Cerca nel web

Visualizzazione post con etichetta Bombardamenti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Bombardamenti. Mostra tutti i post

lunedì 10 marzo 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 10 marzo.

Il 10 marzo 1945 gli Stati Uniti effettuano l'"operazione Meetinghouse".

L’Operazione Meetinghouse, messa in atto il 10 marzo 1945, è stato il più duro bombardamento statunitense su Tokyo che ha provocato la distruzione di 267.000 edifici, pari al 25% della città, uccidendo quasi 100.000 persone. In generale i bombardamenti di Tokyo avvennero nel corso della seconda guerra mondiale dal 1942 all’estate del 1945 e furono condotti esclusivamente dalle forze aeree statunitensi. Provocarono devastazioni ingenti alla capitale nipponica e centinaia di migliaia di morti.

L’episodio avvenuto nella notte tra il 9 e il 10, in particolare, fu paragonabile ad una tempesta di fuoco che investì Tokyo. 234 bombardieri B-32 rovesciarono sulla città 1.665 tonnellate di bombe incendiarie a cluster, bombe al magnesio, bombe al fosforo bianco antesignane del napalm. L’effetto fu devastante e vennero distrutti circa 41 km² della città, e  si contarono oltre 72.489 civili giapponesi. Il coinvolgimento della popolazione civile, che in Europa si cercò in tutti i modi di evitare, venne ignorato in estremo Oriente. La prima città colpita fu Kobe, il 3 febbraio 1945; fu poi il turno di Tokyo, colpita a più riprese.

Per ottenere il maggior effetto ai danni della popolazione civile, il generale USA Curtis LeMay, comandante del XXI Comando Bombardieri di stanza nelle Marianne, decise di far operare i bombardieri a quote medio basse, di notte e con un carico bellico prevalentemente incendiario, dato che le città giapponesi erano largamente costruite con legno e carta, ovvero materiale altamente combustibile. Inoltre la difesa aerea giapponese era inefficace contro i B29 che volavano a velocità pari a quelle dei caccia giapponesi ed inoltre erano pesantemente armati e corazzati: praticamente irraggiungibili.

Oltre un milione di persone rimasero senza tetto in quello che è stato senza dubbio il più feroce bombardamento nella storia dell'umanità, e che rappresentò il primo tassello che portò poi alla resa del Giappone sei mesi più tardi.

