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giovedì 24 luglio 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi




 Buongiorno, oggi è il 24 luglio.

Il 24 luglio 2010 a Duisburg avvenne la tragedia della Love Parade.

Il celebre festival di musica techno nato a Berlino nel 1989 ha vissuto la sua ultima edizione nel 2010 a causa di una tragedia che ha segnato per sempre l’organizzazione tedesca di grandi manifestazioni dedicate alla musica techno. Alle 15.30 del 24 luglio 2010 a causa del sovraffollamento,  gli organizzatori della Love Parade chiesero alla polizia di bloccare l’afflusso dei partecipanti e impedire il passaggio attraverso l’unico ingresso, un tunnel troppo stretto per gestire il passaggio in entrata e uscita di migliaia di persone. Centinaia di persone rimaste fuori riuscirono ad entrare dall’alto, attraverso il cavalcavia sopra il tunnel, aggiungendosi ad un numero già impressionante di persone. La calca portò allo schiacciamento di centinaia di persone ed un’escalation di panico che portò alla morte di 21 persone e al ferimento di almeno altre 652.

C’è da capire come e perché fu possibile tollerare la formazione di un’ingestibile calca nei pressi di uno dei tunnel utilizzati per l’ingresso e l’uscita dei partecipanti, presupposto della tragedia. Tra le vittime vi fu anche un’italiana, la ventunenne bresciana Giulia Minola. il tribunale di Duisburg ha proposto l’archiviazione del procedimento penale sulla strage al Loveparade del 24 luglio 2010. Nel corso del maxi evento musicale morirono nella calca 21 persone tra cui un’italiana, la bresciana Giulia Minola di 21 anni. 

Il tribunale tedesco ha proposto alla Procura e ai tre imputati, dipendenti dell’organizzazione, accusati di omicidio colposo e lesioni colpose, di terminare le udienze prima della scadenza imposta dalla prescrizione, che scatterà il 27 luglio 2020. Già lo scorso anno era stata archiviata la posizione degli altri sette imputati. A causa delle restrizioni imposte dal Coronavirus il processo - iniziato nel dicembre del 2018 - già da marzo però è sospeso e la ripresa era prevista il 20 aprile, ma con accesso limitato all’aula del tribunale di Düsseldorf. Per questo, dopo 183 udienze già celebrate, il tribunale ha proposto l’archiviazione. L’EPILOGO SEMBRA scontato. La Procura aveva già dato il proprio assenso un anno fa all’archiviazione del procedimento per altri sette imputati, mentre i secondi, dipendenti della società organizzatrice Lopavent, non rinunceranno all’opportunità di vedere terminare il processo senza condanna e senza sanzioni pecuniarie. Il primo colpo alle speranze di giustizia dei familiari delle vittime era stato inferto il 6 febbraio del 2019 quando la giustizia tedesca aveva archiviato la posizione di sette dei dieci imputati. In quell’occasione Nadia Zanacchi, la mamma di Giulia Minola, aveva espresso la sua amarezza. «La morte di 21 ragazzi rischia di restare senza alcun responsabile», aveva affermato facendosi portavoce dello stato d’animo di tutti i parenti delle vittime. Nel mirino era finita soprattutto la gestione del processo. L’archiviazione era arrivata prima che si concludesse l’analisi in aula della perizia, disposta per fare chiarezza sulle responsabilità. Tutto il processo avrebbe dovuto imperniarsi attorno a quella consulenza, invece sono usciti di scena sette dei dieci imputati. 

mercoledì 16 aprile 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 16 aprile.

Il 16 aprile 1947 il criminale tedesco Rudolf Ferdinand Höß, primo comandante del campo di concentramento di Auschwitz, viene impiccato all'ingresso dei forni crematori.

