Buongiorno, oggi è il 15 novembre.
Il 15 novembre 1943, come rappresaglia per l'uccisione del commissario fascista Igino Ghisellini, vengono fucilati 11 antifascisci, nel cosiddetto eccidio del castello estense.
La mattina del 14 novembre 1943 Igino Ghisellini, reggente della federazione del fascio di Ferrara, atteso in città dai suoi collaboratori per recarsi a Verona al primo congresso del partito fascista repubblicano, non si presentò all'appuntamento. I fascisti si recarono immediatamente a Casumaro, dalla moglie del federale, e a Cento, dal fratello, dove appresero che egli la sera precedente non si era visto, ma questo non aveva destato nessuna apprensione dal momento che entrambi non lo attendevano.
I giovani appartenenti al P.F.R, che in quei primi tre mesi di tentativo di restaurazione fascista avevano collaborato con Ghisellini, tra i quali Carlo Govoni, convinto assertore, in seguito, della tesi, che lo condusse a morire a Dachau, secondo la quale il reggente estense era stato ucciso da fascisti corrotti che il federale aveva deciso di denunciare a Verona e Carlo Tortonesi, futuro capo della polizia speciale dei Tupin che portò il terrore a Ferrara e nella provincia nei mesi successivi, si recarono dal capo della provincia Berti per informarlo della scomparsa.
La salma di Ghisellini venne ritrovata verso le dieci del mattino del 14 novembre, riversa in un fossato a poca distanza da Castel D'Argile, in provincia di Bologna, ma a breve distanza dal territorio ferrarese. Dai documenti raccolti in quasi quindici anni di ricerche presso l'Archivio Centrale dello Stato e l'Archivio di stato della città estense fu immediatamente evidente che quello del federale di Ferrara si presentava agli occhi degli studiosi come un vero e proprio giallo.
Il cadavere venne ritrovato supino, con la testa poggiata sulla spalla sinistra; era senza scarpe (infatti gli erano stati rubati sia gli stivali sia la rivoltella) e risultava essere stato colpito da cinque colpi di arma da fuoco, di cui quattro alla regione temporale destra ed uno ala mandibolare sinistra. Il corpo venne immediatamente esaminato dal dottor Rubini, medico condotto del luogo, il quale constatò il già elevato grado di rigidità cadaverica, che faceva risalire quasi con certezza la morte a diverse ore prima del ritrovamento. Il referto medico conferiva spessore e credibilità alla deposizione resa al Vice Brigadiere Francesco la Porta, comandante della stazione dei Carabinieri del paese, da Alfredo Corticelli, abitante nella zona del rinvenimento del cadavere il quale, dopo averne denunciato la presenza nel fossato, raccontò all'inquirente che la sera precedente, verso le 22 e 30, mentre rincasava, aveva notato un'automobile FIAT 1100 targata 7260 FE, che la mattina seguente era stata ritrovata a pochi metri dal corpo.
A condizionare il dibattito sulla morte di Ghisellini, che per decenni si sarebbe sviluppato tra storici, ricercatori e pubblicisti, il reperimento, sulla strada che da Cento conduce a Ferrara, a cinquecento metri dal chilometro 30, sul lato sinistro, di frammenti di vetro che, in seguito, gli inquirenti avrebbero appurato appartenere alla macchina del federale, accanto ai quali era presente una grossa macchia di sangue coagulato. Fatto questo che aveva fatto dedurre che, con tutta probabilità, Ghisellini, si fosse fermato per far salire qualcuno, presumibilmente un uomo in divisa, che li, poi, lo aveva freddato. Non appena a Ferrara giunse la notizia del rinvenimento del cadavere il clima all'interno della federazione del P.F.R. si fece incandescente. Ciro Randi e Alessandro Benea, furono incaricati di partire per Verona per informare il segretario del partito Alessandro Pavolini, già messo a conoscenza della scomparsa del federale, della morte di Ghisellini.
Pavolini comunicò la notizia all'assemblea che l'accolse con un prevedibile scoppio di grida e di incitazioni alla vendetta contro gli antifascisti, già individuati come gli autori dell'omicidio del federale estense.
Egli ordinò che i lavori continuassero, mentre le squadre d'azione di Padova e di Verona e con loro Enrico Vezzalini, futuro capo della provincia estense, avrebbero dovuto recarsi nella città estense per attuare una rappresaglia esemplare. In quella giornata e sino ad alta notte, giunsero a Ferrara alcune delle personalità che, insieme a Vezzalini, che era stato uno dei giudici al processo di Verona dove si era decisa la condanna a morte di Ciano e degli altri gerarchi che avevano tradito Mussolini, meglio seppero interpretare l'anima violenta e vendicatrice della R.S.I. nel tragico biennio 1943-1945: il console Giovan Battista Riggio e il bolognese Franz Pagliani. Per tutta la giornata gli uomini arrivati dall'esterno si consultarono con i fascisti ferraresi per mettere in atto una rappresaglia, secondo le direttive del potere centrale, cosi cruenta da diventare esemplare e da non poter essere dimenticata. Riggio, Pagliani e Vezzalini si scontrarono con forza con il prefetto Berti, in seguito sostituito a Ferrara dallo stesso Vezzalini, che tentava di limitare la portare della strage che si stava organizzando. Secondo numerose testimonianze fu proprio Vezzalini, dopo tante discussioni, ad elaborare l'elenco degli uomini da uccidere, basandosi anche, si diceva, sulle carte che Ghisellini avrebbe dovuto portare con sé a Verona per denunciare i fascisti corrotti.
Sei degli undici civili che la mattina del 15 novembre 1943 vennero tragicamente trucidati di fronte al muretto del castello estense e sulle mura cittadine, Emilio Arlotti, Mario e Vittore Hanau, Arturo Torboli, Gerolamo Savonuzzi e Mario Zanatta vennero prelevati direttamente dalle proprie abitazioni, mentre l'operaio Cinzio Belletti, colpito a morte in via Previati, probabilmente, pagò con la vita la sfortuna di aver assistito casualmente a quanto in quella terribile notte stava accadendo. Gli altri, vennero prelevati dalle carceri, dove erano stati ristretti tra il sette e l'otto ottobre precedente, in seguito all'arresto, richiesto dai fascisti locali appena ritornati al potere. Il direttore del carcere dottor Gusmano, in assenza di un ordine scritto, cercò in tutti i modi di opporsi e per questo venne condotto presso la federazione del P.F.R. dove, dopo essere stato più volte minacciato di morte, lo convinsero alla consegna di Giulio Piazzi, Ugo Teglio, Pasquale Colagrande ed Alberto Vita Finzi.
Si trattò di una strage che colpi profondamente l'animo dei cittadini ferraresi, al punto tale che due dei maggiori artisti contemporanei della città estense, lo scrittore Giorgio Bassani e il regista Florestano Vancini, vollero fermare per sempre quei drammatici frangenti in due opere che restarono tra le più importanti di tutta la loro produzione. Non è difficile comprendere lo sgomento causato negli abitanti di Ferrara dalla vista dei corpi ammassati di fronte al muretto del Castello, lasciati esposti alle offese ed alla malvagità e volgarità delle camicie nere e rimossi solo dopo il pietoso intervento dell'Arcivescovo di Ferrara Monsignor Ruggero Bovelli. Come ricorda uno dei maggiori storici italiani, Claudio Pavone, si trattò del primo eccidio di civili compiuto in Italia dai fascisti e proprio a quell'episodio può essere ricondotto l'inizio della guerra che oppose i fascisti, alleati ai tedeschi, agli italiani che lottavano per la libertà. Per questo motivo, nei decenni successivi il dopoguerra ed ancora oggi, l'attribuzione dell'omicidio di Ghisellini ai fascisti o ai partigiani che si andavano organizzando ha rivestito e riveste un'importanza tanto rilevante.