martedì 22 ottobre 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 22 ottobre.
Il 22 ottobre 1942 gli Alleati compiono un devastante raid aereo su Genova.
Genova è attraversata da una fitta rete di gallerie. Molte di queste costituirono il nucleo originario delle “gallerie di raccordo” dette delle Grazie o di Carignano tra le calate orientali del porto e le stazioni di piazza Principe e Brignole. Così Adriano Betti Cerboncini  in “La ferrovia ligure” racconta la loro nascita: “Avevano un tracciato che si articolava in due gallerie a semplice binario affiancate, le quali iniziavano dalla calata delle Grazie a levante del Molo Vecchio, si separavano poi quasi sotto la verticale di Piazza De Ferrari in un “ramo occidentale verso una camera di biforcazione in Traversata a 216 m. dallo sbocco della preesistente galleria di San Tomaso, e un “ramo orientale” che sboccava in stazione Brignole terminando in un’asta di manovra. Il ramo occidentale aveva lo scopo di formare una specie di carosello sull’itinerario Santa Limbania – Caricamento – Molo Vecchio – galleria delle Grazie – galleria Traversata – galleria San Tomaso – Santa Limbania: quello orientale aveva lo scopo di consentire l’afflusso di vagoni vuoti e di qualche treno proveniente da Levante sull’itinerario Brignole – galleria delle Grazie – Molo Vecchio – Caricamento. Questi nuovi allacciamenti completati tra il 1921 e il 1922, furono in esercizio non a lungo poiché, principalmente a causa dello spostamento delle attività portuali verso Ponente, le relative gallerie vennero abbandonate in occasione dei lavori di costruzione della seconda galleria a doppio binario detta “Traversata Nuova”, di collegamento tra le stazioni di Piazza Principe e Brignole, iniziati nel 1939. Il portale della galleria delle Grazie in stazione Brignole è ancora oggi visibile chiuso con una cortina di mattoni quasi di fianco al ben più ampio portale della “Traversata Nuova”.
 Queste gallerie costituirono durante la seconda guerra il reticolo dei rifugi sotterranei dove si andava a riparare la popolazione nel corso dei bombardamenti che a partire dal ’42 furono intensissimi, provocando ingenti danni e numerosissime vittime. A fronte di tali bombardamenti Genova era una città praticamente inerme.
Le poche batterie anti aree posizionate sulle alture fuori dalla città erano eluse con grande facilità dai bombardieri alleati che ogni giorno scaricavano su Genova tonnellate di bombe e spezzoni incendiari. Il 22 ottobre 1942 vengono sganciati dai bombardieri britannici 200 tonnellate di ordigni, un incubo a occhi aperti per le migliaia di persone nelle gallerie.
La paura per i propri cari e per la propria vita ma anche l’angoscia di non ritrovare più la loro abitazione. I genovesi erano stremati, in una cupa crisi collettiva cadeva a pezzi non solo materialmente l’intera architettura del regime fascista fatto di proclami vittoriosi e la sensazione più che netta era l’incombenza di un immane disastro in arrivo.
Fu così che la sera successiva, il 23 ottobre, l’ennesimo allarme fece correre tutti i genovesi verso il rifugio più vicino. L’imbocco della Galleria delle Grazie nei pressi di Porta Soprana era una scalinata molto ripida in parte all’aperto con dei cancelli che venivano aperti quando scattava la sirena che annunciava l’approssimarsi degli aerei. L’ingresso di quella galleria era già stato individuato come rischioso, ripido e scivoloso, la fretta e il panico delle persone che correvano per entrare poteva facilmente finire in una rovinosa caduta.
Per questo a controllare l’afflusso erano destinati dei soldati che avevano anche il compito di aprire i cancelli del rifugio.
Quella sera, però, i soldati non arrivarono e i cancelli non si aprirono, qualcuno nella ressa cadde trascinando con sé altre persone in una “slavina” umana che veniva ulteriormente e dolorosamente rinnovata da quelli che ignari giungevano di corsa. Fu un massacro, non prodotto dalle bombe questa volta ma dal panico dei genovesi imbottigliati e schiacciati gli uni contro gli altri. Secondo le stime ufficiali morirono 354 persone in quel disastro e la tragica ironia della sorte volle che quell’allarme fosse poi infondato.
Il giorno dopo i corpi delle vittime vennero allineati nei pressi della Banca d’Italia. Una funebre cerimonia collettiva salutò per l’ultima volta quelle povere vittime. Furono pochi quelli che andarono all’ospedale mentre la maggioranza cercò di mettere alle spalle questo cupo e insensato episodio di morte. Una tragedia rimasta nei cuori dei genovesi (tra le persone che si salvarono anche la madre dell’Arcivescovo Angelo Bagnasco allora in gravidanza) ma anche questa, come nel caso di S. Benigno, quasi rimossa dalla memoria collettiva. Oggi la Galleria delle Grazie è percorsa parzialmente dalla metropolitana.

