al terrorismo che vede coinvolte sia Usa che Russia; ma lo scenario dove si sta giocando questa gara resta comunque fragile, un’instabilità che ha radici storiche e che non sembra assolutamente sopita. La sensazione che oggi aleggia sulla Georgia, e sul Caucaso in generale, è che non solo la rivoluzione delle rose sia stata una rivoluzione mancata, ma che altre rivoluzioni floreali o colorate possano verificarsi per semplici cambiamenti di Governo o per variazioni di interessi che poggiano sul fragile filo degli equilibri tra le grandi Potenze.

domenica 10 marzo 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è 10 marzo.
Il 10 marzo 1952 un colpo di Stato porta al potere a Cuba Fulgencio Batista.
Nel 1933, dopo lo sciopero generale che annunciava la caduta del tiranno Gerardo Machado, l’ambasciatore nordamericano all’Avana, Sommer Welles, si vide obbligato a chiedergli di cedere il potere a una figura neutrale in cui il popolo potesse avere fiducia.
Il 12 agosto Machado fuggì, dopo aver saputo che numerosi nuclei delle forze armate chiedevano a viva voce un cambiamento nel governo  e preparavano una sollevazione generale. Mentre il popolo sfogava la propria vendetta per le strade, venne instaurato un nuovo governo presieduto da Carlos Manuel de Céspedes che durò solamente 23 giorni.
Ufficiali e soldati dell’esercito stavano cospirando nuovamente: era il complotto dei sergenti che voleva difendere gli interessi dei sottufficiali, ma che andò molto più in là. Il governo provvisorio instaurato dopo la fuga di Machado venne annullato. Apparve in scena uno dei promotori della sollevazione. Il sergente dattilografo Fulgencio Batista che in quattro mesi superò tutte le barriere sino a divenire capo di stato maggiore dell’esercito, divenne la mano che ebbe il comando per più di un decennio.
Batista si preparò alla presidenza della Repubblica con le elezioni del 1940, appoggiato da una coalizione di vari partiti politici. Il suo governo era favorevole a imprenditori e ricchi proprietari terrieri che approfittarono della congiuntura della guerra in Europa per arricchirsi ulteriormente. La corruzione e la malversazione dei fondi provocò ondate di indignazione nell’Isola. L’arricchimento senza scrupoli del presidente e la sua relazione con le antiche forze antipopolari  dell’esercito con la sua sottomissione a Washington minarono la sua autorità di fronte alla popolazione.
Batista si presentò nuovamente come candidato nelle elezioni del ’44, ma la sconfitta lo fece andare negli Stati Uniti  dove rimase per quattro anni, abbastanza per raffreddare i commenti negativi sulla sua persona a Cuba.
Nel 1949 creò il suo partito  che si chiamava Partito di Azione Unitaria e poi Azione Progressista, nel quale si riunirono diversi elementi reazionari dell’epoca. L’ambasciatore nordamericano diede il suo beneplacito ma nell’arena politica non aveva un ruolo e nell’elenco dei votanti nel 1951 occupava il penultimo posto… Che fare? Utilizzare il metodo già sperimentato di schiacciare il movimento democratico dei paesi latino - americani cioè il colpo di stato. Che non dipendeva delle elezioni o da una frode elettorale, che poteva ignorare l’ordine della Costituzione.
Il 10 marzo del 1952 Batista e la sua banda si appropriarono con la forza del destino della nazione.  Il popolo si trovò in una situazione senza uscite. Il generale (Batista) utilizzò  un esercito creato, addestrato e preparato dagli Stati Uniti, dalla loro comparsa nella Repubblica neo coloniale.
Lo stesso Batista confessò anni dopo che il colpo di stato era stata una cospirazione ufficiale dell’esercito e dell’ambasciata degli Stati Uniti all’Avana.
Di fronte alle frasi demagogiche del dittatore che voleva presentare la cospirazione come un movimento rivoluzionario, il giovane avvocato Fidel Castro, in un documento redatto poche ore dopo il golpe, affermava con enfasi:
“Rivoluzione No, colpo di stato Si, patriota No, liberticida Sì, usurpatori, retrogradi, avventurieri assetati di oro e di potere.
Davanti a questi fatti si impone la lotta rivoluzionaria!” sosteneva Fidel precisando che ; “C’è un altro tiranno, ma ci saranno altri Mella, Trejos, Guiteras! Opprimono la Patria, ma un giorno avremo di nuovo la nostra libertà!”
