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mercoledì 16 aprile 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 16 aprile.

Il 16 aprile 1947 il criminale tedesco Rudolf Ferdinand Höß, primo comandante del campo di concentramento di Auschwitz, viene impiccato all'ingresso dei forni crematori.

La notte dell’11 marzo 1946 una squadra della Field Security Britannica fece irruzione in una cascina di Gottrupel, una località della Germania del nord ai confini con la Danimarca. Trovarono un contadino che dormiva tranquillamente nella stalla: prima che avesse il tempo di capire quanto accadeva, l’uomo vide la faccia severa del capitano Hanns Alexander, un ebreo tedesco fuggito in Gran Bretagna, e arruolatosi nelle forze speciali di Sua Maestà. L’ufficiale gli chiese il nome. La risposta fu: «Franz Lang». «No - rispose il capitano – la tua carta d’identità è falsa, tu ti chiami Rudolf Hoss. Mostrami la fede di matrimonio». Il prigioniero tergiversò, lamentandosi che l’anello era incastrato, e non riusciva a sfilarlo. «Nessun problema - replicò Alexander - basta tagliarti il dito». Ed estrasse la baionetta affilata. L’amputazione non fu necessaria, l’uomo consegno l’anello, e l’inglese lesse la dedica all’interno. Assestò al tedesco un paio di ceffoni e ripeté la domanda. L’uomo rispose «Sì, sono Rudolf Höss, già comandante di Auschwitz».

Alexander annuì soddisfatto. I componenti della sua squadra erano quasi tutti ebrei che avevano avuto vari parenti sterminati nei campi nazisti, e chiesero una piccola soddisfazione personale. Il capitano capì e concesse dieci minuti, raccomandò cautela e si allontanò a fumare. Quando tornò, Höss era stato coscienziosamente sottoposto a un “passage à tabac”, ma senza gravi conseguenze: non si lamentò nemmeno del trattamento, lo considerò inevitabile e anche giustificato. Fu portato a Norimberga, dove fu sentito come testimone, citato a difesa del capo della Gestapo e del SD, Ernest Kaltenbrunner. Fu un boomerang per la difesa. Höss descrisse con minuzia gli ordini ricevuti e la loro diligente esecuzione, concludendo cosi: «Stimo che ad Auschwitz siano state giustiziate e sterminate almeno due milioni e mezzo di vittime, gasandole e bruciandole, e che un altro mezzo milione di individui sia morto di fame e malattia, per un ammontare di circa tre milioni di decessi». I moderni negazionisti dovrebbero rifletterci sopra. Kaltenbrunner fu impiccato, e Höss fu estradato in Polonia dove, in un carcere vicino a Cracovia, scrisse un lungo memoriale. L’11 Marzo 1947 comparve come imputato davanti alla Corte criminale di Varsavia. L’atto di accusa era di novantotto pagine: i reati più gravi, lo sterminio di trecentomila prigionieri russi e polacchi, e di quattro milioni di ebrei.

Fu un processo diverso dagli altri analoghi. Norimberga aveva giudicato i massimi gerarchi, sempre prudentemente lontani dai luoghi dei massacri. A Dachau venivano portati alla sbarra medici, giudici e altri funzionari minori. Gli alleati in realtà miravano essenzialmente a punire gli assassini dei loro prigionieri: in Italia, mentre Kappler e Reder, sottoposti alla nostra giurisdizione sfuggivano alla forca, gli americani fucilavano il generale Dostler, che aveva firmato l’esecuzione di un gruppo di commando catturato in divisa. Con Höss la vicenda era diversa. Qui si sarebbe visto in carne ed ossa il comandante del campo di sterminio più grande che la Storia avesse mai conosciuto: Auschwitz Birkenau, dove l’infernale catena di montaggio aveva incenerito, nell’estate del 44, diecimila persone al giorno. Dall’arrivo dei treni dei deportati fino al recupero dei denti d’oro delle vittime, e alla loro cremazione, tutto avveniva sotto la direzione vigile ed efficiente di Rudolf Höss. 