venerdì 5 aprile 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 5 aprile.
Il 5 aprile 1945 Alessandria fu bombardata dall'aviazione alleata.
Mancavano 20 giorni alla cosiddetta liberazione dell’Italia dall’occupazione tedesca, 23 ne mancavano alla fine di Mussolini e 24 alla definitiva resa delle truppe germaniche in Italia quando, il pomeriggio del 5 aprile 1945, Alessandria fu colpita da un feroce e brutale bombardamento angloamericano che causò la morte di 160 persone quasi tutte civili. Tra essi, quaranta, tra bambini e suore, dell’asilo di Via Gagliaudo.
Erode e la strage degli innocenti. Ma questa volta il volto dell’assassino non ha le sembianze del re della Giudea, ma si identifica nelle carlinghe degli aerei bombardieri. La morte giunge dall’alto. Non solo Dresda e Gorla, ma anche Alessandria. E tantissime altre città della Germania e dell’Italia.
Il 5 aprile del 1945 a Seconda guerra mondiale praticamente finita, gli angloamericani effettuarono un nuovo bombardamento sulla città piemontese nell’intento di sbarrare la strada ai tedeschi in ritirata, che cercavano di raggiungere Valenza per guadare il Po.
Il bilancio di morti fu pesantissimo: 160, quasi tutti civili e tra essi quaranta, tra bambini e suore dell’asilo di via Gagliaudo (vicino al Duomo), oltre mille vani distrutti o resi inabitabili, oltre seicento feriti.
Il dolore e la rabbia della gente per questo atto di barbarie totalmente ingiustificato fiaccò ulteriormente il morale della popolazione che era solo in attesa della fine delle ostilità.
Nonostante questo atto brutale e “vigliacco” la città non venne risparmiata e fu ancora oggetto di mitragliamenti a bassa quota fino al 29 aprile, giorno della resa di Caserta.

venerdì 29 dicembre 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 29 dicembre.
Il 29 dicembre 1940 Londra subì uno dei peggiori attacchi della battaglia di Inghilterra, venendo investita da bombe incendiarie sganciate dalla Luftwaffe.
La battaglia d’Inghilterra fu combattuta tra l’estate del 1940 e l’inizio del 1941 tra l’aviazione tedesca e le forze inglesi. Fu una delle più importanti battaglie della seconda guerra mondiale che causò la morte di 23.000 civili inglesi.
Lo scopo della Germania era il controllo della Manica e dell’Inghilterra meridionale come base iniziale per l’invasione del Regno Unito. Questa battaglia è stata la prima ad essere interamente combattuta dalle forze dell’aviazione: La “Luftwaffe” tedesca e la “Royal Air Force” inglese.
I primi bersagli tedeschi furono i porti e gli aeroporti a cui seguirono fabbriche aeronautiche e altre strutture. La tattica adottata dalla Germania era il bombardamento strategico, caratterizzato dallo sgancio di una grande quantità di bombe su larga scala non direttamente sulle forze nemiche, ma sui centri più importanti dei territori attaccati, per distruggere la produzione industriale e togliere al nemico la volontà di combattere.
In questo tipo di bombardamento erano coinvolti anche i civili e per questo era anche chiamato bombardamento terroristico.
Il più terribile degli attacchi effettuati dai tedeschi in questa battaglia avvenne il 29 dicembre del 1940 su Londra, in cui morirono circa 3.000 civili.
Durante quest'ultimo vennero sganciate più di 100.000 bombe sul centro città e sulle zone residenziali, come Islington o Putney.
Per proteggersi dai bombardamenti aerei nemici la popolazione londinese adibì a rifugio antiaereo le stazioni della metropolitana di Londra (come lo scalo di Aldwych, oggi chiuso); si calcola che nelle fermate della Tube di Londra quel giorno dormirono più di 140.000 persone.
Quel giorno, comunque, più di 1.500 incendi dominavano la città, provocando una temperatura superiore a 1.000 °C; i muretti in pietra venivano sbriciolati, le travi di ferro venivano contorte e il vetro si scioglieva, mentre il manto stradale andava in fiamme.
Inizialmente i tedeschi prevedevano una durata di quattro giorni per sconfiggere l’aviazione inglese e circa quattro settimane per distruggere industrie e fabbriche militari. Ma la intera campagna fu costellata da errori strategici e di valutazione da parte della Germania.
Il problema principale fu la scarsa attendibilità di informazioni sull’effettivo apparato difensivo inglese che era molto maggiore e potente di quello stimato.
Il sistema difensivo Dowding e la flotta inglese della RAF riuscirono a reggere, nonostante le enormi perdite, l’attacco tedesco.
Complessivamente la battaglia d’Inghilterra si risolse con la prima vittoria degli alleati sulla Germania che condizionò l’esito della guerra.  La Gran Bretagna si confermò roccaforte inespugnabile e ripresasi dalle perdite e i danni subiti si riorganizzò velocemente per il proseguimento delle ostilità.
Infatti divenne in seguito la base d’appoggio per lo sbarco in Normandia, e per i bombardamenti strategici all’interno della Germania, che culminarono nel 1945 con il Bombardamento di Dresda.

