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giovedì 4 settembre 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 4 settembre.

Il 4 settembre 1260 fu combattuta la celebre Battaglia di Montaperti.

Il colle di Montaperti, pochi chilometri a sud est di Siena, rimane famoso per la cruenta battaglia che si svolse nella piana antistante fra Guelfi fiorentini e Ghibellini senesi il 4 settembre 1260.

Le truppe fiorentine giunsero da nord attraverso le Colline del Chianti il 2 settembre e si accamparono sulle alture cretacee di Monselvoli e del Paradiso, nei dintorni di Pievasciana. La marcia del loro esercito, composto da circa 35.000 uomini e dalle necessarie salmerie, aveva seguito il corso del torrente Arbia la cui valle garantiva un tragitto più pianeggiante e assicurava un facile approvvigionamento idrico.

L’esercito di Siena, al comando di Provenzano Salvani, composto da 20.000 uomini fra cui 800 cavalieri inviati dall’imperatore Manfredi e i fuoriusciti ghibellini scacciati da Firenze come Farinata degli Uberti, si accampò di rimpetto al nemico sulle colline di Ropole e di Mociano.

All’alba del 4 settembre i due eserciti si scontrarono; la battaglia procedette a fasi alterne fino al pomeriggio quando si racconta che ne causarono la rotta il tradimento di Bocca degli Abati, uno dei capi fiorentini, che avvicinatosi a Jacopo de’Pazzi, portastendardo fiorentino, gli tagliò di netto la mano con un colpo di spada facendo precipitare a terra l’insegna e causando scompiglio nell’esercito, insieme alla contemporanea carica della cavalleria imperiale contro il fianco dello schieramento guelfo.

Da questo momento iniziò il massacro che fece l’Arbia colorato in rosso, i senesi si scagliarono sui fiorentini in fuga con l’intenzione di non fare prigionieri. La strage continuò fino al calar del sole quando gli ultimi superstiti rifugiatisi sul colle di Montaperti furono fatti prigionieri e successivamente incarcerati a Siena e liberati molti mesi dopo dietro compenso di pesanti riscatti. Il campo guelfo fu messo al sacco: furono catturati 9000 cavalli e 9000 tra buoi ed animali da soma; furono prese bandiere e stendardi, tra le quali il gonfalone di Firenze che fu attaccato alla coda di un asino e trascinato nella polvere. Le perdite dei guelfi furono di circa 10.000 morti e circa 15.000 i prigionieri di cui rispettivamente 2500 e 1500 fiorentini. I ghibellini persero 600 uomini con 400 feriti. In città i festeggiamenti durarono per giorni e furono fatti sfilare tutti i prigionieri catturati nel corso della battaglia.

L’epico scontro dette origine a varie leggende. In una si esaltava l’astuzia dei senesi che, essendo le truppe ghibelline numericamente assai inferiori a quelle guelfe, escogitarono un trucco per abbattere il morale dei nemici: giunti in prossimità del luogo dove erano accampati i fiorentini fecero sfilare il proprio esercito per tre volte davanti all’esercito guelfo, cambiando ogni volta i vestiti con i colori dei terzi di Siena cercando di far credere agli avversari che le proprie forze fossero tre volte più numerose di quello che erano in realtà.

In un’altra veniva esaltata la pietà di Usilla, una vivandiera senese, che mossa a compassione salvò 36 fiorentini scampandoli da morte sicura. La storia è legata all’esistenza di un tunnel sotterraneo sulla sommità della collina sotto il cippo piramidale eretto alla fine dell’Ottocento in ricordo della battaglia:  alla base di quest’ultimo si apre un tunnel che anticamente pare sbucasse oltre i torrenti Malena e Biena. La donna avrebbe condotto i 36 soldati ghibellini attraverso il tunnel senza farli passare dal campo di battaglia e poi si dice che si fosse diretta verso Siena fingendo che fossero servi al suo servizio, per poi liberarli prima dell’ingresso in città.

La leggenda della Martinella, la campana che si trovava in uno dei tanti carrocci fiorentini, narra che  un’umile treccola, ovvero una cenciaiola al seguito delle truppe senesi, dopo la battaglia si recò sul campo a raccogliere vestiti, armature e quanto altro che riusciva a trovare. Finita la battaglia, la donna, fra i tanti oggetti abbandonati trovò la Martinella, la caricò sul suo asino e la portò via con sé insieme a venti soldati delle truppe fiorentine che, pur di non essere catturati ed uccisi dai senesi, si fecero passare per servi che, legati dietro all’asino della donna, sfuggirono la mala sorte.

