Buongiorno, oggi è il 30 maggio.
Il 30 maggio 1924 Giacomo Matteotti prese la parola alla Camera dei deputati per contestare i risultati delle elezioni tenutesi il precedente 6 aprile. Mentre dai banchi fascisti si levavano contestazioni e rumori che lo interrompevano più volte, Matteotti, denunciando una nuova serie di violenze, illegalità ed abusi commessi dai fascisti per riuscire a vincere le elezioni, pronunciava un discorso che sarebbe rimasto famoso:
« Contestiamo in questo luogo e in tronco la validità delle elezioni della maggioranza. L'elezione secondo noi è essenzialmente non valida, e aggiungiamo che non è valida in tutte le circoscrizioni (...). Io il mio discorso l'ho fatto. Ora voi preparate il discorso funebre per me. »
La proposta di Matteotti di far invalidare l'elezione almeno di un gruppo di deputati - secondo le sue accuse, illegittimamente eletti a causa delle violenze e dei brogli - venne respinta dalla Camera con 285 voti contrari, 57 favorevoli e 42 astenuti.
Renzo De Felice ha definito "assurda" l'interpretazione di questo discorso come una richiesta di Matteotti basata su una realistica possibilità di ottenere un successo: secondo lo storico, Matteotti non mirava realmente all'invalidamento del voto, bensì a dare il via dai banchi del parlamento ad una opposizione più aggressiva nei confronti del fascismo, accusando in un colpo solo sia il governo fascista che i "collaborazionisti" socialisti.
Il discorso del 30 maggio - secondo lo storico Giorgio Candeloro - "diede a Mussolini e ai fascisti la sensazione precisa di avere di fronte in quella Camera un'opposizione molto più combattiva di quella esistente nella Camera precedente e non disposta a subire passivamente illegalità e soprusi".
Il 10 giugno era un sabato, e faceva un gran caldo. Matteotti, uscì di casa verso le quattro, e prese il Lungotevere per avviarsi verso Montecitorio. Non si avvide, o forse si avvide troppo tardi, di un’automobile in sosta sotto i platani.
Quell’automobile era lì ferma da tanto tempo che il portinaio di una casa lì nei pressi, insospettito, ne aveva notato il numero. A bordo c’erano cinque uomini: Dumini, Volpi, Viola, Poveromo, Malacria.
Quando Matteotti giunse alla loro altezza, gli balzarono addosso. Matteotti si difese come poté, e seguitò a dibattersi anche quando lo ebbero ficcato a forza nella macchina, che partì a tutta velocità verso Ponte Milvio. Riuscì anche a gettare dal finestrino la sua tessera di deputato nella speranza di attirare l’attenzione dei passanti. Sembra che a un certo momento egli tirasse un calcio così violento nei testicoli di Viola che questi accecato dall’ira, gli vibrò una pugnalata recidendogli la carotide.
Col morto in mano, i cinque persero la testa. Dumini, ch’era al volante, si mise a girovagare senza bussola per le stradette di campagna. Solo sul far della sera si fermò in un boschetto – il boschetto della Quartarella -, e lì decise di seppellire il cadavere. Non avendone gli attrezzi, scavarono col crick una fossa profonda meno di mezzo metro, ci ficcarono a forza il morto piegato in due, rientrarono a Roma, e nella notte Dumini si presentò a Marinelli per riferirgli l’accaduto.
Qui, il filo dei fatti si perde in un groviglio di testimonianze contraddittorie. Non sappiamo come Marinelli accolse la notizia, non sappiamo come la riportò a Mussolini, non sappiamo come questi reagì. La notizia della scomparsa di Matteotti fu data naturalmente la notte stessa ai suoi amici dalla moglie sgomenta. Sulla stampa trapelò solo il 12, quando già la Camera tumultuante chiamava Mussolini a fornire spiegazioni. L’uomo, che portava sul volto i segni di una notte insonne, dichiarò di essere all’oscuro di tutto e di avere già impartito rigorosi ordini di ricerca alla polizia, compresa quella di frontiera. Sapeva invece tutto, meno il bosco in cui era sepolto il cadavere perché questo non riuscivano più a ubicarlo nemmeno gli autori del delitto; e accennava alla frontiera per dar credito a una voce che dava Matteotti per espatriato clandestinamente. L’opposizione accolse le sue parole con grida e tumulti, e il deputato repubblicano Chiesa lo accusò di voler coprire le responsabilità dei criminali, riconoscendosene in tal modo complice.
Probabilmente, in quel momento, egli sperava di abbuiare la vicenda. Ma il portinaio che aveva notato il numero di targa dell’automobile lo segnalò alla polizia che fece presto a identificare il proprietario della macchina: era Filippelli, il direttore del Corriere italiano, il quale l’aveva prestata a Dumini. La notizia era già sui giornali. E a questo punto non era più possibile fermare le indagini.
La notte si riunì il Gran Consiglio del fascismo, e qui erano esplosi tutti i contrasti, ideologici e personali, che covavano in seno al «vertice» fascista. Il pretesto era troppo buono per far cadere alcune teste, i capri espiatori erano già designati.
Quasi nelle stesse ore si riunivano i capi della opposizione che, su sollecitazione di Amendola e di Turati, decisero di disertare le sedute della Camera fin quando il governo non avesse chiarito le proprie responsabilità. Non era ancora quello che poi si chiamò «l’Aventino», cioè il definitivo ritiro degli oppositori come gesto di condanna morale del regime. Ma vi preludeva.
Fu dunque a un’aula popolata soltanto di deputati della sua maggioranza, anche se questa era profondamente scossa e divisa, che Mussolini si ripresentò l’indomani, 13, più rinfrancato, e con un piano di difesa ormai stabilito. Non c’era più dubbio, disse, che si trattasse di delitto. Ma i colpevoli erano già stati identificati, e due di essi (Dumini e Putato) arrestati: il che dimostrava che la Giustizia seguiva il suo corso e lo avrebbe seguito fino al completo accertamento delle responsabilità, quali che fossero. «Se c’è qualcuno in quest’aula – aggiunse – che abbia diritto più di tutti di essere addolorato e, aggiungerei, esasperato, sono io. Solo un mio nemico, che da lunghe notti avesse pensato a qualche cosa di diabolico, poteva effettuare questo delitto, che oggi ci percuote di orrore e ci strappa grida d’indignazione.» Dopodiché, con un colpo a sorpresa certamente concertato con lui, il Presidente Rocco aggiornò i lavori della Camera sine die, togliendo così ai nemici del regime il più autorevole podio da cui parlare.
Fu allora che Turati si accorse dell’errore commesso.
Liberato dalla Camera, Mussolini non lo era però dalla stampa che, tuttora libera, non gli dava tregua. I giornali avevano raddoppiato le loro tirature, e si facevano concorrenza in sensazionalismo con titoli a tutta pagina. L’impressione generale era che il regime fosse agli sgoccioli, molti fascisti gettavano via ostentatamente il distintivo, e i capi dell’opposizione videro rifiorire intorno a loro molte amicizie che credevano ormai appassite. D’Annunzio era uscito dal suo silenzio per dare un’intervista in cui parlava di «fetida ruina». Circolava la voce di imminenti dimissioni di Mussolini, e Sforza addirittura proponeva ai suoi amici di non aspettare i carabinieri e di andar loro a palazzo Chigi ad arrestare l’inquilino.
Questi sembrava distrutto. La sua anticamera era vuota. E l’usciere Quinto Navarra ha raccontato nelle sue memorie che un giorno, non sentendo più venire alcun rumore dalla stanza del Duce, ne aveva socchiuso la porta e lo aveva visto, in ginocchio su una poltrona, che batteva la testa contro il muro.
Oramai quasi tutti gli storici consentono su una genesi del delitto molto più semplice, almeno come meccanica di svolgimento: quella fornita da Cesare Rossi nel suo «Memoriale». In Mussolini, disse Rossi, un fondo di criminalità c’era: lo riconosceva anche suo fratello Arnaldo. Ed era stato questo fondo a ispirargli, dopo la requisitoria di Matteotti alla Camera, la famosa e fatale invocazione alla Ceka. Quella frase basta ad attribuire a Mussolini la responsabilità morale del delitto. Ma non si era tradotta in un esplicito mandato. Mussolini era un politico troppo accorto per non capire le conseguenze di un simile assassinio, e che ne venisse colto di contropiede lo dimostra lo stesso smarrimento con cui vi reagì.
A tradurre il suo scoppio di furore in un ordine di castigo fu Marinelli, e il gesto somiglia d’altronde al personaggio: ottuso burocrate della violenza e carrierista ambizioso, assolutamente privo di qualità sia politiche che umane. La Ceka era sua, la considerava una specie di milizia personale, e solo da lui dipendeva. La sera del Gran Consiglio egli aveva detto a Rossi e a Finzi che l’ordine di metterla in moto gli era venuto da Mussolini. Ma Rossi non ci aveva creduto, e i fatti gli hanno dato ragione. Vent’anni dopo, condannato a morte dal Tribunale di Verona insieme agli altri «traditori» del 25 luglio, Marinelli confidò a Pareschi e a Cianetti, suoi compagni di prigione, che l’ordine l’aveva dato lui, convinto di esaudire i desideri del Duce. Resta solo da sapere se l’ordine fu di uccidere Matteotti, o di «dargli una lezione» com’era nello stile squadrista. Naturalmente gli esecutori sostennero sempre che uccidere non volevano, e che la vittima gli morì in mano. Alla loro parola naturalmente non si può credere. Ma il modo in cui si svolsero le cose dimostra ch’essi avevano agito da persone atterrite dal loro proprio misfatto e che non avevano nulla predisposto nemmeno per occultare il cadavere.
Mussolini si decise al sacrificio di due dei capri espiatori già designati: Rossi e Finzi. Chiedendo le loro dimissioni, ad entrambi disse che si trattava di «una necessità tattica del momento». Essi accettarono di darle, ma subito dopo si accorsero di essere sotto sorveglianza della polizia. La terza vittima fu De Bono, liquidato come capo della polizia per scarsa efficienza e sostituito con un funzionario di carriera che desse il senso della «normalizzazione». Infine venne arrestato Marinelli per i suoi riconosciuti rapporti con la Ceka.
Il 16 agosto venne il colpo di scena che mise a repentaglio la manovra di Mussolini. Il caso volle che un guardia-caccia passasse col suo cane nel bosco della Quartarella. Il cane puntò il naso per terra e cominciò a scavare furiosamente. Affiorarono dei resti umani: erano quelli di Matteotti.
Nessuno aveva mai dubitato che il deputato socialista fosse stato ucciso, e la macabra scoperta non rivelava quindi niente di nuovo, ma rilanciò l’ondata dell’indignazione e dell’orrore. Ancora abbastanza liberi, i giornali dell’opposizione diedero fondo al repertorio sensazionalistico, aggiungendo anche particolari di fantasia sulle sevizie cui la vittima sarebbe stata sottoposta. Quelli fascisti replicarono con veemenza appellandosi alle squadre, ci furono tafferugli con morti e feriti, e il difficile equilibrio che Mussolini aveva trovato fra gli opposti estremismi si ruppe. Per riprendere in mano la situazione, egli scese nuovamente in piazza tenendo comizi in varie città e alternando come al solito le promesse alle minacce. Parlando ai minatori del Monte Amiata disse: «Il giorno in cui i nostri nemici uscissero dalla vociferazione molesta per andare alle cose concrete, quel giorno noi di costoro faremmo le strame per gli accampamenti delle camicie nere».
Tutte le forze fasciste vennero mobilitate per riempire le piazze. Ma le piazze furono riempite solo da esse, dando così alla pubblica opinione il senso e la misura del loro isolamento.
Nemmeno questo tuttavia riuscì a schiodare l’Aventino dalla sua inconcludenza. Salvo la «questione morale» sulla quale si erano trovati tutti d’accordo, ma che impediva loro di tornare alla Camera, unico terreno sul quale avrebbero potuto svolgere una proficua azione di lotta, i suoi esponenti non riuscivano a trovare punti d’intesa tra loro.
La Camera si riunì nuovamente solo nel pomeriggio del 3 gennaio 1925. Quando si alzò a prendere la parola, Mussolini apparve «pallido e teso». Come sempre faceva nei momenti di emergenza, giocò sulla sorpresa, cogliendo tutti di contropiede con una domanda che pareva audace e provocatoria: «L’articolo 47 dello Statuto dice: La Camera dei Deputati ha il diritto di accusare i Ministri del Re e di tradurli dinanzi all’Alta Corte di Giustizia». Pausa. «Chiedo formalmente se in questa Camera, o fuori di questa Camera, c’è qualcuno che voglia valersi dell’articolo 47.»
