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sabato 12 luglio 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 12 luglio.

Il 12 luglio 2010 a Venezia entra in funzione la centrale elettrica funzionante ad idrogeno.

Tanti bei discorsi e buone intenzioni, sfavillanti inaugurazioni con tutte le autorità possibili e milioni di euro di investimenti finiti nel nulla. La centrale elettrica a idrogeno da 16 Mw costata ad Enel niente di meno che 50 milioni di euro e inaugurata in pompa magna nel luglio 2010 – accanto alla centrale termoelettrica Palladio – ha funzionato meno di due anni ed è stata definitivamente fermata all’indomani della chiusura del ciclo produttivo del cloro che la alimentava con i suoi scarti di produzione di idrogeno.

Si trattava di un impianto “sperimentale” finalizzato, nelle intenzioni di Enel, a verificare la fattibilità tecnica dell’impiego dell’idrogeno puro in turbine a gas per impianti di grossa taglia. La sperimentazione è riuscita ma la centrale è stata fermata e nessuno si è interessato a utilizzare la tecnologica adottata per costruire altre centrali del genere nel mondo.

«Seppure l’idrogeno destinato all’impianto sperimentale di Fusina provenisse direttamente dall’industria petrolchimica presente nell’area limitrofa alla centrale» spiega la stessa Enel in una nota «lo scenario di riferimento in cui si inquadrava la sperimentazione era quello di impianti di generazione elettrica a carbone basati su tecnologia di gassificazione con cattura della CO2 capaci di generare grosse quantità di idrogeno puro per produzione diretta di energia. La sperimentazione si è conclusa alla fine del 2012 e ha permesso di coprire tutti gli obiettivi tecnici del progetto. Il progetto di ricerca si e quindi concluso e le autorizzazioni per il funzionamento sono scadute».

«La causa della chiusura» come spiega Enel «è che «allo stato attuale il mutato scenario energetico, rende oggi l’idrogeno poco appetibile sotto il profilo economico per la generazione diretta di energia elettrica su grossa taglia. Alla luce di ciò e della strategia di Enel focalizzata a contrastare le emissioni di CO2 investendo sulla crescita della generazione da fonti rinnovabili, ulteriori sviluppi di questa tecnologia sono fermi in attesa che si evidenzi una convenienza economica ad utilizzi commerciali ad oggi non esistenti».

Stessa sorte sembra essere toccata all’idrogeno che doveva essere utilizzato sia per alimentare i motori di vaporetti e autobus, sia da parte di Enel per produrre energia elettrica utilizzando quello di scarto che esce dall’impianto del cracking del Petrolchimico, tutt’ora attivo, oppure come combustibile a zero emissioni inquinanti che doveva far funzionare vaporetti e autobus dell’Actv.

Ma erano solo dei miraggi, e oggi il bilancio tra soldi spesi in ricerche e sperimentazioni e benefici di utilizzo il saldo è tutto in rosso.

L’Hydrogen Park, un consorzio pubblico-privato costituito in laguna nel 2003 con grandi prospettive, oggi è ancora in attesa della realizzazione del promesso distributore di idrogeno a Marghera ed è anche in attesa ormai da tempo della certificazione del vaporetto “Hepic” di Alilaguna – e ribattezzato “Scossa” dal Comune – con un motore ibrido a idrogeno e gas.

Resta una promessa non mantenuta anche quanto previsto dalla delibera approvata in Giunta comunale, su proposta del sindaco, nell’agosto del 2017 che ratificava il protocollo d’intesa tra il Comune di Venezia e la “Fuel Cells and Hydrogen 2 Joint Undertaking” (FCH 2 JU) finalizzato allo sviluppo di applicazioni dell’idrogeno e delle celle a combustibile per la mobilità urbana sostenibile. Resta il fatto che il servizio di “car sharing” con auto a idrogeno non è mai decollato, come pure non si vedono in circolazione bus o vaporetti a idrogeno.

Tanto meno infine si è visto realizzato il progetto sulla “mobilità sostenibile” dell’industria automobilistica giapponese Toyota che, stando a quanto affermato dal sindaco nella primavera del 2016, doveva essere presentato entro 90 giorni.

 

mercoledì 8 gennaio 2025

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è l'8 gennaio.

L'8 gennaio 1324 muore a Venezia Marco Polo.

Marco Polo nasce a Venezia nel 1254. Mercante, viaggiatore italiano, al suo nome è legata l'opera passata alla storia come "Il Milione". Si tratta, a parere unanime degli storici, del compendio più importante e prezioso che il Medioevo, prima della scoperta dell'America e della successiva epoca delle grandi esplorazioni, abbia mai lasciato in merito ai territori d'Oriente, comprendendo con questa espressione anche un'ampia moltitudine di popoli e geografie che la civiltà occidentale, fino a quel momento, non aveva mai esplorato.

Cittadino della cosiddetta Serenissima, come viene chiamata a quei tempi la Repubblica di Venezia, Marco Polo nasce in una famiglia tipica della Laguna, benché originaria di Sebenico, Dalmazia.

Appartenente all'alta borghesia veneziana, figlio di Niccolò, mercante da cui apprende gran parte dei segreti del mestiere, nipote di Matteo Polo, fratello di suo padre e anch'egli mercante, all'età di diciassette anni il giovane Marco intraprende un lungo viaggio insieme con i due familiari. È il viaggio della sua vita, che consegna il suo nome alla storia.

In realtà, sono proprio Niccolò e Matteo ad invogliare il giovane Marco ad intraprendere la carriera di commerciante all'estero. Nei mesi intorno alla sua nascita infatti, i due si sono spinti già nelle terre d'Oriente, stabilendo i propri mercati prima a Costantinopoli e poi a Soldaia, nella Crimea. I due fratelli Polo durante questi viaggi entrano nelle grazie del grande Qubilai, il conquistatore e unificatore della Cina, ottenendo fruttuosi privilegi, oltre che una probabile dignità nobiliare.

Tornati a Venezia nel 1269, forti dell'esperienza appena trascorsa, dopo nemmeno due anni decidono di rimettersi in viaggio. Con loro, c'è anche Marco Polo, il quale insieme con suo padre Niccolò e suo zio Matteo, nella primavera del 1271 parte per l'Asia. Qui, stando ai primi resoconti dell'esperienza, i commercianti veneziani si guadagnano la fiducia del Gran Khan del Katai, in Cina. Questi, affida loro alcune missioni nelle province più remote del suo impero, dandogli la possibilità di intraprendere viaggi in terre impervie, alla stregua di popolazioni e culture fino a quel momento nemmeno immaginate dall'uomo occidentale. Tutta l'esperienza dura quasi venticinque anni e, successivamente e con dovizia di particolari, costituisce il corpus centrale dell'opera di Polo: "Il Milione", appunto.

Secondo i documenti riportati di seguito, i Polo sarebbero giunti a Pechino alla corte del Gran Kahn intorno al maggio del 1275.

Il giovane e intraprendente viaggiatore veneziano, su incarico dall'Imperatore, ispeziona le regioni al confine del Tibet e lo Yün-nan fregiandosi del titolo di "Messere". È un'onorificenza che lo pone a stretto contatto con la figura del sovrano, facendo di lui un rappresentante e informatore, oltre che ambasciatore di Stato. Svolge inoltre attività amministrative e si guadagna la stima delle alte sfere della società mongola.

Nel 1278 poi, Marco Polo viene nominato Governatore di Hang-chou, già capitale, sotto la dinastia dei Sung, del reame dei Mangi. È il massimo riconoscimento per la sua abilità e per l'impegno profuso alla corte del Kahn.

Nel 1292, a ventun anni dalla partenza da Venezia, il mercante divenuto governatore inizia il viaggio di ritorno salpando dal porto di Zaitun. Dopo tanto peregrinare, nel 1295 rientra a Venezia.

L'idea di mettere nero su bianco quanto visto e appreso durante la sua traversata in Oriente non lo sfiora minimamente, coinvolto com'è in alcune vicissitudini che riguardano la sua Repubblica. Tre anni dopo pertanto, nel 1298, Polo viene fatto prigioniero dai genovesi, durante la battaglia navale di Curzola, cui prende parte per difendere la sua Serenissima.

In carcere però, durante la sua prigionia, fa la conoscenza di un mediocre letterato, tale Rustichiello da Pisa, che fino a quel momento si è guadagnato da vivere compilando avventure cavalleresche. Questi però, ha la brillante idea di farsi raccontare da Marco Polo tutta l'esperienza passata in Oriente insieme con i suoi parenti, con il fine di rendere su carta quanto appreso e diffonderla a tutti. Le regioni di cui racconta il viaggiatore veneziano, ancora del tutto ignote agli europei, sono quelle della Valle del Pamir, del deserto di Lop e del deserto di Gobi. Il testo che ne viene fuori non denuncia fratture e testimonia la piena osmosi avvenuta tra racconto orale e composizione scritta, tra oratore e narratore.

Il libro viene redatto, in origine, in lingua francese, sebbene non ignorasse alcune forme lessicali e sintattiche italianizzanti, perlopiù volgare veneto e toscano. Dei primi esemplari composti, tutti andati perduti, si segnalano alcune varianti di quello che in principio doveva essere il titolo originale dell'opera, come detto in lingua francese, ossia: "Divisament dou monde". A questo, si aggiungono versioni intitolate "Livres des merveilles du monde" o, in latino, "De mirabilibus mundi". Smarrite le copie originali, restano però diverse traduzioni dell'opera, in molte lingue, e quasi tutte con il titolo giunto fino ai nostri giorni: "Il Milione".

Contrariamente a quanto si pensi, questa fortunatissima traduzione dell'opera deriva da un'aferesi del nome Emilione, il quale i Polo protagonisti del viaggio usavano, nella città lagunare, per distinguersi dagli altri Polo, assai numerosi in quel di Venezia.

In italiano, l'opera ha avuto come felice traduzione del suo titolo quella di "Ottimo", diffusa soprattutto intorno agli inizi del '300, ma di sicuro prima del 1309. L'intellettuale Ramusio, successivamente, nel 1559, è noto per aver curato la prima edizione a stampa dell'opera famosa.

A conti fatti, "Il Milione" resta un documento fondamentale per comprendere sia l'Oriente medievale, sia la mentalità mercantile italiana verso la fine del '200. La sua struttura, di impianto trattatistico e romanzesco insieme, si mantiene unitaria, nonostante convivano nell'opera elementi apparentemente discordanti, quali l'amore per il fiabesco e il gusto per l'osservazione diretta e precisa, oltre all'attenzione ad alcuni aspetti tecnici economici e sociali propri di un esperto mercante. Le tre anime insomma, derivanti da due personalità in carne ed ossa, sono ravvisabili e, in ogni caso, non cozzano tra loro. C'è il cronista fantasioso, il viaggiatore attento e il mercante, abile nell'apprendere i meccanismi più vicini alla quotidianità di un popolo e di una terra fino ad allora sconosciuta.

