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venerdì 28 novembre 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 28 novembre.

Il 28 novembre 1970, appena sbarcato a Manila, Papa Paolo VI subisce un attentato.

Era boliviano e pittore Benjamin Mendoza y Amor, l’uomo che, nella storia recente del papato, è il primo ad aver tentato di uccidere un Papa. Il fatto accadde il 28 novembre 1970 all’aeroporto di Manila nelle Filippine quasi al termine dello storico viaggio di Paolo VI in Estremo Oriente e in Oceania.

Papa Montini era appena sceso dall’aereo quando un uomo nella folla, vestito da prete e levando una croce che fungeva da lasciapassare si avvicinò al pontefice, estrasse un “kriss” (il tipico pugnale malese a lama serpeggiante) e tentò di colpire il Papa al petto. L’immediato e provvidenziale intervento di Mons. Macchi, il celebrato segretario particolare di Papa Paolo VI, che spinse con violenza l’attentatore tra le braccia della polizia, fece sì che solo una leggera ferita fu portata al braccio del Papa. Paolo VI si rese ben conto che, al contrario di quanto poi riportato nel comunicato della Santa Sede, non era stato solo urtato dall’attentatore e, comunque, decise di continuare secondo i dettami del cerimoniale e perciò, inni nazionali e discorsi, come previsto. A chi gli chiedeva come stava, quasi per scoraggiare domande e premure, rispondeva: nulla, non è accaduto nulla. Più tardi, raggiunta la sede della nunziatura, ci si accorse che la pugnalata sferratagli da Mendoza lo aveva raggiunto in prossimità del cuore e, nonostante le immediate cure, Papa Montini accuserà febbre nei giorni successivi all’attentato. In tanti proposero al Pontefice di sospendere il viaggio, ma lui non volle sentire ragioni e minimizzando l’accaduto disse che “tutto deve proseguire come da programma”.

Ma chi era “lo squilibrato” Benjamin Mendoza y Amor? Come detto era un pittore di origini boliviane e non propriamente di scarso successo. Organizzava mostre dei suoi dipinti un po’ dappertutto e prima di arrivare nelle Filippine aveva esposto anche in Unione Sovietica. Quando fu arrestato si scoprì che sulle lame del pugnale era incisa la frase: ” proiettili, superstizioni, bandiere, regni, spazzatura e merda eserciti“. Mendoza fu condannato a una pena detentiva breve e fu rilasciato su cauzione. Mentre era in prigione chiese a un gallerista di esporgli alcuni dipinti per una mostra. I quadri furono tutti venduti e con parte del ricavato fu pagata la cauzione. Forse, alla ricerca di una maggiore popolarità deve attribuirsi l’attentato a Paolo VI. Infatti, tornato in libertà ricominciò a girare il mondo e, qualche anno dopo, la polizia lo fermò a Roma perché privo di permesso di soggiorno, ma forse il vero motivo era quello del suo nome conosciuto come l’attentatore del Papa, e lo accompagnò all’aeroporto per metterlo su un volo diretto a Rio de Janeiro.

Mendoza dalla scaletta di imbarco griderà: ”Arrivederci al prossimo papa che verrà a Manila”. 

L'attentatore è mancato nel 2004.

 

sabato 8 novembre 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è l'8 novembre.

L'8 novembre 1939 a Monaco di Baviera, Adolf Hitler sfugge per un soffio ad un tentativo di omicidio.

Gli attentati contro Hitler furono molto più numerosi di quelli organizzati contro Benito Mussolini. Malgrado la tendenza a sminuire la resistenza tedesca, si ricordano oltre 40 eventi diretti ad interrompere la vita di Hitler. 

Tra tutti gli attentati quello maggiormente coinvolgente riguarda Johann Georg Elser, di professione falegname. Georg nacque nel Wurttemberg agli inizi del 1903. Frequentando la scuola elementare, gli insegnanti si accorsero che il bimbo era dotato nel disegno e nei lavori manuali. Il padre, commerciante di legname, si aspettava che il figlio gli succedesse nell'attività ma il ragazzo decise di perseguire autonomi interessi. Iniziò un apprendistato come operatore di tornio in una fonderia ma, dopo due anni, dovette desistere per motivi di salute. Decise di apprendere il mestiere del carpentiere, lavorando per diverso tempo come falegname d'interni. 

Dopo un breve periodo si occupò in una fabbrica di orologi a Costanza. Agli inizi degli anni trenta fece ritorno al paese d'origine per lavorare nell'impresa di famiglia. Dal 1936 lavorò in una fabbrica di montaggio, prendendo consapevolezza del programma di riarmo nazista. Elser iniziò a frequentare circoli socio-culturali. Nel tempo libero suonava la cetra ed il contrabbasso per il coro locale. Le varie esperienze lavorative lo convinsero che si dovesse aderire ad un sindacato. Nel 1926 entrò in un'organizzazione paramilitare del Partito Comunista Tedesco. Georg era un fiero oppositore del nazismo sin dai suoi esordi. Dopo il 1933 rifiutò di compiere il saluto nazista e di riunirsi ad altri per ascoltare i proclami radiofonici di Hitler. La sua iniziale opposizione era motivata dalla sensibilità verso la condizione operaia e la compressione dei salari dei lavoratori. Elser era disgustato dalla propaganda nazista e dal controllo che il regime imponeva sul sistema educativo e lavorativo. Non sopportava le limitazioni che i nazisti imponevano agli operai, soprattutto quella relativa al diritto di associarsi. Nell'autunno del 1938 l'Europa si trovò sull'orlo della guerra a causa della Crisi dei Sudeti. A placare, momentaneamente, le armi fu la Conferenza di Monaco, dove i capi di governo di Regno Unito, Francia, Germania ed Italia conclusero un accordo che portò all'annessione di vasti territori della Cecoslovacchia, la zona dei Sudeti, da parte dello stato tedesco. Occorre ricordare che nessun rappresentante della Cecoslovacchia fu invitato alle trattative. Dopo i patimenti della Grande Guerra, i tedeschi, ed Elser per primo, erano fortemente preoccupati per l'eventualità di un altro conflitto. 

L'artigiano non credeva alle parole di Hitler, soprattutto in relazione alle affermazioni di voler mantenere la pace. Nella sua mente si delineò il proposito di decapitare il nazionalsocialismo uccidendo il leader. Johann Georg Elser si recò a Monaco il giorno 8 di novembre del 1938. Il motivo del viaggio? Assistere al discorso che il regimo proponeva annualmente nell'anniversario del fallito Putsch di Monaco, ovvero il tentativo, fallito, di colpo di stato – Putsch in tedesco è l'equivalente di questo termine – organizzato ed attuato da Hitler tra il giorno 8 ed il 9 di novembre del 1923 in una birreria di Monaco di Baviera. Quel giorno Elser si convinse circa il luogo e la data del suo futuro attentato. Il luogo fu scelto poiché la rievocazione appariva accompagnata da misure di sicurezza piuttosto blande. Sul piano emotivo la concomitanza, 9 e 10 novembre, della Notte dei Cristalli con le atrocità perpetrate su inermi ebrei convinse Elser che Hitler avrebbe precipitato la Germania in una nuova disastrosa guerra. Il 1 settembre del 1939 scoppiò la Seconda guerra mondiale, evento che forniva una conferma alle previsioni dell'umile falegname. Tra il novembre del 1938 ed il settembre del 1939, Elser decise d'interrompere ogni relazione con amici e parenti ad eccezione di Johann Lumen, conosciuto nel 1938 all'interno della birreria di Monaco. 