Alla luce delle ricerche appare impossibile stabilire con certezza chi abbia ucciso il reggente della federazione estense, anche se gli archivi continuano a fornire materiale che rispetto al passato, sembra avvalorare con sempre maggiore forza la presenza, all'interno del P.F.R. estense, sin dai primi mesi della sua fondazione, di scontri pesantissimi che culminarono proprio nell'uccisione dello scomodo gerarca. Sin dai primi anni '90 è noto agli storici, e suffragato da ampia documentazione, il fatto che Ghisellini, con i giovani che lo avevano attorniato nei tre mesi della sua presenza a Ferrara, avevano individuato i numerosi fascisti che, durante il periodo badogliano, avevano lavorato per prepararsi a quando, dopo la fine della guerra, il fascismo sarebbe stato superato. Tra i nomi, e i documenti e gli studi lo provano ampliamente, erano presenti esponenti di spicco delle gerarchie fasciste ferraresi pre 25 luglio: Giulio Divisi, Olao Giaggioli e persino il prefetto Giovanni Dolfin, rimasto in carica durante i '45 giorni" ad occuparsi delle epurazioni dei suoi stessi ex compagni di partito e, quindi, nuovamente approvato al fascismo e alla R.S.I. e in settembre trasferito a Salò quale segretario particolare di Mussolini.
Che all'interno della federazione estense numerosi fossero quelli convinti che Ghisellini era stato ucciso a causa di una faida interna é testimoniato da molteplici documenti nei quali si trova notizia delle denunce che costrinsero le autorità di polizia, ma anche la dirigenza del P.F.R., a mettere in piedi indagini per raccogliere testimonianze sul clima e sui fatti di quei giorni. I dubbi, negli anni, furono avvalorati, inoltre, dal ritrovamento presso l'Archivio Centrale dello Stato di un telegramma in data 24 gennaio 1944 con il quale Benito Mussolini, in tono perentorio, sollecitava Vezzalini a portare avanti le indagini, rilevando che, dopo diverse settimane, non si era ancora ottenuto nessun risultato. Era evidente che lo stesso capo del governo, con grande probabilità sollecitato dalla famiglia del gerarca, che vedeva quanto stava accadendo a Ferrara, dubitasse con forza di quanto si stava facendo in loco per arrivare a determinare gli esecutori e i mandanti dell'assassinio.
La documentazione raccolta nell'ultimo decennio fornisce più di una possibile spiegazione del motivo per cui non si giunse mai ad individuare con certezza i mandanti e gli esecutori dell'omicidio del federale. Lo storico, infatti, non può non restare colpito dai documenti che evidenziano come da una parte la rappresaglia fascista colpi con forza l'ambiente antifascista borghese cittadino, mentre le indagini sia delle autorità di Polizia sia dello stesso P.F.R. andarono tutte nella direzione di cercare gli autori all'interno dello stesso fascismo, cosa che, è evidente, non poteva essere certo pubblicizzata. Un dato di fatto è che la moglie di Ghisellini, Alfonsina Trentini, affermò immediatamente e con risolutezza che a causa del clima politico e dei precedenti avvertimenti era impossibile che il marito avesse accolto in auto uno sconosciuto. Allo stesso modo il milite Edgardo Baresi, che aveva il compito di accompagnare il federale che in quei giorni aveva la macchina in riparazione, raccontò agli inquirenti che Ghisellini era un uomo chiuso e riservato, ma che in quei tragitti, proprio a causa della difficile e confusa situazione che stava vivendo il fascismo, gli aveva dispensato consigli e raccomandazioni circa il modo nel quale avrebbe dovuto comportarsi, evidenziando che si doveva essere molto attenti perché si era circondati da nemici potenti.
Era stato ancora il federale a specificare che era assolutamente necessario vigilare perché, soprattutto di notte, nessuno si avvicinasse alla federazione, diffidando di chiunque indossasse una divisa sia italiana sia tedesca, visto che dopo l'8 settembre era molto più semplice procurarsele. Il federale, che aveva consigliato a Baiesi di cambiare tragitto ogni volta che lo accompagnava, quindi, era ben conscio della situazione che stava vivendo e appare certo che mai quella notte si sarebbe fermato all'alt di un militare. I documenti più recenti, inoltre, ci hanno permesso di ricostruire perché, proprio quella sera, Ghisellini fosse solo.
Secondo la testimonianza del milite Baiesi, infatti, quella sera, poco prima dell'ora di cena, egli era stato invitato in federazione dove aveva trovato lo stesso reggente, Benea e Borellini e proprio quest'ultimo gli aveva consegnato due biglietti da recapitare urgentemente a Calura e a Ghilardoni, rispettivamente a Cassana e a San Bartolomeo. Questi particolari rendono assolutamente impossibile credere alle versioni che volevano che il federale fosse stato ucciso dai partigiani in divisa fascista, dopo essere stato fermato mentre percorreva la strada verso Cento, dove, per altro, è stato stabilito non era atteso. Data la situazione descritta e la ormai accertata circospezione della vittima, ben più complessa ed articolata avrebbe dovuto essere, per avere successo, un'azione condotta dai partigiani. Anche volendo tralasciare il non ancora elevato, sia a Ferrara sia a Bologna, livello di organizzazione dei partigiani, risulta difficile giustificare il fatto che gli antifascisti fossero a conoscenza che proprio quella sera il reggente si sarebbe mosso da solo, se non ipotizzando il non certo impossibile contatto tra questi ultimi e qualcuno che, all'interno del fascismo, avesse interesse all'eliminazione di Ghisellini.
Che gli stessi fascisti dubitassero dell'accaduto, oltre che dalla tragica vicenda di Carlo Govoni, il giovane che fu mandato a morire a Dachau perché non si stancò mai di denunciare i fascisti che secondo lui erano responsabili dell'omicidio di Ghisellini, appare evidente anche dalle indagini interne al partito che fecero emergere grossi dubbi proprio sulla figura di Cesare Borellini, l'uomo che aveva dato a Baiesi i biglietti da consegnare a Calura e Ghilardoni e a causa dei quali il federale era rimasto senza scorta. Borellini la sera del delitto era stato accompagnato a casa da Alessandro Benea, perché aveva detto di essere febbricitante: in realtà, proprio in quei frangenti, secondo alcune deposizioni di compagni di partito, la moglie lo aveva cercato in federazione. Dove fosse non si seppe anche se, alcuni testimoni concordavano nel dire che, il giorno successivo, sul suo volto erano evidenti i segni di un graffio. Di grande interesse, a proposito, il fatto che Borellini, Ghilardoni e Calura, dopo i tragici fatti del novembre 1943, scomparirono dalla scena politica della R.S.I..
Ancora oggi non è possibile stabilire con certezza chi abbia ucciso Ghisellini, ma la mole crescente di documenti permettono ormai di descrivere con grande precisione la situazione esistente all'interno del fascismo repubblicano nei primi mesi della R.S.I. dove gli scontri e le contrapposizioni erano all'ordine del giorno.
Quello che è evidente è che si trattò di un episodio fondamentale per comprendere le linee strategiche e politiche della R.S.I. su tutto il territorio che ne fu interessato. Infatti, dopo la terribile strage di civili, venne coniato il motto 'Ferrarizzare l'Italia" che dimostrava come i fascisti tornati al potere non si facessero certo scrupolo, pur senza avere nessuna sicurezza sugli esecutori dell'omicidio ed anzi ben sapendo che esisteva la possibilità di pesanti coinvolgimenti di esponenti del P.F.R., ad addossare all'antifascismo le responsabilità dell'accaduto, uccidendo, al solo scopo di creare terrore e asservimento, persone che avevano quale unico torto quello di essere contrari al fascismo ed alla dittatura.
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venerdì 15 novembre 2024
sabato 26 ottobre 2024
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 26 ottobre.
Il 26 ottobre 1431 nasce Ercole I d'Este, duca di Ferrara.
Ercole I, figlio di Niccolò III e della sua terza moglie, Ricciarda di Saluzzo, fu marchese d’Este, e secondo duca di Ferrara, Modena e Reggio dal 1471. Si Sposò nel 1473 con Eleonora d’Aragona, un matrimonio che proseguiva la politica di conciliazione verso gli altri comuni italiani, ma che venne visto in maniera negativa da Venezia, insospettita dalle alleanze che il Duca stava stringendo. La duchessa Eleonora, donna di grande cultura, si mostrò una consorte leale e di grande saggezza, la cui forza d’animo fu determinante nel costruire i rapporti diplomatici si all’interno della corte che con gli altre stati.