La pattuglia dei deputati fascisti, forse colti di sorpresa anche loro, balzò in piedi acclamando mentre tutti gli altri tacevano sbalorditi. Mussolini continuò: «Il mio discorso sarà dunque chiarissimo e tale da determinare una chiarificazione assoluta. Voi intendete che dopo aver lungamente camminato insieme con dei compagni di viaggio, ai quali del resto andrebbe sempre la nostra gratitudine per quello che hanno fatto, è necessaria una sosta per vedere se la stessa strada con gli stessi compagni può essere ancora percorsa nell’avvenire». Era la denuncia delle alleanze su cui il fascismo si era retto fin allora e l’aut aut a coloro che le avevano accettate: o col fascismo fino in fondo, o fuori del fascismo. E il fascismo era lui, Mussolini. «Dichiaro qui, al cospetto di questa Assemblea e al cospetto di tutto il popolo italiano, che io assumo, io solo, la responsabilità politica, morale, storica, di tutto quanto è avvenuto.» E come trascinato dalle proprie parole (il discorso non era scritto, e in molti punti appare improvvisato) aggiunse teatralmente: «Se le frasi più o meno storpiate bastano per impiccare un uomo, fuori il palo e fuori la corda. Se il fascismo non è stato che olio di ricino e manganello, e non invece una passione superba della migliore gioventù italiana, a me la colpa. Se il fascismo è stato un’associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere!» E giù con queste frasi più da comizio di piazza che da aula parlamentare, ma che erano destinate a un grande effetto sulle pagine dei giornali, fino alla logica conclusione che del semplice «effetto» andava al di là:
«Voi avete creduto che il fascismo fosse finito perché io lo comprimevo, che fosse morto perché io lo castigavo, e poi avevo anche la crudeltà di dirlo. Ma se io mettessi la centesima parte dell’energia che ho messo a comprimerlo, a scatenarlo, voi vedreste allora. Non ci sarà bisogno di questo perché il governo è abbastanza forte per stroncare in pieno definitivamente la sedizione dell’Aventino. L’Italia, o signori, vuole la pace, vuole la tranquillità, vuole la calma laboriosa. Noi questa tranquillità, questa calma laboriosa, gliela daremo con l’amore, se è possibile, e con la forza, se sarà necessario. State certi che nelle quarantott’ore successive a questo mio discorso, la situazione sarà chiarita su tutta l’area».
Nelle quarantott’ore successive le sedute della Camera vennero sospese e una pioggia di «riservate» si abbatté sui Prefetti. Essi dovevano provvedere «allo scioglimento di tutte le organizzazioni che sotto qualsiasi pretesto possano raccogliere elementi turbolenti o che comunque tendano a sovvertire i poteri dello Stato».
Molti non capirono che col discorso del 3 gennaio il fascismo cambiava volto, e diventava dittatura. Non lo capì il Re, che si dolse, ma a mezza voce soltanto, di non esserne stato informato. Non lo capì l’Aventino che interpretò l’accaduto non come un epilogo, ma come l’inizio della «fase estrema del conflitto fra la dominazione fascista e il Paese». Non lo capì Turati che lo scambiò per uno «dei soliti bluff per disorientare e spaventare le passere». Lo capirono bene soltanto due giovani giornalisti, Adolfo Tino e Armando Zanetti, che sulla loro rivista, Rinascita liberale, scrissero: «L’on. Mussolini ha ritrovato il suo ruolo. S’era perduto in questi ultimi tempi – non si può dire se per pura ingenuità o per studiato calcolo – dietro a contraddittori e caotici segni di pacificazione. Aveva battuto tutte le strade e gettati tutti i ponti verso tutte le rive. Ma alla fine non gli è rimasto che tornare al suo istinto, o meglio – e la parola forse gli sarà gradita – al suo profondo genio. La normalizzazione per lui e per la sua forma mentis non ha avuto e non può avere senso alcuno».
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sabato 30 maggio 2026
giovedì 29 dicembre 2022
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 29 dicembre.
Il 29 dicembre 1998 due capi dei Khmer rossi chiedono pubblicamente scusa per il genocidio cambogiano degli anni settanta, che si stima abbia provocato oltre un milione di vittime.
Il regime dei Khmer rossi è considerato come uno dei più sanguinari del XX secolo.
Dal 1975 al 1979, in soli 3 anni e 8 mesi di governo, il Partito Comunista di Kampuchea provocò la morte di un numero imprecisato di persone; certamente più di un milione, qualche storico arriva ad ipotizzarne quasi tre, considerando esecuzioni, carestie e morti per mancanza di cure mediche. Se consideriamo che la popolazione cambogiana allora arrivava a 7 milioni, è possibile affermare che il regime dei Khmer rossi è quello che ha causato più morti tra tutti quelli del XX secolo, non solo a causa delle esecuzioni politiche, ma anche a causa dei lavori forzati, dell’evacuazione delle città attraverso la giungla compiuta senza alcun mezzo di trasporto e delle pessime condizioni igieniche nelle quali i cambogiani erano costretti a sopravvivere.
Il fine del Partito Comunista di Kampuchea era “purificare” la Cambogia da ogni contaminazione occidentale. Per fare questo, i Khmer rossi non si limitarono a isolare la Cambogia dal resto del mondo, ma decisero di cancellare ogni aspetto della Cambogia pre-rivoluzione che poteva contenere “tracce” della cultura occidentale. Abolirono la moneta, collettivizzarono l’economia, desertificarono la capitale Phnom Penh, e tutte le altre città. Smantellarono religione, sistema scolastico e abolirono tutte le professioni borghesi. Imposero ai cambogiani una nuova identità, in nome dell’uguaglianza esplicitata da una sorta di divisa imposta a tutti: un “sampot” nero.
Con i Khmer rossi assistiamo al tentativo di materializzare un’utopia che contiene in sé l’idea del genocidio. Nella Cambogia dei Khmer rossi c’è il completo rigetto della civiltà urbana più siamese, più cinese, più occidentale che puramente Khmer; il rigetto dell’antico ordine assimilato all’ordine straniero. Fare “tabula rasa” attraverso “qualsiasi mezzo” è l’intento del “partito dei puri” in questione, quello dei Khmer rossi. Per sopperire a qualsiasi mancanza di “consenso rivoluzionario” si ricorreva alla violenza più estrema.
La tragedia del popolo cambogiano è rimasta per lungo tempo in secondo piano nel panorama internazionale. Solo nel 1997, un anno prima della morte di Pol Pot, il Khmer Rouge Trial Task Force stabilì di creare una struttura legale e giudiziaria con lo scopo di processare i leader rimanenti dei Khmer rossi per crimini di guerra, genocidio e crimini contro l’umanità.
Il primo processo a carico di uno dei responsabili del genocidio in Cambogia si è svolto a Phnom Pen nel febbraio 2009. Il primo dirigente del Partito Comunista di Kampuchea a sedere sul banco degli imputati fu Kaing Guek Eav, conosciuto anche col nome di guerra Deuch.
Deuch fu considerato direttamente responsabile della morte di 15-20 mila persone che sono transitate tra il 1975 ed il 1979 dalla prigione di Tuol Sleng o S-21, della quale era il direttore, e per questo fu condannato a 35 anni di carcere.
Il 27 giugno 2011 è cominciato il processo ad altri quattro leader membri del Kena Mocchim , il Comitato Centrale dei Khmer rossi:
-Nuon Chea, il “Fratello Numero 2”, Vice-Capo dell'Alto Comando dei Khmer Rossi;
-Khieu Samphan, il “Fratello Numero 4”, Capo di Stato della Kampuchea Democratica e Primo Ministro del governo Khmer;
-Ieng Sary, il “Fratello Numero 3”, cognato di Pol Pot e Ministro degli Affari Esteri della Kampuchea Democratica, fu responsabile di alcuni dei cosiddetti campi di rieducazione;
-Ieng Thirith, moglie di Ieng Sary, responsabile della “Alleanza della Gioventù democratica Khmer”, formata da ragazzini totalmente devoti al regime, usata da Pol Pot nel controllo dell’apparato del Partito.
Nel 2014 Nuon Chea e Khiey Samphan sono stati condannati all'ergastolo per crimini contro l'umanità e nel 2018 la pena è stata ribadita anche per genocidio.
Il 29 dicembre 1998 due capi dei Khmer rossi chiedono pubblicamente scusa per il genocidio cambogiano degli anni settanta, che si stima abbia provocato oltre un milione di vittime.
Il regime dei Khmer rossi è considerato come uno dei più sanguinari del XX secolo.
Dal 1975 al 1979, in soli 3 anni e 8 mesi di governo, il Partito Comunista di Kampuchea provocò la morte di un numero imprecisato di persone; certamente più di un milione, qualche storico arriva ad ipotizzarne quasi tre, considerando esecuzioni, carestie e morti per mancanza di cure mediche. Se consideriamo che la popolazione cambogiana allora arrivava a 7 milioni, è possibile affermare che il regime dei Khmer rossi è quello che ha causato più morti tra tutti quelli del XX secolo, non solo a causa delle esecuzioni politiche, ma anche a causa dei lavori forzati, dell’evacuazione delle città attraverso la giungla compiuta senza alcun mezzo di trasporto e delle pessime condizioni igieniche nelle quali i cambogiani erano costretti a sopravvivere.
Il fine del Partito Comunista di Kampuchea era “purificare” la Cambogia da ogni contaminazione occidentale. Per fare questo, i Khmer rossi non si limitarono a isolare la Cambogia dal resto del mondo, ma decisero di cancellare ogni aspetto della Cambogia pre-rivoluzione che poteva contenere “tracce” della cultura occidentale. Abolirono la moneta, collettivizzarono l’economia, desertificarono la capitale Phnom Penh, e tutte le altre città. Smantellarono religione, sistema scolastico e abolirono tutte le professioni borghesi. Imposero ai cambogiani una nuova identità, in nome dell’uguaglianza esplicitata da una sorta di divisa imposta a tutti: un “sampot” nero.
Con i Khmer rossi assistiamo al tentativo di materializzare un’utopia che contiene in sé l’idea del genocidio. Nella Cambogia dei Khmer rossi c’è il completo rigetto della civiltà urbana più siamese, più cinese, più occidentale che puramente Khmer; il rigetto dell’antico ordine assimilato all’ordine straniero. Fare “tabula rasa” attraverso “qualsiasi mezzo” è l’intento del “partito dei puri” in questione, quello dei Khmer rossi. Per sopperire a qualsiasi mancanza di “consenso rivoluzionario” si ricorreva alla violenza più estrema.
La tragedia del popolo cambogiano è rimasta per lungo tempo in secondo piano nel panorama internazionale. Solo nel 1997, un anno prima della morte di Pol Pot, il Khmer Rouge Trial Task Force stabilì di creare una struttura legale e giudiziaria con lo scopo di processare i leader rimanenti dei Khmer rossi per crimini di guerra, genocidio e crimini contro l’umanità.
Il primo processo a carico di uno dei responsabili del genocidio in Cambogia si è svolto a Phnom Pen nel febbraio 2009. Il primo dirigente del Partito Comunista di Kampuchea a sedere sul banco degli imputati fu Kaing Guek Eav, conosciuto anche col nome di guerra Deuch.
Deuch fu considerato direttamente responsabile della morte di 15-20 mila persone che sono transitate tra il 1975 ed il 1979 dalla prigione di Tuol Sleng o S-21, della quale era il direttore, e per questo fu condannato a 35 anni di carcere.
Il 27 giugno 2011 è cominciato il processo ad altri quattro leader membri del Kena Mocchim , il Comitato Centrale dei Khmer rossi:
-Nuon Chea, il “Fratello Numero 2”, Vice-Capo dell'Alto Comando dei Khmer Rossi;
-Khieu Samphan, il “Fratello Numero 4”, Capo di Stato della Kampuchea Democratica e Primo Ministro del governo Khmer;
-Ieng Sary, il “Fratello Numero 3”, cognato di Pol Pot e Ministro degli Affari Esteri della Kampuchea Democratica, fu responsabile di alcuni dei cosiddetti campi di rieducazione;
-Ieng Thirith, moglie di Ieng Sary, responsabile della “Alleanza della Gioventù democratica Khmer”, formata da ragazzini totalmente devoti al regime, usata da Pol Pot nel controllo dell’apparato del Partito.
Nel 2014 Nuon Chea e Khiey Samphan sono stati condannati all'ergastolo per crimini contro l'umanità e nel 2018 la pena è stata ribadita anche per genocidio.
martedì 26 luglio 2022
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 26 luglio.
Il 26 luglio 1974 nasce in Grecia il governo di Konstantinos Karamanlis, ponendo definitivamente fine ai sette anni della cosiddetta "dittatura dei colonnelli".
