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mercoledì 15 luglio 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 15 luglio 1799, nei pressi della città di Rosetta (l'attuale Rashid), il capitano francese Pierre-François Bouchard, dell'esercito di Napoleone, rinveniva una lastra in basalto parzialmente rovinata con delle incisioni antiche.
Se oggi siamo in grado di leggere i geroglifici è grazie a questa stele nera.
Al seguito dell’imperatore viaggiavano scienziati con l’incarico di scoprire e studiare i resti delle antiche civiltà egiziane. Fra gli oggetti raccolti durante la spedizione napoleonica c’era questo blocco di basalto su cui era incisa una dedica al faraone Tolomeo V Epifore in tre differenti caratteri: geroglifica, la prima scrittura usata in Egitto, demotica e in lingua greca, parlata dalla dinastia regnante, e che ebbe grande importanza per interpretare la scrittura egiziana.
Poiché la pietra fu ritrovata presso la città di Rosetta, sul Nilo, venne chiamata Stele di Rosetta.
Le due grandi personalità che si impegnarono nel lavoro di decifrazione della stela furono il fisico inglese Thomas Young e il linguista francese Jean-Francois Champollion.
Nel 1819 Young era più avanti rispetto al suo rivale francese, aveva infatti già decifrato il testo demotico, identificando i simboli per Cleopatra e Tolomeo.
Qualche anno dopo, nel 1822, tramite accurati confronti con altri testi, Champollion (vero genio linguistico che cominciò lo studio delle lingue orientali ad undici anni, conoscendo già quelle europee diventando professore a diciannove), fu in grado di decifrare i geroglifici basandosi su un’altra lingua utilizzata nel tardo egizio, il copto, e capì di essere di fronte a più tipi di geroglifici con diverse funzioni: scoprì la base del sistema di scrittura geroglifica.
Nella sua riuscita fu determinante una scoperta successiva avvenuta nel 1815, quando furono rinvenuti nell’isola di Philae due piccoli obelischi: una seconda stele con un doppio testo geroglifico e greco, e una con il nome di un altro faraone, Tolomeo (Evergete II), con la consorte Cleopatra III . Lo scienziato, leggendo il testo greco, aveva notato che per otto volte ricorreva un anello ovale chiamato cartiglio, contenente numerosi geroglifici insieme a due segni che non vengono letti: uno determinativo che indica la categoria maschile o femminile cui il nome appartiene e un altro indicante la desinenza dello stesso. Champollion mise in ordine le lettere del nome di Tolomeo, osservando la posizione degli ideogrammi, sotto i corrispondenti segni del cartiglio e potè comprendere ad ogni segno quale lettera del nostro alfabeto corrispondessero. Lo stesso fece per Cleopatra, l’altro nome raffigurato.
Percepì dunque che per ciascun geroglifico non corrispondeva necessariamente una parola. Dedusse che essi non erano ne pittogrammi ne ideogrammi, in quanto non rappresentavano esclusivamente oggetti o concetti, ma all’interno di un identico testo potevano avere sia valore simbolico sia fonetico. In seguito Champollion trascrisse un alfabeto che pubblicò nel suo libro "Le Lettre à M. Dacier" ponendo così le basi per la nascita della scienza dell’egittologia moderna.
La Stele di Rosetta, di cui una copia fedele si trova murata nella grande sala del pianterreno del Museo Egizio del Cairo, è tuttora in possesso del British Museum di Londra, a dispetto delle reiterate richieste di restituzione da parte delle autorità egiziane di competenza.
Gli argomenti contro la sua restituzione sono gli stessi di quelli a cui gli Inglesi si affidano per i Marmi di Elgin. “Può dare il suo massimo” nella sua attuale sede, dove è vista in un contesto storico di dimensioni molto ampio. Essendo la punta di diamante della collezione egiziana del British Museum, se fosse riportata al Museo del Cairo, che ha meno della metà del numero dei visitatori del British Museum, sarebbe vista da meno persone.
I geroglifici consistono di tre tipi di caratteri: caratteri fonetici, inclusi quelli di un unico fonema, come un alfabeto, ma anche molti caratteri rappresentanti una o più sillabe; ideogrammi, rappresentanti una parola; determinativi, i quali indicano la categoria semantica della pronuncia di una parola senza specificarne il significato preciso.
La scrittura geroglifica consta di 24 caratteri principali (simboli per un singolo fonema), ai quali si aggiungono molti più segni biconsonantici (simboli per due fonemi combinati). Vi sono anche segni triconsonantici (tre fonemi), anche se sono meno comuni degli altri. In totale la scrittura geroglifica consta di più di 6900 caratteri, compresi raggruppamenti e varianti.
L'orientamento dei segni geroglifici può essere in linea od in colonna. I geroglifici scritti in orizzontale possono essere letti in maniera destrorsa o sinistrorsa secondo l’orientamento delle figure descritte (se sono rivolte a destra la lettura è da destra verso sinistra). Nel caso fossero disposti verticalmente vanno letti dall’alto verso il basso. Anche nel caso di più simboli presenti in una stessa riga e disposti "uno sopra l'altro", vanno letti dall'alto verso il basso
Siccome il sistema di scrittura egizio non trascriveva le vocali, la maggior parte di esse è oggi ignota e la lettura è aiutata dall’aggiunta di una e interconsonantica puramente convenzionale. Per esempio: nfr -> nefer = bello, buono.
domenica 31 maggio 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 31 maggio 1278 a.C., o più correttamente il quinto giorno del secondo mese di Shemu (la stagione della siccità), il figlio del faraone Sethi I salì al trono con il nome di Ramses (o Ramsete) II.
Ramsete II è considerato il più grande e potente faraone della storia egizia. Salito al trono ventenne, Ramsete regnò per più di 60 anni. È ricordato come un grande comandante militare, ma anche per i grandi programmi di costruzioni pubbliche. Inoltre fondò una nuova capitale, la città di Pi-Ramses. Alcuni storici ritengono che il faraone antagonista di Mosè sia proprio lui.
Dal momento che l'Egitto era appena uscito da un periodo di declino, il padre di Ramsete, Sethi I, aveva dovuto passare molto tempo a sedare rivolte nelle province in Asia. Gli Ittiti, originari dell'Asia Minore, stavano estendendo il loro potere verso sud, e le due grandi civiltà si disputavano da tempo il controllo della Siria e della Palestina. Il giovane Ramsete accompagnò suo padre in alcune di queste campagne e all'età di 10 anni ricevette il grado di capitano. È quasi certo che il significato di questa cerimonia fosse solo simbolico, ma dimostra che certamente il ragazzo aveva cominciato l'addestramento militare da giovanissimo. In seguito alla morte del padre Ramsete salì al trono. Aveva poco più di 20 anni.
Quattro anni dopo condusse un'armata a nord per riconquistare le province ribelli che suo padre non era stato in grado di riconquistare. La campagna apparentemente fu un successo; l'esercito avanzò sino a Beirut.
L'anno successivo Ramsete attaccò la roccaforte ittita di Kadesh. La battaglia di Kadesh è una delle pochissime di quell'epoca di cui ci siano giunti resoconti. Ritenendo che la cittadella fosse stata abbandonata, Ramsete si avvicinò senza troppa cautela e cadde nell'agguato di un grande contingente di carri nascosti dietro le fortificazioni. Per quanto alla fine sia riuscito a ottenere una vittoria risicata, l'esercito ne risultò così indebolito che dovette ritirarsi in Egitto, lasciando il forte in mano ittita. Ramsete continuò a combattere gli Ittiti per altri 12 anni e riportò anche qualche vittoria tattica, ma non fu in grado di mantenere il controllo delle terre disputate.
Oltre alla guerra contro gli Ittiti, Ramsete organizzò campagne contro la Nubia e la Libia, estendendo il suo dominio verso ovest e sud. Ma queste furono imprese meno importanti, perché questi nemici non minacciavano in alcun modo la sopravvivenza dell'Egitto.
Dopo 21 anni di regno Ramsete arrivò finalmente alla conclusione che era inutile continuare a combattere, così acconsentì a firmare la pace con gli Ittiti. Questo è il più antico trattato di pace a noi pervenuto. È interessante notare che ne sono state redatte due versioni: quella egizia afferma che furono gli Ittiti a chiedere la pace, in quella ittita invece si dice che la prima mossa verso la conclusione delle ostilità provenne dagli Egizi.
Sembra che questo trattato sia riuscito a stabilizzare con successo i confini tra le due grandi potenze, perché durante il regno di Ramsete non ci furono altri scontri tra Egizi e Ittiti.
All'inizio del suo regno Ramsete spostò la capitale da Tebe verso nord, in una cittadina sul delta del Nilo che ribattezzò "Pi-Ramses". La nuova posizione era più vicina alle sue terre natali, ma soprattutto alle irrequiete province settentrionali e al pericoloso confine con il regno ittita. In pochi anni il villaggio, prima tranquillo e sonnolento, fu trasformato in un importante centro di governo e di produzione di armi. La città fu impreziosita da un grande palazzo e diversi templi, oltre che da numerose statue e altri abbellimenti.
Pi-Ramses fu abbandonata molto tempo dopo il regno di Ramsete. Per molti secoli la sua locazione precisa andò perduta, ma di recente gli archeologi hanno scoperto delle rovine che potrebbero appartenere all'antica capitale.
Durante il suo regno Ramsete diede il via alla costruzione di molti lavori pubblici in tutto l'Egitto. Molti erano templi e monumenti, ma non mancarono i depositi, gli edifici governativi, gli acquedotti e così via. Ramsete comprese l'importanza della propaganda e per questo coprì l'Egitto di statue e bassorilievi che lo rappresentavano, spesso modificando i ritratti di faraoni precedenti affinché portassero il suo nome e le sue fattezze (e ordinando agli scultori di incidere la sua immagine in profondità, in modo che i successori non potessero fare lo stesso con lui).
Molti storici ritengono che Pi-Ramses sia la "Raamses" menzionata nel Vecchio Testamento, una delle città d'oro costruite dagli Israeliti durante la cattività in Egitto. Alcuni ritengono che Ramsete sia proprio il faraone citato nell'Esodo, il monarca che Mosè dovette affrontare per ottenere la liberazione del suo popolo. Questo aspetto, comunque, è ancora oggetto di dibattito (in particolar modo dal momento che Ramsete II visse a lungo e non morì certamente annegato nel Mar Rosso).
Ramsete morì all'età di 90 anni. Fu seppellito in una tomba nella Valle dei Re, ma in seguito fu trasferito in una località segreta. Il suo corpo fu scoperto alla fine del XIX secolo e oggi è in esposizione al Museo egizio del Cairo. È difficile immaginare se il faraone si sentirebbe oltraggiato da un simile affronto o lusingato da tanta pubblicità.
Ramsete II regnò per circa 66 anni, il secondo regno più lungo della storia egizia. Rafforzò i confini del suo impero e stipulò un trattato di pace di grande successo con i suoi più acerrimi nemici, gli Ittiti. È chiaro che ebbe a cuore il benessere del suo popolo, dato che spese gran parte dei suoi tesori per finanziare enormi opere pubbliche. Oggi gli egiziani lo considerano il più grande faraone della storia, un'opinione che è difficile criticare.
domenica 13 luglio 2025
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 13 luglio.
Il 13 luglio 1709, a Colonia, viene fondata la prima fabbrica moderna di profumo del mondo.
Dalla notte dei tempi il profumo svolge numerose funzioni, che qui possiamo raggruppare in sette classi:
- la funzione sacra (mette in rapporto la persona con gli dei attraverso gli aromi impiegati nei riti sacri, nelle imbalsamazioni o durante le offerte);
- la funzione seduzione (arma invisibile per piacere);
- la funzione aristocratica (è stato per lungo tempo prerogativa di pochi);
- la funzione piacere (dona un carattere particolare a chi lo indossa);
- la funzione vitalità (nell'antica Grecia dava forza e fiducia agli atleti);
- la funzione identità (evoca una persona anche quando non c'è, oppure aiuta a ricordare eventi passati);
- la funzione benessere e medica (attraverso l'aromaterapia).
