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domenica 19 luglio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 19 luglio.
Nella notte tra il 18 e il 19 luglio 64 d.C., sotto il principato di uno degli imperatori più scellerati passati alla guida di Roma, avvenne il più grande incendio della storia della città.
L'immagine di Nerone che ci è stata tramandata nel corso del tempo lo disegna come un uomo ostile, megalomane, controverso e dittatore. Degno dello zio Caligola, durante il suo impero, concentrato unicamente su una tendenza teocratica, Nerone si procurò le inimicizie di molti a causa del suo carattere ambiguo e odioso, tanto che fino a non molto tempo fa si credeva che mentre la sua Roma veniva distrutta da un terribile incendio, egli, alla vista di tale tragedia, stesse traendo ispirazione per cantare la distruzione della città di Troia.
E' controversa la storia sull'incendio di Roma. Tra gli autori antichi si sono aperte diverse teorie: Tacito ci fornisce una descrizione oggettiva dell'episodio, menzionando gli efficaci interventi riparatori di Nerone; d'altro canto Svetonio narra di una disgrazia voluta e cercata dall'imperatore per lasciare il segno nella storia. Nei secoli successivi è stata confutata questa teoria, ma ancora non si ha la certezza assoluta che Nerone sia stato innocente.
L'unica certezza che abbiamo è di come si sia propagato l'incendio a partire dall'alba del 19 luglio del 64, quando le prime fiamme cominciarono a divampare nella zona del Circo Massimo e a diffondersi mano a mano lungo un vastissimo territorio. Si protrasse per ben nove giorni, distruggendo completamente tre delle quattordici regioni (gli odierni quartieri) della città: l'attuale Colle Oppio, il Circo Massimo e il Palatino. Le altre riscontrarono danni minori.
Nerone si trovava ad Anzio quando scoppiò l'incendio. Tornò affrettatamente in città dove soccorse i senza tetto e cercò di risanare la situazione, ma a nulla valsero i suoi sforzi e la città ben presto si tramutò in un cumulo di macerie. Nonostante i numerosi provvedimenti - che secondo molti Nerone attuò per accattivarsi la benevolenza del popolo e per smentire le accuse nei suoi confronti - l'imperatore venne sospettato di essere il fautore dell'incendio. Di conseguenza, per sopire le voci, Nerone accusò i cristiani dando inizio ad una violenta persecuzione, mettendo a morte moltissimi credenti - già non ben visti dalla popolazione - nonché i vertici stessi della chiesa di allora.
Placata in questo modo l'ira del popolo, Nerone pensò bene di realizzare i suoi progetti megalomani, a partire dalla sua nuova residenza, la Domus Aurea. Edificato nel segno della maestosità e della grandezza, il complesso occupava circa un quarto dell'intera città, estendendosi dal Palatino, al Celio e all'Esquilino e comprendendo, oltre al palazzo imperiale, un insieme di laghetti, statue e giardini, dove nell'80 Tito fece costruire il Colosseo.
Fortunatamente gli altri progetti che nacquero nella mente perversa di Nerone non furono realizzati.
Nel corso del tempo le accuse rivolte all'imperatore risultarono infondate, ma rimangono ancora molti i misteri riguardo alla vicenda e a questo regnante scellerato. La costruzione della Domus Aurea ha portato a pensare che egli abbia organizzato l'incendio per avere la scusa di erigere la propria residenza; inoltre si narra che, mentre l'incendio dilagava, alcuni uomini, comandati da non si sa chi, avevano il compito di alimentare le fiamme.
Secondo le fonti antiche si è trattato di un incendio di origine dolosa a causa del suo andamento - si è espanso in tutte le direzioni senza seguire la velocità dei venti - e della velocità di propagazione; la storiografia moderna, invece, sostiene la tesi di un'origine accidentale.
Tacito è l'autore che più di ogni altro si è dedicato con attenzione alla storia del violento incendio, circa mezzo secolo dopo, e dalla sua opera Annales - nella quale viene descritta la vicenda- si possono trarre molti dettagli utili a ricostruire l'avvenimento. Egli narra in particolar modo degli edifici, dei monumenti e delle opere d'arte distrutti, dei quartieri andati in rovina e di quelli rimasti intatti, solo tre per l'esattezza; prosegue spiegando dettagliatamente la ricostruzione della città.

martedì 9 giugno 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 9 giugno.
Il 9 giugno 68 muore a Roma l'Imperatore Nerone.
L'imperatore romano Nerone (in latino: Nero Claudius Caesar Augustus Germanicus) nasce ad Anzio il 15 dicembre dell'anno 37, da Agrippina Minore e Gneo Domizio Enobarbo. Il padre appartiene a una famiglia considerata di nobiltà plebea, mentre la madre è figlia dell'acclamato condottiero Germanico, nipote di Marco Antonio, di Agrippa e di Augusto, nonché sorella dell'imperatore Caligola che di Nerone è pertanto zio materno.
Nato con il nome di Lucio Domizio Enobarbo, Nerone viene ricordato come quinto ed ultimo imperatore della dinastia giulio-claudia.
Nell'anno 39 la madre Agrippina Minore si scopre essere coinvolta in una congiura contro il fratello Caligola: viene per questo mandata in esilio nell'isola di Pandataria. L'anno seguente, il marito Gneo muore e il patrimonio viene requisito da Caligola stesso.
Due anni dopo Caligola viene assassinato, Agrippina Minore può così fare ritorno a Roma per occuparsi del figlio. Lucio viene affidato a due liberti greci (Aniceto e Berillo) per poi proseguire gli studi con due sapienti dell'epoca: Cheremone d'Alessandria e Alessandro di Ege, grazie ai quali sviluppa un pensiero filoellenista.
Nel 49 Agrippina Minore sposa l'imperatore Claudio ed ottiene la revoca dell'esilio di Seneca, allo scopo di servirsi del celebre filosofo quale nuovo precettore del figlio.