lunedì 13 febbraio 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 13 febbraio.
Il 13 febbraio 1945 ha inizio il primo bombardamento di Dresda da parte dell'aviazione britannica. L'inizio di una insensata carneficina.
 C’è un monumento nella parte settentrionale di Dresda che ricorda le vittime del quadruplice bombardamento del 13-14 e 15 febbraio del ’45 sulla città. Sulla lapide sono poste due domande: "Quanti morirono? Chi conosce il numero?". Purtroppo il numero finale di morti non potrà mai essere definito con precisione: alcuni storici come David Irving ("Apocalisse a Dresda", 1963) calcolano 135000 decessi ma altre ricostruzioni storiche arrivano a cifre apocalittiche: 200000 morti, più delle vittime di Hiroshima e Nagasaki messe assieme, molte di più dei pur violenti bombardamenti su Berlino, Amburgo e Tokio nel corso della seconda guerra mondiale.
Come mai un numero così impressionante di morti in una città che arrivava prima della guerra a 630000 abitanti? Ma soprattutto, quali ragioni militari e politiche spiegano la decisione di bombardare un gioiello architettonico privo di obiettivi strategici? Chi ha preso la decisione? Sono tutte domande alle quali studi recenti danno una risposta in gran parte soddisfacente, ma non priva di zone d’ombra.
La città prima dell’evacuazione in massa dei tedeschi orientali di fronte all’avanzata sovietica contava circa 630000 abitanti. Era una delle più belle città tedesche dell’epoca, edificata con spiccate forme architettoniche rococò già durante il XVIII secolo fino a diventare l’"Atene" e la "Firenze dell’Elba". Di fronte all’impressionante avanzata nell’est europeo dell’Armata Rossa moltissimi tedeschi fuggirono inorriditi dalle loro case, anche a causa delle violenze che i russi infliggevano ai civili che si rifiutavano di evacuare la zona da loro abitata. E’ evidente nei russi il desiderio di vendicare la distruzione del loro territorio ad opera delle Wehrmacht e contemporaneamente le tante sofferenze patite dai civili russi: fucilazioni di massa, stupri, incendi di interi villaggi, deportazione degli uomini nei lager, ecc.
L’affluenza dei profughi verso Dresda aumentò quando i russi furono molto vicini al confine con la Germania. Ben 5 milioni di tedeschi abbandonarono la propria casa tra il gennaio e il febbraio ’45. In quel momento sembrò che tutta la Germania orientale fosse perduta (Prussia e Slesia) e il centro più sicuro fosse Dresda in Sassonia. In pochi mesi la popolazione a Dresda oscillò tra 1200000 e 1400000 unità. Da parte delle autorità tedesche e dei civili c’era l’illusione che Dresda non sarebbe mai stata attaccata dal cielo a causa della quasi totale mancanza di industrie che lavorassero per la guerra. Anche le bellezze architettoniche e i tesori artistici sembravano fare di Dresda una realtà estranea alla guerra. Nei mesi precedenti c’era stato solo un debole tentativo di distruggere l’area industriale della città (7 ottobre ‘44). L’incursione aerea provocò 438 morti. Un’altra incursione aerea (16 gennaio ’45) aveva causato 376 vittime.
Tutto questo spiega la totale mancanza della contraerea e di strutture di rifugio per i civili in caso di attacco dal cielo. Ma il 13 febbraio alle ore 22 e 19 si scatenò l’inferno nonostante in alcuni campi intorno alla città vi fossero circa 26000 prigionieri di guerra di diverse nazionalità, tra cui molti inglesi. Aveva così inizio l’operazione "thunderclap" (Colpo di tuono) con l’obiettivo della "tempesta di fuoco" sulla città, ossia il bombardamento con finalità terroristiche, voluto soprattutto da Churchill.
Il primo attacco, il 13 febbraio, durò dalle 22 e 9 fino alle 22 e 35 e sulla città furono sganciate circa 3000 bombe dirompenti e 400000 incendiarie. Molte dirompenti pesavano tra i 1800 e i 3600 chilogrammi. L’incursione della RAF colse di sorpresa abitanti e autorità. Nel sottosuolo erano state costruite molte gallerie ma queste strutture erano del tutto inadeguate di fronte alle incendiarie le quali appiccavano rovinosi incendi che penetravano facilmente nei rifugi antiaerei non dotati di ventilazione. I singoli rifugi erano divisi da pareti che all’occorrenza erano facilmente abbattibili, tutto questo facilitò il propagarsi dei gas caldi uccidendo migliaia di persone asserragliate nei rifugi.