La tensione tra Ferrara e Venezia sfociò nella guerra per i territori del Polesine, che il Duca perse siglando nel 1484 la pace di Bagnolo. Come Duca si rese artefice di una politica di distensione tra i vari Stati della penisola. Nel 1494, quando l’Italia era travagliata degli scontri per la discesa dell’esercito francese di Carlo VIII, Ercole riuscì a non farsi coinvolgere nel conflitto assumendo invece un ruolo di mediatore tra l’esercito francese e i vari eserciti italiani. Ercole I d’Este fu infatti il promotore di una politica di pace che cercava di portare avanti grazie soprattutto a matrimoni e alleanze strategiche. Occasioni queste che voleva favorire attraverso le numerose feste, musiche e rappresentazioni teatrali che si susseguivano in gran numero ai tempi di Ariosto. Tra matrimoni più rilevanti che Ercole stipulò, vi sono le nozze nel 1491 del primogenito Alfonso con Anna Sforza, mentre nel 1480 fidanzava la figlia Isabella con Francesco Gonzaga marchese di Mantova e prometteva l’altra figlia, Beatrice, a Ludovico il Moro, Duca di Milano. Ulteriore esempio della sua abilità diplomatica fu la capacità di destreggiarsi tra il supporto alle truppe di Luigi XII che nel 1499 si stavano spostando verso l’Italia e le mire espansionistiche dello Stato Pontificio e dalle milizie di Cesare Borgia. Riuscì ad evitare l’alleanza con la Francia rendendole comunque omaggio, e a stringere un patto con il Papa dando in moglie nel 1501 al figlio Alfonso, rimasto vedovo, Lucrezia Borgia, sorella di Cesare e figlia illegittima di papa Alessandro VI.
Al nome di Ercole I d’Este si lega la munificenza nelle attività di abbellimento di Ferrara, su tutti l’ampliamento delle mura cittadine grazie all’imponente opera dell’Addizione Erculea che affidò a Biagio Rossetti. Amò circondare la sua corte di artisti e poeti tra i quali il Boiardo e lo stesso Ludovico Ariosto. Ammalatosi gravemente a seguito delle ferite subite durante il conflitto con Venezia, morì il 25 gennaio 1505: “circa a sera fece venire Vincenzo da Modena; e lo fece suonare per spazio d’un‘ora un clavazambolo coi pedali, pigliandone sua signoria grande piacere, e di sua man di continuo battendo la misura” (Chiappini 2001, p. 230).
Il 26 ottobre 1431 nasce Ercole I d'Este, duca di Ferrara.
Ercole I, figlio di Niccolò III e della sua terza moglie, Ricciarda di Saluzzo, fu marchese d’Este, e secondo duca di Ferrara, Modena e Reggio dal 1471. Si Sposò nel 1473 con Eleonora d’Aragona, un matrimonio che proseguiva la politica di conciliazione verso gli altri comuni italiani, ma che venne visto in maniera negativa da Venezia, insospettita dalle alleanze che il Duca stava stringendo. La duchessa Eleonora, donna di grande cultura, si mostrò una consorte leale e di grande saggezza, la cui forza d’animo fu determinante nel costruire i rapporti diplomatici si all’interno della corte che con gli altre stati.
La tensione tra Ferrara e Venezia sfociò nella guerra per i territori del Polesine, che il Duca perse siglando nel 1484 la pace di Bagnolo. Come Duca si rese artefice di una politica di distensione tra i vari Stati della penisola. Nel 1494, quando l’Italia era travagliata degli scontri per la discesa dell’esercito francese di Carlo VIII, Ercole riuscì a non farsi coinvolgere nel conflitto assumendo invece un ruolo di mediatore tra l’esercito francese e i vari eserciti italiani. Ercole I d’Este fu infatti il promotore di una politica di pace che cercava di portare avanti grazie soprattutto a matrimoni e alleanze strategiche. Occasioni queste che voleva favorire attraverso le numerose feste, musiche e rappresentazioni teatrali che si susseguivano in gran numero ai tempi di Ariosto. Tra matrimoni più rilevanti che Ercole stipulò, vi sono le nozze nel 1491 del primogenito Alfonso con Anna Sforza, mentre nel 1480 fidanzava la figlia Isabella con Francesco Gonzaga marchese di Mantova e prometteva l’altra figlia, Beatrice, a Ludovico il Moro, Duca di Milano. Ulteriore esempio della sua abilità diplomatica fu la capacità di destreggiarsi tra il supporto alle truppe di Luigi XII che nel 1499 si stavano spostando verso l’Italia e le mire espansionistiche dello Stato Pontificio e dalle milizie di Cesare Borgia. Riuscì ad evitare l’alleanza con la Francia rendendole comunque omaggio, e a stringere un patto con il Papa dando in moglie nel 1501 al figlio Alfonso, rimasto vedovo, Lucrezia Borgia, sorella di Cesare e figlia illegittima di papa Alessandro VI.
Al nome di Ercole I d’Este si lega la munificenza nelle attività di abbellimento di Ferrara, su tutti l’ampliamento delle mura cittadine grazie all’imponente opera dell’Addizione Erculea che affidò a Biagio Rossetti. Amò circondare la sua corte di artisti e poeti tra i quali il Boiardo e lo stesso Ludovico Ariosto. Ammalatosi gravemente a seguito delle ferite subite durante il conflitto con Venezia, morì il 25 gennaio 1505: “circa a sera fece venire Vincenzo da Modena; e lo fece suonare per spazio d’un‘ora un clavazambolo coi pedali, pigliandone sua signoria grande piacere, e di sua man di continuo battendo la misura” (Chiappini 2001, p. 230).
mercoledì 24 luglio 2024
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 24 luglio.
Il 24 luglio 1882 muore Carlo Mayr.
Nacque a Ferrara il 3 ott. 1810 da Giuseppe e da Maddalena Beltramini. Il padre discendeva da una famiglia originaria della Baviera e di condizione piuttosto agiata giunta in Italia all’inizio del XVIII secolo.
Studente molto brillante, Mayr frequentò l’Archiginnasio di Ferrara per poi laurearsi in giurisprudenza con il massimo dei voti e intraprendere, dal 1831, la professione legale con grande successo. Quand’ancora frequentava le scuole superiori, entrò in contatto con alcuni esponenti della carboneria e non molto tempo dopo si affiliò alla Giovine Italia. Sempre nel 1831 partecipò ai moti scoppiati nei Ducati di Parma e Modena e poi estesisi alle limitrofe Legazioni pontificie. Fu proprio in quel periodo che comprese quanto fosse importante l’instaurazione di un regime rispettoso della libertà e dei diritti degli individui. Perciò, da avvocato, fu sempre pronto a difendere in tutti i tribunali dello Stato patrioti e liberali e anche per questo fu presto sottoposto ad attiva sorveglianza da parte della polizia cittadina.
Nel 1848, allo scoppio dei moti, era maggiore della guardia civica, corpo per il cui mantenimento insieme con il cugino Francesco Mayr si era battuto contro il legato pontificio, il cardinale G. Ugolini. In particolare aveva fatto parte di una commissione che aveva trattato con gli Austriaci e condotto in porto la resa delle fortezze di Ferrara e Comacchio.
Non prese parte attiva ai combattimenti, segnalandosi piuttosto come preside della sua città, veste nella quale promosse l’emancipazione degli ebrei dal ghetto; successivamente fu membro della giunta provvisoria costituitasi dopo l’uccisione di Pellegrino Rossi. Inoltre, verso la fine del giugno 1848 aveva assunto la direzione provvisoria della Gazzetta di Ferrara, «foglio politico, scientifico e letterario», di orientamento liberale, fondato qualche settimana prima da F. Mayr, allora a Roma quale membro del Consiglio dei deputati. Tramite la fittissima corrispondenza intrattenuta con lui, Carlo era sempre al corrente di quanto avveniva nella capitale.
