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domenica 28 giugno 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 28 giugno.
Il 28 giugno 1914 un nazionalista serbo spara e uccide a Sarajevo l'arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono austriaco, e sua moglie Sofia.
Questo omicidio fu la scintilla che infiammò la prima guerra mondiale.
Fra ‘800 e ‘900 l’uccisione di regnanti in Europa in seguito ad atti di terrorismo non era un evento raro; nel 1881 era stato ucciso lo zar Alessandro II Romanov e nel 1900, a Monza, il re d’Italia Umberto I. In entrambi i casi si era trattato di fatti circoscritti per cause e conseguenze ai confini interni degli Stati, ma così non avvenne per l’assassinio dell’Arciduca Francesco Ferdinando (1863-1914) erede al trono dell’impero austro-ungarico e di sua moglie la contessa Sofia. L’omicida Gavrilo Princip, l’unico dei sette attentatori che venne arrestato insieme al compagno N. Cabrinovic, faceva parte di un’organizzazione segreta, la Mano Nera, che si batteva per l’unificazione degli slavi della Serbia con quelli che abitavano nel sud dell’impero austro-ungarico. Per la verità si trattava di un gruppo di giovani alquanto sprovveduti che nella mattina del 28 giugno 1914 tentarono per ben due volte l'attentato, prima con una bomba a mano poi, a distanza di pochi minuti, con una pistola Browning calibro 7,65 con la quale Princip colpì a morte l’Arciduca e sua moglie. L’Impero dell’Austria-Ungheria era, all'inizio del ‘900, uno Stato che aveva al suo interno molte nazionalità, una caratteristica tipica degli imperi, ma che in quel preciso momento storico costituiva un nucleo di tensioni formidabili e di forze centrifughe. Infatti, dopo la Prima guerra mondiale, l'effetto disgregante dei diversi nazionalismi avrebbe portato al completo dissolvimento di un organismo statale secolare come l’impero d’Austria. Tali movimenti rivendicavano, infatti, l’indipendenza per tutti quei popoli - cechi, slovacchi, ungheresi, italiani, serbi, croati - che, a vario titolo, facevano parte del vasto impero di Francesco Giuseppe d’Austria. Le stesse forze nazionalistiche avevano, ormai dai primi decenni del XIX secolo (guerra per l’indipendenza della Grecia), avviato alla disgregazione l'impero turco. Le spoglie di questo vasto e secolare impero (dall'Adriatico al Mar Rosso), infatti, erano e sarebbero state oggetto di guerre e contese diplomatiche fra le potenze europee. Due momenti di crisi nella penisola balcanica si ebbero nel 1908 e soprattutto nel 1912-13 (le cosiddette guerre balcaniche), periodo di scontri e annessioni che ridisegnò gli equilibri geopolitici della regione con queste conseguenze: 1. ridimensionamento della presenza turca alle porte dell’Europa dalle quali è praticamente espulsa; 2. sconfitta delle ambizioni austriache di dominio nella penisola e controllo dell’Adriatico; 3. ulteriore rafforzamento in chiave antiaustriaca dell’alleanza fra Serbia e Russia e dell’espansione di interessi finanziari francesi in Serbia; 4. aumento delle preoccupazioni austriache nei confronti dei nazionalismi interni all'impero; 5. rafforzamento dell’asse Austria-Germania in funzione antirussa. In questo contesto la dinastia che nel 1903 si era impadronita della Serbia puntava a inglobare tutti i serbi che vivevano sotto il dominio straniero nel sud dell’impero d’Austria. Oltre alle rivendicazioni nazionalistiche, un’altra variabile di contesto era quella religiosa: i serbi come i russi appartengono alla Chiesa ortodossa di ascendenza bizantina, mentre l’Austria era in Europa, l’erede del Sacro romano impero cattolico. È bene ricordare questa fondamentale distinzione culturale e religiosa poiché sarà una delle cause dei molti genocidi che si verificheranno negli anni ‘90 del XX secolo dopo la dissoluzione dell’ex Jugoslavia, nelle guerre che vedranno opporsi nella penisola balcanica serbi, croati, bosniaci e kosovari.