Marco Polo muore a Venezia nel 1324, a settant'anni. In Italia il suo volto campeggia sulla banconota da 1.000 lire in uso dal 1982 al 1988.

venerdì 20 dicembre 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 20 dicembre.
Il 20 dicembre 1577 un grande incendio devasta la sala del consiglio Maggiore del Palazzo Ducale di Venezia.
Il Palazzo Ducale è stato probabilmente costruito tra i secoli X e XI sulla base di un nucleo centrale fortificato. Questo nucleo era composto da un corpo centrale con torri angolari che formano un capolavoro del gotico veneziano. Nel XII secolo fu effettuata la prima ristrutturazione con il doge Sebastiano Ziani che trasformò la fortezza in un elegante palazzo. Successivamente nel 1200 è stata realizzata una nuova estensione.
Tra il 1339 e il 1342 durante il regno di Bartolomeo Gradenigo, il palazzo ha cominciato ad assumere la sua forma attuale. Il Doge Francesco Foscari estese il palazzo nel 1424 fino ad arrivare a fianco della Basilica di San Marco. Nel 1442 gli architetti Giovanni Bon e Bartolomeo Bon della Porta aggiunsero la Porta della Carta. L'interno ospita gli appartamenti del Doge ed è stata costruita dall'architetto Antonio Rizzo dopo l'incendio del 1483. Durante tutto il XVI secolo, si sono verificati diversi incendi devastanti alternati a ristrutturazioni e abbellimenti come la Scala dei Giganti e la creazione del suo tesoro principale: la Crocifissione di Tintoretto, dipinta per sostituire un murale danneggiato dal fuoco.
Nei primi anni del XVII secolo, l'architetto Antonio Contin, ha aggiunto le Prigioni Nuove al di là del canale collegandole al palazzo con il Ponte dei Sospiri, da dove i detenuti passavano nel loro cammino verso le nuove carceri. Nel 1797, dopo la caduta della Repubblica di Venezia, il palazzo fu adattato per ospitare gli uffici amministrativi. Il carcere, chiamato i Piombi dal rivestimento del tetto, continuò a mantenere la sua vecchia funzione. Dopo l'annessione di Venezia al Regno d'Italia, il palazzo subì varie ristrutturazioni fino al 1923, quando fu destinato a diventare uno dei più importanti musei di Venezia.
Quando il Palazzo Ducale è stato costruito, aveva un disegno simile a quello di un castello, con torri agli angoli e si trovava in un punto strategico di accesso al mare. Con il passare del tempo, ristrutturazioni e incendi, questo maestoso palazzo è diventato quello che conosciamo oggi. Ricordiamo che da questo Palazzo, 120 doge hanno indirizzato il destino della città di Venezia per quasi 1.000 anni.
Attualmente, il Palazzo Ducale è un museo che presenta mostre di grande interesse storico ed è aperto al pubblico offrendo una varietà di itinerari, tra cui gli "Itinerari segreti di Palazzo Ducale" e "I tesori nascosti del doge".
Il Palazzo Ducale offre una straordinaria esperienza per chiunque sia interessato alla storia della città lagunare e al design degli interni del palazzo.
Il colore di Palazzo Ducale cambia a seconda del momento della giornata grazie alla luce. Palazzo Ducale acquisisce una tonalità rosa delicata preservando nelle testate gotiche simmetriche un bianco rosato.
La facciata di Palazzo Ducale è considerata un capolavoro del gotico. Il suo interno si presenta elegante grazie al marmo di Verona posto su archi di pietra sostenuti da colonne con capitelli e magnifiche sculture agli angoli. L'ingresso principale di Palazzo Ducale era in origine dalla Porta della Carta, una porta gotica del XV secolo; si attraversava un portico fino all’ Arco Foscari e al cortile interno dove si trova la celebre opera del XV secolo, la Scala dei Giganti, dove incoronavano il doge.

venerdì 29 marzo 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 29 marzo.
Il 29 marzo 1516 a Venezia viene deliberata la creazione del ghetto, il primo in tutta Europa, ove gli ebrei sarebbero stati costretti a risiedere.
La parola ghetto, così diffusa in tutte le lingue, trae origine proprio da qui, dalla parola veneziana “geto”. Anticamente, nel primo medioevo, si trovava infatti in questa parte della città un’antica fonderia (un “geto” in veneziano) che serviva a forgiare le bombarde, i piccoli cannoni delle navi veneziane. Quando, per motivi politici, nel 1516 la Repubblica della Serenissima stabilì per legge che tutti gli ebrei dovessero vivere e risiedere qui, la popolazione proveniva per lo più dall’Europa Centrorientale e fu proprio a causa della loro pronuncia che il termine veneziano “geto”, venne storpiato in “gheto” (letto alla tedesca), originando il termine che oggi usiamo in tutto il mondo.
La presenza ebraica a Venezia è attestata già prima dell’anno mille, anche se bisognerà aspettare il tardo Trecento per poter apprezzare un insediamento consistente e stabile. A poco a poco, nonostante l’alternarsi di permessi e divieti di soggiorno in città, gli ebrei divennero a Venezia un nucleo considerevole e avvertendo la necessità di organizzarne la presenza, il governo della Repubblica, con decreto del 29 marzo 1516, stabilì obblighi e restrizioni per tutta la popolazione ebraica. Si decise così, che tutti, dovessero vivere in una sola zona della città, senza poter uscirne né di notte né durante le festività cristiane.
La zona del ghetto già a quel tempo si presentava come al giorno d’oggi: una piccola isola, circondata da canali, i cui accessi avvengono solo tramite due ponti. In corrispondenza di questi, un tempo, c’erano dei robusti cancelli, che venivano chiusi e sorvegliati di notte, poiché agli abitanti era permesso uscire dal quartiere solo di giorno e con appositi segni distintivi. Se fate attenzione, ancora oggi, si possono vedere i fori dove affondavano i cardini dei cancelli.
L’area del ghetto ebraico è distinta in 3 parti: il gheto vechio, il gheto novo e il gheto novissimo e per quanto possa sembrarci strano il gheto novo è paradossalmente la zona ebraica più antica di Venezia. L’aggettivo vecchio o nuovo non c’entra nulla infatti come anticipato con il periodo storico della zona ma è semplicemente collegato all’età della fonderia (del geto) che vi era ubicata.
Al tempo del decreto, fu infatti, proprio la zona del ghetto nuovo ad essere utilizzata come prima dimora per la popolazione ebraica. Poco tempo dopo, tuttavia, non fu più sufficiente a ospitare tutti e le autorità veneziane si trovarono costrette ad ampliare il ghetto nuovo. Nel 1541 venne aggiunto il ghetto vecchio, concesso ai cosiddetti ebrei Levantini, giunti dalla penisola Iberica e dall’impero Ottomano e nel 1633 venne aperto il ghetto nuovissimo, una piccola area a est del ghetto nuovo, al di là del canale.
Nel campo del gheto novo, incastonato tra le due più antiche sinagoghe veneziane, si trova anche il Museo Ebraico: un piccolo, ma ricchissimo museo fondato nel 1954 dalla Comunità Ebraica veneziana. Il museo visitabile al costo di 8€ è suddiviso in due aree tematiche: la prima dedicata al ciclo delle festività ebraiche ed alla liturgia, contiene libri e manoscritti antichi, manifattura orafa e tessile databile tra il XVI e il XIX secolo e oggetti propri della vita religiosa della comunità; la seconda, racconta la storia del ghetto ebraico e della persecuzione degli ebrei, dalle origini ai campi di concentramento della Seconda Guerra Mondiale, attraverso immagini e oggetti. Aggiungendo pochi euro al prezzo del biglietto è anche possibile visitare con guida alcune delle sinagoghe del ghetto.
Oggi il termine usuraio assume la connotazione negativa che tutti conosciamo, ma un tempo non era così. Nel Medioevo il termine “usura” indicava qualsiasi interesse preteso per prestiti in denaro o in natura.
A Venezia tale attività fu inizialmente svolta dai Cristiani nei Monti di Pietà, quest’ultimi però vennero ben presto considerati contrari ai dettami della religione cristiana e quindi chiusi. La chiusura dei Monti di Pietà rappresentava un importante problema nella città lagunare, in quanto erano numerose le persone che vi facevano uso, per cui tale lavoro venne imposto per legge alla comunità ebraica.
All’interno del ghetto vennero quindi istituiti tre Banchi di Pegno: il Rosso, Verde e Nero, presumibilmente per via del colore delle ricevute che venivano consegnate ai clienti.
Questi tre banchi sopravvissero fino alla fine della Repubblica (1797), poi se ne perse il ricordo. Fortunatamente, oggi è possibile visitare di nuovo uno di questi banchi, il Banco Rosso, che recentemente è stato restaurato e aperto ai visitatori.
Una curiosità: a Venezia, si dice che il termine bancario “andare in rosso”, derivi proprio da questo antico Banco di Pegni veneziano!
Non ci si può accostare all’anima del quartiere ebraico se non partendo dalle sue sinagoghe.
All’ interno del Gheto Novo si possono vedere tre delle cinque sinagoghe del ghetto. La più antica è la sinagoga (o Schola) Tedesca, quella degli ebrei ashkenaziti, che si trova nello stesso edificio del museo ebraico. All’angolo della piazza si trova invece la sinagoga Canton (dell’angolo appunto) e lì vicina la Schola Italiana. Spostandosi nel ghetto vecchio ci sono le due sinagoghe più recenti: quella spagnola e la sinagoga o Schola levantina.
Le sinagoghe del ghetto sono difficilmente riconoscibili dall’esterno, essendo ricavate all’ interno di palazzi preesistenti e si trovano tutte all’ ultimo piano, giacché per religione non può esserci nulla di terreno al di sopra della sinagoga.
La sinagoga è considerata qualcosa di più complesso di un luogo di preghiera. Sono luoghi di aggregazione dove vengono prese le decisioni più importanti per la comunità, si celebrano i passi più importanti per la persona e ci si ritrova per leggere e commentare pezzi del libro sacro, la Torah. Perché le “riunioni” possano avere luogo, è necessario che ci siano almeno 10 uomini presenti. Tutti i presenti possono inoltre leggere pezzi della Bibbia, ma solo il rabbino può commentarli. Le donne che desiderano prender parte a questi incontri possono assistere da una zona separata rispetto agli uomini, in un matroneo sopraelevato o separate da apposite grate.
Se volete calarvi ancor più nello spirito del quartiere e l’ora è quella giusta per una sosta, potreste assaggiare delle specialità tipiche ebraiche presso il ristorante “Gam Gam Kosher”, oppure, per uno spuntino veloce, al “panificio Giovanni Volpe” potrete trovare pane fresco e dolci tipici della tradizione ebraica.
Come segno di rispetto quando si visitano le sinagoghe, è necessario coprirsi il capo con la Kippah, un piccolo cappellino solitamente di stoffa che si trova vicino all’entrata. La popolazione ebraica usa coprirsi la testa non solo nelle sinagoghe, ma anche nella vita quotidiana. Si indossa al mattino con la preghiera del mattino e si toglie  a fine giornata con la preghiera della sera. Ma per quale motivo è tradizione indossare la Kippah? Ecco le parole del rabbino Chabad Abraham Shemtov in risposta al presidente degli Stati Uniti R. Reagan che nel 1984 fece la stessa domanda:
“Signor Presidente, la Kippah per noi è un segno di riverenza. Abbiamo posto la Kippah sul punto più alto del nostro essere – sulla nostra testa, il vascello del nostro intelletto – per ricordare a noi stessi e al mondo che esiste qualcosa che è al di sopra dell’intelletto umano – la sapienza infinita di Dio.”
Nel ghetto, pare che un tempo, ci fosse una certa rivalità tra ebrei di origini diverse. I levantini, ad esempio, gli ultimi arrivati nel ghetto, hanno ricevuto la residenza molto tempo dopo esservi stabiliti. Pare infatti, che gli ebrei “originari”, essendo già il ghetto molto affollato, fecero di tutto, anche con persistenti lettere al doge, per impedire che i levantini ottenessero il permesso di residenza.
LA TORAH che viene letta in sinagoga è scritta rigorosamente a mano, con un inchiostro naturale e con penne speciali che si tramandano da secoli. Chi compie il lavoro di trascrizione, ha un compito sacro e non può sbagliare. Per poter seguire più agevolmente la lettura della Torah in sinagoga, si utilizzano dei bastoncini di argento che segnano il punto a cui si è arrivati con la lettura.