Ben lungi dall’apprezzare la svolta moderata di Pio IX, il Mayr mantenne viva l’agitazione a Ferrara come vicepresidente del Circolo nazionale chiedendo tra l’altro nel novembre 1848 un rafforzamento della guarnigione cittadina contro probabili ritorni austriaci. Nel gennaio del 1849 a Ferrara si insediò una commissione di governo formata da tre membri, tra cui il Mayr. Nelle elezioni del 21 gennaio, con una votazione plebiscitaria – in cui risultò il primo eletto – entrò come deputato nell’Assemblea costituente di quella che di lì a poco sarebbe divenuta la Repubblica Romana, nel cui governo, per volere di G. Mazzini, ricoprì la carica di ministro dell’Interno. Quando le truppe francesi invasero il territorio della Repubblica, non esitò a imbracciare le armi e, per il suo valore, venne dichiarato dall’Assemblea romana «benemerito della Patria» e fu insignito di una medaglia d’oro.
Al ritorno del papa Mayr fu costretto all’esilio: dopo essere stato in Grecia, Turchia, Inghilterra, Francia e Toscana, si stabilì in Piemonte, dove – ormai abbandonate le idee repubblicane – fu nominato presidente del Comitato generale di emigrazione. Nel 1859, allo scoppio della guerra con l’Austria, tornò nella sua città e fu nominato intendente di Forlì, dove era necessario contenere le spinte repubblicane. Venne poi chiamato come ministro dell’Interno da L.C. Farini, capo di un governo provvisorio che resse l’Emilia prima che fosse annessa al Regno sabaudo.
Deputato all’Assemblea delle Romagne, il M. fu relatore della proposta di annessione al Piemonte e, ottimo organizzatore, fu il regista della prima visita ufficiale di Vittorio Emanuele II a Napoli, tanto che il re ne lodò pubblicamente l’operato. Alle elezioni per la VII legislatura (1860) – l’ultima del Regno di Sardegna – risultò eletto deputato per il collegio di Ferrara, ma l’elezione fu annullata, essendo egli allora intendente generale di Bologna, posto dove lo aveva voluto C. Cavour. La legislatura, però, durò solo pochi mesi; nella successiva (1861) fu rieletto nello stesso collegio al ballottaggio, con 300 voti su 387 votanti.
La sua attività di parlamentare lo portò a occuparsi in prevalenza di problemi giuridici: per esempio intervenne con decisione nei dibattiti sull’abolizione di quanto ancora restava del sistema feudale. Su tale argomento parlò una prima volta il 14 febbr. 1861, sostenendo l’urgenza dell’approvazione di una legge sulla possibilità di affrancare l’enfiteusi in sostituzione di quella sarda allora applicata nel Regno, che riteneva «improvvida, […] cattiva per giudizio universale». Il 10 maggio 1861, nel dibattito sull’abolizione dei vincoli feudali in Lombardia, sollecitò la rapida approvazione di un’unica disciplina di riforma per tutto il territorio nazionale. Nella seduta del 30 apr. 1861 presentò un’interpellanza al ministro guardasigilli, G.B. Cassinis, riguardo la necessaria riforma dei codici. Secondo il M., infatti, erano molteplici i problemi che accompagnavano l’estensione dei codici sardi a tutto il territorio nazionale: le «mutate condizioni politiche», infatti, non li rendevano più adatti a soddisfare le esigenze della popolazione, che «sopportava questo stato anormale ed ibrido della legislazione con impazienza, […] credendolo provvisorio, e desiderava di sortirne il più presto possibile». Occorreva, a suo dire, una riforma radicale, non essendo più possibile procedere all’approvazione di leggi speciali per le singole province; e, a evitare un lavoro di scarsa qualità, la Camera, dettati i principî fondamentali, avrebbe dovuto nominare commissioni di esperti con il compito di redigere un testo di legge da sottoporre poi all’approvazione del Parlamento. Il M. era anche convinto che fosse urgente abolire qualsiasi vincolo che limitasse la libera circolazione della proprietà.
Nel 1863 motivi di salute lo costrinsero a rassegnare le dimissioni, che la Camera accettò nella seduta del 29 gennaio. In verità era ormai assorbito dalla carica di prefetto (di provenienza politica) che ricoprì ininterrottamente dal 1859 al 1877 e che lo vide destinato a varie sedi. Cominciò come intendente a Forlì nel 1859 e come intendente generale a Bologna (1860-61) nella delicata fase delle annessioni. Come prefetto fu poi destinato a Caserta (1861-64), Alessandria (1864-67), Genova (1867-72), Venezia (1872-76) e infine, su designazione della Sinistra da poco giunta al potere, a Napoli (1876-77). Delle esperienze fatte come suddito pontificio gli era rimasta una fortissima avversione verso il ceto ecclesiastico; tale sentimento, una volta a capo della suddette province, indirizzò molti dei suoi atti amministrativi, inducendolo a curare in particolare il ricambio di funzionari e impiegati pubblici (a Caserta mise uomini di provata fede liberale nei posti chiave della prefettura) e intervenendo – anche attraverso la manipolazione delle liste degli iscritti al voto – nel voto municipale. Non sempre questa azione ebbe successo: a Venezia, per esempio, i clericali vinsero sia nel 1873 sia nel 1874; ma questo non fece che aumentare la sua fedeltà alle istituzioni e il bisogno di difenderle dagli attacchi della reazione.
Meno accanimento sembra ponesse nel contrastare i fenomeni eversivi. Come prefetto di Genova, nel 1870, evitò l’arresto di Mazzini, arrivando anche a domandare all’allora presidente del Consiglio, G. Lanza, quale fosse il titolo giuridico che giustificasse tale provvedimento. Lanza rispose in modo sprezzante, definendo Mazzini il responsabile di tutte le sommosse repubblicane, e ordinò di indagare sul comportamento negligente del Mayr. Quando Mazzini fu poi arrestato e condotto alla fortezza di Gaeta, Mayr continuò, comunque, a interessarsi al suo caso.
Due anni più tardi, al momento della morte di Mazzini, il Mayr, che era ancora prefetto della città ligure, gestì con grande efficienza la non facile emergenza dei funerali. Tuttavia, come osservato da A. Grilli, con gli anni era cambiato: in una lettera al figlio Scipione del 17 marzo 1872 parla della morte di Mazzini limitandosi a deprecarne l’uso strumentale fattone dai partiti estremisti, senza alcuna partecipazione emotiva e lamentando, anzi, i fastidi che aveva dovuto subire.
Commendatore e membro dell’Ordine dei Ss. Maurizio e Lazzaro fin dal 1861, il 6 dic. 1868 era stato nominato senatore per la 5ª e la 17ª categoria. La sua attività all’interno della Camera alta fu, però, piuttosto modesta: le sole energie che vi spese furono volte allo snellimento degli impedimenti burocratici che non poco complicavano l’attività del Senato. Quando cessò dall’incarico di prefetto (30 ott. 1877) fu nominato presidente di sezione del Consiglio di Stato.
Carlo Mayr morì a Roma, il 24 luglio 1882.
Sposato con una Bertelli, fu padre di tre figlie e di Scipione, militare di carriera che, dopo aver preso parte alle guerre del Risorgimento, fu anche scudiero onorario di Umberto I.
Il 24 luglio 1882 muore Carlo Mayr.
Nacque a Ferrara il 3 ott. 1810 da Giuseppe e da Maddalena Beltramini. Il padre discendeva da una famiglia originaria della Baviera e di condizione piuttosto agiata giunta in Italia all’inizio del XVIII secolo.
Studente molto brillante, Mayr frequentò l’Archiginnasio di Ferrara per poi laurearsi in giurisprudenza con il massimo dei voti e intraprendere, dal 1831, la professione legale con grande successo. Quand’ancora frequentava le scuole superiori, entrò in contatto con alcuni esponenti della carboneria e non molto tempo dopo si affiliò alla Giovine Italia. Sempre nel 1831 partecipò ai moti scoppiati nei Ducati di Parma e Modena e poi estesisi alle limitrofe Legazioni pontificie. Fu proprio in quel periodo che comprese quanto fosse importante l’instaurazione di un regime rispettoso della libertà e dei diritti degli individui. Perciò, da avvocato, fu sempre pronto a difendere in tutti i tribunali dello Stato patrioti e liberali e anche per questo fu presto sottoposto ad attiva sorveglianza da parte della polizia cittadina.
