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lunedì 13 luglio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 13 luglio.
Il 13 luglio 1977 alle 20,37 ora locale, a New York City saltano due circuiti di una sottostazione elettrica sul fiume Hudson, deputata a convertire i 345000 volt provenienti da Indian Point in corrente a basso voltaggio per uso commerciale.
Un secondo corto circuito causò la perdita di altre due linee a 345000 volt provenienti dalla centrale nucleare di Indian Point. A causa di queste avarie, altre due linee si sovraccaricarono oltre il consentito. La procedura di emergenza prevedeva che la Con Edison, il fornitore elettrico di NYC e della Westchester County, tentasse di far partire un generatore di emergenza. Questa operazione avvenne alle 20,45; tuttavia, in assenza di personale nella stazione, la procedura remota fallì.
Alle 20,55 un terzo corto circuito tagliò fuori altre due linee, con il ripristino automatico di solo una delle due. A questo punto il sovraccarico per le rimanenti non era più accettabile e la Con Edison fu costretta a ridurre manualmente il carico del generatore presso l'East River.
Alle 21,14, più di 30 minuti dopo l'evento iniziale, Con Edison fu costretta a ridurre la produzione di energia di oltre 1500 MegaWatt, ma nonostante ciò alle 21,19 vi fu un sovraccarico della linea proveniente dal New Jersey.
Alle 21,24 i sistemi automatici di riduzione dei sovraccarichi cominciarono in sequenza a fermare i propri generatori, e alle 21,36 l'intero sistema di produzione e gestione della corrente elettrica di New York City fu spento, e con lui l'intera città.
Era un'estate calda e molto difficile per la Grande Mela. La città stava attraversando un periodo di forte crisi economica e l'amministrazione tagliava le spese. Come se non bastasse, in quei giorni, per le strade di New York si aggirava un terribile serial killer: il famoso David Berkowitz, detto "Sam" che andava in giro a uccidere giovani fanciulle bionde. Quell'estate si chiamò "l'estate di Sam" e, qualche anno fa ne è stato fatto anche un film.
Insomma, quando poco prima delle 10 di sera, la città piombò nel buio, cominciò una vera e propria notte di terrore. La luce tornò dopo molto tempo: in alcune aree addirittura, ci vollero 25 ore.
A Brooklyn, Harlem e nel South Bronx, bande di giovinastri si buttarono nelle strade approfittando dell'oscurità a saccheggiare negozi, rubare automobili, rapinare persone. La polizia effettuò 3.776 arresti, i pompieri dovettero intervenire per spegnere 1.037 incendi, ma ci furono anche 1.700 false chiamate per depistare le forze dell'ordine.
Nello stesso tempo, in altre parti della città, come al Greenwich Village, la gente scese nelle strade dando vita a vere e proprie feste. Si cantò e si ballò tutta la notte a lume di candela e, quando tornò la luce, sembrò quasi spezzarsi un incantesimo e molti ancora ricordano con piacere quella notte.
Alle richieste di spiegazioni da parte del sindaco Abraham Beame, la "Con Edison" non seppe darne. I dirigenti del gruppo elettrico parlarono confusamente di "fenomeni naturali" di cui non avevano il controllo e arrivarono a dire che, forse, era stata "la mano di Dio". Il sindaco ebbe vita facile ad accollare tutta la colpa alla "Con Edison".