La treccola entrata a Siena donò la Martinella alla Compagnia di San Giovanni in Pantaneto e ancora oggi essa si trova esposta nel museo della Contrada del Leocorno.

E ancora.

Di fronte al Colle di Montaperti si trova un altro piccolo colle dal nome singolare: Costa dei Berci.

Nella fantasia popolare il nome racchiude due possibili interpretazioni che non si escludono a vicenda. Secondo la prima il termine Berci sarebbe una contrazione di Astimbergh, riferibile al comandante della cavalleria imperiale, il cavaliere tedesco Gualtieri di Astimbergh appunto, che da quel luogo fece partire la carica della cavalleria contro il fianco dell’esercito guelfo decidendo le sorti della battaglia.

L’altra possibile interpretazione è legata al massacro che ne seguì durante il quale si udirono urla strazianti e terribili delle vittime, i “berci” appunto.

Dall’altra parte del campo di battaglia si racconta che l’allora comandante delle milizie fiorentine avesse ricevuto una profezia secondo la quale sarebbe morto tra il bene e il male. Arrivato al luogo dell’ accampamento, situato tra la Biena e la Malena, associò immediatamente il nome dei due fiumi, probabilmente per assonanza con bene e male, alla sorte che gli era stata predetta. In effetti morì in quella battaglia privo della giusta motivazione e tremendamente impaurito e incapace di controllare il suo esercito. La tradizione popolare vuole che l’anima di questo capitano sia ancora impegnata a scampare alla morte e c’è chi racconta di aver udito, nelle notti di plenilunio, il rumore degli zoccoli di un cavallo e di aver scorto tra i cipressi la sagoma bianca di un cavaliere.

Nella "Divina Commedia", Dante non descrive direttamente la battaglia di Montaperti, ma la menziona in due punti cruciali, utilizzando perifrasi per indicare la sanguinosa sconfitta dei guelfi fiorentini ad opera dei ghibellini senesi. In particolare, nel X canto dell'Inferno, durante l'incontro con Farinata degli Uberti, Dante fa riferimento allo "strazio e 'l grande scempio" che fece l'Arbia colorata in rosso, metafora del sangue versato durante la battaglia. 

Ecco come Dante utilizza la battaglia di Montaperti nella sua opera: 

Canto X dell'Inferno:

Dante incontra Farinata degli Uberti, un capo ghibellino fiorentino, e lo colloca nel sesto cerchio dell'Inferno, tra gli eresiarchi. Qui, Farinata fa riferimento alla battaglia, ricordando la vittoria ghibellina e il tradimento di Bocca degli Abati, che tagliò la mano del vessillifero guelfo, causando la rotta dei fiorentini.

Canto XXXII dell'Inferno:

In questo canto, Dante colloca Bocca degli Abati, il traditore di Montaperti, nel nono cerchio dell'Inferno, tra i traditori della patria, a testimonianza della gravità del tradimento e del suo impatto sulla sconfitta fiorentina.

La battaglia di Montaperti, quindi, non è narrata in dettaglio da Dante, ma è presente come sfondo storico e come simbolo della corruzione politica e del tradimento, che sono temi ricorrenti nella sua opera. 