In effetti Batista annullò la Costituzione e mezzo secolo repubblicano venne cancellato. La bancarotta politica, la crisi della struttura economica e l’acutizzarsi della lotta di classe mettevano più che mai in luce la crisi nazionale.
La popolazione cubana era raddoppiata e questo provocava una forte disoccupazione; il 47% delle terre coltivabili apparteneva alle grandi compagnie nordamericane e i contadini, quelli che coltivavano la terra, non ne possedevano!
Gli operai agricoli erano quasi la metà del proletariato cubano. Vivevano in capanne col tetto di foglie di palma e il pavimento di terra; il 30% non aveva un letto, più del  40% era analfabeta e il 14% era tubercolotico. Secondo uno studio del Gruppo Cattolico Universitario del 1957, circa il 23% della popolazione totale dell’Isola non sapeva leggere e scrivere.
Le fasce più  povere della società vennero dimenticate in estrema miseria.
Il governo di Batista superò tutti i governi precedenti per la sottomissione e nella concessione delle ricchezze dell’Isola ai nordamericani. La sua politica consisteva nell’accentuare le ricchezze per i monopoli a detrimento dei settori nazionali e soprattutto della popolazione povera.
Vennero firmati accordi con gli Stati Uniti che favorivano la crescita dei guadagni di Batista  e vennero rinnovate le concessioni alla Compagnia Cubana dei Telefoni, che ricevette un prestito sottratto al  bilancio nazionale. Il governo consegnò praticamente tutti i minerali fossili dell’Isola alle imprese nordamericane e autorizzò la vendita di benzina nordamericana nell’area nazionale.  Inoltre creò le condizioni per favorire lo sfruttamento del nichel e del cobalto. In questo modo mise in mani straniere anche il terzo settore per importanza dell’esportazione, dopo quello dello zucchero e del tabacco.
I casinò, i postriboli, i clubs e i bar divennero centri di divertimento per  ricchi e mafiosi provenienti dal nord. 
I vincoli di Batista con Cosa Nostra sono ben noti.
Era il 1953 e i giovani levarono le torce nella storica sfilata del 28 gennaio, nel giorno in cui si compivano cent’anni dalla nascita dell’Apostolo José Martí. Parteciparono anche il Fronte Civico delle donne e molti operai con altre organizzazioni. L’ondata delle manifestazioni si estese per tutta l’Isola.
Nelle scuole la lotta contro Batista adottò forme attive. L’Università dell’Avana divenne uno dei focus principali di opposizione. Si organizzavano manifestazioni e in particolare ebbero molta risonanza i simbolici seppellimenti della Costituzione, organizzati nell’aprile del 1952 dalla Federazione Studentesca Universitaria - FEU - contro gli Statuti Costituzionali stabiliti dal Regime. Nello stesso tempo la FEU realizzò in tutto il paese l’adozione di un giuramento simbolico di fedeltà alla Costituzione. Migliaia di cubani sostennero questa iniziativa degli studenti. 
Anche se le proteste studentesche svegliavano nella popolazione la coscienza politica e le speranze di un cambiamento, non potevano però far cadere i pilastri della dittatura.
Il movimento operaio venne diviso. L’esercito disponeva di tutto il potere e contro l’esercito, si sosteneva a Cuba, era impossibile lottare, non esistevano possibilità  di successo.
L’entusiasmo del giovane Fidel Castro per cambiare radicalmente la situazione lo portarono a formare un’organizzazione autonoma il cui fine doveva essere la preparazione di una sollevazione armata.
Fu così che alla metà del 1952, con la direzione di Fidel e di Abel Santamaria iniziò la gestione di un’organizzazione clandestina.
Il 26 luglio del 1953 attaccarono le caserme Moncada di Santiago di Cuba e Carlos  Manuel de Céspedes di Bayamo. Anche se militarmente non fu una vittoria, dimostrarono che in quelle condizioni l’azione armata era il solo metodo di lotta. Così si preparò in Messico, nell’esilio, la spedizione del Granma che condusse al trionfo della Rivoluzione del 1º gennaio del 1959.
Il dittatore e i suoi collaboratori fuggirono nella notte del 31 dicembre del 1958 a Miami, senza pagare mai per quei 20 mila morti uccisi durante la presidenza di Batista e il saccheggio della proprietà pubblica.