venerdì 19 giugno 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 19 giugno.
Il 19 giugno 1885 la nave che trasportava dalla Francia la Statua della Libertà completa lo scarico nel porto di New York delle 1883 casse contenenti i pezzi della statua.
La storia della Libertà Che Illumina Il Mondo, questo il nome completo dell'opera, ha inizio nel 1865, durante una cena nei pressi di Versailles in Francia, quando lo scultore francese Fredric Auguste Bartholdi e il suo amico parigino, il professore di diritto e futuro senatore repubblicano, Edouard De Laboulaye, cominciarono a discutere l'idea di regalare agli Stati Uniti una statua che celebrasse l'amicizia tra le due nazioni e, al tempo stesso, commemorasse l'indipendenza conquistata da entrambi i popoli. Per sancire l'unione, non solo simbolicamente, si stabilì nelle premesse che al monumento vero e proprio avrebbe provveduto la Francia mentre l'America si sarebbe impegnata nella costruzione del piedistallo.
Lo scultore, affascinato dalla scultura monumentale, era stato in Egitto nel 1855 e il legame artistico con queste opere (ispirato dalla sua passione per il leggendario Colosso di Rodi) si rafforzò nel 1869 quando vi tornò nuovamente per esaminare la proposta di una statua faro da collocare sul Canale di Suez. L'opera non venne mai commissionata, ma servì a gettare le basi per l'idea di Miss Liberty. Nella mente dello scultore prendeva corpo l'aspetto che avrebbe dovuto avere la statua e, come riferiscono le biografie francesi, ne realizzò un modello in bronzo alla fine del 1870 (oggi nel parco dell'Acclimattion di Parigi) per poi prepararne nel 1875 un modello di gesso di quella che sarebbe diventata l'icona della libertà. Lo scultore e il senatore erano così convinti della bontà dell'iniziativa che decisero di fondare un comitato promotore per la raccolta dei fondi attraverso lotterie, spettacoli ed aste.
Rappresentanti americani e francesi dell'arte, della politica e del giornalismo, parteciparono ad un banchetto all' Hotel du Louvre il 6 novembre del 1875, data che segnò il primo passo nella realtà del progetto di De Laboulaye e Bartholdi. Tra le prime donazioni ci fu quella della città di Parigi, che versò la somma di 2.000 dollari. Raccolti i primi fondi e con l'incoraggiamento dato dall'entusiasmo che la sottoscrizione aveva suscitato, la sede dei lavori venne individuata nell'atelier della ditta specializzata Gaget & Gauthier al n. 25 di Rue de Chazelles.
La statua finalmente cominciava a prendere forma nell'atelier parigino e gli operai francesi mostrarono tutti un grande entusiasmo nel partecipare alla realizzazione.
Nella primavera del 1876, a pochi mesi dal centenario dell'indipendenza degli USA, i lavori erano però ancora molto indietro e i fondi esauriti.
Bartholdi però era un uomo tenace e il suo spirito d'artista non lo abbandonava mai. Decise di ripartire per l'America, dove era già stato nel 1871 ottenendo molti consensi politici alla sua proposta ma nessun aiuto economico.
Le cose però cominciavano a maturare anche oltreoceano. In un giorno di gennaio del 1877 al Century Club di New York, su invito del senatore William M. Evarts, venne costituito insieme ad altri notabili della città il "Il Comitato Americano per La Statua della Libertà", istituzione a carattere permanente. I componenti, dagli iniziali 114, arrivarono in poco a tempo ad essere 402, con rappresentanti di diversi stati. Evarts si impegnò particolarmente, creando un sottocomitato di appoggio politico all'iniziativa e, il 22 febbraio del 1877, il Congresso con il sostegno del Presidente Hayes fece passare la risoluzione di accettazione e futura manutenzione della statua.
Nello stesso testo vennero individuate due possibili collocazioni, l'isola di Bedloe e quella nota come Governors Island, entrambe nella baia del porto di New York. Incaricato di scegliere il sito fu il generale Sherman che, con l'incoraggiamento del comitato, designò la Bedloe Island come futura casa di Miss Liberty.
La novità del secondo viaggio americano di Bartholdi era che lo scultore non sarebbe andato a mani vuote, ma sarebbe stato raggiunto dall'avambraccio destro della statua, completo di mano e fiaccola.
Questo "pezzo di Libertà" avrebbe fatto il giro di molte città americane, tra cui Filadelfia in occasione della Centennial Exhibition, dove i cittadini curiosi pagarono volentieri il mezzo dollaro di biglietto per salire la scala a chiocciola ed affacciarsi sulla ringhiera che circonda la fiamma.
Anche in Francia la strategia dell'esposizione parziale dell'opera riscosse un buon successo. La testa e la spalla suscitarono grandi emozioni all'Esposizione Universale di Parigi del 1878.
L'ingegnere francese Gustave Alexandre Eiffel, padre della omonima torre, subentrò nella progettazione dello scheletro all'architetto Eugene Viollet-le-Duc venuto a mancare nel 1879. Eiffel porterà nella statua la genialità di un telaio in ferro dalle caratteristiche duttili e, al tempo stesso, solidissime. Soluzioni già in parte applicate alla fine del 1600 dallo scultore italiano Giovanni Crespi, autore della celebre statua di San Carlo Borromeo ad Arona (CN), visitabile al suo interno, alta 36 metri e nota come il "Sancarlone".
L'atto finale, e decisivo, per la realizzazione del sogno di Bartholdi e De Laboulaye è l'organizzazione da parte del Governo Francese nel 1880 di una lotteria con premi molto ricchi, che ebbe grande riscontro popolare.
Il grande giorno, finalmente, arrivò. Il 4 luglio del 1884 la Signora della Libertà venne inaugurata a Parigi, con tanto di cerimonia di consegna al governo americano.
C'era ancora un problema da risolvere. Il trasporto.
La marina francese mise a disposizione la fregata Isere che, salpata da Rouen, entrò nel porto di New York il 17 giugno del 1885 e venne accolta nella baia dell'Hudson dalla nave americana S.S. La Flore con un colpo di cannone a salve e da altre unità americane tra cui la USS Omaha e la USS Alliance.
Tutto sembrava andare per il meglio per Miss Liberty, ma le cose si complicarono di nuovo.
Se la Francia raccolse con relativa rapidità i fondi necessari alla costruzione, gli americani furono molto più restii a sborsare i dollari necessari per costruire il basamento e riassemblare l'opera.
Il governo americano, al momento di affrontare la questione dal lato economico, reagì freddamente, ritenendo che solo la città di New York avrebbe beneficiato della statua e non l'intera nazione. Lo stesso stato di New York si rifiutò di stanziare i fondi. A salvare la situazione, anche stavolta, provvide l'entusiasmo e l'impegno di un intellettuale, l'editore Joseph Pulitzer, fondatore del quotidiano New York World che iniziò sulle sue pagine una battaglia affinché la fiaccola potesse illuminare il porto di New York e il mondo intero.
Pulitzer si battè con tutti i mezzi per sensibilizzare l'opinione pubblica, cercando di diffondere l'idea che quella statua e il suo spirito simbolico rappresentavano l'America tutta, e non una città sola. Ad una crescità di popolarità personale e del suo quotidiano non corrispose però la generosità da parte della popolazione di New York, al punto che altre città, tra cui San Francisco, Filadelfia e Boston, si resero disponibili ad accollarsi i costi dell'installazione purché Miss Liberty venisse eretta nel loro territorio.
Boston fu quella che fece i passi più concreti, arrivando a costituire un comitato locale che prese contatto con la Francia per verificare la fattibilità formale della eventuale nuova collocazione.
Fatto che, se fosse avvenuto, senza nulla togliere alla bellezza di quella città, avrebbe compromesso in maniera deifinitiva quel significato di accoglienza e di speranza per chi arrivava nel porto di New York in cerca di fortuna nel Nuovo Mondo.
Pulitzer però non aveva alcuna intenzione di mollare.
Dalle colonne del suo quotidiano partirono continui attacchi alla mentalità ristretta e provinciale di chi ignorava il grande gesto che la nazione francese aveva fatto nei confronti dell'America. L'editore lanciò una sottoscrizione invitando chiunque credesse nel progetto a dare il suo contributo, grande o piccolo che fosse. La parte più progressista della città cominciò a dare il suo apporto in maniera concreta, a partire dagli studenti. La campagna di sensibilizzazione stava oramai assumendo gli aspetti di una crociata popolare. Spettacoli teatrali, feste, eventi sportivi, serate danzanti, erano organizzati a ripetizione.
Il risultato più importante Pulitzer lo raccolse però nel mondo editoriale.
I giornali di altre città, e i loro lettori, avevano compreso il significato universale della statua ed iniziarono anch'essi a sostenere la ricostruzione dell'opera. Alla fine di aprile del 1886, tra le tante riproduzioni della statua fino ad allora realizzate, una accese la fantasia dei passanti della Broadway, all'incrocio con l'undicesima strada. Lì, nel negozio di mister McCreery era esposta la follia d'autore di A. Bougere, un artista di New Orleans.
Una Statua della Libertà tutta di seta, il cui drappeggio, grazie all'uso di 15.000 spilli e quattro mesi di lavoro, riproduceva esattamente le fattezze della Libertà.
La stravagante creazione valse all'autore una medaglia d'oro all'Expo di New Orleans e testimoniava il crescente interesse verso l'opera, ma soprattutto il diffuso desiderio di vederla finalmente troneggiare nella baia.
Pochi giorni dopo, l'11 maggio del 1886, la sottoscrizione lanciata da Pulitzer raggiunse l'obiettivo. Nelle casse c'erano i 100.000 dollari necessari e il comitato promotore americano annunciò l'inizio dei lavori del piedistallo, disegnato da Richard Morris Hunt, grande architetto americano di scuola classica, legato anch'egli in qualche modo alla Francia, essendo stato in gioventù il primo studente proveniente dagli USA ad essere accettato all'Accademia delle Belle Arti di Parigi.
I lavori proseguirono senza più interruzioni, e il 28 ottobre del 1886, alla presenza di un raggiante Bartholdi, La Libertà Che Illumina Il Mondo venne inaugurata dal presidente Grover Cleveland.
La cerimonia fu grandiosa.
Le acque circostanti erano presidiate da un corteo navale con a capo il Tennessee del capitano Boyd affiancato dalla corazzata francese La Minerva. I colpi di quindici cannoni salutarono la statua.
I presenti che avevano tutti ricevuto una lettera di invito, vennero riaccompagnati in città prima della sera, dove almeno 35 organizzazioni avevano sfilato in parate lungo la Broadway e la Fifth Avenue.
La delegazione francese fu accolta dallo staff del ristorante Del Monico, il più famoso di Manhattan e i festeggiamenti continuarono sino a tarda notte con lo spettacolo di fuochi d'artificio sull'isola di Bedloe.
Decine di migliaia di persone affollarono il Ponte di Brooklyn, osservatorio privilegiato, per ammirare lo show pirotecnico ma, soprattutto, per puntare gli occhi sulla fiaccola della statua che, accesa dalle prodigiose lampade a luce elettrica fornite da un negozio sulla quarta strada, illuminerà il mondo.
Durante l'inaugurazione furono distribuite alcune miniature della statua, fabbricate dalla stessa Gaget, Gauthier & Co. che aveva realizzato la statua originale. A causa della difficoltà di pronuncia della parola Gaget, gli americani la trasformarono nella nota parola gadget, tuttora in uso per definire i piccoli doni o souvenir.
Nel 1903 venne posta sul piedistallo una lastra in bronzo (oggi al suo interno) con incisa la poesia di Emma Lazarus "The New Colossus" (Il Nuovo Colosso), composta nel 1883 in occasione di un'asta per raccogliere i fondi per l'installazione. Il sonetto, enfatico quanto si vuole, esprime alla perfezione la speranza che accende il cuore di chi arriva nel Nuovo Mondo. La parte finale recita così:
"Tenetevi, antiche terre, i fasti della vostra storia", - grida con silenti labbra. "Datemi coloro che sono esausti, i poveri, le folle accalcate che bramano di respirare libere, i miseri rifiuti delle vostre coste brulicanti; mandatemi chi non ha casa, squassato dalle tempeste, sollevo la fiaccola accanto alla porta d'oro!"
Miss Liberty diventò immediatamente un'attrazione e il Comitato per la Statua istituì un servizio regolare di trasporto effettuato da uno steamboat (battello a vapore), con partenza da Battery Park ogni ora allo scadere dell'ora, per coprire i quattro chilometri scarsi che separano l'isola dalla terraferma. Tra il 1920 e 1930 a portare i turisti sull'isola c'erano il Machigonne, che anni dopo prenderà il nome di Yankee, e il General Meigs, un natante originariamente destinato al trasporto truppe durante la guerra ispano-americana. Una sera d'ottobre del 1930, a causa di un'avaria, furono abbandonati alla deriva cinquanta visitatori e, pochi mesi dopo, la stessa imbarcazione ebbe difficoltà a navigare con la nebbia. Nel gennaio del 1931 venne bandita una gara d'appalto per la riorganizzazione del servizio, che avrebbe dovuto garantire efficienza e sicurezza ad un prezzo di 35 centesimi di dollaro, con gratuità per i residenti di Forte Wood, i loro amici e per il personale in viaggio di servizio.
La statua raffigura una donna vista come dea della Libertà, con indosso la toga della giustizia e presentata nell'atto di calpestare le catene della schiavitù. In testa ha un diadema a sette raggi che irradiano i sette mari e i sette continenti, mentre con la mano destra innalza la fiaccola, simbolo del fuoco eterno della libertà, che nasconde un'ampia balconata. Nel 1986, in occasione del centenario dellla statua, la fiaccola di rame, vittima della ruggine, è stata sostituita con una nuova dorata, anch'essa realizzata in Francia. Nella mano sinistra stringe un libro con la data (in numeri romani) del 4 luglio 1776, anno della dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d'America. Il basamento con zoccolo dorico sormontato da una loggia di stile neoclassico, ospita un piccolo museo (Statue Story Room) che raccoglie documenti e fotografie. Leggenda vuole che il volto della statua sia ispirato alla stessa madre dello scultore, Charlotte, ma, in realtà, le cose non andarono esattamente così. La signora Bartholdi, dopo un iniziale collaborazione con il figlio, iniziò, data anche l'età, ad accusare la stanchezza nel rimanere immobile per lunghi periodi di tempo e quindi, anche se si tratta di indiscrezioni mai confermate ufficialmente, venne sostituita dalla cameriera della signora, Jeanne Emilie Baheux, sposata in seguito da Bartholdi in seconde nozze.
Jeanne Emilie fu l'unica donna a presenziare la cerimonia ufficiale di inaugurazione, fatta eccezione per la piccola Tototte di otto anni, figlia di Ferdinand De Lesseps, il creatore del canale di Suez. Tale privilegio venne negato anche ad Emma Lazarus, l'autrice del sonetto dedicato alla statua.
Uno dei motivi di grande attrazione per i turisti era la possibilità entrare dentro la statua sino a raggiungere, uno alla volta, la cima della fiaccola ed ammirare il favoloso panorama da una piccola finestra. Era quello che, il 4 aprile del 1904, avevano intenzione di fare la diciassettenne Grace Felicia Tojetti e la sua amica Johanna Luhers, dattilografa ad Ellis Island.
Incantate dalla brezza primaverile che soffiava nella baia le due non si accorsero del tempo che passava, diventando le prime persone ad aver passato la notte chiuse dentro Miss Liberty, sino a quando il guardiano notturno, durante il suo giro in prossimità dell'alba, non le liberò.
Le ragazze, ancora in preda al panico, vennero accolte sull'isola dalla signora Newlove, moglie del medico della postazione fortificata, che organizzò una cena in loro onore e avvertì i familiari delle ragazze, preoccupati della loro scomparsa.
Salire sulla fiaccola fu però un privilegio che ebbe breve durata.
Nel 1916, in piena Prima Guerra Mondiale, avvenne l'attentato al deposito di munizioni della vicina isola di Black Tom, in territorio del New Jersey. L'esplosione causò danni persino alla Statua e, per motivi di sicurezza e stabilità, da quel momento in poi quell'ultimo tratto di ripidissimi gradini venne chiuso al pubblico. La statua, entrata oramai nel cuore degli americani, venne restaurata e, nel 1924, il Governo la dichiarò ufficialmente monumento nazionale.
Il design della Libertà che Illumina il Mondo ha il n. di brevetto 11.023, registrato negli USA il 18 febbraio del 1879 a nome di Augusthe Bartholdi.
La statua è alta 46 metri che salgono a 93 se consideriamo anche il basamento ed è composta da 125 tonnellate di acciaio e 31 di rame. Il dito indice misura 2 metri e 44 centimetri. I gradini per raggiungere la corona sono 354, di cui 192 per arrivare alla cima del piedistallo. La corona ha 25 finestre che rappresentano le 25 gemme presenti sulla terra. Le tavole di rame che rivestono la struttura e danno forma all'opera sono spesse 2,37 millimetri.
A causa del vento, che può arrivare alla velocità di 50 miglia per ora, la statua subisce oscillazioni di circa sette centimetri che superano i dodici per la fiaccola. Si calcola che non meno di 300.000 persone, tra cui un anziano ed incantato Victor Hugo, hanno visitato il laboratorio parigino della Gaget & Gauthier durante la costruzione dell'opera.