Il termine "profumo" proviene dal latino per fumum, che significa letteralmente "attraverso il fumo". L'origine etimologica, quindi, va ricercata nell'utilizzo di alcuni oli e aromi essenziali, come l'incenso, che venivano bruciati in offerta a dei e antenati.
Presso le civiltà antiche le fumigazioni erano praticate a fini sacri, per inviare messaggi al cielo, come vettori delle orazioni rivolte agli dei o alle persone care scomparse. Ancora oggi costituiscono un supporto per la preghiera, per la meditazione e come pratica purificatrice in tutti i maggiori culti religiosi. L'esecuzione della fumigazione è tutt'oggi alla base della moderna aromaterapia.
Non si può datare con certezza la nascita del profumo, anche se l'archeologia ci fa sapere che accanto all'utilizzo del profumo come intermediario fra l'uomo e gli dei, quasi subito esso fu usato come strumento di seduzione e per la cura del corpo.
Alcune ricerche condotte a Pyrgos, nell'isola di Cipro, hanno scoperto quella che si crede la più antica fabbrica di profumi del Mediterraneo. Durante gli scavi, iniziati nel 1997 e durati otto anni, sono stati rinvenuti reperti risalenti al XX secolo a.C. di una fabbrica adibita alla produzione d'olio d'oliva e al suo impiego nei settori cosmetico, medico-farmaceutico e tessile. La varietà delle essenze messe sul mercato dalla "preistorica ditta" era davvero ampia per quei tempi: mirto, lavanda, cinnamomo, rosmarino, origano, alloro, coriandolo, prezzemolo, mandorla amara, camomilla e anice.
E' l'antico Egitto, però, a fornirci la prima vera testimonianza dell'utilizzo del profumo. Qui il profumo è sempre presente nei templi e nei rituali religiosi: purifica il corpo e la mente della persona in vita ed è parte integrante del rito dell'imbalsamazione dei defunti. Per gli egizi i profumi sono soprattutto l'emanazione del "sudore divino", ciò che unisce il popolo alle divinità.
Al significato magico-sacrale se ne somma poi uno più profano, legato all'arte del sedurre. Le donne egizie si spalmavano sul corpo balsami e oli profumati, distribuivano sui capelli pomate aromatiche. La regina Cleopatra esaltava il proprio fascino e la propria bellezza con unguenti e oli profumati. Fu lei ad accogliere Marco Antonio, al loro primo incontro d'amore, in una stanza cosparsa di petali di rosa dove bruciavano incensi ed erbe aromatiche.
Il profumo più utilizzato dai faraoni e dalle loro consorti è il Kyphi, un composto formato anche da più di cinquanta essenze. Plutarco scrisse che il Kyphi aveva il potere di «favorire il sonno, aiutare a fare dei bei sogni, rilassare, spazzare via le preoccupazioni quotidiane, dare un senso di pace».
Tra i numerosi ingredienti utilizzati in questa antica fragranza, erano presenti il pistacchio, la menta, la cannella, il ginepro, l'incenso e la mirra. L'incenso (Boswellia sacra) e la mirra (che si ricava dalla Commiphora burseraceae) erano le due resine più note nell'antichità.
Accanto al valore religioso e sociale, i profumi nell'antico Egitto assunsero anche un rilievo diplomatico: le essenze profumate erano molto preziose e i faraoni ne facevano dono ai sovrani alleati.
Più tardi i profumi entrarono nell'uso quotidiano anche di nobili, funzionari e cortigiani. Fu così che gli schiavi ebrei vennero a conoscenza di alcune formule, dedicandosi, una volta liberi, alla produzione e al commercio di questi prodotti aromatici. Tuttavia, presso il popolo ebraico l'utilizzo delle essenze profumate era già diffuso. Anzi, nella mistica ebraica l'odorato è descritto come l'unico senso che dà piacere all'anima, mentre tutti gli altri sensi danno il piacere al corpo: quindi il profumo avvicina a Dio, ma è anche segno di onore e di riconoscenza.
Il ruolo sacro dei profumi è definito nelle Sacre Scritture, in particolare nel Libro dell'Esodo. Dio aveva ordinato di costruire un altare sul quale offrirgli profumi. «Il Signore dice a Mosè: "Procurati balsami: storace, onice, galbano come balsami e incenso puro: il tutto in parti uguali. Farai con essi un profumo da bruciare, una composizione aromatica secondo l'arte del profumiere. Ne ridurrai una parte in minutissima polvere, e ne porrai davanti alla Testimonianza nella tenda di convegno, dove io m'incontrerò con te. Cosa santissima sarà da voi ritenuta» (Es. 30, 34-36).
Nel Tempio di Gerusalemme l'offerta dei profumi aveva un ruolo predominante. Allo Yom Kippùr (la ricorrenza religiosa ebraica che celebra il giorno dell'espiazione), il Sommo Sacerdote entrava nel Santo dei Santi (il luogo dove si trova la Torah, il rotolo della Legge) con il turibolo dei profumi da bruciare, i timiati, composti da una mistura a base d'incenso.
Presso gli Ebrei il profumo è utilizzato sotto forma di preparati unguentarii (detti puk), di oli profumati, di polveri e di sacchetti di erbe aromatiche portati addosso o messi fra i vestiti.
Un'altra testimonianza la troviamo nel Vangelo: «Poiché era nato Gesù a Betlemme di Giudea, ai tempi del re Erode, ecco che dei Magi venuti dall'Oriente arrivarono a Gerusalemme. Entrando nella casa, videro il bambino con Maria, sua madre, e, prostrati, lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra» (Mt. 2, 11). Tre dunque sono i doni che gli astrologi babilonesi offrirono al Cristo: l'oro che si dona ai re, l'incenso un omaggio a Dio, la mirra - aroma funerario - un riferimento alle sue qualità umane.
L'arte di miscelare gli aromi si diffuse anche in Occidente, in Grecia e a Roma. Fin dall'epoca Cretomicenea (1500 a.C.), i Greci credevano nell'esistenza di esseri divini rivelati dagli aromi e dai profumi.
Malgrado il veto morale di Socrate, i profumi erano talmente apprezzati da essere considerati creazione degli stessi dei. Per questo, presso questo popolo, accanto all'importanza delle essenze profumante nelle celebrazioni del culto, il profumo era legato a tutti i passaggi della vita: la nascita, il matrimonio, la morte erano tutte accompagnate da fumigazioni e unzioni profumate dalle virtù purificatrici e sacre.
I Greci sono passati alla storia anche per il culto della bellezza plastica e della conseguente cura per l'igiene del corpo. L'importanza attribuita al profumo è confermata dal famoso Trattato degli odori di Teofrasto (discepolo prediletto di Aristotele), testo base della profumeria antica. Già in quest'epoca si scoprono le virtù terapeutiche degli euodia, gli odori buoni. Per esempio, i Greci credevano che cingere il capo con coroncine di rose o di mirto mitigasse le emicranie, in particolare quelle provocate da eccessive libagioni. Ippocrate esaltò dei rimedi a base di salvia, di malva e di cumino somministrati sotto forma di suffumigi, frizioni e bagni.
Tra le preparazioni profumate degli antichi Greci ricordiamo il kipros, a base di menta e bergamotto, e il susinon a base di giglio.
Anche i Romani, da principio avversi a queste frivolezze, furono contagiati dall'amore per i profumi e gli unguenti. Inizialmente legati al culto religioso, le essenze profumate passarono all'uso personale o d'ambiente: i Romani preparavano unguenti, acque aromatiche, profumi, pastiglie e polveri odorose. Dalla Repubblica all'Impero, i profumi conobbero un successo formidabile, a tal punto che, come racconta Petronio nel Satyricon, i banchetti erano vere e proprie "orge olfattive".
Caduto l'Impero Romano, in Europa l'arte della profumeria conobbe un periodo di decadenza. Questo si deve anche al Cristianesimo che, con i suoi austeri costumi, riservò la pratica dell'uso delle essenze profumate al solo culto religioso. Sarà solo nel XIII secolo, alla fine delle Crociate, che il profumo farà ritorno stabilmente in Europa.
Ma fu in Oriente che il commercio di aromi e spezie conobbe un grande sviluppo. La scoperta dell'arte della distillazione dà un enorme impulso al mercato dei profumi. Gli Arabi non sono gli inventori di questa tecnica ma l'hanno raffinata e diffusa.
Nel X secolo, il celebre medico arabo Avicenna scoprì come distillare l'Acqua di rose dai petali della rosa centifolia. Non solo, nelle sue opere citò spesso nuove lozioni aromatiche e oli profumati. Tuttavia non si trattava ancora di soluzioni alcoliche, in quanto l'alcol era proibito dal Corano. Fu l'Istituto Superiore delle Scienze di Salerno, intorno all'anno Mille, a sostituire l'olio con l'alcol come eccipiente del profumo.
I Greci distillavano utilizzando l'àmbix (il vaso o la coppa forniti di un piccolo canale), gli arabi aggiunsero l'articolo e lo strumento divenne al-ambicco (al-ibniq).
I monaci benedettini al seguito delle armate cristiane in Terra Santa, carpirono dai manoscritti arabi i segreti della distillazione. I testi trafugati furono tradotti in latino presso le scuole di Salerno e Santiago di Compostela e da queste scuole uscirono i primi mastri distillatori (di essenze, ma anche di bevande). Grazie alle Crociate si importano dall'Oriente anche aromi ed essenze nuove.
Il primo profumo moderno in soluzione alcolica fu preparato in Ungheria nel 1370 da un monaco esperto di chimica. Il profumo, noto come Eau de Hongrie ("Acqua Ungherese"), era un estratto di rosmarino, timo e lavanda. La regina Elisabetta d'Ungheria si vantava, grazie ai poteri di questo profumo, di essere riuscita a sedurre a settant'anni il re di Polonia.
Nel Rinascimento l'arte della profumeria si sviluppò ulteriormente: la chimica sostituì definitivamente l'alchimia migliorando la distillazione e la qualità delle essenze.
I grandi profumieri del Rinascimento erano spagnoli e italiani. I primi avevano ereditato la loro scienza dagli arabi, i secondi avevano approfittato della ricchezza della penisola e del gusto dell'aristocrazia per i profumi per arricchirsi attraverso il commercio delle essenze e per esportare all'estero la tecnica dei profumieri.
Quando Caterina de' Medici giunse in Francia per sposare il Duca d'Orléans, il futuro re Enrico II, portò con se dall'Italia il suo profumiere Renato Bianco (poi francesizzato in René Le Florentin). Egli aprì una bottega a Parigi diventando famosissimo tra l'aristocrazia parigina.
Anche la pratica di non lavarsi (l'acqua era ritenuta un veicolo di contagio per le malattie), amplificò l'uso dei profumi. L'apparenza inizia a giocare un ruolo più importante della pulizia. Le essenze profumate prendono il posto dell'igiene personale per vincere i cattivi odori e nascondere la sporcizia.
Molto in voga, in questo periodo, anche la profumeria secca per usi diversi: polveri per sacchetti da mettere sotto le gonne, per il viso, per la parrucca, commercializzata alla rinfusa in grandi scatole dai decori raffinati.
Nel 1600 nasce l'Acqua di Colonia. Secondo alcuni, suo "inventore" fu Gian Paolo Feminis, originario di Santa Maria Maggiore, cittadina della Val Vigezzo (nell'attuale provincia del Verbano Cusio Ossola). Originariamente venditore ambulante, Feminis inventa e produce una sostanza che, a suo dire, guarisce tutti i mali. Si chiama Aqua Mirabilis. Trasferitosi a Colonia, in Germania, questo liquido diventa Acqua di Colonia. Secondo altri, a "inventare" questa essenza fu un altro italiano, Giovanni Maria Farina, anche lui della Val Vigezzo. La formula messa a punto dal Farina comprende una trentina di essenza, tra cui limone, cedro, arancia, pompelmo, lavanda, timo e rosmarino.