Nella notte fra il 20 e il 21 aprile 1967, alle 2.30, un reggimento di paracadutisti con a capo il maggiore Gheorghios Konstantopoulos occupò il ministero della Difesa. Quasi contemporaneamente, nell’oscurità della notte, una lunga colonna di mezzi corazzati alla luce delle fotoelettriche, guidata dal comandante di brigata Stylianos Pattakos, si assicurò il controllo della radio e dei centri di comunicazione, del Parlamento e del Palazzo reale. Le unità della polizia militare, sulla base di liste già predisposte dal loro comandante Ioannis Ladas, arrestarono nello spazio di cinque ore più di diecimila persone, poi trasferite in “centri di raccolta”. Tra loro anche il primo ministro Panagiotis Kannellopoulos. Quattro carri armati bloccarono l’accesso di via Xenokratus, dove abitava insieme alla moglie. Immediatamente un commando con il mitra spianato irruppe nel suo appartamento trascinandolo in strada ancora in pigiama.
Gheorghios Papandreu, l’anziano leader dell’Unione di centro, all’epoca il maggior partito greco, fu invece prelevato nella sua casa a Kastri, appena fuori la capitale. Suo figlio Andreas, in un’altra abitazione, tentò la fuga salendo sul tetto. Un soldato, minacciando con una pistola alla tempia il figlio quattordicenne, lo costrinse ad arrendersi. Sfuggirono alla cattura solo quelli che si spostavano di continuo, come Mikis Theodorakis, il capo della Gioventù Lambrakis. Atene dormiva ancora, anche se quella fu una notte diversa dalle altre, piena di colpi alla porta, di ordini concitati e grida soffocate.
La popolazione al mattino si accorse che i telefoni non funzionavano e che i militari occupavano il Paese. Solo alle 6 il colonnello Gheorghios Papadopoulos dichiarò di aver preso il potere per difendere la “democrazia” e la “libertà”. Non c’era stata alcuna resistenza. La Grecia era finita in mano ai colonnelli.
Il golpe venne attuato applicando il piano Prometeo, predisposto, come in tutti i paesi aderenti alla Nato, per fronteggiare l’eventualità di una “sollevazione comunista”. Non giunse così inaspettatamente. Sorprese che ad attuarlo fossero stati i colonnelli e non i generali fedeli alla corona. Era infatti cosa nota ad Atene che il re stesse progettando un proprio colpo militare, per evitare che nelle elezioni, fissate per il 28 maggio, trionfasse nuovamente l’Unione di centro, fondata nel 1961 da Gheorghios Papandreu, capace in pochi anni di raccogliere e rappresentare le forze sparse dell’opposizione non comunista. La Grecia aveva visto modificarsi radicalmente i propri equilibri politici. La svolta fu l’assassinio del parlamentare di sinistra Grigoris Lambrakis, picchiato con spranghe di ferro da alcuni fascisti protetti dalla gendarmeria locale, la sera del 22 maggio 1963 a Salonicco, dopo una manifestazione promossa dalla Lega per la pace e il disarmo nucleare. Al suo funerale ad Atene parteciparono almeno 500 mila persone al grido di “Lambrakis Zei!”, “Lambrakis Vive!”. La vicenda ispirò il famoso romanzo di Vassilis Vassilikos, non a caso intitolato “Z”, dallo slogan e dai segni tracciati di nascosto sui muri indicanti la lettera iniziale della parola greca “vive”, successivamente trasportato sullo schermo da Costa Gavras nel 1969.
Le reazioni popolari non solo isolarono ma costrinsero alle dimissioni il governo di Konstantinos Karamanlis. Nelle elezioni del novembre 1963 l’Unione di centro vinse superando la destra. L’Eda, la sinistra democratica unificata, costituitasi nell’agosto del 1951 dopo la messa fuori legge nel 1949 del Partito comunista greco, e da esso sostenuta, con i suoi 28 seggi si affermò come la terza grande forza del Paese. Quasi una rivoluzione. L’ex primo ministro lasciò la Grecia ritirandosi in esilio volontario a Parigi. Gheorghios Papandreu, per evitare ogni condizionamento, chiese subito nuove elezioni, puntando alla maggioranza assoluta. Le ottenne e nel febbraio del 1964 sbaragliò definitivamente l’Ere, il partito conservatore, conquistando il 53% dei voti. Re Paolo morì di lì a poco. Sembrava l’inizio di un nuova epoca.
La Grecia aveva conosciuto una sanguinosa guerra civile seguita all’occupazione nazista. Gli accordi fra Unione Sovietica, Gran Bretagna e Stati Uniti, avevano assegnato il Paese alla sfera d’influenza inglese. In questo quadro Winston Churchill riuscì a concordare, nell’ottobre 1944, l’ingresso delle truppe britanniche ad Atene contestualmente alla ritirata tedesca, escludendo dalla capitale i partigiani dell’Elas (Esercito nazionale popolare di liberazione), forte di almeno 45 mila uomini, in preponderanza comunisti, installandovi un governo di coalizione. Quando il 3 dicembre del 1944, ad Atene, le sinistre proclamarono lo sciopero generale per opporsi alla politica del governo e alle interferenze degli inglesi, la polizia sparò sui manifestanti facendo 28 morti. Ai successivi funerali gruppi di ex collaborazionisti tirarono a loro volta al bersaglio dall’alto delle case sulla folla. I morti questa volta furono più di cento. Cominciò così la guerra civile. La sconfitta delle sinistre in armi si consumò nell’estate del 1949. Già dal febbraio del 1948, lo stesso Stalin aveva dichiarato che l’insurrezione greca “doveva rientrare”. La successiva rottura fra Tito e l’Unione Sovietica segnò la fine delle speranze. Anche le frontiere meridionali della Jugoslavia vennero chiuse.
I morti ufficialmente riconosciuti furono 40 mila, anche se in realtà se ne contarono molti di più. Tra gli otto e i diecimila i combattenti comunisti che fuggirono dalla Grecia in Bulgaria, Albania o verso l’Unione Sovietica. Nel frattempo era intervenuta una modifica sostanziale: all’Inghilterra, in fase calante come grande potenza mondiale, era subentrata l’America di Henry Truman. Solo tra il 1947 e il 1948 il governo di Washington sostenne Atene con quasi 200 milioni di dollari in aiuti militari. Successivamente, tra il 1949 e il 1952, gli Stati Uniti riversarono nelle casse della Grecia la cifra record di un miliardo e trenta milioni di dollari, di cui 323 milioni per la difesa. Erano ormai diventati loro i nuovi padroni.
Governata dalla destra e sottomessa agli Stati Uniti andò a formarsi in quegli anni in Grecia non una vera classe imprenditoriale ma una borghesia speculativa e parassitaria. Mano libera venne data a grandi armatori e affaristi grecoamericani. Il capitale straniero divenne uno dei pilastri del sistema economico. Fortissimo fu il tasso di emigrazione. Si stabilizzò nel 1960 attorno alle centomila unità annue, un’enormità per un paese di otto milioni di abitanti. Parallelamente continuò ad essere assoluto il controllo di esercito, magistratura, gendarmeria e burocrazia. Quasi senza soluzione di continuità si perpetuò lo stato di polizia imposto con la fine della guerra civile. Le norme d’emergenza furono mantenute fino al 1963. I non residenti per poter entrare in altre regioni erano costretti a richiedere speciali autorizzazioni concesse solo dall’esercito. Ad esse dovevano sottostare perfino i parlamentari o i candidati della sinistra durante le tornate elettorali. Nelle campagne spadroneggiavano le squadre dei paramilitari (Tea), il cui scopo era di terrorizzare gli avversari politici.
I dati delle elezioni, in compenso, furono regolarmente manipolati. A quel tempo, si diceva, anche gli alberi votavano per il governo. In questo contesto la Grecia aderì alla Nato e si modellarono gli apparati militari. Il Kyp, il servizio segreto greco, fu direttamente creato e finanziato dalla Cia. Gli uomini scelti dovevano essere di gradimento statunitense. Le stesse apparecchiature erano americane. Praticamente una filiale. La Cia sovrintese anche alla costituzione della Gladio greca. Gli accordi furono siglati negli anni Cinquanta. Una forza di circa 3.500 uomini, reclutata anche fra gli ex collaborazionisti dei nazisti, fu addestrata in centri allestiti vicino al monte Olimpo. Più di ottocento, poi si seppe, i nascondigli segreti di armi ed esplosivi sparsi per il Paese. Tutto ciò stava alle spalle di Gheorghios Papandreu quando assunse il governo.
Nel breve tempo della sua esistenza il governo di Papandreu riuscì a riformare la scuola, rendendola accessibile alle classi povere, e varò una legge in favore di una reale autonomia e rappresentatività dei sindacati. Incrementò gli investimenti e facilitò il ricorso al credito per gli agricoltori.
Ma quando diede il via a un’inchiesta sul Kyp, svelandone trame e complotti, si aprì un conflitto politico e istituzionale. Con il pretesto della scoperta, montata ad arte, di una contro-cospirazione di sinistra all’interno dell’esercito, si arrivò alla crisi del governo. Il re Costantino, nel luglio 1965, rifiutò che ad assumere l’incarico di ministro della difesa fosse lo stesso Papandreu. Si giunse in questo modo, dopo un lungo scontro e il vano tentativo da parte della destra di stabilizzare nuovi governi, alla decisione di fissare le elezioni per il 28 maggio del 1967.
Al vertice dell’esercito operava da sempre una sorta di società segreta: l’Idea, ovvero la Sacra lega degli ufficiali greci. Nel suo seno, fondata da Gheorghios Papadopoulos, si era nel frattempo costituita, sotto i buoni auspici della Cia, un’altra organizzazione ancora più segreta: l’Eena, l’Unione dei giovani ufficiali greci. Papadopoulos durante la guerra aveva fatto parte dei Battaglioni di sicurezza che avevano combattuto a fianco dei nazisti, raggiungendo il grado di capitano rastrellando i partigiani nel Peloponneso. Passato, come molti altri, alle dipendenze degli inglesi, riuscì a distinguersi anche nella repressione contro le sinistre. Successivamente reclutato dal Kyp fu mandato ad addestrarsi negli Stati Uniti. Divenne nei fatti l’agente numero uno della Cia. Con lui nell’Eena: Ioannis Ladas, Dimitrios Ioannidis, Nikolaos Makarezos e Stylianos Pattakos.
Questo gruppo di ufficiali decise di entrare in azione per conto proprio il 21 aprile del 1967. Quando i capi dell’esercito si ritrovarono ad Atene per una riunione compresero che era giunto il momento. Trasmisero alle unità dislocate nel Paese l’ordine di eseguire il piano Prometeo, facendo loro credere che fosse emanato dal capo di stato maggiore. Tutti gli ufficiali lo eseguirono senza protestare. L’interruzione delle comunicazioni telefoniche facilitò la riuscita delle operazioni. Tutto il piano sarebbe comunque andato all’aria se il re si fosse opposto. Ma Costantino, dopo qualche tentennamento, fu convinto dalla Cia ad avallare il golpe. Opporvisi avrebbe significato rischiare la sollevazione. Gli inglesi, dal canto loro, si limitarono solo a consigliare al sovrano di inserire alcune persone di fiducia nella nuova giunta alla guida del Paese.
Fu in realtà la Cia ad orchestrare il tutto. Gli americani, a conoscenza dell’influenza britannica sui generali ed il re, oltre che del progetto di un loro colpo di Stato, previsto per il 13 maggio, decisero di bruciare tutti sul tempo. Per farlo si servirono del colonnello Papadopoulos e dell’Eena. Gli Stati Uniti si garantirono in questo modo un sostegno decisivo nel Mediterraneo orientale. La soluzione “dittatura militare” non fu certo in quel periodo un’eccezione. In soli quattro anni la Cia aveva operato per sbocchi analoghi in diverse parti del mondo: in Turchia (1960), nel Vietnam (1963), in Brasile (1964), e a Santo Domingo (1965).
Per la prima volta dal dopoguerra un paese europeo passava da un regime parlamentare ad una dittatura. Giocoforza a questa esperienza guardarono tutte le forze dell’estrema destra, in particolare i neofascisti italiani. Pino Rauti, il fondatore di Ordine nuovo, si recò in Grecia appena un mese dopo, tornandovi a più riprese. Visite non certo di piacere. In alcune testimonianze di fonte locale si parlò anche di addestramenti ad Atene all’uso di esplosivi e sulle tecniche della guerriglia urbana a neofascisti italiani. Particolarmente significativo fu in questo ambito un viaggio di ben 49 esponenti di Ordine nuovo, Avanguardia nazionale, Europa civiltà e Nuova caravella, l’organizzazione universitaria del Msi, compiuto tra il 18 e il 25 aprile del 1968, nel primo anniversario del golpe. Tra loro, oltre a Pino Rauti, Adriano Tilgher, Mario Merlino e Giulio Maceratini. Furono ricevuti da Stylianos Pattakos, con tanto di foto a celebrare l’evento. Di molti di loro si sentirà ancora parlare negli anni successivi. La “strategia della tensione” che di lì a pochi anni si svilupperà in Italia, fu sperimentata con successo in Grecia, tra la primavera del 1964 e il 1967.