Nato povero a Banes, nell’oriente cubano, il 13 gennaio del 1901, Batista è morto immensamente ricco a 72 anni, a Marbella, in Spagna, il 6 agosto del 1973.
 È sepolto nel cimitero Sacramentale di San Isidro, a Madrid.

sabato 25 dicembre 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 25 dicembre.
Il 25 dicembre 1989 Nicolae Ceausescu e sua moglie Elena vengono condannati a morte dopo un processo sommario e immediatamente giustiziati.
Tristemente, la Romania fu l’unico paese in cui il crollo del regime comunista avvenne con una dura e violenta rivoluzione che vide migliaia di persone, in maggioranza giovani, pagare il ritorno alla democrazia con la propria vita.
Nicolae Ceausescu costruì una immagine di se in Romania simile a quella di un Dio. Creò la sua propaganda vietando la televisione libera e imponendo quella di stato, bandì l’ingresso di ogni giornale straniero, utilizzò la Securitate (Polizia segreta con oltre 60 mila agenti) per far scomparire nel nulla persone indiziate di essere contro il regime, prendeva addirittura decisioni per il popolo: quanti figli fare, come vestirsi, cosa mangiare.
Elena Ceausescu era poco più che un analfabeta. Fu dopo il matrimonio con Nicolae Ceausescu che fu nominata Presidente del Consiglio Nazionale della Ricerca Scientifica, ricevendo decine di riconoscimenti “per il lavoro dei suoi scienziati” pur non comprendendo nemmeno una parola. Ricevette infatti 15 lauree honoris causa, da alcune università europee, statunitensi e sudamericane. Nel 1980 fu nominata Vice-Primo Ministro, portando la Romania in pieno declino. Elena viveva nel lusso, aveva 40 case, decine di automobili, pasteggiava caviale e champagne mentre il suo popolo viveva nella fame e nella miseria più assoluta.
Il 15 dicembre 1989 il pastore di una chiesa ungherese riformista, Padre Laszlo Tokes, diede l’incipit per quella che si rivelò l’inizio di una vera e propria rivoluzione. Nella sua piccola chiesa di Timisoara parlò in pubblico contro il regime di Ceausescu, attaccandolo duramente e la folla gli  si riunì ben presto attorno, ma la Securitate cercò di disperdere i convenuti a manganellate.
Tuttavia, la situazione scappò di mano alle autorità e la guerriglia urbana ebbe inizio. Ceausescu ordinò di sparare sulla folla e ci furono le prime vittime. Queste furono velocemente sepolte e altre trasportate a Bucarest per la cremazione. Tutto sembrava finito, tanto che Ceausescu partì per un viaggio fuori dal paese. Ma la rivoluzione non si fermò, e uno sciopero generale del paese fece riemergere la protesta. Gli insorti prendevano sempre più il controllo sulla città: era chiaro che la rivoluzione a  Timisoara era riuscita.
Il 21 dicembre 1989, Nicolae Ceausescu tornò dall’Iran e preparò un discorso alla Nazione, sicuro di poter ancora comandare, ma quello fu il peggior errore che potesse mai fare. Le televisioni e le radio che trasmettevano il messaggio in diretta, videro la folla sopraffare con le grida il dittatore. Questo, alquanto innervosito, dovette interrompere il discorso, lasciò il podio e fece spegnere il nastro pre-registrato con gli applausi. La folla, intanto, si riunì in piazza Universitatii e Piazza Romana, rifiutandosi di disperdersi.
La polizia cominciò a sparare e i carri armati entrarono nelle piazze reprimendo nella morte la rivolta. Le violenze continuarono per tutta la notte, tanto che la mattina dopo la radio annunciava lo stato di emergenza in tutto il paese. Intanto, il braccio destro del dittatore, Generale Vasile Milea si era suicidato. In realtà, il generale si era rifiutato di sparare alla folla, e fu condannato per tradimento. Non è ancora chiaro se si sia suicidato o fu assassinato.
Il 22 dicembre, l’esercito si schierò dalla parte degli insorti, mentre la Securitate restò fedele al dittatore. Nel frattempo, Ceausescu e consorte preparavano la loro frettolosa fuga senza destinazione precisa, ma sapevano che dovevano allontanarsi quanto più possibile dal paese. Il loro piano di fuga però durò molto poco. Il loro elicottero perse quota e dovettero atterrare nel bel mezzo di una autostrada. Da lì alla cattura dei Ceausescu, il passo fu breve.
