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giovedì 4 settembre 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 4 settembre.

Il 4 settembre 1260 fu combattuta la celebre Battaglia di Montaperti.

Il colle di Montaperti, pochi chilometri a sud est di Siena, rimane famoso per la cruenta battaglia che si svolse nella piana antistante fra Guelfi fiorentini e Ghibellini senesi il 4 settembre 1260.

Le truppe fiorentine giunsero da nord attraverso le Colline del Chianti il 2 settembre e si accamparono sulle alture cretacee di Monselvoli e del Paradiso, nei dintorni di Pievasciana. La marcia del loro esercito, composto da circa 35.000 uomini e dalle necessarie salmerie, aveva seguito il corso del torrente Arbia la cui valle garantiva un tragitto più pianeggiante e assicurava un facile approvvigionamento idrico.

L’esercito di Siena, al comando di Provenzano Salvani, composto da 20.000 uomini fra cui 800 cavalieri inviati dall’imperatore Manfredi e i fuoriusciti ghibellini scacciati da Firenze come Farinata degli Uberti, si accampò di rimpetto al nemico sulle colline di Ropole e di Mociano.

All’alba del 4 settembre i due eserciti si scontrarono; la battaglia procedette a fasi alterne fino al pomeriggio quando si racconta che ne causarono la rotta il tradimento di Bocca degli Abati, uno dei capi fiorentini, che avvicinatosi a Jacopo de’Pazzi, portastendardo fiorentino, gli tagliò di netto la mano con un colpo di spada facendo precipitare a terra l’insegna e causando scompiglio nell’esercito, insieme alla contemporanea carica della cavalleria imperiale contro il fianco dello schieramento guelfo.

Da questo momento iniziò il massacro che fece l’Arbia colorato in rosso, i senesi si scagliarono sui fiorentini in fuga con l’intenzione di non fare prigionieri. La strage continuò fino al calar del sole quando gli ultimi superstiti rifugiatisi sul colle di Montaperti furono fatti prigionieri e successivamente incarcerati a Siena e liberati molti mesi dopo dietro compenso di pesanti riscatti. Il campo guelfo fu messo al sacco: furono catturati 9000 cavalli e 9000 tra buoi ed animali da soma; furono prese bandiere e stendardi, tra le quali il gonfalone di Firenze che fu attaccato alla coda di un asino e trascinato nella polvere. Le perdite dei guelfi furono di circa 10.000 morti e circa 15.000 i prigionieri di cui rispettivamente 2500 e 1500 fiorentini. I ghibellini persero 600 uomini con 400 feriti. In città i festeggiamenti durarono per giorni e furono fatti sfilare tutti i prigionieri catturati nel corso della battaglia.

L’epico scontro dette origine a varie leggende. In una si esaltava l’astuzia dei senesi che, essendo le truppe ghibelline numericamente assai inferiori a quelle guelfe, escogitarono un trucco per abbattere il morale dei nemici: giunti in prossimità del luogo dove erano accampati i fiorentini fecero sfilare il proprio esercito per tre volte davanti all’esercito guelfo, cambiando ogni volta i vestiti con i colori dei terzi di Siena cercando di far credere agli avversari che le proprie forze fossero tre volte più numerose di quello che erano in realtà.

In un’altra veniva esaltata la pietà di Usilla, una vivandiera senese, che mossa a compassione salvò 36 fiorentini scampandoli da morte sicura. La storia è legata all’esistenza di un tunnel sotterraneo sulla sommità della collina sotto il cippo piramidale eretto alla fine dell’Ottocento in ricordo della battaglia:  alla base di quest’ultimo si apre un tunnel che anticamente pare sbucasse oltre i torrenti Malena e Biena. La donna avrebbe condotto i 36 soldati ghibellini attraverso il tunnel senza farli passare dal campo di battaglia e poi si dice che si fosse diretta verso Siena fingendo che fossero servi al suo servizio, per poi liberarli prima dell’ingresso in città.