lunedì 8 gennaio 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'8 gennaio.
L'8 gennaio 1324 muore a Venezia Marco Polo.
Marco Polo nasce a Venezia nel 1254. Mercante, viaggiatore italiano, al suo nome è legata l'opera passata alla storia come "Il Milione". Si tratta, a parere unanime degli storici, del compendio più importante e prezioso che il Medioevo, prima della scoperta dell'America e della successiva epoca delle grandi esplorazioni, abbia mai lasciato in merito ai territori d'Oriente, comprendendo con questa espressione anche un'ampia moltitudine di popoli e geografie che la civiltà occidentale, fino a quel momento, non aveva mai esplorato.
Cittadino della cosiddetta Serenissima, come viene chiamata a quei tempi la Repubblica di Venezia, Marco Polo nasce in una famiglia tipica della Laguna, benché originaria di Sebenico, Dalmazia.
Appartenente all'alta borghesia veneziana, figlio di Niccolò, mercante da cui apprende gran parte dei segreti del mestiere, nipote di Matteo Polo, fratello di suo padre e anch'egli mercante, all'età di diciassette anni il giovane Marco intraprende un lungo viaggio insieme con i due familiari. È il viaggio della sua vita, che consegna il suo nome alla storia.
In realtà, sono proprio Niccolò e Matteo ad invogliare il giovane Marco ad intraprendere la carriera di commerciante all'estero. Nei mesi intorno alla sua nascita infatti, i due si sono spinti già nelle terre d'Oriente, stabilendo i propri mercati prima a Costantinopoli e poi a Soldaia, nella Crimea. I due fratelli Polo durante questi viaggi entrano nelle grazie del grande Qubilai, il conquistatore e unificatore della Cina, ottenendo fruttuosi privilegi, oltre che una probabile dignità nobiliare.
Tornati a Venezia nel 1269, forti dell'esperienza appena trascorsa, dopo nemmeno due anni decidono di rimettersi in viaggio. Con loro, c'è anche Marco Polo, il quale insieme con suo padre Niccolò e suo zio Matteo, nella primavera del 1271 parte per l'Asia. Qui, stando ai primi resoconti dell'esperienza, i commercianti veneziani si guadagnano la fiducia del Gran Khan del Katai, in Cina. Questi, affida loro alcune missioni nelle province più remote del suo impero, dandogli la possibilità di intraprendere viaggi in terre impervie, alla stregua di popolazioni e culture fino a quel momento nemmeno immaginate dall'uomo occidentale. Tutta l'esperienza dura quasi venticinque anni e, successivamente e con dovizia di particolari, costituisce il corpus centrale dell'opera di Polo: "Il Milione", appunto.
Secondo i documenti riportati di seguito, i Polo sarebbero giunti a Pechino alla corte del Gran Kahn intorno al maggio del 1275.
Il giovane e intraprendente viaggiatore veneziano, su incarico dall'Imperatore, ispeziona le regioni al confine del Tibet e lo Yün-nan fregiandosi del titolo di "Messere". È un'onorificenza che lo pone a stretto contatto con la figura del sovrano, facendo di lui un rappresentante e informatore, oltre che ambasciatore di Stato. Svolge inoltre attività amministrative e si guadagna la stima delle alte sfere della società mongola.
Nel 1278 poi, Marco Polo viene nominato Governatore di Hang-chou, già capitale, sotto la dinastia dei Sung, del reame dei Mangi. È il massimo riconoscimento per la sua abilità e per l'impegno profuso alla corte del Kahn.
Nel 1292, a ventun anni dalla partenza da Venezia, il mercante divenuto governatore inizia il viaggio di ritorno salpando dal porto di Zaitun. Dopo tanto peregrinare, nel 1295 rientra a Venezia.
L'idea di mettere nero su bianco quanto visto e appreso durante la sua traversata in Oriente non lo sfiora minimamente, coinvolto com'è in alcune vicissitudini che riguardano la sua Repubblica. Tre anni dopo pertanto, nel 1298, Polo viene fatto prigioniero dai genovesi, durante la battaglia navale di Curzola, cui prende parte per difendere la sua Serenissima.
In carcere però, durante la sua prigionia, fa la conoscenza di un mediocre letterato, tale Rustichiello da Pisa, che fino a quel momento si è guadagnato da vivere compilando avventure cavalleresche. Questi però, ha la brillante idea di farsi raccontare da Marco Polo tutta l'esperienza passata in Oriente insieme con i suoi parenti, con il fine di rendere su carta quanto appreso e diffonderla a tutti. Le regioni di cui racconta il viaggiatore veneziano, ancora del tutto ignote agli europei, sono quelle della Valle del Pamir, del deserto di Lop e del deserto di Gobi. Il testo che ne viene fuori non denuncia fratture e testimonia la piena osmosi avvenuta tra racconto orale e composizione scritta, tra oratore e narratore.
Il libro viene redatto, in origine, in lingua francese, sebbene non ignorasse alcune forme lessicali e sintattiche italianizzanti, perlopiù volgare veneto e toscano. Dei primi esemplari composti, tutti andati perduti, si segnalano alcune varianti di quello che in principio doveva essere il titolo originale dell'opera, come detto in lingua francese, ossia: "Divisament dou monde". A questo, si aggiungono versioni intitolate "Livres des merveilles du monde" o, in latino, "De mirabilibus mundi". Smarrite le copie originali, restano però diverse traduzioni dell'opera, in molte lingue, e quasi tutte con il titolo giunto fino ai nostri giorni: "Il Milione".
Contrariamente a quanto si pensi, questa fortunatissima traduzione dell'opera deriva da un'aferesi del nome Emilione, il quale i Polo protagonisti del viaggio usavano, nella città lagunare, per distinguersi dagli altri Polo, assai numerosi in quel di Venezia.
In italiano, l'opera ha avuto come felice traduzione del suo titolo quella di "Ottimo", diffusa soprattutto intorno agli inizi del '300, ma di sicuro prima del 1309. L'intellettuale Ramusio, successivamente, nel 1559, è noto per aver curato la prima edizione a stampa dell'opera famosa.
A conti fatti, "Il Milione" resta un documento fondamentale per comprendere sia l'Oriente medievale, sia la mentalità mercantile italiana verso la fine del '200. La sua struttura, di impianto trattatistico e romanzesco insieme, si mantiene unitaria, nonostante convivano nell'opera elementi apparentemente discordanti, quali l'amore per il fiabesco e il gusto per l'osservazione diretta e precisa, oltre all'attenzione ad alcuni aspetti tecnici economici e sociali propri di un esperto mercante. Le tre anime insomma, derivanti da due personalità in carne ed ossa, sono ravvisabili e, in ogni caso, non cozzano tra loro. C'è il cronista fantasioso, il viaggiatore attento e il mercante, abile nell'apprendere i meccanismi più vicini alla quotidianità di un popolo e di una terra fino ad allora sconosciuta.
Marco Polo muore a Venezia nel 1324, a settant'anni. In Italia il suo volto campeggia sulla banconota da 1.000 lire in uso dal 1982 al 1988.

sabato 23 dicembre 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 23 dicembre.
Il 23 dicembre 1339 Simone Boccanegra viene acclamato come doge a vita di Genova.
A Genova nel 1339 sono i tempi dei guelfi e dei ghibellini. Capitani del Popolo sono Galeotto Spinola e Raffaele Doria. E cosa fecero costoro? Pensarono di eleggere per conto proprio l’Abate del Popolo, usurpando così un privilegio delle classi più basse.
Si fomentò così un malcontento che già serpeggiava: il popolo voleva eleggere il suo abate e ottenne quanto richiesto. Si scelsero venti uomini che si riunirono al Palazzo degli Abati. Una folla mormorante attendeva il responso, quando una voce improvvisa si alzò: era un battiloro, un artigiano che lavorava il più prezioso dei metalli. Costui prese ad urlare a gran voce un nome: Simone Boccanegra.
E tutti i presenti si unirono al battiloro, era lui che tutti volevano, i venti designati a scegliere erano concordi e si propose quindi la carica a Simone. Il prescelto discendeva dal Primo Capitano del Popolo Guglielmo Boccanegra e apparteneva pertanto alla borghesia. Simone, conscio di ciò, rifiutò la carica ma i suoi sostenitori non si arresero e anziché Abate del Popolo, in virtù delle sue origini, lo elessero Doge.
Il primo Doge della Superba, acclamato a furor di popolo, venne condotto in trionfo alla Chiesa di San Siro. Da lì il corteo proseguì verso la casa di Simone in Via della Maddalena. Questo luogo che richiama alla memoria un personaggio così importante per la storia di Genova dovrebbe avere una grande valenza turistica e culturale, è invece uno spicchio di centro storico forse un po’ trascurato, tanto che persino molti genovesi non sanno che nei carruggi ancora esiste la casa del primo Doge della Superba. La Piazza porta il suo nome e si chiama Piazzetta Boccanegra.
Ma torniamo a lui e alla sua elezione. Simone Boccanegra si insedia con un Dogato Perpetuo. I due Capitani del Popolo, i già nominati Galeotto Spinola e Raffaele Doria, tolgono il disturbo e si ritirano in altri lidi, anche per portare a casa la pelle, s’intende. Si affianca a uomini di sua fiducia, è un governo di popolari e ghibellini.
E come primo ordinamento Simone stabilì che nessun nobile potesse essere eletto Doge. Come nel passato, ancora esiste un Podestà che amministra la giustizia criminale, mentre quella civile è affidata a due Consoli di Giustizia. Perdura la carica di Abate del Popolo che rappresenta le tre valli di Bisagno, Voltri e Polcevera. E’ variegato e complesso il sistema amministrativo del tempo ed eviteremo di scendere troppo nel dettaglio.
I nemici del popolo erano i nobili e contro di essi si accesero gli animi, la città era in tumulto. Boccanegra, per sedare i disordini, decretò il taglio della testa per coloro che si fossero macchiati di saccheggio. Fare il doge non era certo un mestiere di tutto riposo, la vita di Simone era in costante pericolo. Più volte si tentò di sbarazzarsi di lui, nel 1340 un gruppo di genovesi, tra i quali diversi nobili e un macellaio di Soziglia, confessarono di aver tramato una congiura per ucciderlo. Molto democraticamente vennero affidati al boia che li mandò tutti quanti al Creatore e il problema venne così brillantemente risolto secondo gli usi del tempo. Simone, onde evitare ulteriori spiacevoli incidenti, si dotò di un nutrito plotone di guardie del corpo, ben 103 cavalieri pisani.
I suoi detrattori lo accusavano di eccessivo sfarzo, si narra infatti che amasse andare in giro vestito di rosso, con un prezioso manto color porpora e un cappello dello stesso colore. A lui va il merito di aver curato i rapporti con gli stati esteri, ma certo questo non bastò ad allontanare i nemici. I nobili fuoriusciti ancora tramavano contro di lui, è del 1341 il tentativo di colpo di stato del Marchese di Finale Giorgio del Carretto, ma Simone riuscì ancora una volta a cavarsela e il Marchese finì rinchiuso in una gabbia nel carcere della Malapaga.
Ma il mondo è grande, il mare infinito e a quel tempo era infestato dai terribili saraceni. Costoro minacciavano Alfonso XI di Castiglia e il Doge inviò in suo soccorso le galee genovesi guidate dal fratello di Simone, Egidio Boccanegra. Le galee della Superba, la Dominante dei Mari, espugnarono Algeciras e in seguito furono altrettanto determinanti nella città di Caffa sul Mar Nero, località importantissima per i commerci e per l’economia di Genova. Trionfi e glorie di Simone Boccanegra, ma i nemici sono in agguato.
Sono sempre i nobili fuoriusciti, si insinuano nelle simpatie del popolo e richiedono di rientrare, Simone pone una condizione, chiede che siano disarmati. Loro non ci stanno, richiedono persino che vengano allontanati i soldati, Simone vedendosi con le spalle al muro, si risolve per rinunciare al titolo di Doge. E così nel 1344 restituisce le insegne sulla Piazza di San Lorenzo e parte alla volta di Pisa.
Gli succederà Giovanni di Murta, molti eventi coinvolgeranno i genovesi per mare e per terra. Ma il tempo di Simone Boccanegra ancora non è terminato, andiamo al 1356, anno nel quale su Genova dominano i Visconti. C’era un diffuso malcontento e Simone ne approfittò per tornare alla ribalta. Andò a Milano dai Visconti e propose il suo appoggio. Dev’essere stato convincente, perché gli venne accordata fiducia e tornò a Genova.
Una volta insediatosi  riunì in tutta fretta un corpo di armati e a passo di carica si diresse su Palazzo Ducale. I Visconti vennero scacciati e il giorno dopo Simone venne eletto nuovamente Doge. E ricominciò così il lavoro iniziato anni prima, escluse i nobili da tutti le cariche delle quali vennero invece investiti i popolari.
E ebbe successi per terra e per mare, stabilendo il proprio predominio sulla Corsica. Regnerà altri sette anni, sempre nel mirino dei suoi nemici, diverrà inviso anche ai popolari a causa delle imposte elevate. E venne il 3 Marzo 1363, ospite di Pietro Malocello è Pietro, Re di Cipro, in cerca di alleanze per combattere i soliti turchi. Per l’occasione venne allestito un fastoso banchetto in onore del sovrano, tra i convitati c’è anche il Doge Simone Boccanegra. Si mangia e si beve, giunge la notte e nel silenzio della sua stanza il doge accusa forti dolori. Probabilmente avvelenato, durante la notte Simone muore.
Il suo tempo è finito. C’è una piazzetta nei carruggi, lì c’era la sua casa. E lì c’è una targa a ricordo del suo illustre abitante: Simone Boccanegra, il primo Doge della Superba.