Il 25 Dicembre 1989 dopo un veloce processo, i coniugi Ceausescu furono condannati a morte. La fucilazione avvenne poco dopo la sentenza e i corpi senza vita vennero mostrati in televisione. Le prime elezioni democratiche in Romania avvennero nel 1992 e oggi la Romania è entrata nell’unione europea.

venerdì 8 ottobre 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'8 ottobre.
L'8 ottobre 1967 Ernesto "Che" Guevara viene catturato in Bolivia da un reparto anti-guerriglia dell'esercito; verrà torturato e ucciso il giorno dopo.
Figlio della piccola borghesia agiata, Ernesto "Che" Guevara de la Serna, (il nomignolo "Che" gli venne affibbiato per la sua abitudine a pronunciare questa breve parola, una specie di "cioè", in mezzo ad ogni discorso), nasce il 14 giugno 1928 a Rosario de la Fe, in Argentina. Il padre Ernesto è ingegnere civile, la madre Celia una donna colta, grande lettrice, appassionata soprattutto di autori francesi.
Sofferente di asma fin da bambino, nel 1932 la famiglia Guevara si trasferisce vicino a Cordoba per consiglio del medico che prescrive per il piccolo Che un clima più secco (ma in seguito, fattosi più grandicello, la malattia non gli impedirà di praticare molto sport).
Studia con l'aiuto della madre, che avrà un ruolo determinante nella sua formazione umana e politica. Nel 1936-1939 segue con passione le vicende della guerra civile spagnola, per la quale i genitori si sono impegnati attivamente. A partire dal 1944 le condizioni economiche della famiglia peggiorano, ed Ernesto comincia a lavorare più o meno saltuariamente. Legge moltissimo, senza impegnarsi troppo nello studio scolastico, che lo interessa solo in parte. Si iscrive alla facoltà di Medicina e approfondisce le sue conoscenze lavorando gratuitamente all'istituto di ricerche sulle allergie, a Buenos Aires (dove la famiglia si è trasferita nel 1945).
Con l'amico Alberto Granados, nel 1951, parte per il suo primo viaggio in America Latina. Visitano il Cile, il Perù, la Colombia e il Venezuela. A questo punto i due si lasciano, ma Ernesto promette ad Alberto, che lavora in un lebbrosario, di rincontrarsi appena finiti gli studi. Ernesto Guevara nel 1953 si laurea, riparte per mantenere la promessa fatta a Granados. Come mezzo di trasporto usa il treno sul quale a La Paz incontra Ricardo Rojo, un esule Argentino, insieme al quale comincia a studiare il processo rivoluzionario che è in corso nel paese.
A questo punto decide di rimandare la sua carriera medica. L'anno successivo il Che giunge a Città di Guatemala dopo un viaggio avventuroso, con tappe a Guajaquil (Ecuador), Panama e San Josè de Costa Rica. Frequenta l'ambiente dei rivoluzionari che sono affluiti in Guatemala da tutta l'America Latina.
Conosce una giovane peruviana, Hilda Gadea, che diventerà sua moglie. Il 17 giugno, al momento dell'invasione del Guatemala da parte delle forze mercenarie pagate dall'United Fruit, Guevara tenta di organizzare una resistenza popolare, ma nessuno gli dà ascolto. Il 9 luglio 1955, intorno alle ventidue, al numero 49 di via Emperàn a Città del Messico, nella casa della cubana Maria Antonia Sanchez, Ernesto Che Guevara incontra una figura decisiva per il suo futuro, Fidel Castro. Fra i due scatta subito una forte intesa politica e umana, tanto che si parla di un loro colloquio durato tutta la notte senza alcun dissenso.
Oggetto della discussione sarebbe stata l'analisi del continente sudamericano sfruttato dal nemico yankee. All'alba, Fidel propone ad Ernesto di prendere parte alla spedizione per liberare Cuba dal "tiranno" Fulgencio Batista.
Ormai esuli politici, partecipano entrambi allo sbarco a Cuba nel novembre 1956. Fiero guerriero dall'animo indomito, il Che si rivela abile stratega e combattente impeccabile. A fianco di una personalità forte come quella di Castro ne assume le direttive teoriche più importanti, assumendo l'incarico della ricostruzione economica di Cuba in qualità di direttore del Banco Nacional e di ministro dell'Industria (1959).