La leggenda della Martinella, la campana che si trovava in uno dei tanti carrocci fiorentini, narra che  un’umile treccola, ovvero una cenciaiola al seguito delle truppe senesi, dopo la battaglia si recò sul campo a raccogliere vestiti, armature e quanto altro che riusciva a trovare. Finita la battaglia, la donna, fra i tanti oggetti abbandonati trovò la Martinella, la caricò sul suo asino e la portò via con sé insieme a venti soldati delle truppe fiorentine che, pur di non essere catturati ed uccisi dai senesi, si fecero passare per servi che, legati dietro all’asino della donna, sfuggirono la mala sorte.

La treccola entrata a Siena donò la Martinella alla Compagnia di San Giovanni in Pantaneto e ancora oggi essa si trova esposta nel museo della Contrada del Leocorno.

E ancora.

Di fronte al Colle di Montaperti si trova un altro piccolo colle dal nome singolare: Costa dei Berci.

Nella fantasia popolare il nome racchiude due possibili interpretazioni che non si escludono a vicenda. Secondo la prima il termine Berci sarebbe una contrazione di Astimbergh, riferibile al comandante della cavalleria imperiale, il cavaliere tedesco Gualtieri di Astimbergh appunto, che da quel luogo fece partire la carica della cavalleria contro il fianco dell’esercito guelfo decidendo le sorti della battaglia.

L’altra possibile interpretazione è legata al massacro che ne seguì durante il quale si udirono urla strazianti e terribili delle vittime, i “berci” appunto.

Dall’altra parte del campo di battaglia si racconta che l’allora comandante delle milizie fiorentine avesse ricevuto una profezia secondo la quale sarebbe morto tra il bene e il male. Arrivato al luogo dell’ accampamento, situato tra la Biena e la Malena, associò immediatamente il nome dei due fiumi, probabilmente per assonanza con bene e male, alla sorte che gli era stata predetta. In effetti morì in quella battaglia privo della giusta motivazione e tremendamente impaurito e incapace di controllare il suo esercito. La tradizione popolare vuole che l’anima di questo capitano sia ancora impegnata a scampare alla morte e c’è chi racconta di aver udito, nelle notti di plenilunio, il rumore degli zoccoli di un cavallo e di aver scorto tra i cipressi la sagoma bianca di un cavaliere.

Nella "Divina Commedia", Dante non descrive direttamente la battaglia di Montaperti, ma la menziona in due punti cruciali, utilizzando perifrasi per indicare la sanguinosa sconfitta dei guelfi fiorentini ad opera dei ghibellini senesi. In particolare, nel X canto dell'Inferno, durante l'incontro con Farinata degli Uberti, Dante fa riferimento allo "strazio e 'l grande scempio" che fece l'Arbia colorata in rosso, metafora del sangue versato durante la battaglia. 

Ecco come Dante utilizza la battaglia di Montaperti nella sua opera: 

Canto X dell'Inferno:

Dante incontra Farinata degli Uberti, un capo ghibellino fiorentino, e lo colloca nel sesto cerchio dell'Inferno, tra gli eresiarchi. Qui, Farinata fa riferimento alla battaglia, ricordando la vittoria ghibellina e il tradimento di Bocca degli Abati, che tagliò la mano del vessillifero guelfo, causando la rotta dei fiorentini.

Canto XXXII dell'Inferno:

In questo canto, Dante colloca Bocca degli Abati, il traditore di Montaperti, nel nono cerchio dell'Inferno, tra i traditori della patria, a testimonianza della gravità del tradimento e del suo impatto sulla sconfitta fiorentina.

La battaglia di Montaperti, quindi, non è narrata in dettaglio da Dante, ma è presente come sfondo storico e come simbolo della corruzione politica e del tradimento, che sono temi ricorrenti nella sua opera. 

sabato 16 agosto 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 16 agosto.

Il 16 agosto a Siena si corre il secondo Palio dell'anno, detto Palio dell'Assunta.