Si iniziò con una strage di manifestanti, nel novembre 1964, in occasione di una celebrazione organizzata unitariamente dai reduci della resistenza greca al ponte di Gorgopotamos. Cinque i morti e più di un centinaio i feriti. La destra accusò gli stessi partecipanti di aver portato al raduno l’ordigno che poi esplose. Si passò poi agli attentati alle caserme, al confine con la Turchia, per creare agitazione nelle forze armate. Ma la provocazione più grossa fu imbastita ad Atene, il 20 agosto 1965, quando nella stessa notte scoppiarono a breve distanza diversi ordigni e gruppi organizzati attaccarono poliziotti isolati. Si accusarono subito gli anarchici e gli studenti di sinistra. Si scoprì in seguito che ad operare furono agenti di polizia spalleggiati dal movimento neofascista “4 agosto”, costituito nel 1964 da Costantino Plevris, teorico della tattica della provocazione, strettamente collegato al Kyp e agli ufficiali dell’Eena. La Grecia aveva fatto scuola.
Il regime crollò nell’estate del 1974. Papadopoulos aveva già dovuto passare la mano da qualche mese, dopo la rivolta, nel novembre del 1973, degli studenti universitari al Politecnico di Atene, a cui si erano uniti migliaia di lavoratori, repressa con i carri armati. Negli scontri rimasero uccise 24 persone. Il generale Dimitros Ioannidis rimosse Papadopoulos ritenendolo troppo debole e accondiscendente. Ioannidis tentò anche di rovesciare l’arcivescovo Makarios, presidente di Cipro, attraverso un colpo di Stato condotto dall’organizzazione filo-ellenica Eoka-B.
La reazione della Turchia che invase la parte nord dell’isola portò la Grecia sull’orlo della guerra. Fu la fine. I membri della giunta militare tolsero il loro appoggio a Ioannidis e nominarono presidente il generale Phaedon Ghizikis. Constatata la bancarotta richiamarono in patria il vecchio Kostantinos Karamanlis con l’obiettivo di formare un governo di unità nazionale e portare il Paese alle elezioni. Nel novembre del 1974 si tornò a votare. Il regime dei colonnelli era caduto. Tra le sue tante vittime, una anche in Italia, il giovane studente greco Kostas Georgakis, che il 19 settembre del 1970, alle 3 di notte, si immolò, per protestare contro la dittatura, dandosi fuoco nella sua Fiat 500, in piazza Matteotti a Genova. Doveroso ricordarlo.
Il 26 luglio 1974 nasce in Grecia il governo di Konstantinos Karamanlis, ponendo definitivamente fine ai sette anni della cosiddetta "dittatura dei colonnelli".
Nella notte fra il 20 e il 21 aprile 1967, alle 2.30, un reggimento di paracadutisti con a capo il maggiore Gheorghios Konstantopoulos occupò il ministero della Difesa. Quasi contemporaneamente, nell’oscurità della notte, una lunga colonna di mezzi corazzati alla luce delle fotoelettriche, guidata dal comandante di brigata Stylianos Pattakos, si assicurò il controllo della radio e dei centri di comunicazione, del Parlamento e del Palazzo reale. Le unità della polizia militare, sulla base di liste già predisposte dal loro comandante Ioannis Ladas, arrestarono nello spazio di cinque ore più di diecimila persone, poi trasferite in “centri di raccolta”. Tra loro anche il primo ministro Panagiotis Kannellopoulos. Quattro carri armati bloccarono l’accesso di via Xenokratus, dove abitava insieme alla moglie. Immediatamente un commando con il mitra spianato irruppe nel suo appartamento trascinandolo in strada ancora in pigiama.
Gheorghios Papandreu, l’anziano leader dell’Unione di centro, all’epoca il maggior partito greco, fu invece prelevato nella sua casa a Kastri, appena fuori la capitale. Suo figlio Andreas, in un’altra abitazione, tentò la fuga salendo sul tetto. Un soldato, minacciando con una pistola alla tempia il figlio quattordicenne, lo costrinse ad arrendersi. Sfuggirono alla cattura solo quelli che si spostavano di continuo, come Mikis Theodorakis, il capo della Gioventù Lambrakis. Atene dormiva ancora, anche se quella fu una notte diversa dalle altre, piena di colpi alla porta, di ordini concitati e grida soffocate.
La popolazione al mattino si accorse che i telefoni non funzionavano e che i militari occupavano il Paese. Solo alle 6 il colonnello Gheorghios Papadopoulos dichiarò di aver preso il potere per difendere la “democrazia” e la “libertà”. Non c’era stata alcuna resistenza. La Grecia era finita in mano ai colonnelli.
Il golpe venne attuato applicando il piano Prometeo, predisposto, come in tutti i paesi aderenti alla Nato, per fronteggiare l’eventualità di una “sollevazione comunista”. Non giunse così inaspettatamente. Sorprese che ad attuarlo fossero stati i colonnelli e non i generali fedeli alla corona. Era infatti cosa nota ad Atene che il re stesse progettando un proprio colpo militare, per evitare che nelle elezioni, fissate per il 28 maggio, trionfasse nuovamente l’Unione di centro, fondata nel 1961 da Gheorghios Papandreu, capace in pochi anni di raccogliere e rappresentare le forze sparse dell’opposizione non comunista. La Grecia aveva visto modificarsi radicalmente i propri equilibri politici. La svolta fu l’assassinio del parlamentare di sinistra Grigoris Lambrakis, picchiato con spranghe di ferro da alcuni fascisti protetti dalla gendarmeria locale, la sera del 22 maggio 1963 a Salonicco, dopo una manifestazione promossa dalla Lega per la pace e il disarmo nucleare. Al suo funerale ad Atene parteciparono almeno 500 mila persone al grido di “Lambrakis Zei!”, “Lambrakis Vive!”. La vicenda ispirò il famoso romanzo di Vassilis Vassilikos, non a caso intitolato “Z”, dallo slogan e dai segni tracciati di nascosto sui muri indicanti la lettera iniziale della parola greca “vive”, successivamente trasportato sullo schermo da Costa Gavras nel 1969.
Le reazioni popolari non solo isolarono ma costrinsero alle dimissioni il governo di Konstantinos Karamanlis. Nelle elezioni del novembre 1963 l’Unione di centro vinse superando la destra. L’Eda, la sinistra democratica unificata, costituitasi nell’agosto del 1951 dopo la messa fuori legge nel 1949 del Partito comunista greco, e da esso sostenuta, con i suoi 28 seggi si affermò come la terza grande forza del Paese. Quasi una rivoluzione. L’ex primo ministro lasciò la Grecia ritirandosi in esilio volontario a Parigi. Gheorghios Papandreu, per evitare ogni condizionamento, chiese subito nuove elezioni, puntando alla maggioranza assoluta. Le ottenne e nel febbraio del 1964 sbaragliò definitivamente l’Ere, il partito conservatore, conquistando il 53% dei voti. Re Paolo morì di lì a poco. Sembrava l’inizio di un nuova epoca.
La Grecia aveva conosciuto una sanguinosa guerra civile seguita all’occupazione nazista. Gli accordi fra Unione Sovietica, Gran Bretagna e Stati Uniti, avevano assegnato il Paese alla sfera d’influenza inglese. In questo quadro Winston Churchill riuscì a concordare, nell’ottobre 1944, l’ingresso delle truppe britanniche ad Atene contestualmente alla ritirata tedesca, escludendo dalla capitale i partigiani dell’Elas (Esercito nazionale popolare di liberazione), forte di almeno 45 mila uomini, in preponderanza comunisti, installandovi un governo di coalizione. Quando il 3 dicembre del 1944, ad Atene, le sinistre proclamarono lo sciopero generale per opporsi alla politica del governo e alle interferenze degli inglesi, la polizia sparò sui manifestanti facendo 28 morti. Ai successivi funerali gruppi di ex collaborazionisti tirarono a loro volta al bersaglio dall’alto delle case sulla folla. I morti questa volta furono più di cento. Cominciò così la guerra civile. La sconfitta delle sinistre in armi si consumò nell’estate del 1949. Già dal febbraio del 1948, lo stesso Stalin aveva dichiarato che l’insurrezione greca “doveva rientrare”. La successiva rottura fra Tito e l’Unione Sovietica segnò la fine delle speranze. Anche le frontiere meridionali della Jugoslavia vennero chiuse.
I morti ufficialmente riconosciuti furono 40 mila, anche se in realtà se ne contarono molti di più. Tra gli otto e i diecimila i combattenti comunisti che fuggirono dalla Grecia in Bulgaria, Albania o verso l’Unione Sovietica. Nel frattempo era intervenuta una modifica sostanziale: all’Inghilterra, in fase calante come grande potenza mondiale, era subentrata l’America di Henry Truman. Solo tra il 1947 e il 1948 il governo di Washington sostenne Atene con quasi 200 milioni di dollari in aiuti militari. Successivamente, tra il 1949 e il 1952, gli Stati Uniti riversarono nelle casse della Grecia la cifra record di un miliardo e trenta milioni di dollari, di cui 323 milioni per la difesa. Erano ormai diventati loro i nuovi padroni.
Governata dalla destra e sottomessa agli Stati Uniti andò a formarsi in quegli anni in Grecia non una vera classe imprenditoriale ma una borghesia speculativa e parassitaria. Mano libera venne data a grandi armatori e affaristi grecoamericani. Il capitale straniero divenne uno dei pilastri del sistema economico. Fortissimo fu il tasso di emigrazione. Si stabilizzò nel 1960 attorno alle centomila unità annue, un’enormità per un paese di otto milioni di abitanti. Parallelamente continuò ad essere assoluto il controllo di esercito, magistratura, gendarmeria e burocrazia. Quasi senza soluzione di continuità si perpetuò lo stato di polizia imposto con la fine della guerra civile. Le norme d’emergenza furono mantenute fino al 1963. I non residenti per poter entrare in altre regioni erano costretti a richiedere speciali autorizzazioni concesse solo dall’esercito. Ad esse dovevano sottostare perfino i parlamentari o i candidati della sinistra durante le tornate elettorali. Nelle campagne spadroneggiavano le squadre dei paramilitari (Tea), il cui scopo era di terrorizzare gli avversari politici.
I dati delle elezioni, in compenso, furono regolarmente manipolati. A quel tempo, si diceva, anche gli alberi votavano per il governo. In questo contesto la Grecia aderì alla Nato e si modellarono gli apparati militari. Il Kyp, il servizio segreto greco, fu direttamente creato e finanziato dalla Cia. Gli uomini scelti dovevano essere di gradimento statunitense. Le stesse apparecchiature erano americane. Praticamente una filiale. La Cia sovrintese anche alla costituzione della Gladio greca. Gli accordi furono siglati negli anni Cinquanta. Una forza di circa 3.500 uomini, reclutata anche fra gli ex collaborazionisti dei nazisti, fu addestrata in centri allestiti vicino al monte Olimpo. Più di ottocento, poi si seppe, i nascondigli segreti di armi ed esplosivi sparsi per il Paese. Tutto ciò stava alle spalle di Gheorghios Papandreu quando assunse il governo.
Nel breve tempo della sua esistenza il governo di Papandreu riuscì a riformare la scuola, rendendola accessibile alle classi povere, e varò una legge in favore di una reale autonomia e rappresentatività dei sindacati. Incrementò gli investimenti e facilitò il ricorso al credito per gli agricoltori.
Ma quando diede il via a un’inchiesta sul Kyp, svelandone trame e complotti, si aprì un conflitto politico e istituzionale. Con il pretesto della scoperta, montata ad arte, di una contro-cospirazione di sinistra all’interno dell’esercito, si arrivò alla crisi del governo. Il re Costantino, nel luglio 1965, rifiutò che ad assumere l’incarico di ministro della difesa fosse lo stesso Papandreu. Si giunse in questo modo, dopo un lungo scontro e il vano tentativo da parte della destra di stabilizzare nuovi governi, alla decisione di fissare le elezioni per il 28 maggio del 1967.
Al vertice dell’esercito operava da sempre una sorta di società segreta: l’Idea, ovvero la Sacra lega degli ufficiali greci. Nel suo seno, fondata da Gheorghios Papadopoulos, si era nel frattempo costituita, sotto i buoni auspici della Cia, un’altra organizzazione ancora più segreta: l’Eena, l’Unione dei giovani ufficiali greci. Papadopoulos durante la guerra aveva fatto parte dei Battaglioni di sicurezza che avevano combattuto a fianco dei nazisti, raggiungendo il grado di capitano rastrellando i partigiani nel Peloponneso. Passato, come molti altri, alle dipendenze degli inglesi, riuscì a distinguersi anche nella repressione contro le sinistre. Successivamente reclutato dal Kyp fu mandato ad addestrarsi negli Stati Uniti. Divenne nei fatti l’agente numero uno della Cia. Con lui nell’Eena: Ioannis Ladas, Dimitrios Ioannidis, Nikolaos Makarezos e Stylianos Pattakos.