Nerone sale al potere nell'anno 55, a soli diciassette anni. Britannico, figlio legittimo dell'imperatore Claudio, sarebbe stato fatto uccidere per volere di Sesto Afranio Burro, forse con il coinvolgimento di Seneca.
Il primo scandalo del regno di Nerone coincide con il suo primo matrimonio, considerato incestuoso, con la sorellastra Claudia Ottavia, figlia di Claudio; Nerone più tardi divorzia da lei perchè si innamora di Poppea. Quest'ultima, descritta come una donna di rara bellezza, prima del matrimonio con l'imperatore sarebbe stata coinvolta in una storia d'amore con Marco Salvio Otone, amico di Nerone stesso. Nel 59 Poppea viene sospettata di avere organizzato l'omicidio di Agrippina, mentre Otone viene spedito lontano, promosso governatore in Lusitania (l'odierno Portogallo).
Dopo aver ripudiato Claudia Ottavia per sterilità e averla relegata in Campania, Nerone sposa Poppea nell'anno 62.
Nello stesso periodo introduce una serie di leggi sul tradimento che provocano l'esecuzione di numerose condanne capitali.
Nel 63 nasce Claudia Augusta, figlia di Nerone e Poppea, ma muore ancora in fasce.
L'anno seguente (64) è l'anno dello scoppio del grande incendio di Roma: quando accade il tragico fatto l'imperatore si trova ad Anzio, ma raggiunge immediatamente l'Urbe per conoscere l'entità del pericolo e decidere le contromisure, organizzando in modo efficiente i soccorsi, partecipando in prima persona agli sforzi per spegnere l'incendio. Nerone mette sotto accusa i Cristiani residenti a Roma, già malvisti dalla popolazione, quali autori del disastro; alcuni di loro vengono arrestati e messi a morte.
Dopo la morte Nerone sarà accusato di aver provocato egli stesso l'incendio. Nonostante la ricostruzione dei fatti sia incerta e molti aspetti della vicenda siano ancora controversi, gli storici concordano sul valutare come superata e poco attendibile l'immagine iconografica dell'imperatore che suona la lira mentre Roma brucia.
Nerone apre addirittura i suoi giardini per mettere in salvo la popolazione, attirandosi l'odio dei patrizi e facendo sequestrare imponenti quantitativi di derrate alimentari per sfamare le vittime. In occasione dei lavori di ricostruzione di Roma, Nerone detta nuove e lungimiranti regole edilizie, che tracciano un nuovo impianto urbanistico sul quale è tutt'ora fondata la città. In seguito all'incendio fa recuperare una vasta area distrutta, facendo realizzare il faraonico complesso edilizio noto come Domus Aurea, la sua residenza personale, che giunge a comprendere il Palatino, le pendici dell'Esquilino (Oppio) e parte del Celio, per un'estensione di circa 80 ettari.
Nel 65 viene scoperta la congiura pisoniana (così chiamata da Caio Calpurnio Pisone); i cospiratori, tra cui anche Seneca, vengono costretti al suicidio. Secondo la tradizione cristiana in questo periodo Nerone ordina inoltre la decapitazione di San Paolo e, più tardi, la crocifissione di San Pietro.
Nel 66 muore la moglie Poppea: secondo le fonti sarebbe stata uccisa da un calcio al ventre dello stesso Nerone durante una lite, mentre era in attesa del suo secondogenito. L'anno successivo l'imperatore viaggia fra le isole della Grecia, a bordo di una lussuosa galea sulla quale divertiva gli ospiti con prestazioni artistiche. Nerone decide di rendere la libertà alle città elleniche, rendendo più difficili i rapporti con le altre province dell'impero.
A Roma intanto, Ninfidio Sabino andava procurandosi il consenso di pretoriani e senatori. Il contrasto di Nerone con il senato si era acuito già dagli anni 59-60 in seguito alla riforma monetaria che l'imperatore aveva introdotto: secondo la riforma veniva privilegiato il denarius (la moneta d'argento di cui si serviva soprattutto la plebe urbana) all'aureus (la moneta dei ceti più agiati).
Nel 68 le legioni stanziate in Gallia e in Spagna, guidate rispettivamente da Vindice e da Galba, si ribellano all'imperatore, costringendolo a fuggire da Roma. Il Senato lo depone e lo dichiara nemico pubblico: Nerone si suicida il 9 giugno dell'anno 68, probabilmente aiutato dal liberto Epafrodito.
La sua salma viene sepolta in un'urna di porfido, sormontata da un altare di marmo lunense, collocata nel Sepolcro dei Domizi, sotto l'attuale basilica di Santa Maria del Popolo.
L'immagine di Nerone è stata tramandata dagli storici cristiani quale autore della prima persecuzione contro i cristiani, nonché responsabile del martirio di moltissimi cristiani e dei vertici della Chiesa Romana, cioè San Pietro e San Paolo. In realtà Nerone non emise alcun provvedimento nei confronti dei cristiani in quanto tali, limitandosi a condannare i soli giudicati colpevoli di aver provocato l'incendio di Roma. A riprova di questo va ricordato che lo stesso San Paolo si era appellato al giudizio di Nerone per avere giustizia, finendo assolto delle colpe imputategli. Ancora San Paolo, nella sua Epistola ai Romani, raccomanda l'obbedienza a Nerone. Le persecuzioni contro i cristiani ebbero invece inizio nel II secolo con la prima persecuzione ordinata da Marco Aurelio, quando la presenza dei cristiani cominciò a rappresentare un serio pericolo per le istituzioni di Roma.

sabato 24 gennaio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 24 gennaio.
Il 24 gennaio del 41 d.C., in seguito all'uccisione di Caligola, Claudio viene incoronato imperatore di Roma.
Claudio, fratello di Germanico e quindi zio dell'imperatore assassinato, era già avanti con gli anni e si dice che dopo l'uccisione di Caligola suo nipote, si nascose per non farsi trovare dai pretoriani che lo volevano incoronare imperatore, perchè appunto Claudio non aveva mai aspirato al potere.