sabato 7 ottobre 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 7 ottobre.
Il 7 ottobre del 1571 ha luogo la celebre battaglia di Lepanto.
Lo scontro navale che ebbe luogo il 7 ottobre 1571 nelle acque di Lepanto, segna una svolta epocale nella storia del Mar Mediterraneo e di tutti quei paesi che, fino ad allora, erano stati coinvolti nella lotta per arginare la minaccia turca sul mare.
Fino ad allora, i tentativi di arginare la potenza turca sulla terraferma si erano dimostrati assai vani (vedi la battaglia di kosovo-polje o la caduta di Costantinopoli). Le ripetute sconfitte cristiane di quegli anni, sono dovute alla preparazione di alcuni corpi scelti turchi, ai mezzi, ma soprattutto all'enorme quantità di forze, che i sultani avevano la possibilità di schierare ad ogni "appuntamento" militare.
Se nei Balcani l'opposizione agli invasori era stata comunque assai vasta, sul versante navale in pochi potevano controllare l'espansione islamica nel mediterraneo. La sola potenza che aveva i mezzi per tentare l'impresa era la repubblica di Venezia, ma da soli, i veneziani non erano abbastanza. Nel 1499 persero Lepanto stessa, e col tempo perderanno anche Naupatto, Chio e soprattutto l'isola di Cipro difesa strenuamente dal comandante Marcantonio Bragadin.
L'unica vera speranza di vittoria, contro gli uomini del sultano, era rappresentata dall'unione di tutte le maggiori flotte cristiane dell'area mediterranea.
L'ultima roccaforte del mediterraneo orientale che rimase in mano agli europei era l'isola di Cipro. La difesa veneziana dell'isola era stretta attorno alla fortezza di Famagosta, ma schierava solo 7.000 difensori, guidati da Marcantonio Bragadin, contro i 20.000 turchi al comando di Mustafa Pascià. I turchi mostrarono in questo assedio di quali mezzi disponessero e la crudeltà che li distingueva. Sulla fortezza piombarono almeno 170.000 colpi di cannone e innumerevoli furono le mine piazzate sotto le mura della città. I veneziani, da parte loro, ressero per 72 giorni ai turchi, ma neanche l'estremo sacrificio del capitano Roberto Malvezzi (fattosi saltare in aria insieme a migliaia di turchi in un deposito sotterraneo) fu abbastanza per la vittoria. Rimasto con 700 uomini, Bragadin accettò di trattare la resa con Mustafà Pascià, che offriva ai lagunari la salvezza, il rispetto dei beni, della popolazione civile e gli onori militari. Ma i turchi non rispettarono i patti. Appena fuori dalla fortezza, l'intendente Tiepolo e il generale Baglioni furono impiccati, tutti i civili furono venduti come schiavi a Costantinopoli, mentre il Governatore Bragadin fu scuoiato vivo. L'estremo sacrificio di Famagosta e dei suoi difensori non furono mai dimenticati. Nel frattempo l'Europa cristiana era divisa da molti anni in conflitti di potere temporale (vedi la lotta tra Francia e Spagna), ed in conflitti di natura spirituale (cattolici schierati contro i luterani). Ma con la pace di Cateau-Cambresis(1559) e il concilio di Trento (1545-1563), si creò una situazione di breve stabilità politica necessaria al Papa Pio V per stringere nell'alleanza della Lega Santa la Spagna, Venezia e lo stato Pontificio.
Apparentemente improponibile come legame, vista l'alleanza che legava Venezia con la Francia, la Lega Santa creata dall'astuzia diplomatica del Papa, univa la migliore flotta del mediterraneo occidentale alla giovanile irruenza di Don Giovanni d'Austria, fratellastro del re di Spagna Filippo II. E' nota la preoccupazione con cui gli spagnoli vedevano l'avanzata islamica ad occidente, in particolare, l'espansione turca sulle coste settentrionali del Maghreb, fece arrivare voci a Madrid secondo cui era in atto un preparativo navale ottomano contro la stessa penisola iberica.
Fu con tali premesse che, nel 1571, la flotta cattolica venne riunita a Messina e al comando di Don Giovanni d'Austria salpò verso le coste della Grecia.
Il termine darsena, ossia il luogo reputato per eccellenza alla costruzione marinara, proviene dall'arabo dar as-sina, ossia "casa della costruzione".
Una delle più famose e produttive "case della costruzione" navale in Europa risulta l'Arsenale di Venezia, seguito immediatamente da quello spagnolo di Barcellona. Entrambe gli arsenali avevano la caratteristica peculiare della costruzione specifica di navi da guerra, e la Repubblica di Venezia in particolare, aveva nei dintorni altri "distaccamenti" nei quali venivano costruite altre imbarcazioni di stampo mercantile, come i porti di Candia e di Canea.
Ma la produttività del cantiere veneto era sicuramente senza eguali in Europa. Basta pensare che in un'annata sola era in grado di lavorare 18 galeazze, 10 galere "bastarde" e 138 galere "sottili" per un totale di 60.00 tonnellate di legname!
Il legname era una delle discriminanti maggiori per la qualità di una imbarcazione. Tra i legnami dedicati alle parti più delicate della nave (gli alberi, le antenne, il fasciame e le pulegge) venivano prediletti il legno di noce, abete e quercia, mentre per altre parti (come ad esempio paratie, ponti e scale) si utilizzavano pioppo, olmo e faggio.
Tutti coloro che lavoravano nei cantieri navali veneziani (calafati, maestri d'ascia fonditori e calatori), avevano l'uso di tramandare alle generazioni successive la propria arte, il cui perfezionamento creava il divario di qualità tra le flotte cristiane e quelle musulmane. Quando l'unione occidentale verrà messa ancor più in discussione con la divisione tra protestanti e cattolici, molti ingegneri olandesi ed inglesi, grazie agli alti stipendi promessi, andarono a realizzare opere navali nei cantieri di Istanbul.
Nonostante questo, il "gap" qualitativo tra le flotte da guerra veneziane e quelle turche non fu mai veramente colmato dagli islamici.
Le forze erano così divise: 210 imbarcazioni per i cristiani, per un totale di 80.000 uomini, di cui 30.000 combattenti e 50.000 tra marinai e rematori. Le imbarcazioni erano di varia nazionalità, proprio per rappresentare al meglio le forze della Lega Santa. Vi erano infatti galere spagnole, genovesi, pontificie e sabaude, oltre alle prime galeazze veneziane, dotate dell'artiglieria che avrebbe influenzato le battaglie navali del futuro.
I turchi rispondevano con una flotta da 265 navi, con 221 galere, 38 galeotte e 18 fuste al comando di Mehmet Alì Pasha.
Va notato come la "propulsione" delle navi turche fosse composta esclusivamente da schiavi cristiani, ai quali non venivano risparmiati torture e maltrattamenti prima delle battaglie. Differente fu il comportamento di Don Giovanni D'Austria, il quale, dopo aver distribuito elmi, corazze ed armi a tutti i rematori, aveva astutamente promesso loro la libertà in caso di vittoria.
Il ruolo dei rematori non può essere dimenticato assai facilmente, particolarmente in un conflitto dove erano protagonisti d'obbligo anche loro. Sta di fatto che, durante le fasi più dure della battaglia, alcuni gruppi di schiavi, liberatisi dalle catene, presero di mira i propri aguzzini turchi. Su alcune navi attaccarono gli islamici alle spalle, mentre su altre, sparsero del sego sui ponti per far scivolare i turchi quando tentavano gli arrembaggi alle navi cristiane.
Nelle acque di Lepanto (nel golfo di Patrasso) le flotte si divisero in grossi gruppi. Il comandante generale prendeva posizione nella più grande galera della flotta (detta reale), per farsi riconoscere meglio dalle proprie forze e manovrare con più cura. Vi erano comunque anche altre navi di importanza fondamentale, quelle dette "capitane", sulle quali stazionavano gli ufficiali responsabili di ognuno dei gruppi della flotta.
Le flotte avversarie si schierarono in direzione nord-sud per una lunghezza di circa 7 chilometri.
L'ala sinistra dei cristiani, la più vicina alla costa, era composta da 64 galee venete al comando di Agostino Barbarigo. Sull'ala destra, quella spostata verso il mare aperto, vi erano le 54 galee genovesi comandate da Giannandrea Doria. La posizione centrale era occupata da altre 64 galee ai comandi di Don Giovanni D'Austria per gli spagnoli, Sebastiano Venier per i veneziani e Marcantonio Colonna per i pontifici. In testa ad ogni settore, le galeazze veneziane avevano il compito di aprire lo scontro e di "disordinare" le linee avversarie con le loro artiglierie.
La disposizione Turca era praticamente speculare a quella cristiana. Alla destra si pose Mehemet Soraq (detto "Scirocco") con 52 galee e 2 galeotte; alla destra Uluch Alì con 61 galee e 32 galeotte; al centro l'ammiraglio Alì con 87 galee e 2 galeotte.
La retroguardia cristiana, posizionata dietro il blocco centrale, era composta da 30 galee agli ordini del Marchese di Santa Cruz; mentre le retrovie turche erano formate da 8 galee.
L'intenzione ottomana era quella di sfruttare la superiorità numerica della propria ala sinistra (quella di Uluch Alì), nei confronti della destra cristiana (quella dei genovesi guidati dal Doria), per aggirare la flotta della Lega.
Sta di fatto che la prima parte dello schieramento turco che si mosse fu l'ala destra guidata da Mehemet Soraq, che tentò di incunearsi tra i veneziani del Barbarigo e la costa, per aggirare la sinistra nemica. La contromanovra veneta, che prenderà le imbarcazioni turche sul fianco, costerà la vita dello stesso capitano veneziano Barbarigo, ma distruggerà tutta l'ala dello "Scirocco" che verrà anche catturato.
Mentre la parte destra dello schieramento turco cade, le galeazze veneziane aprono il fuoco contro le navi turche, costrette ad accorciare le distanze, per non venire massacrate dall'artiglieria veneta. La nave ammiraglia turca dell'ammiraglio Alì, avanzò così tanto da speronare quella dello stesso Don Giovanni D'Austria, inaugurando un putiferio di imbarcazioni che giungevano, da ambo i lati, in soccorso dei propri comandanti.
Ma nonostante l'ardore profuso dai 400 giannizzeri che tentarono di conquistare la nave "reale" cristiana, gli archibugieri spagnoli ebbero la meglio. In aggiunta, con l'arrivo delle galee "Capitane" del Venier e di Colonna, la nave ammiraglia dei turchi fu presa e la testa dello stesso Alì fu issata sul pennone come monito per gli islamici. Senza più guida, il blocco centrale turco cede e viene sbaragliato. In queste fasi d'abbordaggio si copre di gloria il 75enne veneziano Venier, che combatte come un giovane leone ed è tra i primi a sfidare i dardi nemici.
Quando la battaglia è in corso le galee genovesi compiono una manovra che poteva mettere a repentaglio l'intero esito della battaglia. Trascinati forse dal vento o dalle correnti, le galee genovesi si allargarono ulteriormente verso il mare aperto, lasciando un varco dove Uluch Alì doveva affrontare solo le poche galee maltesi per poi ritrovarsi ad attaccare alle spalle l'intera flotta cristiana.
Ma proprio quando l'aggiramento era in dirittura d'arrivo, l'azione turca venne bloccata dall'estremo sacrificio del valorosissimo don Giovanni di Cadorna e delle sue galee siciliane, che si immolarono per dare il tempo alle galee di retrovia di accorrere.
A questo punto Uluch, per non rischiare di venir stretto in una morsa dal Doria e dalle galee del centro che stavano accorrendo, decide di ritirarsi con le navi superstiti.
Il bilancio finale dello scontro di Lepanto è nettamente a favore dei remi cristiani.
Le perdite turche ammontarono a 25.000 morti, 30 galere affondate e 100 catturate. Sul fronte opposto, i cristiani, persero 7.500 uomini e 15 navi.
Le cifre danno la dimensione di quanto netta fosse stata la vittoria occidentale, ma forse non rendono ancora bene l'idea di quanto ampio fosse il divario tecnologico tra le due parti in conflitto.
Se infatti da una parte, quella turca, venivano ancora utilizzati gli archi e le protezioni per i membri armati dell'equipaggio erano piuttosto leggere, sul fronte cristiano la metallurgia proteggeva gli uomini con corazze ed elmi resistenti, e li dotava di armi da fuoco che avevano una efficacia sicuramente maggiore di quella turca.
Il conflitto, e la vittoria cristiana di Lepanto, risulteranno di vitale importanza per tutta la cantieristica europea. Ne è piena dimostrazione il fatto che, nei secoli successivi, le battaglie sul mare non saranno più combattute da scafi a remi, ma solo da scafi esclusivamente a vela.
La vittoria cristiana di Lepanto fu decisiva per l'intera comunità mediterranea dell'Europa. Se la fine ufficiale dell'impero Ottomano è databile al 1918, l'inizio della regressione dell'espansionismo islamico parte proprio dal 7 ottobre 1571.
Qualora le imponenti flotte turche fossero riuscite ad avere la meglio su quelle cristiane, gran parte dell'Italia (esclusa Venezia) sarebbe passata sotto l'egida ottomana, e col tempo anche il traffico marittimo che collegava la Spagna ai suoi domini imperiali si sarebbe fermato, portando la potenza turca ad un'espansione che nemmeno gli Asburgo sarebbero stati in grado di fermare. Francia e Principi luterani e calvinisti non sarebbero stati in grado di reggere l'urto da soli, la barriera del Danubio sarebbe stata facilmente superata, e l'intera storia europea dei secoli XVI-XX sarebbe stata mutata in maniera inimmaginabile.
In conclusione, Lepanto rappresenta lo scontro che decise il futuro di due culture incapaci di convivere pacificamente, ma soprattutto una delle poche occasioni storiche in cui, buona parte della comunità europea occidentale si è riunita sotto un'unica forza per sconfiggere un'avversario comune e garantirsi un futuro indipendente.