sabato 23 dicembre 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 23 dicembre.
Il 23 dicembre 1339 Simone Boccanegra viene acclamato come doge a vita di Genova.
A Genova nel 1339 sono i tempi dei guelfi e dei ghibellini. Capitani del Popolo sono Galeotto Spinola e Raffaele Doria. E cosa fecero costoro? Pensarono di eleggere per conto proprio l’Abate del Popolo, usurpando così un privilegio delle classi più basse.
Si fomentò così un malcontento che già serpeggiava: il popolo voleva eleggere il suo abate e ottenne quanto richiesto. Si scelsero venti uomini che si riunirono al Palazzo degli Abati. Una folla mormorante attendeva il responso, quando una voce improvvisa si alzò: era un battiloro, un artigiano che lavorava il più prezioso dei metalli. Costui prese ad urlare a gran voce un nome: Simone Boccanegra.
E tutti i presenti si unirono al battiloro, era lui che tutti volevano, i venti designati a scegliere erano concordi e si propose quindi la carica a Simone. Il prescelto discendeva dal Primo Capitano del Popolo Guglielmo Boccanegra e apparteneva pertanto alla borghesia. Simone, conscio di ciò, rifiutò la carica ma i suoi sostenitori non si arresero e anziché Abate del Popolo, in virtù delle sue origini, lo elessero Doge.
Il primo Doge della Superba, acclamato a furor di popolo, venne condotto in trionfo alla Chiesa di San Siro. Da lì il corteo proseguì verso la casa di Simone in Via della Maddalena. Questo luogo che richiama alla memoria un personaggio così importante per la storia di Genova dovrebbe avere una grande valenza turistica e culturale, è invece uno spicchio di centro storico forse un po’ trascurato, tanto che persino molti genovesi non sanno che nei carruggi ancora esiste la casa del primo Doge della Superba. La Piazza porta il suo nome e si chiama Piazzetta Boccanegra.
Ma torniamo a lui e alla sua elezione. Simone Boccanegra si insedia con un Dogato Perpetuo. I due Capitani del Popolo, i già nominati Galeotto Spinola e Raffaele Doria, tolgono il disturbo e si ritirano in altri lidi, anche per portare a casa la pelle, s’intende. Si affianca a uomini di sua fiducia, è un governo di popolari e ghibellini.
E come primo ordinamento Simone stabilì che nessun nobile potesse essere eletto Doge. Come nel passato, ancora esiste un Podestà che amministra la giustizia criminale, mentre quella civile è affidata a due Consoli di Giustizia. Perdura la carica di Abate del Popolo che rappresenta le tre valli di Bisagno, Voltri e Polcevera. E’ variegato e complesso il sistema amministrativo del tempo ed eviteremo di scendere troppo nel dettaglio.
I nemici del popolo erano i nobili e contro di essi si accesero gli animi, la città era in tumulto. Boccanegra, per sedare i disordini, decretò il taglio della testa per coloro che si fossero macchiati di saccheggio. Fare il doge non era certo un mestiere di tutto riposo, la vita di Simone era in costante pericolo. Più volte si tentò di sbarazzarsi di lui, nel 1340 un gruppo di genovesi, tra i quali diversi nobili e un macellaio di Soziglia, confessarono di aver tramato una congiura per ucciderlo. Molto democraticamente vennero affidati al boia che li mandò tutti quanti al Creatore e il problema venne così brillantemente risolto secondo gli usi del tempo. Simone, onde evitare ulteriori spiacevoli incidenti, si dotò di un nutrito plotone di guardie del corpo, ben 103 cavalieri pisani.
I suoi detrattori lo accusavano di eccessivo sfarzo, si narra infatti che amasse andare in giro vestito di rosso, con un prezioso manto color porpora e un cappello dello stesso colore. A lui va il merito di aver curato i rapporti con gli stati esteri, ma certo questo non bastò ad allontanare i nemici. I nobili fuoriusciti ancora tramavano contro di lui, è del 1341 il tentativo di colpo di stato del Marchese di Finale Giorgio del Carretto, ma Simone riuscì ancora una volta a cavarsela e il Marchese finì rinchiuso in una gabbia nel carcere della Malapaga.
Ma il mondo è grande, il mare infinito e a quel tempo era infestato dai terribili saraceni. Costoro minacciavano Alfonso XI di Castiglia e il Doge inviò in suo soccorso le galee genovesi guidate dal fratello di Simone, Egidio Boccanegra. Le galee della Superba, la Dominante dei Mari, espugnarono Algeciras e in seguito furono altrettanto determinanti nella città di Caffa sul Mar Nero, località importantissima per i commerci e per l’economia di Genova. Trionfi e glorie di Simone Boccanegra, ma i nemici sono in agguato.
Sono sempre i nobili fuoriusciti, si insinuano nelle simpatie del popolo e richiedono di rientrare, Simone pone una condizione, chiede che siano disarmati. Loro non ci stanno, richiedono persino che vengano allontanati i soldati, Simone vedendosi con le spalle al muro, si risolve per rinunciare al titolo di Doge. E così nel 1344 restituisce le insegne sulla Piazza di San Lorenzo e parte alla volta di Pisa.
Gli succederà Giovanni di Murta, molti eventi coinvolgeranno i genovesi per mare e per terra. Ma il tempo di Simone Boccanegra ancora non è terminato, andiamo al 1356, anno nel quale su Genova dominano i Visconti. C’era un diffuso malcontento e Simone ne approfittò per tornare alla ribalta. Andò a Milano dai Visconti e propose il suo appoggio. Dev’essere stato convincente, perché gli venne accordata fiducia e tornò a Genova.
Una volta insediatosi  riunì in tutta fretta un corpo di armati e a passo di carica si diresse su Palazzo Ducale. I Visconti vennero scacciati e il giorno dopo Simone venne eletto nuovamente Doge. E ricominciò così il lavoro iniziato anni prima, escluse i nobili da tutti le cariche delle quali vennero invece investiti i popolari.
E ebbe successi per terra e per mare, stabilendo il proprio predominio sulla Corsica. Regnerà altri sette anni, sempre nel mirino dei suoi nemici, diverrà inviso anche ai popolari a causa delle imposte elevate. E venne il 3 Marzo 1363, ospite di Pietro Malocello è Pietro, Re di Cipro, in cerca di alleanze per combattere i soliti turchi. Per l’occasione venne allestito un fastoso banchetto in onore del sovrano, tra i convitati c’è anche il Doge Simone Boccanegra. Si mangia e si beve, giunge la notte e nel silenzio della sua stanza il doge accusa forti dolori. Probabilmente avvelenato, durante la notte Simone muore.
Il suo tempo è finito. C’è una piazzetta nei carruggi, lì c’era la sua casa. E lì c’è una targa a ricordo del suo illustre abitante: Simone Boccanegra, il primo Doge della Superba.