La notte dell’11 marzo 1946 una squadra della Field Security Britannica fece irruzione in una cascina di Gottrupel, una località della Germania del nord ai confini con la Danimarca. Trovarono un contadino che dormiva tranquillamente nella stalla: prima che avesse il tempo di capire quanto accadeva, l’uomo vide la faccia severa del capitano Hanns Alexander, un ebreo tedesco fuggito in Gran Bretagna, e arruolatosi nelle forze speciali di Sua Maestà. L’ufficiale gli chiese il nome. La risposta fu: «Franz Lang». «No - rispose il capitano – la tua carta d’identità è falsa, tu ti chiami Rudolf Hoss. Mostrami la fede di matrimonio». Il prigioniero tergiversò, lamentandosi che l’anello era incastrato, e non riusciva a sfilarlo. «Nessun problema - replicò Alexander - basta tagliarti il dito». Ed estrasse la baionetta affilata. L’amputazione non fu necessaria, l’uomo consegno l’anello, e l’inglese lesse la dedica all’interno. Assestò al tedesco un paio di ceffoni e ripeté la domanda. L’uomo rispose «Sì, sono Rudolf Höss, già comandante di Auschwitz».

Alexander annuì soddisfatto. I componenti della sua squadra erano quasi tutti ebrei che avevano avuto vari parenti sterminati nei campi nazisti, e chiesero una piccola soddisfazione personale. Il capitano capì e concesse dieci minuti, raccomandò cautela e si allontanò a fumare. Quando tornò, Höss era stato coscienziosamente sottoposto a un “passage à tabac”, ma senza gravi conseguenze: non si lamentò nemmeno del trattamento, lo considerò inevitabile e anche giustificato. Fu portato a Norimberga, dove fu sentito come testimone, citato a difesa del capo della Gestapo e del SD, Ernest Kaltenbrunner. Fu un boomerang per la difesa. Höss descrisse con minuzia gli ordini ricevuti e la loro diligente esecuzione, concludendo cosi: «Stimo che ad Auschwitz siano state giustiziate e sterminate almeno due milioni e mezzo di vittime, gasandole e bruciandole, e che un altro mezzo milione di individui sia morto di fame e malattia, per un ammontare di circa tre milioni di decessi». I moderni negazionisti dovrebbero rifletterci sopra. Kaltenbrunner fu impiccato, e Höss fu estradato in Polonia dove, in un carcere vicino a Cracovia, scrisse un lungo memoriale. L’11 Marzo 1947 comparve come imputato davanti alla Corte criminale di Varsavia. L’atto di accusa era di novantotto pagine: i reati più gravi, lo sterminio di trecentomila prigionieri russi e polacchi, e di quattro milioni di ebrei.

Fu un processo diverso dagli altri analoghi. Norimberga aveva giudicato i massimi gerarchi, sempre prudentemente lontani dai luoghi dei massacri. A Dachau venivano portati alla sbarra medici, giudici e altri funzionari minori. Gli alleati in realtà miravano essenzialmente a punire gli assassini dei loro prigionieri: in Italia, mentre Kappler e Reder, sottoposti alla nostra giurisdizione sfuggivano alla forca, gli americani fucilavano il generale Dostler, che aveva firmato l’esecuzione di un gruppo di commando catturato in divisa. Con Höss la vicenda era diversa. Qui si sarebbe visto in carne ed ossa il comandante del campo di sterminio più grande che la Storia avesse mai conosciuto: Auschwitz Birkenau, dove l’infernale catena di montaggio aveva incenerito, nell’estate del 44, diecimila persone al giorno. Dall’arrivo dei treni dei deportati fino al recupero dei denti d’oro delle vittime, e alla loro cremazione, tutto avveniva sotto la direzione vigile ed efficiente di Rudolf Höss. 

Lui viveva accanto al perimetro del campo, con la moglie e tre bambini. Coltivavano piante e fiori, anche per mitigare l’acre odore che usciva dagli incombenti camini. Era un padre tenero, e, al netto di qualche infedeltà, un marito premuroso: le sue ultime lettere incoraggiano i futuri orfanelli a curarsi della madre, «perché l’amore e la cura della mamma è la cosa più bella del mondo», e a «conservare un cuore buono, guidati da affetto e umanità». Si stenta a credere che tanta delicatezza si esaurisse tra le mura domestiche, per trasformarsi in gelida indifferenza davanti alle lunghe file di morituri. Eppure Höss non era uno schizofrenico dissociato: come molti suoi colleghi era convinto di due cose: che gli ordini andassero eseguiti, e che i nemici del Reich andassero fisicamente eliminati. Se poi tra questi figuravano vecchi, donne e neonati, ciò faceva parte del piano: il nemico non era l’ebreo con le armi in pugno, e nemmeno quello «plutocratico e usuraio». Era proprio il giudeo in quanto tale, una “razza” da sradicare con una macchina perfetta. E la macchina funzionò. Nelle sue memorie Höss descrisse con ordine e metodo le procedure di accoglimento, smistamento, e selezione dei nuovi arrivi: i pochi adatti, spediti allo sfruttamento delle residue energie fino alla morte. Gli altri, la maggioranza, direttamente intruppati verso le camere a gas. Poi l’accumulo dei corpi, la raccolta dei capelli e dell’oro delle dentiere, e infine la cremazione: un lavoro eseguito da altri internati, che pagavano questa breve e temporanea sopravvivenza con l’anticipazione della sorte che di lì a poco anche loro avrebbero subito.