Nel 1848, allo scoppio dei moti, era maggiore della guardia civica, corpo per il cui mantenimento insieme con il cugino Francesco Mayr si era battuto contro il legato pontificio, il cardinale G. Ugolini. In particolare aveva fatto parte di una commissione che aveva trattato con gli Austriaci e condotto in porto la resa delle fortezze di Ferrara e Comacchio.
Non prese parte attiva ai combattimenti, segnalandosi piuttosto come preside della sua città, veste nella quale promosse l’emancipazione degli ebrei dal ghetto; successivamente fu membro della giunta provvisoria costituitasi dopo l’uccisione di Pellegrino Rossi. Inoltre, verso la fine del giugno 1848 aveva assunto la direzione provvisoria della Gazzetta di Ferrara, «foglio politico, scientifico e letterario», di orientamento liberale, fondato qualche settimana prima da F. Mayr, allora a Roma quale membro del Consiglio dei deputati. Tramite la fittissima corrispondenza intrattenuta con lui, Carlo era sempre al corrente di quanto avveniva nella capitale.
Ben lungi dall’apprezzare la svolta moderata di Pio IX, il Mayr mantenne viva l’agitazione a Ferrara come vicepresidente del Circolo nazionale chiedendo tra l’altro nel novembre 1848 un rafforzamento della guarnigione cittadina contro probabili ritorni austriaci. Nel gennaio del 1849 a Ferrara si insediò una commissione di governo formata da tre membri, tra cui il Mayr. Nelle elezioni del 21 gennaio, con una votazione plebiscitaria – in cui risultò il primo eletto – entrò come deputato nell’Assemblea costituente di quella che di lì a poco sarebbe divenuta la Repubblica Romana, nel cui governo, per volere di G. Mazzini, ricoprì la carica di ministro dell’Interno. Quando le truppe francesi invasero il territorio della Repubblica, non esitò a imbracciare le armi e, per il suo valore, venne dichiarato dall’Assemblea romana «benemerito della Patria» e fu insignito di una medaglia d’oro.
Al ritorno del papa Mayr fu costretto all’esilio: dopo essere stato in Grecia, Turchia, Inghilterra, Francia e Toscana, si stabilì in Piemonte, dove – ormai abbandonate le idee repubblicane – fu nominato presidente del Comitato generale di emigrazione. Nel 1859, allo scoppio della guerra con l’Austria, tornò nella sua città e fu nominato intendente di Forlì, dove era necessario contenere le spinte repubblicane. Venne poi chiamato come ministro dell’Interno da L.C. Farini, capo di un governo provvisorio che resse l’Emilia prima che fosse annessa al Regno sabaudo.
Deputato all’Assemblea delle Romagne, il M. fu relatore della proposta di annessione al Piemonte e, ottimo organizzatore, fu il regista della prima visita ufficiale di Vittorio Emanuele II a Napoli, tanto che il re ne lodò pubblicamente l’operato. Alle elezioni per la VII legislatura (1860) – l’ultima del Regno di Sardegna – risultò eletto deputato per il collegio di Ferrara, ma l’elezione fu annullata, essendo egli allora intendente generale di Bologna, posto dove lo aveva voluto C. Cavour. La legislatura, però, durò solo pochi mesi; nella successiva (1861) fu rieletto nello stesso collegio al ballottaggio, con 300 voti su 387 votanti.
La sua attività di parlamentare lo portò a occuparsi in prevalenza di problemi giuridici: per esempio intervenne con decisione nei dibattiti sull’abolizione di quanto ancora restava del sistema feudale. Su tale argomento parlò una prima volta il 14 febbr. 1861, sostenendo l’urgenza dell’approvazione di una legge sulla possibilità di affrancare l’enfiteusi in sostituzione di quella sarda allora applicata nel Regno, che riteneva «improvvida, […] cattiva per giudizio universale». Il 10 maggio 1861, nel dibattito sull’abolizione dei vincoli feudali in Lombardia, sollecitò la rapida approvazione di un’unica disciplina di riforma per tutto il territorio nazionale. Nella seduta del 30 apr. 1861 presentò un’interpellanza al ministro guardasigilli, G.B. Cassinis, riguardo la necessaria riforma dei codici. Secondo il M., infatti, erano molteplici i problemi che accompagnavano l’estensione dei codici sardi a tutto il territorio nazionale: le «mutate condizioni politiche», infatti, non li rendevano più adatti a soddisfare le esigenze della popolazione, che «sopportava questo stato anormale ed ibrido della legislazione con impazienza, […] credendolo provvisorio, e desiderava di sortirne il più presto possibile». Occorreva, a suo dire, una riforma radicale, non essendo più possibile procedere all’approvazione di leggi speciali per le singole province; e, a evitare un lavoro di scarsa qualità, la Camera, dettati i principî fondamentali, avrebbe dovuto nominare commissioni di esperti con il compito di redigere un testo di legge da sottoporre poi all’approvazione del Parlamento. Il M. era anche convinto che fosse urgente abolire qualsiasi vincolo che limitasse la libera circolazione della proprietà.
Nel 1863 motivi di salute lo costrinsero a rassegnare le dimissioni, che la Camera accettò nella seduta del 29 gennaio. In verità era ormai assorbito dalla carica di prefetto (di provenienza politica) che ricoprì ininterrottamente dal 1859 al 1877 e che lo vide destinato a varie sedi. Cominciò come intendente a Forlì nel 1859 e come intendente generale a Bologna (1860-61) nella delicata fase delle annessioni. Come prefetto fu poi destinato a Caserta (1861-64), Alessandria (1864-67), Genova (1867-72), Venezia (1872-76) e infine, su designazione della Sinistra da poco giunta al potere, a Napoli (1876-77). Delle esperienze fatte come suddito pontificio gli era rimasta una fortissima avversione verso il ceto ecclesiastico; tale sentimento, una volta a capo della suddette province, indirizzò molti dei suoi atti amministrativi, inducendolo a curare in particolare il ricambio di funzionari e impiegati pubblici (a Caserta mise uomini di provata fede liberale nei posti chiave della prefettura) e intervenendo – anche attraverso la manipolazione delle liste degli iscritti al voto – nel voto municipale. Non sempre questa azione ebbe successo: a Venezia, per esempio, i clericali vinsero sia nel 1873 sia nel 1874; ma questo non fece che aumentare la sua fedeltà alle istituzioni e il bisogno di difenderle dagli attacchi della reazione.
Meno accanimento sembra ponesse nel contrastare i fenomeni eversivi. Come prefetto di Genova, nel 1870, evitò l’arresto di Mazzini, arrivando anche a domandare all’allora presidente del Consiglio, G. Lanza, quale fosse il titolo giuridico che giustificasse tale provvedimento. Lanza rispose in modo sprezzante, definendo Mazzini il responsabile di tutte le sommosse repubblicane, e ordinò di indagare sul comportamento negligente del Mayr. Quando Mazzini fu poi arrestato e condotto alla fortezza di Gaeta, Mayr continuò, comunque, a interessarsi al suo caso.
Due anni più tardi, al momento della morte di Mazzini, il Mayr, che era ancora prefetto della città ligure, gestì con grande efficienza la non facile emergenza dei funerali. Tuttavia, come osservato da A. Grilli, con gli anni era cambiato: in una lettera al figlio Scipione del 17 marzo 1872 parla della morte di Mazzini limitandosi a deprecarne l’uso strumentale fattone dai partiti estremisti, senza alcuna partecipazione emotiva e lamentando, anzi, i fastidi che aveva dovuto subire.
Commendatore e membro dell’Ordine dei Ss. Maurizio e Lazzaro fin dal 1861, il 6 dic. 1868 era stato nominato senatore per la 5ª e la 17ª categoria. La sua attività all’interno della Camera alta fu, però, piuttosto modesta: le sole energie che vi spese furono volte allo snellimento degli impedimenti burocratici che non poco complicavano l’attività del Senato. Quando cessò dall’incarico di prefetto (30 ott. 1877) fu nominato presidente di sezione del Consiglio di Stato.