Il Palio di Siena è una delle competizioni tradizionali più famose d’Italia. Si svolge a Siena e coinvolge le Contrade della città nella forma di una giostra equestre di origine medievale. Questa particolare corsa con i cavalli viene chiamata la “carriera” e si svolge normalmente due volte l’anno:

il 2 luglio si corre il Palio in onore della Madonna di Provenzano, festa della Visitazione nella forma straordinaria;

il 16 agosto quello in onore della Madonna Assunta.

Ma scopriamo insieme qualcosa di più sul Palio di Siena: cos’è? Qual è la sua storia? E le sue regole?

Il Palio di Siena è una secolare celebrazione, una competizione tra le Contrade di Siena, e ha origini antichissime: pensate che alcuni regolamenti, tuttora validi, risalgono al 1644, anno in cui venne corso il primo palio con i cavalli, così come ancora avviene, in continuità mai interrotta (ad eccezione del periodo delle due guerre mondiali).

Siena è divisa in Contrade, diciassette in tutto, con dei confini stabiliti nel 1729 dal Bando di Violante di Baviera, Governatrice della Città. Ogni Contrada è come un piccolo stato, retto da un Seggio con a capo il Priore e guidato nella “giostra” da un Capitano, coadiuvato da due o tre contradaioli detti “mangini” o “tenenti”. Nel territorio di ciascuna Contrada possiamo trovare una chiesa, all’interno della quale sono di solito custoditi bandiere e cimeli, archivio e tutto quanto altro concerne la vita della Contrada stessa.

Le prime notizie ufficiali relative al Palio sono datate 1238, con un documento di “giustizia paliesca”, alla pena pecuniaria nei confronti di Ristoro di Bruno Ciguarde, colpevole di non aver “preso il porco”, cioè il premio-sfottò che per regolamento doveva andare all’ultimo classificato. I primi Palii erano corsi dai nobili, ma la situazione con il tempo cambiò fino a rendere protagonista tutto il popolo senese.

Inizialmente il Palio prendeva luogo in tutta la città, ma all ’inizio del Seicento si trasferì gradualmente in Piazza del Campo e il primo palio corso “alla tonda” nella splendida piazza senese sembra risalire al 1633.

I fantini, considerati mercenari, avevano un compenso fisso e in più avevano il permesso di questuare per le vie della contrada, una tradizione durata fino agli anni Sessanta del Novecento.

Il regolamento moderno del Palio di Siena è del maggio 1721, anche se nei secoli ci sono state delle modifiche e dei miglioramenti. Il Palio di Siena si corre tutti gli anni. Nel Novecento venne sospeso a causa della Prima Guerra Mondiale, mentre negli anni del Fascismo, il regime volle appropriarsi dell’organizzazione dell’evento attraverso l’Opera Nazionale Dopolavoro, e nel luglio 1936, per celebrare la vittoria della guerra d’Etiopia, il Palio divenne “dell’Impero”. Di nuovo, Il Palio venne sospeso per la Seconda Guerra Mondiale, ma il 20 agosto 1945 fu corso il Palio straordinario “della Pace”.

Possono prendere parte al Palio dieci contrade su diciassette: le sette che non hanno corso il Palio precedente e tre estratte a sorte tra le restanti. L’ordine di ingresso dei cavalli tra i canapi è segreto, e viene rivelato solo all’ultimo dal “mossiere” (giudice insindacabile della validità della partenza) che è posizionato sul “verrocchio” (un palchetto).

Nove cavalli su dieci entrano tra i canapi secondo l’ordine di entrata, uno solo, quello sorteggiato “di rincorsa” resta fuori. Sarà quel cavallo a determinare il momento della partenza effettiva della gara, sotto la supervisione del mossiere.

Nelle fasi solitamente lunghe in cui i cavalli si sistemano avviene la tradizionale attività di “trattativa” tra fantini (detta “fare i partiti”), con contrade amiche che cercano alleanze contro i nemici comuni. Le operazioni di entrata dei cavalli possono durare così a lungo che è previsto il rinvio al giorno successivo quando subentrano problemi di visibilità. I fantini cavalcano senza sella, “alla bisdossa”.

La gara consiste in tre giri completi di piazza del Campo in senso orario. Vince il cavallo che arriva per primo, anche senza fantino (le cadute sono frequenti), e in quel caso si parla di “cavallo scosso”.