In queste memorie non c’è traccia né di compiacimento né di rimorso. Sono pagine straordinariamente anodine, come il burocratico resoconto dei tempi e metodi di produzione industriale. Nei suoi interrogatori Hoss si disse consapevole della sua terribile opera, ed anche dispiaciuto di tanta morte. Il paradosso è che era sincero: personalmente non era un sadico, e a differenza di Mengele non gli piaceva veder morire. Nei rari film delle udienze, il suo volto non manifesta né il vergognoso rimorso di Hans Frank né lo sprezzante cinismo di Hermann Goering. È piuttosto pietrificato dalla rassegnazione: lui ammette di avere sbagliato, ma insiste di non aver avuto altra scelta.

La Corte fece quello che era giusto e prevedibile: lo condannò a morte per impiccagione. L’imputato ascoltò la sentenza con dignitosa compostezza: era un fanatico, non uno stupido, e sapeva perfettamente cosa lo aspettava. Non immaginava invece che il patibolo sarebbe stato eretto proprio ad Auschwitz, vicino al primo dei tanti forni che vi aveva fatto costruire. Il mattino del 16 Aprile 1947, davanti a un esiguo pubblico selezionato, Rudolf Höss salì sulla forca, e scambiò qualche parola con padre Tadeusz Zarembea, un prete locale di cui aveva chiesto la presenza. Mentre la botola si apriva, il sacerdote stava recitando una preghiera di perdono. Hanns Alexander, che lo aveva catturato, non perdonò né a lui né alla sua Patria di origine. Restituì la croce di ferro del padre, e si rifiutò di tornare in Germania anche per l’inaugurazione del museo di Bergen Belsen. «Non ho mai parlato della guerra con i miei bambini - disse - perché i bambini non devono esser cresciuti nell’odio. Ma io ne sono pieno». Visitando Auschwitz, se ne capisce il perché.

lunedì 24 febbraio 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 24 febbraio.

Il 24 febbraio 1920 a Monaco di Baviera nasce il partito Nazista.

La sconfitta della grande guerra fu pagata a caro prezzo dalla Germania, messa in ginocchio e ridicolizzata dai vincitori con il trattato di Versailles. Nonostante la proclamazione della Repubblica di Weimar, il Paese era disastrato dalla fame, dalla disoccupazione, con l’inflazione che raggiunse livelli talmente spaventosi da ridurre il marco a mera carta straccia. I tumulti di piazza, i disordini erano all’ordine del giorno e il governo appariva troppo debole per poter arginare la protesta e le insurrezioni che rendevano sempre più concreto, lo spettro di una rivoluzione filo-bolscevica.

In questo quadro angosciante e caotico, si ritrovò a convivere un reduce di guerra di origine austriache, Adolf Hitler, sconvolto da una sconfitta attribuibile, nei suoi pensieri, al tradimento degli ebrei e dei comunisti, da lui considerati i veri nemici del popolo tedesco.

Nel luglio 1919 il giovane Hitler entrò in contatto con il partito dei lavoratori tedeschi, un piccolo gruppo nazionalista di estrema destra guidato da Anton Drexler, che traeva le proprie origini da circoli e sette esoteriche come la Thule e dall’influenza di tetri e enigmatici personaggi come Dietrich Eckart, Karl Haushofer, Helena Petrovna Blavatsky, Jorg Lanz Von Liebenfels, tutti fattori che hanno contribuito a creare un macabro alone di mistero e di occulto, circa presunti lati oscuri del nazional-socialismo e circa il suo legame con il mondo del paranormale.