Per riuscire nel suo intento, si fece assumere in una cava dove, poco alla volta per non destare sospetti, asportò la quantità di esplosivo necessaria a confezionare la bomba. In seguito inscenò un incidente per poter lasciare il lavoro e trasferirsi a Monaco, dove aveva ipotizzato di compiere l'attentato ad Hitler. Il luogo scelto dal falegname era la birreria dove ogni anno Hitler si ritrovava con i fedelissimi. Per molte sere, 35 notti tra ottobre e novembre del 1939, Elser si nascose nel locale prima della chiusura: quando la birreria chiudeva iniziava a lavorare; ricavò una nicchia nella colonna dove sarebbe stato allestito il palco di Adolf Hitler. Il giorno fatidico, Elser collocò nello spazio ricavato 50 kg di esplosivo con un meccanismo a tempo da lui costruito e sperimentato; calcolò che gli necessitavano 144 ore per attraversare il lago di Costanza e riparare in Svizzera, per cui il meccanismo a tempo avrebbe ruotato per quel numero di ore. All'ora esatta, le 21 e 20, la bomba esplose, facendo cadere il tetto sul palco. I morti furono 8 ed i feriti 62. Ma Hitler, ansioso di rientrare a Berlino per seguire le operazioni belliche in Francia o – secondo altre fonti – a causa del maltempo che gli impediva di tornare in aereo nella capitale tedesca, aveva anticipato il discorso ed era uscito dalla birreria 13 minuti prima dell'esplosione – secondo altre fonti i minuti furono 20. A causa delle coincidenze il tentativo di mutare il corso della storia fallì. Alle otto vittime dell'attentato furono concessi i funerali di stato. Elser fu arrestato da due doganieri mentre cercava di oltrepassare il confine con la Svizzera. Dopo una veloce perquisizione, i militari trovarono una cartolina della birreria di Monaco. Elser fu immediatamente trasferito a Monaco di Baviera dove fu interrogato dalla Gestapo. 

Vi erano diversi elementi, oltre la cartolina, che lo incastravano: le escoriazioni sulle ginocchia ed il fatto che alcune cameriere lo riconobbero come cliente abituale della birreria. Dopo un brutale pestaggio, Elser confessò di essere l'autore dell'attentato. Fu tradotto al quartier generale della Gestapo, dove il falegname fu torturato senza pietà. Himmler, capo delle SS, non si capacitava che un artigiano con la licenza elementare avesse agito da solo. Elser fu imprigionato nel campo di concentramento di Sachsenhausen e, successivamente, in quello di Dachau. L'artigiano fu sottoposto ad un regime di detenzione speciale, fatto che creò maldicenze tra i compagni di sventura, tanto che dopo la guerra uno degli internati, Martin Niemoller, sostenne che Elser facesse parte delle SS e che tutta la questione relativa all'attentato fosse una messinscena dei nazisti per propagandare la leggenda della Provvidenza che vegliava su Hitler. Nell'aprile del 1945, quando le truppe alleate si aggiravano in prossimità di Dachau, Hitler decise di sbarazzarsi del prigioniero speciale e diede l'ordine al capo della Gestapo di uccidere Elser. Georg venne fucilato il 9 aprile del 1945 a Dachau, poche settimane prima della fine della guerra.

domenica 12 ottobre 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 12 ottobre.

Il 12 ottobre 1984 l'IRA mette in atto un attentato per uccidere il primo ministro britannico Margareth Thatcher.

Gli anni ’80 verranno ricordati essenzialmente per tre cose: il duo Thatcher/Reagan, i focolai di guerra in tutto il mondo (dal Libano al Centro America, passando per le Falkland e l’Afghanistan, arrivando all’Iran e all’Iraq)  e soprattutto per il crollo del gigante comunista. C’è però un giorno di questo decennio che avrebbe potuto cambiare, forse come non mai,  il destino del mondo. Brighton, 12 ottobre 1984. Protagonista è proprio lei, Margareth Thatcher, la Lady di Ferro, suo malgrado. Il fatto: un attentato, il più clamoroso, perpetrato nei suoi confronti da parte della PIRA (o IRA Provisional), la reincarnazione meglio organizzata del vecchio Esercito Repubblicano che aveva combattuto nella Guerra d’Indipendenza e in quella civile tra il 1919 e il 1923. Dopo questo fatto di sangue, la questione irlandese prese un altro corso, più politico, che ha portato fino all’evoluzione nei nostri giorni.

Erano anni difficili, storicamente parlando, tanto in Gran Bretagna, quanto nell’isola di Smeraldo: il governo della Lady di Ferro (al 10 di Downing Street dal 1979 al 1990), non aveva fatto altro che peggiorare le cose. Oltre allo smantellamento progressivo dello stato sociale, arrivò addirittura ad abolire le razioni gratis di latte nelle scuole, la stessa non esitò a reprimere duramente manifestazioni di dissenso. Gli scioperi dei minatori del 1984-1985, contrò i quali usò il pugno di ferro, sono solo un esempio lampante. Quelli però erano anche gli anni dei “Troubles”, orribile eufemismo usato per definire le lotte tra “cattolici e protestanti” in Nord Irlanda. Una vera e propria guerra civile che in trenta anni (dal pogrom di Bogside nel 1969 alla ratifica dell’Accordo del Venerdì Santo nel 1998) causerà oltre tremila morti. Guerra che sembrava non aver fine; alla violenza di stato, ai paramilitari lealisti, all’apartheid legalizzato, le oppresse comunità cattoliche non potevano che affidarsi all’IRA, praticamente l’unica forza che, ricorrendo al terrorismo e alla lotta armata, sembrava poterli difendere dai soprusi. L’IRA stessa però, in quei primi anni ’80 commise un grave errore strategico. Dopo lo sciopero della fame del 1981, in cui morirono il martire Robert Sands e suoi nove compagni, i paramilitari e il loro braccio politico, lo Sinn Fein, avevano ottenuto un crescente peso politico. Lo stesso Sands infatti, poco prima di morire, era stato eletto a Westmister, in controtendenza anche con il noto astensionismo repubblicano. Il movimento repubblicano invece, anziché puntare su una decisa strategia politica, continuò convinto anche nella lotta armata. Dopo un grande gesto politico come quello dello sciopero della fame che aveva commosso il mondo intero, altri attentati, come quello di Enniskillen nel 1987, risulteranno impossibili da legittimare, anche per i più intransigenti.

Quando il Grand Hotel Royal di Brighton, maestoso edificio in stile vittoriano, venne scelto come sede per il congresso del Partito Conservatore, in quel 1984, nessuno poteva sospettare. D’altronde, gli episodi di violenza al di fuori del Nord Irlanda erano stati piuttosto sporadici, anche se non meno efferati. Invece, alle 14:54 locali di quel 12 ottobre, esplode una bomba. La bomba fu in realtà piuttosto atipica, “appena” 9 chilogrammi ma l’effetto fu devastante. Era stata piazzata da Patrick Magee tra il 14 e il 17 settembre nella camera 629, una piano sopra alla suite in cui la Thatcher avrebbe dovuto tenere le conferenze. L’albergo è stato praticamente sventrato, solo lo scheletro restò in piedi. Nonostante la potenza, il clamore e l’ardore, l’attentato in sé si rivelava un vero fiasco: non solo la Thatcher rimase pressoché illesa e tenne un infuocato discorso in quella stessa convention, attaccando non solo l’IRA ma anche i laburisti e ribadendo l’impegno britannico nelle sei contee dell’Ulster. Non furono tuttavia così fortunati suoi cinque compagni Tories, rimasti uccisi nell’esplosione. All’evento seguiranno parole di cordoglio da parte dei principali leader, parole che non faranno altro che screditare e delegittimare l’esercito repubblicano.

Tra i tanti messaggi di cordoglio, quello di Garret FitzGerald, all’epoca Taoiseach, primo ministro, in Eire, assunse un particolare significato: lo stesso, pur non perdendo occasione per ribadire la ferma condanna nei confronti della lotta armata, sottolineò come effettivamente il problema delle sei contee andasse risolto in maniera democratica ed efficace una volta per tutte, convocando tutte le parti in causa. Piuttosto liberale in patria, FitzGerald si era contraddistinto per la sua avversione repubblicana, anche durante il periodo degli scioperi della fame. Tuttavia in questo contesto, oltre a far forza sulle rivendicazioni territoriali presenti fino al 1998-1999 nella costituzione dell’Eire, riuscì a strappare un accordo con la stessa Thatcher: era il trattato di Hillsborough del 1985. Questo trattato concedeva voce in capitolo al popolo irlandese e alla stessa Dublino negli affari del nord e avrebbe rappresentato il primo passo verso il difficile compromesso che, sotto forma del Good Friday Agreement, nel 1999 scrisse la parola pace, seppur così fragile e controversa, in questa triste storia.

giovedì 11 settembre 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è l'11 settembre.

L'11 settembre 1926 il duce Benito Mussolini scampa a un attentato compiuto dall'anarchico Gino Lucetti.

Sputi, schiaffi e pugni.

Così finivano gli incontri per strada tra Lucetti e i fascisti.