Lui viveva accanto al perimetro del campo, con la moglie e tre bambini. Coltivavano piante e fiori, anche per mitigare l’acre odore che usciva dagli incombenti camini. Era un padre tenero, e, al netto di qualche infedeltà, un marito premuroso: le sue ultime lettere incoraggiano i futuri orfanelli a curarsi della madre, «perché l’amore e la cura della mamma è la cosa più bella del mondo», e a «conservare un cuore buono, guidati da affetto e umanità». Si stenta a credere che tanta delicatezza si esaurisse tra le mura domestiche, per trasformarsi in gelida indifferenza davanti alle lunghe file di morituri. Eppure Höss non era uno schizofrenico dissociato: come molti suoi colleghi era convinto di due cose: che gli ordini andassero eseguiti, e che i nemici del Reich andassero fisicamente eliminati. Se poi tra questi figuravano vecchi, donne e neonati, ciò faceva parte del piano: il nemico non era l’ebreo con le armi in pugno, e nemmeno quello «plutocratico e usuraio». Era proprio il giudeo in quanto tale, una “razza” da sradicare con una macchina perfetta. E la macchina funzionò. Nelle sue memorie Höss descrisse con ordine e metodo le procedure di accoglimento, smistamento, e selezione dei nuovi arrivi: i pochi adatti, spediti allo sfruttamento delle residue energie fino alla morte. Gli altri, la maggioranza, direttamente intruppati verso le camere a gas. Poi l’accumulo dei corpi, la raccolta dei capelli e dell’oro delle dentiere, e infine la cremazione: un lavoro eseguito da altri internati, che pagavano questa breve e temporanea sopravvivenza con l’anticipazione della sorte che di lì a poco anche loro avrebbero subito.

In queste memorie non c’è traccia né di compiacimento né di rimorso. Sono pagine straordinariamente anodine, come il burocratico resoconto dei tempi e metodi di produzione industriale. Nei suoi interrogatori Hoss si disse consapevole della sua terribile opera, ed anche dispiaciuto di tanta morte. Il paradosso è che era sincero: personalmente non era un sadico, e a differenza di Mengele non gli piaceva veder morire. Nei rari film delle udienze, il suo volto non manifesta né il vergognoso rimorso di Hans Frank né lo sprezzante cinismo di Hermann Goering. È piuttosto pietrificato dalla rassegnazione: lui ammette di avere sbagliato, ma insiste di non aver avuto altra scelta.

La Corte fece quello che era giusto e prevedibile: lo condannò a morte per impiccagione. L’imputato ascoltò la sentenza con dignitosa compostezza: era un fanatico, non uno stupido, e sapeva perfettamente cosa lo aspettava. Non immaginava invece che il patibolo sarebbe stato eretto proprio ad Auschwitz, vicino al primo dei tanti forni che vi aveva fatto costruire. Il mattino del 16 Aprile 1947, davanti a un esiguo pubblico selezionato, Rudolf Höss salì sulla forca, e scambiò qualche parola con padre Tadeusz Zarembea, un prete locale di cui aveva chiesto la presenza. Mentre la botola si apriva, il sacerdote stava recitando una preghiera di perdono. Hanns Alexander, che lo aveva catturato, non perdonò né a lui né alla sua Patria di origine. Restituì la croce di ferro del padre, e si rifiutò di tornare in Germania anche per l’inaugurazione del museo di Bergen Belsen. «Non ho mai parlato della guerra con i miei bambini - disse - perché i bambini non devono esser cresciuti nell’odio. Ma io ne sono pieno». Visitando Auschwitz, se ne capisce il perché.