sabato 29 aprile 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 29 aprile.
Il 29 aprile 1519 nasce a Venezia Jacopo Robusti, detto il Tintoretto, uno dei più grandi pittori italiani, esponente della scuola veneziana, ultimo rinascimentale e precursore dello stile barocco, imperante poi nel '600.
Al padre, e alla sua famiglia in genere, Jacopo deve innanzitutto il soprannome con cui è noto. Il nome di "Tintoretto" infatti è figlio del mestiere paterno: tintore di stoffe, appunto. Secondo gli studi più recenti, a dire il vero, lo stesso cognome Robusti, d'eredità paterna, sarebbe a sua volta un soprannome ricavato da un'impresa di guerra, nella quale si sarebbe distinto il padre del Tintoretto: energico difensore, secondo le fonti, della città di Padova. Il vero cognome, a quanto pare, sarebbe Comin, stando almeno alla dimostrazione del curatore del museo del Prado di Madrid, Miguel Falomir, in occasione dell'inaugurazione della mostra sul pittore veneziano, aperta il 29 gennaio del 2007.
Indubbio è che il padre, Giovanni Battista Robusti, o Comin, fosse un tintore. Probabilmente di origine lucchese, considerato che l'arte della tintura, almeno in quegli anni, è ad appannaggio dei lucchesi e dei toscani in genere. A confermarlo, ci sarebbero gli interessi da parte del figlio verso la pittura dei toscani, Michelangelo e Raffaello su tutti, che con ogni probabilità ha osservato da vicino, studiandone le tecniche.
Sull'infanzia e l'apprendistato del giovane Jacopo si sa poco. Secondo il biografo Carlo Ridolfi, il Tintoretto scopre la sua vocazione nel laboratorio paterno, utilizzando i colori del padre per dipingere le pareti. Il Robusti, a questo punto, per incoraggiarne la vocazione, lo porta dal maestro di allora, Tiziano. Il grande artista però, temendo che l'allievo possa superarlo e offuscare la sua fama in poco tempo, lo caccia dalla bottega. L'episodio risalirebbe al 1530.
Ad ogni modo, è datato 22 maggio 1539 un documento ufficiale nel quale Tintoretto si firma "maestro", dunque in possesso di una propria bottega sita in Venezia, in campo San Cassian. È dell'anno dopo, 1540, la firma su una celebre "Sacra Conversazione", mentre sono i suoi i due soffitti con soggetti mitologici dipinti per la casa veneziana di Pietro Aretino. A considerare da questi episodi, è possibile allora stimare che il celebre artista veneziano abbia visto crescere ed affermarsi la sua notorietà, o maestria, come si diceva, proprio in questi anni. A corroborare questa tesi, c'è anche la prima, vera commissione di cui si ha traccia certa, riguardante il Tintoretto. Vettor Pisani, nobile e titolare di una banca, intorno al 1541, in occasione delle nozze, chiama il giovane ventitreenne pittore per il restauro della propria residenza a San Paterniàn: sedici tavole incentrate sul tema delle Metamorfosi di Ovidio.
Nel 1547 comincia a lavorare alla celebre opera "La lavanda dei piedi", mentre l'anno dopo, l'Aretino gli scrive una lettera, in cui lo ringrazia per il lavoro svolto presso la Scuola Veneziana di San Marco. Il dipinto in questione è "Il miracolo di San Marco", commissionatogli anche grazie all'intervento del padre della sua futura sposa, Marco Episcopi, notabile e tra gli alti funzionari di Venezia.
Sempre in questi anni, l'artista si trasferisce nella parrocchia di Santa Maria dell'Orto, cominciando un intenso lavoro di rinnovamento delle opere artistiche interne ed esterne. Contemporaneamente, prosegue la sua collaborazione con la Scuola di San Marco, fino al 1566, lavorando ad altre tele raffiguranti il santo, come "San Marco salva un saraceno durante un naufragio", "Trafugamento del corpo di San Marco" e "Ritrovamento del corpo di San Marco". Intanto, nel 1549 porta a termine una delle tele più importanti di questo periodo, "San Rocco risana gli appestati", per la Chiesa San Rocco di Venezia.
Successivamente, anche l'Albergo della Scuola della Trinità lo chiama per alcuni lavori e tra il 1551 e il 1552, Tintoretto esegue un ciclo di dipinti ispirati alle storie della Genesi.
Nel 1552 si impegna formalmente con il procuratore Giulio Contarini a dipingere le portelle dell'organo della chiesa veneziana di Santa Maria del Giglio o Zobenigo. Il 20 dicembre dell'anno dopo, il 1553, è attestato un pagamento ricevuto dal pittore veneziano per alcuni dipinti eseguiti a Palazzo Ducale. Intorno a questa data poi, il pittore sposa Faustina Episcopi.
Nel 1555, l'artista, ormai soprannominato anche "Il furioso", per il suo tratto e per l'uso drammatico della prospettiva, dipinge la celebre pala con "L'Assunta" nella Chiesa dei Gesuiti di Venezia, e "Giuseppe e la moglie di Putifarre", altro celebre lavoro, poi acquistato da Diego Velasquez per Filippo IV. Dell'anno dopo invece, è il dipinto "Susanna e i vecchioni".
Nel 1564 il pittore inizia a lavorare per la sala dell'Albergo della Scuola Grande di San Rocco, a Venezia. Sono questi gli anni in cui la competizione, per l'ottenimento delle committenze più importanti, è più che agguerrita. Tiziano, ad esempio, è uno di quegli artisti che cerca in tutti i modi di osteggiare la fama del rivale Tintoretto. Per sbrogliare la questione, a quanto si legge da alcune fonti e, anche, dalle cronache del Vasari, la Giunta della Scuola di San Rocco ha intenzione di indire un concorso vero e proprio, per l'assegnazione del lavoro dell'ovale di San Rocco in gloria. Nel 1564 però, "il furioso" anziché presentare gli studi dell'opera, come gli altri artisti, presenta direttamente l'opera, con tanto di misure e collocazione ove prestabilito. Con la sua offerta decisamente vantaggiosa, riesce così ad ottenere l'incarico desiderato, nonostante i malcontenti creati tra gli altri pittori. E, l'11 marzo del 1564, come si evince dalle fonti ufficiali, con 85 voti a favore e 19 contrari, Tintoretto viene nominato membro della Scuola e incaricato dell'esecuzione di un ciclo di dipinti incentrati sul tema della "Passione".
Quattro anni dopo, nel 1568, arrivano alcuni dei due capolavori dipinti per l'Albergo, "La discesa di Cristo al limbo" e "La crocifissione". Intanto, porta a termine il ciclo di "San Rocco", cominciato nel 1549, dando alla luce nel 1567 il meraviglioso "San Rocco in carcere". Del 1571 invece, è la datazione di una serie di pagamenti per l'esecuzione di alcuni lavori richiesti dalla Libreria marciana, come il noto dipinto "I filosofi".
Nel 1574 Tintoretto acquista una casa nella fondamenta dei Mori, a San Marziale, dove abita fino alla fine dei suoi giorni. Contemporaneamente, comincia i lavori per la Sala Grande Superiore della Scuola di San Rocco, dedicandosi alle tele del soffitto, di recente ultimato. La peste che si abbatte sulla città lagunare in quegli anni, porta l'artista a prendere la decisione di lavorare gratuitamente alla tela centrale del soffitto, come sorta di voto a San Rocco, protettore proprio degli appestati. Ultima le tele nel 1577.
Nel 1580 è a Mantova per la consegna degli ultimi quattro teleri dei "Fasti", secondo la commissione ricevuta da Guglielmo Gonzaga per il Palazzo Ducale della città. L'anno dopo porta a termine anche i lavori alle pareti della Sala Grande di San Rocco e nel 1582 comincia a dipingere, per la Sala dello Scrutinio di Palazzo Ducale, a Venezia, il dipinto "La battaglia di Zara". Al contempo, si dedica anche alle tele per la Sala Terrena della Scuola Grande di San Rocco. Entro il 1588, porta a termine tutti i lavori per San Rocco.
Nel 1592 pertanto, inizia a lavorare ai capolavori "L'ultima cena" e "Gli ebrei nel deserto rifiutano la manna", entrambi per il Presbiterio di San Giorgio Maggiore, a Venezia.
Stando al suo atto di morte, dopo una febbre di due settimane il Tintoretto muore il 31 maggio del 1594. Tre giorni dopo, viene sepolto nella chiesa della Madonna dell'Orto, nella cripta della famiglia Episcopi.
Dalle analisi effettuate negli anni '70 su campioni prelevati dalle tele della Scuola Grande di San Rocco, si sono ottenute preziose informazioni riguardo ai materiali e alle tecniche impiegate da Tintoretto.
Le tele utilizzate, in tutti i campioni, si sono rivelate essere di lino, con differenti armature, sia semplici come il tabì, simile a quella del taffetà, che più robuste come la spina di pesce. La scelta della trama non sembra essere dipendente dal tipo di dipinto o dalla sua collocazione: ad esempio, per l'Ultima Cena Tintoretto ha utilizzato una trama grossolana, nonostante il dipinto sia visibile da una distanza ravvicinata. Non era raro che i dipinti venissero realizzati su tele cucite assieme: i telai dell'epoca potevano infatti realizzare altezze fino a 110 cm. Solitamente, le cuciture venivano effettuate prima dell'esecuzione del dipinto, in modo tale che fossero il più possibile invisibili, e soprattutto che non si trovassero in corrispondenza di parti importanti come mani e volti: era preferibile inoltre utilizzare pezze con la stessa trama, per avere una maggiore uniformità. Tintoretto invece pare non prestare attenzione a questi accorgimenti: utilizza ritagli di tela con trame diverse tra loro, con cuciture anche evidenti, come nel caso del volto della Vergine nella Fuga in Egitto, della Scuola di San Rocco.
Le imprimiture più comuni erano composte da uno strato sottile di gesso e colla, derivate da quelle già utilizzate nella pittura su tavola: il fondo chiaro dava una maggior luminosità ai colori successivamente stesi. Tintoretto preferiva invece un fondo scuro, steso sull'imprimitura a gesso o direttamente sulla tela: le analisi hanno rivelato che non si tratta di un colore bruno uniforme, bensì di un impasto ottenuto con i residui delle tavolozze, data la presenza di particelle colorate microscopiche. Sul fondo così preparato era possibile dipingere sia i toni chiari che gli scuri, lasciando anche trasparire il fondo stesso: questo era possibile nei casi in cui il dipinto si fosse trovato in zone buie o in ombra e contribuiva a velocizzare notevolmente l'esecuzione del dipinto.
Il Ridolfi racconta che l'artista era solito approntare dei piccoli "teatrini" per studiare la composizione delle opere e l'effetto delle luci: panneggiava le vesti su modellini di cera, che poi disponeva in "stanze" costruite con cartoni, illuminate da candele. Per lo studio degli scorci, appendeva manichini al soffitto dello studio: questo è evidente dal confronto di due dipinti, il Miracolo di san Marco che libera lo schiavo e il San Rocco in carcere confortato da un angelo, in entrambi i quali si può riconoscere un modello simile utilizzato per le figure sospese.
Per gli studi a gesso, Tintoretto era affezionato alla carta azzurra che tanto andava di moda a Bologna e che gli permetteva di utilizzare sia gli scuri che le lumeggiature.