Carlo Mayr morì a Roma, il 24 luglio 1882.
Sposato con una Bertelli, fu padre di tre figlie e di Scipione, militare di carriera che, dopo aver preso parte alle guerre del Risorgimento, fu anche scudiero onorario di Umberto I.
domenica 23 aprile 2023
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 23 aprile.
Il 23 aprile 1516 Ludovico Ariosto dà alle stampe la prima stesura dell'Orlando Furioso.
Composto da quarantasei canti, il poema cavalleresco è la continuazione di un’opera di Matteo Maria Boiardo, l’Orlando Innamorato, che lo scrittore lasciò incompiuta.
Il poema epico racconta le vicende del cavaliere Orlando innamorato di Angelica e la storia d’amore tra Ruggero (che è saraceno) e Bradamante, che invece è una donna cristiana.
Le storie si inseriscono nello scorcio generale della guerra scoppiata tra Saraceni e Cristiani. Il poema si apre infatti con l’invasione della Francia da parte del re saraceno Agramante, che poi viene definitivamente sconfitto sull’isola di Lipadusa dalle truppe di Carlo Magno.
Orlando è un cavaliere cristiano perdutamente innamorato della bellissima Angelica, che però è contesa anche dal cugino Rinaldo. La donna, affidata al Duca di Baviera, viene promessa in sposa a colui che riuscirà a sconfiggere Argalia (che è il fratello di Angelica, nonché principe del Catai). Un cavaliere pagano, chiamato Ferraù, riesce nell’intento. A questo punto Angelica decide di fuggire dall’accampamento in cui si trova: alcuni cavalieri la inseguono, tra cui Rinaldo e Orlando di lei innamorati.
Durante la fuga Angelica si imbatte in un cavaliere saraceno, che si chiama Medoro. I due si innamorano e scappano insieme. Prima però, incidono i loro nomi su un albero. Quando Orlando arriva nel luogo in cui la coppia ha suggellato il loro amore, resta allibito e il dolore per Angelica lo conduce alla pazzia. Lo sconforto porta il cavaliere ad errare senza meta per la Spagna e la Francia, attraversando a nuoto lo stretto di Gibilterra.
Grazie al guerriero Astolfo, che riesce a domare il cavallo alato ippogrifo, Orlando riesce a recuperare il senno perduto, che si trova sulla luna. Intanto Angelica e il suo amato Medoro riescono a fuggire in Catai.
Altra vicenda d’amore assai avvincente è quella tra Bradamante, sorella di Rinaldo, ed il cavaliere saraceno Ruggero, che daranno vita alla famiglia d’Este. Il mago Atlante si intromette tra i due perché è convinto che l’uomo morirà subito dopo le nozze. Il mago imprigiona il guerriero in un castello incantato per proibirgli di sposare Bradamante, ma Ruggero riesce lo stesso a convolare a nozze con la sua amata.
I colpi di scena però non finiscono qui: durante il banchetto il principe d’Algeri Rodomonte compare all’improvviso e sfida Ruggero in un duello. L’uomo accusa Ruggero di aver rinnegato la sua fede per poter sposare una donna appartenente alla religione cristiana. Ruggero riesce a uccidere Rodomonte.
Pur essendo lungo e articolato, l’Orlando Furioso è molto scorrevole e ricco di sfumature eleganti che ne fanno un modello di poema epico per tutti i tempi. Il tono utilizzato dall’Ariosto per descrivere i vari personaggi è spesso ironico senza mai eccedere. Il lettore si appassiona alle vicende raccontate, e l’autore passa da una all’altra mantenendo sempre vivi la suspense e il pathos nei confronti dei personaggi.
Prima grande opera della letteratura moderna a essere pensata per la stampa, l'Orlando Furioso ebbe immediatamente un grande successo e fu tradotta nello stesso Cinquecento e nei secoli successivi in numerose lingue.
Per diversi secoli l'Orlando Furioso fu letto come opera prevalentemente di evasione. Dobbiamo a Hegel, nell'Ottocento, l'interpretazione del Furioso in chiave di critica dei valori della cavalleria, come opera perciò che segna l'analisi e la consapevolezza della fine di un'epoca storica, il Medioevo, con tutto ciò che esso significava. Nel secolo scorso il filosofo e critico Benedetto Croce ne ha dato una lettura nuova, rifiutando anche lui l'idea di un poema d'evasione e sottolineando la sua funzione di grande affresco di un'epoca, vista nei suoi aspetti positivi e negativi.
L'ultimo grande omaggio all'Orlando Furioso lo si deve a Italo Calvino, che non solo ne curò una versione da lui in parte sintetizzata, ma che ai temi e alle vicende degli eroi di Ariosto rese indirettamente omaggio nel ciclo di romanzi I nostri antenati.
Il 23 aprile 1516 Ludovico Ariosto dà alle stampe la prima stesura dell'Orlando Furioso.
Composto da quarantasei canti, il poema cavalleresco è la continuazione di un’opera di Matteo Maria Boiardo, l’Orlando Innamorato, che lo scrittore lasciò incompiuta.
Il poema epico racconta le vicende del cavaliere Orlando innamorato di Angelica e la storia d’amore tra Ruggero (che è saraceno) e Bradamante, che invece è una donna cristiana.
Le storie si inseriscono nello scorcio generale della guerra scoppiata tra Saraceni e Cristiani. Il poema si apre infatti con l’invasione della Francia da parte del re saraceno Agramante, che poi viene definitivamente sconfitto sull’isola di Lipadusa dalle truppe di Carlo Magno.
Orlando è un cavaliere cristiano perdutamente innamorato della bellissima Angelica, che però è contesa anche dal cugino Rinaldo. La donna, affidata al Duca di Baviera, viene promessa in sposa a colui che riuscirà a sconfiggere Argalia (che è il fratello di Angelica, nonché principe del Catai). Un cavaliere pagano, chiamato Ferraù, riesce nell’intento. A questo punto Angelica decide di fuggire dall’accampamento in cui si trova: alcuni cavalieri la inseguono, tra cui Rinaldo e Orlando di lei innamorati.
Durante la fuga Angelica si imbatte in un cavaliere saraceno, che si chiama Medoro. I due si innamorano e scappano insieme. Prima però, incidono i loro nomi su un albero. Quando Orlando arriva nel luogo in cui la coppia ha suggellato il loro amore, resta allibito e il dolore per Angelica lo conduce alla pazzia. Lo sconforto porta il cavaliere ad errare senza meta per la Spagna e la Francia, attraversando a nuoto lo stretto di Gibilterra.
Grazie al guerriero Astolfo, che riesce a domare il cavallo alato ippogrifo, Orlando riesce a recuperare il senno perduto, che si trova sulla luna. Intanto Angelica e il suo amato Medoro riescono a fuggire in Catai.
Altra vicenda d’amore assai avvincente è quella tra Bradamante, sorella di Rinaldo, ed il cavaliere saraceno Ruggero, che daranno vita alla famiglia d’Este. Il mago Atlante si intromette tra i due perché è convinto che l’uomo morirà subito dopo le nozze. Il mago imprigiona il guerriero in un castello incantato per proibirgli di sposare Bradamante, ma Ruggero riesce lo stesso a convolare a nozze con la sua amata.
I colpi di scena però non finiscono qui: durante il banchetto il principe d’Algeri Rodomonte compare all’improvviso e sfida Ruggero in un duello. L’uomo accusa Ruggero di aver rinnegato la sua fede per poter sposare una donna appartenente alla religione cristiana. Ruggero riesce a uccidere Rodomonte.
Pur essendo lungo e articolato, l’Orlando Furioso è molto scorrevole e ricco di sfumature eleganti che ne fanno un modello di poema epico per tutti i tempi. Il tono utilizzato dall’Ariosto per descrivere i vari personaggi è spesso ironico senza mai eccedere. Il lettore si appassiona alle vicende raccontate, e l’autore passa da una all’altra mantenendo sempre vivi la suspense e il pathos nei confronti dei personaggi.
Prima grande opera della letteratura moderna a essere pensata per la stampa, l'Orlando Furioso ebbe immediatamente un grande successo e fu tradotta nello stesso Cinquecento e nei secoli successivi in numerose lingue.