Ex soldato nella Grande Guerra, il ventenne carrarese aveva scelto di aderire nel primo dopoguerra agli Arditi del Popolo, la formazione che univa sotto la stessa bandiera quella parte dell’arditismo ostile al nuovo corso mussoliniano. Gino, come molti suoi conterranei, era visceralmente anarchico e di spirito bollente, per questo i suoi incontri con gli uomini del duce precipitavano in vere e proprie risse.

Zuffe che gli costarono le attenzioni del nascente regime e che lo costrinsero a due fughe in Francia. La seconda, nel settembre del '25, dopo il ferimento a pistolettate di un fascista.

Insomma la rivoltella, così come le bombe a mano, non erano estranee a Lucetti, visto anche il suo passato nell’esercito. Per questo decise di utilizzarle per infliggere al fascismo un colpo che sarebbe risultato mortale. Uccidere Mussolini, questa divenne negli anni dell’esilio la missione che Gino si ripromise di portare a termine.

Rientrò in Italia nel settembre del '26 col preciso scopo di attentare alla vita del duce.

Attesolo lungo il percorso che il capo del governo era solito fare per recarsi a Palazzo Chigi lo scorse che viaggiava come previsto sulla sua Lancia Lambda coupé de ville. L’anarchico non esitò un attimo a lanciare una bomba a mano contro la vettura. Il destino volle che l’ordigno invece di entrare nell’abitacolo rimbalzasse sul bordo superiore del finestrino posteriore destro così da finire sugli ignari passanti che si trovavano nella piazza dell’attentato, ovvero quella di Porta Pia a Roma.

Otto feriti e il duce illeso.

Lucetti avrebbe probabilmente assalito a colpi di rivoltella l’auto se non fosse stato fermato prima da un civile e poi dalle forze di polizia. Lo disarmarono e ovviamente lo arrestarono.

Gino venne condannato a trent’anni di carcere, mentre la polizia fascista utilizzava l’attentato come pretesto per dare il via a varie rappresaglie contro gli antifascisti, in particolare verso gli anarchici carraresi.

Lucetti rimase in galera fino all’8 settembre del '43. Ucciso poco dopo da un bombardamento tedesco sull’isola di Ischia, divenne uno dei simboli della Resistenza.

A lui fu intitolato il battaglione partigiano che combatté nei pressi di Carrara.

Ancora oggi la storiografia dibatte sull’organizzazione dell’attentato a Mussolini operato da Lucetti. Per alcuni fu il gesto isolato di un individualista, per altri Gino era la punta dell’iceberg di un piano curato nei minimi dettagli.

Comunque sia andata, Lucetti lanciò quella bomba. Il duce disse che si era accorto dell’attentato e che se la bomba fosse penetrata nella vettura lui l’avrebbe rispedita al mittente. Come in altre occasioni fu piuttosto generoso nel parlare delle proprie capacità.

In realtà fu solo il destino a salvargli la pelle.

giovedì 9 gennaio 2025

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 9 gennaio.

Il 9 gennaio 1878 Umberto I sale al trono d'Italia in seguito alla morte del padre Vittorio Emanuele II.

Figlio del primo Re di Italia, Vittorio Emanuele II, e della regina del Regno di Sardegna, Maria Adelaide d'Asburgo-Lorena, Umberto nasce a Torino il 14 marzo 1844. I suoi nomi di battesimo sono: Umberto Raniero Carlo Emanuele Giovanni Maria Ferdinando Eugenio. La nascita di Umberto, che assicura la discendenza maschile, viene accolta con gioia sia dalla famiglia reale che dal popolo piemontese. Durante l'infanzia ad Umberto e il fratello Amedeo viene impartita un'educazione di tipo militare, che ne forma il carattere e influenzerà il futuro regno. Tra gli insegnanti del futuro monarca vi è anche il generale Giuseppe Rossi. 

Nel 1858 Umberto si avvia alla carriera militare, partecipando nel 1859 alla Seconda guerra di indipendenza. Subito dopo la proclamazione del Regno d'Italia, avvenuta nel 1861, diventa maggiore generale e l'anno dopo assume il ruolo di tenente generale. Negli stessi anni ha la possibilità di viaggiare all'estero, visitando città come Lisbona e Londra. In quello stesso periodo, nel 1865, a Torino infiamma la protesta perché la capitale del regno viene trasferita a Firenze. Nel 1866 sia Umberto che il fratello Amedeo partecipano alla Terza guerra di indipendenza. 

Al fronte Umberto si distingue per il valore, poiché riesce a respingere gli attacchi austriaci con grande coraggio. Per questo gli viene conferita la medaglia d'oro al valore militare. Il 22 aprile 1868 Umberto convola a nozze con Margherita di Savoia. Naturalmente si tratta di un matrimonio combinato da Vittorio Emanuele II, che in occasione delle nozze istituisce il Corpo dei Corazzieri reali e l'Ordine della Corona d'Italia. I futuri monarchi visitano alcune città italiane durante il viaggio di nozze, poi raggiungono Bruxelles e Monaco di Baviera. Ovunque gli sposi ricevono una calorosa accoglienza. La coppia poi si stabilisce a Napoli. Qui la principessa da alla luce il figlio Vittorio Emanuele, nominato principe di Napoli. 

La scelta di restare nella città partenopea è motivata dal fatto di avvicinare la dinastia dei Savoia al popolo meridionale, ancora legato al ricordo dei Borboni. Si racconta che Margherita, impossibilitata ad avere altri figli, avesse in realtà dato alla luce una bambina, subito sostituito da un maschio per assicurare la successione. Nonostante il lieto evento, il matrimonio tra Umberto e Margherita comincia a vacillare. Umberto, che ha un debole per le belle donne, viene scoperto dalla moglie a letto con una sua amante. Su ordine del suocero Margherita è costretta a restare con Umberto, anche se la sua volontà è di divorziare da lui. Il matrimonio di facciata viene mantenuto in piedi soprattutto per fini politici. 

I due festeggiano le nozze d'argento il 22 aprile 1893. Le nozze servono a mantenere un certo equilibrio all'interno dell'aristocrazia. Pare che proprio Margherita, grazie alla sua diplomazia, sia riuscita a mettere d'accordo le diverse fazioni dell'aristocrazia romana: quella nera, che fa riferimento al Papa Pio IX, e quella bianca, con idee più liberali. 

Una curiosità: a Margherita, in visita a Napoli, si deve l'origine del nome della storica pizza. 

Il 9 gennaio 1878 Vittorio Emanuele II muore, lasciando come successore al trono il figlio Umberto I. Il 19 Gennaio dello stesso anno il nuovo sovrano presta il solenne giuramento sullo Statuto Albertino, in presenza di deputati e senatori riuniti nell'aula di Montecitorio. Una volta diventato sovrano, Umberto I è chiamato a risolvere una serie di problemi: il Vaticano è ostile nei confronti del Regno d'Italia, vi sono dei fermenti repubblicani da parte di alcuni circoli culturali e politici, sono necessarie le riforme sociali per venire incontro alle classi disagiate, la politica estera deve essere rilanciata, come pure l'economia nazionale. 

A livello internazionale, la crisi nei Balcani, provocata dalla guerra tra Turchia e Russia, è un problema molto complicato da risolvere. Per dipanare la matassa viene convocato il "Congresso di Berlino" dal cancelliere tedesco Bismarck. Una delle decisioni prese nel Congresso è che l'occupazione dell'Austria in Bosnia può durare soltanto nove mesi. I delegati italiani restano impotenti di fronte a tale decisione, e presentano una domanda di chiarimento, alla quale gli si risponde che è meglio accettare tale statuizione, per far sì che l'Italia mantenga l'amicizia con tutti gli Stati. 

Uno dei delegati, il ministro degli Esteri Luigi Corti viene attaccato per non essere riuscito a portare risultati concreti e favorevoli all'Italia dal Congresso di Berlino. Per questo egli si dimette dall'incarico il 16 ottobre 1878. 

Durante un viaggio per l'Italia con la regina Margherita, il monarca subisce un primo tentativo di assassinio, da parte dell'anarchico Giovanni Passanante. Per fortuna Umberto I riesce a sventare l'attentato, riportando soltanto una lieve ferita al braccio. A questo episodio seguono momenti di tensione e scontro tra anarchici e forze dell'ordine. Il poeta Giovanni Pascoli compone una poesia a favore dell'anarchico lucano autore dell'attentato, e per questo motivo viene arrestato. 