Sin da quando era piccolo veniva considerato dalla sua famiglia e in particolare dalla madre uno sciocco; ma non era affatto uno sciocco, era una figura umbratile di storico e studioso, e la sua formazione culturale lo portò a dimostrarsi subito un ottimo uomo politico e un ottimo amministratore.
Era un innovatore, ma rispettava comunque le tradizioni secolari di Roma.
Attuò numerose spinte importanti verso una burocratizzazione del governo e dell'amministrazione imperiale, infatti riorganizzò le grandi segreterie centrali (che gestivano l'amministrazione e la finanza imperiale) mettendoci a capo dei suoi fidati liberti.
Questa sua mossa di promuovere i liberti a capo di importanti sedi amministrative aveva creato un malcontento da parte del senato e ottenne anche la critica di Seneca nell'opera l'Apocolocynthosis in cui trasforma l'imperatore Claudio in una zucca.
I Liberti a Roma non potevano ottenere cariche pubbliche (secondo la legge del 24 d.C. chiamata lex Visellia).
Ma Claudio, non solo affidava a loro le magistrature piu elevate e li faceva diventare le persone piu potenti e ricche di tutto l'impero, ma concedeva loro le insegne di "ornamenta praetoria e ornamenta consularia", che spettavano a chi era stato Pretore o Console e ovviamente non fece altro che aumentare lo scandalo e le critica da parte dei senatori e di tutti i conservatori e filo-senatoriali.
La nuova riorganizzazione burocratica si rivelò efficace e duratura e si estese anche in periferia.
Claudio portò avanti un importante programma di opere pubbliche, tese a migliorare la qualità della vita, soprattutto nella città di Roma.
Fece costruire anche un altro porto poco piu su della foce del Tevere che sarebbe servito a migliorare l'approvvigionamento alimentare della città di Roma che era veramente immensa e difficile era garantire sempre la disponibilità di grano per i cittadini della Capitale Imperiale.
Anche sul piano idrico, Claudio attuò un programma di colossale impresa ingegneristica: costruì un acquedotto enorme con il compito di svuotare il lago del Fucino per creare altre terre coltivabili al centro della penisola.
L'aspetto piu innovativo della politica di Claudio fu un programma di integrazione nell'impero dei cittadini delle province, ai quali concesse la possibilità di assumere cariche pubbliche e addirittura la possibilità di poter entrare nel senato Romano.
Claudio venne considerato il paladino di tutti coloro che prima erano stati emarginati dalla politica e dai diritti di Roma: aiutò infatti gli schiavi, ex-schiavi (Liberti), e anche la popolazione delle provincie oltre la penisola concedendo loro in molti casi la cittadinanza Romana.
Come tutti gli Imperatori, anche Claudio aveva bisogno di gloriarsi con una conquista militare, c'era infatti una regione di estrema importanza per posizione e ricchezza commerciale: la Britannia.
La conquista di questa regione, avvenuta grazie ad Agrippa, era anche un risultato simbolico perchè era la prima regione ad essere conquistata oltre "l'oceano" (così definito dai Romani perchè la Britannia non è attaccata all'Europa e per arrivarci bisognava oltrepassare un mare che non era il Mediterraneo).
Le congiure contro gli Imperatori non risparmiarono neanche Claudio che fu costretto a processare e a far uccidere la sua terza moglie Messalina, nota per i suoi famelici appetiti sessuali, perchè aveva cercato di ucciderlo.
Così Claudio sposò Agrippina, figlia di Germanico, donna ambiziosissima.
Agrippina creò una fazione a corte e riuscì ad ottenere da Claudio l'adozione del suo figlio di primo letto, Lucio Domizio Enobarbo, il futuro imperatore Nerone.
Claudio morì nel 54 improvvisamente, dopo aver mangiato un piatto di funghi avvelenati. Non è difficile pensare che sia stato avvelenato da Agrippina per mano di Lucusta, anche se era ormai sicura della successione di Nerone. Essa potrebbe aver desiderato vedere il figlio sul trono mentre era ancora abbastanza giovane per seguire i suoi consigli e le sue volontà.
Morto Claudio, Agrippina e Nerone si preoccuparono di far sparire anche Britannico, figlio naturale di Claudio e aspirante al trono; questo evento testimonia l'implicazione di Agrippina nella morte dell'imperatore. L'augusta, però, dedicò sul Celio il tempio del Divo Claudio al defunto marito.

martedì 18 luglio 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 18 luglio.
Il 18 luglio 64 d.C. iniziò il grande incendio di Roma, principale evento per cui passò alla storia l'imperatore Nerone.
Se si pensa a Nerone non c’è bisogno di dire chi era: tutti si ricordano che fu un imperatore romano, magari non si sa collocarlo temporalmente, ma non importa, quasi tutti si ricordano che ce l’aveva a morte con i cristiani e tanto basta per dargli un posto nella storia.
Tutti però, se conoscono Nerone sanno che si mise a cantare suonando la cetra mentre guardava Roma divorata dal fuoco… e tanto basta per dargli un posto anche nella leggenda.
Ma che cosa c’è di vero in questa immagine?
Tutto e niente sarebbe la risposta più corretta.
Per ogni fatto riportato dagli storici dell’epoca o dai detrattori dell’epoca - ma anche da chi provò a strumentalizzare l’evento negli anni successivi - infatti, si può dare un’interpretazione a favore o sfavore di Nerone.
Di sicuro si può dire che nel 64 d.C. a Roma ci fu un incendio devastante, l’incendio più disastroso che abbia mai toccato la città eterna, che mai come in quell’occasione rischiò la fine della propria esistenza.
Dolo o sfortunato accidente?
Non fa molta differenza. Roma era una città venuta su senza alcun piano urbanistico. Le case, domus patrizie o insulae plebee, erano state costruite riempiendo ogni spazio tra una e l’altra e se si eccettua il fatto che sulle cime dei sette colli sorgevano gli edifici istituzionali e le case dei patrizi, mentre in basso - le zone più malsane dove acqua e scoli ristagnavano - sorgevano quelle dei plebei, non si possono ravvisare altri criteri costruttivi sulla distribuzione delle costruzioni per tipologia.