Questo gruppo di ufficiali decise di entrare in azione per conto proprio il 21 aprile del 1967. Quando i capi dell’esercito si ritrovarono ad Atene per una riunione compresero che era giunto il momento. Trasmisero alle unità dislocate nel Paese l’ordine di eseguire il piano Prometeo, facendo loro credere che fosse emanato dal capo di stato maggiore. Tutti gli ufficiali lo eseguirono senza protestare. L’interruzione delle comunicazioni telefoniche facilitò la riuscita delle operazioni. Tutto il piano sarebbe comunque andato all’aria se il re si fosse opposto. Ma Costantino, dopo qualche tentennamento, fu convinto dalla Cia ad avallare il golpe. Opporvisi avrebbe significato rischiare la sollevazione. Gli inglesi, dal canto loro, si limitarono solo a consigliare al sovrano di inserire alcune persone di fiducia nella nuova giunta alla guida del Paese.
Fu in realtà la Cia ad orchestrare il tutto. Gli americani, a conoscenza dell’influenza britannica sui generali ed il re, oltre che del progetto di un loro colpo di Stato, previsto per il 13 maggio, decisero di bruciare tutti sul tempo. Per farlo si servirono del colonnello Papadopoulos e dell’Eena. Gli Stati Uniti si garantirono in questo modo un sostegno decisivo nel Mediterraneo orientale. La soluzione “dittatura militare” non fu certo in quel periodo un’eccezione. In soli quattro anni la Cia aveva operato per sbocchi analoghi in diverse parti del mondo: in Turchia (1960), nel Vietnam (1963), in Brasile (1964), e a Santo Domingo (1965).
Per la prima volta dal dopoguerra un paese europeo passava da un regime parlamentare ad una dittatura. Giocoforza a questa esperienza guardarono tutte le forze dell’estrema destra, in particolare i neofascisti italiani. Pino Rauti, il fondatore di Ordine nuovo, si recò in Grecia appena un mese dopo, tornandovi a più riprese. Visite non certo di piacere. In alcune testimonianze di fonte locale si parlò anche di addestramenti ad Atene all’uso di esplosivi e sulle tecniche della guerriglia urbana a neofascisti italiani. Particolarmente significativo fu in questo ambito un viaggio di ben 49 esponenti di Ordine nuovo, Avanguardia nazionale, Europa civiltà e Nuova caravella, l’organizzazione universitaria del Msi, compiuto tra il 18 e il 25 aprile del 1968, nel primo anniversario del golpe. Tra loro, oltre a Pino Rauti, Adriano Tilgher, Mario Merlino e Giulio Maceratini. Furono ricevuti da Stylianos Pattakos, con tanto di foto a celebrare l’evento. Di molti di loro si sentirà ancora parlare negli anni successivi. La “strategia della tensione” che di lì a pochi anni si svilupperà in Italia, fu sperimentata con successo in Grecia, tra la primavera del 1964 e il 1967.
Si iniziò con una strage di manifestanti, nel novembre 1964, in occasione di una celebrazione organizzata unitariamente dai reduci della resistenza greca al ponte di Gorgopotamos. Cinque i morti e più di un centinaio i feriti. La destra accusò gli stessi partecipanti di aver portato al raduno l’ordigno che poi esplose. Si passò poi agli attentati alle caserme, al confine con la Turchia, per creare agitazione nelle forze armate. Ma la provocazione più grossa fu imbastita ad Atene, il 20 agosto 1965, quando nella stessa notte scoppiarono a breve distanza diversi ordigni e gruppi organizzati attaccarono poliziotti isolati. Si accusarono subito gli anarchici e gli studenti di sinistra. Si scoprì in seguito che ad operare furono agenti di polizia spalleggiati dal movimento neofascista “4 agosto”, costituito nel 1964 da Costantino Plevris, teorico della tattica della provocazione, strettamente collegato al Kyp e agli ufficiali dell’Eena. La Grecia aveva fatto scuola.
Il regime crollò nell’estate del 1974. Papadopoulos aveva già dovuto passare la mano da qualche mese, dopo la rivolta, nel novembre del 1973, degli studenti universitari al Politecnico di Atene, a cui si erano uniti migliaia di lavoratori, repressa con i carri armati. Negli scontri rimasero uccise 24 persone. Il generale Dimitros Ioannidis rimosse Papadopoulos ritenendolo troppo debole e accondiscendente. Ioannidis tentò anche di rovesciare l’arcivescovo Makarios, presidente di Cipro, attraverso un colpo di Stato condotto dall’organizzazione filo-ellenica Eoka-B.
La reazione della Turchia che invase la parte nord dell’isola portò la Grecia sull’orlo della guerra. Fu la fine. I membri della giunta militare tolsero il loro appoggio a Ioannidis e nominarono presidente il generale Phaedon Ghizikis. Constatata la bancarotta richiamarono in patria il vecchio Kostantinos Karamanlis con l’obiettivo di formare un governo di unità nazionale e portare il Paese alle elezioni. Nel novembre del 1974 si tornò a votare. Il regime dei colonnelli era caduto. Tra le sue tante vittime, una anche in Italia, il giovane studente greco Kostas Georgakis, che il 19 settembre del 1970, alle 3 di notte, si immolò, per protestare contro la dittatura, dandosi fuoco nella sua Fiat 500, in piazza Matteotti a Genova. Doveroso ricordarlo.
mercoledì 20 ottobre 2021
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 20 ottobre.
Il 20 ottobre 2011, durante una lunga e logorante guerra civile, i ribelli libici uccidono il colonnello Gheddafi, sovrano indiscusso del paese da oltre 40 anni.
Muammar Gheddafi nasce il giorno 7 giugno 1942 a Sirte, città portuale libica, all'epoca parte della provincia italiana di Misurata.
Gheddafi fu la guida ideologica del colpo di stato che il 1 settembre 1969 portò alla caduta della monarchia del re Idris. Di fatto nel paese che è andato a guidare negli anni, vigeva un regime del tutto assimilabile a una dittatura: infatti Gheddafi godeva di poteri assoluti e deteneva nel mondo il record come capo di Stato in carica da più tempo.
Negli anni della sua nascita l'Africa del nord è a suo malgrado teatro degli eventi bellici mondiali. Figlio di beduini analfabeti, il piccolo Muammar cresce ai bordi del deserto dove pascola ovini e cammelli, alla bisogna raccoglie quei pochi cereali che l'arida terra del deserto riesce a dare.
Come tutti i maschi delle stesse condizioni sociali ha però il diritto di essere iniziato alla dottrina dell'Islam, impara così a leggere e a scrivere con un unico libro di testo: il Corano.
Nella Libia del 1948 il recente passato bellico è ancora vivo. Il piccolo Gheddafi e due cuginetti sono investiti dallo scoppio accidentale di una granata inesplosa mentre giocano tra le dune. L'ordigno, probabilmente un lacerto dell'esercito italiano di stanza nella zona all'epoca del conflitto, uccide i due cugini e ferisce ad un braccio Muammar provocandogli una profonda cicatrice. Fedele alla dottrina impartita, nel 1956 raggiunta l'età di otto anni, si iscrive alla scuola coranica a Sirte e in un secondo momento a quella di Fezzen, che è in pieno deserto. Il piccolo studente fa la spola tra la tenda paterna e la città una volta alla settimana. Frequenta le scuole coraniche fino al 1961.
Si trasferisce a Bengasi, città del golfo della Sirte, dove si iscrive all'Accademia Militare. Provetto cadetto, nel 1968, frequenta un corso di specializzazione a Beaconsfield cittadina inglese a circa quarantacinque chilometri da Londra. Termina l'addestramento militare nel 1969: Gheddafi ha ventisette anni e il grado di capitano.
Durante tutto il periodo della sua formazione sia ideologica sia marziale è influenzato dal pensiero panarabo e dalle idee repubblicane dello statista egiziano Gamal Abd el-Nasser, che sconvolgono il mondo arabo. La Libia è difatti una monarchia corrotta, asservita agli occidentali. Il governo di re Idris I stenta a lasciarsi alle spalle il passato colonialista, fatto di servilismi e disfacimento.
Infervorato dalla realtà di questa situazione, Muammar Gheddafi il giorno martedì 26 agosto 1969, approfitta dell'assenza dei regnanti, impegnati in un viaggio all'estero, e guida, con l'appoggio di parte dell'esercito a lui solidale, un colpo di stato militare volto a ribaltare la situazione governativa. La manovra ha successo, e appena il lunedì della settimana successiva, il primo settembre, la Libia è una "Repubblica Araba Libera e Democratica". Il governo è retto da dodici militari devoti alla causa panaraba di stampo nasseriano, che formano il Consiglio del Comando della Rivoluzione. A capo del Consiglio c'è Muammar che ha il titolo di Colonnello. Gli stati Arabi riconoscono subito il nuovo Stato libico e anche l'URSS e le potenze occidentali, anche se in un primo momento restie, danno credito a quello che in pratica è un regime dittatoriale instaurato dal Colonnello Gheddafi.
Grazie alle risorse petrolifere del territorio, il nuovo governo crea dapprima le infrastrutture mancanti al paese: scuole e ospedali, vengono anche parificati gli stipendi dei dipendenti "statali" e aperte le partecipazioni aziendali per gli operai. Il neo-governo instaura la legge religiosa. La "Sharia" derivata dai concetti della Sunna e del Corano proibisce l'uso delle bevande alcoliche, che vengono quindi bandite in tutto il territorio, con la conseguente chiusura "forzata" dei locali notturni e delle sale da gioco. La politica nazionalista estirpa poi qualsiasi riferimento straniero dalla vita quotidiana delle persone a partire dalle insegne dei negozi che devono essere tutto in caratteri arabi. L'insegnamento di una lingua straniera è bandita nelle scuole.
Le comunità estere residenti nel paese, tra cui quella italiana che è numerosissima, sono progressivamente espulse; i beni sono confiscati in nome di una rivalsa contro "i popoli oppressori".
Tutti i contratti petroliferi con aziende estere sono stracciati e le aziende statalizzate, salvo poi rivedere alcune posizioni in particolar modo con il governo italiano. Anche le basi militari di USA e Inghilterra sono evacuate e riconvertite dal Governo del Colonnello.
Gheddafi espone i suoi principi politici e filosofici nel famoso "Libro verde" (il cui nome rimanda al "Libro Rosso" di Mao Tse-tung), pubblicato nel 1976. Il titolo prendeva spunto dal colore della bandiera libica, che infatti è completamente verde, e che richiama la religione musulmana, dato che verde era il colore preferito di Maometto ed il colore del suo mantello.
Durante gli anni '90 condanna l'invasione dell'Iraq ai danni del Kuwait (1990) e sostiene le trattative di pace tra Etiopia ed Eritrea. Quando anche Nelson Mandela fece appello alla comunità internazionale, a fronte della disponibilità libica di lasciar sottoporre a giudizio gli imputati libici della strage di Lockerbie e al conseguente pagamento dei danni provocati alle vittime, l'ONU decise di ritirare l'embargo alla Libia (primavera del 1999).
Nei primi anni dopo il 2000, gli sviluppi della politica estera di Gheddafi portano ad un riavvicinamento agli Stati Uniti di George W. Bush e alle democrazie europee, con un parallelo allontanamento dall'integralismo islamico.
Nel febbraio 2011 la rivoluzione araba colpisce la Libia portando a sanguinosi scontri e ad oltre mille morti. Le violenze perpetrate dal raìs contro la popolazione rivoltosa libica impiegano l'utilizzo di forze mercenarie africane provenienti dal Niger e altri stati limitrofi. Nel mese di marzo una risoluzione ONU autorizza la comunità europea a intervenire con mezzi militari per garantire l'incolumità dei cittadini libici e di fatto evitare una guerra civile.
Tripoli cade il il 21 agosto: i fedeli al vecchio regime di Gheddafi organizzano la loro resistenza in varie aree del paese, principalmente a Sirte e Bani Walid. Dopo lunghi mesi di fuga e resistenza, il leader libico viene catturato durante la fuga da Sirte, sua città natale, caduta ad ottobre sotto gli ultimi assalti degli insorti e dopo un lungo assedio. Un doppio raid degli elicotteri della Nato, a supporto dei ribelli libici, avrebbe prima bloccato Gheddafi e poi ferito mortalmente in un secondo tempo. Muammar Gheddafi muore durante il trasporto in ambulanza il 20 ottobre 2011. Aveva 69 anni.
Nel marzo 2012 la Guardia di Finanza ha sequestrato beni in Italia della famiglia Gheddafi per oltre un miliardo di euro. Tra questi l’1,256 % di Unicredit (pari ad un valore di 611 milioni di euro), il 2 % di Finmeccanica, l’1,5 % della Juventus, lo 0,58 % di Eni, pari a 410 milioni, lo 0,33 % di alcune società del gruppo Fiat, come Fiat Spa e Fiat Industrial. Oltre alle quote azionarie, le Fiamme Gialle hanno apposto i sigilli anche a 150 ettari di terreno nell’isola di Pantelleria, due moto (una Harley Davidson e una Yamaha) e un appartamento in via Sardegna, a Roma. Diversi anche i conti correnti posti sotto sequestro: il deposito più consistente, 650mila euro in titoli, è quello presso la filiale di Roma della Ubae Bank, una joint venture italo-libica.