Una vera rivoluzione nel campo della pulizia personale avvenne verso la fine dell'Ottocento quando Louis Pasteur (1822-1895), padre della microbiologia, scoprì l'esistenza dei batteri. Ne derivò una forte spinta all'igiene personale e venne meno l'esigenza di ricorrere a fragranze grevi. Si passò quindi dalla necessità di occultare i cattivi odori al desiderio di profumi più dolci e meno aggressivi.
La Rivoluzione Francese arrecherà un colpo terribile alla profumeria. Nonostante la creazione di fragranze dai nomi evocativi, come "Profumo alla ghigliottina" e "Alla Nazione", le essenze profumate sono sinonimo di aristocrazia.
Nel 1778 nasce a Milano la Casa di Profumo, Saponi e articoli per toletta Angelo Migone & C., che produce beni profumati e per la cura della persona. Cesserà di esistere solo negli anni Cinquanta del XX secolo, vittima di una politica aziendale troppo ancorata a vecchie produzioni.
Nel XIX secolo l'abolizione degli editti corporativi e la liberalizzazione del commercio permettono di segnare una tappa decisiva nella produzione del profumo. In questo periodo entra in scena il famoso marchio Guerlain. Nel 1828 Pierre Francois Pascal Guerlain apre la sua prima maison di profumeria a Parigi, che offre eau de toilette, saponi, preparazioni termali, aceti aromatici, creme e pomate di ogni tipo.
Nell'Ottocento una scoperta rivoluziona il mondo dei profumi: la sintesi dell'urea, ottenuta da Friedrich Wöhler nel 1828. Questa scoperta dà l'avvio alla chimica organica, contribuendo all'evoluzione della profumeria attraverso l'utilizzo degli aldeidi. Quest'ultimi sono degli elementi sintetici che aumentano all'infinito la possibilità di disporre di diverse profumazioni. Componenti naturali e prodotti di sintesi sono poi uniti a sostanze chiamate fissatori, che hanno il compito di "ancorare" il profumo alla pelle. I fissatori hanno caratteristiche particolari, tra cui quelle di essere poco volatili, incolori, solubili nell'alcol e negli oli essenziali.
Nasce così la profumeria moderna. Poco a poco compaiono prodotti di sintesi di alta qualità, con prezzi accessibili e con note inedite nelle composizioni. Il primo profumo famoso che utilizza prodotti di sintesi è Flomary, commercializzato agli inizi del 1900. Ma la vera affermazione arriverà nel 1921 con la creazione, da parte di Ernest Beaux, del famosissimo profumo Chanel N.5.
Sempre nell'Ottocento, precisamente nel 1865, il profumiere londinese Eugene Rimmel (colui che ideò un sistema per rendere ancora più affascinanti gli occhi delle donne con uno spazzolino per le ciglia intinto nel carboncino), divide gli aromi in diciotto gruppi allo scopo di facilitare la classificazione degli odori. Nasce così il concetto di sottofamiglia, dividendo i profumi in base alla loro persistenza e alla nota dominante (quest'ultima permette di classificare la fragranza all'interno di una famiglia).
L'intuizione di Rimmel sarà ripresa negli anni Venti del Novecento da un altro profumiere, René Cerbelaud, che elaborò uno schema con quarantacinque gruppi, individuando anche collegamenti tra un gruppo e l'altro. Più recentemente, nel 1960, Steffen Arctander realizzò una classificazione comprendente ottantotto gruppi, dividendo le materie aromatiche naturali secondo l'odore, il tipo e il possibile uso.
L'euforia per la moda dei profumi subì una breve interruzione con crac del '29 e poi con lo scoppio della Seconda guerra mondiale.
Negli anni Cinquanta il profumo ritorna ad essere arma di seduzione. Il mercato è inondato da migliaia di nuove fragranze profumate. Nelle profumerie compare anche l'eau de toilette per uomini, anche se il profumo maschile resta legato al rito della rasatura.
La profumeria contemporanea offre oggi lo spettacolo di una vera e propria arte, con la sua profusione d'innovazioni, facendosi interprete delle culture, delle tradizioni e delle mode olfattive di ogni parte del mondo.
Non sempre si conoscono i segreti per scegliere una fragranza o per utilizzare al meglio il profumo come arma di seduzione. Nella scelta di una fragranza sono molto importanti alcune caratteristiche: bisogna considerare il metabolismo di chi lo porta, l'ora del giorno in cui si utilizza e per le donne, il periodo del mese, in quanto a seconda dell'acidità della pelle, lo stesso profumo su persone diverse può cambiare fino a diventare irriconoscibile.
Per accentuare una fragranza, importante è soprattutto il calore: ecco perché si consiglia di applicarla sulla parte interna del polso, ai lobi delle orecchie, sulla nuca, alle tempie, fra i seni, nell'incavo del braccio e delle ginocchia, zone in cui il sangue arriva più in superficie e quindi più calde.
Occorre sapere anche che i profumi svolgono un'influenza positiva sul nostro umore e possono avere una funzione terapeutica in quanto alcune essenze esplicano effetti antidepressivi e stimolanti (tra queste il bergamotto, il limone, il pino, la lavanda, la menta, il basilico, the verde) o sedativi (tra cui la camomilla, la rosa, il geranio, aloe).
E' stato dimostrato, inoltre, che i due sessi subiscono l'attrazione più col naso che con gli occhi. Lo stimolo visivo è un impulso possente, ma solo nella fase iniziale. Infatti, poi, è messo alla prova dalle narici: quello che prima attirava la vista, può divenire oggetto di repulsione attraverso l'odore. L'attrazione sembrerebbe infatti essere conferita da alcuni geni che si trovano sul braccio corto del cromosoma 6 e che sono responsabili dell'odore personale. L'odore corporeo tuttavia si modifica nel corso degli anni, raggiunge il massimo della particolarità nell'età della pubertà.
Un odore esercita attrazione per alcune persone e repulsione per altre; gli odori influenzano le nostre relazioni, ci scoraggiano o al contrario ci lanciano verso una direzione piuttosto che un'altra. Basta pensare a quanto gli odori sgradevoli ci fanno cambiare idea su una persona, a quanto la nostra tensione erotica si affievolisce o peggio svanisce in presenza di olezzi non graditi. È proprio su questo che le case di cosmetici e profumi fanno leva: non producono tanto ciò che è piacevole quanto ciò che eccita, attrae e aiuta.
Partendo da queste considerazioni, nel 2003, un team scientifico statunitense, diretto dal ricercatore Adam Anderson, utilizzando la risonanza magnetica, ha scoperto che c'è una diversità tra il piacere determinato da un profumo e la sua intensità: si è appurato che la corteccia orbitofrontale, la meta finale dove i segnali olfattivi diventano consapevoli, presiede al fatto che un'essenza sia di proprio gusto o meno, mentre l'amigdala (il piccolo nucleo del cervello umano deputato all'elaborazioni delle esperienze emotive trascorse) avverte l'intensità dello stimolo e si attiva indipendentemente dalla sua gradevolezza.
In più, una fragranza piace a dispetto di altre, perché la risposta olfattiva è quasi sempre filtrata dalla memoria delle esperienze precedenti. Dipende, quindi, da quali esperienze ricordano e dal tipo di associazione che in passato ha legato quel particolare suggerimento olfattivo ad un episodio significativo. Un abbandono affettivo può dar luogo ad un profondo malessere se nell'aria si avverte il profumo preferito dall'ex partner
domenica 2 marzo 2025
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 2 marzo.
Il 2 marzo 1818 l'esploratore Giovanni Maria Belzoni riesce ad entrare nella piramide di Chefren.
La piramide di Chefren si trova in quel magnifico complesso situato nella piana di Giza, a circa 20 Km da Il Cairo, in Egitto: la necropoli di Giza. Dichiarata Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO nel 1979, questo complesso eretto da abili costruttori egizi, è situato sulla riva occidentale del fiume Nilo. La necropoli comprende anche la piramide di Cheope e di Micerino, che formano con quella di Chefren il famoso allineamento delle tre piramidi, che suscitano l’impressione di voler sfidare l’eternità.
Circondate da altre minori piramidi secondarie e templi funerari, è anche il luogo dove sorge la Grande Sfinge. L’imponenza di tutto il complesso è aumentata dal fatto che è stato eretto su un pianoro roccioso sopraelevato.
La piramide di Chefren fu fatta erigere come monumento sepolcrale dal faraone della IV dinastia egizia, Chefren appunto, in carica nell’Antico Regno ed incoronato nel 2560 a.C. circa. E’ la piramide posta nel mezzo fra quella di Cheope (la più grande) e Micerino. Denominata Wr Kafre, ovvero “Grande è Kafre”, è di base quadrata, con un lato di 215,25 metri ed appare più grande di quella di Cheope, anche se non lo è, poiché è stata eretta su un terreno più elevato.
La sua particolarità, rispetto alle sue altre due compagne, è quella di essere l’unica ad aver conservato sulla sommità la copertura di calcare bianco di Tura, località egiziana nota per le sue cave, che in origine ricopriva tutta la piramide. L’accurata levigatura del materiale le conferiva l’aspetto di un gigantesco e lucente solido geometrico. La base è rivestita di granito rosso e grigio di Assuan. L’altezza totale originaria della piramide era di 143,5 metri, oggi ridotti a 136,4 metri a causa dell’erosione e dei crolli avvenuti durante i secoli.
Per 4500 anni, vi fu la convinzione che la piramide di Chefren fosse priva sia dell’ingresso che della camera mortuaria, a seguito di inutili tentativi di accedervi; che fosse quindi un imponente e massiccio monumento impenetrabile. Nel gennaio del 1818, Giovanni Battista Belzoni, esploratore ed avventuriero padovano appassionato di viaggi, non rinunciò alla sua teoria dell’esistenza di una camera sepolcrale e così, con tenacia, studiò, confrontò le piramidi e ne esaminò le pareti.
Su quella settentrionale notò qualcosa che riteneva essere molto interessante: vi era accumulato un ammasso di materiali caduti ed i detriti non parevano essere compatti come in altre parti. All’inizio di febbraio si cominciarono i lavori di scavo, ma i detriti risultarono essere molto più compatti di quanto l’intuito gli aveva inizialmente suggerito.
Dopo numerosi giorni di duro lavoro, venne scoperto un cunicolo, probabilmente opera di ladri, nei pressi di una fessura tra due pietre sulla facciata nord, ma il pericolo di crolli costrinse Belzoni a chiudere il cantiere temporaneamente. Ripresi i lavori, per tutto il mese di febbraio continuarono gli scavi e le supposizioni. Verso la fine del mese, fu portato alla luce un masso inclinato con una pendenza uguale a quella del corridoio dell’altra piramide e successivamente tre pietre in posizioni diverse dalle altre, con inclinazione corrispondente.
Entusiasmo e gioia divamparono quando l’ingresso fu scoperto, il 2 marzo 1818. Grazie alla caparbietà di Belzoni e alla sua capacità di non arrendersi, in un mese era riuscito in un’impresa risultata soltanto utopia per molti esploratori venuti nei secoli prima di lui. All’interno della piramide di Chefren Belzoni appose, servendosi del nerofumo, la scritta: “Scoperta da G. Belzoni. 2. mar. 1818“.
Numerose sono le opere d’arte egizie riportate alla luce grazie alla precisione ed al metodo di Belzoni: ad Abu Simbel riuscì ad entrare nel tempio; eseguì scavi nella valle dei Re, a Luxor, dove scoprì numerose tombe, tra cui quella del faraone Seti I; scoprì monumenti e statue di grande valore; prelevò un obelisco che in seguito si rivelò fondamentale per la decifrazione della scrittura geroglifica.
Belzoni ha il merito di essere riuscito a rievocare il prestigio e la magia di una della più misteriose ed affascinanti civiltà di tutti i tempi, quella egizia.
martedì 13 agosto 2024
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 13 agosto 1800 nasce a Pisa il grande egittologo Ippolito Rosellini.