venerdì 17 aprile 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 17 aprile.
Il 17 aprile 1907 ad Ellis Island si raggiunge il picco massimo mai registrato di ispezioni giornaliere ai pretendenti all'immigrazione negli Stati Uniti: 1.004.746 persone ispezionate.
Ellis Island è una piccola isola nella baia di New York, dal nome di Samuel Ellis, suo proprietario.
Qui il primo gennaio 1892 fu creato il primo nucleo del centro di raccolta ed ispezione di coloro che volevano emigrare negli Stati Uniti dall'Europa . Tra il 1892 e il 1954, quando il centro fu chiuso, tranasitarono oltre 12 milioni di persone, pari a circa il 70% dell'intero flusso migratorio verso gli USA in quel periodo di tempo. Oggi oltre cento milioni di americani (il 40% dell'intera popolazione ) possono far risalire la loro origine negli Stati Uniti a un uomo, una donna o un bambino passato nella grande Sala di Registrazione a Ellis Island.
Quando le navi a vapore entravano nel porto di New York, i più ricchi passeggeri di prima e seconda classe venivano ispezionati a loro comodo nelle loro cabine e scortati a terra da ufficiali dell’immigrazione. Queste ispezioni erano molto più superficiali tanto da spingere alcuni emigranti, che temevano di non superare le visite più rigorose di Ellis Island, a pagare il più caro biglietto di seconda classe.
I passeggeri di terza classe venivano portati a Ellis Island per l’ispezione, che era più dura. Il traghetto storico Ellis Island veniva usato dal Servizio Immigrazione per trasportare gli immigrati che arrivavano e il personale del centro di immigrazione. Questi traghetti, noleggiati dalle compagnie di navigazione, erano di solito sovraffollati e, per le loro condizioni, potevano tenere a malapena il mare. Ma chi doveva passare per Ellis Island veniva tenuto su queste imbarcazioni senza acqua né cibo per ore.
Gelidi d'inverno e bollenti d'estate, nonché totalmente privi di servizi igienici, è stato calcolato che oltre il 30 per cento dei bambini arrivati a New York sofferenti di una qualche malattia negli anni a cavallo tra Otto e Novecento moriva a causa dell'esposizione al freddo subita durante il pur breve viaggio attraverso la baia.
Ogni immigrante in arrivo portava con sé un documento con le informazioni riguardanti la nave che l’aveva portato a New York. I medici esaminavano brevemente ciascun immigrante e marcavano sulla schiena con del gesso coloro per i quali occorreva un ulteriore esame per accertarne le condizioni di salute; (per esempio: pg per donna incinta; k per ernia; x per problemi mentali) e quindi veniva ricoverato nell'ospedale dell'isola o in quelli di Manhattan e di Brooklyn.
Agli immigrati veniva assegnata una Inspection Card con un numero e c’era da aspettare anche tutto un giorno, mentre i funzionari di Ellis Island lavoravano per esaminarli.
I "marchiati" venivano esclusi dal flusso principale ed inviati in un'altra stanza per un esame più approfondito. In questi casi spesso venivano a separarsi dei nuclei familiari. La natura "industriale" del processo e le difficoltà linguistiche facevano si che non fossero date spiegazioni.
Secondo le registrazioni ufficiali tuttavia solo il due per cento veniva rifiutato, e molti di questi si tuffavano in mare e cercavano di raggiungere Manhattan a nuoto o si suicidavano, piuttosto che affrontare il ritorno a casa.
Dal 1917, modifiche alle norme d'ingresso limitarono i flussi immigratori. Venne introdotto il test dell'alfabetismo e dal 1924 vennero approvate le quote d'ingresso: 17.000 dall'Irlanda, 7.500 dal Regno Unito, 7.400 dall'Italia e 2.700 dalla Russia. La Depressione del 1929 ridusse ulteriormente il numero degli immigrati, dai 241.700 del 1930 ai 97.000 del 1931 e 35.000 nel 1932. Contemporaneamente Ellis Island diventò anche un centro di detenzione per i rimpatri forzati: dissidenti politici, anarchici, senza mezzi e senza lavoro vennero obbligati a tornare al loro paese d'origine. Gli espulsi a forza dagli Stati Uniti furono 62.000 nel 1931, 103.000 l'anno successivo e 127.000 nel 1933.
Nel '54, dopo aver accolto milioni di persone Ellis Island ha chiuso i battenti. Da allora ha custodito i microfilm dei "manifest" delle liste passeggeri e gli archivi dei servizi dell'immigrazione. Proprio come un fedele custode per la storia degli antenati di quella parte d'America discendente dagli europei approdati negli States da fine Ottocento in poi.
Gli edifici, poi, furono abbandonati fino alla metà degli anni Ottanta, quando l’edificio principale a quattro torrette venne completamente ristrutturato e riaperto nel 1990 come Museo dell’Immigrazione. E’ un museo che ricrea con forza espressiva l’atmosfera del luogo con film e mostre fotografiche che celebrano l’America come nazione di immigrati.

venerdì 7 novembre 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


Buongiorno, oggi è il 7 novembre.

Il 7 novembre 1929 viene inaugurato a New York il Museum of Modern Art.

Il MoMA di New York City è più di un museo, è un tempio dell’arte moderna e si trova proprio nel centro di Manhattan, nel cuore pulsante della Grande Mela. È stato inaugurato il 7 novembre 1929, quasi dieci giorni dopo il crollo della Borsa, simbolo della Grande Crisi, con una mostra molto importante dove, per la prima volta, furono esposte le opere di Van Gogh, Gauguin, Cézanne e Seurat.

Il Museum of Modern Art nasce dall’idea di tre donne: la moglie di John D. Rockefeller Jr, Abby Aldrich Rockefeller, Lillie P. Bliss e Mary Quinn Sullivan (soprannominate The Ladies). Il museo doveva essere la casa dell’arta moderna e contemporanea americana, ma nessuno nei primi anni Trenta poteva mai immaginare che sarebbe diventato nel corso della storia uno dei musei più importanti del mondo. All’inizio la signora Rockefeller coprì il ruolo di tesoriere, mentre A. Conger Goodyear, presidente del consiglio di amministrazione della Albright Art Gallery di Buffalo, fu il presidente del MoMA e riuscì con i suoi contatti a coinvolgere due prestigiosi membri:  Paul J. Sachs, condirettore del Fogg Art Museum,  e Frank Crowninshield.

Oggi il MoMA si trova sulla 53ª strada, tra la Quinta e la Sesta Avenue, ma l’anno dell’apertura era una semplice galleria di sei stanze al dodicesimo piano del Manhattan’s Heckscher Building. Lo splendido palazzo attuale è costruito su un terreno che Rockfeller regalò a sua moglie per edificarne la sede. Il MoMA fu ufficialmente trasferito nel Time & Life Building all’interno del Rockefeller Center, nel 1937, ma l’apertura al pubblico avvenne solo il 10 maggio del 1939, a dieci anni dalla prima inaugurazione. Per quest’occasione ci fu una grande festa cui parteciparono sei mila invitati e il nastro fu tagliato virtualmente alla radio della Casa Bianca dal Presidente Roosevelt in persona.

Nei primi 10 anni di attività, il museo ebbe da subito un grande richiamo internazionale. Il 4 novembre del 1935 ci fu una personale di Van Gogh con 66 dipinti a olio e 50 disegni, provenienti dall’Olanda e correlati dalle lettere dell’artista: fu un successo incredibile. Non si era mai visto nulla di simile a New York.  La nuova sede più ampia e più capiente, permise al MoMA di allargare la sua collezione: si susseguirono numerose mostre, tra cui una retrospettiva dedicata a Picasso a cavallo tra 1939 e il 1940.

La famiglia Rockefeller s’impegno in prima linea nella promozione del museo: i figli di Abby, Nelson e David dedicarono la loro vita al MoMA, considerato quasi un bene di famiglia, tanto che ancora oggi nel consiglio di amministrazione siedono David Rockefeller Jr. e Sharon Percy Rockefeller.

La sede del MoMA è stata restaurata diverse volte e l’ultimo lavoro si è concluso alla fine del 2004, con un progetto firmato dall’architetto giapponese Yoshio Taniguchi. Gli spazi del museo sono stati quasi raddoppiati, così come il costo del biglietto d’ingresso. Oggi il MoMA è il museo più caro della città, ma visitarlo è un viaggio straordinario all’interno degli ultimi due secoli e ne vale davvero la pena. Inoltre, come moltissimi musei americani, anche il MoMA ha una fascia oraria gratuita: il venerdì dopo le 16.

Questo tempio di cultura, visitato ogni anno da 2.1 milioni di persone, conta 150 mila opere, e  22 mila film, mentre la biblioteca e gli archivi raccolgono oltre 300.000 libri e periodici e sono più di 70.000 le schede personali degli artisti.

 

lunedì 3 novembre 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il novembre.

Il 3 novembre 1955 esce nelle sale americane il film Bulli e Pupe.

Dopo il clamoroso successo ottenuto a Broadway dall’omonimo musical, nel 1955 arriva nei cinema di tutto il mondo Bulli e pupe (Guys and Dolls in originale), per cui la Samuel Goldwyn Company arriva a sborsare una cifra astronomica all’epoca per i diritti (circa un milione di dollari) e a investire altri soldoni sonanti per assicurarsi la presenza nel film di grandi star come Marlon Brando, Frank Sinatra e Jean Simmons e per garantirsi l’operato del regista Joseph Mankiewicz, reduce dai grandi successi di Lettera a tre mogli ed Eva contro Eva. L’investimento si rivela azzeccato, e Bulli e Pupe, grazie anche alla strada aperta da musical di successo dell’epoca come Cantando sotto la pioggia, Un americano a Parigi e Spettacolo di varietà, conquista i botteghini, incassando nei soli  Stati Uniti circa 13 milioni di dollari e si ritaglia un ruolo di primo piano fra i classici del genere musical.

Nathan Detroit (Frank Sinatra) e “Sky” Masterson (Marlon Brando) sono due incalliti giocatori d’azzardo newyorkesi, amanti della bella vita e restii a impegni sentimentali seri e duraturi. Nathan in particolare non si è ancora deciso a convolare a nozze con la fidanzata Adelaide (Vivian Blaine), nonostante i due siano fidanzati da 14 anni. L’uomo è decisamente più interessato alla prosecuzione del suo vizio, e per procacciarsi i fondi per allestire una bisca clandestina propone a Sky una scommessa sulla carta già vinta con una posta di 1000 dollari: il suo socio dovrà riuscire a portare a cena con lui Miss Sarah Brown (Jean Simmons), fervente religiosa e arruolata nell’Esercito della Salvezza. Nel tentativo di portare a casa la vittoria, Sky userà tutte le sue migliori armi, ma dovrà fare i conti con un cambiamento interiore che non si sarebbe mai aspettato.

Bulli e pupe si propone fin dalle prime battute come un musical leggero e frizzante, puntando forte sulla classe e sul carisma dei propri formidabili interpreti. Il risultato finale è un prodotto a tratti ancora godibile, ma invecchiato decisamente male. Dopo aver offerto un ritratto cinico e disincantato del teatro e dello spettacolo nel suo capolavoro Eva contro Eva, Joseph Mankiewicz qui non riesce mai a staccarsi dal tema portante della pellicola, composto dal progressivo ribaltamento dei ruoli nella nascente storia d’amore fra una donna in partenza seriosa e calata con anima e corpo nella propria attività (Jean Simmons) e un uomo in apparenza guascone e immorale (Marlon Brando), che in realtà si rivela più profondo di quanto gli altri credano. Un contrasto lui spavaldo\lei “rigidina” che nel 1955 poteva ancora essere apprezzato, ma che visto oggi perde gran parte del proprio fascino. La trama lineare e ampiamente prevedibile viene ulteriormente indebolita da una durata della pellicola francamente spropositata (poco meno di 150 minuti), che riesce a mettere in difficoltà anche lo spettatore più allenato. Nonostante questi difetti, Bulli e pupe riesce però a non naufragare mai, soprattutto grazie alle ottime musiche di Frank Loesser (fra le altre meritano una citazione A Woman in Love, Adelaide’s Lament e If I Were a Bell) e a dialoghi freschi e vivaci, che sentiti oggi fanno sorridere, ma che riescono ancora nell’intento di ravvivare il film nei momenti meno efficaci. Per quanto riguarda gli interpreti, fra i due litiganti Marlon Brando (sempre ottimo sul fronte della recitazione, ma decisamente a disagio per quanto riguarda il lato cantato) e Frank Sinatra (al contrario superbo nelle canzoni, ma imprigionato in un ruolo bidimensionale e di scarso spessore) a emergere a sorpresa è la splendida Jean Simmons, che conferisce grande profondità a un personaggio che a conti fatti si rivela il più riuscito del film, rendendo alla perfezione la progressiva perdita dei freni inibitori di Sarah e il suo lento avvicinamento ai comportamenti che all’inizio della storia rigettava. Di grande effetto ancora oggi la fotografia, che ci mostra una New York fatta di luci al neon e colori sgargianti e che fece guadagnare a Bulli e pupe una delle sue quattro nomination all’Oscar, insieme a quelle per scenografia, costumi e colonna sonora.