La contrada vincitrice va sotto il palco dei Capitani a ritirare il drappello della vittoria, che viene realizzato ogni anno da un artista diverso. Questo drappello verrà prima portato in Chiesa (Santa Maria in Provenzano a luglio, Duomo ad agosto) e poi nella contrada stessa, dove verrà conservato per sempre.

 

lunedì 9 giugno 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 9 giugno.

Il 9 giugno 1311 la "Maestà" di Duccio di Boninsegna viene installata sull'altare del Duomo di Siena.

Duccio di Buoninsegna (1255 ca.- 1318 ca.) fu non solo l’incontrastato caposcuola della pittura senese del Trecento ma senza dubbio uno dei più raffinati, ammirati e celebrati artisti dell’intera età gotica. Fu proprio grazie a questa conquistata posizione di assoluto predominio culturale e artistico che ricevette, nel 1308, come testimoniano alcuni documenti, la commissione di realizzare un grande polittico, con la Maestà, ossia la Vergine in trono, circondata da angeli e santi, destinato all’altare maggiore del Duomo di Siena.

L’opera, oggi nota come Maestà del Duomo, continuava quel programma di celebrazione della Madonna avviato, pochi anni prima, con la vetrata duccesca dell’abside e che si sarebbe concluso in seguito con l’esecuzione di altre quattro pale, sempre a tema mariano, commissionate a Simone Martini, ai due fratelli Lorenzetti e a Bartolomeo Bulgarini. In tre anni di intenso lavoro, praticamente senza aiuti di bottega, Duccio realizzò 32 grandi figure, 10 mezze figure e quasi 80 figurazioni, organizzando una complessa iconografia alla cui definizione potrebbe aver collaborato il domenicano Ruggero da Casole, vescovo di Siena.

Nel 1311, la pala fu collocata nella cattedrale dopo una solenne processione che partì dallo studio del pittore e alla quale parteciparono le massime autorità religiose e civili della città, assieme all’intera cittadinanza. Racconta un testimone che quel giorno tutte le botteghe di Siena rimasero chiuse in onore dell’evento. Tale testimonianza certifica il carattere di grande valore civile, oltre che religioso, che a questo capolavoro i senesi riconobbero in quegli anni: attraverso l’opera di Duccio, Siena volle affermare la propria grandezza.

La pala è oggi divisa in singoli pannelli, giacché nel 1711 si decise, sciaguratamente, di smontarla per ricavarne altre due pale da collocare sopra due altari minori del Duomo. Nel 1878 il polittico fu parzialmente ricostruito nel Museo dell’Opera del Duomo di Siena; alcune tavole, però, sono conservate in altri musei, in particolare al British Museum di Londra. Un tempo, invece, la Maestà del Duomo si presentava come una complessa struttura dipinta da entrambi i lati.

Il prospetto frontale accoglieva una monumentale Madonna con Bambino, seduta in un trono di marmo intarsiato e circondata da 20 angeli, 2 apostoli, 6 santi tra i più venerati della tradizione e 2 sante. Questi personaggi celesti sono distribuiti su tre file parallele e si dispongono simmetricamente rispetto alla Madonna.

Alla base del trono è possibile leggere, in latino, la seguente dedica dell’artista alla Vergine: MATER S(AN)CTA DEI / SIS CAUSA SENIS REQUIEI SIS DUCIO VITA TE QUIA / PINXIT ITA (Madre Santa di Dio, sii motivo di pace per Siena, sii Vita per Duccio perché ti ha dipinta così). Maestà del Duomo di Siena

In primo piano, inginocchiati, si riconoscono i quattro santi protettori di Siena (Ansano, Savino, Crescenzio e Vittore), mentre alle estremità, in piedi, sono raffigurate le due sante (Caterina a sinistra e Agnese a destra). Affiancano Maria gli altri quattro santi (Paolo, Giovanni Evangelista, Giovanni Battista e Pietro).