giovedì 8 settembre 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'8 settembre.
L'8 settembre 1354 muore Andrea Dandolo, il più giovane doge della storia veneziana.
Nacque il 30 apr. 1306 da Fantino, del ramo di S. Luca, che viene ricordato nel 1312 fra gli elettori del doge Giovanni Soranzo e che morì il 13 ag. 1324.
Ebbe almeno due fratelli: Marco, di cui nulla si sa, e Simone, provveditore all'esercito contro Zara nel 1345, podestà di Treviso e, in seguito, fra i giudici del doge Marino Falier. Nel testamento dei Dandolo è inoltre menzionata una sorella, di nome Agnese, monaca a S. Giovanni di Torcello.
Della sua formazione culturale si conosce poco, ma si può affermare con sicurezza che ebbe solida base giuridica. Ciò risulta evidente sia dall'attività del Dandolo in campo giuridico sia dagli espliciti accenni contenuti nell'opera del contemporaneo Guglielmo Cortusi, che lo dice "legali scientia decoratus", sia da un documento del 13 dic. 1333 in cui è definito "iurisperitus". E' probabile che abbia frequentato lo Studio di Padova, ma non è sicuro che vi si sia addottorato, come invece sostengono scrittori tardi. Malgrado le incertezze biografiche, è fuori di dubbio che parallelamente alla formazione giuridica ne aveva ricevuta una letteraria, filosofica e storica. Accanto alla testimonianza di per sé probante della sua successiva attività di storiografo, abbiamo infatti precise indicazioni del Petrarca. Questi in una lettera al Dandolo scritta da Padova nella primavera del 1351 sottolinea la giovanile familiarità che il suo corrispondente aveva avuto con le Muse, in seguito abbandonate per seguire la carriera pubblica e gli studi filosofici. Lo stesso Petrarca, in un'altra sua lettera  del 25 febbr. 1352, gli rammenta un periodo giovanile di viaggi apparentemente compiuti per diletto personale.
Nel 1328, dopo brevissimo tirocinio negli uffici pubblici, fu eletto procuratore di S. Marco sia pure con esigua maggioranza. Tale nomina, nonostante l'alto numero dei voti contrari, verosimilmente dovuti alla giovane età del candidato, sembra attestarne le non comuni qualità. Un documento conservato all'Archivio di Stato di Venezia lo attesta procuratore de supra il 4 ott. 1328, ed è presumibile che sia succeduto a Marino Badoer deceduto nel marzo dello stesso anno. Durante il periodo in cui ricoperse tale ufficio (1328-1343), il Dandolo fu eletto più volte savio con vari incarichi, svolse compiti specifici e compì, tra l'altro, una missione diplomatica ad Ancona con Giovanni Contarini. Il 10 novembre del 1336, insieme con Marco Loredan, dette inizio alla registrazione dei beni fondiari di proprietà della basilica di S. Marco. Nel maggio del 1340 fu tra i cinque provveditori al Frumento; e il 13 apr. 1341 era fra i savi deputati all'allargamento della strada da S. Bartolomeo a S. Giovanni Crisostomo.
Dopo la morte di Francesco Dandolo (01 Ott 1339), concorse al dogato con Marino Falier e Bartolomeo Gradenigo. Fu eletto quest'ultimo, a quanto pare con il concorso determinante dei seguaci del Dandolo in antagonismo al Falier. Morto il Gradenigo (28 dic. 1342), Andrea fu tra i cinque correttori della promissione ducale e, il 4 genn. 1343, divenne doge al termine di un'elezione contrastata in cui, secondo il Cortusi, la sua candidatura venne accettata come ripiego, non riuscendo il Collegio elettorale ad accordarsi sul nome di un personaggio più anziano. Sulla scelta finì per pesare sicuramente l'importanza della casata che aveva già dato tre dogi; ma vi dovette anche contribuire il prestigio che il giovane candidato si era acquistato grazie alla sua attività e intelligenza, sia come procuratore di S. Marco, sia come studioso di diritto, sia come storico. Aveva infatti composto in quegli anni un manuale di leggi veneziane, la Summula, e una cronaca dalle origini di Venezia sino al 1342, la cosiddetta Chronica brevis.
In ogni caso i gruppi che gestivano allora il potere a Venezia non dovettero giudicare Andrea persona inadatta a reggere la suprema magistratura, nonostante l'età giovanile, insolita nella prassi delle elezioni ducali. Forse giocarono a suo favore l'indole mite e le sue indubbie capacità politiche di mediazione (testimoniate fra l'altro, a quanto pare, dagli stessi soprannomi di Cortesin e di Contesin, coi quali veniva designato); forse indussero a farlo scegliere le sue stesse ormai note inclinazioni, che facevano di lui un uomo di studio più che un uomo d'azione.
Egli si trovò al vertice della Repubblica in uno dei periodi più critici della sua storia, in cui si ebbero guerre, carestia, calamità naturali e la terribile peste del 1348. I primi atti di governo del nuovo doge sembrano lasciar intravvedere una precisa linea programmatica volta al riordinamento dello Stato su basi giuridiche al fine di superare, per quanto possibile, le contraddizioni interne della società veneziana. A poco più di un mese dall'elezione, il 9 febbraio, il Dandolo fece infatti nominare una commissione di cinque savì per provvedere alla riforma degli antichi statuti, continuando così con l'avallo della sua posizione l'attività già iniziata da procuratore.
Con questo lavoro di compilazione, che venne terminato tre anni più tardi, si proponeva di assicurare la pace interna confidando nella validità del diritto come elemento regolatore dei rapporti umani: aspirazione forse un po' astratta in una società carica di tensioni, com'era quella veneziana dei tempo, ma a cui egli sembra aver aderito pienamente, a giudicare dall'impegno personale che profuse nell'opera, alla quale dedicò addirittura - come ricorderà più tardi - ore sottratte al sonno. La fede nel diritto come strumento di governo rimase d'altronde un punto fermo nella sua mentalità e costituì un cardine della sua attività di governo.
Malgrado le sue aspirazioni ad un dogato di pace e di tranquillo riassetto amministrativo dello Stato, dovette affrontare, come responsabile del governo della Repubblica, una serie crescente di difficoltà fra cui una disastrosa guerra con Genova. Le traversie che visse Venezia negli anni in cui egli fu doge offuscarono la sua figura presso i contemporanei al punto che fu odiato in vita e diffamato dopo la morte. Il primo biennio della sua amministrazione passò comunque in una relativa tranquillità, con pochi avvenimenti di rilievo. Nell'autunno 1343 furono espulsi a titolo precauzionale gli "stipendiari" padovani, vicentini e parmensi al soldo della Repubblica in Treviso, dove la recente dominazione veneziana non si era ancora consolidata. In quello stesso anno venne sottoscritta la lega triennale con Cipro e con i Cavalieri di Rodi Promossa dal papa Clemente VI in funzione antiturca. Nel 1344 Venezia riuscì a comporre il dissidio con il patriarca di Aquileia e col conte Alberto di Gorizia a proposito dell'Istria. Il 28 ottobre dello stesso anno fu presa Sinime nel quadro della guerra contro i Turchi. La lega fu prorogata per altri due anni nel dicembre del 1345, ma di fatto, malgrado le reiterate esortazioni del papa, si esaurì ben presto per i contrasti fra gli aderenti. In particolare i Veneziani, cui importava soprattutto l'acquisizione di Chio in vista di un ampliamento della loro sfera d'influenza nel bacino orientale del Mediterraneo, finirono col perdere ogni interesse alla lega quando l'isola venne occupata dai Genovesi sul finire della primavera del 1346. Del resto, nell'agosto del 1345 avevano dovuto affrontare una nuova rivolta di Zara, che aveva minacciato gravemente il loro dominio sullo stesso Adriatico.
La ribellione era stata appoggiata da Ludovico il grande, re d'Ungheria, inseritosi in quello scacchiere: egli, nell'intento di sottrarre la città dalmata alla Repubblica, non aveva mancato di fomentarne i rancori municipalistici nei confronti della Dominante. La disfatta dell'esercito ungherese sotto le mura di Zara (1° luglio 1346) di lì a poco portò la città assediata alla resa, che fu sottoscritta a Venezia il 15 dicembre dello stesso anno. Il riacquisto di Zara fu solennemente celebrato e, in questa occasione, venne composta la Cronica Iadretina, un'opera di propaganda tesa a dimostrare il buon diritto di Venezia al possesso di Zara, opera variamente attribuita a Benintendi Ravignani o a Raffaino de' Caresini, collaboratori del Dandolo nell'ambito della Cancelleria ducale.
Nello stesso periodo, dopo una breve pausa di distensione, tornarono ad acuirsi i contrasti con Genova. La conquista di Chio aveva infatti portato ad un tale masprimento dei rapporti fra Venezia e la Repubblica ligure, da far ritenere inuninente lo scoppio delle ostilità.
L'apertura del conflitto armato fu ritardata da una serie di calamità che sconvolsero Venezia. Nel 1347 si ebbe infatti una pesantissima carestia per cui - nota il Sanuto - "se non era il miglio, si tiene che molti sarebbon morti di fame". Seguì il terremoto del 25 genn. 1348 e, subito dopo, scoppiò l'epidemia di peste, che imperversò per almeno sei mesi decimando la popolazione. "Le case si votarono", scrive ancora il Sanuto, "e più tosto le case cercavano abitatori, che gli abitatori cercassero case ad affitto". Si calcola che siano deceduti i tre quinti degli abitanti (cioè, secondo la stima del Brunetti. 45.000 o 50-000 persone), e che si siano completamente estinte ben cinquanta famiglie nobili. Terminato il contagio, il Maggior Consiglio diede facoltà ai Pregadi di provvedere al ripopolamento, invitando i forestieri in città. Furono presi inoltre vari provvedimenti per il ritorno alla normalità. Il 17 settembre dello stesso anno Capodistria insorse contro il dominio veneziano, ma la rivolta fu domata rapidamente. Pur impegnato da questi eventi, il governo della Repubblica si preparava a portare l'attacco a fondo contro Genova. Il segnale della guerra fu dato dalla cattura di alcune navi veneziane da parte dei Genovesi a Caffa.
Nell'agosto 1350 venne decisa la guerra con Genova e fu inviata alla volta della Romania una flotta di trentacinque galere, che ottenne un discreto successo nel porto di Castro presso Negroponte, catturando dieci navi avversarie (settembre 1350). I Genovesi risposero con un'incursione contro Negroponte dove incendiarono e saccheggiarono il porto. Di fronte all'impossibilità di piegare da sola la rivale, nei primi mesi del 1351 Venezia si alleò con Pietro IV re d'Aragona e con Giovanni Cantacuzeno, che aveva usurpato il trono di Bisanzio esautorando Giovanni V Paleologo. Gli alleati si impegnarono a fornire ciascuno un certo numero di vascelli per approntare complessivamente una flotta di ottanta-novanta galere. Ma per tutto il 1351 non si ebbero scontri di rilievo, a causa del ritardo con cui la flotta veneto-aragonese raggiunse l'Egeo. All'inizio dell'inverno una flotta genovese di sessantaquattro galere al comando di Paganino Doria si ritirò a Pera, mentre gli alleati ripararono a Creta.
Nello stesso anno Clemente VI tentò invano di riportare la pace fra i contendenti. Anche il Petrarca si rivolse al Dandolo con una lunga lettera, scritta probabilmente il 18 marzo, in cui lo supplicava di adoperarsi a convincere gli avversari "a deporre le armi incivili, a unire gli animi loro e le loro bandiere e a darsi il bacio della pace".
Nel febbraio 1352 gli alleati partirono per gli stretti, congiungendosi con la flotta bizantina nelle acque di Costantinopoli. Il 13 febbraio si svolse la sanguinosissima battaglia del Bosforo che terminò con un esito incerto, tanto che entrambi i contendenti poterono attribuirsi la vittoria. Tuttavia, per quanto il Doge in una lettera del 21 aprile annunziasse a Pietro IV il felice esito dello scontro, è innegabile che, essendosi gli alleati ritirati, il miglior successo fosse dei Genovesi.
Quando Giovanni Cantacuzeno si accordò con Genova, i Veneziani si allearono con Giovanni Paleologo: questi, come pegno di un prestito ricevuto di 20.000 ducati, cedette loro l'isola di Tenedo per la durata della guerra (10 ott. 1352). L'importante vittoria ottenuta dai Veneto-Catalani il 29 ag. 1353, nelle acque di Alghero, dove, nel corso di uno scontro navale venne distrutta la maggior parte della flotta genovese (battaglia di La Lojera), non valse a piegare l'avversario. Piuttosto che cedere, i Genovesi finirono per sottomettersi a Giovanni Visconti, il signore di Milano, purché questi si fosse impegnato a proseguire la lotta contro Venezia. Venezia, per parte sua, tra la fine del 1353 e la primavera dell'anno successivo, strinse alleanze con i signori di Mantova, di Verona e di Faenza, col marchese di Ferrara e con Carlo IV di Lussemburgo e rifiutò di discutere le offerte di pace avanzate da Giovanni Visconti.
All'inizio del 1354, infatti, giunse a Venezia, come ambasciatore del signore di Milano, il Petrarca, il quale, nel mese in cui si fermò nella città lagunare per svolgere la sua missione di pace, cercò invano di incontrarsi col doge. Dandolo, che pure conosceva il poeta aretino, evitò accuratamente ogni contatto con l'inviato visconteo. Non rispose neppure alla lettera che il Petrarca, per invitarlo a impegnarsi per la pace, gli inviò il 28 maggio da Milano, dove era rientrato al termine della sua sfortunata missione veneziana. Secondo quanto ebbe più tardi ad affermare lo stesso Petrarca, il Dandolo non avrebbe risposto a questa sua lettera perché a corto di argomenti: il doge, "cum se multum frusta torsisset", avrebbe rimandato a mani vuote il corriere, con la sola promessa di una risposta, dopo averlo fatto attendere inutilmente per una settimana. Non sappiamo se abbia mantenuto il suo impegno. È pervenuto sino a noi, infatti, il testo di una replica al Petrarca in data 13 giugno 1354 inserito in una lettera che Benintendi Ravignani, cancelliere grande della Repubblica, inviò al poeta il 26 gennaio di un anno che è probabilmente il 1356. Non è escluso, però, che l'autore di tale replica sia non il Dandolo, ma lo stesso Benintendi che voleva in tal modo difendere la memoria del doge da poco scomparso contro le insinuazioni del Petrarca.
Fallite le offerte di negoziati, i Genovesi ripresero l'iniziativa militare: inviata una flotta nell'Adriatico, devastarono Curzola e Lesina; qualche tempo dopo Paganino Doria eluse il blocco che gli avversari avevano posto al porto di Genova e, condotta la flotta nell'Adriatico, devastò Parenzo. Venezia prese immediati provvedimenti di fronte all'avvicinarsi del pericolo. La difesa cittadina fu affidata a Paolo Loredan (14 agosto 1354) che ebbe ai suoi ordini dodici nobili (due per sestiere) con trecento uomini ciascuno. Fu inoltre deciso un prestito cittadino (17 agosto); venne numerata la popolazione atta alle armi (2 settembre) e fu tesa una catena a chiudere il porto del Lido.
Nell'estate la salute del doge, che sin dai primi anni del conflitto si era fatta malferma, peggiorò improvvisamente. L'ultimo documento ufficiale a noi noto, che porti la sua firma, è infatti del 16 luglio: già il 31 agosto il consigliere Marino Badoer sottoscriveva gli atti pubblici in sua vece. Il 3 settembre il Dandolo dettava il suo testamento, che fu rogato dal Ravignani, e nel quale ricordava la moglie, il fratello Simone, la sorella Agnese, i figli, la nipote Bertuccia.
Morì il 7 sett. 1354. Il suo corpo fu sepolto nella cappella del battistero di S. Marco.
Secondo il Petrarca, il Dandolo si sarebbe lasciato morire dopo una sommossa di piazza, cui "praeter morem" aveva partecipato armato (lettera a Guido Sette del 24 apr. 1355). Il cronista Caroldo registra invece la più attendibile versione, secondo la quale la sua saIute già minata sarebbe stata stroncata dagli strapazzi cui il doge si era sottoposto mentre organizzava la difesa ultima della città. Il Dandolo lasciava la moglie, Francesca Morosini, e tre figli: Fantino, Leonardo e Zanetta. Francesca Morosini era ancora viva il 13 dicembre 1374, quando dettò il suo testamento. Fantino, il primogenito, sposò Beriola Falier nipote del doge e morì intorno al 1356. Leonardo ricoprì importanti incarichi pubblici e morì nel 1406; Zanetta sposò un Loredan. Il monumento funebre del Dandolo, che fu l'ultimo doge sepolto nella chiesa di S. Marco, è in stile gotico ed è probabilmente opera dei de Sanctis o della scuola: rappresenta il doge che dorme disteso sul sarcofago. Il Petrarca, su richiesta di Leonardo Dandolo e del Ravignani, compose un epitaffio in sua memoria, che non fu tuttavia apposto sul monumento dove invece si legge un altro epitaffio, di cui ignoriamo l'autore.