Altri gravi problemi che emergono durante gli anni del regno umbertino sono: l'abolizione della tassa sul macinato, il corso forzoso della moneta e la riforma elettorale. I primi due vengono risolti rispettivamente nel 1880 e nel 1881. La riforma elettorale, invece, viene approvata il 22 gennaio 1882 e prevede l'allargamento della base elettorale (si può votare a ventuno anni, con obbligo di licenza scolastica e un censo compreso tra 40 e 19 lire annue). 

In politica estera, Umberto sostiene apertamente la Triplice Alleanza. Assicurarsi l'appoggio dell'Austria è molto utile per l'Italia, quindi Umberto I decide di rinsaldare i rapporti con una serie di iniziative diplomatiche, prime fra tutte la visita ai monarchi austriaci. Inoltre appoggia con entusiasmo l'occupazione della Somalia e dell'Eritrea. Nel 1889 viene stabilito il protettorato dell'Italia in Somalia: qui nascono le prime colonie italiane. 

Riguardo alla politica nazionale, Umberto I si lascia affiancare nel governo da Francesco Crispi, che riveste il ruolo di Presidente del Consiglio. L'attività politica di Umberto I, piuttosto conservatrice e autoritaria, è condizionata da una serie di avvenimenti gravi, come moti ed insurrezioni, che portano il monarca a prendere provvedimenti drastici. Nel 1893, il re viene coinvolto nello scandalo della Banca Romana, insieme a Giovanni Giolitti. Il 22 aprile 1897 Umberto I subisce un altro attentato di matrice anarchica; l'esecutore si chiama Pietro Acciarito. Anche questa volta rimane illeso, riuscendo con destrezza ad evitare il peggio. L'anarchico Acciarito viene arrestato e condannato al carcere a vita. Vengono arrestate e messe in carcere anche altre persone sospettate di avere avuto qualche rapporto con l'esecutore dell'attentato. 

Il 29 luglio 1900 Umberto I si trova a Monza a presiedere una cerimonia sportiva. Mentre attraversa la folla, qualcuno spara tre colpi di pistola che raggiungono i suoi organi vitali. L'attentatore si chiama Gaetano Bresci, e dopo essere individuato viene immediatamente arrestato. Ma questa volta per il re non c'è nulla da fare. 

Nel luogo in cui il monarca perde la vita sorge una Cappella, costruita per volontà del re Vittorio Emanuele III, nel 1910. Umberto I, re D'Italia, muore a Monza il giorno 29 luglio 1900, all'età di 56 anni. La sua salma riposa nel Pantheon di fianco a quella del padre.

martedì 24 dicembre 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 24 dicembre.
La sera del 24 dicembre 1800 avveniva a Parigi l'attentato della "macchina infernale" contro Napoleone, all'epoca Primo Console in virtù della Costituzione dell'anno VIII.
Il commando che agiva era composto da tre congiurati i quali piazzavano su un carro un barile carico di chiodi e polvere da sparo. Inoltre, vigliaccamente, uno di loro ingaggiava con l'inganno una ragazzina di soli quattordici anni, si chiamava Pensel. Il suo compito era di fare la guardia al cavallo in modo che non spostasse il carico di morte. Il caso e la celerità nel passaggio della stretta via di Saint Nicaise da parte del cocchiere Cesar Germani, un veterano delle campagne napoleoniche evitava l'impatto con la violenta esplosione che faceva strage di venti persone innocenti, fra i quali anche la ragazzina Pensel, e un centinaio di feriti.
Il Primo Console, che era diretto all'Opera di Parigi, decise di non cambiare programma per dimostrare che l’azione terroristica non intaccava il normale funzionamento dello Stato presentandosi in teatro dove veniva accolto da scroscianti applausi, ma in cuor suo meditava la vendetta.
L'indomani le gazzette parlavano dell'attentato della "macchina infernale" da parte di chi agiva nell'oscurità per colpire la Francia alle spalle. Il paese si compattava attorno a Napoleone.
All'epoca Napoleone aveva 31 anni, ricco di onori di campagne militari e di tanti nemici. Per i giacobini egli rappresentava il tradimento degli ideali della Rivoluzione, mentre per i realisti rappresentava l'usurpatore e il propagatore delle idee della Rivoluzione oltre i confini della Francia. La prime azioni di polizia si concentravano (per volere di Napoleone e in contrasto con il ministro della Polizia Fouchè che poco dopo sarebbe stato dimesso) sui giacobini, molti venivano spediti in esilio alle Seychelles e Guyana, da cui non torneranno mai più, e altri mandati al patibolo. Ma le indagini continuavano imboccando la pista realista, come aveva prospettato Fouchè, tanto da scoprire i tre congiurati: due saliranno sul patibolo con la camicia rossa dei parricidi, mentre il terzo riusciva a fuggire negli Stati Uniti. Proprio questi, a seguito di una crisi di coscienza, si farà frate rispettando la regola del silenzio e cercando di vivere nell'oblio. Ma la vicenda non era ancora conclusa, altri attentati saranno progettati nei confronti del Primo Console e tutto ciò servirà al regime per liquidare i realisti. L’apice dello scontro avverrà, nel 1804, con l’affare del Duca d’Enghien.

lunedì 4 novembre 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 4 novembre.
Il 4 novembre 1925 Benito Mussolini subì il primo attentato della sua carriera politica. Ne subì quattro prima di essere ucciso il 28 aprile 1945 vicino ai cancelli di villa Belmonte nei pressi di Dongo. L’attentato fu organizzato da Tito Zaniboni, un socialista riformista appartenente al partito Socialista Unitario di Giacomo Matteotti.
Zaniboni organizzò l’attentato con l’aiuto di un gruppo di persone che in realtà conoscevano le sue intenzioni ma che non gli avevano dato un aiuto fondamentale, probabilmente solo un piccolo sostegno economico; fra questi pare che ci fosse anche il generale Luigi Capello che venne arrestato alcuni giorni dopo l’attentato e  che respinse sempre le accuse a suo carico dichiarandosi innocente.
Il luogo dell’attentato doveva essere la terrazza di palazzo Chigi da cui Mussolini si sarebbe affacciato per festeggiare il VII anniversario della vittoria italiana nella Prima guerra mondiale. Zaniboni avrebbe dovuto sparare da una camera dell’albergo Dragoni che si affacciava sul palazzo; all’interno della stanza, nascosto in un armadio, c’era un fucile austriaco di precisione che sarebbe servito per colpire il Duce mentre pronunciava il suo discorso.
Zaniboni, però, non era a conoscenza del fatto che all’interno del suo gruppo c’era un infiltrato dell’OVRA (una struttura di polizia segreta di epoca fascista  la cui denominazione non è stata mai realmente chiarita ma che dovrebbe essere “Opera di Vigilanza e di Repressione dell’Antifascismo), Carlo Quaglia, che aveva già allertato le forze dell’ordine le quali seguivano ogni movimento dell’attentatore già da alcuni giorni.
Quando Zaniboni entrò in albergo venne subito arrestato e condotto in carcere. Pochi giorni dopo il Partito Socialista Unitario e il suo giornale “La giustizia” vennero chiusi.
L’attentatore rimase in carcere quasi due anni prima di subire il processo che si svolse l’11 aprile del 1927. Tito Zaniboni fu contradditorio nelle sue dichiarazioni e anche in seguito il suo comportamento non fu limpidissimo. Durante il processo, infatti, fece due dichiarazioni differenti e contraddittorie: prima ammise di voler svolgere un’azione dimostrativa e di non voler colpire Mussolini ma, forse, solo Roberto Farinacci; in seguito invece ammise che il suo obiettivo era il Duce.
L’unico complice identificato ma che Zaniboni non riconobbe come tale fu il Generale Capello il quale venne condannato a 30 anni, una pena più severa di quella di Zaniboni, che invece fu condannato a 25 anni.
Malgrado la sua palese posizione antifascista, l’attentatore scrisse, nel 1939, una serie di dichiarazioni a favore di Mussolini, del suo governo e dell’operato fascista. Alla fine della guerra ebbe degli incarichi importanti nell’ambito della ricostruzione  e dell’epurazione del fascismo.
Ma chi era Tito Zaniboni?
Era un socialista riformista che iniziò la sua carriera politica come consigliere provinciale di Volta Mantovana, provincia di Mantova, non troppo lontano dal suo comune di nascita Monzambano dove era nato nel 1883 e di cui divenne sindaco nel 1920.
Le contraddizioni che dimostrò durante il processo contraddistinsero anche la sua vita politica. Era stato, infatti, un alpino durante la Prima guerra mondiale anche se inizialmente era stato contro l’interventismo in guerra e in seguito, invece, era passato dalla parte di coloro che volevano l’Italia fra le potenze belligeranti.
Successivamente appoggiò le posizioni di Gabriele D’Annunzio e in particolare la sua avventura di Fiume. Fu anche un massone e deputato, sempre per il Partito Socialista, prima di essere espulso con altri riformisti e di aderire al Partito Socialista Unitario di Matteotti.
Fino all’omicidio di Matteotti non aveva espresso posizioni critiche contro il fascismo ma da lì in poi ne divenne un oppositore feroce, accusando i fascisti dell’omicidio del suo amico e collega di partito. Dopo l’attentato passò 18 anni in carcere e l’8 settembre del 1943, per volontà di Pietro Badoglio, venne scarcerato e gli fu offerto un posto nel governo. Rifiutò l’offerta ma quando lo stesso Badoglio gli offrì la carica di Alto commissario per l’epurazione nazionale del fascismo accettò.
Fu una delle mosse politiche di Badoglio per cercare di ripulire la facciata del governo nazionale e della Corona e per questo fu criticata anche dal Partito Socialista.
Successivamente cambiò incarico, forse perché inadeguato, e anche perché l’Alto commissariato non epurava proprio nulla non avendo un’identità precisa e qualificata. Il nuovo incarico fu meno compromettente perché si trattava di organizzare una serie di interventi a favore dei profughi e dei reduci di guerra.
Era il 1945 e la figura di Zaniboni scompariva dalla scena politica, acquetando i malumori del Partito Socialista che non riconosceva i governi Badoglio e nel quale era rientrato, e per il quale fu eletto deputato. Tito Zaniboni morì nel 1960, cinque anni dopo il suo ritiro dalla scena politica.