A seguito dell'omicidio il 23 luglio l’Austria dà un ultimatum alla Serbia. Al di là dell’atto di per sé gravissimo dell’uccisione dell’erede al trono, questo assassinio fornì un eccellente pretesto all'Austria per avviare una definitiva iniziativa contro la Serbia ed eliminare alla radice questa minaccia separatista. Il pretesto, dunque, fu l’ultimatum che conteneva tutta una serie di richieste che limitavano fortemente la sovranità serba all'interno del proprio Stato, fra le quali quella dell’arresto di un certo numero di ufficiali dell’esercito serbo accusati di cospirazione, e di far partecipare rappresentanti dell’impero austro-ungarico alle indagini su Princip e sul suo gruppo terroristico. La risposta era attesa entro 48 ore. Quando il testo dell’ultimatum venne conosciuto nelle cancellerie degli altri Stati europei, il commento degli uomini politici del vecchio continente fu quasi unanime: “la guerra sta per cominciare”. E non si trattava di una guerra circoscritta; il gioco delle alleanze, quella franco-russa e quella austro-tedesca, disegnarono uno scenario che apparve subito agli occhi di molti assolutamente catastrofico. La guerra che gli Stati maggiori degli eserciti di mezza Europa preparavano da almeno trent'anni (il più famoso di questi “piani” era quello tedesco che prese il nome dal generale Schlieffen) stava per concretizzarsi.
Il 30 luglio la Russia ordina la mobilitazione del proprio esercito, convinta che questo atto di forza avrebbe frenato l’Austria e, soprattutto, la Germania. Ciononostante il 1 agosto la Germania dichiara la guerra alla Russia. Oggi non appare strano che, in effetti, la prima a entrare in guerra fosse stata la Germania contro la Russia, due Stati che inizialmente non erano affatto direttamente coinvolti nella crisi successiva a Sarajevo. Soprattutto la Germania colse l’occasione per dispiegare la politica di potenza mondiale voluta dal Kaiser tedesco Guglielmo II almeno a partire dall'epoca successiva alla guerra franco-prussiana del 1870.
Il 3 agosto la Germania dichiara la guerra alla Francia, convinta di potere avere la meglio, rapidamente, in una guerra su due fronti. Questa previsione verrà meno con il passaggio, durante le operazioni militari del 1915, dalla guerra di movimento alla guerra di trincea.
Quella che scaturì fu invece una guerra su vasta scala lunga e logorante, come non se ne erano mai viste prima.

mercoledì 10 giugno 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 10 giugno.
Il 10 giugno 1918 venne compiuta la cosiddetta "Impresa di Premuda", con la quale la marina militare italiana pose fine ai piani espansionistici dell'Impero Austro-Ungarico sul mare Adriatico: questo successo, rilevante sul piano strategico e nondimeno su quello del morale, sancì la supremazia italiana e fu l'ultimo capitolo di una guerra sul mare parallela a quella combattuta lungo la frontiera Nord-Orientale della penisola.
E' per questo motivo che la marina militare italiana celebra ogni anno la propria festa il 10 giugno.
 I piccoli ma micidiali, avanzatissimi motoscafi MAS concepiti e costruiti in Italia, affidati al comandante Luigi Rizzo e ai suoi uomini audaci ed esperti quel giorno riuscirono ad affondare nelle acque della Dalmazia la corazzata imperiale Santo Stefano (Szent Istvàn), che sarebbe dovuta intervenire nell'attacco su larga scala contro il blocco del Canale di Otranto.
La porta dell'Impero Asburgico sul mare è la città di Trieste, base di una flotta che si costituisce durante il XIX secolo con lo scopo di presidiare le roccaforti lungo le coste della Dalmazia. Nei primi anni del '900, al fine di contrastare il consolidamento del giovane Regno d'Italia deciso ad una completa riunificazione, si provvede ad una necessaria modernizzazione della Marina Imperiale attraverso un programma che, avviato tardivamente, allo scoppio della Prima Guerra Mondiale risulta ancora in via di attuazione.