In ogni caso, sia le domus che le insulae erano realizzate con l’impiego diffuso di materiali infiammabili: le travi per reggere i tetti, i cannicci per i solai e i pavimenti, le scale - le insule, sempre sovraffollate, raggiungevano anche i sei piani di altezza - erano tutti elementi di legno altamente infiammabili.
A tutto ciò si deve aggiungere che per cucinare e riscaldarsi in quell’epoca si ricorreva a bracieri senza veri e propri camini per contenere le fiamme ed estrarre i fumi.
In base alle considerazioni appena fatte, non deve dunque stupire sapere che a Roma scoppiassero ogni giorno, o quasi, incendi più o meno devastanti così come non deve stupire che, alla fine, uno di questi eventi crebbe fino a radere al suolo quasi tutta la città, come appunto accadde nel luglio del 64.
Ecco che per come si presentava la capitale del mondo a quell’epoca, parlare di dolo, perde di significato. Senza interventi urbanistici e organizzativi per prevenire e contrastare gli incendi, prima o poi, il disastro si sarebbe verificato.
Vero è che l’incendio alla fine del sesto giorno, quando ormai si poteva dire domato - dopo che circa metà della città era già andata in fumo - tornò a divampare!
Il focolaio del grande incendio del 64 si colloca nei pressi del Circo Massimo, nella zona compresa tra i colli Palatino e Celio. Una zona piena di botteghe artigiane che facevano largo uso di sostanze infiammabili: stoffe, lana, legname ecc. una miccia perfetta per poi aggredire gli spalti del Circo che, contrariamente all’immagine diffusa da classici della filmografia hollywoodiana, erano di legno e non di marmo.
Sembra poi che in piena estate, le condizioni fossero perfette per favorire la propagazione delle fiamme, portate dal vento asciutto da una costruzione all’altra che, come già accennato, sorgevano una a ridosso dell’altra, separate da vicoli strettissimi e tortuosi che oltre a non costituire valide barriere alla propagazione dell’incendio impedivano alla gente di scappare e ai soccorsi di intervenire.
Per sei giorni le fiamme si mossero su e giù per i colli senza che nessuna delle strategie messe in atto per arginarlo desse esiti favorevoli. Si provò anche ad abbattere interi edifici così da creare il vuoto attorno alle fiamme e impedire a queste di propagarsi.
Ma fu tutto inutile, il fuoco divorò tutto quello con cui venne in contatto fino alla fine del sesto giorno, quando Roma, ormai devastata per oltre metà della sua superficie, per un attimo, dopo aver visto bruciare l’Esquilino, si illuse che tutto fosse finito.
Le fiamme tornarono ad alzarsi nei Giardini Emiliani di proprietà di Tigellino, un fedelissimo di Nerone che da tempo influenzava le scelte dell’imperatore con idee di "economia spregiudicata". Tra cui, a detta dello storico Tacito, quella di finire di radere al suolo la città per poterla rifondare con un nome nuovo che ricordasse quello di Nerone: Neronia o Neropolis.
A sostegno di quanto ipotizzato da Tacito, c’è il fatto che le zone devastate dal secondo incendio fossero caratterizzate da ampi spazi con poco materiale infiammabile.
L’idea più diffusa tra gli storici moderni, vista la modalità con cui progredì l’incendio, si pone a cavallo tra l’idea dell’incidente e del dolo: se è vero, infatti, che la prima fase dell’incendio è riconducibile a una sfortunata casualità è davvero poco credibile che lo sia anche la seconda fase che verosimilmente può essere stata innescata apposta per avere ulteriori aree cittadine da riedificare.
Singolare in tutto ciò, il fatto che più fonti - Tacito, Svetonio e Cassio Dione - riferiscano l’episodio di Nerone salito sul tetto della propria casa per mettersi a cantare accompagnandosi con la cetra una canzone sull’incendio della città di Troia. Svetonio, in particolare, riferisce che per l’occasione l’imperatore che si dilettava di teatro abbia indossato degli sgargianti abiti di scena.
È proprio su quest’immagine che si focalizza la leggenda: se si pensa al grande incendio di Roma, ormai, tutti inevitabilmente pensano a Nerone che dal balcone canta davanti alle fiamme, immagine resa vivida dalla magistrale interpretazione di Peter Hustinof nel film Kolossal del 1951 Quo Vadis?.
Molto probabilmente, la verità, ancora una volta, si trova a metà strada: non è difficile credere, infatti, che per un uomo di cultura come Nerone impotente davanti all’avanzare delle fiamme, recitare i versi di una canzone che aveva per tema la forza distruttiva di un altro incendio devastante possa aver avuto la valenza di un lamento disperato, completamente scevra dunque da atti di gioia o soddisfazione.
Come per l’immagine del canto, le azioni fatte - o non fatte - da Nerone, prima, durante e dopo l’incendio possono essere viste sia in chiave a lui favorevole, sia avversa.
Come per esempio l’abbattimento delle insulae per arrestare l’avanzata delle fiamme: un’azione più che lecita vista l’impossibilità di contrastare le fiamme anche solo con l’acqua che all’ora era distribuita per la città sfruttando la gravità e non a pressione come avviene oggi permettendo l’uso di manichette per indirizzare i getti anche a decine di metri di altezza.
Ma l’abbattimento delle insulae poteva benissimo essere interpretato come l’ennesima vessazione verso i poveri, così come anche l’acqua che poteva essere gettata sulle fiamme solo a secchiate organizzando catene umane, venne ritenuta scarsa perché sprecata nelle ville dei patrizi per le loro fontane piene di zampilli.
Stessa cosa dicasi per gli aiuti forniti ai senza casa allestendo tendopoli fuori le mura e distribuendo la farina a prezzi forzatamente bassi: i detrattori, infatti, ritennero queste misure solo una farsa populista architettata da Nerone per nascondere le sue colpe.
Così come la costruzione della sua Domus Aurea che venne eretta proprio sopra le macerie di quanto andato distrutto negli ultimi tre giorni di catastrofe e che più di tutto sanno di dolo.