Il trono della Vergine è posto sotto una tribuna da cui si affacciano, a mezza figura, gli altri dieci apostoli. In origine, tutte le tavole erano racchiuse da una cornice monumentale, che ospitava una fascia alla base, o predella, dov’erano illustrate 7 scene dell’Infanzia di Cristo alternate a figure veterotestamentarie. La pala era coronata da sette cuspidi, in sei delle quali erano raccontati gli ultimi giorni della vita di Maria. La cuspide centrale, più grande (e purtroppo perduta), presentava, forse, le scene con l’Assunzione e l’Incoronazione della Vergine.

La parete opposta del polittico ospitava 14 pannelli con 26 scene della Passione di Cristo, che si svolgono, come un libro illustrato, dall’Ingresso di Cristo a Gerusalemme (in basso a sinistra) fino all’Apparizione di Cristo a Emmaus (in alto a destra). Da questa parte, la predella riportava alcune Scene della Vita di Cristo (prima della Passione) e, nelle cuspidi, le sue apparizioni dopo la Resurrezione. 

La Maestà del Duomo di Duccio è stata consacrata come uno dei vertici della pittura italiana su tavola. È, infatti, una mirabile celebrazione di bellezza, da intendersi come promessa di felicità. Pur immaginandola in Paradiso, Duccio umanizzò la Vergine in modo lirico e convincente a un tempo. La Santa Madre inclina soavemente il capo, come a indicare il Bambino che ha in braccio, e ha un’espressione tenera, confidenziale ma intensamente malinconica: ella è ben consapevole, infatti, del dolore che il Figlio ha dovuto patire per riscattare l’umanità.

Allo stesso tempo, però, essendo Madre della Chiesa, non può dimenticare tutti gli altri suoi figli, che ogni giorno della loro vita percorrono il proprio difficile cammino di salvezza. È a loro, infatti, che si rivolgono il suo sguardo e il suo pensiero. In questo capolavoro, Duccio è riuscito a coniugare tradizione e modernità, eleganza e grandiosità, vibrazioni cromatiche ed effetti spaziali.

Per ogni dipinto sacro e celebrativo posto in posizione privilegiata, la tradizione richiedeva venissero rispettate alcune convenzioni: una certa frontalità della Madonna, più grande delle altre figure, i tratti somatici dei personaggi sostanzialmente indifferenziati, la mancanza di sviluppo spaziale in profondità. Duccio rispettò le richieste. Eppure, non si accontentò di riproporre sterili schemi bizantini. Per esempio, se la sua ricerca fu di certo cromatica prima che volumetrica, egli usò i colori come gli accordi musicali di un inno sacro, rendendo in qualche modo percepibili le masse dei corpi.

Al carattere ufficiale della faccia anteriore, quella posteriore risponde, con un tono più delicato e commosso, entrando nel cuore del mistero cristiano. Il racconto della Passione si svolge con sensibile leggerezza e consente a Duccio di cimentarsi con una dimensione più narrativa della pittura, normalmente a lui non congeniale e nella quale era invece maestro Giotto. I suoi protagonisti si muovono con gesti pacati, silenziosamente, più spettatori, che attori, degli eventi che stanno vivendo.

Gli spazi, poco definiti (se non improbabili, prospetticamente), fanno più da contorno che da contesto. Si consideri, per intendersi, il suo Bacio di Giuda, che certo vien voglia di confrontare con quello giottesco degli Scrovegni. Stessi personaggi, medesimo evento, uguali dettagli. Ma qui manca l’irruenza della Storia, il racconto si svolge con tenera e commovente compostezza.