L'Impero può comunque contare sulla nuova base di Pola, su circa 400 unità, di cui numerosi sommergibili, e soprattutto le quattro grandi corazzate della classe "Viribus Unitis" recentemente varate. Mentre la SMS Viribus Unitis, la Tegetthoff e la Prinz Eugen sono state costruite negli Stabilimenti Tecnici Triestini, la Szent Istvàn è frutto del compromesso (Ausgleich) con il quale è concessa nel 1867 una maggiore autonomia alla componente ungherese dell'Impero: viene costruita nei cantieri navali ungheresi di Fiume, e prende il nome del santo patrono dei magiari, entra però in servizio a conflitto già iniziato, il 17 novembre 1915.
Le corazzate Tegetthoff e Prinz Eugen si sono rese protagoniste del cannoneggiamento della costa di Ancona nello stesso giorno in cui il regno d'Italia entra in guerra, il 24 maggio 1915, ma ben presto l'Adriatico si rivela poco adatto alle navi di grande stazza e più congeniale, viceversa, ai più economici sottomarini. Anche i tedeschi inviano nell'Adriatico mezzi subacquei in grande quantità, allo scopo di forzare il blocco che le flotte dell'Intesa hanno imposto sul canale di Otranto.
L'attività delle navi maggiori della flotta imperiale è circoscritta ad incursioni sporadiche, e salvo rare esercitazioni anche la Szent Istvàn è per la maggior parte del tempo ferma in rada nella base di Pola.
In seguito alla sconfitta subita nel 1866 sul mare di Lissa, durante le guerre risorgimentali, la Marina del Regno d'Italia conosce un'importante evoluzione che porta allo sviluppo di mezzi all'avanguardia, come le corazzate Enrico Dandolo, Caio Duilio, Italia e Lepanto che diventano modelli di eccellenza, la pietra di paragone di una flotta moderna anche per gli Stati Uniti e la Gran Bretagna.
La Regia Marina introduce per la prima volta al mondo l'aeroplano all'impiego bellico, durante la campagna di Libia del 1911-12 contro l'Impero Ottomano, e alla vigilia del Primo Conflitto Mondiale concepisce navigli leggeri e veloci, in grado di sfruttare la disposizione geografica dell'Italia e i bassi fondali (inadatti ai grandi scafi) per incursioni-lampo tra le linee nemiche. Nascono così nei cantieri di Venezia i le Motobarche Armate SVAN o più semplicemente MAS, inizialmente definiti come "Motobarche Anti Sommergibili", ma presto ribattezzati "Motoscafi Armati Siluranti" in ragione della loro versatilità e del potenziale offensivo apportato dai siluri, o torpedini, l'arma sviluppata proprio dagli austriaci a Fiume cinquant'anni prima.
Al pari delle moderne corazzate progettate dall'ingegnere Brin, anche i MAS disegnati da Attilio Bisio sono gioielli della tecnica, dislocati in circa 10 tonnellate e capaci di raggiungere i 24 nodi, che si rivelano, partendo dalle basi di Venezia, Grado ed Ancona, particolarmente appropriati ad azioni di forzamento dei porti austriaci nell'alto Adriatico e non solo allo sminamento o al pattugliamento contro mezzi sottomarini.
Tale convinzione, condivisa dal Capo di Stato Maggiore, l'Ammiraglio Thaon di Revel, è confermata come fondata da una fortunata serie di incursioni e in particolare quando, nella notte tra il 9 e il 10 dicembre 1917, nell'anno di guerra più difficile per l'Italia, viene affondata a Trieste la corazzata nemica Wien, ad opera dei MAS 9 e 13 comandati dal Capitano Luigi Rizzo.
Due mesi dopo, tra il 10 e l'11 febbraio del 1918, lo stesso Rizzo, già decorato con la Medaglia d'Oro, insieme a Gabriele D'Annunzio e Costanzo Ciano viola le maglie del sistema difensivo austriaco fino a penetrare in un porto nemico per quella che sarà ricordata come la "Beffa di Buccari".