Compiuti gli studi presso i padri Serviti, a Pisa e Firenze, nel 1817 si iscrisse all’Università di Pisa, dedicandosi in particolare, sotto la guida di Cesare Malanima, allo studio dell’ebraico, lingua che fu la base della sua formazione orientalistica. Dopo aver ottenuto la laurea in teologia (5 giugno 1821), si trasferì a Bologna per perfezionarvi lo studio delle lingue orientali con il celebre poliglotta Giuseppe Gaspare Mezzofanti. A Bologna l’educazione clericale ricevuta andò sempre più sbiadendosi nel clima culturale vivacissimo della città, che vide la nascita di durevoli e intensi rapporti d’amicizia (con il fisico ed etruscologo Francesco Orioli, l’incisore Francesco Rosaspina, il barnabita Luigi Ungarelli), nonché di brevi relazioni sentimentali.
L’egittologia, disciplina di cui Rosellini divenne il fondatore in Italia, muoveva allora i primi passi: appena nel settembre 1822, Jean-François Champollion aveva comunicato all’Académie des inscriptions et belles-lettres a Parigi la sua Mémoire sur les hiéroglyphes phonétiques, con cui rendeva pubblici i principi di base del suo sistema di decifrazione del geroglifico. La nuova geniale teoria, destinata a fondare l’egittologia scientifica moderna ma all’epoca accanitamente contrastata, non era sfuggita a Rosellini, curioso e insaziabile lettore: un suo appunto (conservato in Pisa, Biblioteca universitaria, Fondo Rosellini, 283-bis, 19), mostra come già nel 1823 avesse letto la traduzione fattane da Domenico Valeriani nell’Antologia di Firenze e di lì a poco l’articolo critico dello stesso Valeriani. La duplice lettura gli fornì l’impulso ad approfondire l’argomento, schierandosi presto tra i suoi sostenitori.
Terminati gli studi, Rosellini rientrò a Pisa nel 1824, dove fu nominato professore, a soli ventiquattro anni, dapprima di lingue e letterature orientali, poi, dall’autunno 1825, anche di egittologia: i corsi, di taglio comparativo e appassionata eloquenza, attraevano un uditorio numeroso. Gli impegni accademici si accompagnarono da subito all’attività di pubblicista sul Nuovo Giornale dei letterati, nel quale non di rado espresse opinioni liberali, affrontando temi cari al Risorgimento, e sull’Antologia. Sorprende, in un uomo giunto a un passo dall’abito talare, la veemenza contro la posizione retriva della Chiesa sulla scienza e sulla decifrazione dei geroglifici.
Nel 1825 apparvero i suoi primi lavori egittologici e avvenne l’incontro con Champollion: inizio di un sodalizio scientifico, suggellato da una profonda e leale amicizia, che doveva decidere della sorte di entrambi e della neonata disciplina. Champollion sognava da tempo di organizzare una spedizione in Egitto che documentasse le iscrizioni dei monumenti egiziani e le rendesse finalmente accessibili alla ricostruzione storica, grazie alla chiave della sua decifrazione. L’alleanza con l’energia e l’entusiasmo di Rosellini e l’apertura del granduca di Toscana gli permisero la realizzazione dell’impresa e il superamento delle resistenze fino ad allora incontrate in Francia. Il piano della spedizione, elaborato in comune dai due studiosi e presentato nel 1827 ai rispettivi governi, fu subito approvato in Toscana, inducendo così il riluttante Carlo X ad accordare a sua volta il proprio finanziamento.
Il progetto della prima grande impresa archeologica internazionale, che metteva in opera due Commissioni parallele, la francese, sotto la guida di Champollion, e la toscana, diretta da Rosellini, prevedeva il rilievo dei monumenti e la copia di tutte le iscrizioni dell’Egitto e della Nubia, la possibilità di compiere scavi e di acquistare antichità. I comuni obiettivi – scientifici e materiali – erano delineati per la prima volta con visione mirabilmente moderna del valore storico-archeologico e non solo antiquario degli oggetti. L’accordo stabiliva la condivisione completa dei dati scientifici raccolti.
In quello stesso 1827, mentre la progettazione della spedizione andava definendosi, l’Ippolito pronto a infiammarsi per mille donne – come uno scettico Champollion commentava nella lettera del 10 maggio 1827 alla poetessa livornese Angelica Palli («Il est en proie pour la 50ème fois à une passion violente et sviscerata pour un objet qui est, à l’ordinaire, tel qu’il n’en a jamais rencontré dans sa vie. [...] c’est la 20ème personne que mon professeur veut épouser») – trovò infine l’amore della vita a Parigi in Zenobia, figlia del celebre compositore Luigi Cherubini.
Dal matrimonio, inizialmente contrastato ma infine celebrato a Parigi il 30 ottobre 1827, nacquero quattro figli: Ida (nata nel 1831, morta a soli tre mesi), Eugenio (nato nel 1833), Angela (nata nel 1837) e Giovambattista (nato nel 1842).
La spedizione franco-toscana, partita con tredici membri da Tolone il 31 luglio 1828 e trattenutasi in Egitto e Nubia fino all’autunno del 1829, gettò le basi della moderna egittologia: furono documentati centinaia di monumenti, testi, scene, che rappresentano oggi la testimonianza preziosa di ciò che allora era visibile e non sempre si è conservato. Il solo materiale della Commissione toscana, oggi conservato nella Biblioteca universitaria di Pisa, comprende circa 1400 disegni originali dei suoi pittori e 14 volumi manoscritti di osservazioni, copie di testi e appunti vari di Rosellini, in parte ancora inediti. Due distinte collezioni di antichità furono inoltre messe insieme, una per il Louvre (102 pezzi) e una per la Toscana (1878 pezzi), oggi nel Museo egizio di Firenze.
I due egittologi avevano concordato di pubblicare in comune l’opera, suddividendosi l’amplissima materia, ma il progetto non andò in porto: il 4 marzo 1832 Champollion morì e sulle spalle di Rosellini, rimasto suo unico continuatore ed erede spirituale, ricadde il peso dell’intero lavoro. Nonostante il dolore profondo per la morte dell’amico e la schiacciante responsabilità, Rosellini condusse a termine l’opera in dodici anni: i Monumenti dell’Egitto e della Nubia comprendevano 9 volumi in ottavo e 3 atlanti in folio massimo. L’ultimo volume apparve postumo.
Rosellini morì, infatti, a soli 43 anni il 4 giugno 1843.
Il lavoro estenuante, pagato a caro prezzo, fu turbato, oltre che dall’ostilità di numerosi colleghi e studiosi – tra cui quella mai sopita del fratello maggiore del decifratore, Jacques-Joseph Champollion, detto Champollion-Figeac – anche da varie preoccupazioni: il governo si era limitato a prestargli la somma preventivata e inattese difficoltà finanziarie avevano aggravato la situazione. Il granduca stesso sembrò divenire, progressivamente nel tempo, indifferente e lontano, forse irritato dagli indugi nella pubblicazione. Se tale raffreddamento fosse stato influenzato anche dalle voci su un coinvolgimento di Rosellini nel movimento cospirativo, non è noto: nel 1832 e 1833 venne implicato, ma scagionato, nelle accuse di complotto mosse a Dionigi Leondarakis, direttore della casa editrice Niccolò Capurro & Co., di cui Rosellini era divenuto il maggiore azionista per sovrintendere alla pubblicazione dei Monumenti. Nel 1833 una relazione all’auditore di Governo lo citava come capo toscano dei «Veri Italiani», la società segreta fondata da Filippo Buonarroti nel 1831. Mancano tuttavia altre testimonianze a riprova di un suo ruolo nel movimento insurrezionale; la sola certezza è la simpatia che in genere apertamente manifestò per le idee liberali. Un suo articolo di geografia, che toccava la questione a lui cara dell’Unità d’Italia, pubblicato nel giornale L’educatore del povero (poi chiuso d’autorità nel 1833 dal granduca, su pressione dell’Austria), era incorso nella censura governativa. Allo stesso modo, non mancò mai di offrire il suo sostegno agli esuli politici, come mostra la corrispondenza con l’amico Orioli o con Alessandro Poerio.
La sua opera fu riconosciuta dai contemporanei quale pietra miliare nella storia della nascente egittologia. Il grande egittologo tedesco Carl Richard Lepsius, che a Pisa ne fu allievo, nella celebre Lettre à m. le professeur H. Rosellini sur l’alphabet hiéroglyphique del 1837 disse dei Monumenti: «[la Grammaire égyptienne di Champollion] sarà per sempre l’opera fondamentale della filologia egiziana, così come la descrizione dei Monumenti dell’Egitto e della Nubia lo sarà per l’archeologia egiziana intesa nel senso più ampio del termine».
giovedì 1 agosto 2024
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il primo agosto 30 a.C. i Romani conquistano Alessandria d'Egitto, ponendo fine alla millenaria storia dell'Egitto faraonico.
Una Storia che inizia secondo la storiografia classica nel 4000 a.C. ma che secondo altri è datata millenni e millenni prima.
Comunque la mettiate, l’Egitto è stato uno dei primi, se non il primo stato al mondo.
Tutte ebbe inizio con le tribù Nilotiche e i Greci Nomarchi in cui l’Egitto era diviso in Alto – a sud – e Basso – a nord.
Nel 3100 a.C. compare Menes, che unisce tutto e diventa il 1° Faraone e fondatore della 1° Dinastia.
E da qui in poi la storia diventa Mito e Leggenda, impossibile da cancellare per tutti i secoli a venire in cui si susseguono 30 Dinastie, divise in 10 periodi.
L’Impero Egizio, che dura all’incirca 3000 anni è fatta di arte, pittura, scienza, cultura, matematica (usano il sistema decimale), geometria, astronomia, meteorologia (dividono l’anno in 12 mesi da 30 giorni più 5 festività), ingegneria, idraulica, anatomia e medicina.
Hanno una religione Politeista naturalistica e antropomorfica con divinità a forma umanizzata e semi-umanizzata.
Le 3 principali divinità sono: Osiride dio dei morti, Iside dea della maternità e Horus l’incarnazione sulla terra del Faraone ma anche Ra, il dio sole con la testa del falco.
Credono nell’aldilà, nella reincarnazione, praticano l’imbalsamazione, costruiscono Piramidi, più di 90, templi, scuole e biblioteche.
Hanno nel Libro dei Morti la loro Sacra Bibbia, il testo segreto e magico, in cui ci sono formule magiche esoteriche e religiose per il mondo dell’aldilà.
Il loro regno è una Monarchia Assolutista, Ereditaria, Teocratica, in cui il Faraone è il figlio diretto del dio Sole.
Sotto il Faraone c’è il Visir che si occupa della parte amministrativa e giudiziaria.
Tutto il popolo è diviso in 6 classi, chiuse e immobili: Sacerdoti, Scribi, Guerrieri e Nobili, Artigiani specializzati, Contadini e infine gli Schiavi.
Gli studiosi divido la storia Egizia in 5 Grandi Periodi:
ANTICO – dal 3100 a.C. al 2040 a.C. – il primo periodo, 10 dinastie, le prime piramidi, la Sfinge, il periodo che annovera Kheope, Khefren e Micerino.
MEDIO – dal 2040 a.C. al 1540 a.C. – iniziano le espansioni ed è il periodo più fastoso e glorioso dell’impero
REGNO NUOVO – dal 1540 a.C. al 663 a.C. – continuano le conquiste cosi come il declino, vengono costruite Luxor e Karnak, è il periodo di Mosè e della fuga Ebraica
BASSA EPOCA – dal 663 a.C. al 30 a.C. – è il periodo dei commerci ma anche della conquista Persiana prima e dei Macedoni con Alessandro Magno poi. Con Alessandro ecco la dinastia dei Tolomei in cui l’Egitto rinasce a nuova gloria, 13 re e 3 regine tra cui Cleopatra, Alessandria diventa capitale al posto di Tebe, viene costruita la leggendaria biblioteca (distrutta da Cesare). E’ il periodo in cui ci fu l’ultimo sovrano di origine Egizia, Nectanebo (il successivo fu Nasser nel 1952).