Per diversi secoli l'Orlando Furioso fu letto come opera prevalentemente di evasione. Dobbiamo a Hegel, nell'Ottocento, l'interpretazione del Furioso in chiave di critica dei valori della cavalleria, come opera perciò che segna l'analisi e la consapevolezza della fine di un'epoca storica, il Medioevo, con tutto ciò che esso significava. Nel secolo scorso il filosofo e critico Benedetto Croce ne ha dato una lettura nuova, rifiutando anche lui l'idea di un poema d'evasione e sottolineando la sua funzione di grande affresco di un'epoca, vista nei suoi aspetti positivi e negativi.
L'ultimo grande omaggio all'Orlando Furioso lo si deve a Italo Calvino, che non solo ne curò una versione da lui in parte sintetizzata, ma che ai temi e alle vicende degli eroi di Ariosto rese indirettamente omaggio nel ciclo di romanzi I nostri antenati.
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martedì 18 aprile 2023
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 18 aprile.
Il 18 aprile 1480 nasce, con ogni probabilità, Lucrezia Borgia.
Fu davvero così bella Lucrezia Borgia, come asseriva Pietro Bembo tanto da conservare un suo ricciolo d'oro tra le proprie carte?
Non si hanno dati precisi sulla sua nascita, il più attendibile la farebbe risalire al 18 aprile 1480 a Subiaco (in provincia di Roma), terzogenita di Rodrigo Borgia e Vannozza Cattanei, ebbe tre fratelli: Juan, Cesare e Jofrè.
Lucrezia viene educata nel convento di San Sisto e in seguito affidata alla cure della cugina del Papa, Adriana Mila.
A dodici anni viene fatta fidanzare, per procura, con Don Gaspare da Procida, un nobile spagnolo. Vincolo che sarà poi sciolto dal padre che la diede in moglie a Giovanni Sforza.
Il matrimonio, avvenuto nel 1493, non nasce sotto i migliori auspici. Nella primavera del 1494 la coppia, che vive a Roma, si trasferisce a Pesaro, non si sa se a causa di un'epidemia di peste o per paura dei francesi. Il Papa impone che la sua amante Giulia con la suocera si unisca alla coppia.
Tuttavia Giulia contravvenendo agli ordini papali raggiunge il marito Orsino e nonostante Alessandro VI la rimproveri aspramente, non riesce a convincerla a tornare da lui.
Successivamente, dopo la pace tra i due amanti, saranno proprio i francesi a catturare le donne mentre rientrano a Roma e solo grazie alla mediazione degli Sforza e ad un cospicuo riscatto, Alessandro VI potrà riavere le sue donne.
Al Papa le nozze della figlia non sono più tanto convenienti, questo lo intuisce anche Giovanni che torna a Roma per reclamare la moglie. Tutto inutile. E capisce che non gli conviene mettersi contro i Borgia che potrebbero toglierlo di mezzo molto in fretta.
Cerca allora appoggio dallo zio Ludovico il Moro, a Milano, ma è tutto inutile ed iniziano gli scontri e le ingiurie. I Borgia accusano Giovanni di essere un marito solo di nome, quest'ultimo accusa Lucrezia di essere l'amante del padre e del fratello.
I Borgia vogliono annullare il matrimonio, perché non consumato, Giovanni non cede. A Roma, intanto, si decide di far visitare Lucrezia che viene dichiarata virgo intacta. Il matrimonio viene annullato il 20 dicembre 1497, Lucrezia aveva 17 anni. Che motivo aveva il Papa per annullare il matrimonio, suscitando tanto clamore ed esponendo la figlia ai pettegolezzi ed al ludibrio della folla? Comunque Lucrezia per riprendersi, si rifugia in convento, ma voci insistenti dicono che è un'altra la ragione.
Lucrezia deve partorire. Ma se il matrimonio non è stato consumato, se lei è stata dichiarata "virgo intacta" com'è possibile tutto ciò?
Si vocifera che il bambino sia di suo padre o di suo fratello Cesare Borgia, altri fanno svariati nomi. Non si ha nemmeno la prova che Lucrezia sia la vera madre, ma che il bambino sia figlio del Papa e della sua amante Giulia Farnese.
Il piccolo, battezzato Giovanni, passerà alla storia come "l'infante romano".
Il 15 giugno 1497 il duca di Gandia, Juan, fratello di Lucrezia, viene ripescato cadavere nel Tevere; subito i sospetti si addensano su Cesare Borgia che ha sempre ambito al posto di capitano delle truppe pontificie occupato da Juan. Alcuni invece affermano che Cesare abbia ucciso Juan, perché quest'ultimo era l'amante di Lucrezia e padre dell'infante romano.
Il 21 luglio 1498 Lucrezia si sposa nuovamente. Anche le nozze celebrate in Vaticano con Alfonso d'Aragona, duca di Risceglie, finiscono tragicamente.
Cesare Borgia, che era stato rifiutato da Carlotta d'Aragona, sposa Carlotta d'Albert di Navarra, re Luigi lo nomina duca di Valentinois in cambio dell'aiuto di Cesare a riconquistare il regno di Napoli.
Alfonso allarmato si rifugia dai suoi parenti, abbandonando Lucrezia che aspetta un bambino.
Sconvolgendo gli alti prelati, il Papa per risollevare il morale di Lucrezia, la nomina governatrice di Spoleto, dove svolgerà diligentemente il suo incarico.
Il 19 settembre 1489 Alfonso, dietro pressione del padre, raggiunge Lucrezia ed insieme tornano a Roma, dove nel mese di Novembre Lucrezia dà alla luce un maschietto che viene chiamato Rodrigo.
Il 15 luglio 1500 Alfonso viene ferito gravemente. Il colpevole è Cesare, motivo la gelosia nei confronti della sorella.
Assistito dai migliori medici del Papa, nonostante le gravi ferite, con grande gioia di Lucrezia, Alfonso riuscirà a guarire.
Durante la degenza Lucrezia non ha mai abbandonato il suo sposo, tuttavia il 18 agosto dopo averla fatta allontanare con un pretesto, Michelotto da Corella, sicario di Cesare Borgia, uccide Alfonso proprio nelle stanze di Lucrezia. Interviene nuovamente il Papa a consolare la vedova nominandola governatrice di Nepi.
Intanto, mentre Lucrezia è lontana, il Papa pensa ad un nuovo matrimonio per lei in cerca di nuove alleanze e incarica Cesare di raggiungerla a Nepi per comunicarglielo. Il candidato è Alfonso d'Este di Ferrara. Forse per Lucrezia, a 21 anni, si può aprire una nuova vita lontana dalla sua famiglia.
Tuttavia gli Este non la pensano così: troppe sono le maldicenze su Lucrezia. Ma nonostante tutte le contrarietà il 30 dicembre 1501 la nozze vengono celebrate: Lucrezia riuscirà, se non proprio a farsi amare dal marito, almeno a farsi rispettare, anche se verrà tradita ripetutamente.
Gli darà sette figli, tre dei quali moriranno subito dopo la nascita.
A Ferrara Lucrezia è finalmente serena, per quanto le sarà possibile continuerà a proteggere il fratello Cesare.
Lucrezia Borgia muore di setticemia a Ferrara, in seguito ad un parto, il 24 giugno 1519 a soli 39 anni. Venne sepolta nel monastero del Corpus Domini, con indosso l'abito da terziaria francescana.
Da sempre dipinta come donna affascinante e astuta, complice degli intrighi della corte papale rinascimentale, ammirata e temuta allo stesso tempo, abile politica e accorta diplomatica, pericolosa e avvelenatrice di amanti, depravata e corrotta, dedita a frequentare orge nei palazzi del Vaticano, Lucrezia Borgia -in realtà- è stata più vittima o carnefice? Vittima della corruzione delle corti del ‘500 e delle mire ambiziose dei suoi familiari? Strumento di crudeltà e inganno per ottenere potere e nuove ricchezze?