Nella notte del 4 aprile, un commando di 60 marinai austriaci guidati dal tenente Weith sbarca sulla costa adriatica nei pressi di Falconara Marittima per catturare i motoscafi di Rizzo ormeggiati ad Ancona: le spie vengono scoperte, seppure in extremis, e l'evento rivela quanto preoccupato interesse abbiano destato presso gli austriaci le azioni condotte dai MAS.
Grazie anche al sostegno della flotta alleata britannica, francese ed americana, durante la prima metà del 1918 la Regia Marina perfeziona il blocco del canale di Otranto con la realizzazione di un colossale sbarramento fisico fatto di reti e mine, per impedire l'accesso anche ai sottomarini nemici. Nel tentativo di forzare il blocco, divenuto un'autentica muraglia, dopo numerosi tentativi senza successo il comando della flotta austro-ungarica agli ordini dell'Ammiraglio Horthy mette a punto un'offensiva combinata su larga scala che dovrebbe, senza grandi rischi, aprire la via al Mediterraneo assicurando un significativo guadagno strategico e un importante effetto sul morale delle truppe.
La Marina Imperiale intende sostenere dal mare, con un'azione in grande stile, un'imminente offensiva di terra (la cosiddetta "Battaglia del Solstizio") che potrebbe decidere le sorti della guerra.
Nella notte dell'8 giugno 1918, salpa da Pola un primo squadrone guidato dalle navi maggiori Viribus Unitis e Prinz Eugen, diretto verso Sud in attesa di essere raggiunto dalle altre corazzate. Il giorno successivo, anche la Szent Istvàn e la sua gemella Tegetthoff lasciano il porto di Pola scortate da una numerosa formazione di torpediniere, anche se con qualche ritardo; a bordo della Tegetthoff è ospitata una squadra di fotografi e cineoperatori attrezzati in modo da ritrarre la grande vittoria prevista con l'attacco dell'11 giugno.
Negli stessi momenti si appostano in agguato i MAS 21 e 15 guidati da Giuseppe Aonzo e Armando Gori al comando di Luigi Rizzo, partiti da Ancona alle ore 17, scortati da una squadriglia di cacciatorpediniere, con il compito di perlustrare la costa dalmata e procedere allo smantellamento di eventuali campi minati.
Dopo oltre quattro ore di navigazione senza incontrare ostilità, i MAS riprendono la rotta del ritorno ed improvvisamente, alle ore 3 del mattino al largo dell'isola di Premuda, avvistano i fumi di quella che ha tutta l'aria di essere una grande formazione di navi austriache.
Anziché limitarsi a registrare la situazione e rientrare con cautela alla base, i MAS si lanciano, coperti dalle prime luci dell'alba alle loro spalle, all'attacco della squadra nemica: si avvicinano da Est alle corazzate, il bersaglio più importante e pericoloso, a grande velocità; riescono a sganciare a meno di 300m di distanza 4 siluri che colpiscono la Tegetthoff e in maniera più grave la Szent Istvàn. Impegnati in manovre evasive, per sfuggire al fuoco austriaco durante una concitata fase di inseguimento e fare così ritorno incolumi alla base, gli equipaggi dei MAS non hanno la possibilità di accertarsi del risultato conseguito, ma con il passare delle ore la speranza diviene certezza: alle ore 6 del 10 giugno, la Santo Stefano è affondata.
A bordo della Tegetthoff si assiste all'inesorabile sorte della corazzata gemella, e le uniche scene ad essere riprese non testimoniano una grande vittoria, ma sono quelle di una triste sconfitta. Le vittime sono 89, grazie all'abilità del Comandante Seitz e dell'ufficiale macchinista Franz Dueller è tratta in salvo gran parte degli oltre 1000 uomini dell'equipaggio, ma le ambizioni austriache sull'Adriatico subiscono una ferita irreparabile.
Le navi che avrebbero dovuto attaccare il canale di Otranto sono richiamate nelle rispettive basi, e per tutto il resto della guerra non entreranno più in mare aperto: la Marina italiana ha ottenuto il controllo del mare Adriatico e la nuova situazione strategica, oltre a costituire un colpo durissimo al morale austriaco, accresce il prestigio della Regia Marina anche presso gli alleati.