giovedì 14 luglio 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 14 luglio.
Il 14 luglio 1902 il campanile di San Marco a Venezia crollò.
Nel 1902 la Loggetta del Sansovino, ai piedi del lato Est del campanile di San Marco, aveva bisogno di interventi di restauro: da tempo vi erano delle infiltrazioni di pioggia.
A provvedervi, venne incaricato l'Ufficio per la Conservazione dei Monumenti del Veneto che designò il proprio architetto Domenico Rupolo a dirigere i lavori con l'assistenza di Antonio Moresco.
Nel giugno di quell'anno iniziò la sostituzione delle lastre di piombo che ricoprivano il tetto della Loggetta.
Lunedì 7 luglio il Rupolo ed il Moresco si accorsero di una fessurazione trasversale sul muro di laterizi del campanile, vicino al tetto della Loggetta. Il Rupolo fece subito rapporto all'Ufficio Regionale per la Conservazione dei Monumenti, dal quale dipendeva.
Martedì 8 luglio agli occhi del Rupolo e del Moresco la crepa nell'angolo Nord-Est sembrava essersi allargata.
Mercoledì 9 luglio la fessura appariva ancora più larga: esaminata da vicino, i due tecnici si accorsero che il materiale che c'era all'interno si sbriciolava anche solo entrandovi con la mano, con grande facilità.
L'architetto Rupolo presentò un secondo rapporto con il quale, tra l'altro, chiedeva che fosse ordinato dalle autorità di tenere sgomberata la Piazza.
Giovedì 10 luglio la fessura camminò verticalmente verso l'alto del lato Nord in corrispondenza dei finestrini del campanile. Alle ore 15 venne compiuto un sopralluogo.
Venerdì 11 luglio il custode Pietro Ubaldo Caroncini sentì cadere qualcosa all'interno del campanile, come si fosse trattato di sassi.
Il Direttore dell'Ufficio Regionale per la Conservazione dei Monumenti, l'ingegnere ed architetto Federico Berchet, scrisse all'ingegnere Pietro Saccardo, Proto di San Marco, manifestandogli la propria preoccupazione ed invitandolo a mettersi in contatto al più presto direttamente con l'architetto Rupolo che seguiva sul posto gli sviluppi.
Sabato 12 luglio la fessurazione era ormai visibile a tutti: era arrivata all'altezza del quinto finestrino e si era allargata, nel corso della giornata, di un centimetro.
Il Prefetto di Venezia Giovanni Cassis nominò una commissione tecnica per affrontare l'emergenza del campanile: ne facevano parte l'ingegnere Federico Berchet, che ne era anche il Presidente, l'ingegnere Pietro Saccardo e Alberto Torri, ingegnere capo del Genio Civile.
La Commissione effettuò un sopralluogo sul campanile rilevando che il problema stava in una vecchia fenditura che si era aperta a seguito della caduta di una saetta il 23 aprile 1747 e nella riparazione che allora venne compiuta da Bernardino Zendrini (1679-1747).
In attesa di prendere qualche provvedimento definitivo, si stabilì di effettuare una ritenuta provvisoria dell'angolo Nord-Est del campanile con dei tiranti in acciaio che l'avrebbero tenuta allacciata a punti di sicurezza.
Per precauzione venne eretta attorno alla base una piccola staccionata in legno per proteggere i numerosi curiosi dalla caduta di qualche calcinaccio proveniente dagli assaggi.
Domenica 13 luglio la crepa aveva raggiunto la cella campanaria. Alle 14 la commissione fece un altro sopralluogo sul campanile e constatò che tutte le spie di vetro collocate lungo la fessura risultavano spaccate, a segnalare che questa si era ulteriormente allargata.
Alle 16 di quello stesso giorno la commissione venne ricevuta dal Prefetto di Venezia: non pareva comprendere la gravità della situazione ed escluse la possibilità di un crollo totale, ritenendo piuttosto molto probabile il pericolo di un crollo parziale nei giorni successivi.
Il Prefetto, per misura cautelare, ordinò la chiusura al pubblico del campanile e la sospensione del suono delle campane. Alla sera il questore ordinò anche la sospensione di un concerto in Piazza della banda del 18° Reggimento di Fanteria, diretta dal Maestro Battista: in programma  musiche dal "Rigoletto" di Giuseppe Verdi (1813-1901), dai "Maestri Cantori di Norimberga" di Richard Wagner (1813-1883) e da "Galatea" di Franz von Suppé (1819-1895). La gente non sapeva il motivo di questo provvedimento e faceva le congetture più strane: che fosse morto il Re Edoardo VII d'Inghilterra (1841-1910) o Re Nicola del Montenegro (1841-1921) o che ci fosse stato un attentato ferroviario a Re Vittorio Emanuele III (1869-1947); qualcuno sosteneva che era stato ordinato per la prossima caduta del campanile. Più tardi si venne a sapere che la musica era stata sospesa per evitare assembramenti di gente in Piazza attorno al campanile.
Lunedì 14 luglio, alle 5.30 del mattino, l'architetto Rupolo era già in Piazza: doveva provvedere a far eseguire le allacciature allo spigolo del campanile.
Salì in alto e vide nuovamente rotte quelle spie di vetro lungo la crepa che erano state ripristinate il giorno prima: la fenditura si era «spaventosamente allargata».
Si dice che il suo assistente, Antonio Moresco, che si trovava sulla Loggetta, vedendo la fessura esclamasse: «Qua femo la morte dei zorzi!» (Qui facciamo la morte dei topi!).
Caddero alcune pietre frammiste a calcinacci: a questo punto il Moresco lasciò liberi gli operai di andarsene.
L'architetto Rupolo e l'ingegnere Saccardo si presentarono dal prefetto che chiese loro per quanto tempo il campanile potesse ancora resistere; per il Rupolo al massimo quattro o cinque giorni.
Intanto si chiesero all'Arsenale di Venezia i cavi d'acciaio necessari per imbrigliare l'angolo del campanile.
Poco dopo le 9 del mattino la commissione era a San Marco per fare un sopralluogo sul campanile, ma l'architetto Rupolo si oppose impedendo di salire: a prima vista gli era evidente che la fessura in sole tre ore si era allargata a vista d'occhio.
Rupolo e Moresco corsero quindi dal custode Pietro Ubaldo Caroncini che aveva un piccolo alloggio all'interno della torre: non riuscendo a convincerlo di allontanarsi, dovettero trascinarlo di forza tirandolo per un braccio.
Venne allargata l'area protetta dalla staccionata che venne spostata oltre il terzo pilo portabandiera in bronzo, opera di Alessandro Leopardi (morto nel 1522/23), quasi all'imboccatura delle Mercerie sotto la Torre dell'Orologio.
Verso le 9.30 arrivò una squadra di guardie municipali addette agli incendi: portavano una lunga scala per esaminare da vicino la fenditura del campanile.
Non appena la scala venne appoggiata sulla parete Nord delle torre cominciarono a staccarsi pietre e pezzi di calcinacci che caddero rumorosamente al suolo.
L'ingegnere Rambaldo Gaspari, comandante della squadra, intuì subito l'imminenza del crollo: fece staccare la scala e con quella sospinse il pubblico di curiosi che si era andato ingrossando verso le Procuratie Vecchie. Urlando ordinò lo sgombero immediato della Piazza e della Piazzetta che in pochi minuti diventarono deserte, ponendo delle guardie al ponte della Paglia ed all'Ascensione per isolare la zona.
Intanto l'architetto Rupolo con il suo assistente Moresco corsero sotto le Procuratie Nuove per sgomberare i negozi.
Alle 9.40 circa attorno al campanile c'erano solo dodici persone: cinque guardie municipali, due guardie di pubblica sicurezza, due operai, l'architetto Rupolo con il Moresco e l'ingegnere Gaspari.
Dopo pochi minuti si sentì un rumore profondo e secco che qualcuno paragonò ad un gemito di dolore: la fessura si allargò crescendo a vista d'occhio facendo fuoriuscire un'eruzione di pietre. Quella dozzina di persone che era restata fino all'ultimo sotto il campanile se la diede a gambe. Un enorme masso di due metri fu visto staccarsi dall'angolo Nord-Est schiantandosi sulla Loggetta e poi seguì una cascata di pietre e mattoni.
La fessura si spalancò all'improvviso vomitando pietre, la cuspide con l'angelo parve dondolare fino a scomparire quando il campanile si accasciò su se stesso.
Erano le ore 9.47 del mattino.
Le testimonianze raccontano di un urlo che si levò all'unisono dalla folla accalcata sotto le Procuratie Vecchie mentre il fragore provocato dal crollo fu udito in molte parti di Venezia.
Piazza San Marco tremò tutta, come ci fosse stato un terremoto.
Si levò alta una fittissima nube di polvere che riuscì ad oscurare il sole non solamente in Piazza ma in quasi tutta la città: chi era lontano da San Marco credette che fosse in arrivo un temporale. La polvere si depositò sui tetti delle case e sulle calli.
Ci fu un fuggi fuggi generale tra i curiosi sotto le Procuratie Vecchie ma anche tra i numerosi avventori del Caffè Aurora che si erano seduti, curiosi, per seguire le operazioni degli ingegneri e delle guardie civiche.
Al diradarsi della nuvola apparve una sagoma conica di detriti alta più di dieci metri mentre cominciava a farsi sentire l'odore del gas che fuoriusciva da alcuni lampioni dell'illuminazione pubblica che erano stati divelti dal crollo.
Grazie allo sgombero della Piazza ordinato appena un quarto d'ora prima e subito eseguito, non ci furono vittime.
Anche la Basilica era restata indenne: la colonna del bando, posta davanti all'angolo Sud-Ovest della cattedrale, restò travolta frenando la corsa delle macerie che si fermarono appena prima delle delicate colonne d'angolo.
Non fu così per la Loggetta del Sansovino che venne seppellita di pietre dal crollo: per uno strano effetto, la terrazza antistante la Loggetta era scivolata in avanti, restando comunque coperta dalle macerie.
Era invece crollato il tetto della Libreria sansoviniana e la facciata del primo piano: dallo squarcio si riusciva a vedere l'interno della sala.
Furono devastati, o danneggiati in vario modo, cinque negozi sotto le Procuratie Nuove.
La cella con le campane cadde verso la Piazzetta.
Dal cumulo di macerie emergevano due simboli del campanile: il primo era l'angelo dorato, disegnato da Luigi Zandomeneghi (1778-1850), che era stato collocato sulla cuspide il 30 luglio 1822; nella caduta era rotolato di fronte alla porta principale della Basilica.
Il secondo era la campana maggiore, chiamata Marangona a ricordare la vecchia Marangona che suonava ai tempi della Repubblica, che era stata fusa nel 1820 sotto la seconda dominazione austriaca.
Mentre l'angelo si era rotto in molti pezzi con il meccanismo che gli consentiva di ruotare attorno al proprio asse per indicare la direzione del vento irrecuperabile, la campana fu l'unica, a differenza delle sue compagne, a risultare pressoché intatta.