venerdì 10 maggio 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 10 maggio.
Il 10 maggio 1941 Rudolf Hess si paracaduta in Scozia sostenendo di essere in missione di pace.
Walter Richard Rudolf Hess è stato un politico tedesco.
La sua carriera lo ha portato a diventare un uomo tra i più influenti del Terzo Reich e del Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori.
Nacque in Egitto, ad Alessandria, da una famiglia benestante che si trovava in Africa per motivi di lavoro. Il padre Fritz, bavarese, luterano praticante, era un ricco esportatore di vini, mentre la madre era discendente della nota famiglia greca Georgiadis di Alessandria. Tornò in Germania con la famiglia nel 1908, a 14 anni. Espresse interesse per l’astronomia, ma il padre lo convinse a seguire studi economici ad Amburgo e in Svizzera.
Partecipò da volontario alla prima guerra mondiale: si arruolò inizialmente nel reggimento List, tra i più aggressivi e tenaci dell’intero conflitto, in cui combatteva anche il caporale di origine austriaca Adolf Hitler, partecipò alla Prima battaglia di Ypres e alla Battaglia di Verdun. Poi – fino alla fine della guerra – prestò servizio nell’Aviazione, come pilota da caccia nella Squadriglia Bavarese 34, dove fu promosso al grado di Tenente.
Nell’autunno del 1919 Hess si iscrisse all’università di Monaco, dove studiò storia ed economia. Il suo professore di geopolitica fu Karl Haushofer, un teorico del concetto di Lebensraum (“spazio vitale”). Fu Hess a presentare Haushofer a Hitler, il quale fece del Lebensraum una colonna portante del pensiero nazionalsocialista.
Adolf Hitler convinse Hess a entrare in politica, nel 1920, anno in cui abbandonò l’Università di Monaco, dove stava per laurearsi in filosofia. Il 20 dicembre 1927 Hess sposò la ventisettenne Ilse Pröhl (22 giugno 1900 – 7 settembre 1995) di Hannover. Insieme ebbero un figlio, Wolf Rüdiger Hess (18 novembre 1937 – 24 ottobre 2001).
Hess partecipò al Putsch di Monaco nel 1923. La rivolta fallì ed egli fuggì in Austria, salvo poi ritornare in patria alla notizia che Hitler era stato arrestato. Fu condannato a diciotto mesi di detenzione. In carcere, Hess aiutò il futuro Führer a scrivere il Mein Kampf (La mia battaglia), opera che diventò il testo sacro del nazismo. Da quel momento egli divenne uno dei più stretti collaboratori di Hitler, tanto da esserne considerato il successore alla guida del partito.
Nel 1933 Hitler lo nominò suo vice, Reichsleiter, dandogli ampi poteri sia all’interno del partito sia nel governo da poco costituito. Sei anni dopo, Rudolf Hess fu nominato ufficialmente numero tre del partito, dopo Hitler e Göring. Tuttavia Hess non fu mai uomo d’apparato: relegato sempre a occasioni di pura facciata, per la sua posizione di “moderato” venne escluso dalle riunioni di partito in cui venivano deliberate decisioni importanti e spietate (come lo sterminio delle SA nella Notte dei lunghi coltelli, le persecuzioni antisemite nella Notte dei cristalli e l’entrata in guerra della Germania), alle quali invece non mancò mai il suo segretario particolare, l’ambizioso Martin Bormann. Non si oppose all’invasione della Polonia, che fu poi la causa dello scoppio della seconda guerra mondiale.
Il 10 maggio del 1941 Hess decollò da Augsburg a bordo di un Messerschmitt Bf 110 modificato con due serbatoi di carburante aggiuntivi, diretto in Scozia, per raggiungere il castello del duca di Hamilton (considerato un fautore del dialogo con il Terzo Reich) nel Lanarkshire. Qui si paracadutò. Fu consegnato all’esercito inglese, che provvide al suo internamento. La versione ufficiale britannica vide in Hess un uomo in crisi, con disturbi mentali, sconvolto dagli orrori della guerra, messo da parte dal regime, intenzionato, all’insaputa del dittatore, a proporre, tramite il duca, un utopistico piano di pace all’Inghilterra – il cui popolo era considerato fratello d’origine – basato sulla spartizione del potere a livello mondiale.
Hitler, parlando alla radio subito dopo il viaggio di Hess, lo definì “un pazzo”: esattamente quanto Hess gli aveva chiesto di dire, in caso di fallimento della missione, nella sua ultima lettera. I motivi di quel viaggio non sono mai stati chiariti e la misteriosa vicenda della missione di Hess nel Regno Unito è stata interpretata in vario modo. Una prima interpretazione, suffragata da documentazione ufficiale sia britannica, sia tedesca e dalla stessa deposizione del protagonista, vede la missione come un’iniziativa individuale di Hess, che nell’ottica del dittatore nazista si configurava come un atto di grave insubordinazione se non di alto tradimento.
La seconda interpretazione, che si colloca nel filone del revisionismo storico, vede questa missione avvenuta con il consenso (se non con l’ordine) di Hitler. Le proposte di Hitler sarebbero state giudicate inaccettabili o l’interlocutore inaffidabile (dopo Monaco) dal governo di Londra e, a questo punto, vi sarebbe stata una coincidenza di interessi tra gli opposti belligeranti per far apparire il volo di Hess come un’iniziativa individuale. Lo stesso Hess, al termine della guerra, avrebbe avuto interesse a presentare il suo volo come un’iniziativa individuale, al fine di alleggerire la propria posizione processuale presentandosi come un insubordinato invece che come un emissario di Hitler.
Nessun documento ufficiale avvalora questa tesi, ma rimane la constatazione della severità della condanna inflittagli a Norimberga e della durezza del regime di detenzione, non tanto con riferimento alle sue colpe, indubbiamente non veniali, ma confrontando il suo trattamento con quello riservato ad altri esponenti politici e militari nazisti autori di crimini.
Nel 1987 Hess si suicidò in carcere all'età di 93 anni, strangolandosi con un cavo elettrico, portando nella tomba il suo segreto.