Il 20 ottobre 2011, durante una lunga e logorante guerra civile, i ribelli libici uccidono il colonnello Gheddafi, sovrano indiscusso del paese da oltre 40 anni.
Muammar Gheddafi nasce il giorno 7 giugno 1942 a Sirte, città portuale libica, all'epoca parte della provincia italiana di Misurata.
Gheddafi fu la guida ideologica del colpo di stato che il 1 settembre 1969 portò alla caduta della monarchia del re Idris. Di fatto nel paese che è andato a guidare negli anni, vigeva un regime del tutto assimilabile a una dittatura: infatti Gheddafi godeva di poteri assoluti e deteneva nel mondo il record come capo di Stato in carica da più tempo.
Negli anni della sua nascita l'Africa del nord è a suo malgrado teatro degli eventi bellici mondiali. Figlio di beduini analfabeti, il piccolo Muammar cresce ai bordi del deserto dove pascola ovini e cammelli, alla bisogna raccoglie quei pochi cereali che l'arida terra del deserto riesce a dare.
Come tutti i maschi delle stesse condizioni sociali ha però il diritto di essere iniziato alla dottrina dell'Islam, impara così a leggere e a scrivere con un unico libro di testo: il Corano.
Nella Libia del 1948 il recente passato bellico è ancora vivo. Il piccolo Gheddafi e due cuginetti sono investiti dallo scoppio accidentale di una granata inesplosa mentre giocano tra le dune. L'ordigno, probabilmente un lacerto dell'esercito italiano di stanza nella zona all'epoca del conflitto, uccide i due cugini e ferisce ad un braccio Muammar provocandogli una profonda cicatrice. Fedele alla dottrina impartita, nel 1956 raggiunta l'età di otto anni, si iscrive alla scuola coranica a Sirte e in un secondo momento a quella di Fezzen, che è in pieno deserto. Il piccolo studente fa la spola tra la tenda paterna e la città una volta alla settimana. Frequenta le scuole coraniche fino al 1961.
Si trasferisce a Bengasi, città del golfo della Sirte, dove si iscrive all'Accademia Militare. Provetto cadetto, nel 1968, frequenta un corso di specializzazione a Beaconsfield cittadina inglese a circa quarantacinque chilometri da Londra. Termina l'addestramento militare nel 1969: Gheddafi ha ventisette anni e il grado di capitano.
Durante tutto il periodo della sua formazione sia ideologica sia marziale è influenzato dal pensiero panarabo e dalle idee repubblicane dello statista egiziano Gamal Abd el-Nasser, che sconvolgono il mondo arabo. La Libia è difatti una monarchia corrotta, asservita agli occidentali. Il governo di re Idris I stenta a lasciarsi alle spalle il passato colonialista, fatto di servilismi e disfacimento.
Infervorato dalla realtà di questa situazione, Muammar Gheddafi il giorno martedì 26 agosto 1969, approfitta dell'assenza dei regnanti, impegnati in un viaggio all'estero, e guida, con l'appoggio di parte dell'esercito a lui solidale, un colpo di stato militare volto a ribaltare la situazione governativa. La manovra ha successo, e appena il lunedì della settimana successiva, il primo settembre, la Libia è una "Repubblica Araba Libera e Democratica". Il governo è retto da dodici militari devoti alla causa panaraba di stampo nasseriano, che formano il Consiglio del Comando della Rivoluzione. A capo del Consiglio c'è Muammar che ha il titolo di Colonnello. Gli stati Arabi riconoscono subito il nuovo Stato libico e anche l'URSS e le potenze occidentali, anche se in un primo momento restie, danno credito a quello che in pratica è un regime dittatoriale instaurato dal Colonnello Gheddafi.
Grazie alle risorse petrolifere del territorio, il nuovo governo crea dapprima le infrastrutture mancanti al paese: scuole e ospedali, vengono anche parificati gli stipendi dei dipendenti "statali" e aperte le partecipazioni aziendali per gli operai. Il neo-governo instaura la legge religiosa. La "Sharia" derivata dai concetti della Sunna e del Corano proibisce l'uso delle bevande alcoliche, che vengono quindi bandite in tutto il territorio, con la conseguente chiusura "forzata" dei locali notturni e delle sale da gioco. La politica nazionalista estirpa poi qualsiasi riferimento straniero dalla vita quotidiana delle persone a partire dalle insegne dei negozi che devono essere tutto in caratteri arabi. L'insegnamento di una lingua straniera è bandita nelle scuole.
Le comunità estere residenti nel paese, tra cui quella italiana che è numerosissima, sono progressivamente espulse; i beni sono confiscati in nome di una rivalsa contro "i popoli oppressori".
Tutti i contratti petroliferi con aziende estere sono stracciati e le aziende statalizzate, salvo poi rivedere alcune posizioni in particolar modo con il governo italiano. Anche le basi militari di USA e Inghilterra sono evacuate e riconvertite dal Governo del Colonnello.
Gheddafi espone i suoi principi politici e filosofici nel famoso "Libro verde" (il cui nome rimanda al "Libro Rosso" di Mao Tse-tung), pubblicato nel 1976. Il titolo prendeva spunto dal colore della bandiera libica, che infatti è completamente verde, e che richiama la religione musulmana, dato che verde era il colore preferito di Maometto ed il colore del suo mantello.
Durante gli anni '90 condanna l'invasione dell'Iraq ai danni del Kuwait (1990) e sostiene le trattative di pace tra Etiopia ed Eritrea. Quando anche Nelson Mandela fece appello alla comunità internazionale, a fronte della disponibilità libica di lasciar sottoporre a giudizio gli imputati libici della strage di Lockerbie e al conseguente pagamento dei danni provocati alle vittime, l'ONU decise di ritirare l'embargo alla Libia (primavera del 1999).
Nei primi anni dopo il 2000, gli sviluppi della politica estera di Gheddafi portano ad un riavvicinamento agli Stati Uniti di George W. Bush e alle democrazie europee, con un parallelo allontanamento dall'integralismo islamico.
Nel febbraio 2011 la rivoluzione araba colpisce la Libia portando a sanguinosi scontri e ad oltre mille morti. Le violenze perpetrate dal raìs contro la popolazione rivoltosa libica impiegano l'utilizzo di forze mercenarie africane provenienti dal Niger e altri stati limitrofi. Nel mese di marzo una risoluzione ONU autorizza la comunità europea a intervenire con mezzi militari per garantire l'incolumità dei cittadini libici e di fatto evitare una guerra civile.
Tripoli cade il il 21 agosto: i fedeli al vecchio regime di Gheddafi organizzano la loro resistenza in varie aree del paese, principalmente a Sirte e Bani Walid. Dopo lunghi mesi di fuga e resistenza, il leader libico viene catturato durante la fuga da Sirte, sua città natale, caduta ad ottobre sotto gli ultimi assalti degli insorti e dopo un lungo assedio. Un doppio raid degli elicotteri della Nato, a supporto dei ribelli libici, avrebbe prima bloccato Gheddafi e poi ferito mortalmente in un secondo tempo. Muammar Gheddafi muore durante il trasporto in ambulanza il 20 ottobre 2011. Aveva 69 anni.
Nel marzo 2012 la Guardia di Finanza ha sequestrato beni in Italia della famiglia Gheddafi per oltre un miliardo di euro. Tra questi l’1,256 % di Unicredit (pari ad un valore di 611 milioni di euro), il 2 % di Finmeccanica, l’1,5 % della Juventus, lo 0,58 % di Eni, pari a 410 milioni, lo 0,33 % di alcune società del gruppo Fiat, come Fiat Spa e Fiat Industrial. Oltre alle quote azionarie, le Fiamme Gialle hanno apposto i sigilli anche a 150 ettari di terreno nell’isola di Pantelleria, due moto (una Harley Davidson e una Yamaha) e un appartamento in via Sardegna, a Roma. Diversi anche i conti correnti posti sotto sequestro: il deposito più consistente, 650mila euro in titoli, è quello presso la filiale di Roma della Ubae Bank, una joint venture italo-libica.
mercoledì 29 settembre 2021
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 29 settembre.
Il 29 settembre 1936 Francisco Franco viene dichiarato Generalísimo de los ejércitos de Tierra, Mar y Aire. E' l'inizio della dittutura spagnola conosciuta come "franchismo".
Francisco Franco Bahamonde nasce il 4 dicembre 1892 a El Ferrol, città portuale della Spagna nordoccidentale (nella regione della Galizia) non lontano da La Coruña. La famiglia, di classe media, è tradizionalmente legata alla marina. La sua infanzia non è fortunata: i genitori si separano e Francisco non sembra nutrire grande affetto per il padre, che descriverà come introverso e timido.
Francisco Franco entra all'Accademia Militare di Toledo all'età di 14 anni: è uno dei cadetti più giovani e di più bassa statura. Cinque anni più tardi diviene ufficiale e chiede di essere inserito nell'esercito d'Africa. La sua esperienza africana inizia nel 1912 e avrà notevole influenza nella formazione del suo carattere e delle sue capacità professionali.
Franco è un ufficiale valoroso. Viene ferito varie volte e anche in modo grave. Grazie al suo valore e al suo impegno il suo nome diviene presto noto e la sua figura rilevante nell'ambiente militare.
Nel 1920 entra nei ranghi della Legione, élite militare di volontari il cui prototipo umano è l'avventuriero. Si distingue per la sua preoccupazione per le necessità dei soldati ma anche per la sua durezza e il principio della disciplina. Diviene col tempo un maestro nella guerra africana per la dimestichezza nelle piccole manovre avvolgenti su terreni accidentati. Il suo carisma è quello di un ferreo difensore dell'autorità morale dell'esercito.
La carriera militare è fulminea e brillante: nel 1923 è tenente colonnello, due anni dopo colonnello e nel 1926, a soli 34 anni, generale di brigata.
Durante la dittatura del generale Primo de Rivera ha con lui contrasti sulla politica africana e viene nominato direttore dell'Accademia Militare di Saragozza, dove molti dei professori erano militari africanisti. Della dittatura di Primo de Rivera Franco critica la provvisorietà, tuttavia alcuni dei suoi collaboratori saranno i pilastri basilari del suo futuro regime.
Accoglie senza alcun entusiasmo la proclamazione della seconda Repubblica e disapprova lo scioglimento della Accademia di Saragoza da parte del Governo Repubblicano, i cui vertici considerano Franco l'unico generale veramente pericoloso per l'esperienza socialista-repubblicana. Nonostante ciò, nel secondo biennio il Ministro Radicale Hidalgo lo nomina Capo di Stato Maggiore: la sua prima preoccupazione è quella di dare vigore allo spirito militare attraverso i Tribunali dell'Onore e il miglioramento delle condizioni materiali dell'esercito.
Francisco Franco collabora inoltre nella direzione militare della repressione della Rivoluzione delle Asturie del 1934.
Prima della guerra civile tiene una posizione politica molto defilata. E' un professionista dell'esercito e la sua figura si identifica con idee conservatrici ma moderate. Come gli altri militari di guarnigione in Marocco, detesta la professione del politico, che considera la causa dei mali della Spagna. Già a quel tempo la sua mentalità è antiliberale benché non sia un estremista. Giudica i politici "disprezzabili fantocci" e già in uno dei suoi primi proclami del luglio 1936 afferma che gli spagnoli sono "stufi di loro".
Le idee basilari della linea di Franco prima della guerra civile sono il nazionalismo ad oltranza e l'anticomunismo. In realtà la sua ideologia si cristallizza negli anni tra il 1933 e il 1939: in questo periodo inizia a manifestare la sua religiosità e la sua semplicistica interpretazione del passato storico della Spagna, concepito come lotta perenne tra alcune forze tradizionali, religiose e patriottiche e altre antinazionali e legate alla massoneria.
La sua decisione di intervenire nella guerra civile (1936-1939) è tardiva ma risulta inequivocabile e sin dal principio aspira a esercitare la suprema responsabilità politica. Francisco Franco non assomiglia a nessun altro personaggio storico dell'epoca contemporanea che ha esercitato il potere in prima persona. Veniva da ambienti umani ed ideologici molto differenti da quelli di Hitler o Mussolini, e la capacità oratoria di questi non si può comparare con la pochezza tanto di gesti quanto di parola che fu del dittatore spagnolo.
Incontra Hitler a Hendaya nel 1940 e Mussolini a Bordighera nel 1941. Nonostante le pressioni di Germania e Italia, Franco schiera la Spagna in una posizione di neutralità.
Nel 1950 sposa Carmen Polo, di distinta famiglia asturiana.