venerdì 29 aprile 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 29 aprile.
Il 29 aprile è il giorno dedicato a Santa Caterina da Siena, patrona d'Italia ed Europa.
Caterina nasce a Siena nel popolare rione di Fontebranda nel cuore della contrada dell'Oca il 25 marzo 1347. E' la ventitreesima figlia del tintore Jacopo Benincasa e di sua moglie Lapa Piagenti. La gemella Giovanna morirà poco tempo dopo la nascita. Il suo carisma mistico (come viene chiamato dai cattolici) si rivela molto presto, tanto che a soli sei anni sostiene di aver visto, sospeso in aria sopra il tetto della basilica di San Domenico, il Signore Gesù seduto su di un bellissimo trono, vestito con abiti pontificali insieme ai santi Pietro, Paolo e Giovanni. A sette anni, quando le bambine sono ben lontane solo dal concepire una cosa simile, fa voto di verginità.
In concomitanza con queste tendenze inizia, ancora bambina, a mortificarsi, soprattutto rinunciando a tutti i piaceri che in qualche modo avessero a che fare con il corpo. In particolare, evita di mangiare carne di animale. Per evitare i rimproveri dei genitori, passa il cibo di nascosto ai fratelli o lo distribuisce ai gatti di casa.
Verso i dodici anni i genitori decidono di maritarla. Evidentemente, non avevano ben compreso il carattere di Caterina, anche se in effetti le sue pratiche ascetiche erano condotte in solitudine. Ad ogni modo, pur di non concedere la sua mano, giunge a tagliarsi completamente i capelli, coprendosi il capo con un velo e chiudendosi in casa. Considerata affetta da una sorta di fanatismo giovanile, per piegarla la costringono a pesanti fatiche domestiche. La reazione è del tutto in linea con il suo misticismo. Si "barrica" all'interno della sua mente, chiudendosi del tutto al mondo esterno. Questo sarà, fra l'altro, uno dei suoi insegnamenti, quando, diventata ormai un simbolo, godrà del seguito di numerosi allievi.
Un bel giorno, però, la considerazione dei genitori cambia: il padre osserva che una colomba si posa sulla sua testa, mentre Caterina era intenta a pregare, e si convince che il suo fervore non è solo il frutto di un'esaltazione ma che si tratta di una vocazione veramente sentita e sincera.
A sedici anni, spinta da una visione di San Domenico, prende il velo del terz'ordine domenicano, pur continuando a restare nella propria casa. Semianalfabeta, quando cerca di imparare a leggere le lodi divine e le ore canoniche, fatica parecchi giorni, inutilmente. Chiede allora al Signore il dono di saper leggere che, a quanto riportano tutte le testimonianze e da quanto dice lei stessa, le è miracolosamente accordato.
Intanto, prende anche ad occuparsi dei lebbrosi presso l'ospedale locale. Scopre però che la vista dei moribondi e soprattutto dei corpi devastati e delle piaghe le genera orrore e ribrezzo. Per punirsi di questo, un giorno beve l'acqua che le era servita per lavare una ferita cancrenosa, dichiarando poi che "non aveva mai gustato cibo o bevanda tanto dolce e squisita." Dal quel momento, la ripugnanza passò.
A vent'anni si priva anche del pane, cibandosi solo di verdure crude, non dormiva che due ore per notte. La notte di carnevale del 1367 le appare Cristo accompagnato dalla Vergine e da una folla di santi, e le dona un anello, sposandola misticamente. La visione sparisce, l'anello rimane, visibile solo a lei. In un'altra visione Cristo le prende il cuore e lo porta via, al ritorno ne ha un altro vermiglio che dichiara essere il suo e che inserisce nel costato della Santa. Si dice che a ricordo del miracolo le rimase in quel punto una cicatrice.
La sua fama andava espandendosi, attorno a lei si raccoglieva una quantità di gente, chierici e laici, che prendono il nome di "Caterinati". Preoccupati, i domenicani la sottopongono ad un esame per appurarne l'ortodossia. Lo supera brillantemente e le assegnano un direttore spirituale, Raimondo da Capua, diventato in seguito il suo erede spirituale.
Nel 1375 è incaricata dal papa di predicare la crociata a Pisa. Mentre è assorta in preghiera in una chiesetta del Lungarno, detta ora di Santa Caterina, riceve le stimmate che, come l'anello del matrimonio mistico, saranno visibili solo a lei. Nel 1376 è incaricata dai fiorentini di intercedere presso il papa per far togliere loro la scomunica che si erano guadagnati per aver formato una lega contro lo strapotere dei francesi. Caterina si reca ad Avignone con le sue discepole, un altare portatile e tre confessori al seguito, convince il papa, ma nel frattempo è cambiata la politica e il nuovo governo fiorentino se ne infischia della sua mediazione.
Però, durante il viaggio, convince il papa a rientrare a Roma. Nel 1378 è dunque convocata a Roma da Urbano VI perché lo aiuti a ristabilire l'unità della Chiesa, contro i francesi che a Fondi hanno eletto l'antipapa Clemente VII. Scende a Roma con discepoli e discepole, lo difende strenuamente, morendo sfinita dalle sofferenze fisiche mentre ancora sta combattendo. È il 29 aprile del 1380 e Caterina ha trentatré anni, un'età che non potrebbe essere più significativa....
Sarà sepolta nel cimitero di Santa Maria sopra Minerva. Tre anni dopo le sarà staccato il capo per portarlo a Siena. Quel che resta del corpo, smembrato per farne reliquie, è nel sarcofago sotto l'altare maggiore.
Ha lasciato circa quattrocento lettere scritte a tutti i potenti del suo tempo ed un "Dialogo della divina provvidenza" che è una delle più notevoli opere mistiche di tutti i tempi.
La figura di Santa Caterina da Siena ha ispirato numerosi artisti che l'hanno ritratta il più delle volte con l'abito domenicano, la corona di spine, reggendo in mano un cuore o un libro, un giglio o il crocefisso o una chiesa. Molti pittori predilessero i fantasiosi racconti della sua vita, come il matrimonio mistico, che si distingue da quello di Santa Caterina d'Alessandria, perché in questo caso il Cristo è adulto.
È patrona d'Italia e protettrice delle infermiere.