Dopo aver scritto nel settimanale del partito, il Völkischer Beobachter di Monaco e dopo aver esposto, il 24 febbraio 1920, in una birreria di Monaco (la "Hofbräuhaus"), in venticinque punti, il suo programma, fondato su teorie razziali, il 10 luglio 1921 Adolf Hitler fu nominato capo del movimento che era stato ribattezzato "partito nazional-socialista dei lavoratori tedeschi"; l’emblema della formazione divenne la svastica, un’ antica immagine della tradizione indoeuropea simboleggiante la fortuna, nota nella religione nordica per essere legata al Sole e rappresentante Thor, il Dio del Fulmine; nelle teorie occulte della Blavatsky, la svastica era il simbolo esoterico più importante, da lei indicato come l’emblema della razza ariana.

Il partito fu anche organizzato militarmente, attraverso la nascita delle SA (squadre d’assalto), i gruppi paramilitari nazisti, diretti dal comandante Ernst Rohm, che vennero impiegati da Hitler e dai suoi seguaci, nel cosiddetto putsch di Monaco, il fallito colpo di stato del novembre 1923, che provocò l’arresto del futuro fuhrer e la sua condanna a cinque anni di reclusione nel carcere di Landsberg; nella realtà la prigionia durò meno di un anno e fu proprio durante la sua detenzione che Hitler dettò al fedele amico Hess, camerata della prima ora, il "Mein Kampf", la bibbia della dottrina nazional-socialista ove furono esposti i principi cardine di un’ideologia fondata sulla necessità di garantire alla razza ariana la giusta espansione verso i territori orientali ed il dominio sui popoli inferiori tra cui, in primis, quello ebraico, considerato la causa di tutti i mali e, come tale, da eliminare; nel "Mein Kampf, la storia è vista nell’ottica di una guerra, nella quale le razze superiori sottomettono quelle inferiori, attraverso la necessaria costituzione di uno stato fortemente autoritario, volto a creare le basi per la creazione di una società razziale.

Uscito dal carcere, in seguito ad amnistia, Hitler riorganizzò il partito che, nel giro di pochi anni sarebbe, tragicamente, passato dall’anonimato delle elezioni del 1925, agli 800 mila voti e 12 deputati nel 1928 e ai sei milioni e mezzo con 107 deputati del 1930, grazie alla veemente arte oratoria del suo capo, che colpiva profondamente l’animo frustrato dei tedeschi, umiliati dalle condizioni di Versailles, con discorsi invocanti la nascita di una grande Germania, votata alla rivincita.

Nonostante i consensi ottenuti e l’appoggio, finanziario, dei grandi industriali, il partito nazional-socialista venne sconfitto alle elezioni presidenziali della primavera 1932 dal vecchio maresciallo Hindenburg ma, ciononostante, grazie alle divisioni dello schieramento avversario, ad abili mosse politiche e a delicati meccanismi di alleanza, Adolf Hitler fu nominato, il 30 gennaio 1933, dallo stesso Hindenburg, cancelliere del reich; il primo atto di una storia fatta di orrori e sofferenze era stato dunque scritto.