sabato 18 febbraio 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 18 febbraio.
Il 18 febbraio 1248 Federico II di Svevia viene sconfitto nella battaglia di Parma.
Se le cose fossero andate diversamente, oggi Parma non esisterebbe più.
I suoi resti si troverebbero  sotto la prima periferia est di Vittoria, la città fondata durante il lungo assedio a cavallo tra il 1247 ed il 1248 dall’Imperatore Federico II di Svevia e che, nelle sue intenzioni, avrebbe dovuto sostituire la città Ducale di cui  era stata decretata la totale distruzione.
 Il motivo della rabbia di Federico era il tradimento di Parma che, nel mese di giugno del 1247, era passata dai ghibellini, fedeli all’Imperatore, ai guelfi, sostenitori  del Papa.
Un tradimento che non poteva essere tollerato, neppure da un sovrano colto ed illuminato come Federico Hoenstaufen.
Parma poteva essere un esempio pericoloso e  l’impero non poteva permettersi ulteriori defezioni proprio quando la lotta contro l’influenza del Papa aveva raggiunto un punto decisivo.
 La città meritava una punizione dura ed esemplare, che servisse da monito  a tutti i riottosi Comuni italiani.
E fu così che l’Imperatore cinse Parma d’assedio ponendo il proprio campo  ad ovest della città, fuori le mura di barriera Santa Croce.
Agli occhi dell’Imperatore l’ipotesi di una sconfitta non era contemplata.
Cosa poteva fare una piccola città contro l’esercito più forte d’Italia ed i suoi numerosi alleati?
Federico non aveva fretta.
Non c’era bisogno di logorare eccessivamente le truppe perché il tempo era dalla sua parte.
Si trattava semplicemente di aspettare che la fame, la sete e le epidemie portassero i parmigiani allo stremo e la città sarebbe caduta da sola.
Tanto valeva, nel frattempo, mettersi comodi…
 Federico ordinò che, sulle fondamenta del proprio accampamento, venisse eretta Vittoria.
Fu così che, nei lunghi mesi dell’assedio,  sorse una vera e propria città in miniatura, dotata di una chiesa, opportunamente dedicata a San Vittore, e di una zecca ove veniva coniato il  "vittorino", embrione di quella che, nelle intenzioni del sovrano, avrebbe dovuto essere la futura capitale del Sacro Romano Impero.
Federico II vi installò la propria corte  compresi il suo Harem e la temibile guardia del corpo, composta esclusivamente da guerrieri musulmani a lui fanaticamente devoti.
Non solo. L’Imperatore trasferì a Vittoria anche la sua personale collezione di animali esotici ed il tesoro reale.
Sulla personalità di Federico si è detto e scritto tantissimo. Vero è che la sua è una delle figure più affascinanti ed anticonformiste del medioevo.
“Stupor Mundi”, così veniva chiamato già dai contemporanei e non senza motivo: animato da una sete di conoscenza senza pari, religiosamente agnostico  e tollerante riuscì, durante la sesta crociata, a farsi consegnare Gerusalemme direttamente dalle mani del Sultano, dopo mesi di negoziati ed un viaggio nella città Santa durante il quale ricevette un accoglienza calorosa.
Il talento eccezionale di Federico trovò espressione anche in campo legislativo con le Costituzioni di Melfi, un corpo di leggi d’impronta moderna, con le quali l’Imperatore tentò di ristabilire la pace sociale nel regno di Sicilia mitigando l’influenza dei feudatari.
Ma la passione più grande del sovrano era l’antica e nobile arte della Falconeria, la caccia con i rapaci. Federico II era un falconiere colto ed appassionato, autore di un volume dal titolo ars venandi cum avibus e, non appena poteva, indulgeva in lunghe battute.
Fu proprio la sua passione più grande  a perderlo o a salvargli la vita -a seconda dei punti di vista- la mattina del 18 febbraio del 1248.
Per i parmigiani la fine era questione di pochi giorni; l’assedio durava oramai da lunghi mesi, i viveri stavano terminando e non vi era alcuna speranza di ricevere aiuto dall’esterno.
Ogni mattina l’Imperatore faceva condurre un gruppo di prigionieri sotto le mura cittadine, più o meno all’altezza dell’attuale ponte Caprazucca, facendoli decapitare sotto lo sguardo impotente dei propri concittadini.
I parmigiani sapevano bene di non avere scelta: o l’inedia o la spada….
E’ probabile che quel giorno gli assediati si fossero accorti dell’assenza dell’Imperatore, che si era recato sul Taro, insieme con il suo seguito,  per una battuta di caccia con il falcone.
In ogni caso decisero di fare un’ultima, disperata,  sortita.
Il popolo intero, donne, vecchi e bambini compresi, si unì agli armati e l’esercito imperiale, preso alla sprovvista e senza il suo comandante, venne travolto e messo in fuga.
Vittoria fu data alle fiamme non prima che i parmigiani la sottoponessero ad un sacco minuzioso.
La corona imperiale fu ritrovata da un ciabattino, dal soprannome eloquente di cortopasso, che la rivendette al comune per duecento lire imperiali.
Federico si rese conto dell’accaduto vedendo colonne di fumo ergersi dal luogo ove sorgeva la sua città e dovette fuggire, dapprima nella fedele Borgo san Donnino e quindi a Cremona.
In molti, ancora oggi, sono convinti che Viale Vittoria debba il suo nome alla Grande Guerra.
La verità è però un’altra e giace sepolta sotto la periferia ovest di Parma.