Inutile far notare che i danni maggiori ai poveri erano quelli avvenuti nei giorni precedenti. Non che questa considerazione possa essere una scusante nel caso in cui Nerone si sia macchiato davvero di questi orribili crimini, ma di certo aiuta a considerare quanto accaduto in una chiave eventualmente opportunistica a "cose" fatte e non di premeditata efferatezza e scellerataggine.
La maggior parte degli imperatori ritenuti pazzi, infatti, sono solo immagini create dai loro detrattori come ad esempio Caligola, predecessore di Claudio e Nerone, che venne definito tale per aver nominato il suo cavallo senatore: dietro a questa mossa invece c’era la precisa e lucida volontà dell’imperatore di dimostrare che i senatori con la fine della Repubblica avevano perso ogni potere.
Come si può parlare di conseguenze positive saltando a piè pari quelle negative? Purtroppo quelle negative sono legate ad aspetti che a noi, quasi duemila anni dopo, risultano ormai inconsistenti: un gran numero di vittime, un gran numero di case distrutte, un gran numero di templi e monumenti rasi al suolo… ma sono tutte cose cui non sappiamo dare un volto, una forma, un significato ulteriore a quello letterale delle parole.
Unica eccezione sono le persecuzioni ai danni dei cristiani che condizionarono la storia fino ai giorni nostri e che meritano di essere trattate a parte, anche perché successive addirittura all’avvenuta ricostruzione della maggior parte della città.
Dunque, quali possono essere le conseguenze positive di un disastro di tale portata e tragicità?
Come già accennato all’inizio, la città eterna fino al 64 d.C. era stata costruita senza piani regolatori, senza criteri costruttivi se non quello di sfruttare tutti gli spazi a disposizione anche i più angusti. Per ordine dello stesso Nerone, invece, la ricostruzione avvenne in base a poche ma significative direttive generali.
Innanzitutto vennero tracciati i percorsi delle strade principali stabilendone le dimensioni.
Quindi venne imposto che domus o insulae adiacenti non avessero muri in comune, per evitare che fuoco e crolli potessero ripercuotersi direttamente sulle costruzioni confinanti.
Fu imposto anche che gli edifici dovessero essere realizzati con meno legno possibile sfruttando pietre come quelle estratte dalle cave di Gabio e di Alba per gli architravi sopra finestre e porte o i pilastri.
Venne istituito un servizio di sorveglianza al fine di garantire a tutti i luoghi della città l’arrivo di un quantitativo adeguato d’acqua.
Poste queste condizioni, Nerone incentivò la ricostruzione - almeno per quanto riguarda la maggior parte delle abitazioni - concedendo significativi rimborsi se i lavori fossero stati ultimati entro un anno dalla catastrofe.
Questo per quanto riguarda le conseguenze che si possono considerare dirette, tra le conseguenze indirette, rientrano invece tutte quelle costruzioni che altrimenti non avrebbero avuto la possibilità di essere erette se la città non fosse stata prima rasa al suolo.
Costruzioni tra le quali si annoverano opere oramai entrate nell’immaginario collettivo tra le quali spiccano la Domus Aurea, la gigantesca e sontuosa nuova residenza dell’imperatore, e il monumento per eccellenza legato al potere della Roma imperiale: il Colosseo.
La famosa arena o, più correttamente, l’Anfiteatro Flavio, infatti, realizzato a partire dal 70 d.C. per opera di Vespasiano - successore di Nerone dopo Galba, Otone e Vitellio alla fine della guerra civile ricordata come "l’anno dei quattro imperatori" - sorse su un’area in cui Nerone aveva fatto realizzare un laghetto artificiale impedendo la ricostruzione di quanto andato perso a causa del fuoco.
Insomma, cinicamente, si può affermare che senza incendio e manie di grandezza di Nerone, quello che a oggi è il simbolo per eccellenza nel mondo di Roma e dell’Italia non avrebbe avuto la possibilità di essere eretto, di più, Vespasiano lo realizzò con l’intento di accattivarsi la benevolenza del popolo facendo notare la differenza tra la sua persona "altruista" e quella di Nerone "superba ed egocentrica".
Se il Colosseo si chiama così, infatti, è ancora una volta "merito" di Nerone che davanti al lago su cui sorse l’arena aveva fatto erigere una sua statua bronzea di dimensioni colossali, statua che alla sua morte venne modificata per rappresentare la divinità di Sol Invictus ma che nel volgere di pochi anni venne abbattuta per recuperare il prezioso materiale di cui era fatta lasciando ai posteri solo il nome con cui era conosciuta e che per beffa era passato a indicare la grande arena gladiatoria.
"Allo scopo di liberarsi da essa [l’accusa d’aver dato premeditatamente fuoco alla città]" tanto per dirla con le parole di Cornelio Tacito "egli [Nerone] accusò altri di una tal colpa, destinando ad atroci pene coloro che il volgo chiamava cristiani, già mal visti per le loro ribalderie".
A essere precisi, anche le ribalderie tirate in causa da Tacito sono più illazioni che certezze.
I cristiani, infatti, incominciavano a essere scomodi: il loro credo di eguaglianza di fronte a Dio, ormai, si stava diffondendo tra gli strati più bassi della società agitando gli animi dei più vessati dalla minoranza patrizia che deteneva il potere e che si trovava sempre più costretta a concedere diritti ai plebei.
Nerone fece arrestare diversi cristiani tra i pochi che si professavano pubblicamente tali cui, poi, sotto tortura estorse i nomi di molti altri che coltivavano segretamente la nuova fede in Cristo condannandoli tutti a morte una volta fattigli confessare di aver appiccato l’incendio.
Questa campagna contro i cristiani trovò il sostegno trasversale di molti, equamente distribuiti tra tutte le classi sociali, che per motivi di convenienza vedevano di buon occhio l’eliminazione dei Cristiani, delle loro idee e delle attività che conducevano.
Com’è possibile allora, visti i larghi consensi, che la caccia ai cristiani fu proprio l’atto che determinò la disfatta di Nerone?