giovedì 10 ottobre 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 10 ottobre.
Il 10 ottobre 1800 Napoleone Bonaparte scampa a un attentato.
Dall’amore sviscerato per la Rivoluzione al tentativo di uccidere Napoleone Bonaparte. Questa è stata la parabola di Giuseppe Ceracchi (1751-1801), scultore romano protagonista di un clamoroso e fallito attentato alla vita del generale còrso diventato primo console di Francia.
Ceracchi, inizialmente, era stato un sostenitore di Bonaparte, ma la rapidissima ascesa di Napoleone, diventato nel mentre primo console, lo aveva convinto ad agire, trasformandosi da suo ardente sostenitore a suo potenziale assassino. Perché? Anzitutto, va ricordato che Ceracchi era un giacobino. E un giacobino convinto, per giunta: era stato uno dei fondatori della Repubblica Romana del 1798. A Parigi, i giacobini dimostravano un profondo scontento per l’andamento delle cose: Napoleone aveva ripristinato l’ordine e stava traghettando la Francia verso un modello sempre più simile alla monarchia decapitata nemmeno dieci anni prima. Dopo la battaglia di Marengo, le speranze che il suo astro tramontasse si erano fatte sempre più remote. Altro che “pericolo realista”: una delle minacce più concrete a Napoleone Bonaparte arrivò, in quei mesi, proprio dai nostalgici di Robespierre e delle teste mozzate in place de la Concorde. Per ostacolare la propaganda dei giacobini, che si servivano diffusamente della stampa, il governo emise un decreto in data 17 gennaio 1800, con il quale venivano soppressi tutti i fogli pubblicati a Parigi eccetto tredici titoli: Le Moniteur, Le Journal des Débats, Le Journal de Paris, Le Bien informé, Le Publiciste, L’Ami des Lois, La Clef du Cabinet, Le Citoyen français, La Gazette de France, Le Journal des Hommes libres, Le Journal du Soir, Le Journal des Défenseurs de la Patrie, La Décade philosophique. Naturalmente, qualora anche questi titoli si fossero dimostrati ostili al governo, sarebbero andati incontro ad immediata soppressione. Fouché, il machiavellico ministro della polizia, aveva sentenziato: «I giornali sono sempre stati la campana a martello delle rivoluzioni; essi le annunciano, le preparano e finiscono per renderle indispensabili. Restringendone il numero, saranno più facilmente sorvegliati e diretti con maggior certezza verso il consolidamento del regime costituzionale».
Gli attentati si moltiplicarono. Un ex aiutante di campo di Napoleone, Hanriot, cercò di assassinare il primo console sulla strada per la Malmaison. Ceracchi, insieme al pittore François Topino-Lebrun, un segretario di Barère di nome Dominique Demerville e del militare Joseph Antoine Aréna (fratello di quel Bathélemy Aréna che aveva cercato di assassinare il primo console al Consiglio dei Cinquecento il 19 Brumaio) organizzarono la “cospirazione dei pugnali”, con l’intento di uccidere Napoleone nel suo palco all’Opéra. L’attentato era progettato per il 10 ottobre 1800, mentre all’Opéra si rappresentava una tragedia di Corneille (L’Orazio).
Ceracchi era, in sostanza, la mente dell’iniziativa. Entrò all’Opéra con assoluta tranquillità, dando ad intendere di essere un cittadino come gli altri, venuto per assistere alla tragedia. Tuttavia, la capillare polizia già sapeva cosa il Ceracchi era venuto a fare: mentre egli camminava nei corridoi del teatro, fu neutralizzato dai soldati e trascinato fuori dal teatro. Pare che Bonaparte abbia esclamato: «Abbiamo avuto la meglio. L’ultimo colpo, non dello scalpello ma del pugnale, era destinato al mio petto». Oltre a Ceracchi, furono arrestati Demerville, Topino-Lebrun, Aréna e altri quattro cospiratori: Joseph Diana, Armand Daiteg, Denis Lavigne e Madeleine Fumey.
In definitiva, quando in rue Saint Nicaise il 24 dicembre 1800, al passaggio della carrozza del primo console, esplose l’ordigno che provocò 22 morti e 56 feriti, fu immediatamente chiara la mano che aveva azionato la macchina infernale. Fouché (forse per il suo passato nell’epoca del Terrore?) sostenne che gli ambienti dei sediziosi di sinistra erano troppo ben sorvegliati, ma Bonaparte non volle sentire altre opinioni: convinto fermamente della matrice giacobina della bomba che aveva rischiato di ucciderlo, ordinò un giro di vite straordinario: con una deliberazione senatoriale del 14 Nevoso anno IX, ordinava la «sorveglianza speciale» di centotrenta giacobini fuori dal territorio europeo (vale a dire, alle Seychelles e in Cayenna). Altri furono condannati a morte; Ceracchi, insieme a Topino-Lebrun e all’Aréna, furono ghigliottinati il 30 gennaio 1801.

venerdì 17 maggio 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 17 maggio.
Il 17 maggio 1941 un giovane ragazzo albanese attenta alla vita di Re Vittorio Emanuele III.
L'occupazione italiana del Regno di Albania ebbe luogo tra il 1939 e il 1943, quando la corona del Regno Albanese fu assunta da Vittorio Emanuele III d'Italia, a seguito della guerra promossa dal regime fascista e dell'instaurazione del Protettorato Italiano del Regno d'Albania.
Vittorio Emanuele III decise di visitare l'Albania il 12 aprile 1941 ,ma arrivò nel paese un mese più tardi, dopo essere stato rassicurato dalla polizia fascista italiana di Tirana che fossero state adottate tutte le misure di sicurezza. Vasil Laçi, un ragazzo di 19 anni, seppe della visita di Vittorio Emanuele in Albania quindici giorni prima del suo arrivo, il 2 maggio 1941. Successivamente riuscì a trovare un lavoro presso l'Hotel International, dove Vittorio Emanuele sarebbe rimasto. Il ragazzo che tanto odiava gli invasori prese in prestito una pistola Beretta M1915 da  un altro albanese. Il 17 maggio 1941, Vasil Laci,  indossando il costume tradizionale albanese, prese di mira la macchina in cui Vittorio Emanuele e Shefqet Bej Verlaci, primo ministro albanese, viaggiavano accompagnati dai ministri del governo. Sparò quattro colpi verso di loro gridando "Viva l'Albania! Abbasso il fascismo", ma non riuscì ad uccidere nessuno.
Laçi venne arrestato immediatamente e giustiziato per impiccagione dieci giorni dopo. fu uno dei primi ad essere dichiarato "Eroe popolare d'Albania". Il suo tentativo di assassinare il re d'Italia è stato drammatizzato in primo luogo in un libro e poi in un film nel 1980 intitolato "pallottole per l'imperatore" (in albanese: Plumba Perandorit ). Un monumento a Tirana è stato eretto per onorare le sue azioni.