Nonostante alcuni difetti, Bulli e pupe è comunque una pellicola da recuperare per i cinefili appassionati di musical e per tutti i fan di Marlon Brando e Frank Sinatra, che non offrono le migliori performance delle rispettive carriere ma illuminano comunque il film con la loro eccezionale presenza scenica. Anche se il gusto, gli usi e i costumi del pubblico con il passare del tempo sono inevitabilmente mutati, a volte un salto indietro nel tempo può servire per capire da dove arriviamo, cosa siamo e dove stiamo andando. Ben venga quindi Bulli e pupe a farci compiere questo tuffo nel passato, anche con la sua ingenuità e leggerezza.

sabato 13 settembre 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 13 settembre.

Il 13 settembre 1970 si corre la prima Maratona di New York.

È la maratona più partecipata al mondo, nel 2009 sono arrivati a traguardo ben 43.545 atleti. Un numero esagerato se pensiamo che nella prima edizione, a tagliare il nastro furono solo 55. La maratona di New York è la corsa annuale più celebre in assoluto: i suoi 42.195 metri con cui si snoda attraverso i cinque grandi distretti di New York City la rendono affascinante e una di quelle sfide da fare una volta nella vita.

La maratona è organizzata dal NYRR, il New York Road Runners, e si corre ogni anno dal 1970, precisamente dal 13 settembre 1970. Fu organizzata dal presidente del NYRR, Vincent Chiappetta, e da Fred Lebow, divenuto poi icona nei decenni successivi. Quanti maratoneti si presentarono? Ben 127 concorrenti che percorrevano più giri lungo il park Drive di Central Park, ammirati da non più di un centinaio di spettatori. A vincere fu Gary Muhrcke.

Col seguire degli anni, la maratona ha acquisito sempre più supporter tanto da spingere il cofondatore Fred Lebow a ridisegnare il tracciato inglobando tutti e cinque i distretti della Grande Mela.

Il punto di svolta si ha nel 1978 quando la maratoneta norvegese Grete Waitz (oro ai Mondiali del 1983 a Helsinki) stabilì il nuovo record del mondo in 2 ore 32 minuti e 30 secondi (record che ha migliorato negli anni a seguire). La Waitz vinse la gara altre otto volte, diventando simbolo della competizione assieme a Fred Lebow.

Fred ha partecipato sin dalla prima edizione quando si classificò quarantacinquesimo su 55, mentre corse la sua ultima maratona nel novembre del 1992, accompagnato proprio dalla Waitz, dopo che gli fu diagnosticato un tumore al cervello.

Oggi è la corsa più famosa al mondo con i suoi 2 milioni di spettatori e 315 milioni di appassionati che seguono la corsa in diretta sul canale NBC.

Nonostante la predominante bandiera a stelle e strisce, la Maratona di New York ha parlato italiano per ben cinque volte. L’exploit fu nel triennio 1984-1986 dove trionfò per due volte Orlando Pizzolato e poi Gianni Poli. Nel 1996 ad arrivare per primo al finish è stato Giacomo Leone, l’ultimo europeo a vincere la maratona prima dell’inizio di un lungo periodo dominato da atleti africani. Franca Fiacconi, invece, è stata l’unica atleta italiana a vincere, nel 1998.

lunedì 25 agosto 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 25 agosto.

Il 25 agosto 1910 fanno la loro comparsa a New York i celebri Yellow Cab.

Il classico Taxi giallo newyorkese fa la sua comparsa ufficiale il 25 agosto del 1910, anche se già nel 1907 Henry Allen cominciò ad importare dalla Francia auto del modello Dalmier Vittoria e a tingerle di giallino.

Il colore giallo nasce dalla necessità in una megalopoli come New York, già nel lontano 1910 di far riconoscere il taxi nell’enorme traffico cittadino e permettere al passeggero di richiamarlo subito dopo averlo individuato. Oggi a New York vi sono più di 13mila taxi e ben 60mila tassisti, quasi o tutti regimentati dalla “Taxi and Limousine Commission” che detta regole, norme e prezzi. La maggior parte delle Yellow Cab erano Ford Crown Victoria, ma oggi il parco si è notevolmente rinnovato e qualche anno fa il sindaco di Mahhattan ha lanciato un concorso per la realizzazione di una nuova forma di taxi, efficiente e rispondente alle attuali esigenze della città. Molte le critiche infatti al taxi degli americani, che pare essere molto meno comodo della “Black Cab”, il taxi rigorosamente nero dei londinesi. Le yellow cab hanno comunque fatto parte dell’immaginario collettivo della nostra storia e della storia del cinema americano che a piene mani ha inserito questo mezzo nelle migliori pellicole, se non addirittura farlo diventare esso stesso personaggio della celluloide come nel caso di Taxi driver.

martedì 11 marzo 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è l'11 marzo.

L'11 marzo 1888 una terribile tempesta di neve si abbattè sulla costa orientale degli Stati Uniti d'America.

Nei primi mesi del 1888, negli Stati Uniti d’America, a New York in particolare, non si faceva che parlare di quello che era stato uno degli inverni più caldi degli ultimi anni, soprattutto per la mancanza di neve. Tuttavia il giorno 10 marzo, alle ore 21 per essere precisi, il termometro segnava una temperatura di 10 gradi centigradi.

Il giorno successivo, per quanto il cielo fosse coperto, con qualche rovescio di pioggia, la temperatura si mantenne ancora sopra le medie del periodo.

Nel corso del pomeriggio, però, qualcosa cominciò a cambiare: il vento iniziò a rinforzare sempre di più e i temporali aumentarono d’intensità. Inoltre la pressione atmosferica cominciò a diminuire molto velocemente.

Quell’11 marzo era domenica: il centro meteorologico di New York era quasi deserto e si erano interrotti i collegamenti con il centro meteorologico di Washington D.C.; qui, infatti, la situazione era molto più chiara. Era ormai evidente che la costa orientale degli Stati Uniti stava per essere colpita da una tempesta con venti fortissimi, che avrebbero portato abbondanti nevicate.

La tempesta si generò a causa di masse d’aria dalle caratteristiche profondamente diverse, e dirette una contro l’altra. La prima massa d’aria proveniva dal Golfo del Messico ed era relativamente calda e carica d’umidità; la seconda proveniva dal Canada, diretta a sud, si era formata oltre il circolo polare artico.

Le due perturbazioni s’incontrarono proprio quella domenica pomeriggio; lo scontro fu violentissimo e generò un vero e proprio uragano invernale.

La spaventosa tormenta cominciò a spostarsi verso la costa di New York.

Verso sera le raffiche miste a pioggia raggiunsero velocità intollerabili, tanto da non permettere neanche ai cavalli di poter camminare (furono segnalate carrozze con tiro a sei ribaltate dal vento).

A mezzanotte la pioggia si tramutò in neve; a tutti era chiara la pericolosità della tempesta in corso ma dal centro meteorologico non era stato diramato nessun annuncio di allerta meteo.

New York si risvegliò sotto un’immensa coltre di neve e la bufera non accennava a smettere. Ogni angolo della città e dei territori circostanti era martoriato dalla tempesta.

Molte persone rimasero bloccate nella sopraelevata; delinquenti locali fecero pagare i malcapitati bloccati nelle vetture per poter scendere su scale apposite.

Nel pomeriggio era tutto bloccato: uffici, alberghi, scuole, ecc. Tutto divenne un gigantesco dormitorio per le migliaia di persone uscite al mattino e rimaste bloccate sino al pomeriggio.

Nevicò per due giorni di seguito, sino al martedì; ma ormai la città era irriconoscibile. Si contarono 400 morti, tra cui persone letteralmente sommerse dalla neve o ammazzate dai cornicioni ghiacciati caduti.

La tempesta coinvolse l’intero costa nordest degli Stati Uniti; in seguito a questo evento si decise di abbandonare definitivamente i collegamenti telefonici e telegrafici su palo per metterli sottoterra, abbattendo così la selva di tralicci che abbondavano in ogni dove.

New York ne uscì più moderna dalla bufera di neve, inaugurò inoltre la sua prima metropolitana sotterranea.