Durante il secondo attacco, il 14 febbraio, dall’1 e 22 all’1 e 54 , su una città già violentemente colpita, furono sganciate circa 4500 dirompenti e 170000 incendiarie. Nelle due operazioni vennero utilizzati 1400 bombardieri con 6000 aviatori. L’intervallo di 3 ore doveva servire per colpire anche le strutture antincendio e di "protezione civile" che nel frattempo sarebbero affluite a Dresda. Contemporaneamente sarebbe stato possibile sorprendere la popolazione fuori dai rifugi.
Ormai è chiaro qual era l’obiettivo: infliggere danni gravissimi alla città colpendo la parte più debole ma anche estranea alla guerra: gli abitanti e i profughi dell’Est privi di protezione da parte delle autorità militari tedesche. Al termine del secondo attacco la città era un gigantesco incendio visibile nel buio della notte a centinaia di chilometri di distanza. Il denso fumo nero che si alzava era causato dalle strutture delle abitazioni che ardevano ma anche dalla combustione di migliaia di corpi di civili.
Il terzo attacco, sempre il 14 febbraio, però questa volta in pieno giorno, riversò su Dresda 1500 dirompenti e 50000 incendiarie. Furono impiegate 1350 fortezze volanti e Liberatores 14 ore dopo il primo attacco. Il quarto attacco su una città che continuava ad ardere avvenne il 15 febbraio, durò circa 40 minuti in pieno giorno, e riversò sulla città 900 dirompenti e 50000 incendiarie. Gli ultimi due attacchi furono condotti dall’aviazione americana.
L’obiettivo erano ancora i civili, infatti furono utilizzate ancora le incendiarie e soprattutto i terribili "Mosquito" i quali mitragliavano, passando appena sopra i tetti delle case, tutto ciò che si muoveva. Così i civili che miracolosamente erano sopravvissuti furono mitragliati dai piloti americani vicino al fiume e nei parchi cittadini dove l’entità delle distruzioni era minore. L’ultimo attacco ci fu il 2 marzo quando più di 1200 bombardieri finirono di distruggere il poco che ancora era rimasto in piedi nella città. Anche questa volta lo scalo ferroviario non fu colpito.
E’ necessario, come sempre quando si analizzano fatti storici, distinguere le ragioni addotte dagli aggressori e le probabili cause dello stesso avvenimento evidenziate dagli storici. Per inglesi e americani Dresda era una città di particolare importanza strategica a livello militare (passaggio di truppe dirette ad Est), industriale (molte fabbriche lavoravano per la guerra) e come snodo ferroviario della Germania centro-orientale. In più gli anglo-americani sostenevano che a Yalta i russi avevano chiesto incursioni aeree alleate sulle città tedesche per facilitare l’avanzata dell’Armata Rossa.
Le prime due ragioni erano assolutamente fuori luogo (era impensabile che le truppe tedesche passassero proprio nel centro della città). L’ultima affermazione fu smentita dai russi dopo la guerra. Solo la terza aveva qualche validità. Ma allora perché usare prevalentemente le incendiarie se l’obiettivo era anche il sistema ferroviario di Dresda? Secondo i sopravvissuti al quadruplice attacco i danni che le strutture ferroviarie di Dresda riportarono furono minimi. Solo 3 giorni dopo fu possibile far circolare di nuovo i treni. Invece nella stazione centrale erano stati trovati migliaia di corpi privi di vita a causa delle altissime temperature (fino a 1000 gradi) e dei gas venefici respirati. Non fu neanche attaccato l’aeroporto civile e militare di Dresda-Klotrch nonostante il sovraffollamento di velivoli. Anche l’area industriale fu poco danneggiata.