giovedì 7 settembre 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 7 settembre.
Il 7 settembre 1986 il generale Augusto Pinochet sopravvive a un tentativo di assassinio.
Il Generale Augusto Pinochet Ugarte, nato a Valparaiso il 25 novembre 1915, è passato alla storia come uno dei più disumani dittatori del Novecento, tristemente celebre per la barbara eliminazione dei suoi oppositori.
Durante la sua feroce dittatura, durata dal 1973 al 1990, furono torturate, uccise e fatte barbaramente sparire almeno trentamila persone, gli uomini di Unidad Popolar, la coalizione di Allende, militanti dei partiti comunista, socialista e democristiano, accademici, professionisti religiosi, studenti e operai.
Oscuro ufficiale dell'esercito cileno, iniziò la sua entrata trionfale nelle sfere del potere nel 1973, anno in cui prese piede il "golpe" militare che, oltre a provocare la morte dell'allora presidente della Repubblica Salvador Allende, diede inizio alla lunga dittatura cilena.
Pinochet rimpiazzò infatti il rinunciatario comandante in capo dell'esercito, Generale Carlos Prat (il quale aveva deciso di abbandonare l'incarico), a causa delle forti pressioni esercitate dai settori più reazionari della società: la destra e l'oligarchia cilena.
Bisogna sottolineare il fatto che la nomina a Generale, che contò inizialmente proprio sull'approvazione di Allende, fu dettata da una questione tecnica, legata all'anzianità del generale Prat, più che a doti particolari nel comando o a qualità professionali di Pinochet. Ciò avvenne nel tentativo estremo di placare il colpo di stato che era nell'aria da tempo, nonostante i precedenti della carriera professionale di Pinochet avessero già evidenziato il suo profilo repressivo e violento. Negli anni '60, ad esempio, durante il governo del cristiano-democratico Eduardo Frei Montalva gli venne dato l'incarico di soffocare uno sciopero nella zona desertica situata nel nord del Cile: la repressione fu sanguinosa, il numero dei morti e dei feriti fu elevato. Malgrado questi precedenti l'esecutivo approvò la sua nomina, segnando involontariamente la propria sorte.
Ad ogni buon conto Pinochet giocò un ruolo abbastanza secondario nell'organizzazione e nella realizzazione del complotto che il giorno 11 settembre 1973 sfociò nel golpe sanguinoso che travolse il governo di "Unidad Popular". I veri artefici e mandanti intellettuali del "golpe" furono, secondo storici autorevoli, come detto l'oligarchia e le élites imprenditoriali, appoggiate dai settori politici che le rappresentavano, ovvero la destra e la direzione della Democrazia Cristiana (tranne poche eccezioni). La sinistra mondiale inoltre, non ha mancato di additare anche consistenti aiuti all'ascesa del dittatore da parte degli Stati Uniti, timorosi che la pericolosa e illiberale macchia comunista si espandesse anche nell'area sudamericana.
La soluzione della crisi di governo venne affidata all'esercito in quanto storico garante dell'ordine costituzionale e istituzionale della Repubblica, mito rafforzato dal profilo apolitico e professionale delle forze armate cilene. Formazione attuata principalmente attraverso la tristemente celebre scuola "delle Americhe", allora stanziata a Panama (in cui vengono insegnati tuttora vari metodi di repressione psichica e fisica, dalle minacce al genocidio alla tortura).
Dal 1973 al 1990 dunque il mondo fu testimone di migliaia di sparizioni, decine di migliaia di arresti, torture ed esili. Tutto si concluse, apparentemente, con il "Plebiscito" del 1989, proposto dalla stessa giunta pinochetista. Il rifiuto a Pinochet scaturito dal plebiscito, in realtà fu una farsa che portò ad una pseudo-democrazia nella quale l'ex dittatore mantenne la carica di comandante supremo delle forze armate.
La costituzione emanata dalla dittatura rimase invariata; i delitti commessi furono "liquidati" con l'attuazione della politica della riconciliazione nazionale; l'omicidio di Stato nei confronti di coloro che denunciavano il proseguo della repressione ai danni dell'opposizione rimaneva una realtà; l'assegnazione a Pinochet, una volta in pensione, della carica di Senatore a vita con conseguente immunità ed impunità venne difesa ferocemente.
La "caduta" di Pinochet, fino a poco tempo fa considerato in Cile un intoccabile (negli ambienti militari ha ancora numerosi seguaci), è iniziata il 22 settembre del 1998, quando l'ex generale andò a Londra per una operazione chirurgica.
Amnesty International e altre organizzazioni chiesero subito il suo arresto per violazione dei diritti umani. Pochi giorni dopo il giudice spagnolo Baltasar Garzon emise un mandato di cattura internazionale, chiedendo di incriminare il generale per la morte di cittadini spagnoli durante la dittatura cilena.
A sostegno di questa richiesta si espressero le sentenze dell'Audiencia Nacional di Madrid e della Camera dei Lords di Londra, richiamandosi al principio della difesa universale dei Diritti dell'Uomo e stabilendo rispettivamente che la Giustizia spagnola era competente per giudicare i fatti avvenuti durante la dittatura militare in Cile - dal momento che si tratta di "crimini contro l'umanità" che colpiscono, come soggetto giuridico, il genere umano nel suo insieme - e che i presunti autori di gravi delitti contro l'umanità, come appunto Pinochet, non godono di immunità per i loro crimini, neanche se si tratta di capi di Stato o ex capi di Stato.
Purtroppo il Ministro dell'Interno del Regno Unito, il laburista Jack Straw, il 2 marzo 2000 decise di liberare Pinochet e di permettere il suo ritorno in Cile, negando quindi l'estradizione e adducendo "ragioni umanitarie": un'espressione che suonò come un insulto alla memoria e al dolore dei familiari delle migliaia di vittime della sua dittatura.
A Santiago il giudice Guzman continua la sua inchiesta contro Pinochet, ma il vecchio ex dittatore resiste in tutti i modi per non essere portato davanti a un tribunale del suo Paese, quel Cile che per oltre vent'anni ha dominato col pugno di ferro.
In seguito ad un attacco di cuore, Pinochet muore il 10 dicembre 2006 dopo alcune settimane di degenza nell'ospedale militare di Santiago, a 91 anni.