lunedì 25 novembre 2013

#Santa #Caterina da Siena #Patrona d'Italia

imm. da antoniomarianardi.it/images/1943-S.Caterina da Siena, olio su tavola cm.94x70

Caterina nasce a Siena nel popolare rione di Fontebranda nel cuore della contrada dell'Oca il 25 marzo 1347. E' la ventitreesima figlia del tintore Jacopo Benincasa e di sua moglie Lapa Piagenti. La gemella Giovanna morirà poco tempo dopo la nascita. Il suo carisma mistico (come viene chiamato dai cattolici) si rivela molto presto, tanto che a soli sei anni sostiene di aver visto, sospeso in aria sopra il tetto della basilica di San Domenico, il Signore Gesù seduto su di un bellissimo trono, vestito con abiti pontificali insieme ai santi Pietro, Paolo e Giovanni. A sette anni, quando le bambine sono ben lontane solo dal concepire una cosa simile, fa voto di verginità.
 In concomitanza con queste tendenze inizia, ancora bambina, a mortificarsi, soprattutto rinunciando a tutti i piaceri che in qualche modo avessero a che fare con il corpo. In particolare, evita di mangiare carne di animale. Per evitare i rimproveri dei genitori, passa il cibo di nascosto ai fratelli o lo distribuisce ai gatti di casa.

Verso i dodici anni i genitori decidono di maritarla. Evidentemente, non avevano ben compreso il carattere di Caterina, anche se in effetti le sue pratiche ascetiche erano condotte in solitudine. Ad ogni modo, pur di non concedere la sua mano, giunge a tagliarsi completamente i capelli, coprendosi il capo con un velo e chiudendosi in casa. Considerata affetta da una sorta di fanatismo giovanile, per piegarla la costringono a pesanti fatiche domestiche. La reazione è del tutto in linea con il suo misticismo. Si "barrica" all'interno della sua mente, chiudendosi del tutto al mondo esterno. Questo sarà, fra l'altro, uno dei suoi insegnamenti, quando, diventata ormai un simbolo, godrà del seguito di numerosi allievi.
Un bel giorno, però, la considerazione dei genitori cambia: il padre osserva che una colomba si posa sulla sua testa, mentre Caterina era intenta a pregare, e si convince che il suo fervore non è solo il frutto di un'esaltazione ma che si tratta di una vocazione veramente sentita e sincera.
A sedici anni, spinta da una visione di San Domenico, prende il velo del terz'ordine domenicano, pur continuando a restare nella propria casa. Semianalfabeta, quando cerca di imparare a leggere le lodi divine e le ore canoniche, fatica parecchi giorni, inutilmente. Chiede allora al Signore il dono di saper leggere che, a quanto riportano tutte le testimonianze e da quanto dice lei stessa, le è miracolosamente accordato.