Il suo errore, infatti, non fu l’aver preso di mira i cristiani, quanto l’aver confuso l’esemplarità delle loro esecuzioni con la spettacolarizzazione.
Nerone organizzò dei veri e propri spettacoli aprendo i giardini della propria villa alla città e, tornando di nuovo a dirla con le parole di Tacito: "facendoli dilaniare dai cani, […] o crocefiggendoli, e facendoli bruciare ricoperti di pece e cera, così che di notte servissero quali fiaccole".
Mentre si svolgevano tali crudeltà sembra che l’imperatore amasse mischiarsi alla folla vestito da auriga. Questi atti però vennero interpretati come eccessivi. Nonostante tutti fossero ancora disposti ad additare i cristiani come causa di tutti i mali che affliggevano Roma, infatti, videro queste macabre messe in scena come l’ennesimo sfogo della pazzia raccapricciante di Nerone che, al termine delle persecuzioni, risultò inviso al popolo ancor più di quanto non lo fosse prima che la città eterna prendesse fuoco.
Tra le vittime delle persecuzioni neroniane si annoverano i Santi Pietro e Paolo: il primo crocifisso a testa in giù e bruciato vivo, il secondo decapitato.
E se invece fossero stati davvero i cristiani?
A quell’epoca la comunità cristiana, ma ancor più il loro stesso credo, la loro liturgia, non erano una costante. Anzi, se oggi possiamo intendere il cristianesimo un culto ben definito è solo perché nei secoli si sono succeduti diversi sinodi che hanno di volta in volta precisato il concetto stesso di chiesa cristiana.
Ai tempi di Nerone, infatti, i cristiani si dividevano in diversi gruppi portando avanti diversi tipi di culto, a volte anche molto diversi tra loro nonostante che il principio ispiratore fosse lo stesso.
In particolare, sembra che tra questi ce ne fosse uno d’idee estremiste, che spinto da un’incontenibile volontà di rivalsa e supportato da correnti politiche avverse all’imperatore possa davvero aver innescato l’incendio.
Tale ipotesi, ripresa recentemente dallo storico Dimitri Landeschi, ma già avanzata in precedenza da Carlo Pascal, Gerhard Baudy e Giuseppe Caiati, spiegherebbe la comparsa dei nuovi focolai alla fine del sesto giorno e anche la diffusa avversione verso tutte le azioni messe in atto da Nerone durante e dopo la catastrofe.
Dopo quanto detto, sembra impossibile poter dare una spiegazione certa della catastrofe che rase al suolo Roma nel 64 d.C. e le recenti ipotesi sulle frange estreme del cristianesimo aprono scenari nuovi da cui emerge che forse, comunque sia andata, a tutte le vittime bisognerebbe aggiungerne un’altra: Nerone, morto suicida quattro anni dopo.
Vittima anche oltre la morte, visto che il senato, appresa la notizia, lo condannò alla Damnatio Memorie.
Singolare il fatto che diverse fonti postume riportino episodi a favore della benevolenza nei suoi confronti da parte del popolo, talmente attaccato a Nerone da continuare a portare fiori freschi sulla sua tomba, arrivando ad alimentare perfino leggende su un suo possibile ritorno poiché non morto ma andato in esilio a organizzare la lotta contro i patrizi, se non a predicare la sua reincarnazione a un anno dalla sua scomparsa nello spirito dell’imperatore Otone. O, vent’anni più tardi, in quello di uno sconosciuto che, col sostegno dei Parti, rivendicò il titolo d’imperatore dopo che il re Vologeso tramite i suoi ambasciatori al Senato per riconfermare l'alleanza con Roma aveva richiesto che venisse onorata la memoria di Nerone.
Nerone? Opportunista sì, pazzo no, vittima… forse.

domenica 6 novembre 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 6 novembre.
Il 6 novembre 15 d.C. nasce Giulia Agrippina, detta Agrippina minore, madre di Nerone.
 Su un sesterzo dei primi anni dell’Impero di Caligola c’è lei, Agrippina Minore. Un profilo non troppo caratterizzante, nessun segno di grande riconoscibilità ma solo una folta capigliatura raccolta in tanti ricci cadenti sulle spalle.
Ci viene raffigurata come una semplice ragazza mentre la sua discendenza era invece assolutamente fuori dal comune.
Infatti, non solo era pronipote di Ottaviano Augusto, ormai divinizzato dalla leggenda come mito per l’intero popolo di Roma e delle province annesse, ma suo padre, Germanico, era considerato da tutti un predestinato al trono, soprattutto dopo le vittorie sul campo di guerra in Germania. Era proprio Germanico ad incarnare, dopo Ottaviano, tutte quelle qualità fisiche e morali rare, indispensabili, secondo l’ideale del popolo, per essere un grande imperatore e che, nell’immaginario collettivo, tanto lo avvicinavano alla figura dello stesso Augusto.
Ma Augusto scelse un altro nome come suo legittimo successore.  I suoi molti tentativi di trovare un suo degno discendente di sangue giulio-claudio erano falliti in seguito alle morti dei papabili pretendenti, (in particolare, non avendo avuto figli maschi, rivolgendo la sua attenzione verso i figli e il secondo marito della figlia Giulia).
Tiberio fu quel nome (14 d.C.). Era in realtà solo il figlio di primo letto della sua terza moglie, ma con il suo divorzio dalla consorte, impostogli da Augusto, e lo sposalizio con Giulia (11 d.C.), rimasta vedova, entrò a far parte a tutti gli effetti nel diritto di successione. Ma che in realtà all’epoca la successione dinastica non fosse consentita per legge ben pochi lo sanno. Per ovviare a questo impedimento Augusto, non solo affidò due consolati nelle mani di Tiberio, ma, nel 13 d. C., gli consegnò anche un “imperium”, che consentiva al giovane di avere poteri in ambito militare e civile pari all’imperatore.
Alla sua morte quindi nessuno contestò il consolidato ruolo di Tiberio.