mercoledì 11 dicembre 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'11 dicembre.
L'11 dicembre 1964 Ernesto "Che" Guevara tiene un discorso all'Assemblea delle Nazioni Unite.
Ernesto Che Guevara, in qualità di Ministro dell’Industria della Repubblica di Cuba, si recò in visita a New York nel dicembre 1964 per tenere un intervento in rappresentanza dell’isola rivoluzionaria e socialista in occasione della sessione annuale dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.
Rileggendo le cronache di quei giorni di dicembre del 1964 emerge come New York attese la visita del rivoluzionario argentino in tuta mimetica, con grande apprensione e con grande dispiegamento di forze dell’ordine e misure di sicurezza.
Vi furono momenti di tensione, alcuni anche di valenza simbolica, che sono stati poi attribuiti in gran parte da esuli cubani legati al precedente regime, ma sui quali tutt’oggi non tutti i dubbi sono stati fugati. Uno dei più significativi fu quello del colpo di bazooka sparato in direzione del Palazzo di Vetro, proprio nello stesso momento in cui il Che stava pronunciando il suo discorso. Le cronache del tempo riferiscono di un colpo che dal quartiere di Queens, proprio sulla riva opposta a quella di Manhattan dove si trova il Palazzo delle Nazioni Unite, causò una sorta di effetto “geyser” sulle acque dell’East River, e che sicuramente venne avvertito anche dai rappresentanti dei diversi paesi seduti in quel momento nella sala dell’Assemblea Generale ascoltando le parole di Ernesto Che Guevara.
Di quel viaggio a New York del Che, oltre al celebre discorso che ricorderemo più sotto, rimangono altri importanti momenti, che rappresentano oggi un’importante eredità dell’uomo e del rivoluzionario, e soprattutto di grandi attualità anche se analizzati a posteriori dalla prospettiva di un mondo che nel frattempo ha attraversato altri 50 e più anni di capitalismo sempre più selvaggio e aggressivo.
Una bella e significativa testimonianza è l’intervista del 16 dicembre 1964, presso la sede della missione cubana all’ONU, nei pressi di Central Park, tra Che Guevara ed un gruppo di giornalisti e attivisti statunitensi di sinistra. Di questa intervista sono oggi disponibili online i tracciati audio originali, conservati dal giornalista statunitense Chris Couch, che ne è il narratore. Un’intervista condotta in un’atmosfera molto rilassata e informale, quasi una conversazione tra amici da cui traspare un bel clima di empatia tra i presenti. Alcuni passaggi dell’intervista sono molto significativi: ad esempio l’ammissione del Che degli errori strategico-tattici commessi nell’attribuire troppa importanza alla guerriglia nei centri urbani, azioni spettacolari, le definisce il Che, ma molto dispendiose in termini di vite umane e poco efficaci. Interessante quando, con una punta di amarezza, constata che la guerriglia in Venezuela sta compiendo gli stessi errori compiuti da loro cubani. Altra interessante considerazione del Che riguarda il potenziale rivoluzionario che è sì esistente in tutta l’America Latina, ma va considerato che poi i veri rivoluzionari devono essere soprattutto capaci di analizzare il singolo contesto, poiché dall’analisi corretta deriva una strategia ed una tattica vittoriosa.
Cita il caso di Porto Rico dove, trattandosi di una colonia USA, e subendo una dominazione che non è soltanto economica ma politica e soprattutto culturale e mediatica, la rivoluzione-modello cubano avrebbe maggiori difficoltà ad affermarsi. Lo stesso principio vale per la situazione delle popolazioni afroamericane e ispanoamericane oppresse negli USA. Qui il Che, dimostrando grande intelligenza, con molta modestia ammette di non conoscere a fondo la situazione per potersi pronunciare, ma esprime dubbi sulla reale efficacia della tattica della rivolta non-violenta (in quegli anni è portata avanti da Martin Luther King, ndr). Altro passaggio significativo di quell’intervista è il richiamo all’internazionalismo proletario per affermare che il sostegno tra i paesi del campo socialista è una necessità storica, e non va a beneficio del solo popolo cubano ma dell’umanità intera.
Vi è un altro passaggio molto significativo di quei giorni, che è emerso soltanto in epoca successiva, e che ebbe come protagonista il Che Guevara e la giornalista Lisa Howard, una star del giornalismo americano e reporter del canale televisivo ABC, famosa per le sue interviste a grandi personaggi della politica internazionale e che peraltro aveva già intervistato il Che, quello stesso anno, a L’Avana, per la trasmissione “Face the Nation”, che diede al Che un grande impatto mediatico di massa negli USA. Lisa Howard si era già attivata dai tempi della presidenza Kennedy per dei tentativi di ripresa delle relazioni diplomatiche tra Cuba e gli USA. L’ultimo di questi tentativi, prima della tragica fine della Howard, suicida nell’estate successiva, avvenne proprio in quei giorni della presenza di Ernesto Che Guevara a New York. In occasione di un ricevimento organizzato dalla Howard nel suo appartamento, il Che incontrò segretamente l’allora senatore democratico del Minnesota, Eugene McCarthy (nulla a che vedere con il McCarthy protagonista negli anni ‘50 della caccia alle streghe contro i comunisti, ndr). L’incontro pare ebbe un esito fallimentare, pur avendo creato allarme alla Casa Bianca, stando all’unico resoconto esistente dell’incontro, un memorandum segreto oggi custodito nella libreria presidenziale Lyndon B. Johnson di Austin in Texas, e rivelato in pubblico soltanto nel 1999, da Peter Kornbluh, allora Direttore del Cuba Documentation Project dell’Archivio di Sicurezza Nazionale (NSA) in un articolo apparso sul “Cigar Aficionado Magazine”.
In quegli anni l’amministrazione Johnson, diversamente dall’ultima fase dell’amministrazione Kennedy, aveva deciso di adottare una linea di netta chiusura ad ogni riavvicinamento diplomatico con Cuba, con il timore di non attirarsi addosso accuse di comunismo in vista delle imminenti elezioni presidenziali.
Ma il momento centrale e di maggiore rilevanza storica di quel viaggio si ebbe l’11 dicembre 1964, il giorno del discorso del Che all’ONU, uno dei momenti di massima visibilità del leader rivoluzionario cubano di origini argentine, che ha sicuramente contribuito alla formazione del suo mito, e può considerarsi un documento storico di grande importanza. Esso infatti rappresenta una sorta di compendio di quel particolare contesto storico, nel quale allo schema del bipolarismo tra il campo occidentale capitalista e quello orientale socialista, emerso dalla fine della seconda guerra mondiale, distante poco più di un decennio, si stava ormai sovrapponendo il confronto tra Occidente e Terzo Mondo, un confronto che prese forma, per una breve ma intensa stagione di politica internazionale, nel cosiddetto blocco dei paesi non allineati.
Che Guevara, nel suo discorso, tocca tutti i temi fondamentali della politica internazionale di quegli anni e definisce anche il ruolo di Cuba in quel contesto. Significativo il suo saluto di apertura ai tre nuovi paesi membri, che avevano conquistato l’indipendenza nel corso di quell’anno, Zambia, Malawi e Malta, auspicando che essi decidano di prendere parte al movimento dei non-allineati. Un movimento, sottolinea il Che, al quale Cuba, pur riconoscendosi come paese fondato sui principii del marxismo-leninismo, è orgogliosa di appartenere e nel quale intende esercitare un ruolo attivo e di guida, riconoscendo la necessità storica di dover fronteggiare il blocco dell’imperialismo, del colonialismo e del neo-colonialismo.
Interessante il passaggio dedicato al tema della coesistenza pacifica tra i blocchi e le nazioni, di grande attualità nella politica internazionale di quegli anni. Qui Che Guevara introduce un concetto molto importante, richiamandosi apertamente al marxismo che ispira la politica di Cuba: la ricerca di una coesistenza pacifica non può prescindere dal riconoscere il ruolo dell’imperialismo, ed in particolare dell’imperialismo degli USA, che, opprimendo i popoli soprattutto dei paesi più poveri, che abbiano raggiunto l’indipendenza politica o che siano ancora sotto il giogo colonialista, intende imporre a questi popoli i propri prevalenti interessi politici ed economici. Il Che cita le aggressioni degli USA in Vietnam e nel Sud Est Asiatico, nonché a Panama, e l’aggressione della Turchia, appoggiata dalla NATO, a Cipro. Rivendica il diritto dei popoli a lottare per l’autodeterminazione, perché coesistenza pacifica non può significare accettazione passiva di uno stato di oppressione e sfruttamento.
Altro passaggio fondamentale di quel discorso è quello sulla corsa agli armamenti e sul disarmo nucleare, un tema che in quegli anni era diventato centrale nel dibattito di politica internazionale, e all’ONU in particolare, e questa centralità era anche stato effetto della crisi dei missili a Cuba dell’anno precedente. Il Che spiega che il disarmo e la pace sono il desiderio di tutti i popoli, ma respinge la pretesa strumentale di negare il diritto dei popoli che si sono resi indipendenti all’autodifesa dalle aggressioni imperialiste. Il Che conferma che Cuba è disponibile a partecipare attivamente ad un processo di negoziato multilaterale, ma se il disarmo diventa uno strumento in mano alle potenze imperialiste per esercitare un’ingerenza nel diritto all’autodifesa di altri paesi indipendenti, allora - sottolinea il Che - non ci sono le condizioni di un autentico approccio multilaterale. Il Che inoltre ricorda che le aggressioni ai popoli possono avvenire anche con le armi convenzionali, senza la necessità del ricorso ad armi nucleari, ricordando la presenza militare USA a Guantanamo.
Nel rievocare la vicenda della crisi dei missili traspare anche una sottile ed implicita vena polemica nei confronti dell’URSS, che aveva unilateralmente ritirato i missili dopo aver raggiunto l’accordo con gli USA senza coinvolgere direttamente il governo di Cuba. Il difficile rapporto con l’URSS che caratterizzava la politica estera cubana di quegli anni emerge inoltre chiaramente anche dal continuo richiamo, nel discorso del Che, al ruolo decisivo che deve giocare il blocco dei paesi non allineati, sebbene questo deve poi trovare un’intesa con il blocco dei paesi socialisti.
Altro elemento che potremmo interpretare come presa di distanza dall’Unione Sovietica, è il forte riferimento al diritto della Repubblica Popolare Cinese ad ottenere il riconoscimento internazionale e l’ingresso nell’ONU, per occupare il seggio permanente del Consiglio di Sicurezza, cosa che poi avvenne diversi anni dopo, nel 1971, a seguito del riavvicinamento, puramente tattico, tra USA e Cina in occasione del viaggio di Nixon a Pechino. Dal problema delle due Cine, a quello delle due Germanie, con la rivendicazione del diritto della Germania Est a sedere al tavolo dei negoziati per la risoluzione del problema dei confini.
La parte conclusiva del suo discorso è dedicata all’America Latina, un continente che per il Che rappresenta una vera e propria patria che unisce tutte le nazioni. Qui è ancora più forte e decisa la denuncia dell’imperialismo statunitense, della politica continua di ingerenza nelle vicende politiche interne di quei paesi, nell’utilizzo dell’Organizzazione degli Stati Americani (OAS) come uno strumento di politica estera (la definisce “il Ministero delle Colonie degli Stati Uniti”). Un interventismo, quello degli USA, sempre ipocritamente motivato con la volontà di portare in quei paesi libertà e democrazia: “Costoro che uccidono i propri cittadini e li discriminano a causa del coloro della pelle; costoro che lasciano in libertà gli assassini dei neri, proteggendoli, e punendo invece la popolazione nera per la loro legittima rivendicazione di diritti da uomini liberi, come possono costoro autodefinirsi guardiani della libertà?”. Sono parole, quelle del Che, che, a distanza di oltre 50 anni, rimangono, purtroppo, di un’attualità sconcertante.
Molto toccante infine la conclusione con la citazione della Seconda Dichiarazione de L’Avana sull’America Latina. Il filmato d’epoca in bianco e nero, con il corpulento Ernesto Che Guevara, in mimetica e scarponi, che lascia lo scranno e risale, con andamento un po’ dimesso, la platea dell’assemblea accolto da uno scrosciante applauso, rimane, a nostro avviso, un’immagine emblematica della storia del Novecento.
Per il Che quel viaggio a New York sarebbe stata una parentesi un po’ atipica della sua vita di rivoluzionario permanente, le immagini fanno trasparire un certo disagio a muoversi in quegli ambienti ovattati della diplomazia internazionale ed in quella sofisticata atmosfera urbana della “Grande Mela” che viveva forse i suoi anni di massimo splendore. Pochi mesi dopo si sarebbe rimesso in cammino per le strade del mondo alla ricerca della liberazione di altri popoli oppressi, ma purtroppo la storia gloriosa della rivoluzione cubana per lui non si ripeterà e meno di tre anni dopo troverà la morte in quella sua patria latino-americana, per mano di suoi stessi fratelli scelsero la strada più comoda di asservirsi all’imperialismo americano. Quel grido “Patria o Muerte!”, pronunciato dinnanzi a quell’Assemblea Generale al termine del suo discorso, fu veramente profetico e nelle memorie di comunisti e rivoluzionari di tutto il mondo l’immagine del guerrigliero caduto nella lotta offuscherà quella dell’orgoglioso rivoluzionario in veste di rappresentante diplomatico che prende parte, per una sola volta, al consesso dei grandi e dei potenti della Terra, pur non appartenendovi.