giovedì 26 maggio 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 26 maggio.
Il 26 maggio 1249 Re Enzo venne condotto prigioniero a Bologna a seguito della sconfitta nella battaglia di Fossalta, e incarcerato nel palazzo che ancora oggi porta il suo nome.
Il giorno precedente, nella piccola località di Fossalta presso le sponde del fiume Panaro, avvenne uno scontro storico tra gli schieramenti dei guelfi di Bologna e le forze dei ghibellini di Modena e Cremona e le truppe imperiali di Enzo di Svevia, figlio naturale dell'Imperatore Federico II Hohenstaufen. Nel pomeriggio il giovane re attaccò un gruppo di bolognesi intenti a costruire un ponte sul Panaro per farvi passare carri e macchine d'assedio essendo il Ponte di Sant'Ambrogio difeso dai templari modenesi. Il grosso delle truppe bolognesi vedendo il massacro delle avanguardie guadò il fiume cogliendo le truppe imperiali sui fianchi, a re Enzo non rimase altro da fare se non ordinare la ritirata del grosso delle truppe verso Modena; essendo il torrente Tiepido ingrossato, la cavalleria Ghibellina non riuscì a manovrare fuggendo disordinatamente verso la città. Il sovrano rimase con i suoi cavalieri a coprire la ritirata delle truppe. Dalla furibonda battaglia uscirono vincitori i bolognesi, che non si fecero scappare la succulenta occasione: catturarono Enzo e lo portarono in città, tenendolo come prigioniero (seppur di riguardo) in uno degli edifici che da lui tuttora ne conserva il nome, Palazzo Re Enzo. Sotto le insegne guelfe del comune di Bologna, parteciparono alla battaglia anche miles della Società d’Armi dei Lombardi, della società dei Toschi, della società della Stella e della società dei Beccai. Dopo la battaglia i guelfi modenesi tornarono in città e presero il potere, tra essi vi era il vescovo di Modena Alberto Boschetti. Nell'ottobre seguente i bolognesi posero l'assedio a Modena che venne difesa dal vescovo il quale riuscì tramite la mediazione del papa ad ottenere gli accordi di pace nel dicembre 1249.
Quella funesta battaglia a Fossalta ad Enzo costò molto caro: non riottenne più la libertà, nonostante le ripetute minacce del padre Federico II nei confronti dei bolognesi. Peraltro questi trattarono Enzo molto onorevolmente, consentendogli di ricevere visite, avere servitori e relazioni femminili, non gli concessero però mai di uscire dalle sue stanze.
Prima di morire, Enzo scrisse alla sua Puglia, l'amata terra che lo aveva visto bambino:
« Va', canzonetta mia, e saluta Messere, dilli lo mal ch'i'aggio, quelli che m'à'n balilìa, sì distretto mi tene, ch'eo viver non porraggio; salutami Toscana, quella ched è sovrana in cui regna tutta cortesia; e vanne in Puglia piana, la magna Capitana, là dov'è lo mio core nott'e dia. »
Alla sua morte gli furono dedicate solenni onoranze funebri e fu seppellito (tuttora esiste la sua tomba) nella Basilica di San Domenico della stessa città che l'aveva tenuto prigioniero per ventitré lunghi anni.
In centro via Fossalta ricorda la sede della vittoriosa battaglia bolognese.