Ma Tiberio tutto si sentiva tranne che discendente di Ottaviano. Una volta sul trono la figura del valoroso e incorruttibile Germanico iniziava a creargli oppositori; l’invio di quest’ultimo in Siria con il proconsole Pisone e i forti contrasti assolutamente prevedibili tra i due, fornirono il movente ideale per una congiura. L’avvelenamento di Germanico del 19 d.C., attribuito a Pisone, condannato dal Senato e in seguito suicida, è da ricondurre, secondo la leggenda popolare, a Tiberio stesso, invidioso della sua fama e del suo indiscusso prestigio a Roma.
Agrippina si ritrovò quindi giovane donna, senza padre, con due fratelli, dei cinque che aveva, morti in seguito uno all’esilio forzato e l’altro alla prigionia, e con la madre, Agrippina Maggiore, confinata a Ventotene dove si spense distrutta dal dolore per le perdite subite.
L’odio per Tiberio si accrebbe a dismisura, fino a diventare veramente immenso, quando la costrinse a contrarre matrimonio con un uomo molto più vecchio di lei che detestava. Dall’unione nacque, nel 37 d.C., un figlio, Lucio Nerone, che ella dovette crescere da sola perché rimasta vedova dopo pochi anni dalla sua nascita.
Quando, ormai in fin di vita, Tiberio nominò entrambi i due fratelli di Agrippina, Druso e Caligola, come possibili successori, il Senato si impose nella scelta unica del maggiore, Caligola, che divenne imperatore nel 37 d.C.
Si pensò, a quel punto, che la vita imperiale sarebbe tornata alla normalità augustea: alla serenità, ma anche alla lealtà politica di Ottaviano offuscata nei ricordi dal dispotismo autoritario di Tiberio e dal suo rigore amministrativo. In realtà, dopo non molto, Caligola impazzì, precipitando in un vortice di psicosi e manie di persecuzione. Agrippina, insieme alla sorella Livilla, fu accusata dal fratello, senza prove né allora, né tanto meno oggi, di congiura contro di lui e venne messa nuovamente all’esilio nel 38 d.C. Alla morte di Caligola per assassinio da parte di oppositori politici, suo zio Claudio divenne imperatore (41 d.C.).
Fu allora che il ruolo di Agrippina, tradita anche dal fratello, divenne così importante a corte, da farla entrare di prepotenza negl’intrighi di palazzo. Quando Claudio ordinò che rientrasse dall’esilio, Agrippina e la sorella Livilla entrarono a palazzo. Le leggende insinuano come Livilla, avvenente ed educata, fosse entrata non solo nelle grazie dell’imperatore, sposato con la dissoluta Messalina, ma anche in quelle del filosofo Seneca, e che fosse stata scoperta, con un abile inganno, dall’imperatrice. Esiliata nuovamente Livilla, Agrippina era rimasta l’unica discendente non solo di Germanico, ma anche di Augusto.
Quando Claudio mise a morte Messalina nel 48 d.c. per i suoi promiscui costumi, Agrippina sembrò la scelta migliore come consorte. Tra intrighi e amici influenti, come il liberto Pallante, amico dell’imperatore, era ormai da considerare la donna più influente dell’Impero. Nonostante gli fosse nipote, Claudio la prese in sposa, emanando una legge che deponeva ufficialmente il divieto di legge e di costume, che impediva unioni simili, al limite dell’incestuoso.
Nel 49 d. C. quello che era sempre stato secondo lei il suo destino, era oramai compiuto. Il sangue legittimo della dinastia giulio-claudia aveva vinto.
Bisognava però poter assicurare il proprio futuro dopo Claudio, e il futuro aveva il nome di Nerone, suo figlio.
Con un artificioso matrimonio tra Nerone (allora appena sedicenne) e Ottavia, figlia di Claudio e Messalina, convinse l’imperatore a legittimare al trono non il figlio Britannico, avuto da Messalina, ma lo stesso Nerone.
Concessa questa investitura, il destino di Claudio era scritto. Agrippina attese che Claudio, vecchio e logoro, morisse di morte naturale, ma quando si accorse che l’attesa si sarebbe protratta a lungo, diede, per così dire, una mano al destino. Quei funghi trifolati, cucinati da lei stessa, sono rimasti nella leggenda come il mezzo usato per avvelenarlo, anche se di questo non ci sono vere prove.
Di certo rimane quell’anno, il 54 d.C.., in cui, Claudio muore avvelenato e inizia l’era neroniana.
Di Nerone si sono scritte pagine su pagine, ha alimentato miti di follia incendiaria, ha fatto sognare il popolo romano con la sua dimora storica, la Domus Aurea, che si innalzava imperiosa nel centro di Roma, ha fatto parlare di sé e delle sue abitudini sessuali, come su nessuno prima di lui; è stato centro di attenzioni per gli storici di età romana per secoli, insomma un protagonista assoluto.
Molti, fra coloro che hanno cercato di scevrare la vita dell’imperatore Nerone da ingombranti leggende popolari, hanno incontrato sulla loro strada conoscitiva lei, la madre, Agrippina.
Quale fu in realtà il suo ruolo nella gestione imperiale, cosa rappresentò in realtà per il figlio, quella donna onnipresente, astuta e drasticamente privata dalla vita di ogni scrupolo morale?
Tacito nei suoi Annales crea due ritratti impareggiabili di madre e figlio.
Nell’Annale XII, completamente dedicato alla fine dell’Impero di Claudio e all’ ascesa di Nerone, Agrippina è rappresentata come una donna pieno di rancore verso la figura simbolo dell’imperatore, dedita a raggiri sessuali nei confronti di Claudio, e assolutamente inebriata dal potere che il figlio era destinato ad avere nelle proprie mani. La scelta del suo educatore faceva intendere quanto Agrippina confidasse nelle qualità autoritarie di Nerone.