venerdì 22 novembre 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 22 novembre.
Il 22 novembre 2005 Angela Merkel diventa la prima cancelliera donna della Germania.
Angela Dorothea Kasner - questo è il suo nome completo da nubile - nasce ad Amburgo il 17 luglio 1954. Poche settimane dopo si trasferisce ma già tre settimane dopo venne portata a Quitzow, piccolo paesino di trecento abitanti nella regione di Prignitz, nel Brandeburgo (Repubblica democratica tedesca). Lì il padre Horst Kasner aveva ricevuto il suo primo incarico di pastore dopo gli studi di teologia ad Amburgo. Tre anni dopo la famiglia si trasferisce a Templin, nella regione di Uckermark.
Durante i primi cinque mesi di vita di Angela quasi 200.000 cittadini avevano compiuto un percorso inverso, fuggendo dallo Stato socialista. Tuttavia nella RDT vi era una grande carenza di pastori e alcuni prelati si spostavano volontariamente da ovest verso est.
Il pastore sarà definito "Kasner il rosso", per via dei suoi tentativi di dialogare con il regime della RDT. Si intuisce così come la politica e i temi sociali siano stati fin dall'infanzia, pane quotidiano per Angela.
Studentessa eccezionale, si iscrive alla facoltà di Fisica a Lipsia nel 1973. Durante questi anni dimostra inoltre le sue potenzialità come leader: è iscritta all'organizzazione giovanile comunista della SED (FDJ) e ricopre anche incarichi direttivi.
Conseguita la laurea nel 1978, la svolta dell'attivismo politico arriva soltanto alla fine del 1989, alcuni giorni prima di Natale, quando ormai il regime comunista era finito. Dopo aver inizialmente guardato con scarso interesse alla PDS - il partito del socialismo democratico costituito nella Germania dell'Est nel 1989 - aderisce al Demokratischer Aufbruch (Risveglio democratico), un partito politicamente ben radicato che alcuni mesi dopo si allea con la CDU nell'ambito della "Alleanza per la Germania" per le prime - e allo stesso tempo ultime - elezioni libere della Camera nella RDT.
Quella che segue è carriera politica in rapida ascesa: prima è vice portavoce del governo dell'ultimo governo della RDT sotto Lothar de Maizière, poi deputata del Bundestag, ministro per le Donne e la Gioventù, ministro dell'Ambiente, quindi, dopo le elezioni perse dalla CDU/CSU, segretario generale nonché presidente del partito e del gruppo parlamentare della CDU.
L'irresistibile ascesa di Angela Merkel è dovuta almeno in parte nella caparbietà e ostinazione con cui persegue gli obiettivi. La sua forte volontà di conquistare il potere - aspetto che condivide con i cancellieri Helmut Kohl e Gerhard Schröder - si intreccia con la necessità di dimostrare di essere migliore degli altri. Altra ragione del suo successo è il modo in cui affronta le sfide. Talento di questa "scienziata della natura" è la sua grande razionalità, che contraddistingue anche il suo stile politico. La soluzione dei problemi, per la Merkel, trova concretezza dall'applicazione di criteri di efficienza. Filoamericana, nel 2002 Angela Merkel si è espressa a favore della politica americana in Iraq, tanto che le sue dichiarazioni l'hanno fatta dipingere dai media tedeschi, come una "americana in Germania".
Pupilla di Helmut Kohl, è diventata nuovo cancelliere tedesco dopo le elezioni del 2005, succedendo a Gerhard Schröder. Angela Merkel viene poi rieletta nel 2009. Si riconferma vincendo le elezioni del settembre 2013, sfiorando addirittura la maggioranza assoluta.