L'impresa di Premuda, più che un fortunato episodio dettato dalle circostanze e dall'audacia individuale, è il risultato di un paziente e metodico insistere per anni in attese snervanti in preparazione agli agguati.
L'Ammiraglio Thaon di Revel emette il comunicato ufficiale:
All'alba del 10 corrente, presso le isole dalmate, due nostre piccole siluranti, al comando del capitano di corvetta Rizzo Luigi da Milazzo, attaccavano una divisione navale austro-ungarica costituita da due grandi corazzate tipo "Viribus Unitis" protette da dieci cacciatorpediniere. Le nostre unità, audacemente oltrepassata la linea dei cacciatorpediniere, colpivano con due siluri la nave capolinea e con uno la seguente; rincorse dai cacciatorpediniere ne danneggiavano gravemente uno e rientravano incolumi alla loro base.
Tutto il paese ha ben ragione di festeggiare.
Luigi Rizzo e i suoi uomini ricevono le congratulazioni delle istituzioni e il riconoscimento della popolazione, tanto da guadagnare a Rizzo, in seguito promosso Comandante e poi Ammiraglio, una eccezionale seconda Medaglia d'Oro al Valore Militare. Al termine della guerra, Luigi Rizzo tenta con esiti alterni di imprimere la propria visione moderata agli eventi di tensione che scaturiscono dalla questione di Fiume, fino ad incrinare i rapporti con il commilitone D'Annunzio, ma negli anni '20 abbandona la propria carriera militare operativa per dedicarsi alla gestione, anche sindacale, del traffico marittimo.
Il MAS 15 di Luigi Rizzo è oggi custodito nel Sacrario delle Bandiere presso il Vittoriano a Roma, mentre le ancore delle corazzate Tegetthoff e Viribus Unitis sono esposte all'entrata del Palazzo della Marina a Roma, a Venezia, a Brindisi.
Il relitto della Santo Stefano riposa a 66 metri di profondità, è stato meta di numerose spedizioni subacquee ed è divenuto oggi un'importante attrazione turistica.
La data del 10 giugno è assunta ufficialmente come giorno di festa della Marina (prima celebrata il 4 dicembre) soltanto nel 1939 e, dopo una sospensione seguita alla Seconda Guerra Mondiale, è stata reintrodotta nel 1950 (nuovamente nel giorno di Santa Barbara) ed infine ripristinata nel 1964 all'anniversario dell'azione di Premuda. La tradizionale manifestazione, in ricordo di un'impresa senza precedenti condotta da uomini di straordinario coraggio, rivive ogni anno alla presenza delle massime istituzioni e nel 2008 ha avuto luogo, in occasione del novantesimo anniversario, sullo sfondo monumentale dell'Arsenale di Venezia.

domenica 24 maggio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 24 maggio.
Il 24 maggio 1915, l'Italia dichiarò ufficialmente guerra all'Austria e prese parte alla "grande guerra", il primo conflitto mondiale. Il fatto è raccontato anche dalla famosa "canzone del Piave", scritta da Giovanni Gaeta nel 1918. La celebre canzone patriottica italiana infatti, al primo verso recita "Il Piave mormorava calmo e placido al passaggio / dei primi fanti il ventiquattro maggio".     L'inno contribuì a ridare morale alle truppe italiane, al punto che il generale Armando Diaz inviò un telegramma all'autore nel quale sosteneva che aveva giovato alla riscossa nazionale più di quanto avesse potuto fare lui stesso.
Nel 1914, nonostante la "triplice alleanza" (il patto di alleanza tra Italia, Germania e impero Austro-ungarico), il nostro paese era rimasto neutrale, basandosi sulla clausola che lo obbligava a intervenire in soccorso degli alleati solo nel caso di attacco subito, mentre formalmente era l’Austria a risultare il primo paese aggressore. Tuttavia, già dai primi giorni in cui in Europa si era cominciato a combattere, in Italia si aprì un accesso dibattito tra due correnti: i neutralisti e gli interventisti, che a loro volta si divisero in interventisti di destra e sinistra.