giovedì 21 novembre 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 21 novembre.
Il 21 novembre 1964 viene inaugurato a New York il ponte di Verrazano.
Quando fu inaugurato nel 1964, il ponte di Verrazano era il ponte ad arco sospeso più lungo del mondo. Alle sue estremità ci sono Fort Hamilton, a Brooklyn, e Fort Wadsworth, a Staten Island, che per oltre un secolo sorvegliarono il porto di New York.
Il Verrazano Bridge collegò per la prima volta il quartiere di Brooklyn noto come Bay Ridge, un’area a prevalenza italiana, con Staten Island che, tra i cinque borough di New York, è quello con una più ampia popolazione di origine italiana. Fu quindi naturale che si pensasse di intitolarlo proprio a un italiano.
Fu l’allora governatore di New York Rockefeller ad approvare, nell’aprile del ’59 la proposta della Italian Historical Society of America di intitolare il ponte alla memoria di Giovanni da Verrazzano, il navigatore fiorentino che, nel 1524, fu il primo esploratore europeo ad entrare nel porto di New York. Ci fu qualche disputa sull’ortografia del nome, ma alla fine si scelse la dicitura americana, con una sola “z”.
Le sue monumentali torri alte più di 200 metri hanno un’inclinazione che fa sì che siano più distanti tra di loro nella parte superiore rispetto ai basamenti, in modo da compensare la curvatura della terra. Ogni torre pesa 27.000 tonnellate ed è tenuta insieme da tre milioni di rivetti e un milione di bulloni. Contrazioni stagionali ed espansioni dei cavi d’acciaio fanno sì che la carreggiata a due piani, in estate, sia 12 metri più in basso che in inverno.
Da qualche tempo il ponte è al centro di un'accesa diatriba "linguistica" proprio per via della Z mancante.
Infatti The Verrazano, come lo chiamano i newyorkesi, punto di partenza della celeberrima maratona di New York e fino al 1981 il ponte sospeso più lungo del mondo, è dedicato al navigatore italiano Giovanni da Verrazzano (due zeta, non una soltanto), il primo europeo a raggiungere, nel 1524, la zona della foce del fiume Hudson e quindi l'area di New York.
In molti chiedono che l'errore sia corretto, come segno di rispetto per la nutrita comunità italoamericana newyorkese e americana. Proprio per questo è partita una raccolta firme online, con una petizione che chiede di mettere fine per sempre alla discrepanza. Nel dibattito è entrato anche Joseph Scelsa, direttore dell'Italian American Museum di Lower Manhattan: "Rettificare il nome del ponte, da Verrazano a Verrazzano, vorrebbe dire veramente a tutti gli italiani e italoamericani che li rispettiamo e li apprezziamo", ha detto.
Per il momento, la questione non è tra le priorità della Metropolitan Transportation Authority (Mta), l'autorità che gestisce i trasporti urbani newyorkesi, tanto più che cambiare il nome non sarebbe solo una formalità, ma comporterebbe anche notevoli costi (per esempio, andrebbe corretta tutta la segnaletica stradale dell'area metropolitana). "In questo momento non stiamo valutando nessun cambiamento di nome per il Verrazano Bridge", ha detto Christopher McKniff, portavoce dell'Mta, liquidando la vicenda in modo secco.
L'Mta non ha tutti i torti. Quando il Triborough Bridge, che collega Manhattan, Queens e Bronx, è stato ribattezzato nel 2008 Robert F. Kennedy Bridge, in onore dell'ex senatore di New York, sono stati spesi 4 milioni di dollari per cambiare il nome su tutti i cartelli stradali. E lo stesso vale per il Queensboro Bridge, ora chiamato Ed Koch Queensboro Bridge a ricordo dell'ex sindaco della città, e per il Brooklyn-Battery Tunnel, che ora è denominato Hugh L. Carey Tunnel, come l'ex governatore.
La città non preclude dunque a prescindere la possibilità di un cambio di nome, ma, giusto o sbagliato che sia, sembra privilegiare motivazioni più "alte", come appunto il ricordo di un personaggio importante per la città o lo stato di New York, rispetto alla correzione di un refuso, che comunque è lì da oltre cinquant'anni.
Tanto più che le autorità newyorkesi non sono mai state d'accordo a passare per sbadate: nel 1960, John LaCorte, allora direttore esecutivo dell'Italian Historical Society of America e la persona che più aveva premuto perché il ponte fosse intitolato a un italiano, aveva sostenuto di essersi consultato con le autorità italiane e di avere scelto la grafia latina del nome del navigatore, Janus Verrazanus. Peccato che il nome dato al ponte, Verrazano appunto, non sia né latino né italiano.

domenica 27 ottobre 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 27 ottobre.
Il 27 ottobre 1904 viene inaugurata la prima linea della Metropolitana di New York.
Alle 14:35 del 27 ottobre 1904 il sindaco di New York George McClellan prese i comandi del primo convoglio della storia di una delle reti metropolitane più famose al mondo, la "Subway" nelle viscere di Manhattan. Anche se non fu la prima al mondo (Parigi Londra e Mosca avevano già linee metropolitane da qualche anno), ben presto quella di New York diventerà la più moderna.
Iniziata nel 1902 fu appaltata ad una società privata, la Interborough Rapid Transit Company, che gestì i lavori delle prime 28 stazioni per un precorso totale di 9,1 miglia (14,6 Km).
La metropolitana collegava il municipio di New York (City Hall) con la Grand Central Station e quindi verso nord a Times Square per terminare sotto la 145ma strada. Il giorno dell'apertura al pubblico oltre 100.000 cittadini si misero in fila per un giro sotto le strade della Grande Mela.
Il primo capolinea della metropolitana della Grande Mela fu la famosa City Hall Loop. Nel corso degli anni la metropolitana di New York è stata ampliata e modernizzata grazie alla costruzione di nuove linee e stazioni, che hanno portato alla conseguente chiusura di vecchie stazioni che col tempo si sono rilevate inutili ed inadeguate.
Alcune stazioni sono state demolite, mentre altre sono state semplicemente chiuse al pubblico.
La più famosa tra le stazioni abbandonate della metropolitana di New York è la City Hall Loop, che si trova a Manhattan e che fu il terminal meridionale della metropolitana di Interborough Rapid Transit (fu inaugurata il 27 ottobre 1904). La stazione, che doveva essere il fiore all’occhiello della nuova metropolitana, venne progettata dall’architetto Rafael Guastavino in stile romanico rinascimentale e si caratterizzava per il bellissimo ed elaborato soffitto a lucernario con vetri colorati e per gli archi a volta decorati dai quali pendevano dei bellissimi lampadari in ottone. La stazione venne chiusa il 31 dicembre del 1945 perché, essendo della tipologia a “cappio di ritorno“, aveva una curva molto stretta e non permetteva il passaggio dei nuovi treni che erano molto più lunghi di quelli utilizzati fino al 1945. Le visite alla stazione sono gestite dal New York Transit Museum.
Tra le stazioni abbandonate della metropolitana di New York, quella di Court Street ha acquistato nuova vita grazie alla nascita del New York Transit Museum. Questa stazione, che si trova nel distretto di Brooklyn, venne inaugurata il 9 aprile 1936 per poi essere chiusa ed abbandonata il 1 giugno 1946 a causa della sua vicinanza con molte altre stazioni di Downtown Brooklyn.
Negli anni ’60 la stazione iniziò ad essere utilizzata per girare alcune scene dei film e venne riaperta al pubblico il 4 luglio 1976 per ospitare la New York City Transit Exhibit in onore del Bicentenario degli Stati Uniti.
La mostra doveva essere temporanea, ma ebbe talmente tanto successo che restò aperta in modo permanente, trasformandosi nel New York Transit Museum, ovvero in un vero e proprio museo che mostra la storia e la tecnologia dei trasporti pubblici della città di New York, nel quale si possono ammirare cimeli della metropolitana, degli autobus, delle ferrovie newyorkesi.
Anche la stazione metropolitana abbandonata della 18th street si trova a Manhattan e faceva parte della prima linea della metropolitana di New York aperta il 27 ottobre del 1904. Dal punto di vista architettonico è dotata di un soffitto di vetro che permette di illuminare naturalmente la stazione, che sulle pareti presenta una serie di motivi ornamentali (il progetto fu realizzato dallo studio Heins & LaFarge).
La stazione della 18th Street, che venne chiusa l’8 novembre del 1948, non è più accessibile dalla strada, ma i suoi muri coperti di graffiti possono essere visti attraverso le finestre dei treni che passano da Lexington Avenue. La stazione venne chiusa a causa dell’ampliamento della piattaforma sulla 23rd Street e dell’apertura di una nuova stazione sulla 22nd Street.
Lungo la prima linea della metropolitana nell’area di Manhattan, si trova un’altra stazione fantasma che è stata vittima dell’ampliamento delle stazione vicine e dell’aumento della lunghezza dei nuovi treni che non erano più in grado di fermarsi a questa stazione, la 91th street.
Aperta il 27 ottobre del 1904, la stazione della 91st Street venne chiusa definitivamente il 2 febbraio del 1959, diventando negli anni un rifugio per gli squatter. Le pareti della stazione, che oggi non è più accessibile dalla strada, sono interamente ricoperte da graffiti.
Tra le stazioni fantasma figura anche la stazione sopraelevata di Anderson-Jerome Avenues, Bronx, che venne aperta il 1 luglio 1918. La stazione venne costruita con una struttura di cemento armato ed era accessibile da entrambi i lati sia di Jerome Avenue che di Anderson Avenue, nel quartiere del Bronx. La stazione venne chiusa il 31 agosto 1958.
La stazione non è stata demolita, ma oggi è difficile accedervi perché non esistono più le strutture in ferro che in passato portavano al piano sopraelevato della metropolitana, ma dalla strada si possono comunque vedere dei coloratissimi murales presenti sulle sue pareti esterne.
A sud del ponte di Brooklyn si trova la vecchia stazione di Myrtle Avenue, che serviva la linea Brooklyn-Manhattan. La stazione venne inaugurata il 22 giugno 1915 per poi essere chiusa il 16 luglio 1956 a causa delle necessità di ristrutturazione della linea metropolitana sulla quale si trovava. La piattaforma della stazione che portava verso Brooklyn è stata rimossa completamente, mentre la piattaforma che portava verso Manhattan esiste ancora e nel 1980 venne utilizzata da Bill Brand per un’installazione artistica denominata Masstransiscope, un’opera d’arte composta da 228 pannelli dipinti a mano che si trovano dietro ad una lunga scatola luminosa e che al passaggio dei treni danno ai passeggeri l’illusione di un film animato di 20 secondi.
Nel quartiere del Bronx si trova la stazione abbandonata sopraelevata di Sedgwick Avenue, che venne inaugurata il 1 luglio 1918 come estensione della 9th Ave El, la prima ferrovia sopraelevata di New York famosa per la sua “curva suicida” a 90 gradi. Questa stazione fu costruita come punto di collegamento con la vicina stazione di El-Metro-North, all’uscita di un tunnel. Oggi la struttura in acciaio sopraelevata è stata rimossa, ma la piattaforma e il tunnel sono ancora visibili.
Tra le 28 stazioni originali della prima linea della metropolitana di Manhattan figura anche la stazione di Worth Street, che venne aperta il 27 ottobre 1904. Le pareti e le colonne della stazione sono decorate con delle piastrelle di terracotta.
La stazione venne chiusa il 1 settembre 1962 a causa dell’espansione verso nord della stazione di Brooklyn Bridge e perché non era più in grado di ospitare i nuovi treni diventati troppo lunghi rispetto alle dimensioni dei binari originali. Le piattaforme della stazione di Worth Street sono visibili dai treni di passaggio, dai quali si possono ammirare le vecchie pareti che oggi sono decorate con coloratissimi graffiti.
Oggi la rete della metropolitana newyorchese muove ogni giorno 4,5 milioni di passeggeri ed è in esercizio per 24 ore al giorno, 7 giorni su 7.