Intanto, prende anche ad occuparsi dei lebbrosi presso l'ospedale locale. Scopre però che la vista dei moribondi e soprattutto dei corpi devastati e delle piaghe le genera orrore e ribrezzo. Per punirsi di questo, un giorno beve l'acqua che le era servita per lavare una ferita cancrenosa, dichiarando poi che "non aveva mai gustato cibo o bevanda tanto dolce e squisita." Dal quel momento, la ripugnanza passò.
A vent'anni si priva anche del pane, cibandosi solo di verdure crude, non dormiva che due ore per notte. La notte di carnevale del 1367 le appare Cristo  accompagnato dalla Vergine e da una folla di santi, e le dona un anello, sposandola misticamente. La visione sparisce, l'anello rimane, visibile solo a lei. In un'altra visione  Cristo le prende il cuore e lo porta via, al ritorno ne ha un altro vermiglio che dichiara essere il suo e che inserisce nel costato della Santa. Si dice che a ricordo del miracolo le rimase in quel punto una cicatrice.
La sua fama andava espandendosi, attorno a lei si raccoglieva una quantità di gente, chierici e laici, che prendono il nome di "Caterinati". Preoccupati, i domenicani la sottopongono ad un esame per appurarne l'ortodossia. Lo supera brillantemente e le assegnano un direttore spirituale, Raimondo da Capua, diventato in seguito il suo erede spirituale


Nel 1375 è incaricata dal papa di predicare la crociata a Pisa. Mentre è assorta in preghiera in una chiesetta del Lungarno, detta ora di Santa Caterina, riceve le stimmate che, come l'anello del matrimonio mistico, saranno visibili solo a lei. Nel 1376 è incaricata dai fiorentini di intercedere presso il papa per far togliere loro la scomunica che si erano guadagnati per aver formato una lega contro lo strapotere dei francesi. Caterina si reca ad Avignone con le sue discepole, un altare portatile e tre confessori al seguito, convince il papa, ma nel frattempo è cambiata la politica e il nuovo governo fiorentino se ne infischia della sua mediazione.
Però, durante il viaggio, convince il papa a rientrare a Roma. Nel 1378 è dunque convocata a Roma da Urbano VI perché lo aiuti a ristabilire l'unità della Chiesa, contro i francesi che a Fondi hanno eletto l'antipapa Clemente. Scende a Roma con discepoli e discepole, lo difende strenuamente, morendo sfinita dalle sofferenze fisiche mentre ancora sta combattendo. È il 29 aprile del 1380 e Caterina ha trentatré anni, un'età che non potrebbe essere più significativa....


Sarà sepolta nel cimitero di Santa Maria sopra Minerva. Tre anni dopo le sarà staccato il capo per portarlo a Siena. Quel che resta del corpo, smembrato per farne reliquie, è nel sarcofago sotto l'altare maggiore.
Ha lasciato circa quattrocento lettere scritte a tutti i potenti del suo tempo ed un "Dialogo della divina provvidenza" che è una delle più notevoli opere mistiche di tutti i tempi.
La figura di Santa Caterina da Siena ha ispirato numerosi artisti che l'hanno ritratta il più delle volte con l'abito domenicano, la corona di spine, reggendo in mano un cuore o un libro, un giglio o il crocefisso o una chiesa. Molti pittori predilessero i fantasiosi racconti della sua vita, come il matrimonio mistico, che si distingue da quello di Santa Caterina d'Alessandria, perché in questo caso il Cristo   è adulto.

È patrona d'Italia e protettrice delle infermiere.


fonte web: http://biografieonline.it/biografia.htm?BioID=101&biografia=S.+Caterina+da+Siena

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