mercoledì 9 novembre 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 9 novembre.
Il 9 novembre 1918 in Germania viene proclamata la cosiddetta Repubblica di Weimar.
Nella Germania duramente provata dalla guerra perduta e dalla pace imposta e gravata dall’obbligo di pagare enormi danni di guerra, si scatenò un’ondata di lotte sociali, avviate dai marinai di Kiel nel 1918, che sembrava destinata a concludersi con una rivoluzione di tipo sovietico. Nel novembre del 1918 il Kaiser Guglielmo II abdicò e fuggì in Olanda e venne proclamata la Repubblica di Weimar. Nel 1919 l’estrema sinistra (Spartakusbund) diede origine ad un nuovo tentativo di rivoluzione, che fu soffocato nel sangue, con una dura repressione, continuata fino al 1922. Negli anni tra il 1923 e il 1928 i partiti conservatori (centro cattolico, Partito popolare, Partito nazional – popolare, Partito democratico) rimasero ininterrottamente al governo, mentre i socialdemocratici (Spd) videro gradatamente diminuire la loro influenza nel paese. I partiti di sinistra non riuscirono a mobilitare le masse lavoratrici per una trasformazione sociale che appariva sempre meno convincente e i comunisti accentuarono la polemica con la Spd, accusandola di complicità con la borghesia reazionaria. Cresceva così lo scontento e il disorientamento dei ceti popolari, l’inflazione toccava livelli altissimi e aumentavano i tentativi dei militari per imporre un regime forte.
I prezzi galoppano. Già dalla guerra si sentivano gli effetti di una inflazione abbastanza consistente e preoccupante. Per pagare gli enormi costi della guerra, il governo tedesco comincia a fare ciò che fanno tutti i governi, quando non sanno più come affrontare una montagna di spese incontrollabili: stampava più banconote, con le conseguenze facilmente prevedibili. Questa inflazione, a partire dal 1922, comincia rapidamente ad aggravarsi. Il denaro perde di valore a vista d'occhio. Prima si paga pane, latte e patate con alcune migliaia di marchi, poi si passa ai milioni, per infine arrivare a miliardi e addirittura a migliaia di miliardi di marchi.
Il valore di un dollaro a gennaio del 1923 era di 35.000 marchi. A luglio dello stesso anno valeva 350.000 marchi, ad agosto 4,6 milioni, ad ottobre 25 miliardi di marchi, a dicembre 4.000 miliardi di marchi.
Gli operai vengono pagati ogni giorno, dall'ufficio paga corrono subito verso il mercato per spendere tutto e subito, perché un'ora più tardi i prezzi potevano essere già raddoppiati e il giorno dopo le stesse banconote non valevano più nulla. 200 fabbriche di carta stampano, giorno e notte, nuove banconote, francobolli e altri valori con sopra delle cifre sempre più astronomiche.
Gli uomini d’affari americani, puntando sulla capacità produttiva tedesca e sulle garanzie sociali che offrivano i governi conservatori, decisero di dirottare in Germania grandi investimenti. Questo portò una momentanea ripresa economica, favorita anche dal ministro degli esteri Gustav Stresemann che riuscì ad ottenere dai vincitori la possibilità di rateizzare il pagamento dei danni di guerra e di far ammettere la Germania nella Società delle nazioni. Il rilancio produttivo favorì le potenti concentrazioni industriali dell’acciaio, della chimica e della gomma; la disoccupazione veniva in parte assorbita e il tenore di vita dei lavoratori e della piccola borghesia ricominciava a crescere, si era però creata una forte dipendenza dai capitali americani, così, quando, nel 1929, il crollo della borsa di New York aprì la gravissima crisi economico finanziaria negli USA, in Germania si ebbero forti ripercussioni. Si aprì una crisi delle banche seguita dal fallimento delle piccole imprese. I disoccupati aumentarono immediatamente ed esplosero le manifestazioni delle sinistre e dei sindacati con l’occupazione delle fabbriche. Le preferenze di larghi settori sociali si spostarono verso l’estrema destra rappresentata dal Partito nazionalsocialista, fondato da Adolf Hitler a Monaco di Baviera nel 1920, che annuncia un programma di risanamento economico, ottenendo il consenso della piccola borghesia, l’appoggio del grande capitale tedesco e garantendo l’ordine con un’efficientissima organizzazione paramilitare, le camicie brune (Sa). Pertanto, di fronte alla crisi economica e al pericolo che le sinistre ritornassero a dominare le piazze, gli esponenti degli industriali, agrari e banchieri decisero di riunirsi nella cittadina di Harzburg per costituire un fronte. Secondo il fronte di Harzburg, per risolvere la questione economica occorreva uno stato forte e militarizzato; quindi il grande capitale tedesco decise di appoggiare il partito nazista di Hitler perché si presentava come il più determinato e organizzato.
Hitler fu nominato cancelliere nel gennaio del 1933 dopo che il suo partito aveva ottenuto la maggioranza relativa alle elezioni del 1932 e in seguito all’incendio della sede del Reichstag (organizzato dai nazisti ma attribuito ai comunisti) ottenne i pieni poteri dal parlamento. Dopo aver decretato la fine della repubblica di Weimar, furono messe fuori legge tutte le opposizioni e veniva riconosciuto come unico partito quello nazista; si imponeva così un regime totalitario fondato sul terrore che impose ai tedeschi drastiche limitazioni dei diritti politici e civili.