lunedì 13 settembre 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 13 settembre.
Nella notte tra il 13 e il 14 settembre 1321 muore a Ravenna Dante Alighieri.
La vita di Dante Alighieri è strettamente legata agli avvenimenti della vita politica fiorentina. Alla sua nascita, Firenze era in procinto di diventare la città più potente dell'Italia centrale. A partire dal 1250, un governo comunale composto da borghesi e artigiani aveva messo fine alla supremazia della nobiltà e due anni più tardi vennero coniati i primi fiorini d'oro che sarebbero diventati i "dollari" dell'Europa mercantile. Il conflitto tra guelfi, fedeli all'autorità temporale dei papi, e ghibellini, difensori del primato politico degli imperatori, divenne sempre più una guerra tra nobili e borghesi simile alle guerre di supremazia tra città vicine o rivali. Alla nascita di Dante, dopo la cacciata dei guelfi, la città era ormai da più di cinque anni nelle mani dei ghibellini. Nel 1266, Firenze ritornò nelle mani dei guelfi e i ghibellini vennero espulsi a loro volta. A questo punto, il partito dei guelfi, si divise in due fazioni: bianchi e neri.
Dante Alighieri nasce a Firenze il 29 maggio 1265 da una famiglia della piccola nobiltà. Nel 1274, secondo la Vita Nuova, vede per la prima volta Beatrice (Bice di Folco Portinari) della quale si innamora subito perdutamente. Dante ha circa dieci anni quando muore la madre Gabriella, la «madre bella». Nel 1283 anche suo padre Alighiero di Bellincione, commerciante, muore e Dante a 17 anni diviene il capofamiglia.
Il giovane Alighieri segue gli insegnamenti filosofici e teologici delle scuole francescana (Santa Croce) e domenicana (Santa Maria Novella). In questo periodo stringe amicizie e inizia una corrispondenza con i giovani poeti che si fanno chiamare «stilnovisti». Nelle Rime si trova l'insieme dell'opera poetica di Dante, dagli anni della gioventù fiorentina, lungo in corso della sua carriera letteraria, che non risultano inseriti in alcun'altra opera. È in questo contesto che possiamo trovare le tracce del distacco consapevole che è seguito alla prima stesura dell'"Inferno" e del "Purgatorio", che avrebbe condotto Dante verso false concezioni filosofiche, tentazioni della carne e piaceri volgari.
A 20 anni sposa Gemma Di Manetto Donati, appartenente a un ramo secondario di una grande famiglia nobile, dalla quale avrà quattro figli, Jacopo, Pietro, Giovanni e Antonia.
Nel 1292, due anni dopo la morte di Beatrice, comincia a scrivere la "Vita Nuova". Dante si consacra così molto presto completamente alla poesia studiando filosofia e teologia, in particolare Aristotele e San Tommaso. Rimarrà affascinato dalla lotta politica caratteristica di quel periodo e costruirà tutta la sua opera attorno alla figura dell'Imperatore, mito di un'impossibile unità. Tuttavia nel 1293, in seguito a un decreto che escludeva i nobili dalla vita politica fiorentina, il giovane Dante è costretto ad attenersi alla cura dei suoi interessi intellettuali.
Nel 1295 un'ordinanza decreta che i nobili riottengano i diritti civici, purché appartenenti ad una corporazione. Dante si iscrive a quella dei medici e dei farmacisti, la stessa dei bibliotecari, con la menzione di «poeta». Quando la lotta tra Guelfi Bianchi e Guelfi Neri si fa più aspra, Dante si schiera col partito dei Bianchi che cercano di difendere l'indipendenza della città opponendosi alle tendenze egemoniche di Bonifacio VIII Caetani, Papa dal dicembre 1294 al 1303.
Nel 1300 Dante viene eletto tra i sei «Priori» - custodi del potere esecutivo, i più alti magistrati del governo che componeva la Signoria - che, per attenuare la faziosità della lotta politica, prendono la difficile decisione di fare arrestare i più feroci leader dei due schieramenti. Nel 1301, proprio mentre a Firenze arrivava Charles de Valois e il partito dei Neri prendeva il sopravvento (sostenuto dal papato), Dante viene chiamato a Roma alla corte di Bonifacio VIII. Iniziano i processi politici: Dante, accusato di corruzione, viene sospeso dai pubblici uffici e condannato al pagamento di una pesante ammenda. Poiché Dante non si abbassa, al pari dei suoi amici, a presentarsi davanti ai giudici, Dante viene condannato alla confisca dei beni e «al boia» qualora si fosse fatto trovare sul territorio del Comune di Firenze. E' così costretto a lasciare la sua città con la coscienza di essere stato beffato da Bonifacio VIII, che l'aveva trattenuto a Roma mentre i Neri prendevano il potere a Firenze; Bonifacio VIII si guadagnerà così un posto di rilievo nei gironi dell'"Inferno" della "Divina Commedia".