Non completamente soddisfatto dei risultati della rivoluzione cubana, però, avverso ad una burocrazia che si andava sclerotizzando malgrado le riforme rivoluzionarie, irrequieto per natura, abbandona Cuba e si avvicina al mondo afro-asiatico, recandosi nel 1964 ad Algeri, in altri paesi africani, in Asia e a Pechino.
Nel 1967, coerente con i suoi ideali, riparte per un'altra rivoluzione, quella boliviana, dove, in quell'impossibile terreno, viene tratto in agguato e ucciso dalle forze governative il 9 ottobre.
Diventato in seguito un vero e proprio mito laico, un martire dei "giusti ideali", Guevara ha indubbiamente rappresentato per i giovani della sinistra europea (e non solo) un simbolo dell'impegno politico rivoluzionario, talvolta svilito a semplice gadget o icona da stampare sulle magliette.
La figura di Ernesto Guevara è assurta alla dimensione del "mito", essendo divenuto un'icona di livello internazionale per quella parte di persone che si riconoscono nei suoi ideali rivoluzionari.
A testimonianza della grande risonanza mediatica dell'immagine di Guevara si può portare ad esempio il fatto che la fotografia del Che scattata il 6 marzo 1960 dal fotografo Alberto Korda e da questi regalata all'editore italiano Giangiacomo Feltrinelli è diventata una delle immagini più famose del XX secolo, tanto da essere considerata la più riprodotta in assoluto della storia della fotografia.

venerdì 4 giugno 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 4 giugno.
Il 4 giugno 1989 avvenne il massacro di Piazza Tienammen, allorchè i militari spararono e uccisero gli studenti che dimostravano per una maggiore libertà nel paese. Ancora oggi la censura cinese omette e vieta qualsiasi commemorazione di quella strage.
Le proteste erano iniziate il 15 aprile 1989 dopo la morte del segretario del partito comunista cinese Hu Yaobang, considerato un riformatore liberale. Mezzo milione di studenti, intellettuali e operai marciò fino alla piazza principale di Pechino per chiedere maggiori libertà politiche, libertà di stampa, riforme economiche e la fine della corruzione, molto diffusa allora come adesso. Ci furono proteste pacifiche anche in altre città della Cina, come Shanghai e Wuhan. Il governo si dimostrò inizialmente incerto se dialogare o meno con i manifestanti, decisi a occupare la piazza fino a quando le loro richieste fossero state soddisfatte. Il 13 maggio gli studenti iniziarono uno sciopero della fame che diede nuovo vigore alle proteste e conquistò nuovi sostenitori al movimento in tutto il Paese.
Il governo decise allora di agire e il 20 maggio impose la legge marziale nel Paese. Nella notte tra il 3 e il 4 giugno i convogli militari entrarono a Pechino facendosi strada tra le barricate dei manifestanti, che reagirono lanciando sassi e bombe molotov contro i soldati. L’esercito ricevette l’ordine di sgomberare la piazza entro l’alba e verso le 4:30 del mattino iniziò a sparare contro i civili, mentre i carri armati travolgevano barricate e i manifestanti che, secondo i giornalisti stranieri che hanno raccontato la vicenda, gridavano «perché ci state uccidendo»? Alle 5:40 la piazza era stata sgomberata. Il numero dei civili uccisi non è mai stato stabilito. Secondo il governo cinese i morti – soldati inclusi – sarebbero 241 e i feriti 7 mila. La NATO parla invece di 7 mila morti mentre un funzionario cinese della Croce Rossa ha detto che i morti sono stati 5 mila e i feriti 30 mila. Molte delle persone non furono uccise in piazza ma nei dintorni. La repressione continuò nei giorni seguenti: persone sospettate di sostenere i manifestanti vennero arrestate in tutta la Cina, i funzionari del partito che simpatizzavano per le proteste vennero rimossi dai loro incarichi, i giornalisti stranieri furono espulsi dal Paese mentre la stampa nazionale venne fortemente censurata per controllare la copertura del massacro.
Le immagini della strage furono diffuse dalle televisioni di tutto il mondo, le cui troupes stazionavano sulla piazza Tienanmen. Per ostacolare la diffusione di notizie il governo attuò un severissimo controllo sugli organi di stampa cinesi e vietò l'ingresso nel paese ai giornalisti stranieri.
La brutalità della repressione provocò l'isolamento internazionale del regime cinese; alcuni partners commerciali decisero misure di embargo economico (allentate e rimosse in seguito, con la normalizzazione della situazione interna da parte del regime di Deng). L’intero processo delle riforme sembrò subire una battuta d’arresto.