Insediatosi definitivamente a Madrid nel palazzo del Pardo, Franco si atteggia sempre più come re della nuova Spagna. E con lui la moglie Carmen, elevata durante le cerimonie al rango di regina. Franco pretende che alla consorte, così come accadeva per le dame dell'aristocrazia, ci si rivolga con l'appellativo di señora. Durante le celebrazioni ufficiali, all'apparizione della señora viene suonata la marcia reale.
Come un monarca assoluto, durante il suo lungo regno Franco accumulerà diciotto tenute, doni per quattro milioni di pesetas e centinaia di medaglie d'oro commemorative donate da città ed enti. La moglie farà fondere queste ultime in lingotti.
L'esercito è per Franco l'istituzione più sacra ed importante e considera le virtù militari come le migliori. Amante della disciplina, la pratica e la pretende nella politica, che considera come un compimento del proprio dovere. Altri aspetti del suo carattere sono la serenità e la tranquillità che includono la sua nota freddezza, cha si pone in netto contrasto con gli impeti e gli entusiasmi di molti protagonisti della vita pubblica.
Il modo di agire di Franco consiste quasi sempre nel non affrettare le cose. A fronte dell'azione brillante, contraddittoria e spesso confusa che aveva caratterizzato la dittatura di Primo de Rivera, Franco applica ai problemi il metodo di tergiversare e di lasciare che il passare del tempo li risolva.
Ciò contribuisce a spiegare la lunga durata del suo potere che durerà fino alla sua morte, avvenuta il 20 novembre 1975 a Madrid a causa del morbo di Parkinson.
È sepolto nella Valle de los Caídos, non lontano dal Monastero dell'Escorial, di Madrid. Franco è venerato come santo dalla scismatica Chiesa Palmariana.
Il 29 settembre 1936 Francisco Franco viene dichiarato Generalísimo de los ejércitos de Tierra, Mar y Aire. E' l'inizio della dittutura spagnola conosciuta come "franchismo".
Francisco Franco Bahamonde nasce il 4 dicembre 1892 a El Ferrol, città portuale della Spagna nordoccidentale (nella regione della Galizia) non lontano da La Coruña. La famiglia, di classe media, è tradizionalmente legata alla marina. La sua infanzia non è fortunata: i genitori si separano e Francisco non sembra nutrire grande affetto per il padre, che descriverà come introverso e timido.
Francisco Franco entra all'Accademia Militare di Toledo all'età di 14 anni: è uno dei cadetti più giovani e di più bassa statura. Cinque anni più tardi diviene ufficiale e chiede di essere inserito nell'esercito d'Africa. La sua esperienza africana inizia nel 1912 e avrà notevole influenza nella formazione del suo carattere e delle sue capacità professionali.
Franco è un ufficiale valoroso. Viene ferito varie volte e anche in modo grave. Grazie al suo valore e al suo impegno il suo nome diviene presto noto e la sua figura rilevante nell'ambiente militare.
Nel 1920 entra nei ranghi della Legione, élite militare di volontari il cui prototipo umano è l'avventuriero. Si distingue per la sua preoccupazione per le necessità dei soldati ma anche per la sua durezza e il principio della disciplina. Diviene col tempo un maestro nella guerra africana per la dimestichezza nelle piccole manovre avvolgenti su terreni accidentati. Il suo carisma è quello di un ferreo difensore dell'autorità morale dell'esercito.
La carriera militare è fulminea e brillante: nel 1923 è tenente colonnello, due anni dopo colonnello e nel 1926, a soli 34 anni, generale di brigata.
Durante la dittatura del generale Primo de Rivera ha con lui contrasti sulla politica africana e viene nominato direttore dell'Accademia Militare di Saragozza, dove molti dei professori erano militari africanisti. Della dittatura di Primo de Rivera Franco critica la provvisorietà, tuttavia alcuni dei suoi collaboratori saranno i pilastri basilari del suo futuro regime.
Accoglie senza alcun entusiasmo la proclamazione della seconda Repubblica e disapprova lo scioglimento della Accademia di Saragoza da parte del Governo Repubblicano, i cui vertici considerano Franco l'unico generale veramente pericoloso per l'esperienza socialista-repubblicana. Nonostante ciò, nel secondo biennio il Ministro Radicale Hidalgo lo nomina Capo di Stato Maggiore: la sua prima preoccupazione è quella di dare vigore allo spirito militare attraverso i Tribunali dell'Onore e il miglioramento delle condizioni materiali dell'esercito.
Francisco Franco collabora inoltre nella direzione militare della repressione della Rivoluzione delle Asturie del 1934.
Prima della guerra civile tiene una posizione politica molto defilata. E' un professionista dell'esercito e la sua figura si identifica con idee conservatrici ma moderate. Come gli altri militari di guarnigione in Marocco, detesta la professione del politico, che considera la causa dei mali della Spagna. Già a quel tempo la sua mentalità è antiliberale benché non sia un estremista. Giudica i politici "disprezzabili fantocci" e già in uno dei suoi primi proclami del luglio 1936 afferma che gli spagnoli sono "stufi di loro".
Le idee basilari della linea di Franco prima della guerra civile sono il nazionalismo ad oltranza e l'anticomunismo. In realtà la sua ideologia si cristallizza negli anni tra il 1933 e il 1939: in questo periodo inizia a manifestare la sua religiosità e la sua semplicistica interpretazione del passato storico della Spagna, concepito come lotta perenne tra alcune forze tradizionali, religiose e patriottiche e altre antinazionali e legate alla massoneria.
La sua decisione di intervenire nella guerra civile (1936-1939) è tardiva ma risulta inequivocabile e sin dal principio aspira a esercitare la suprema responsabilità politica. Francisco Franco non assomiglia a nessun altro personaggio storico dell'epoca contemporanea che ha esercitato il potere in prima persona. Veniva da ambienti umani ed ideologici molto differenti da quelli di Hitler o Mussolini, e la capacità oratoria di questi non si può comparare con la pochezza tanto di gesti quanto di parola che fu del dittatore spagnolo.
Incontra Hitler a Hendaya nel 1940 e Mussolini a Bordighera nel 1941. Nonostante le pressioni di Germania e Italia, Franco schiera la Spagna in una posizione di neutralità.
Nel 1950 sposa Carmen Polo, di distinta famiglia asturiana.
Insediatosi definitivamente a Madrid nel palazzo del Pardo, Franco si atteggia sempre più come re della nuova Spagna. E con lui la moglie Carmen, elevata durante le cerimonie al rango di regina. Franco pretende che alla consorte, così come accadeva per le dame dell'aristocrazia, ci si rivolga con l'appellativo di señora. Durante le celebrazioni ufficiali, all'apparizione della señora viene suonata la marcia reale.
Come un monarca assoluto, durante il suo lungo regno Franco accumulerà diciotto tenute, doni per quattro milioni di pesetas e centinaia di medaglie d'oro commemorative donate da città ed enti. La moglie farà fondere queste ultime in lingotti.
L'esercito è per Franco l'istituzione più sacra ed importante e considera le virtù militari come le migliori. Amante della disciplina, la pratica e la pretende nella politica, che considera come un compimento del proprio dovere. Altri aspetti del suo carattere sono la serenità e la tranquillità che includono la sua nota freddezza, cha si pone in netto contrasto con gli impeti e gli entusiasmi di molti protagonisti della vita pubblica.
Il modo di agire di Franco consiste quasi sempre nel non affrettare le cose. A fronte dell'azione brillante, contraddittoria e spesso confusa che aveva caratterizzato la dittatura di Primo de Rivera, Franco applica ai problemi il metodo di tergiversare e di lasciare che il passare del tempo li risolva.
Ciò contribuisce a spiegare la lunga durata del suo potere che durerà fino alla sua morte, avvenuta il 20 novembre 1975 a Madrid a causa del morbo di Parkinson.
È sepolto nella Valle de los Caídos, non lontano dal Monastero dell'Escorial, di Madrid. Franco è venerato come santo dalla scismatica Chiesa Palmariana.
mercoledì 30 dicembre 2020
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 30 dicembre.
Il 30 dicembre 2006, alle 6 ora locale, veniva giustiziato mediante impiccagione Saddam Hussein.
Nato ad Auja il 28 aprile 1937 si dedica molto presto alla politica, unendosi al ramo iracheno del partito socialista arabo (il "Bath"). Condannato a morte per un attentato al leader politico Qasim nel 1959, ripara in Siria, poi al Cairo.
Rientrato in Iraq nel 1963, viene eletto vicesegretario del Bath nel 1964 e, grazie alle sue carismatiche doti di trascinatore di folle e di organizzatore politico, diventa il protagonista della rivoluzione del 1968, tesa a rovesciare il governo allora in carica. I tentativi per rovesciare lo "status quo" sono molteplici ma, in particolare, Saddam prende parte a due colpi di stato, assumendo il ruolo di responsabile della sicurezza.
Collaboratore del presidente Ahmed Hasan al Bakr, gli succede appunto nel 1979 come presidente della Repubblica e segretario del Bath. Il 22 settembre del 1980, dietro sua forte pressione politica, esplode la guerra contro l'Iran, causata dall'occupazione, avvenuta nel 1973, di alcuni territori da parte dell'Iran. Il conflitto è aspro e cruento e causerà, durante i quindici anni della sua durata (la guerra finisce nell'88), migliaia di morti. Tuttavia, malgrado l'estenuante guerra per il territorio, nessuna della due parti in causa ne uscirà in realtà vincitrice. Dopo questo duro contraccolpo che piega la popolazione irachena, non si ferma però la sete di potere che Saddam cova dentro di sè da lungo tempo. Infatti, appena due anni dopo, con una mossa a sorpresa e senza nessuna ragione apparente invade il Kuwait. L'azione, com'è comprensibile, anche per via della grande importanza strategica ed economica del Kuwait, ha una forte ripercussione internazionale; allerta nazioni occidentali e gli Stati Uniti e preoccupa fortemente i vicini stati arabi, già pressati da una situazione geo-politica esplosiva.
Dopo numerose minacce, puntualmente ignorate da parte del Rais arabo, un contingente alleato (a cui aderiscono più di trenta paesi) interviene il 17 gennaio 1991 provocando la cosiddetta "Guerra del Golfo". L'Iraq rapidamente si trova costretto al ritiro e subisce una pesante sconfitta. Nonostante ciò, il dittatore riesce a mantenersi saldamente al potere. Anzi, approfittando del caos internazionale e dell'apparente debolezza che il suo Paese esprime agli occhi della comunità internazionale, scatena una campagna di sterminio nei confronti delle popolazioni curde, da sempre fortemente osteggiate ed emarginate dall'Iraq e invise in particolar modo al dittatore. Fortunatamente, anche in questo caso l'intervento delle forze occidentali lo costringe ad una drastica limitazione dell'aviazione irachena all'interno dello stesso spazio aereo del Paese.
Ad ogni modo, Saddam non smette di prodursi in una serie di piccole e grandi provocazioni, che vanno dal tentativo di impedire le ispezioni Onu agli impianti sospettati di produrre armamenti non convenzionali, agli sconfinamenti in territorio kuwaitiano, ai movimenti di missili. Nel febbraio del 1998 provoca una nuova crisi a livello internazionale, minacciando di ricorrere a oscure "nuove strategie" se le sanzioni non verranno sospese (in realtà, la minaccia è quella di utilizzare armi chimiche). Atteggiamenti che portano a nuovi interventi compreso un parziale bombardamento della stessa capitale, mentre l'Onu promuove un altro e più rigido embargo nei confronti dell'Iraq. Le sanzioni portano ad un rapido declino dell'economia irachena: cibo insufficiente, peggioramento dei servizi sanitari pubblici. Tutto ciò, però, non sembra al momento indebolire il radicato potere di Saddam.
Isolato sul piano internazionale, Saddam riesce infatti a mantenere la sua leadership anche grazie a una forte repressione interna e a continui rimescolamenti all'interno delle posizioni di potere. Si susseguono epurazioni e uccisioni, anche a tradimento, addirittura ai danni dei suoi stessi familiari, come quando il suo primogenito viene fatto oggetto di un attentato mai ben chiarito. Per non saper nè leggere nè scrivere, Saddam fa arrestare la propria moglie Sajida accusandola del complotto.
Com'è facilmente comprensibile, nel protrarsi degli anni, l'embargo internazionale a cui è stato soggetto l'Iraq ha fortemente prostrato la popolazione civile, l'unica a pagare le conseguenze della scellerata politica del despota. Eppure, il paese arabo poteva contare sugli introiti derivanti dalla vendita di petrolio, di cui è abbondantemente fornito; fonti governative di vari paesi, però, hanno dimostrato come in realtà Saddam Hussein intascasse buona parte dei milioni derivanti dalla vendita del cosiddetto "oro nero", per spenderli per un uso "personale" (e per mantenere il vasto apparato burocratico e difensivo di cui si era circondato). Negli anni del suo massimo potere, poi, come ulteriore sfregio alla miseria in cui versavano le masse, ordinò la costruzione di un monumento a Baghdad per celebrare la guerra del Golfo, chiedendo non contento la composizione di un nuovo inno nazionale.