Secondo Irving, Dresda potrebbe essere definito il primo episodio della "Guerra fredda" piuttosto che un evento traumatico dei mesi che precedono la fine della II guerra mondiale. Infatti le truppe russe fin dal ’44 avanzavano velocemente e senza ostacoli dispiegando una potenza bellica quasi illimitata in fatto di uomini arruolati. Invece le operazioni anglo-americane nel continente sembravano immobili: il fronte italiano era bloccato lungo l’Appennino tosco-marchigiano e l’avanzata dopo lo sbarco in Normandia procedeva con relativa lentezza. A questo punto il disastroso bombardamento di Dresda serviva anche per mostrare ai russi, i quali avevano ormai occupato gran parte dell’Est europeo, di quale potenza di fuoco disponessero gli alleati.
La conferenza di Yalta (4 – 11 febbraio ’45) si era appena conclusa in Crimea e i tre grandi: Roosvelt, Churchill e Stalin avevano diviso l’Europa e il mondo in due grandi aree di influenza politico-economico e militare. Il bombardamento di Dresda doveva servire ai russi per capire che lo stesso trattamento poteva essere riservato a loro se i patti di Yalta non fossero stati rispettati. Nelle sue memorie di guerra sembra che Churchill sia stato incapace di qualsiasi minima emozione al ricordo dell'attacco a Dresda. Ha scritto: "Lo scorso mese abbiamo effettuato un pesante raid su Dresda, allora un centro di comunicazione del fronte orientale tedesco".
Probabilmente la stessa logica è alla base del duplice bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki voluto da Truman: non tanto per dare la spallata definitiva ad un Giappone ormai agonizzante, quanto per mostrare ai russi quali terribile arma avessero gli americani da far valere nel quadro dei rapporti di forza a livello internazionale. Un’altra causa plausibile per spiegare l’attacco su Dresda riguardava la saldezza del fronte interno tedesco e la necessità di minarne le basi con azioni terroristiche in grande stile. A questo proposito i bombardamenti convenzionali sulla Germania non bastavano più, erano necessarie altre armi terribili come le bombe incendiarie per carbonizzare e terrorizzare migliaia di innocenti. Ma come spiega Irving, nel saggio citato, dopo Dresda non ci furono più altre azioni simili e così il fronte interno tedesco resse fino al suicidio di Hitler e alla cessazione delle ostilità l’8 maggio ’45. I russi arrivarono a Dresda appunto l’8 maggio: il tremendo bombardamento non era servito a "liberare" Dresda neppure un giorno prima della fine della guerra.
Se gli obiettivi politico-militari del quadruplice attacco furono un fallimento, il risultato fu un’immane catastrofe per una splendida città e per migliaia di contadini annientati e di bambini bruciati vivi per l’intenso calore, carbonizzati, diventati cenere e asfissiati dal monossido di carbonio e dal fumo. Più di 240 chilometri quadrati della città furono divorati in una solo notte e la città bruciò per 7 giorni e 7 notti.
Dopo la guerra, e ancora di più dopo la riunificazione della Germania, molti sforzi sono stati fatti per ricostruire Dresda com'era prima del bombardamento. Nonostante la volontà di ricostruire, buona parte del centro storico di Dresda è stato irrimediabilmente perduto e gli ampi spazi dovuti alle demolizioni postbelliche sono stati saturati sino agli anni ottanta del secolo scorso da edifici nuovi. Alcuni importanti monumenti, anche grazie al reperimento di documentazioni d'archivio cartacee e fotografiche, sono stati ricostruiti "com'erano e dov'erano" ma il processo di ricostruzione è stato decisamente parziale e lento.
La ricostruzione della Frauenkirche è stata decisa solo dopo l'unificazione; la nota chiesa barocca è stata quindi consacrata solo il 30 ottobre 2005, oltre sessanta anni dopo la sua distruzione.
Nel 1956, Dresda stabilì un gemellaggio con Coventry, una delle città del Regno Unito maggiormente devastate dai bombardamenti tedeschi. La stessa regina Elisabetta II di Inghilterra, durante una visita in Germania nel 2004, patrocinò un concerto a Berlino per finanziare l'opera di ricostruzione a Dresda.