ROMANI – dal 30 a.C. – sotto Giulio Cesare diventa provincia Romana
Dai Romani in poi ci sono 2000 anni di sottomissioni in cui si susseguono: Bizantini, Arabi dal 642 al 1512 che portano l’Islam, Armeni, Curdi, Turchi fino al 1914 con una parentesi di Napoleone nel 1800 e Inglesi fino 1952.
Nel 1922 diventa una Monarchia indipendente ma sempre sotto il controllo Inglese ed è solo nel 1952 con un rivoluzione e un colpo di stato che diventa una Repubblica Presidenziale con Nasser presidente.
Sotto il periodo di Nasser l’Egitto diventa una delle nazioni più importanti dell’Africa, viene costruita la diga di Assuan e il mancato finanziamento da parte della banca mondiale da vita alla nazionalizzazione del canale di Suez che provoca forti dissidi con Inglesi e Francesi.
Forse è per questo che Israele occupa il Sinai e scoppia la guerra dei 6 giorni nel 1967
A Nasser nel 1970 si succede Sadat fino al 1981 e poi inizia il periodo del “Faraone” moderno Mubarack, filo occidentale, che ha governato a suo interesse personale fino al 2011 quando scoppiò in tutta l’area mediterranea la Famosa Primavera Araba.
Dal 2011 è al potere Al Sisi.
mercoledì 24 aprile 2024
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 24 aprile 1479 a.C. sale al trono il faraone Thutmosis III, ma la reggenza sarà a lungo detenuta dalla regina Hatshepsut.
Per oltre vent’anni, sull’Egitto regnerà una donna: Hatshepsut. Non è la prima donna faraone; era già accaduto una prima volta durante l’Antico Regno e una seconda durante il Medio Regno. Ma le due precedenti donne faraone avevano regnato in periodi di crisi, che erano seguiti a epoche splendide. Hatshepsut, invece, è a capo di un Egitto ricco e potente.
Intelligente, abile, dotata di capacità amministrative probabilmente eccezionali e di uno spiccato senso politico, Hatshepsut era una delle due figlie di un grande monarca, Thutmosi I (1506- 1494). Fu lui a formare la figlia all’esercizio del potere. Hatshepsut gli testimoniò del resto un profondo affetto, tenendolo sempre come modello. Thutmosi I, che mantenne fermamente la Nubia sotto il giogo egizio, condusse un’importante spedizione militare in Asia.
Accompagnato da un ufficiale famoso per la lunghissima carriera, Ahmes figlio di Abana, il re si avventurò nel territorio del Naharina, a est dell’Eufrate, dove erano insediati gli abitanti del Mitanni. Dopo averli sconfitti, egli commemorò questa grande impresa facendo erigere una stele di confine sulle sponde dell’Eufrate.
Thutmosi III, il grande conquistatore, la ritroverà intatta una cinquantina d’anni dopo, quando arriverà in quel luogo con il suo esercito. Sulla via del ritorno, il re si rilassa e organizza una caccia all’elefante in Siria. A corte, conferisce l’ultima decorazione militare ad Ahmes figlio di Abana, che aveva ricevuto per ben sette volte l’oro dei valorosi: la prima volta che era stato decorato, gli hyksos occupavano ancora l’Egitto! L’anziano soldato, ammirato da tutti, non ripartirà più per la guerra, deciso a godersi il meritato riposo.
A Thutmosi I si deve anche l’apertura di un grande cantiere a Karnak. Il maestro d’arte Meni diresse i lavori in questa località, dove avrebbero gareggiato in genialità tutti i migliori architetti del Nuovo Regno. Hatshepsut ereditò il carattere energico del padre. Sposò il figlio che questi ebbe da una concubina, Thutmosi II, il cui regno fu piuttosto breve (1493-1490). Durante il suo primo anno di governo, scoppia una rivolta in Nubia. Il faraone si infuria quando gli viene comunicato che alcuni predoni hanno rubato del bestiame e che certe tribù hanno osato attaccare diverse fortezze. La sua collera è terribile. Egli risale il Nilo con l’esercito e stermina i ribelli. Solo uno di loro viene risparmiato: il figlio di un capo che, portato prigioniero a Tebe, acclama i soldati vincitori. Ma non appena il Sud si calma, scoppiano disordini in Siro-Palestina: Thutmosi II interviene prontamente. Il giovane re, la cui carriera sembrava promettere bene, muore prematuramente. La sua morte mette l’Egitto in una situazione difficile. Thutmosi II lascia due figlie e un figlio, il futuro Thutmosi III. Ma questi è ancora un bambino, non in grado di assolvere al gravoso compito cui è destinato. Prende quindi la reggenza Hatshepsut: «figlia del re, sorella del re, sposa di dio, grande sposa reale», ella governerà il paese secondo la volontà del nipote, come afferma lei stessa. Ma questo esercizio del potere in modo larvato non si confà alla mentalità egizia.
Hatshepsut si decide quindi a essere re. E si sottolinea la parola «re» e non «regina», in quanto Hatshepsut assumerà caratteristiche maschili che faranno di lei un faraone come gli altri. La mutazione avviene per tappe. All’inizio, pur essendo rappresentata con attributi femminili, ella si afferma come faraone. Poi adotta il costume maschile, il protocollo dei re, sopprime la desinenza femminile nei suoi nomi e nei suoi titoli e porta la barba posticcia e la doppia corona. Due anni dopo la morte di Thutmosis II, Hatshepsut agisce già in qualità di capo dello Stato. Essa si preoccupa di legittimare il proprio potere, spiegando che suo padre, l’amato Thutmosi I, l’ha scelta come regina. I testi affermano che Hatshepsut, figlia del dio Amon, che si faceva garante della sua presa di potere, diresse gli affari dello Stato secondo i propri piani. Il paese si inchinò davanti a lei. Ella era il cavo che alava il Basso Egitto, il palo al quale si ormeggiava l’Alto Egitto, il timone del Delta. Tali immagini, prese dal gergo marinaresco, ricordano l’espressione «la nave dello Stato», di cui Hatshepsut orientò effettivamente la rotta. Grazie ai suoi eccellenti ordini, le Due Terre vissero in pace.
Hatshepsut era una donna molto attraente. Uno dei suoi ritratti più belli è costituito da una sfinge dalla testa umana esposta al Metropolitan Museum of Art di New York. I tratti del viso sono delicati e volitivi al tempo stesso. La mummia di Hatshepsut, che ne ha conservato i lunghi capelli, è una delle più commoventi. Nonostante la maschera della morte, si intuisce una forte personalità, un’energia potente unita al fascino di una femminilità radiosa. Grazie all’opera dei suoi predecessori, Hatshepsut vive un’epoca di pace. Ne approfitta quindi per dedicarsi alla gestione economica del paese e soprattutto a un’intensa attività architettonica. Seduta sul trono, nel suo palazzo, la regina faraone pensa al suo creatore Amon. Il suo cuore le comanda di erigere due obelischi in onore del dio; e la sua mente si mette subito in moto, immaginando già lo stupore degli uomini quando vedranno quei monumenti. Hatshepsut è cosciente della propria impresa, che renderà eterno il suo nome. La regina fece effettivamente erigere quattro obelischi a Karnak, dove intraprese diverse costruzioni, fra cui una sala per la barca sacra interamente circondata da cappelle. Se della sua attività nel Nord del paese si sa ancora poco, è invece certo che costruì a Buhen, in Nubia, un tempio dedicato a Horo, un edificio caratterizzato dalle colonne scanalate, simili a quelle di stile dorico e la cui pianta verrà adottata per i templi greci un millennio dopo. Ma il capolavoro della regina, il tempio che permette di «leggere» il suo regno attraverso i rilievi, è Deir el Bahari, costruito nella regione tebana in una località consacrata alla dea Hathor.
Quando si visita per la prima volta l’Egitto, una delle emozioni più forti è offerta proprio dalla visione di questo tempio, dall’architettura aerea e al tempo stesso radicata nell’eternità, la cui forza celeste è sottolineata dalla verticale della parete rocciosa alla quale è addossato. Il nome di questo edificio era «meraviglia delle meraviglie». «La sua contemplazione» affermavano infatti gli egizi «supera qualsiasi altra cosa al mondo.» Nel Medio Regno qui sorgeva già un tempio, ma la regina, che affidò la direzione dei lavori al suo architetto Senmut, concepì un progetto molto originale. Deir el Bahari presenta infatti una soluzione architettonica che è unica in tutta l’arte egizia: una strada che sale dolcemente verso il tempio, costituito da terrazze sovrapposte. Hatshepsut ebbe l’immensa felicità di vedere terminato il suo tempio funerario. Thutmosi III, una volta salito al trono, fece sparire alcuni dei cartigli della regina faraone senza però distruggere l’edificio che ne onorava la memoria. Ramses II, come fece ovunque in Egitto, lasciò il segno della propria presenza anche qui, facendovi incidere il proprio nome insieme a testi che vantano le sue imprese. Sembra che il tempio sia stato più o meno abbandonato alla fine della XX dinastia, in un’epoca in cui l’Egitto si stava indebolendo. L’ara sacra serviva da cimitero per i sacerdoti e le sacerdotesse di Amon, e vennero messe al sicuro lì anche alcune mummie reali. Con il tempo la sabbia e la polvere ricoprirono gran parte del monumento; poi, in età tolemaica, le autorità religiose si occuparono di nuovo di Deir el Bahari. Il culto di Hatshepsut non vi era più celebrato da molto tempo, ma si allestirono alcune cappelle in cui i pellegrini veneravano due saggi divinizzati Imhotep, l’architetto di Gioser, e Amenhotep figlio di Hapu, l’architetto di Amenofi III. Monaci e anacoreti scelsero Deir el Bahari, «il convento del Nord», come luogo di meditazione. Nel V secolo d.C., sulle rovine del tempio egizio venne costruito un monastero, che era stato definitivamente abbandonato intorno al II secolo. Nell’VIII secolo, il luogo venne completamente disertato, per poi essere riportato alla luce grazie agli scavi del XIX secolo. Oggi abbiamo la fortuna di apprezzare la «meraviglia delle meraviglie» in uno stato non molto diverso da quello originario. Ma le opere di sbancamento e di restauro richiederanno ancora almeno una cinquantina d’anni di lavoro.
Sarebbe necessario un libro intero per parlare del tempio, descriverne l’architettura, percorrerne le sale, tradurne i testi, esporne le scene nei minimi particolari. Questo mondo di pietra, in cui è riservato un posto d’onore alla dea della gioia e dell’amore, Hathor, è un inno immortale alla bellezza. La regina vi onorò suo padre, Thutmosi I, il grande dio Amon-Ra, ma anche il dio solare Ra-Harakhte e la divinità dei morti Anubi. Nei locali delle fondamenta, agli angoli dell’edificio e sotto la soglia, sono stati scoperti alcuni simboli religiosi come, per esempio, degli scarabei, diversi utensili quali magli e forbici, strumenti vari per il rito dell’apertura della bocca e alcune giare con l’iscrizione: «La figlia di Ra, Hatshepsut, ha fatto costruire questo monumento per suo padre Amon, quando è stata tesa la corda per il tempio di Amon, la meraviglia delle meraviglie». Per accedere al tempio si doveva percorrere un viale di sfingi raffiguranti Hatshepsut, che così accoglieva di persona i pellegrini. Di fronte all’edificio si trovava un magnifico giardino, con viali di sicomori e filari di tamarindi, palme, alberi da frutto e arbusti da incenso. C’erano anche una vigna e vasche di papiro, dove si svolgevano riti di caccia e di navigazione. Due persee segnavano l’ingresso del tempio. Nel cortile inferiore, il portico consacrato alle scene di caccia mostra il faraone nell’aspetto di fiera con la testa umana mentre schiaccia i nemici in numero di nove, cioè la totalità dei paesi stranieri. Durante la celebrazione del rito dei quattro vitelli, il signore dell’Egitto viene assimilato al bovaro che dona la vita. Il faraone Hatshepsut procede quindi alla raccolta dei papiri in onore della dea Hathor, e caccia gli uccelli acquatici con una rete e i giavellotti. Il portico degli obelischi evoca il taglio, il trasporto e l’erezione dei giganteschi monoliti di granito rosa destinati al tempio di Karnak; per questi lavori viene utilizzata una chiatta di legno di sicomoro, lunga oltre sessanta metri. Quando il convoglio arriva a Tebe, il cielo è in festa. Amon promette a sua figlia Hatshepsut un regno felice. Sacerdoti, nobili, funzionari e soldati formano un corteo. Si celebrano sacrifici, in particolare lo smembramento dei buoi, quindi si procede alla dedica degli obelischi ad Amon. Hatshepsut compie diversi riti durante la donazione del terreno dove essi verranno eretti, in particolare sull’ara sacra, adottando la stessa posizione in cui si era fatto ritrarre Gioser.