Sì perché nella sua vita, un burattinaio importante gestiva la sua formazione da imperatore, Lucio Anneo Seneca, richiamato dall’esilio in Corsica dalla stessa Agrippina perché curasse l’educazione e la crescita morale del figlio. Sotto la sua influenza Seneca desiderava dare una nuovo impronta alla figura del princeps, non più visto come imperatore per il popolo, di cui era responsabile e di cui doveva farsi baluardo, ma diviene unico detentore di un potere assolutamente inviato dagli Dei. Eliminava quindi l’obbligo dell’imperatore di rendere partecipe il popolo, a volte anche giustificarsi ai suoi occhi, delle scelte da lui intraprese. Certo, il princeps deve sempre farsi simbolo di clemenza e virtù, ma in una visione autocratica del potere. La Res Publica era nelle sue uniche mani.
Mentre il figlio studiava da possibile despota, la madre detenne per lui il potere per quasi cinque anni. Nerone era troppo concentrato nei suoi studi, nella sua grande ammirazione per l’Oriente e negli adulteri per capire quanto il ruolo della madre lo oscurasse. Lui, rappresentato da Tacito, come un essere volubile, capriccioso, libidinoso e in preda ad una cieca pazzia, ebbe con la madre un legame assillante.
Il loro rapporto ebbe sempre dell’oscuro e forse anche dello scabroso agli occhi del popolo. Il sussurro di incesto era sempre lì, dietro l’angolo, insinuato nelle conversazioni del popolino e della servitù imperiale. Lei ancora bella e libertina, lui così debole di carattere, assoggettato al volere della madre e del suo maestro.
Il tentativo di divorzio da Ottavia (che avverrà solo nel 61 d.C.) e l’inizio prima di una relazione con la liberta Atte e poi con la seducente Poppea, coincise con il declino del ruolo della madre, predominante fino ad allora nella vita di Nerone. Il figlio cominciava a sentirsi oppresso così tanto da cominciare a vedere di cattivo occhio lo strapotere a corte di Agrippina.
La figura di Poppea ha dato quegli argomenti necessari a Tacito per poter giustificare l’inizio dell’insana follia dell’imperatore.
Non solo, infatti, per lo storico, era una donna dissoluta, ma anche arida, priva di possibilità di provare sentimenti di amore per amanti o mariti che siano, un’arrampicatrice sociale bella e colta.
Il raggiro che mise in atto nei confronti di Nerone era impostato principalmente sullo screditare la figura della madre, che non solo impediva al figlio, secondo la donna, un matrimonio felice, ma anche degni discendenti. Umiliava costantemente il principe con insinuazioni di poco carattere nel non imporre la sua autorità alla madre e nel non voler vedere le angherie che la madre imponeva al popolo.
Agrippina iniziò a essere vista da Nerone l’ostacolo da abbattere tra lui e l’esercizio del suo potere immenso.
Siamo nel 19 marzo del 59 d.c. Con un inganno Agrippina fu invitata alla celebrazioni Quinquatri sull’isola di Baia , presiedute proprio dall’Imperatore. Ci racconta Tacito nel libro XIV degli Annales, come Nerone l’abbracciò e la omaggiò appena giunta a riva, come la invitò a cena per subdoli secondi fini. Con la notte, infatti, il delitto sarebbe stato meno visibile. Il piano fu, per così dire, inconsueto per una congiura. L’avvelenamento, che era stata la prima idea di Nerone, era fin troppo banale e prevedibile per una donna astuta e sospettosa come Agrippina, che, a suo tempo, era stata lei stessa avvelenatrice. In realtà la soluzione del piano, fu la progettazione di una barca che, costruita con materiali scadenti e in un modo artificioso, avrebbe dovuto sfasciarsi da sola e affondare. Un tragico destino quindi, da imputare solamente al volere degli Dei…Onori e meriti sarebbero stati certamente fatti alla sua figura e magari anche un tempio in sua memoria.
Questo, nei piani del figlio, attendeva Agrippina.
Al momento del ritorno a casa, e, quindi, dello scattare della trappola, qualcosa non funzionò. E mentre la madre si sentiva sollevata al pensiero di aver riconquistato il favore del figlio, così prodigo verso di lei durante tutta la festa, il soffitto della nave crollò, lasciando però Agrippina incolume. I servi venduti alla congiura, allora, cercarono di far affondare la nave inclinandola da una parte con dei movimenti di remi, gli altri, che ne erano all’oscuro, tentarono di impedirlo facendo peso dall’altra parte. Questo consentì alla donna di trovare il tempo utile per tuffarsi in una acqua stranamente placida e sopraggiungere alla riva non molto distante. Salva, mandò dunque un liberto ad avvertire il figlio di quanto avvenuto.
La morte si compì ormai all’alba, quando le guardie, mandate da Nerone, impazzito per l’insuccesso “dell’incidente”, circondarono la villa, sfondando la porta e colpendo la donna a morte con una mazza. La frase pronunciata da Agrippina: “Colpisci al ventre che lo ha generato” rimane l’ultima testimonianza della piena consapevolezza del proprio destino e del proprio carnefice.
Nel suo ritratto e nella sua vita, piena di nubi, le leggende si mischiano senza rimedio alla storia, senza dare la possibilità ai posteri di capire chi fu in realtà questa imperatrice piena di contraddizioni. Era veramente quella che le testimonianze ci lasciano, una donna spinta esclusivamente da desiderio di rivalsa personale e da avidità, oppure era solo una donna complessa, fortemente immersa nello spirito del ruolo che ricopriva e nei costumi dei suoi tempi?
Era come la gente la dipingeva, una mantide religiosa che si serviva degli uomini fino al compimento dei suoi progetti, oppure erano proprie le sue debolezze di ragazzina e la sua spiccata intelligenza ad essere a servizio di inganni e delitti?
Non sappiamo dare una risposta certa. Quello che però possiamo intravedere di lei, oltre a quella folta chioma di capelli, sono quelle contraddizioni a cui prima si accennava, contraddizioni di una donna, che, per volere altrui, non ha potuto essere figlia e sorella fino in fondo, né tanto meno moglie felice, e che, nel figlio insano e, in realtà, mediocre quanto influenzabile, ha riversato aspettative di riscatto e intimità, fortemente desiderate, ma mai assaporate.


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