martedì 19 luglio 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi


Buongiorno, oggi è il 19 luglio.
La mattina del 19 luglio 1943 più di 521 bombardieri americani attaccarono la città di Roma per la prima volta dall’inizio della Seconda guerra mondiale. I bersagli furono lo scalo ferroviario Littorio, a nord di Roma e l’aeroporto di Ciampino. Vennero sganciate più di mille tonnellate di bombe. Circa tremila civili vennero uccisi e almeno diecimila feriti. Nonostante il bombardamento si fosse svolto in pieno giorno e a una quota relativamente bassa, 3 mila metri, nemmeno un aereo americano venne abbattuto.
Poco dopo il bombardamento il Papa Pio XII, insieme al sostituto Segretario di Stato, Giovanni Battista Montini, il futuro Paolo VI, raggiunse la basilica di San Lorenzo fuori le mura, che era stata molto danneggiata. Il Papa benedisse le vittime del bombardamento e distribuì del denaro ai superstiti. Nel piazzale del Verano si ammassò una grande folla per accoglierlo. Poche ore prima, il re Vittorio Emanuele III era stato contestato visitando lo stesso quartiere.
Benito Mussolini, duce e dittatore dell’Italia in guerra contro gli americani e i loro alleati, non era a Roma durante il bombardamento. Si trovava a Feltre, in provincia di Belluno, per un colloquio con l’alleato tedesco Adolf Hitler per discutere le misure da prendere per rispondere allo sbarco degli alleati in Sicilia, avvenuto poche settimane prima. Secondo i testimoni, quando gli venne riferita la notizia la preoccupazione principale di Mussolini fu assicurarsi che la notizia venisse pubblicata nel bollettino di guerra del 19 luglio, in modo che il mondo sapesse il prima possibile che gli alleati avevano attaccato Roma.
Il bombardamento del 19 luglio fu la prima volta in cui Roma venne bombardata: fino alla sua liberazione, il 4 luglio del 1944, sarebbe successo altre 50 volte. Si trattò di un attacco “di precisione”, come veniva chiamato all’epoca. In altre parole, il bersaglio dell’attacco erano alcuni specifici obiettivi militari – l’aeroporto di Ciampino e gli scali ferroviari di San Lorenzo e Littorio. Per questo fu necessario compiere l’attacco di giorno, in modo che gli aerei potessero identificare i bersagli.
Ma la tecnologia del bombardamento nel 1943 non era molto precisa e il bombardamento di precisione non aveva effetti molto diversi da quello a tappeto – quello che di solito praticavano gli inglesi sulla Germania e che aveva come obiettivo intere città, con lo scopo di piegare il morale della popolazione. Gli aerei americani non avevano missili, ma soltanto bombe a caduta libera e foglietti di carta per provare a calcolare dove sarebbero cadute tenendo conto della velocità del vento e di quella dell’aereo. Circa una bomba su dieci arrivò sugli obiettivi.
Quello su Roma fu un bombardamento massiccio e tragico, ma breve: soltanto due sortite vennero compiute il 19 luglio. Pochi giorni dopo l’attacco di Roma, ad esempio, l’aviazione inglese bombardò Amburgo diverse volte al giorno per un’intera settimana. All’attacco parteciparono circa 3 mila aerei e in tutto vennero sganciate 9 mila tonnellate di bombe. Non fu un bombardamento di precisione, ma un attacco mirato a distruggere la città. Morirono più di 40 mila persone.
Quando nel 1942 gli aerei alleati iniziarono a bombardare l’Italia in maniera sistematica, Mussolini aveva promesso più volte che Roma non sarebbe mai stata bombardata. In molti si erano quindi rifugiati in città per allontanarsi dalle altre aeree attaccate, come Torino, Genova, La Spezia, il passo del Brennero. Anche il Papa si era impegnato per evitare che Roma venisse bombardata e con lo sbarco in Sicilia del 10 luglio sembrava che fosse possibile riuscire a far risparmiare la città. Nell’incontro di Feltre, uno degli obiettivi di Mussolini era proprio cercare una via per sganciarsi dall’alleanza con Hitler, però non riuscì praticamente a parlare e subì in silenzio un lungo monologo di Hitler.
La battaglia per la Sicilia si era rivelato molto più difficile del previsto per gli alleati. Alla fine, dopo i primi giorni di combattimenti e dopo molte pressioni inglesi (aerei italiani avevano bombardato Londra nel 1940), gli americani decisero l’attacco aereo. L’obiettivo erano i nodi ferroviari di Roma che una volta distrutti avrebbero interrotto il flusso di rifornimenti che arrivava alle truppe a difesa della Sicilia.
L’effetto militare del bombardamento è dubbio, mentre ebbe un forte effetto politico. Dopo il bombardamento i principali leader del Partito Fascista, tra molte incertezze, votarono la sfiducia a Mussolini nella celebre riunione del Gran Consiglio del 24 luglio. Il giorno dopo, il Re approfittò per farlo arrestare. Passò poco più di un mese e l’Italia firmò l’armistizio con gli americani e i loro alleati.

