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domenica 24 agosto 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 24 agosto.

Il 24 agosto 1941 viene finalmente sospeso da Hitler il programma "Aktion T4".

Nel Mein Kampf Hilter, oltre a numerosi altri deliri, aveva descritto le sue idee riguardo all’eugenetica, in particolare su come lo Stato avrebbe dovuto comportarsi nei confronti dei disabili mentali. E la soluzione, per Hitler, era fin troppo semplice: eliminarli tutti fisicamente. Perseguendo l’ideale della ‘razza pura’, una società composta solo da corpi e menti ‘perfette’, Hitler voleva togliere dalla circolazione gli elementi che lui considerava deboli. L’eugenetica partorita dalla mente di Hitler non era tutta farina del suo sacco. Già a partire dai primi anni del ‘900 due medici tedeschi, Alfred Boche e Karl Binding, furono i fautori di un’ala radicale dell’eugenetica che sosteneva l’eliminazione degli individui per cui «la vita non valeva la pena di essere vissuta». Per perseguire il suo folle scopo Hitler mise in atto il programma Aktion T4.

Un primo passo verso questa grottesca pulizia della società si ebbe nel 1933. Il 25 luglio il governo nazista promulgò una legge, la Gesetz zur Verhütung erbkranken Nachwuchses (Legge sulla prevenzione della nascita di persone affette da malattie ereditarie) secondo la quale tutti gli individui portatori di malattie ereditarie dovevano essere sterilizzati per evitare che ‘infettassero’ la società. Si stima che siano state sterilizzate, dall’entrata in vigore della legge fino al 1939, circa 350.000 persone. La maggior parte dei medici tedeschi, influenzati dagli studi di eugenetica dell’epoca, ritenevano giusto che si ricorresse a questi metodi per permettere alla società di evolversi in un’ottica di purezza della razza. C’è da aggiungere che non solo in Germania esisteva questo sistema di sterilizzazione coatta ma ciò avveniva anche in altri paesi ‘democratici’ come USA, Svezia e Svizzera. Ma al regime nazista non bastava più prevenire il problema dei disabili mentali impedendo la loro nascita. Era giunta l’ora di eliminare quelli che già infettavano la Germania.

Nel 1939 il padre di un bambino di nome Knauer scrisse una lettera alla cancelleria del Reich. Nella missiva l’uomo chiedeva l’autorizzazione per poter praticare l’eutanasia nei confronti di suo figlio nato pochi mesi prima e che aveva manifestato segni di ritardo mentale. Hitler mandò il suo medico personale, Viktor Brack, per visitare il bambino e confermò la diagnosi del padre. Il 25 luglio 1939 il bambino venne ucciso con un’iniezione letale, causa ufficiale della morte fu dichiarato un attacco cardiaco. Con l’assassinio del neonato, esattamente 6 anni dopo la legge per la sterilizzazione di massa, inizia lo sterminio dei disabili tedeschi. Primo passo verso l’attuazione del delirante progetto è l’istituzione della Commissione del Reich per la registrazione scientifica delle malattie ereditarie e congenite gravi controllata da Brack insieme a un altro medico personale del Führer, Karl Brandt. In occasione di ogni nascita, un ufficiale doveva controllare che ogni bambino non presentasse difetti mentali. In caso contrario, il neonato veniva tolto ai genitori, ufficialmente per poter essere curato, in realtà veniva eliminato e alla famiglia si comunicava che era morto per cause naturali.

Lo sterminio ben presto non riguardò solo i neonati ma anche gli adulti.