In verità non si hanno conoscenze a sufficienza che testimonino quello che fu la vera Lucrezia. Le storie del suo coinvolgimento nei crimini del padre e del fratello sono vere? Lucrezia è stata un mostro di crudeltà e inganno? O semplicemente la vittima di una stampa sfavorevole? Viene dipinta con questo ruolo, recitato inoltre in molte opere d’arte, romanzi e film. Di questa misteriosa donna non si conosce alcun ritratto autentico. Si dice che molti dipinti la ritraggano. Altri dicono che queste immagini fanno semplicemente parte del mito di Lucrezia Borgia. Ancora una volta le differenti percezioni della storia risultano essere estremamente affascinanti.
Il 18 aprile 1480 nasce, con ogni probabilità, Lucrezia Borgia.
Fu davvero così bella Lucrezia Borgia, come asseriva Pietro Bembo tanto da conservare un suo ricciolo d'oro tra le proprie carte?
Non si hanno dati precisi sulla sua nascita, il più attendibile la farebbe risalire al 18 aprile 1480 a Subiaco (in provincia di Roma), terzogenita di Rodrigo Borgia e Vannozza Cattanei, ebbe tre fratelli: Juan, Cesare e Jofrè.
Lucrezia viene educata nel convento di San Sisto e in seguito affidata alla cure della cugina del Papa, Adriana Mila.
A dodici anni viene fatta fidanzare, per procura, con Don Gaspare da Procida, un nobile spagnolo. Vincolo che sarà poi sciolto dal padre che la diede in moglie a Giovanni Sforza.
Il matrimonio, avvenuto nel 1493, non nasce sotto i migliori auspici. Nella primavera del 1494 la coppia, che vive a Roma, si trasferisce a Pesaro, non si sa se a causa di un'epidemia di peste o per paura dei francesi. Il Papa impone che la sua amante Giulia con la suocera si unisca alla coppia.
Tuttavia Giulia contravvenendo agli ordini papali raggiunge il marito Orsino e nonostante Alessandro VI la rimproveri aspramente, non riesce a convincerla a tornare da lui.
Successivamente, dopo la pace tra i due amanti, saranno proprio i francesi a catturare le donne mentre rientrano a Roma e solo grazie alla mediazione degli Sforza e ad un cospicuo riscatto, Alessandro VI potrà riavere le sue donne.
Al Papa le nozze della figlia non sono più tanto convenienti, questo lo intuisce anche Giovanni che torna a Roma per reclamare la moglie. Tutto inutile. E capisce che non gli conviene mettersi contro i Borgia che potrebbero toglierlo di mezzo molto in fretta.
Cerca allora appoggio dallo zio Ludovico il Moro, a Milano, ma è tutto inutile ed iniziano gli scontri e le ingiurie. I Borgia accusano Giovanni di essere un marito solo di nome, quest'ultimo accusa Lucrezia di essere l'amante del padre e del fratello.
I Borgia vogliono annullare il matrimonio, perché non consumato, Giovanni non cede. A Roma, intanto, si decide di far visitare Lucrezia che viene dichiarata virgo intacta. Il matrimonio viene annullato il 20 dicembre 1497, Lucrezia aveva 17 anni. Che motivo aveva il Papa per annullare il matrimonio, suscitando tanto clamore ed esponendo la figlia ai pettegolezzi ed al ludibrio della folla? Comunque Lucrezia per riprendersi, si rifugia in convento, ma voci insistenti dicono che è un'altra la ragione.
Lucrezia deve partorire. Ma se il matrimonio non è stato consumato, se lei è stata dichiarata "virgo intacta" com'è possibile tutto ciò?
Si vocifera che il bambino sia di suo padre o di suo fratello Cesare Borgia, altri fanno svariati nomi. Non si ha nemmeno la prova che Lucrezia sia la vera madre, ma che il bambino sia figlio del Papa e della sua amante Giulia Farnese.
Il piccolo, battezzato Giovanni, passerà alla storia come "l'infante romano".
Il 15 giugno 1497 il duca di Gandia, Juan, fratello di Lucrezia, viene ripescato cadavere nel Tevere; subito i sospetti si addensano su Cesare Borgia che ha sempre ambito al posto di capitano delle truppe pontificie occupato da Juan. Alcuni invece affermano che Cesare abbia ucciso Juan, perché quest'ultimo era l'amante di Lucrezia e padre dell'infante romano.
Il 21 luglio 1498 Lucrezia si sposa nuovamente. Anche le nozze celebrate in Vaticano con Alfonso d'Aragona, duca di Risceglie, finiscono tragicamente.
Cesare Borgia, che era stato rifiutato da Carlotta d'Aragona, sposa Carlotta d'Albert di Navarra, re Luigi lo nomina duca di Valentinois in cambio dell'aiuto di Cesare a riconquistare il regno di Napoli.
Alfonso allarmato si rifugia dai suoi parenti, abbandonando Lucrezia che aspetta un bambino.
Sconvolgendo gli alti prelati, il Papa per risollevare il morale di Lucrezia, la nomina governatrice di Spoleto, dove svolgerà diligentemente il suo incarico.
Il 19 settembre 1489 Alfonso, dietro pressione del padre, raggiunge Lucrezia ed insieme tornano a Roma, dove nel mese di Novembre Lucrezia dà alla luce un maschietto che viene chiamato Rodrigo.
Il 15 luglio 1500 Alfonso viene ferito gravemente. Il colpevole è Cesare, motivo la gelosia nei confronti della sorella.
Assistito dai migliori medici del Papa, nonostante le gravi ferite, con grande gioia di Lucrezia, Alfonso riuscirà a guarire.
Durante la degenza Lucrezia non ha mai abbandonato il suo sposo, tuttavia il 18 agosto dopo averla fatta allontanare con un pretesto, Michelotto da Corella, sicario di Cesare Borgia, uccide Alfonso proprio nelle stanze di Lucrezia. Interviene nuovamente il Papa a consolare la vedova nominandola governatrice di Nepi.
Intanto, mentre Lucrezia è lontana, il Papa pensa ad un nuovo matrimonio per lei in cerca di nuove alleanze e incarica Cesare di raggiungerla a Nepi per comunicarglielo. Il candidato è Alfonso d'Este di Ferrara. Forse per Lucrezia, a 21 anni, si può aprire una nuova vita lontana dalla sua famiglia.
Tuttavia gli Este non la pensano così: troppe sono le maldicenze su Lucrezia. Ma nonostante tutte le contrarietà il 30 dicembre 1501 la nozze vengono celebrate: Lucrezia riuscirà, se non proprio a farsi amare dal marito, almeno a farsi rispettare, anche se verrà tradita ripetutamente.
Gli darà sette figli, tre dei quali moriranno subito dopo la nascita.
A Ferrara Lucrezia è finalmente serena, per quanto le sarà possibile continuerà a proteggere il fratello Cesare.
Lucrezia Borgia muore di setticemia a Ferrara, in seguito ad un parto, il 24 giugno 1519 a soli 39 anni. Venne sepolta nel monastero del Corpus Domini, con indosso l'abito da terziaria francescana.
Da sempre dipinta come donna affascinante e astuta, complice degli intrighi della corte papale rinascimentale, ammirata e temuta allo stesso tempo, abile politica e accorta diplomatica, pericolosa e avvelenatrice di amanti, depravata e corrotta, dedita a frequentare orge nei palazzi del Vaticano, Lucrezia Borgia -in realtà- è stata più vittima o carnefice? Vittima della corruzione delle corti del ‘500 e delle mire ambiziose dei suoi familiari? Strumento di crudeltà e inganno per ottenere potere e nuove ricchezze?
In verità non si hanno conoscenze a sufficienza che testimonino quello che fu la vera Lucrezia. Le storie del suo coinvolgimento nei crimini del padre e del fratello sono vere? Lucrezia è stata un mostro di crudeltà e inganno? O semplicemente la vittima di una stampa sfavorevole? Viene dipinta con questo ruolo, recitato inoltre in molte opere d’arte, romanzi e film. Di questa misteriosa donna non si conosce alcun ritratto autentico. Si dice che molti dipinti la ritraggano. Altri dicono che queste immagini fanno semplicemente parte del mito di Lucrezia Borgia. Ancora una volta le differenti percezioni della storia risultano essere estremamente affascinanti.
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