martedì 20 ottobre 2020

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 20 ottobre.
Il 20 ottobre 1944 il comando generale della 15a Air Force americana decise di compiere un bombardamento su Milano a seguito di un rapporto della RAF che sosteneva che vi fosse una grossa attività negli impianti siderurgici della città.
La missione fu svolta da 3 stormi di aerei, due dei quali compirono la missione senza particolari problemi nè impedimenti. Il terzo stormo invece, il 451°, composto da 35 aeroplani (un 36esimo era subito tornato alla base per problemi tecnici) ebbe una storia tutta diversa. Il comandante del secondo gruppo di 18 aerei si accorse di essere fuori rotta e che non avrebbero mai raggiunto l'obiettivo previsto, pertanto ordinò di tornare alla base considerando la missione fallita.
Non potendo rientrare alla base con il carico di bombe per motivi di sicurezza (circa 2000 kg di esplosivo per ogni aereo), invece di ordinare lo sgancio in campagna o in mare il capitano disse di farlo lì dov'erano, sopra i quartieri civili che stavano sorvolando in quel momento. L'abitato di Gorla fu raggiunto da 37 tonnellate di esplosivo che distrussero case, negozi e officine.
Una bomba in particolare, causò quella che da allora verrà sempre chiamata la strage di Gorla: fu colpita la scuola "Francesco Crispi" e 184 bambini, i loro insegnanti e alcuni genitori che erano accorsi per tentare di salvarli furono uccisi.
Nessuno venne mai chiamato sul banco degli imputati, né a Norimberga né successivamente, a rispondere di questa azione.
Sul terreno dove sorgeva la scuola elementare, concesso dal Comune di Milano ai parenti delle vittime, venne innalzato il monumento ossario intitolato ai "Piccoli Martiri di Gorla", realizzato dallo scultore Remo Brioschi ed inaugurato nel terzo anniversario della strage. Nella cripta, durante gli anni successivi vennero trasferite, a gruppi, le spoglie dei bambini morti a Gorla in seguito al bombardamento e dei loro insegnanti.
Il piccolo corridoio centrale è dominato dall'iscrizione: "E vi avevo detto di amarvi come fratelli".
La scuola elementare riedificata a Gorla venne dedicata ai Piccoli martiri di Gorla, denominazione successivamente scomparsa nell'accorpamento scolastico.

Cerca nel blog

Archivio blog