Dopo questo episodio, per tutti gli anni novanta la Cina ha intrapreso a tappe forzate la via del capitalismo attraverso uno sviluppo rapidissimo, supportato sia dai massicci investimenti statali, specialmente nei settori dell’energia e delle materie prime, sia dagli investimenti sempre maggiori da parte delle multinazionali di tutto il mondo, le quali vedevano e vedono tuttora nell’apertura del mercato cinese un immenso serbatoio di occasioni per produrre a basso costo e con estreme semplificazioni dal lato del mercato del lavoro. Tutto questo è avvenuto e avviene ancora con tassi di incremento del PIL compresi fra il 7 e il 10% e, ad oggi, la Cina è la seconda economia del mondo, avendo già superato Italia, Francia, Regno unito, Germania e Giappone.
Sebbene la protesta di piazza Tienanmen venga ricordata principalmente per il movimento studentesco pro-democratico e la carneficina perpetrata dallo stesso governo cinese, essa segna in realtà un punto di svolta nella storia economica e politica della Cina, poiché alla tragedia si susseguì non solo il passaggio (definitivo) all'economia di mercato, ma anche il consolidamento dei poteri del PCC, che ha causato il crescente autoritarismo che assoggetta i cittadini cinesi e la continua differenziazione tra le classi sociali, creando un paese di "super ricchi" e di "super poveri" dominato dalla corruzione e dalla censura.

sabato 13 marzo 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 13 marzo.
Il 13 marzo 1881 alle ore 14, terroristi della temuta associazione segreta Narodnaja Volja (Volontà del popolo) assalirono e bombardarono a San Pietroburgo il corteo imperiale, uccidendo lo zar Alessandro II (1818-1881).
In realtà la prima bomba lanciata contro la carrozza dello Zar mancò l’obiettivo. Quando invece Alessandro II scese dal landò per portare aiuto a due uomini della guardia rimasti feriti, fu investito in pieno dalla seconda esplosione. La folla impaurita presente lungo il percorso fin dal mattino cominciò a scappare, molti urlarono, altri alla vista del sangue si misero a piangere. A stento i soldati del seguito rimasti incolumi riuscirono a farsi largo e trasportare lo Zar a palazzo. Le vittime dell’attentato furono tre, compreso un attentatore, e i feriti venti.
L’assassinio di Alessandro II scosse profondamente non solo la Russia, ma tutta l’Europa, dando inizio a quella che sarà definita “Epoca degli attentati” contro re, regine, imperatori e capi di stato e che culminò nel 1914 a Sarajevo con l’uccisione del principe Francesco Ferdinando e l’inizio della Prima guerra mondiale.
Ma come si arrivò a organizzare e ad attuare una simile azione? Quali erano le motivazioni che spingevano quei giovani all’estremo sacrificio? Quali ingiustizie, quali crimini venivano imputati ad Alessandro II per renderlo meritevole di morte?
Il regno di Alessandro II fu in effetti contraddistinto da due periodi molto diversi tra loro: uno di riforme, l’altro di repressione e dispotismo. In un primo tempo, contrariamente al padre Nicola I, Alessandro II, una volta terminata la disastrosa guerra di Crimea, si distinse per l’avvio di grandi riforme sociali e politiche che fecero ben sperare il popolo russo. Soppresse i tribunali di casta, avviò l’emancipazione dei servi della gleba, creò istituzioni locali, gli Zemstvo, dotati di ampia autonomia, riorganizzò la scuola di base e incrementò il commercio con la costruzione di numerose linee ferroviarie interne. Sembrava, in sostanza, iniziata una nuova era nella storia della Russia, caratterizzata da una crescente modernizzazione e da un progressivo sviluppo economico.
Le cose poi cambiarono repentinamente. La rivolta polacca (1863) e un attentato subito nel 1866 segnarono la fine della politica delle riforme e l’inizio di una svolta autoritaria, che portarono alla chiusura dei circoli studenteschi, alla censura sulla stampa e alla repressione delle organizzazioni politiche.
In politica estera lo Zar riprese la guerra contro l’impero turco conquistando il controllo del Caucaso e dell’Asia centrale. Accentuò infine una politica antibritannica, stringendo un’alleanza con gli imperi di Germania e Austria.