A partire dal 1304 inizia per Dante il lungo esilio. Dalla morte di Beatrice agli anni dell'esilio Dante si dedica allo studio della filosofia (per lui l'insieme delle scienze profane) e compone liriche d'amore dove lo stile della lode così come il ricordo di Beatrice sono assenti. Il centro del discorso non è più Beatrice ma «la donna gentile», descrizione allegorica della filosofia che traccia l'itinerario interiore di Dante verso la saggezza. Redige il Convivio (1304-1307), il trattato incompiuto composto in lingua volgare che diventa una summa enciclopedica di sapere pratico. Quest'opera, è una sintesi di saggi, destinati a coloro che, a causa della loro formazione o della condizione sociale, non hanno direttamente accesso al sapere. Vagherà per città e Corti secondo le opportunità che gli si offriranno e non cesserà di approfondire la sua cultura attraverso le differenti esperienze che vive.
Nel 1306 intraprende la redazione della "Divina Commedia" alla quale lavorerà per tutta la vita. Quando inizia «a far parte per se stesso», rinunciando ai tentativi di rientrare con la forza a Firenze con i suoi amici, prende coscienza della propria solitudine e si stacca dalla realtà contemporanea che ritiene dominata da vizio, ingiustizia, corruzione e ineguaglianza. Nel 1308 compone un trattato in latino sulla lingua e lo stile: il "De vulgari eloquentia", nel quale passa in revisione i differenti dialetti della lingua italiana e proclama di non aver trovato «l'odorante pantera dei bestiari» del Medioevo che cercava, ivi compresi il fiorentino e le sue imperfezioni. Pensa di aver captato «l'insaziabile belva in quel volgare che in ogni città esala il suo odore e in nessuna trova la sua tana». Fonda la teoria di una lingua volgare che chiama «illustre», che non può essere uno dei dialetti locali italiani ma una lingua frutto del lavoro di pulizia portato avanti collettivamente dagli scrittori italiani. È il primo manifesto per la creazione di una lingua letteraria nazionale italiana.
Nel 1310 con l'arrivo in Italia di Enrico VII di Lussemburgo, Imperatore romano, Dante Alighieri spera nella restaurazione del potere imperiale, che gli permetterebbe di rientrare a Firenze, ma Enrico muore. Dante compone "La Monarchia", in latino, dove dichiara che la monarchia universale è essenziale alla felicità terrestre degli uomini e che il potere imperiale non deve essere sottomesso alla Chiesa. Dibatte anche sui rapporti tra Papato e Impero: al Papa il potere spirituale, all'Imperatore quello temporale. Verso il 1315, gli viene offerto di ritornare a Firenze. Il suo orgoglio ritiene le condizioni troppo umilianti: rifiuta con parole che rimangono una testimonianza della sua dignità umana: «Non è questa, padre mio, la via del mio ritorno in patria, ma se prima da voi e poi da altri non se ne trovi un'altra che non deroghi all'onore e alla dignità di Dante, l'accetterò a passi non lenti e se per nessuna siffatta s'entra a Firenze, a Firenze non entrerò mai. Né certo mancherà il pane».
Nel 1319 Dante è invitato a Ravenna da Guido Novello da Polenta, Signore della città; due anni più tardi lo invia a Venezia come ambasciatore. Rientrando da Venezia Dante viene colpito da un attacco di malaria nelle paludose valli di Comacchio: muore a 56 anni nella notte tra il 13 e il 14 settembre 1321 a Ravenna, dove oggi si trova ancora la sua tomba.
Nel sepolcro di Dante, sotto un piccolo altare si trova l'epigrafe in versi latini dettati da Bernardo da Canaccio nel 1366:
« IURA MONARCHIAE SUPEROS FLEGETONTA LACUSQUE LUSTRANDO CECINI VOLUERUNT FATA QUOUSQUE SED QUIA PARS MELIORIBUS HOSPITA CASTRIS ACTOREMQUE SUUM PETIIT FELICIOR ASTRIS HIC CLAUDOR DANTES PATRIIS EXTORRIS AB ORIS QUEM GENUIT PARVI FLORENTIA MATER AMORIS. » ( diritti della monarchia, i cieli e le acque di Flegetonte (gli inferi) visitando cantai finché volsero i miei destini mortali. Poiché però la mia anima andò ospite in luoghi migliori, ed ancor più beata raggiunse tra le stelle il suo Creatore, qui sto racchiuso, (io) Dante, esule dalla patria terra, cui generò Firenze, madre di poco amore.)