sabato 1 ottobre 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il primo ottobre.
Il primo ottobre 1982 Helmut Kohl subentra a Helmut Schmidt nel cancellierato tedesco, attraverso un voto di "sfiducia costruttiva".
In Italia, nel dibattito sulle riforme istituzionali, si fa spesso cenno al cosiddetto "modello tedesco" di "cancellierato", e all'istituto della "sfiducia costruttiva" (presente, peraltro, anche nella più giovane democrazia spagnola).
In Germania, il Governo federale è composto dal Cancelliere e dai ministri. Il primo riceve - a differenza del presidente del Consiglio italiano - una fiducia "ad personam". Infatti, "il Cancelliere viene eletto senza dibattito dal Bundestag (l'equivalente della nostra Camera dei deputati), su proposta del Presidente federale". Il Capo dello Stato, infatti, "propone" che sia eletto Cancelliere il leader che riesce ad aggregare una coalizione possibilmente maggioritaria al Bundestag (l'altro ramo del Parlamento, il Bundesrat, è una sorta di "Camera delle regioni" e non può "investire" o "licenziare" il Cancelliere e il Governo federale). Il Bundestag, quindi, vota sul nome del Cancelliere proposto dal Capo dello Stato. Se il designato ha i voti della maggioranza dei membri del Bundestag è eletto. Diversamente, se l'elezione non va a buon fine, entro quattordici giorni il Bundestag nomina il Cancelliere, sempre col voto favorevole della maggioranza dei deputati. Infine, se entro il termine previsto non è avvenuta l'elezione, il Bundestag si riunisce per votare ancora: stavolta, è eletto chi ha il maggior numero di voti. Se l'eletto "riunisce su di sé i voti della maggioranza" dei deputati, il Capo dello Stato lo nomina Cancelliere entro una settimana, altrimenti il Presidente federale può procedere alla nomina, oppure sciogliere il Bundestag.
Il Cancelliere tedesco ha più poteri del presidente del Consiglio italiano, in particolare riguardo alla nomina dei ministri. Mentre nel nostro paese il presidente del Consiglio non può revocare i ministri - i casi più eclatanti si ebbero durante il secondo governo Spadolini (1982) e durante il governo Dini (1995) - in Germania "i ministri federali vengono nominati e revocati dal Presidente federale su proposta del Cancelliere". Spetta al Cancelliere determinare "le direttive politiche" dell'Esecutivo. Cancelliere e ministri non possono "esercitare nessun altro ufficio remunerativo, nessun mestiere o professione, così come non possono appartenere alla direzione, né - senza l'approvazione del Bundestag - al consiglio d'amministrazione di una impresa istituita a scopo di guadagno" (art. 66).
Una volta delineato il meccanismo di scelta e d'elezione del Cancelliere, passiamo ad esaminare il processo che conduce alla mozione di "sfiducia costruttiva". Si è detto, innanzi tutto, che il Cancelliere riceve un voto di fiducia personale. Così, quando il rapporto fiduciario col Bundestag viene meno, la "revoca" colpisce il Cancelliere (e, ovviamente, di conseguenza, i suoi ministri). Tuttavia, il "licenziamento" non è semplice. Infatti, "il Bundestag può esprimere la sfiducia al Cancelliere federale soltanto quando elegge a maggioranza dei suoi membri un successore e chiede al Presidente federale di revocare il Cancelliere federale". Fatto ciò, il Capo dello Stato deve aderire alla richiesta e nominare il nuovo eletto. Nella storia della Germania del secondo dopoguerra, un vero cambio di maggioranza determinato da un nuovo assetto di coalizione si è avuto soltanto con la fine dell'alleanza Spd-Liberali che condusse alla revoca di Helmut Schmidt e alla nomina di Helmut Kohl (alla guida di una coalizione formata da democristiani e liberali).
La "sfiducia costruttiva", in sintesi, richiede:
a.     il consenso della maggioranza dei deputati;
b.     l'indicazione del nuovo Cancelliere.
Anche il Cancelliere può, come il presidente del Consiglio italiano, chiedere ai deputati di esprimergli un voto di fiducia. Se la richiesta del Cancelliere riceve un numero di consensi minore rispetto alla metà più uno dei componenti del Bundestag, il Capo dello Stato (Presidente federale) può, su proposta dello stesso Cancelliere, sciogliere le Camere entro 21 giorni. Se però il Bundestag elegge - a maggioranza assoluta - un nuovo Cancelliere, lo scioglimento è revocato.
La carica di Cancelliere dura, di norma, per l'intera legislatura, e termina "in ogni caso" alla prima riunione del nuovo Bundestag. Tuttavia, "su richiesta del Presidente federale, il Cancelliere federale è obbligato a continuare a svolgere le sue funzioni fino alla nomina del suo successore".

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