martedì 22 agosto 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi


Buongiorno, oggi è il 22 agosto.
Il 22 agosto 1962 il presidente francese Charles De Gaulle sfugge a un attentato omicida.
In una Parigi quasi deserta, oppressa dall’afa agostana, l’auto presidenziale sfrecciava a novanta chilometri all’ora diretta all’aeroporto militare di Villacoublay. A breve distanza la seguiva un’auto di scorta con a bordo un medico e tre agenti speciali, chiudeva il corteo una coppia di poliziotti in motocicletta pronti ad intervenire per sciogliere eventuali ingorghi stradali.
Per prendere parte al consiglio dei ministri, quel mercoledì 22 agosto 1962, il generale de Gaulle, insieme alla moglie Yvonne e al genero, il colonnello Alain de Boissieu, aveva lasciato di buon mattino la quiete della Boisserie, la sua residenza a Colombey-les-Deux-Eglises, immersa tra le colline boscose dell’Alta Marna, e intendeva farvi ritorno prima di notte. Né il tesissimo clima politico, né l’attentato subito un anno prima a Pont-sur-Seine, né gli inviti del ministro degli Interni, che in più occasioni gli aveva fatto presente quanto fosse arduo garantire la sua sicurezza nei continui spostamenti tra Parigi e la Boisserie, erano riusciti a convincere il generale a modificare le sue abitudini, a rinunciare alle passeggiate nei boschi e al raccoglimento del suo studio da cui poteva vedere l’orizzonte perdersi tra le colline.
Poco prima delle 20, il corteo presidenziale aveva lasciato l’Eliseo e aveva seguito il percorso più rapido e diretto verso l’aeroporto. Quella scelta non era passata inosservata.
A bordo della Citroën DS presidenziale, invece, nessuno, nella luce incerta del crepuscolo, fece caso su Avenue de la Libération a un uomo con un cappello grigio che sventolava un giornale sopra la testa. Era il segnale convenuto per aprire il fuoco.
Da un furgoncino Renault Estafette giallo, parcheggiato sul lato destro della strada, nel senso di marcia del corteo presidenziale, partirono all’improvviso alcune raffiche di armi automatiche. L’autista del presidente, il maresciallo Francis Marroux, non si lasciò impressionare dal crepitio dei proiettili e affondò il piede sull’acceleratore per sfuggire alla linea di tiro degli attentatori. L’esplosione di due pneumatici fece sbandare l’auto, ma non impedì a Marroux di tenere la strada e aumentare la velocità.
Superato l’iniziale stupore, il generale e sua moglie furono pronti nell’eseguire l’ordine di abbassarsi urlato dal genero. Quella prontezza fu provvidenziale. Un centinaio di metri oltre il furgone giallo, all’incrocio con rue du Bois, una Citroën DS blu s’immise a tutta velocità tra l’auto presidenziale e quella di scorta, mitragliandole entrambe sino alla rotonda del Petit-Clamart, per poi svanire in direzione di Parigi.
Furono esplosi più di centocinquanta proiettili, ma solo sei raggiunsero la vettura presidenziale. Uno frantumò il vetro laterale sinistro, attraversò l’interno del veicolo e squarciò la carrozzeria sopra il sedile posteriore destro, a una decina di centimetri dalla testa di madame de Gaulle. Un altro penetrò all’altezza della targa, attraversò il baule per conficcarsi nello schienale del sedile posteriore sinistro, dove sedeva il generale. L’auto di scorta fu centrata quattro volte. Il casco di uno dei motociclisti fu colpito di striscio, così come il portabagagli della seconda motocicletta.
Per miracolo tutti uscirono incolumi da quella tempesta di fuoco. Soltanto un automobilista che transitava, in compagnia della moglie e dei tre figli, in senso contrario al corteo presidenziale fu lievemente ferito all’indice da una scheggia staccatasi dal volante nell’impatto con una pallottola vagante.
Giunto all’aeroporto di Villacoublay de Gaulle passò in rassegna il picchetto d’onore. Poi, imperturbabile, osservando la sua auto crivellata commentò: “Questa volta era tangente! Fortunatamente quelli là sparano come dei porci!”. Sua moglie ancora scossa per lo scampato pericolo esclamò: “Spero che i polli non si siano fatti nulla!”. Non aveva sprecato la sua giornata parigina: prima di lasciare l’Eliseo aveva fatto sistemare nel baule un paio di polli acquistati in previsione del soggiorno alla Boisserie.
Fin dalle prime indagini non vi furono dubbi sulla matrice dell’attentato. La scelta dell’obiettivo, la tecnica militare impiegata dal commando, la considerevole potenza di fuoco, le cui tracce erano ben visibili in avenue de la Libération (il tappeto di bossoli sull’asfalto, le facciate dei palazzi crivellate di proiettili, la terrazza di un bar e la vetrina di un negozio di apparecchi radio-televisivi devastate), orientarono i sospetti degli inquirenti in una precisa direzione. Il ritrovamento, circa un’ora dopo il duplice agguato, del furgoncino Estafette giallo fornì ulteriori conferme alle prime congetture. All’interno del veicolo abbandonato, insieme a fucili mitragliatori, munizioni, bengala e granate, fu rinvenuto un potente congegno esplosivo plastico, firma inconfondibile degli irriducibili, quanto disperati, combattenti per l’Algeria francese.
Negli ultimi mesi, da quando la politica favorevole all’autodeterminazione dell’Algeria, promossa dal generale de Gaulle, con il pieno sostegno della maggioranza dei francesi, era giunta alla sua fase culminante, i plasticages, gli attentati al plastico, prima limitati ad Algeri e Orano, si erano moltiplicati sul territorio francese, seminando il terrore. Tra il 15 ed il 21 gennaio del 1962 si erano registrati quaranta attentati al plastico, venticinque dei quali alla periferia di Parigi nella sola notte del 18 gennaio, altri trentatré tra il 22 ed il 28 dello stesso mese, ancora trentaquattro tra il 5 e l’11 febbraio. Un crescendo di terrore senza precedenti, ma ancora ben lontano dall’emulare la violenza che stava insanguinando l’Algeria, dove nel solo mese di gennaio del 1962 si erano verificati oltre ottocento attentati, perpetrati dalle diverse fazioni in lotta. Nella prima quindicina del febbraio successivo gli attentati erano stati 507, provocando 256 morti 490 feriti.
L'attentato ispirò a Frederick Forsythe il romanzo "Il giorno dello sciacallo", da cui fu poi tratto un omonimo film.
Il 15 febbraio 1994 Georges Watin, "lo sciacallo", l'organizzatore dell'attentato, è morto nel suo esilio ad Asuncion, in Paraguay, per un attacco di cuore. Watin aveva 71 anni ed era da qualche tempo costretto a letto. Era stato condannato a morte in contumacia nel 1963, ma aveva beneficiato di un'amnistia nel 1968. Nato in Algeria, Watin si era schierato contro l'indipendenza nella guerra di Algeria e si era battuto anche contro la decisione di de Gaulle di concedere la sovranità all'ex territorio francese, nel luglio 1962. Lo "Sciacallo" era il capo della "Missione Tre", sezione dell' Organizzazione Armata Segreta (Oas, gruppo terroristico di destra), e responsabile di uno dei nove tentativi di assassinio organizzati contro de Gaulle. In un' intervista rilasciata nel 1990, Watin spiegò  che l' intenzione originaria era di rapire de Gaulle e di "processarlo davanti a una corte marziale, e solo dopo giustiziarlo", per il tradimento perpetrato concedendo l'indipendenza all'Algeria. Ma il piano fallì per un cambiamento di programma nell'itinerario della vettura presidenziale, e allora i congiurati tentarono, senza successo, di colpire de Gaulle in strada. Dopo l'attentato Watin fuggì in Svizzera, dove venne arrestato, ma le autorità svizzere rifiutarono l'estradizione a quelle francesi e preferirono espellerlo. Dopo di che Watin si trasferì in Spagna, e infine in Sudamerica, dove si stabilì in Paraguay, nel 1965. E' morto a casa sua, ad Asuncion, il 20 febbraio 1994 per un attacco di cuore.