La persistente estrema povertà di intere popolazioni, lo stato di polizia che terrorizzava chiunque anelasse a una maggiore giustizia sociale e gli scandalosi privilegi goduti dall’aristocrazia contribuirono ad aggravare la situazione, esasperando gli animi e convincendo i più determinati a passare all'azione. Le notizie che giungevano dall’Europa occidentale, i principi di libertà ed eguaglianza sanciti dalla rivoluzione francese avevano varcato i confini e ora erano diventati patrimonio culturale di molti giovani e di larga parte della classe intellettuale russa. L’immobilismo economico e sociale del governo e la repressione operata su ordine dello Zar non potevano dunque più essere passivamente subiti. L’attentato allo Zar, nel convincimento di molti giovani esasperati dalla drammatica situazione socio-politica ed economica della Russia, rientrava perfettamente nel novero delle azioni lecite, seppur estreme, da intraprendere per avviare un profondo cambiamento nel paese. Fu così che alcuni di loro il 13 marzo 1881 passarono dalle parole ai fatti.
La rapidità dell’azione e l’effetto sorpresa garantirono il “buon esito” dell’operazione, ma non furono sufficienti a evitare l’arresto ai protagonisti di quell’azione tanto temeraria quanto inutile. In verità, la situazione politico-sociale era da diverso tempo in ebollizione e in diverse città della “Santa Madre Russia” la polizia aveva scoperto circoli e gruppi rivoluzionari che non nascondevano la loro ostilità alla politica dello Zar.
I cinque principali organizzatori ed esecutori dell’attentato allo Zar, tra i quali si distinse la giovane ventisettenne Sofia Perovskaja, vennero quasi subito catturati, sottoposti a un sommario processo e impiccati pochi giorni dopo. Tutti gli imputati si dichiararono colpevoli e sicuri che il loro gesto avrebbe scosso tutti i russi dal loro torpore e creato le premesse per un futuro migliore.
Il nichilismo e il populismo, sorti in Russia negli anni sessanta del XIX sec. come movimenti di protesta e di rifiuto dell’ordine costituito, avevano dato, dunque, i loro primi terribili frutti e ora immolavano i loro figli migliori, tanto ingenui, quanto generosi.
Al processo Sofia, che in realtà aveva 27 anni, apparve ai giudici come una bambina dai capelli biondi e gli occhi grigio-azzurri.
I giudici e il pubblico restarono increduli e affascinati dinnanzi a una simile e apparentemente fragile creatura. In quella terribile circostanza la sua forza d’animo fu pari alla convinzione nelle sue idee e ancora una volta sorprese tutti i presenti, destando anche una qualche simpatia. Era difficile per tutti, infatti, credere ai propri occhi, immaginare che quella giovane donna dai lineamenti da bambina avesse potuto osare tanto. La sua provenienza familiare, l’educazione ricevuta e l’esempio paterno complicavano ancora di più il quadro.
Il corrispondente del giornale reazionario tedesco Koelnische Zeitung fu costretto a riconoscere: “Sofia Perovskaia dà prova di una forza d’animo straordinaria. Le sue guance conservano sempre il bel rosso, mentre il viso serio senz’ombra di iattanza spira un sereno coraggio ed un’abnegazione inesausta. Lo sguardo è tranquillo, pacato, sicuro senza ostentazione”.
La famiglia paterna era molto conosciuta e godeva il rispetto della corte imperiale e di tutta la città: un avo era stato ministro della pubblica istruzione, il padre governatore generale di Pietroburgo, mentre lo zio, il conte Perowsky, aveva assicurato all’impero una parte estesissima dell’Asia Centrale.
Fin da giovanissima Sofia, dotata di un’ottima istruzione, aveva passato le giornate nei quartieri popolari, insegnando a leggere e a scrivere ai contadini e agli operai. Sappiamo anche che grazie a lei presero il via i primi tentativi di istruzione popolare e si sperimentò con successo l’avvio delle scuole di campagna. Il padre fece di tutto per riportarla a casa, ma ogni suo sforzo si rivelò vano.
Consapevole dell’enorme differenza di classe che la separava dai quei poveretti e della naturale diffidenza che in loro poteva suscitare, come i suoi compagni di fede non esitò a vestire poveri abiti e a vivere la triste vita dei contadini per meglio comprenderne le pene ed essere da loro accettata. Girò instancabilmente di villaggio in villaggio, portò conforto ai più disperati, cercò d’organizzare forme minime di sopravvivenza e di assistenza sanitaria.