I centri dove veniva attuato il folle piano del programma Aktion T4 si trovavano in 6 città tedesche: Bernburg, Brandenburg, Grafeneck, Hadamar, Hartheim e Sonnenstein. Qui venivano portati i neonati, ma anche gli adolescenti, per essere eliminati, solitamente con un’iniezione di morfina. Lo sterminio dei disabili adulti iniziò dalla Polonia occupata, quando i soldati della Wehrmacht portarono i pazienti di alcuni ospedali psichiatrici in Germania per poi eliminarli. Per l’uccisione degli adulti non veniva utilizzata una semplice iniezione letale, ma venivano soffocati nelle camere a gas. Per paura di proteste il programma Aktion T4 venne mantenuto segreto, ma i familiari dei disabili ben sapevano la fine che avrebbero fatto i loro cari. Il programma poteva essere attuato solo in cliniche statali, per questo motivo molti pazienti furono trasferiti dalle famiglie in strutture private o riportati a casa. Nonostante tutto il personale coinvolto nel programma dovesse mantenere il più stretto riserbo riguardo alle stragi che stavano avendo luogo, la popolazione venne a conoscenza del mostruoso programma di eliminazione. In molti protestarono, anche in seno al partito nazista. Molti prelati appartenenti alla chiesa cattolica protestarono contro il folle piano, tra questi il cardinale di Monaco di Baviera e il vescovo di Münster. Con gran parte dell’opinione pubblica contro, Hitler dovette dichiarare, il 24 agosto 1941, la chiusura del programma Aktion T4. Inutile specificare che gli aguzzini che parteciparono al massacro furono prontamente trasferiti nei campi di concentramento. Nonostante la chiusura ufficiale, il programma continuò silenziosamente fino alla fine della guerra. Si stima che le vittime di Aktion T4 siano state più di 100.000.