giovedì 19 gennaio 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 19 gennaio.
Il 19 gennaio 1983, in Bolivia, viene arrestato il criminale nazista Klaus Barbie, meglio noto come "il boia di Lione".
Nikolaus Klaus Barbie nacque in una piccola città situata nella Renania. Entrò nelle SS il 26 settembre 1935. Nel 1940 venne inviato a L'Aia, come responsabile per la cattura dei rifugiati politici tedeschi nei Paesi Bassi e del popolo ebraico. E' proprio per sfuggire a Klaus Barbie che Anna Frank fu costretta a vivere nascosta per mesi ad Amsterdam. Nel 1942, Klaus Barbie viene inviato a Digione e nel novembre dello stesso anno, a Lione, dove diventa il direttore della Gestapo.
Durante questo tempo, Barbie è responsabile di due degli atti più infami commessi dai nazisti in Francia. Il primo è stato l'assassinio di Jean Moulin, il braccio destro di Charles de Gaulle e facente parte della Resistenza francese. Grazie alla denuncia di un compagno, Klaus Barbie riuscì a trovare Moulin. Una volta intrappolato a Montluc, Moulin venne torturato quasi a morte da uno degli uomini di Barbie e, probabilmente, da Barbie stesso e lasciato al suo destino nel cortile della prigione. Moulin morì per le ferite una settimana più tardi. La sua morte è ancora più tragica perché senza il tradimento di un compagno non sarebbe mai stato catturato. Klaus Barbie stesso successivamente ammise che non l'avrebbe mai catturato senza l'aiuto di René Hardy.
L'altro delitto per il quale non sarà mai dimenticato Klaus Barbie è la distruzione di un campo dove erano nascosti bambini ebrei. Tutti di età inferiore ai 14 anni, 44 bambini erano rifugiati a Izieu, un piccolo villaggio nei pressi di Lione. Barbie, ligio al programma nazista della soluzione finale della questione ebraica, che consisteva nello sterminio totale del popolo ebraico e l'elevazione del popolo ariano, fece deportare i bambini ad Auschwitz, il campo di sterminio più crudele della storia della Seconda guerra mondiale. Nessuno di questi bambini è sopravvissuto.
Gli atti di Barbie più scioccanti erano le torture durante gli interrogatori. Prima gli ufficiali della Gestapo picchiavano i prigionieri per impedire loro ogni reazione. In seguito Barbie stesso li interrogava e in caso di reticenza li torturava affamandoli, amputandone dita o interi arti, o con i famigerati "bagni". Questi bagni consistevano nell'immergere nell'acqua gelata i prigionieri e tirarli fuori pochi istanti prima dell'annegamento. In caso di reiterato silenzio si procedeva a ripetere l'operazione. Le testimonianze di alcune sue vittime non lasciano dubbi circa la crudeltà e il piacere con cui eseguiva le torture.
Alla fine dell'occupazione tedesca a Lione nel settembre del 1944, Barbie, che aveva contratto una malattia venerea, fu costretto a tornare in un ospedale in Germania, non prima di aver ordinato l'uccisione di tutti i 70 prigionieri ancora nella prigione di Montluc.
Una volta guarito, Barbie lasciò l'ospedale e la sua sorte rimase sconosciuta per 40 anni.
In realtà, già nel 47 Barbie divenne un agente dei servizi segreti degli Stati Uniti, nello stesso anno in cui venne processato in contumacia in Francia per i suoi atti criminali e condannato a morte. La fuga venne organizzata dagli Stati Uniti. In seguito si stabilì in Bolivia, mettendo le sue abilità diplomatiche al servizio del dittatore Luis Garcia Meza. Grazie a un passaporto diplomatico fece frequenti viaggi in Europa sotto il nome di Klaus Altmann, con lo scopo di acquistare veicoli militari per la repressione di manifestazioni di opposizione alla dittatura.
Nel 1971 venne identificato da Serge e Beate Klarsfeld, figli di un deportato tedesco ucciso ad Auschwitz, che avevano il compito di cercare tutti i criminali nazisti della seconda guerra mondiale ancora impuniti.
Ma fu solo nel 1983, dopo la restaurazione della democrazia col governo di Hernan Siles Zuazo, che fu possibile estradarlo in Francia. Nel 1987 fu processato a Lione con l'accusa di aver commesso 177 crimini contro l'umanità, e condannato all'ergastolo. Fu riconosciuto colpevole della deportazione di almeno 843 persone.
Durante il processo non diede alcun segno di rimorso per le sue azioni, anzi affermando che la Francia gli doveva essere riconoscente per aver impedito che finisse sotto un regime socialista, pronunciando la sua frase più famosa: "quando sarò dinanzi al trono di Dio verrò giudicato innocente".
Klaus Barbie morì di leucemia nel carcere di Lione il 25 settembre 1991, quattro anni dopo il pronunciamento della pena.

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