giovedì 4 aprile 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 4 aprile.
Il 4 aprile 1973 viene inaugurato a New York il World Trade Center, noto per le due torri gemelle.
La costruzione delle torri gemelle del World Trade Center di New York iniziò nel 1966, su un progetto del giapponese Minoru Yamasaki, in un’area lungo le rive del fiume Hudson, a sud di Manhattan.
Originariamente, secondo il progetto, dovevano essere più basse, ma alla fine, il giorno dell’inaugurazione, il 4 aprile 1973, le Twin Towers, con i loro 415 metri di altezza, erano l’edificio più alto del mondo (tale primato passerà alcuni anni dopo alla Sears Tower di Chicago).
Le torri erano edificate sulla roccia ed ancorate al suolo con delle fondamenta che penetravano più di 20 metri sotto il suolo. Erano costituite da una struttura quadrata di 63 metri di lato in acciaio, rivestito da pareti di alluminio, in altre parole una struttura leggerissima e, al tempo stesso, molto resistente.
Il World Trade Center, con cui le Torri Gemelle sono spesso erroneamente identificate, era in realtà un complesso composto da sette edifici.
Le Twin Tower erano un centro molto diversificato: sicuramente erano un centro finanziario in quanto nelle Torri Gemelle avevano la sede quattro borse, numerose banche e compagnie di assicurazione tra le più grandi d’America; erano anche un centro commerciale, dal momento che numerosi negozi e diverse società non finanziarie avevano uffici e punti vendita all’interno del complesso. Vi erano anche dei ristoranti, tra cui il più famoso e rinomato era il panoramico “Windows of the world” che consentiva di cenare godendosi una splendida vista su Manhattan dal 107° piano.
Le Twin Tower custodivano anche numerose opere d’arte, moderne, contemporanee, ma anche alcune più antiche e di inestimabile valore.
Tra le due torri, inoltre, vi era una piazzetta, la Tonbin Plaza con una bellissima fontana circondata da statue e sculture moderne di artisti contemporanei di tutto il mondo.
Le Torri Gemelle erano con il tempo diventate il simbolo della potenza economica e finanziaria degli Stati Uniti, l’emblema del capitalismo e della società occidentale.
Già nel 1993 avevano subito un duro attentato che, pur provocando numerosi morti, non aveva minimamente intaccato la struttura portante dell’edificio, nonostante le spaventose proporzioni dell’esplosione.
Nell’aprile 2001 tutto il complesso (comprese cioè anche le Twin Tower) era stato venduto dal New York Port Authority al gruppo Silverstein Properties per l’esorbitante cifra di tre miliardi di dollari. L’11 settembre, oltre a numerosissime vite umane, si è portato via anche tutto questo pezzo di storia.

mercoledì 30 agosto 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 30 agosto.
Il 30 agosto 1860 nasce a Padula Joe Petrosino.
Agente di polizia nella New York di fine Ottocento, Joe Petrosino è un personaggio che è stato oggetto di vari film e fiction tv.
Nasce come Giuseppe Petrosino il 30 agosto 1860 in Italia a Padula, nella provincia di Salerno.
Presto il padre Prospero - di professione sarto - decide di emigrare e porta l'intera famiglia (madre, due sorelle e tre fratelli) a New York, dove il primo figlio Giuseppe, che tutti chiameranno Joe, cresce nel quartiere di "Little Italy".
Joe si adatta e con l'intenzione di aiutare economicamente la sua famiglia cerca di intraprendere vari mestieri; frequenta inoltre dei corsi serali per imparare la lingua inglese.
E' il 1883 quando inizia la sua carriera di agente di polizia. La sua placca d'argento sul petto porta il numero 285.
Inizia come agente di pattuglia nella "Avenue 13th", poi con il tempo fa carriera imponendo i suoi efficaci sistemi di lavoro. Ciò che è chiaro ai superiori sono la passione per il lavoro, il grande fiuto, l'acume, la professionalità e il senso di responsabilità di Joe Petrosino.
Petrosino diviene autore di imprese che rimarranno leggendarie per il loro merito; si guadagnerà addirittura la stima del Presidente Roosevelt, di cui Petrosino diviene amico personale.
Il suo scopo professionale e nella vita sarebbe stato uno solo: quello di sconfiggere la mafia, organizzazione allora conosciuta con il nome di "Mano Nera".
La storia di Joe Petrosino assume valore storico e leggendario per la sua triste fine: siamo a cavallo del ventesimo secolo quando partecipa a una missione in Sicilia per condurre indagini sulla nascente mafia. Petrosino muore nella piazza Marina di Palermo, raggiunto da quattro colpi di rivoltella, il 12 marzo 1909.
Esistono anche diversi libri e opere a fumetti sulla vita e la vicenda di Joe Petrosino. Negli anni '30 era inoltre molto diffusa e in voga la raccolta di figurine che aveva come tema proprio le avventure del poliziotto italo-americano.
Tra le già introdotte opere cinematografiche e televisive, ricordiamo tra i film "Pay Or Die" (Pagare o Morire, 1960) con Ernest Borgnine, e uno sceneggiato televisivo in 5 puntate, interpretato dall'attore Adolfo Celi nella parte del popolare investigatore italo-americano, prodotto dalla RAI nel 1972 e intitolata "Joe Petrosino". Lo sceneggiato italiano si basa sulla biografia scritta dal giornalista e scrittore Arrigo Petacco, pubblicata negli anni '80.
La RAI ha poi prodotto un nuovo sceneggiato intitolato "Joe Petrosino" nel 2005 (in tv nel 2006) con l'attore Beppe Fiorello nei panni del protagonista.

martedì 30 maggio 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 30 maggio.
Il 30 maggio 1879 apre al pubblico, dopo una ristrutturazione, il "nuovo" Madison Square Garden.
Sotto quei riflettori è passata una buona parte della storia della cultura popolare a stelle e strisce. Non c'è memorabile partita di basket, storico concerto rock, leggendario incontro di pugilato, combattuta partita di hockey; non c'è imperdibile spettacolo teatrale o ricordato evento di massa che non possa essere accostato a quel nome. Ha vissuto tre vite quel tempio dello sport e spettacolo (quattro, se si conta la prima, quando era un deposito della stazione ferroviaria);ci sono stati tre diversi edifici per un solo, mitico nome: Madison Square Garden. L'ultimo costruito è l'arena sorta nel 1968 sopra alla Pennsylvania Station. Ancora qualche anno e poi dovrà lasciare il passo all'ampliamento dell'importante scalo ferroviario. Lo ha deciso il Consiglio Comunale. (Con tutta probabilità) lo stadio dovrà essere abbattuto e trasferito, ricostruito in un'altra zona della metropoli. Troppo pressanti le esigenze di sviluppo della città per non chiedere al Garden di vivere altrove un'altra vita: la quinta.
Fu P.T. Barnum a dare forma alla prima vita del Garden. Quando attorno al 1871, il deposito ferroviario venne trasferito, l'inventore del "Più grande spettacolo del mondo", della più ambiziosa ed esotica performance circense dell'epoca, prese in leasing l'edificio e lo fece diventare un originale teatro per il suo circo o per altri show. Da grande imprenditore, Barnum aveva capito che quella location era speciale per i newyorchesi. Negli anni a seguire, uscito di scena lui, il Primo Garden si trasformò: divenne un velodromo, il ciclismo su pista era uno degli sport più seguiti negli Usa, e ospitò alcuni incontri di pugilato. I proprietari di allora - nomi mitici della finanza statunitense come JP Morgan e Andrew Carnagie - capirono che il business poteva essere ampliato. Decisero quindi di abbattere il vecchio edificio e di costruirne uno più grande.
Il Secondo Garden vide la luce il 6 giugno del 1890. Poteva contenere 17.000 persone. La sua storia durò poco meno di 40 anni. Tra le sue mura vennero combattuti importanti incontri di boxe, ma la struttura andò presto in sofferenza finanziaria e la società che ne era diventata proprietaria, la New York Life Insurance Company, decise di demolirla, per farne costruire una nuova, sempre chiamata Madison Square Garden, questa volta tra la 49° e la 50° strada a Manhattan. Era il 1928. Iniziava la terza vita, per lo più dedicata ai guantoni. Leggendari pugili salirono su quel ring. Henry Amstrong, l'unico a essere campione contemporaneamente in tre categorie; Sugar Ray Robinson, Jack La Motta, Rocky Marciano: nomi che hanno fatto la storia dello sport mondiale, con i loro trionfi e le loro sconfitte, con il loro sudore e le loro vicende private.
Ma il Garden non fu solo sangue e pugni: mantenne la sua anima poliedrica, la sua capacità di essere polo d'attrazione dello spettacolo non solo sportivo. Vero palcoscenico della cultura popolare statunitense per le forme espressive che quella cultura creava. Fu proprio quella la sua fortuna. I concerti di Frank Sinatra e di Elvis Presley, quell'indimenticabile sera del 1962 quando Marilyn Monroe cantò "Happy Birthday Mister President" davanti a JFK e a 15.000 persone che si erano radunate nello stadio per festeggiare il compleanno di John Fitzgerald Kennedy.
La storia non si conclude con la costruzione del quarto edificio nel 1968, l'attuale. Anzi. Diventa ancora più ricca. Semplicemente, si trasforma. Il Garden si dimostra ancora più eclettico. Un grande Business. Lo sport che prende piede è il basket. E' nell'arena ("Un'architettura a forma di fritella rovesciata" scriverà una volta Time) che giocano i New York Knicks davanti a un pubblico di 20.000 persone. Poi arriva anche l'hockey su ghiaccio con i Rangers, che ne fanno lo stadio di casa. I concerti non finiscono, anzi, si moltiplicano grazie alla capacità della nuova struttura: dagli anni'70 (Led Zeppelin, il concerto per il Bangladesh, Billy Joel) agli anni'80 (Michael Jackson, Madonna, David Bowie) per poi arrivare ai grandi concerti organizzati a scopo di beneficienza degli anni'90, nel 2001 dopo l'attacco alle Torri Gemelle e nel 2012 in favore delle vittime dell'uragano Sandy. Nel teatro ospitato all'interno del Garden c'è spazio anche per gli imponenti musical e per gli eventi politici: nel 1992, si tiene lì la convention democratica per la nomination di Bill Clinton per le elezioni presidenziali.
Ora, grazie alle decisioni dell'amministrazione newyorchese, il Madison Square Garden rischia di dover affrontare la sfida di una quinta vita. Lontano dall'attuale sede di Midtown, nel centro di Manhattan. I proprietari del Garden aveva chiesto la concessione perpetua del sito, ma la risposta delle istituzioni pubbliche è stata per ora diversa. C'è da scommettere che, comunque sia, il Garden rimarrà sempre quel tempio dello sport e dello spettacolo che è diventato nel corso della sua lunga storia secolare.