Fortunatamente, come ormai è ben noto, la storia recente ha visto la fine di questo satrapo mediorientale, grazie all'entrata delle truppe americane a Baghdad, in seguito alla guerra scatenata contro di lui dal presidente americano Bush. Indipendentemente dalla legittimazione che questa guerra ha raccolto e alle numerose critiche si è trascinata dietro, nessuno può dirsi indifferente alle scene di giubilo del popolo iracheno che, con la caduta di Saddam (simbolicamente rappresentata dall'abbattimento delle statue precedentemente erette in suo onore), ha festeggiato la fine di un incubo e l'aprirsi di uno spiraglio per una nuova storia nazionale tutta da costruire.
Dopo la caduta di Bagdad (9 aprile 2003) Saddam fugge e di lui non si hanno più notizie, se non alcuni messaggi audio registrati.
Il giorno 1 maggio George W. Bush proclama finita la guerra.
I figli Uday e Qusay vengono uccisi in uno scontro a fuoco il 22 luglio. Ma la caccia a Saddam Hussein finisce solo il 13 dicembre 2003 in modo poco glorioso, quando viene catturato in un buco scavato nella terra in una fattoria vicino a Tikrit, sua città natale, con la barba lunga, stanco e demoralizzato, senza opporre alcuna resistenza.
Viene processato da un tribunale iracheno per la strage di Dujail del 1982 (148 sciiti uccisi); il 5 novembre 2006 viene proclamata la sua condanna a morte per impiccagione: l'esecuzione avviene il 30 dicembre.
In Iraq la sentenza ha provocato reazioni contrastanti: curdi e sciiti si sono rallegrati (il primo ministro Nūrī al-Mālikī avrebbe dichiarato che "La condanna a morte segna la fine di un periodo nero della storia di questo paese e ne apre un altro, quello di un Iraq democratico e libero"), mentre i sunniti hanno reagito manifestando contro il verdetto. Anche in Vicino Oriente le reazioni sono state contrastanti: i tradizionali nemici di Saddam (Iran e Kuwait) hanno accolto la sentenza con favore, mentre i governi del mondo sunnita hanno tenuto un basso profilo, cercando di non dispiacere né agli Stati Uniti, né alle proprie opinioni pubbliche, eccezion fatta per la Libia.
In Occidente la notizia della condanna a morte dell'ex-raʾīs di Baghdad è stata oggetto di giudizi fortemente contrastanti. L'Amministrazione degli Stati Uniti ha espresso la sua completa soddisfazione (Una pietra miliare sulla strada della democrazia, G.W. Bush). Invece i governi dei Paesi dell'Unione Europea, incluso quello italiano (siamo contro la pena di morte sia come italiani che come europei, Massimo D'Alema), pur approvando il verdetto di colpevolezza, hanno ribadito la loro contrarietà di principio alla pena capitale. Molti di essi si sono spinti a suggerire all'Iraq di non eseguire la sentenza, una posizione non lontana da quella russa.
Numerose e autorevoli organizzazioni umanitarie (tra le quali Amnesty International e Human Rights Watch) hanno criticato non solo la condanna a morte, ma anche lo svolgimento del processo, in cui non sarebbero stati sufficientemente tutelati i diritti della difesa e il cui svolgimento sarebbe stato sottoposto a forti pressioni da parte del governo iracheno e, indirettamente, da parte dell'Amministrazione statunitense.
Il 31 dicembre, giorno successivo all'esecuzione, il corpo di Saddam Hussein è stato consegnato al capo della tribù cui apparteneva e il suo cadavere, lavato ritualmente da un imam sunnita ed avvolto nel sudario e deposto in una bara coperta dalla bandiera irachena, è stato sepolto nella tomba di famiglia nei pressi del villaggio natale, accanto ai figli dell'ex dittatore, ʿUday e Qusay e al nipote quattordicenne Muṣṭafà (figlio di Qusay), uccisi dalle forze americane il 22 luglio del 2003 a Mossul.
Il 30 dicembre 2006, alle 6 ora locale, veniva giustiziato mediante impiccagione Saddam Hussein.
Nato ad Auja il 28 aprile 1937 si dedica molto presto alla politica, unendosi al ramo iracheno del partito socialista arabo (il "Bath"). Condannato a morte per un attentato al leader politico Qasim nel 1959, ripara in Siria, poi al Cairo.
Rientrato in Iraq nel 1963, viene eletto vicesegretario del Bath nel 1964 e, grazie alle sue carismatiche doti di trascinatore di folle e di organizzatore politico, diventa il protagonista della rivoluzione del 1968, tesa a rovesciare il governo allora in carica. I tentativi per rovesciare lo "status quo" sono molteplici ma, in particolare, Saddam prende parte a due colpi di stato, assumendo il ruolo di responsabile della sicurezza.
Collaboratore del presidente Ahmed Hasan al Bakr, gli succede appunto nel 1979 come presidente della Repubblica e segretario del Bath. Il 22 settembre del 1980, dietro sua forte pressione politica, esplode la guerra contro l'Iran, causata dall'occupazione, avvenuta nel 1973, di alcuni territori da parte dell'Iran. Il conflitto è aspro e cruento e causerà, durante i quindici anni della sua durata (la guerra finisce nell'88), migliaia di morti. Tuttavia, malgrado l'estenuante guerra per il territorio, nessuna della due parti in causa ne uscirà in realtà vincitrice. Dopo questo duro contraccolpo che piega la popolazione irachena, non si ferma però la sete di potere che Saddam cova dentro di sè da lungo tempo. Infatti, appena due anni dopo, con una mossa a sorpresa e senza nessuna ragione apparente invade il Kuwait. L'azione, com'è comprensibile, anche per via della grande importanza strategica ed economica del Kuwait, ha una forte ripercussione internazionale; allerta nazioni occidentali e gli Stati Uniti e preoccupa fortemente i vicini stati arabi, già pressati da una situazione geo-politica esplosiva.
Dopo numerose minacce, puntualmente ignorate da parte del Rais arabo, un contingente alleato (a cui aderiscono più di trenta paesi) interviene il 17 gennaio 1991 provocando la cosiddetta "Guerra del Golfo". L'Iraq rapidamente si trova costretto al ritiro e subisce una pesante sconfitta. Nonostante ciò, il dittatore riesce a mantenersi saldamente al potere. Anzi, approfittando del caos internazionale e dell'apparente debolezza che il suo Paese esprime agli occhi della comunità internazionale, scatena una campagna di sterminio nei confronti delle popolazioni curde, da sempre fortemente osteggiate ed emarginate dall'Iraq e invise in particolar modo al dittatore. Fortunatamente, anche in questo caso l'intervento delle forze occidentali lo costringe ad una drastica limitazione dell'aviazione irachena all'interno dello stesso spazio aereo del Paese.
Ad ogni modo, Saddam non smette di prodursi in una serie di piccole e grandi provocazioni, che vanno dal tentativo di impedire le ispezioni Onu agli impianti sospettati di produrre armamenti non convenzionali, agli sconfinamenti in territorio kuwaitiano, ai movimenti di missili. Nel febbraio del 1998 provoca una nuova crisi a livello internazionale, minacciando di ricorrere a oscure "nuove strategie" se le sanzioni non verranno sospese (in realtà, la minaccia è quella di utilizzare armi chimiche). Atteggiamenti che portano a nuovi interventi compreso un parziale bombardamento della stessa capitale, mentre l'Onu promuove un altro e più rigido embargo nei confronti dell'Iraq. Le sanzioni portano ad un rapido declino dell'economia irachena: cibo insufficiente, peggioramento dei servizi sanitari pubblici. Tutto ciò, però, non sembra al momento indebolire il radicato potere di Saddam.
Isolato sul piano internazionale, Saddam riesce infatti a mantenere la sua leadership anche grazie a una forte repressione interna e a continui rimescolamenti all'interno delle posizioni di potere. Si susseguono epurazioni e uccisioni, anche a tradimento, addirittura ai danni dei suoi stessi familiari, come quando il suo primogenito viene fatto oggetto di un attentato mai ben chiarito. Per non saper nè leggere nè scrivere, Saddam fa arrestare la propria moglie Sajida accusandola del complotto.
Com'è facilmente comprensibile, nel protrarsi degli anni, l'embargo internazionale a cui è stato soggetto l'Iraq ha fortemente prostrato la popolazione civile, l'unica a pagare le conseguenze della scellerata politica del despota. Eppure, il paese arabo poteva contare sugli introiti derivanti dalla vendita di petrolio, di cui è abbondantemente fornito; fonti governative di vari paesi, però, hanno dimostrato come in realtà Saddam Hussein intascasse buona parte dei milioni derivanti dalla vendita del cosiddetto "oro nero", per spenderli per un uso "personale" (e per mantenere il vasto apparato burocratico e difensivo di cui si era circondato). Negli anni del suo massimo potere, poi, come ulteriore sfregio alla miseria in cui versavano le masse, ordinò la costruzione di un monumento a Baghdad per celebrare la guerra del Golfo, chiedendo non contento la composizione di un nuovo inno nazionale.
Fortunatamente, come ormai è ben noto, la storia recente ha visto la fine di questo satrapo mediorientale, grazie all'entrata delle truppe americane a Baghdad, in seguito alla guerra scatenata contro di lui dal presidente americano Bush. Indipendentemente dalla legittimazione che questa guerra ha raccolto e alle numerose critiche si è trascinata dietro, nessuno può dirsi indifferente alle scene di giubilo del popolo iracheno che, con la caduta di Saddam (simbolicamente rappresentata dall'abbattimento delle statue precedentemente erette in suo onore), ha festeggiato la fine di un incubo e l'aprirsi di uno spiraglio per una nuova storia nazionale tutta da costruire.
Dopo la caduta di Bagdad (9 aprile 2003) Saddam fugge e di lui non si hanno più notizie, se non alcuni messaggi audio registrati.
Il giorno 1 maggio George W. Bush proclama finita la guerra.
I figli Uday e Qusay vengono uccisi in uno scontro a fuoco il 22 luglio. Ma la caccia a Saddam Hussein finisce solo il 13 dicembre 2003 in modo poco glorioso, quando viene catturato in un buco scavato nella terra in una fattoria vicino a Tikrit, sua città natale, con la barba lunga, stanco e demoralizzato, senza opporre alcuna resistenza.
Viene processato da un tribunale iracheno per la strage di Dujail del 1982 (148 sciiti uccisi); il 5 novembre 2006 viene proclamata la sua condanna a morte per impiccagione: l'esecuzione avviene il 30 dicembre.
In Iraq la sentenza ha provocato reazioni contrastanti: curdi e sciiti si sono rallegrati (il primo ministro Nūrī al-Mālikī avrebbe dichiarato che "La condanna a morte segna la fine di un periodo nero della storia di questo paese e ne apre un altro, quello di un Iraq democratico e libero"), mentre i sunniti hanno reagito manifestando contro il verdetto. Anche in Vicino Oriente le reazioni sono state contrastanti: i tradizionali nemici di Saddam (Iran e Kuwait) hanno accolto la sentenza con favore, mentre i governi del mondo sunnita hanno tenuto un basso profilo, cercando di non dispiacere né agli Stati Uniti, né alle proprie opinioni pubbliche, eccezion fatta per la Libia.
In Occidente la notizia della condanna a morte dell'ex-raʾīs di Baghdad è stata oggetto di giudizi fortemente contrastanti. L'Amministrazione degli Stati Uniti ha espresso la sua completa soddisfazione (Una pietra miliare sulla strada della democrazia, G.W. Bush). Invece i governi dei Paesi dell'Unione Europea, incluso quello italiano (siamo contro la pena di morte sia come italiani che come europei, Massimo D'Alema), pur approvando il verdetto di colpevolezza, hanno ribadito la loro contrarietà di principio alla pena capitale. Molti di essi si sono spinti a suggerire all'Iraq di non eseguire la sentenza, una posizione non lontana da quella russa.
Numerose e autorevoli organizzazioni umanitarie (tra le quali Amnesty International e Human Rights Watch) hanno criticato non solo la condanna a morte, ma anche lo svolgimento del processo, in cui non sarebbero stati sufficientemente tutelati i diritti della difesa e il cui svolgimento sarebbe stato sottoposto a forti pressioni da parte del governo iracheno e, indirettamente, da parte dell'Amministrazione statunitense.
Il 31 dicembre, giorno successivo all'esecuzione, il corpo di Saddam Hussein è stato consegnato al capo della tribù cui apparteneva e il suo cadavere, lavato ritualmente da un imam sunnita ed avvolto nel sudario e deposto in una bara coperta dalla bandiera irachena, è stato sepolto nella tomba di famiglia nei pressi del villaggio natale, accanto ai figli dell'ex dittatore, ʿUday e Qusay e al nipote quattordicenne Muṣṭafà (figlio di Qusay), uccisi dalle forze americane il 22 luglio del 2003 a Mossul.
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