lunedì 26 agosto 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 26 agosto.
Il 26 agosto 1260 Papa Alessandro IV ordina il totale sterminio della famiglia Ezzelini a Treviso.
La politica veneziana per tutto il XIII secolo poteva considerarsi ancora una politica prettamente marittima e per questo, come da sempre del resto, maggiormente rivolta verso l’Oriente ed il Mediterraneo piuttosto che verso la terraferma dove Venezia non aveva tuttavia mancato già di scontrarsi una volta coi padovani nel corso del XII secolo.
Tuttavia, rispetto all’entroterra veneto, ai suoi violenti e convulsi mutamenti politici e sociali, ai suoi Comuni e alle loro turbolente vicende, la città lagunare aveva da sempre mantenuto un atteggiamento sostanzialmente estraneo e disinteressato. E’ solo con il nuovo secolo, il XIII, e con i primi seri scontri con il vicino comune di Padova in costante espansione, che anche il governo veneziano riconobbe sempre più l’utilità e l’opportunità di intervenire in qualche modo nella politica dei Comuni veneti attraverso, per esempio, l’elezione alla carica podestarile di cittadini veneziani.
Un imprevisto, tuttavia, arrivò a turbare i programmi di Venezia e con essi la vita politica e sociale di tutte le città venete, imprevisto che portava il nome di Ezzelino III da Romano. Nel giro di pochi anni, da semplice esponente di una delle più ricche famiglie dell’antica nobiltà feudale, Ezzelino, spalleggiato dall’imperatore Federico II di Svevia, riuscì infatti ad affermare il proprio dominio su tutti i principali Comuni dell’allora Marca Trevigiana: Vicenza, Verona, Padova e Treviso che tra il 1236 ed il 1237 caddero tutti sotto il personale dominio del da Romano.
Fu allora che Venezia, per la prima volta dopo tanti anni, si sentì nuovamente e seriamente minacciata alle spalle. La costituzione di una potente e personale signoria nella regione da parte di Ezzelino non poteva naturalmente che impensierire il governo veneziano che, tuttavia, scese in campo contro il “tiranno” solo nel 1256, quando il potere ezzeliniano era ormai chiaramente destinato al tramonto sotto l’urto di una vastissima coalizione perorata dallo stesso pontefice.
Dopo tre anni Ezzelino infatti sarebbe stato sconfitto definitivamente a Cassano d’Adda lasciando l’ultima, disperata speranza di un impossibile riscatto, al fratello Alberico signore di Treviso.
Della città trevigiana Alberico da Romano si era insignorito conquistandola militarmente il 14 maggio del 1239. Inutilmente il suo Podestà, il veneziano Pietro Tiepolo, figlio dello stesso doge, aveva tentato una coraggiosa difesa della città contro l’esercito di Alberico: il fratello di Ezzelino inaugurava in questo modo un ventennio di indiscusso e personale dominio.
Vent’anni durante i quali il da Romano, pur facendo di Treviso e della sua corte uno dei centri più importanti e raffinati della produzione lirica cortese, non mancò di usare un pesante pugno di ferro contro oppositori o semplicemente presunti tali. Si intensificarono così, specie dopo il 1245, le defezioni, le fughe e le fuoriuscite di molti illustri esponenti della vita pubblica trevigiana. Le persecuzioni che ne seguirono non fecero altro che incrementare l’odio verso il da Romano ed accelerare il suo progressivo isolamento. Nessuno poteva ormai lasciare o entrare a Treviso senza il suo personale consenso mentre i superstiti della dura repressione, in numero sempre più crescente, trovavano in Venezia un vicino e sicuro rifugio.
Nel 1257 Alberico si era pure riavvicinato al potente fratello Ezzelino dopo lunghi anni di antagonismi, gelosie e scontri per il predominio nella regione, siglando in questo modo la sua rovina.
Avuta infatti notizia della morte del fratello caduto prigioniero nella battaglia di Cassano d’Adda, Alberico sentì prossima anche la sua fine. Non considerando più Treviso sicura e fidata, il da Romano si rifugiò così in uno dei suoi più fortificati ed inaccessibili castelli, quello di S. Zenone. Lo seguivano i soli membri della famiglia, la moglie e gli otto figli oltre i pochi uomini di masnada rimasti fedeli in virtù di uno speciale vincolo di giuramento che li legava al loro signore.
Intanto a Treviso veniva eletto il nuovo Podestà, ancora un veneziano, nella persona di Marco Badoer. Il suo governo come primo atto decretò la morte di Alberico e di tutti i membri della sua famiglia, adulti e fanciulli. Alberico, che nel frattempo resisteva ai colpi degli assalitori, rimaneva rinchiuso nel suo castello. Era solo, tuttavia, questione di pochi giorni.
Probabilmente a seguito del tradimento del comandante della cinta inferiore, Mesa da Porcilia, il castello venne infatti ben presto in gran parte conquistato e distrutto. Restava quale unica ed ultima via di scampo la torre centrale dove Alberico infatti si rifugiò rendendosi conto troppo tardi della trappola senza uscita in cui si era cacciato. Dopo tre giorni di disperata resistenza, preso più dalla fame e dalla sete, Alberico decise per la resa nella speranza di salvare almeno in questo modo la vita dei suoi cari e dei suoi uomini.
Questi, sciolti dal vincolo di fedeltà assoluta al loro signore, avrebbero dovuto consegnarlo al nemico chiedendo in cambio la salvezza della moglie Margherita e degli otto figli, pregando il marchese d’Este – uno dei più accaniti nemici dei da Romano ma imparentato con la famiglia di Alberico per averne sposato una figlia -, di prenderli sotto la sua protezione.
Nessuna delle pietose richieste di Alberico venne tuttavia accolta. Una volta avuti fra le mani il da Romano e la sua famiglia, gli assalitori non si risparmiarono quanto ad atrocità e nefandezze. Alberico fu costretto ad assistere alla decapitazione dei suoi due figlioli maschi, il più piccolo dei quali ancora bambino, mentre la moglie e le altre figlie venivano arse vive su dei roghi. Dopo tanto strazio Alberico veniva infine giustiziato ed il suo corpo trascinato barbaramente da un cavallo. Era il 26 agosto del 1260.
Così, tra il sangue e la polvere, si era consumata un’atroce vendetta che aveva posto miseramente fine alla gloriosa e rapida ascesa di una famiglia che aveva trovato in Ezzelino e nel fratello Alberico, gli ultimi, estremi fautori di un inconfessato ed ambizioso sogno di potere.

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