Poi la sua attività nei confronti dei più deboli si andò accentuando, fino a portarla a osare azioni, anche violente, di rivolta contro il dispotismo e l’insensibilità dello Zar e della sua corte.
Quando l’eco della Comune di Parigi raggiunse anche la Russia, Sofia volle diffonderne pubblicamente gli ideali di libertà e di eguaglianza tra la popolazione. La risposta del governo, come era prevedibile, fu la repressione di ogni manifestazione e l’arresto suo e dei suoi compagni. Grazie però all’intervento del padre, Sofia rimase in carcere solo nove mesi e obbligata a risiedere in Crimea fino alla celebrazione del processo. Assolta nel 1877, riuscì a fuggire e per tre anni si rese latitante, cambiando continuamente domicilio e nome.
Da quel momento il solco che la divideva dallo Zar e dai suoi lacchè si andò sempre di più allargando, esasperando il suo animo a tal punto che, quando venne il momento e l’occasione giusta, non esitò a organizzare l’attentato alla vita stessa del tiranno.
All’alba del 15 aprile 1881, salì i gradini del patibolo, sorrise al boia e affrontò l’esecuzione con estremo coraggio. L’aria era ancora gelida e il ghiaccio sulla Neva iniziava a sciogliersi, annunciando l’arrivo della primavera russa. Quando i condannati arrivarono in piazza il cielo mostrò i primi raggi pallidi di sole, quasi volesse salutare per l’ultima volta quei giovani tanto generosi quanto incoscienti.
Gli imputati furono visti abbracciarsi sorridenti, felici di condividere insieme la stessa fine. L’agonia di Kibaltchich e quella di Michajlov durò quindici minuti, essendosi spezzata due volte la corda. Anche la fine di Sofia fu lunga e orrenda a vedersi. Una folla enorme riempì la piazza di San Pietroburgo.
Da allora in poi gli anarchici, ma anche i socialisti, di tutto il mondo onorarono e ricordarono a più riprese Sofia, considerandola, a tutti gli effetti, una loro eroina. Poi il trascorrere degli avvenimenti e del tempo fece calare su di lei il silenzio, cancellandone quasi del tutto la memoria.
I cinque cadaveri furono lasciati penzolare in piazza per oltre un’ora. Molti piansero e si inginocchiarono in preghiera. Poi il medico delle carceri, dopo aver constatato il decesso, fece rimuovere i corpi che vennero deposti in altrettante bare. Il popolo seguì silenzioso i carri fino al cimitero. Molti stringevano già in mano i loro ritratti.
L’impressione suscitata da quelle impiccagioni fu enorme e scosse tutta l’Europa. Anche il socialista riformista Filippo Turati sentì il bisogno di rendere omaggio a Sofia e agli altri giovani compagni di sventura (Michajlov, Russakof, Scheljabow, Kibaltchich), con una poesia Fiori d’aprile, pubblicata, il 24 aprile 1881, sul periodico milanese “La Farfalla”. In essa, tra l’altro, si legge:

Ahi! Nella stretta del capestro osceno
scorgola ancor divincolarsi, al fato
recalcitrando: e scompigliava il vento
la chioma errante.

Piangete o donne! Più soave stelo
Mai non fiorì di Vergine la terra.
Il re ed il boia han quello stelo infranto
Santa Sofia!..

Il giornale anarchico Umanità Nova del 15 aprile 1933 terminava il suo ricordo dell’eroina russa con queste parole: “Ancora oggi questa donna che a ventisette anni sa morire sorridendo, dopo aver vissuto interamente per la causa, ci affascina e ci umilia. Come vivono eternamente i martiri e gli eroi”.
Il movimento Narodnaja Volja (Volontà del popolo) era sorto in Russia nel 1879 con lo scopo di unificare tutti i gruppi cospirativi (nichilisti e populisti) intenzionati a rovesciare l’autocrazia zarista. Organizzò diversi attentati ai danni di Alessandro II, compreso quello del 1881. L’atto terroristico non portò però le conseguenze che i capi dell’organizzazione si aspettavano. Lo stato infatti non crollò e il potere autarchico riprese vigore con l’ascesa al trono di Alessandro III, che diede una stretta poliziesca al regime e represse duramente ogni forma di protesta.
Nel punto esatto dove avvenne l’attentato e morì lo zar, Alessandro III fece costruire la “Chiesa del Salvatore sul Sangue versato” che volle grande, ricca, imponente e che ancora oggi è possibile ammirare.

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