giovedì 30 marzo 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 30 marzo.
Il 30 marzo 1981, a 70 giorni dall'insediamento, il presidente degli Stati Uniti d'America Ronald Reagan viene colpito al petto da un attentatore.
L'attentato è "un classico": all'uscita da un hotel di Washington un uomo si avvicina al presidente e spara sei colpi di rivoltella, conficcandogli un proiettile in un polmone e ferendo gravemente l'addetto stampa Jim Brady. L'attentatore è John Hinckley, uno psicopatico che vuole attirare l'attenzione del suo idolo, l'attrice Jodie Foster. Reagan, ricoverato al George Washington Hospital, viene operato, si salva e guarisce rapidamente. Resterà famosa la battuta ai chirurghi che stanno per operarlo: «Vi prego, ditemi che siete repubblicani!»
Hinckley, figlio dei ricchi proprietari della Hinckley Oil Company, nasce in Oklahoma e cresce in Texas e studia presso la Highland Park High School di Dallas. Tra il 1972 e il 1980, frequenta la Texas Tech University. Nel 1975 si trasferisce a Los Angeles con l'intento di diventare cantautore, ma i suoi sforzi non vengono premiati. Nelle lettere inviate alla famiglia, racconta la sua frustrazione e manifesta il bisogno impellente di denaro, inoltre racconta di una ragazza di nome Lynn Collins, che in seguito si rivelò essere frutto della sua fantasia.
Nel 1976 uscì il film Taxi Driver, con Robert De Niro nel ruolo di Travis Bickle; il film raccontava il tentativo di Bickle di assassinare un senatore candidato alla presidenza. Nel film recitava una giovane Jodie Foster nel ruolo di una prostituta adolescente, della quale Hinckley ne rimase molto colpito, tanto da rivedere più volte la pellicola e rileggendo ossessivamente il libro da cui era tratto.
Agli inizi degli anni ottanta, quando la Foster frequentava l'Università Yale, Hinckley si trasferì nel Connecticut per starle vicino, inviandole poesie e lettere d'amore, e arrivando al punto di infilargliele sotto la porta di casa e di cercarla più volte al telefono.
Non riuscendo ad avere contatti significativi con l'attrice, Hinckley pensò addirittura di pianificare un dirottamento aereo, pronto a suicidarsi di fronte a lei, solo per attirare la sua attenzione. Durante il climax della propria follia, Hinckley, al fine di entrare nella storia, progettò di assassinare un'importante figura politica. Per far questo raccolse informazioni su Lee Harvey Oswald, l'assassino di John F. Kennedy e iniziò a seguire, di stato in stato, la campagna elettorale di Jimmy Carter e Ronald Reagan, registrandosi negli alberghi come "Travis Bickle" e venendo arrestato a Nashville per il possesso illegale di tre pistole. Tornò a casa dove venne sottoposto a un trattamento psichiatrico per curare la depressione, ma la sua salute mentale non migliorò.
Il 30 marzo 1981 Hinckley sparò all'allora presidente degli Stati Uniti, ferendo gravemente quattro persone, tra cui il Presidente, mentre stavano uscendo dal Washington Hilton Hotel. Il proiettile della calibro 22 di Hinckley perforò il polmone sinistro di Reagan mancando di due centimetri il cuore. Hinckley non sparò direttamente a Reagan; il presidente rimase ferito da un proiettile deviato dal vetro della limousine presidenziale. Hinckley non cercò di fuggire e fu subito arrestato sul luogo degli eventi.
Oltre a Reagan, nella sparatoria rimasero feriti il segretario James Brady, l'ufficiale di polizia Thomas Delahanty e l'agente del Secret Service (il corpo preposto alla sicurezza del presidente) Timothy McCarthy. Tutti sono sopravvissuti alla sparatoria, anche se Brady, che è stato colpito nel lato destro della testa, ha avuto un lungo periodo di recupero ed è rimasto paralizzato nella parte sinistra del corpo ed è stato costretto su una sedia a rotelle fino alla sua morte, avvenuta nel 2014.
Il processo iniziò nel 1982 con tredici capi d'accusa pendenti su Hinckley. La difesa, con l'ausilio delle perizie psichiatriche, sostenne che Hinckley era malato di mente; l'accusa invece sostenne il contrario, che era lucido e sano di mente. Il processo si concluse il 21 giugno 1982 e Hinckley fu riconosciuto non colpevole per incapacità di intendere e volere e rinchiuso al St. Elizabeths Hospital, un manicomio criminale di Washington D.C..
Sconcerto e indignazione suscitò il verdetto nell'opinione pubblica. Un sondaggio della ABC rivelò che l'83% degli intervistati era del pensiero che giustizia non era stata fatta. Le contestazioni suscitate portarono il Congresso degli Stati Uniti e alcuni Stati a riscrivere le leggi in materia di imputabilità. Stati come Idaho, Kansas, Montana e Utah hanno abolito del tutto la legge.
Rinchiuso nel manicomio criminale St. Elizabeths, Hinckley dichiarò che la sparatoria è stata la più grande offerta di amore nella storia del mondo, e rimase deluso dal fatto che Jodie Foster non ricambiasse i suoi sentimenti. Dopo essere stato rinchiuso, i test ai quali fu sottoposto dimostrarono che era un uomo pericoloso per se stesso, per l'attrice e per altre persone.
In un'intervista rilasciata nel 1983, Hinckley descrisse la sua giornata tipo: vedere la propria terapista, suonare la chitarra, ascoltare musica, guardare la TV e prendere farmaci.
Nel 1999 gli fu concesso di lasciare l'ospedale per visite sorvegliate con i genitori, mentre dal 2000 gli fu concesso un periodo di visite più lungo. Questi privilegi gli furono tolti quando venne riscontrato che la sua ossessione per Jodie Foster era ancora presente. Dal 2004 si tennero varie udienze per valutare la sua pericolosità, se fosse in grado di avere un normale rapporto con una donna e fosse un pericolo per la società.
Nel 2005 un giudice federale concesse delle visite, sotto il controllo dei genitori, al di fuori dell'area di Washington D.C.. Alcuni esperti governativi hanno convenuto che la sua depressione e psicosi erano in fase di recupero. Ma il 6 giugno 2007 il giudice distrettuale degli Stati Uniti, Paul L. Friedman, ha negato la richiesta sostenendo che Hinckley non era ancora guarito.
Dopo la morte di Brady nell'agosto del 2014, l'autopsia ha rivelato che essa fu causata dal ferimento nell'81, tuttavia il procuratore ha ritenuto di non dover procedere per omicidio nei confronti di Hinckley.
Il 10 settembre 2016 è stato rilasciato dall'ospedale psichiatrico Saint Elizabeth di Washington avendo, secondo il giudice federale, completato il suo percorso di riabilitazione. John Hinckley è andato a vivere con la madre, non può parlare con i giornalisti e non può allontanarsi più di 50 km dalla sua residenza. Il 15 giugno 2022, all'età di 67 anni, è tornato libero in modo incondizionato, essendo stata riconosciuta la guarigione dall'infermità mentale e non rappresentando più un pericolo per sé e per gli altri

mercoledì 16 marzo 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 16 marzo.
Il 16 marzo 1792 Re Gustavo III di Svezia subisce un attentato durante un ballo in maschera.
Fu re di Svezia dal 1771 al 1792.
Era il figlio primogenito di Adolfo Federico di Svezia e Luisa Ulrica di Prussia, sorella di Federico il Grande.
Nel 1718, in seguito alla caduta della monarchia assoluta, il potere passò nelle mani di un oligarchia (il Consiglio degli Aristocratici), a sua volta dipendente dal Parlamento svedese.
Nel 1772, Gustavo III tentò di rafforzare il proprio peso politico con una riforma governativa. Questo portò ad una monarchia assoluta.
Il 16 marzo 1792 Gustavo III fu vittima di una attentato all'Haga Palace ad opera di un ex capitano del suo reggimento reale (Jacob Johan Anckarström), mentre si preparava per un ballo mascherato. Ferito gravemente alla schiena da un colpo di pistola, morì il 29 marzo dello stesso anno.
Il suo successore fu re Gustavo Adolfo IV.
Gustavo III, sovrano dalla personalità complessa e spesso contraddittoria, fu collezionista d'arte (in particolare la neoclassica) e amante dell'Italia, del teatro e della letteratura.
Fu un discreto drammaturgo e per le sue opere ideò anche scenografie e costumi. Interessato all’arte dei giardini ed all’architettura diede un nuovo volto alla sua capitale (a lui va il merito di aver creato lo stile neoclassico svedese).
Creò intorno a lui una corte culturalmente elegante, favorendo l’attività di letterati e fondando nel 1786 l’Accademia Svedese (una delle Accademie Reali della Svezia) che oggigiorno assegna il Premio Nobel per la letteratura.
A Gustavo va dato anche il merito di aver creato il Museo delle Antichità, il più antico museo svedese, che contiene opere classiche acquistate dal re nei suoi soggiorni in Italia tra il 1783-1784.
Nel 1766 sposa Sofia Maddalena di Danimarca (1746-1813), figlia del re Federico V di Danimarca e Norvegia (1723-1766) e della regina Luisa di Hannover (1724-1751).
Dal loro matrimonio nacquero due figli:
Gustavo Adolfo, nato nel 1778 e morto nel 1837, futuro re con il nome di Gustavo IV Adolfo, sposò nel 1797 Federica di Baden;
Carlo Gustavo, nato nel 1782 e morto nel 1783, duca di Småland.
Per la consumazione del matrimonio il re richiese l'assistenza dell'amico Adolf Munck il che fece rumoreggiare che Gustavo non fosse il padre dei propri figli in quanto all'epoca veniva ritenuto omosessuale, soprattutto dopo gli stretti rapporti personali che aveva intrattenuto con il conte Axel von Fersen ed il barone Gustav Armfelt.
Tutta la città di Stoccolma risente delle modifiche apportate nel XVIII secolo da Gustavo III, in particolare il Padiglione, in tipico stile Gustaviano, costruito negli anni 1780, è un capolavoro architettonico del più famoso architetto del periodo Masreliez.
All'episodio dell'assassinio del monarca si ispirò il librettista Antonio Somma per la sceneggiatura dell'opera lirica Un ballo in maschera di Giuseppe Verdi, a sua volta tratta da libretto di Eugène Scribe per Daniel Auber Gustave III, ou Le Bal masqué (1833).


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