Lasciamo il cortile inferiore e prendiamo la rampa di accesso alla terrazza intermedia. A nord, si trova la cappella del dio dalla testa di sciacallo, Anubi, che conduce la regina verso il fondo del santuario: Hatshepsut è così sicura di non perdersi nel regno dei morti. A sud, sorge la cappella di Hathor, dama dell’Occidente che accoglieva i defunti nella necropoli: a lei si offrivano fiori, frutti ed ex voto quali perle e scarabei. Il santuario è preceduto da una sala ipostila le cui colonne sono coronate da capitelli raffiguranti una testa di donna dalle orecchie di vacca. Hathor, ritenuta la madre della regina faraone, viene rappresentata ora sotto forma di vacca che lecca le dita di Hatshepsut seduta sotto un baldacchino, ora come una donna splendida. La dea accoglie la figlia che ha costruito una casa per lei e imbandito gli altari di cibi. La sala più sacra, stretta e profonda, è scavata nella parete rocciosa. La vacca sacra vi allatta Hatshepsut, infondendo così nella regina l’elisir dell’immortalità. Il dipinto sullo fondo presenta una triade, composta da Amon, che offre il segno della vita ad Hatshesput, la quale viene in tal modo divinizzata, e da Hathor, che si tiene ferma la corona, mentre un disco alato plana al di sopra della scena.
Su questa terrazza intermedia, il portico della nascita venne concepito per spiegare l’origine divina di Hatshepsut e legittimarne il potere. Con l’aiuto dei sacerdoti tebani, ella creò il mito teogonico, secondo il quale suo padre sarebbe il dio Amon in persona. Amon, onorato dagli Amenemhet della XII dinastia, il cui nome significa “Amon è manifesto”, è il dio di Tebe, la città in cui nacque il movimento di liberazione dell’Egitto che avrebbe condotto alla cacciata degli hyksos. Pertanto, glorificando Amon, si ringraziava Tebe. L’origine del dio è oscura. Il suo nome significa “colui che è nascosto”. Piuttosto presto, egli assumerà caratteristiche solari, avvicinandosi così a Ra, sino a diventare onnipotente nel Nuovo Regno sotto forma di Amon-Ra, il re degli dei. Le scene del portico della nascita ci fanno assistere a un consiglio degli dei presieduto da Amon-Ra, che ha deciso di unirsi alla regina Ahmes-Nefertari, la più bella delle donne. Con il consenso del collegio divino, Amon assume le sembianze del faraone ed entra nella stanza della sua sposa, che trova addormentata. Ma la regina si sveglia al dolce profumo emanato dal corpo del marito: gli sorride e l’amore pervade i loro esseri che si uniscono. Resa gravida dal dio, la regina ha la gioia di dare alla luce una bambina che sarà investita del potere supremo. Gli dei intervengono per favorire la nascita: Khnum modella la neonata e il suo ka sul tornio da vasaio, affinché abbia vita, forza, salute, cibo in abbondanza, uno spirito equo, l’amore, ogni gioia e una lunga esistenza. La dea rana Heket anima le figurine forgiate da Khnum. Thot annuncia la futura nascita alla felice madre, che viene condotta nella camera del parto. Hatshepsut nasce in presenza di Amon e di nove divinità. Viene quindi presentata al suo divino padre, che saluta la carne della sua carne e la culla. Seguono quindi le scene dell’allattamento e della presentazione di Hatshepsut alla dea Seshat, che ne traccia i cartigli. «Sua Maestà cresceva meglio di qualunque altro essere» dice un testo. «Il suo aspetto era quello di una dea, il suo fulgore era divino. Sua Maestà divenne una bella fanciulla, fiorente come la primavera.»
Hatshepsut, dopo essere stata presentata agli dei del Nord e del Sud, viaggia per tutto l’Egitto. Si fa riconoscere come faraone dalle divinità locali e dai loro sacerdoti, compiendo una sorta di pellegrinaggio politico-religioso. Ed ecco giunto il momento di procedere all’incoronazione nella capitale. Hatshepsut viene condotta al cospetto di suo padre, Thutmosi I, seduto sul trono. Egli presenta la figlia, il cui nome significa «la prima fra i nobili», come suo successore. Sarà lei, ormai, a dare gli ordini. E tutti dovranno ascoltare la sua parola, unendosi sotto il suo comando. Gli dei la proteggono con la magia. I grandi dignitari d’Egitto ascoltano il discorso del re e ne gioiscono. Sono convinti che Hatshepsut saprà ascoltare la voce degli egizi come aveva fatto suo padre. Nella scena finale, la regina riceve le corone dell’Alto e del Basso Egitto. Facciamo notare che alcuni cartigli di Hatshepsut sono stati danneggiati e che la rappresentazione del rito di incoronazione è molto rovinata. Si è voluto vedere in ciò un atto di vendetta di Thutmosi III; ma, se si accetta questa interpretazione, come si spiega il fatto che egli non abbia toccato altri cartigli e non abbia distrutto l’insieme delle rappresentazioni?
L’avventura di Hatshepsut sarebbe stata impossibile senza l’appoggio dei sacerdoti di Amon che, paradossalmente, avevano designato come re Thutmosi III. Ella trovò un fedele alleato nella persona del gran sacerdote Hapuseneb, la cui influenza politica era considerevole. Fu lui a favorire la creazione del mito della nascita divina e a giustificare teologicarnente la legittimità di Hatshepsut. Nominato capo dei sacerdoti del Sud e del Nord, Hapuseneb dirigeva tutti i culti e, attraverso l’oracolo, di cui aveva il totale controllo, faceva conoscere la volontà di Amon. Hatshepsutt gli affiderà anche la carica di visir, ponendolo in tal modo a capo dello Stato. Sempre sulla stessa terrazza intermedia del tempio di Deir el Bahari, il portico di Punt narra gli episodi di una spedizione commerciale che venne considerata da Hatshepsut come uno dei grandi momenti del suo pacifico regno durante il quale la politica interventistica dei faraoni della XVIII dinastia conobbe un momento di tregua. Eppure la regina dà un’immagine di sé piuttosto sorprendente: sovrana della luce, è stata lei a mettere fine al caos del Secondo periodo intermedio. Ella si vanta di avere restaurato i monumenti danneggiati al tempo in cui gli asiatici occupavano Avari e i predoni taglieggiavano le province del Nord, agendo nell’ignoranza del dio Ra. Ancora una volta, Hatshepsut insiste sulla sua legittimità. Il caos è cessato perché lei è faraone. La sua politica estera fu certamente troppo debole. In Asia le popolazioni non erano meno turbolente di prima e il non interventismo egizio servì solo a incoraggiare i progetti di rivolta. Quando Thutmosi III prenderà il potere, troverà una situazione piuttosto esplosiva, di cui in parte è responsabile Hatshepsut.
La regina si era dedicata innanzi tutto a intrattenere rapporti commerciali con l’estero. E il viaggio a Punt segna l’apogeo ditale politica. Il paese di Punt, la cui localizzazione esatta è ancora oggetto di controversie (molto probabilmente, doveva trovarsi nei pressi della costa somala, vicino all’Eritrea), fu visitato dagli egizi fin dall’Antico Regno. I due paesi sembra abbiano goduto di una buona intesa. Fu Amon di Tebe a ispirare ad Hatshepsut, la sua protetta, l’idea di una spedizione straordinaria nel paese dell’incenso, di cui i sacerdoti facevano largo uso durante i riti. La flotta egizia è composta da cinque grandi navi, con trenta rematori ciascuna. Quando giungono alla meravigliosa terra di Punt, resa ulteriormente bella dalla leggenda, esse gettano l’ancora in acque ricche di pesci. Un’imbarcazione carica di vettovaglie si dispone a raggiungere la riva. I marinai del faraone scaricano numerosi doni, mentre il capo della spedizione, protetto da una scorta militare, saluta il re e la regina di Punt. Quest’ultima è deforme: soffre di una forte elefantiasi. Vengono distribuite perle, collane e armi. I notabili di Punt si inchinano e rendono omaggio ad Amon-Ra. Gli egizi ammirano l’incantevole flora tropicale. Gli indigeni vivono in mezzo alle palme, in capanne rotonde alle quali si accede tramite scale e indossano gli stessi vestiti che si usavano al tempo di Cheope: in questa regione, infatti, la moda non è cambiata e si portano ancora i capelli intrecciati e le barbe tagliate a punta. Gli affari si concludono in perfetta armonia. Viene piantata una tenda per l’inviato del re e i dignitari egizi. Si intavolano discussioni. Gli egizi torneranno a casa con legno d’ebano, oro, incenso, zanne d’elefante, scimmie, pelli di leopardo e di altre bestie feroci. Essi trattano con particolare riguardo gli alberi dell’incenso, avvolgendone le radici in stuoie. Del carico si occupano esclusivamente i marinai egizi, i quali non permettono che gli abitanti di Punt salgano a bordo. La fine delle trattative commerciali viene festeggiata con un allegro banchetto in cui abbondano pane, carne, frutta, vino e birra. I testi ufficiali non parlano di baratto, ma di un tributo versato da Punt ad Hatshepsut. La spedizione, del resto, non è a scopo esclusivamente profano: vuole essere anche un omaggio ad Hathor, sovrana di Punt. La regina fa infatti erigere sulle sue coste una statua che la raffigura insieme al dio Amon. Durante il viaggio di ritorno, alcune scimmie giocherellone si arrampicano lungo le funi. Esse venivano lasciate in libertà perché erano destinate a diventare gli animali domestici dei nobili. L’arrivo a Tebe è trionfale e ricorda l’accoglienza riservata ai marinai del re Sahura, durante l’Antico Regno. In piedi sulle navi, alle quali sono stati abbassati gli alberi, imbrogliate le vele e sollevati i remi, i marinai acclamano il faraone con le braccia alzate. Facciamo notare che le imbarcazioni erano protette con simboli magici: a prua e a poppa erano infatti rappresentati la «chiave della vita», il segno ankh e l’«occhio di Horo». La regina presiede alla cerimonia d’accoglienza nei giardini del tempio di Deir el Bahari, dove vengono piantati gli alberi dell’incenso. Si misura l’incenso fresco, si pesano l’oro e gli altri metalli. Hatshepsut in persona si fa garante dell’esattezza delle pesate. Durante la bella festa della valle, Amon visitava i templi della necropoli tebana. Arrivando a Deir el Bahari, il dio si rallegra che l’incenso offertogli sia fresco e puro: per questo motivo ha ordinato che si facesse una spedizione a Punt. Il suo cuore prova in ciò un immenso piacere e cielo e terra vengono inondati di incenso.
Dirigiamoci adesso verso la terrazza superiore. Il portico esterno è gravemente danneggiato; lì si trovavano colossi mummiformi con il volto della regina. Un portale di granito rosa immette nel cortile. Questa parte segreta del tempio era consacrata al culto di Amon, di Ra e di Hatshepsut divinizzata. Il santuario principale è situato sullo stesso asse del tempio. L’immagine di Hatshepsut in alcuni casi è stata sostituita con quella di Thutmosi III, ma non dappertutto. In questo luogo due famiglie associano la loro fama alle grazie divine: da una parte Hatshepsut e i suoi genitori, dall’altra Thutmosi III e suo padre.