mercoledì 1 febbraio 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il primo febbraio.
Il primo febbraio 1913 viene aperta al pubblico la Grand Central Terminal di New York, la più grande stazione ferroviaria del mondo.
Non tutte le stazioni sono semplici luoghi di passaggio: la Grand Central Terminal newyorkese è un bacino di raccolta di storie e di vite, dove confluiscono infiniti viaggi, ma non serve dover partire per apprezzare la bellezza di questo luogo esaltante. Che dobbiate prendere un treno o aspettare qualcuno in arrivo, che abbiate solo voglia di shopping o siate in cerca di una passeggiata elegante, la stazione ferroviaria di New York City saprà ammaliarvi con le sue dimensioni colossali, le sue luci e la sua vivacità. Un'attrazione già di per sé, che si rivela una città nella città se non, addirittura, un piccolo mondo a parte situato all'incrocio tra Park Avenue e la 42nd Street, in corrispondenza di Pershing Square.
Se si potesse tornare indietro di oltre un secolo ci si troverebbe a passeggiare lungo una Park Avenue desolata, invasa dal fumo e dalla cenere, occupata dalle fabbriche laddove oggi sorgono negozi e uffici. In direzione est vedremmo qualche abitazione sghemba, magazzini e botteghe di macellai, ma soprattutto baracche abitate da poveracci, bande criminali e addirittura qualche gregge di capre. Oggi sembra impossibile, ma è ciò che si incontrava al posto dell'attuale Grand Central Terminal. Ad ogni modo, benché sia uno dei monumenti più famosi di New York, non si tratta della prima stazione cittadina: già prima di lei altri complessi avevano portato il nome di "Grand Central Terminal", e avevano occupato quell'indirizzo lungo la 42nd Street. Ma questa racchiude in sé così tanti sogni e così tanti sforzi, e rappresentò una così grande innovazione, che merita il titolo di stazione centrale per eccellenza.
L'attuale terminal prese forma nel 1913 grazie a Cornelius Vanderbilt, magnate delle ferrovie statunitensi, e suscitò subito molto clamore per il gigantesco capannone dei treni. In vetro e acciaio, era un vero e proprio capolavoro di architettura largo 30 metri e lungo quasi 200, capace di competere con la Torre Eiffel o il Crystal Palace in quanto a eleganza, grandezza e ingegno. Appena l'elettrificazione delle ferrovie consentì di realizzare i binari sotterranei, i vecchi binari della stazione preesistente furono venduti. Il ricavato servì a rimodernare il tutto, realizzando un nuovo terminal in stile Beaux-Arts. Le forme classicheggianti e le decorazioni in ferro e ghisa affascinavano la popolazione e i turisti. New York guadagnava un'opera d'arte, e non un semplice luogo di smistamento treni.
Arrivare a tanto non era stato semplice. Nei primissimi anni del Novecento i treni a vapore avevano creato parecchi problemi, si erano verificati incidenti catastrofici e la gente cominciava a preoccuparsi seriamente per la sicurezza. La promessa della Grand Central Terminal cadeva a pennello: ci vollero dieci anni di duro lavoro, lo scavo a 30 metri di profondità richiese grandi energie, ma il progetto fu condotto con grande efficienza. I treni continuarono a circolare senza interruzioni nella vecchia Grand Central, che fu rasa al suolo solo nel 1910, e fino al 1912 venne usata una stazione provvisoria nel Grand Central Palace, nella 43rd Street di Lexington Avenue.
Nel 1913, quando il primo treno partì dalla nuova stazione, il Grand Central Terminal aveva già acquistato un significato mitico: era la porta verso il continente americano, e pareva che da qui si conquistasse il mondo. Oggi è usata perlopiù da pendolari diretti a nord, nel Connecticut o nella contea di Westchester, ma sono numerosissimi i turisti che passeggiano lungo le gallerie e i binari senza dover prendere alcun treno.
Una visita a piedi può cominciare sotto l'orologio del Main Concourse, lo spazio centrale della stazione. Nel mezzo dell'atrio, nella pagoda circolare di marmo e ottone, si nasconde la scala a chiocciola che conduce al Punto Informazioni del piano inferiore. Il salone, in stile Beaux-Arts, è lungo 83 metri, largo 36 e alto 38, con finestre ad arco alte 18 metri, il pavimento di marmo e le pareti di pietra, rifinite in marmo color crema. le dimensioni e la raffinatezza ricordano quelle di una cattedrale, ma il fiore all'occhiello del grande atrio è la volta a botte del soffitto: un cielo notturno con 2500 stelle, che secondo l'artista francese Paul Helleu sono state dipinte come "se fossero viste da Dio". Guardandosi attorno si notano le imponenti scalinate che conducono al di fuori della stazione - una originale del 1913 e una aggiunta successivamente - e i sontuosi lampadari d'oro. Nei lampadari, nei ghirigori delle finestre e nelle fontane in pietra all'esterno si vedono decorazioni curiose, a forma di ghiande e di foglie di quercia: sono i simboli che Vanderbilt scelse come stemma della sua famiglia. Non avendo origini aristocratiche non possedeva uno stemma nobiliare, ma quando diventò ricco decise di crearsene uno, ispirandosi al detto "da una ghianda può nascere una forte quercia".
Dall'atrio ci si può incamminare lungo le Oyster Bar Ramps, le rampe di scale che conducono nelle viscere sotterranee della stazione, proprio di fronte al ristorante Grand Central Oyster Bar. Questo passaggio è rimasto seminascosto per quasi 70 anni, poichè nel 1927, per lasciare più spazio agli uffici, si era deciso di chiuderle con un soffitto di legno. Oggi le scale sono state riaperte e non sono più anguste e buie, ma sontuose e invitanti, soprattutto perché portano al ristorante più rinomato di tutto il Grand Central Terminal: all'Oyster Bar, specializzato in frutti di mare, potrete gustare una dozzina di varietà di ostriche. Preparatevi però a un ambiente allegro e chiassoso: all'ora di pranzo è sempre pieno, e il soffitto a volta fa sì che l'acustica sia molto amplificata...da una parte all'altra della sala ci si può sentire con un sussurro, tanto che la galleria adiacente è stata soprannominata "Whispering Gallery".
Se preferite un pasto tranquillo o volete fare shopping avrete l'imbarazzo della scelta: nella parte sotterranea della stazione ci sono oltre 30 ristoranti e più di 50 negozi, tra cui il fornitissimo Grand Central Market, traboccante di delizie gastronomiche.
Sotto la sede della Bank of America, ex hotel Biltmore, c'è la cosiddetta "kissing room". Il vero nome, Biltmore room, si rifà al famoso albergo sovrastante; molto più romantico è il nomignolo, la sala dei baci, e fa riferimento a tutti quei personaggi più o meno famosi, che negli anni hanno incontrato qui i loro cari e dopo essere scesi dal treno li hanno salutati con abbracci e baci.
Alcune curiosità sulla stazione:
I 67 binari, distribuiti su due livelli sotterranei, presentano delle anomalie: i binari 12, 22 e 31 sono stati rimossi, mentre quelli del livello sotterraneo sono numerati da 100 a 126 (anche se solo quattro sono usati per il servizio passeggeri).
Il binario 61, oggi abbandonato, collegava Grand Central Terminal con il vicino e lussuoso Hotel Waldorf Astoria (301 Park Avenue). Il Track 61 veniva usato dai treni privati degli “ospiti speciali” dell’albergo, come presidenti e altre importanti figure militari, che raggiungevano New York, ma non volevano essere visti e riconosciuti.
Nelle mappe di Grand Central compaiono tutte le stanze e le sale, tranne una: la M42. Lì si tengono i generatori di corrente, ma, a quanto pare, ai comuni mortali non è dato sapere dove si trovi.
Grand Central Terminal compare in moltissimi film, serie tv e cartoni animati: Gli Intoccabili, Armageddon, Io sono leggenda, Men in Black, Revolutionary Road, Intrigo internazionale, Carlito’s way, Il collezionista di ossa, Gossip Girl e Madagascar, solo per citarne alcuni.

venerdì 16 settembre 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 16 settembre.
Il 16 settembre 1920 un anarchico italiano, Mario Buda, fa esplodere una bomba davanti alla sede della Morgan & Stanley.
A New York era una soleggiata mattina di settembre, il 16 settembre 1920. La banca Morgan era situata al 23 di Wall Street. J.P. Morgan aveva acquistato la proprietà nel 1912 dalla famiglia Drexel, suo precedente socio in affari. A stare ai giornali dell'epoca il prezzo pagato per l'acquisto dell'edificio, 3 milioni di dollari, costituiva un record per il mercato immobiliare newyorkese.  Ma le spese non si erano esaurite nell'acquisto del palazzo, poiché J.P. Morgan aveva dato ordine che lo si abbattesse e si erigesse al suo posto l'edificio, che per quanto rimaneggiato, si può vedere ancora oggi: un immobile di soli tre piani, pomposo e lontano dallo stile consueto dei grattacieli avveniristici che già nel 1912 proliferavano in città. Quell’edificio era conosciuto nel mondo della finanza come The House of Morgan, o con il diminutivo più affettuoso di "The Corner".
Il 16 settembre 1920, all'angolo tra Wall e Broad Street, centro simbolico del capitalismo americano, un anarchico italiano arresta il cavallo che traina una carretta carica di esplosivo e si allontana velocemente confondendosi tra la folla. Pochi minuti dopo, alle ore 12.01, l'intero quartiere è sconvolto da una tremenda deflagrazione. Carretta e cavallo sono ridotti in cenere. Le vetrate dei negozi e degli uffici dell'intero isolato esplodono in mille pezzi. La maggior parte degli edifici circostanti prende fuoco e una grossa porzione della House of Morgan è ridotta in rovina. Quando il fumo degli incendi e la polvere si dissipano, Wall Street sembra essere uscita dall'apocalisse. Macerie e carte ovunque coperte da un'impalpabile polvere grigia. Carrette, cavalli e automobili rovesciati e distrutti.
Corpi e brandelli di corpi. Uomini e donne cadaveri o gravemente feriti. Il bilancio dell'attentato è di 33 morti e più di 200 feriti. Sul piano materiale i danni sono stimati a 2 milioni di dollari dell'epoca. Come accade quasi sempre in questo genere di attentati, i morti e i feriti non sono i "grassi" capitalisti proprietari degli immobili, bensì segretari, commessi e passanti che in quel momento si trovano a passeggiare lungo i marciapiedi, mangiando un sandwich o approfittando del sole nella pausa pranzo. J.P. Morgan, che l'anno precedente era miracolosamente sfuggito a un pacco bomba, quel giorno si trova a Londra, e i suoi due soci principali, Thomas W. Lamont e Dwight Morrow, che partecipano a una riunione in una delle sale di conferenza sul retro dell'edificio, escono indenni dall'attentato. L'indomani il New York Times definisce l'attentato "an act of war", riportando quanto proclamato a gran voce dalla New York Chamber of Commerce, che si affretta a chiedere al governatore dello Stato l'invio di truppe federali in grado di fronteggiare possibili analoghi attacchi. Il numero delle vittime non riesce a dare un'idea dell'inferno prodotto dall'esplosione. New York e il Paese sono sconvolti.
Partono subito le indagini a livello federale: l'FBI individua Mario Buda come unico responsabile della strage. Viene incriminato in base alla testimonianza del fabbro ferraio che gli aveva affittato il cavallo poi usato per trainare il carro esplosivo. Quando cominciano le sue ricerche, però, Buda è già scappato in Messico, dove si rivolterà con più di cinquanta uomini contro il governo messicano, da cui rientra poi in Italia, nella natìa Savignano sul Rubicone.
Nel 1927 viene comunque arrestato dalle forze dell'ordine italiane per attività sovversiva; viene spedito al confino, prima sull'isola siciliana di Lipari, poi dal 1932 su quella di Ponza, al centro del mar Tirreno. Qui l'accusa viene modificata in “servizi di spionaggio tra gli anarchici rifugiati in Svizzera”. È un espediente per coprirlo, in quanto Buda, dopo il rientro in patria, non si è mai mosso da Savignano, dove ha continuato ad occuparsi della produzione e vendita di scarpe.
Muore a Savignano, nel 1963.
Mario Buda ha negato fino alla morte la propria colpevolezza in merito all'attentato di Wall Street. D'altra parte lo stesso Bureau of Investigation non riuscì, all'epoca dei fatti, a individuare i colpevoli della strage.
Negli anni 70 la Morgan & Stanley trasferì i propri uffici nel World Trade Center, occupando 15 piani della torre 2. Ancora una volta questi uffici furono sede di un attentato, l'11 settembre del 2001, allorchè il Boeing 767 United centrò proprio gli uffici della banca. Ancora una volta chi ne pagò le conseguenze furono gli innocenti dipendenti.

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