La notizia del crollo si diffuse rapidamente nella città: nessuno voleva crederci, sembrava una cosa impossibile. Chi ne aveva la possibilità si spinse nei piani alti delle case, o sulle altane o nei luoghi soliti da cui si poteva vedere un pezzettino del Paròn de casa: l'angelo, la cuspide o la loggia.
Ma il cielo era libero, anzi coperto da una pesante nuvola di polvere.
Non si voleva ancora credere ai propri occhi: così ci fu un vero e proprio frenetico pellegrinaggio verso la Piazza, si parlava di una folla enorme che si aggiungeva a quanti già vi erano da prima.
Naturalmente vi fu anche il Sindaco di Venezia Filippo Grimani (1850-1921) ad accorrere ed i testimoni raccontarono che «...fu visto piangere...».
Era Patriarca di Venezia il Cardinale Giuseppe Sarto (futuro Papa Pio X) che, ci tramandano le cronache, accolse la notizia con «...così vivo dolore da sentirne discapito alla salute.».
La notizia non si diffuse solo in città, ma si propagò con rapidità in tutto il mondo: il Re Vittorio Emanuele III si trovava a Pietroburgo ospite dell'Imperatore di Russia Nicola II Romanov (1868-1918) che gli porse «...le condoglianze per tanto disastro...».
A Venezia giunsero manifestazioni di dispiacere da tutto il mondo: l'Imperatore di Germania Guglielmo II (1859-1941) le inviò per mezzo del proprio Console in città, mentre la Regina Madre Margherita di Savoia (1851-1926), vedova di Re Umberto I e madre di Vittorio Emanuele III, telegrafò da Stupinigi al Sindaco Grimani: «La disgrazia artistica che colpisce codesta cittadinanza mi ha profondamente addolorata.
Nel primo sgomento non so figurarmi il pittoresco profilo di Venezia senza il suo Campanile e le meraviglie di San Marco senza la loggia del Sansovino.
Il dolore di Venezia sarà diviso da tutti coloro che hanno intelletto d'arte e venerazione per la sua storia gloriosa...».
Intanto il Sindaco Grimani ed il Prefetto Giovanni Cassis (1853-1938) nominarono subito due commissioni tecniche per verificare se altri edifici prospicienti la Piazza avessero subito dei danni, ma l'esame diede esito negativo.
Il Sindaco indisse un Consiglio Comunale straordinario per le 21 di quello stesso giorno.
Intanto alle 4 del pomeriggio iniziò il primo sgombero delle macerie: erano quelle che avevano colpito la Libreria sansoviniana ed erano restate in bilico con parte del tetto. Si lavorò anche alle condutture del gas e solo un po' prima della mezzanotte si riuscì a ripristinare in piccola parte l'illuminazione della Piazza.
Alle 21 ebbe inizio il Consiglio Comunale in una sala gremita di folla nervosa ed agitata.
Le prime parole del Sindaco furono «Una sventura, una grave sventura...»; quando poi pronunciò le parole «...il campanile e la loggetta dovranno certamente ricostruirsi e il Comune vi darà il primo impulso con il suo contributo...» si levò tra il pubblico un lungo applauso.
Da parte dei consiglieri intervenuti ci furono riferimenti sulla ricerca delle responsabilità, ma in genere prevalse un atteggiamento di concordia civica ed alla fine la delibera proposta dal Sindaco Grimani che prevedeva un primo stanziamento di mezzo milione di lire per la ricostruzione del campanile e della Loggetta venne approvata all'unanimità.
Nonostante sia generalmente dato per scontato che in quella seduta del Consiglio Comunale sia stato deciso che il campanile dovesse essere ricostruito «Dov'era e com'era», Giulio Lorenzetti (1886-1951) nel suo "Venezia e il suo estuario" nel 1926 scriveva: «...il Consiglio Comunale, riunitosi di urgenza la sera stessa del disastro, deliberava che il Campanile dovesse risorgere "dov'era e com'era"...», le ricerche condotte dal giornalista Leopoldo Pietragnoli hanno appurato che di quel motto non c'è traccia né nella delibera comunale, né nel discorso del Sindaco, né nel resoconto della seduta.
Il «Dov'era e com'era» nascerà più tardi.
Inutile dire che i quotidiani l'indomani si scatenarono sull'argomento con titoli a tutta pagina: "Il Gazzettino" uscì addirittura listato a lutto!
Al di là del racconto della cronaca di quel giorno, i giornali si schierarono diversamente secondo l'orientamento politico: quelli moderati, vicini allo schieramento del Sindaco, scrissero di un crollo avvenuto per la vetustà dell'antico millenario manufatto, quelli progressisti cercarono la responsabilità negli uomini e più di qualcuno volle indicare nei lavori che si stavano facendo sulla Loggetta la causa scatenante del crollo.
Achille Beltrame (1871-1945) disegnò una realistica rappresentazione delle macerie subito dopo il crollo per la prima pagina de "La Domenica del Corriere" del 27 luglio, con il titolo «Ciò che è rimasto del campanile di San Marco, a Venezia, dopo il crollo avvenuto il 14 corrente».
Naturalmente venne nominata una commissione d'inchiesta, presieduta dal Ministro della Pubblica Istruzione Nunzio Nasi (1850-1935).
Martedì 15 luglio, verso mezzogiorno, una recinzione alta due metri chiudeva completamente il cumulo di macerie, ma già dalla mattina operai dell'Ufficio per la Conservazione dei Monumenti del Veneto erano al lavoro per sgomberare l'area del crollo, recuperando tutti i frammenti artistici: vennero subito ritrovate, un po' malconce, le porte in bronzo della Loggetta.
Nello stesso giorno il Comune di Venezia pubblicò un manifesto che rendeva noto che «Il Consiglio del Comune, rispondendo al sentimento ed al voto dei Veneziani, affermava (...) che il campanile e la loggietta di S. Marco dovessero ricostruirsi (non era detto "Com'era e dov'era" - N.d.R.), a testimonianza che il popolo nostro non piega sotto la fatale catastrofe che seppelliva nelle rovine, tanti secoli di sacre gloriose memorie, fuse nella gloria maggiore della risurta nazione.».
Con questo manifesto il Sindaco Grimani apriva una sottoscrizione «...ai miei concittadini, a quanti sentono la grandezza mondiale che rifulge nel nostro S. Marco, a quanti ricordano virtù di sacrifici durati nel nome e col santo orgoglio di figli della città meravigliosa...» e concludeva che «Le oblazioni saranno ricevute dalla Segreteria del Municipio.».
Nei giorni successivi cominciarono a giungere al Comune le donazioni ed i contributi per la ricostruzione del campanile: tra i primi quelli del Re d'Italia, Vittorio Emanuele III, della Regina Madre Margherita di Savoia, 200 mila lire dal Consiglio Provinciale, 100 mila lire dalla Cassa di Risparmio e poi da Comuni d'Italia e da privati.
Intanto per la rimozione delle macerie venne impiegato l'esercito che mise a disposizione un'ottantina di soldati del Genio e della Fanteria.
La direzione dei lavori venne affidata all'archietto e archeologo veneziano Giacomo Boni (1858-1925), direttore degli scavi del Foro Romano, che nel 1885 aveva eseguito dei sondaggi sulle fondazioni del campanile.
Il recupero delle macerie, che si protrasse per sei mesi, venne fatto con la massima attenzione, suddividendo i mattoni dai frammenti lapidei più pregiati dell'apparato decorativo del campanile e della Loggetta che furono custoditi in Palazzo Ducale.
Furono anche rinvenuti mattoni d'epoca romana, lapidi e cippi romani, pietre bizantine, cocci di terracotta, monete e frammenti di vetro, tra cui i resti di un calice di vetro smaltato che venne ribattezzato come «la coppa del campanile».
Si aprì anche un dibattito sulla destinazione di quelle macerie sulle quali aleggiava lo spirito del campanile: vi fu persino chi propose di riunirle in un'isola ed usarle per fabbricare un mausoleo dedicato al campanile! Ci si accontentò di erigere una collinetta ai Giardini di Castello «...a perpetuo ricordo.».
Il materiale architettonico fu portato nell'isola di San Giorgio e altri mattoni in quella di Santa Maria della Grazia, il resto fu gettato nel mare Adriatico, seppellito «...in eterno da quelle acque stesse che fecero la gloria di Venezia...»: i luoghi prescelti furono uno davanti a San Nicolò, a 200 metri dalla diga, poco prima del faro, e l'altro più al largo, a circa 3 miglia dalla costa dove il mare è profondo 14 metri.
Il primo viaggio, organizzato dall'architetto Boni martedì 22 luglio alle 15.30, aveva la parvenza di un vero e proprio funerale: un barcone (il Costanzo) riempito di cento metri cubi di macerie partì dal molo di fronte alla Zecca trainato da un rimorchiatore. Sul carico il Boni aveva collocato un grosso mattone dei più antichi, probabilmente proveniente da Aquileia, contornato da rami d'alloro sul quale aveva scritto la data del crollo: 14 luglio 1902.
Una folla silenziosa assistette alla partenza di questo inusuale feretro. Arrivato sul luogo prescelto per lo scarico a mare, una bambina di nome Gigeta che era salita sul barcone con il Boni lanciò il mattone in mare, dando simbolicamente inizio alla "sepoltura" dei resti del campanile.
Le cronache dell'epoca ci riportano che durante il viaggio di ritorno Gigeta teneva il pugno chiuso: dal cumulo di macerie la bambina aveva sottratto «...un tochetìn de matòn del campaniel.».
La festa del Redentore in quell'anno si sarebbe dovuta tenere domenica 20 luglio (la terza domenica di luglio) con la tradizionale veglia alla vigilia, nella notte tra sabato e domenica. Ma a causa dei lavori di sgombero delle macerie, che ancora invadevano il passaggio tra San Marco e la Piazzetta ostruito dalle rovine, vista l'impossibilità di ripristinare per sabato 19 luglio «...la viabilità in vicinanza del Bacino di S. Marco senza pericoli per l'ordine pubblico...» in accordo con le autorità governative e quelle ecclesiastiche, giovedì 17 luglio venne deciso di rimandare ad una domenica d'agosto da stabilire «...tanto la solennità religiosa, quanto la storica veglia e gli altri spettacoli già predisposti per la Festa del Redentore...».
Successivamente il Redentore poté celebrarsi in ritardo domenica 10 agosto, con la veglia sabato 9.
Sgomberando la Piazza continuarono ad emergere frammenti importanti: il 21 luglio furono ritrovate le dita spezzate della statua di Mercurio, il 24 luglio furono trovati dei pezzi di campana ed alle 19.30 la statua della Pace, il 29 luglio fu la volta di Minerva.
I lavori di sgombero ebbero termine all'inizio del 1903, quando venne demolito il mozzicone di campanile che ancora restava.
Adesso si poteva dar corso alla riedificazione.

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