Purtroppo, anche la cappella funeraria di Hatshepsut è assai rovinata. Vi erano rappresentate la navigazione della barca solare durante le ore del giorno e durante quelle della notte e alcune scene di offerta di animali, stoffe e fiori. Hatshepsut disponeva anche di quanto era necessario alla sua sopravvivenza. In fondo alla cappella, la stele di culto era l’elemento sacro per eccellenza, che permetteva allo spirito della regina di vivere in eterno. In un’altra cappella della terrazza superiore, dedicata al culto di Thutmosi I, ci aspetta una straordinaria sorpresa. Su una delle pareti un uomo si è fatto rappresentare in ginocchio, in atto d’adorazione. Viene precisto il suo nome: Senmut. Senmut è il geniale architetto che ha progettato il tempio di Deir el Bahari. Lui, che non era di stirpe regale ha avuto l’audacia — o il permesso — di tramandare in tal modo il ricordo di sé. Senmut è rappresentato anche in un altro punto dell’edificio, mentre prega Hathor. Di origini modeste, egli fece una carriera rapida, ricoprendo almeno una ventina di funzioni diverse. Incaricato della gestione di una parte del grande tempio di Karnak, secondo profeta di Amon, fu anche precettore della principessa ereditaria e capo del consiglio privato di Hatshepsut. Alcune statue lo mostrano mentre tiene avvolta nel suo mantello la figlia della regina.
Il nome di Senmut scompare dalle iscrizioni dopo il sedicesimo anno del regno di Hatshepsut. Alcuni studiosi, ritenendo che l’architetto fosse l’amante della regina, ipotizzano che sia poi caduto in disgrazia. Ma la verità è forse un’altra: è probabile che il costruttore di Deir el Bahari fosse morto. Non lontano dal tempio, vicino a una cava, era stata infatti preparata una tomba per Senmut. La sepoltura era situata sotto l’angolo nordorientale della terrazza inferiore del tempio: Senmut desiderava riposare sotto il suo capolavoro e rimanere accanto alla sua sovrana per l’eternità. Ma egli non venne sepolto lì, per ragioni che ci rimangono ignote.
Come finì l’avventura di Hatshepsut, donna eccezionale, la più grande regina d’Egitto? Non lo sappiamo con certezza. Si è spesso scritto che il giovane Thutmosi III, salito al trono dopo la morte della zia, la odiasse e che per questo abbia fatto distruggere il suo nome sui monumenti, per cancellarne il ricordo dalla storia. Tali affermazioni vanno però attenuate. Thutmosi III non diede infatti ordine di radere al suolo il tempio di Deir el Bahari, che era il simbolo più puro del regno di Hatshepsut. Il suo pseudo-odio, inoltre sembra essersi scatenato molto tardi, una quindicina di anni dopo la morte della regina. Se è vero che tali distruzioni e le mutilazioni con valore simbolico di certe statue mirano a ricollegare il regno di Thutmosi III a quello di Thutmosi II, la distruzione del nome o dell’immagine di Hatshepsut è lungi dall’essere sistematica. Thutmosi III, infatti, tiene più a legittimare il proprio potere che a cancellare il ricordo del regno di Hatshepsut.
E certo che Hatshepsut e Thutmosi III possedevano entrambi una personalità molto forte. La storia, nel loro caso, si è perfettamente organizzata per lasciarli esprimere entrambi. Quando Hatshepsut morì, il nuovo faraone non era più un bambino. Spinto dal desiderio di dimostrare il proprio valore e la propria competenza, egli sarebbe diventato il più grande genio militare dell’antico Egitto. La tomba di Hatshepsut è stata ritrovata. Profonda oltre cento metri sotto terra, priva di testi e di decorazioni, è stata la prima tomba a essere scavata nella Valle delle Regine. Essa conteneva i sarcofagi di Hatshepsut e di suo padre Thutmosi I. Ma Hatshepsut, una volta diventata faraone, si era fatta scavare un’altra tomba nella Valle dei Re. Di tale sepoltura si occupò Hapuseneb, gran sacerdote di Amon. L’asse principale di questa «dimora eterna» era orientato in direzione del tempio di Deir el Bahari, collegando così idealmente i monumenti più importanti della regina faraone. Al padre di Hatshepsut si deve un’iniziativa fondamentale: la scelta della Valle dei Re come sede delle dimore eterne dei faraoni. Questa valle, uno uadi selvaggio e desertico a ovest di Tebe, è dominata da una cima, una sorta di grande piramide naturale: e infatti alcuni studiosi si chiedono se non sia stata intagliata apposta dalla mano dell’uomo affinché assomigliasse alle piramidi degli antichi re e servisse da protezione ai faraoni sepolti sotto di lei. L’accesso alla Valle dei Re, disseminata di fortini, non era consentito ai profani. Le tombe venivano scavate da artigiani iniziati e l’ingresso nelle tombe era vietato. Nei periodi di disordini sociali, questo luogo magico catturerà l’attenzione di ladri e predoni, intenzionati a impossessarsi dell’oro dei monarchi. I costruttori delle tombe reali vivevano a Deir el Medina, in un luogo chiamato «il posto della verità», «il posto dell’armonia». Questi uomini, che non furono mai molto numerosi (da trenta a cinquanta circa), dipendevano direttamente dal re in persona e dal visir. La loro presenza è chiaramente attestata per la XIX e la XX dinastia, ma la comunità che formavano fu certamente operativa fin dalla XVIII dinastia. Questa confraternita costituiva un collegio iniziatico la cui regola di vita presenta affinità con quella di altre comunità di costruttori. Regno felice, anni di pace e di serenità, bellezza di una civiltà incarnata dal tempio di Deir el Bahari: il bilancio dell’opera compiuta da Hatshepsut è più che positivo. Ma già, in lontananza, rimbomba l’eco delle armi. L’ora di Thutmosi III è arrivata.
sabato 4 novembre 2023
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 4 novembre 1922 Howard Carter compie la più grande scoperta archeologica dell'egittologia, trovando l'ingresso della tomba intatta del faraone Tutankhamon.
Tutankhamon (XIV secolo ca. a.C.) fu un faraone della XVIII dinastia che regnò dal 1350 al 1341 ca. a.C. Succeduto ad Akhenaton, dopo il breve regno del fratellastro Semenkhara, reintrodusse il culto di Amon, abbandonato per volere di Akhenaton, e riportò la capitale a Tebe, ponendo così fine alla crisi politica e religiosa che aveva opposto il suo predecessore alla ricca e potente casta dei sacerdoti di Amon.
Poco si sa del regno di Tutankhamon e, considerata la sua giovane età (morì a circa diciannove anni), è probabile che il Paese fosse di fatto governato da Horemheb, capo dell’esercito. La sua notorietà deriva soprattutto dal ritrovamento della sua tomba da parte di Howard Carter nel 1922. Sfuggita ai saccheggi, conteneva intatto il corredo funerario del faraone, oltre alla sua mummia, attualmente conservati al Museo egizio del Cairo.
La scoperta della tomba del faraone Tutankhamon, vissuto nel XIV secolo a.C., rappresenta una delle maggiori conquiste dell’archeologia del XX secolo. Gli scavi furono iniziati nel 1922 dagli studiosi Howard Carter e dal suo mecenate Lord Carnarvon. Gli archeologi identificarono le tracce della tomba di Tutankhamon sotto i detriti di quella di Ramesse VI, nella Valle dei Re. A differenza degli altri sepolcri, quello di Tutankhamon, che comprende ben quattro stanze sotterranee, non era stato saccheggiato dai ladri, e gli studiosi vi trovarono oltre 5000 oggetti, fra i quali la celebre maschera mortuaria in oro del faraone, gioielli, mobili, armi, ventagli, statue, oggi esposti presso il Museo egizio del Cairo.
Si tratta della tomba più dimessa, ma è anche la più famosa della valle per l’immenso tesoro artistico e archeologico scopertovi. La tomba è modesta perché fu eseguita affrettatamente per un faraone di secondaria importanza, morto giovanissimo. Tutankhamon visse nel periodo travagliato dalle lotte politico-religiose originate dalla morte del grande faraone eretico Akhenaton, disordini sedati dopo qualche anno dopo dal potente Horemheb. La tomba venne limitata a un corto corridoio conducente all’anticamera su cui si affacciano, a destra, la camera sepolcrale e la stanza del tesoro, mentre di fronte è un’altra stanza destinata ad accogliere le offerte e l’arredo. Di tutto il complesso solo la camera sepolcrale fu decorata con una raffigurazione di Aj, secondo marito di Nefertiti, e successore di Tutankhamon, mentre compie la cerimonia dell’apertura degli occhi e della bocca del defunto in sembianze di Osiride.
Appena riempita del corredo e sigillata, la tomba venne visitata dai ladri che, disturbati, ne asportarono solo pochi oggetti. Riordinata sommariamente e sigillata di nuovo dai Sacerdoti ebbe la fortuna, cent’anni dopo, di rimanere sepolta dai detriti prodotti nello scavo della tomba di Rameses IX. Il materiale di scarto ne cancellò ogni traccia cosicché essa fu dimenticata per quasi tremila anni.
In tutti gli ambienti della tomba di Tutankhamon furono rinvenuti oggetti preziosi: gioielli, amuleti, monili, oggetti rituali, sigilli, strumenti musicali, sedie, carri, statue, portantine, maschere e sarcofagi in oro massiccio decorato finemente e con pietre preziose. Basti pensare che persino alcune delle pareti interne erano ricoperte da un sottile foglio d’oro ottenuto con battitura a freddo.
domenica 27 marzo 2022
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 27 marzo del 47 a.C. Cleopatra VII torna sul trono d'Egitto, grazie alla vittoria di Giulio Cesare sulle truppe di Tolomeo.
La regina egiziana più nota della storia, Cleopatra VII Thea Philopatore, nasce ad Alessandria D'Egitto nel 69 a.C. E' la figlia del faraone Tolomeo XII e alla morte del padre, avvenuta nel 51 a.C., viene costretta a sposare il fratello dodicenne Tolomeo XIII con il quale ascende al trono. Il fratello però, durante il terzo anno di regno, incoraggiato anche dai suoi consiglieri, uno dei quali pare sia il suo amante, esilia la giovane sorella che trova rifugio in Siria.
Dall'esilio Cleopatra riesce a perorare così bene la propria causa da ottenere che, con l'arrivo di Giulio Cesare, possa rivendicare a pieno i propri diritti di regina. Cleopatra, nonostante la giovane età, non è affatto una donna arrendevole ma anzi intelligente, colta, e poliglotta (pare che sia in grado di parlare sette o addirittura dodici lingue ed è la prima regina macedone ad imparare l'egiziano per meglio governare il suo popolo) e, soprattutto, è perfettamente conscia del proprio fascino.
La storia dell'incontro tra i due è ormai quasi leggenda: Giulio Cesare giunge in Egitto all'inseguimento di Pompeo, di cui gli viene fatta ritrovare solo la testa. Ad uccidere Pompeo sono stati i sicari del faraone Tolomeo che tenta in questo modo di ottenere i favori di Cesare. Mentre questi è a palazzo, però, gli arriva in dono un tappeto prezioso che comincia a srotolarsi e dal quale esce la splendida regina diciottenne Cleopatra.
Molto si è scritto sulla storia d'amore dei due e persino favoleggiato; probabilmente l'unione è frutto di calcolo da parte sia di Cleopatra che di Giulio Cesare, interessato ad un alleanza con l'Egitto per motivi economici. Dalla relazione nasce un figlio, a cui danno il nome di Tolomeo Cesare o Cesarione.
Cesare intanto sconfigge gli egiziani, uccide il giovane faraone Tolomeo XIII e insedia sul trono proprio Cleopatra. Nel rispetto però delle tradizioni egiziane, Cleopatra deve dividere il nuovo trono con il fratello minore Tolomeo XIV, che è costretta a sposare. Una volta assicurata la stabilità del regno, si trasferisce a Roma con figlio al seguito e qui vive ufficialmente come amante di Cesare.