domenica 15 novembre 2020

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 15 novembre.
Sul calar del sole del 15 novembre 1325 a Zappolino, paesino dell'appennino bolognese, si svolse una cruenta battaglia tra bolognesi e modenesi, che vide schierati circa 30000 fanti e 2000 cavalieri per i Bolognesi, contro 5000 fanti e 2000 cavalieri per i modenesi, molti di questi di provenienza germanica e quindi piuttosto esperti d'arte militare.
I modenesi, ghibellini, erano schierati all'incirca sul pianoro dove oggi sorge l’abitato della Ziribega, mentre i bolognesi, guelfi, si trovavano all'inizio del pendio che dalla Bersagliera sale verso Zappolino, denominato " Prati di Soletto ", tenendo alle loro spalle il castello.
I bolognesi non ebbero molto tempo a disposizione per organizzare le truppe, avendole richiamate in tutta fretta da Bazzano e da Ponte Sant' Ambrogio, dove i modenesi le avevano attirate con alcuni stratagemmi; lo scopo era quello di fermare l'avanzata del nemico verso Monteveglio, dove si stava cercando di riconquistare il castello, e probabilmente di difendere la roccaforte di Zappolino.
I modenesi, agli ordini di Passerino Bonacolsi, attaccarono, guidati da Azzone Visconti dal Marchese Rinaldo d’Este, i cavalieri delle prime linee bolognesi, mentre la cavalleria di Gangalando Bertucci di Guiglia, attaccò sul fianco, arrivando dalla parte di Oliveto. Alle manovre prese parte anche Muzzarello da Cuzzano, esperto del territorio come Gangalando, nonché signore dell’omonimo castello, situato a poca distanza dal luogo della battaglia.
La battaglia fu molto breve, circa un paio d’ore, ma si concluse con la terribile disfatta dell'esercito bolognese; infatti, nonostante la superiorità numerica, le truppe prese di sorpresa dall'attacco laterale, si diedero alla fuga, molti uomini ripararono all'interno del castello di Zappolino, altri in quello di Oliveto, altri ancora, raggiunsero, inseguiti, Bologna e qui trovarono rifugio entrando dalla porta S. Felice. I morti furono più di duemila. I modenesi giunsero fino alle porte di Bologna, distruggendo al loro passaggio i castelli di Crespellano, Zola, Samoggia, Anzola, Castelfranco, Piumazzo e la chiusa del Reno presso Casalecchio, che consentiva, come oggi, la deviazione delle acque del fiume verso la città.
Non tentarono però l'assedio della città, ma si limitarono a schernire per alcuni giorni gli sconfitti correndo quattro palii fuori le mura e alla fine tornarono a Modena portando in trofeo una secchia rubata in un pozzo, tuttora esistente sotto un tombino fuori porta S. Felice. A seguito di tale episodio e forse grazie anche al poema del Tassoni che ne narra in chiave eroicomica gli eventi, questo avvenimento è oggi chiamato “La battaglia della secchia rapita”.
Alcuni mesi più tardi, nel gennaio 1326, la pace firmata dalle due parti vide la restituzione dei terreni e dei castelli conquistati dai ghibellini ai bolognesi, probabilmente in cambio di denaro, passato nelle mani di Passerino Bonacolsi. Il sacrificio di oltre duemila uomini si rivelò dunque del tutto inutile.

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