L'intento politico di Cleopatra, che si rivela un'ottima stratega, è comunque quello di proteggere l'integrità del suo regno dal sempre più invadente espansionismo romano. La sorte del povero Cesarione non sarà però felice, nonostante la sua discendenza; il vero erede maschio di Cesare verrà considerato Caio Giulio Cesare Ottaviano, il quale si libererà dell'importuno discendente alla prima occasione.
Dopo l'assassinio di Giulio Cesare nelle idi di marzo del 44 a.C, la situazione politica non consente più a Cleopatra di rimanere a Roma, ed ella riparte per l'Egitto. Secondo alcune fonti, tornata in patria, avvelena il fratello Tolomeo XIV e governa con il figlio Cesarione.
Alla fine della guerra civile seguita alla morte di Giulio Cesare, Cleopatra si lega ad Antonio. Marco Antonio ha il compito di governare le province Orientali e durante una campagna, intrapresa per sedare una rivolta, incontra Cleopatra. Caratterizzato da una personalità esuberante e vivace, resta affascinato dalla regina egiziana e tra i due ha inizio una relazione. Mentre si trova alla corte di Alessandria ad Antonio giunge la notizia della morte della moglie Fulvia, responsabile di aver capeggiato una rivolta contro Ottaviano.
Antonio torna a Roma e, per rinsaldare il legame con Ottaviano, ne sposa la sorella Ottavia nel 40 a.C. Insoddisfatto però dalla condotta di Ottaviano nella guerra ingaggiata contro i Parti, Antonio finisce per tornare in Egitto, dove Cleopatra ha avuto nel frattempo due gemelli, ai quali seguirà un terzo figlio e il matrimonio tra i due, nonostante Antonio sia ancora sposato con Ottavia. Cleopatra, da ambiziosa e scaltra regina qual'è, vorrebbe costituire con Antonio una sorta di grande regno, la cui capitale dovrebbe essere la più evoluta Alessandria d'Egitto e non Roma. Ella concede dunque ad Antonio l'uso delle milizie egiziane, con le quali egli conquista l'Armenia.
Cleopatra viene nominata regina dei re, associata al culto della dea Iside e nominata reggente con il figlio Cesarione. Le manovre della coppia preoccupano Ottaviano che induce Roma a dichiarare guerra all'Egitto. Le milizie egiziane guidate da Antonio e quelle romane guidate da Ottaviano si scontrano ad Azio il 2 settembre del 31 a.C.: Antonio e Cleopatra vengono sconfitti.
Nel momento in cui i romani giungono ad espugnare la città di Alessandria, i due amanti si risolvono al suicidio. E' il 12 agosto dell'anno 30 a.C.
In realtà Antonio si suicida a seguito della falsa notizia del suicidio della sua Cleopatra, la quale, a sua volta, si suicida facendosi mordere da un aspide.
Alcuni studi effettuati di recente smentiscono tuttavia la possibilità che ella sia potuta morire a seguito del morso di un aspide. Cleopatra è una grande esperta di veleni e sa che utilizzando quella metodologia la sua agonia sarebbe molto lunga. Probabilmente deve aver escogitato questa storia per apparire al suo popolo ancor più come la reincarnazione di Iside, ma deve essersi avvelenata usando una miscela di veleni preparata in precedenza.
Cesarione fu fatto giustiziare da Ottaviano, mentre i tre figli avuti con Antonio furono portati a Roma. L'Egitto divenne una provincia romana retta dal prefetto d'Egitto, funzionario di rango equestre. Ottaviano, ritornato a Roma per festeggiare il trionfo della spedizione egiziana, fece allestire su un carro un dipinto della bellissima regina, portandolo in trionfo attraverso le vie della città.
Al Cairo, sulla cima di una collina da cui si vede il mare, sotto i resti di un tempio dedicato a Iside: è qui, secondo gli archeologi, che potrebbe riposare il corpo di Cleopatra. La tomba della regina egiziana non è mai stata localizzata, ma gli archeologi hanno raccolto prove che testimonierebbero che i sacerdoti di Cleopatra, dopo il suo suicidio, ne avrebbero trasportato il corpo al tempio, dove potrebbe riposare accanto al suo amante, Marco Antonio. «Questa potrebbe essere la più importante scoperta del 21esimo secolo - ha detto Zahi Hawass, capo archeologo -. Questo è il luogo perfetto dove potrebbero essere sepolti i loro corpi».
La storia di Cleopatra ha affascinato nei secoli schiere di scrittori ed artisti, che hanno contribuito a far nascere la leggenda della bellissima seduttrice che riuscì ad ammaliare due dei più potenti uomini del suo tempo. Cleopatra fece erigere numerose raffigurazioni e statue in Egitto. Nelle statue e nei bassorilievi egizi la regina è raffigurata secondo canoni e tipologie tolomaiche, anche se a volte indossa una corona con il triplo ureo. Nelle monete il profilo di Cleopatra appare assai pronunciato. Nelle statue romane Cleopatra è rappresentata realisticamente oppure in veste divinizzata, assimilata alla dea Venere.
mercoledì 2 marzo 2022
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 2 marzo 1817 Giovanni Battista Belzoni scopre il sito archeologico di Abu Simbel, in alto Egitto.
I templi di Abu Simbel ebbero una sorte un pò sfortunata. Dapprima coinvolti in un terremoto durante il regno di Ramesse II vennero poi, con la fine dell'impero egizio, abbandonati e col tempo ricoperti di sabbia.
Il 22 marzo 1813 lo svizzero Johann Ludwig Burckhardt, scoprì le teste dei colossi di Ramesse che affioravano dalla sabbia ma non fu in grado di comprendere chi rappresentavano, nè di entrare all’interno dei templi.
Solo nel 1817 l’italiano Gianbattista Belzoni (1778-1823) iniziò una campagna di scavi grazie ai quali fu di nuovo rivelata la bellezza di questi maestosi monumenti.
Belzoni, il grande esploratore che ovunque scavava trovava qualcosa, ricevette l'autorizzazione dal governo di procedere per liberare l'ingresso del tempio di Abu Simbel solo molto tempo dopo che mercanti senza scrupoli volevano impossessarsi dei tesori sparsi nelle terre vicino a Luxor e prenderne il merito. Belzoni non si lasciò comunque intimorire e continuò a svolgere il suo lavoro, che lo portò alla scoperta del meraviglioso tempio di Abu Simbel. La quantità di sabbia da liberare era enorme, per questo ci volle l'aiuto della gente dei paesi vicini per almeno dodici mesi: nessuno entrava nel tempio da più di duemila anni.
Il vero pericolo per la sorte del tempio, però, arrivò molto più tardi quando il complesso rischiò di sparire per sempre sepolto da una valanga d’acqua.
Nel 1960,infatti, il presidente egiziano Nasser aveva iniziato i lavori per la costruzione della grande diga di Assuan.
Questa prevedeva la creazione di un enorme lago artificiale, un progetto importante per l'energia elettrica del paese, ma che rischiava di cancellare per sempre alcune delle più straordinarie testimonianze dell’antica civiltà dei faraoni: fra queste anche Abu Simbel, che nel frattempo era diventato famoso in tutto il mondo.
Dunque, per non essere sommerso dalla acque, l'Unesco lanciò il grido d'allarme e l'intero tempio venne smontato pezzo per pezzo in migliaia di blocchi e rimontato 60 metri più in alto dell'intera montagna in cui erano scavati i due templi, e con l'aiuto economico di più Paesi tra cui l'Italia, il lavoro fu portato a termine nel 1967 con ottimi risultati. L’intero tempio fu ricostruito mantenendo persino l’originario orientamento rispetto agli astri e al nuovo corso del Nilo.
Il tempio, edificato da Ramses II per celebrare la sua potenza ai confini meridionali del regno, era interamente scavato dentro un costone roccioso ( 33 m. di altezza per 36 di larghezza e una profondità di 55m. ), con la facciata abbellita da quattro statue colossali alte 20m. raffiguranti il faraone stesso in posizione seduta su un trono cubico. Le espressioni del volto, diverse per ogni colosso, stupiscono per la loro naturalezza, a testimonianza dell'elevata sensibilità raggiunta nella scultura dai maestri dell'epoca.
Vicino a Ramesse si trovano le raffigurazioni in scala minore della madre Tuia, della moglie Nefertari e dei suoi numerosi figli. La seconda statua da sinistra ha perduto la parte superiore. Non si conosce esattamente quando e perchè questa statua sia stata danneggiata, ma sicuramente in epoca antica forse quando Ramesse II era ancora in vita e, forse, a causa del terremoto che ha definitivamente aperto una frattura preesistente nella roccia. Le altre tre statue sono rimaste intatte. Due linee di iscrizioni e un fregio con babbuini adoranti, messaggeri del sole nascente, chiudono la parte superiore della facciata.
Si entra nel tempio attraverso un portale al centro delle grandi statue e si accede ad una grande sala ipostila il cui soffitto, decorato con avvoltoi quello della navata centrale mentre con le stelle quello delle navate laterali, è sorretto da otto pilastri sui quali poggiano altrettante statue di Ramesse II, raffigurato nelle vesti del dio Osiride. Le statue sul lato sud indossano la corona dell'Alto Egitto, mentre quelle a nord la doppia corona dell'Alto e del Basso Egitto.
Le pitture alle pareti, ben conservate anche nei colori, raccontano le storie che hanno dato origine alla leggenda di Ramesse il Grande (poema di Pentaur): in gran parte esse rappresentano la vittoria del faraone sugli Ittiti nella battaglia di Kadesh in Siria. Questi rilievi descrivono vari momenti della battaglia: si vede il re che attacca i nemici sul suo carro da guerra, e che trapassa con la sua lancia un libico a terra.
Si passa dunque ad un altra sala ipostila più piccola della precedente con pilastri raffiguranti il re che viene accolto fra gli dei;
le pareti sono invece decorate con la barca di Amon-Ra nel lato sud e con la barca del re divinizzato nel lato nord.
Continuando si scopre il santuario più interno, dove solo il re poteva entrare, e il NAS con le quattro divinità Ra Horakhte, RAMESSE II divinizzato, Amon-Ra e Ptah. La statua del re assieme a quelle degli dei in perfetta parità è il segno più evidente della divinizzazione del re.
Due volte l'anno, il 21 febbraio e il 21 ottobre, i raggi solari all'alba attraversano la sala ipostila per raggiungere la parte più interna del tempio, il naos, illuminando solo tre figure. La quarta, Ptah, dio del mondo sotterraneo, rimane nell'ombra. Non si era mai visto niente di simile fino ad ora; inoltre questo effetto dà una evidente indicazione dell'ottima conoscenza dell'astronomia e delle grandi capacità di calcolo degli architetti egiziani.
Il tempio di Nefertari, a poca distanza da quello grande, eretto anch'esso su un costone roccioso, fu fatto costruire da Ramesse II in onore di sua moglie, identificata con la dea Hathor. E' composto da un ingresso con ai lati due statue di Ramesse II in piedi, che si alternano con una di Nefertari dell'altezza di circa 10m; tra le statue sono rappresentati principi e principesse. Iscrizioni geroglifiche con la serie dei titoli del faraone e della consorte dividono le statue. Tutte le statue hanno il piede sinistro in avanti come se volessero uscire dalla roccia e quelle di Nefertari hanno sulla testa le corna della vacca sacra, il disco solare e due piume come la dea Hathor.
È sorprendente il fatto che le statue di Nefertari siano state costruite della stessa altezza del re Ramesse.
L'interno comprende una sala ipostila con colonne hathoriche sormontate da un sistro, simbolo della dea. Le pareti sono coperte da rilievi murali, più semplici e meno colorati di quelli del tempio grande, ma anche questi molto interessanti e rappresentano Ramesse e Nefertari assieme a vari dei oltre a scene di vita quotidiana tra i due coniugi in cui il loro amore viene continuamente esaltato, e la grandezza e la potenza del faraone rivivono in ogni scena.
Po, in successione, si trovano un vestibolo e il santuario con una nicchia contenente la statua di Hathor in forma di vacca che protegge il re.
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