Il 23 Maggio del 1915 Antonio Salandra, Primo Ministro del governo italiano, rompeva gli indugi e denunciando gli accordi della Triplice Alleanza, si pronunciava a favore dell'intervento del nostro paese in favore degli Alleati, uscendo dalla neutralità dichiarata fin dallo scoppio della Prima Guerra Mondiale, avvenuto nel Luglio dell'anno precedente.
L'illusione che il conflitto sarebbe stato di breve durata era largamente diffuso sia a livello politico sia tra le gerarchie militari. Antonio Salandra n'era talmente certo che nel concordare con gli Alleati i termini di cooperazione non aveva previsto nessun tipo di rifornimento bellico. Si arrivava a negare l'evidenza degli enormi massacri di uomini che già si erano verificati sul fronte francese, confondendo un'ormai lampante guerra di posizione combattuta attraverso armi tecnologicamente avanzate con una guerra in stile coloniale, come quelle che ci avevano visti impegnati in Eritrea prima e in Libia poi. Secondariamente si era certi che la vittoria non avrebbe potuto sfuggire alle potenze alleate. E' impossibile sapere con certezza quali ragioni fossero alla base di quest'ipotesi, si può solo congetturare che il governo italiano considerasse sufficiente l'intervento del nostro esercito per rompere l'equilibrio instauratosi nell'anno precedente. L'irruenza del governo Salandra ci avrebbe portati nel primo Conflitto Mondiale impreparati sotto ogni aspetto.
Sul lato economico, il periodo di neutralità, invece di avvantaggiare l'industria e il commercio italiani, li aveva ulteriormente indeboliti. Le gravi fluttuazioni finanziarie causate dalla guerra avevano costretto la Borsa a chiudere i battenti. Fin dallo scoppio delle ostilità le materie prime necessarie a un paese industrializzato, quale ricordiamo ancora l'Italia non era, vennero a mancare, essendo legate in massima parte all'importazione, minacciata dai blocchi contrapposti delle nazioni in lotta. Ben l'87% del combustibile utilizzato nel nostro paese veniva importato dalla Gran Bretagna, ma come abbiamo già ricordato ci si guardò bene da ricomprendere questa fornitura nel patto di collaborazione. La chiusura dei mercati commerciali tradizionali, quali la Francia e la Germania, misero sul lastrico numerose aziende che non potevano più essere sostenute attraverso contributi di tipo statale. Le grandi forze industriali videro nella guerra l'unico sbocco accettabile per permettere alla calata domanda da parte interna di riprendere quota, salvaguardando nello stesso tempo i capitali nazionali. Si voleva cioè tutti i vantaggi produttivi dello scontro armato senza prendere in considerazione i lati negativi.
La preparazione strettamente militare era forse ancor più insufficiente che quella economica. Due difetti principali si sarebbero evidenziati durante i primi mesi: innanzi tutto un'arretratezza strategica nel pensiero del quadro comandanti dell'esercito italiano e, deficienza maggiore, totale mancanza di approvvigionamenti adeguati. Il generale Cadorna, comandante supremo delle forze sul fronte austriaco, apparteneva a quella schiera di uomini d'arme formatisi col mito garibaldino dell'assalto all'arma bianca. Nella sua circolare "Attacco frontale e ammaestramento tattico" rinverdiva la teoria secondo la quale la miglior difesa sarebbe l'attacco e, nello specifico, l'attacco frontale di fanteria dopo preparazione di artiglieria. Già Napoleone nella battaglia della Moscova aveva sperimentato quanto fosse controproducente tale impostazione quando di fronte si avevano delle truppe trincerate e ben disciplinate e gli Austriaci rispondevano alla perfezione a questo stereotipo. Durante il periodo della nostra neutralità l'Austria aveva provveduto a fortificare tutto il confine dal Trentino alla Venezia Giulia, fidandosi ben poco della parola data dall'Italia di rimanere estranea alla guerra. Quindi non si andava contro uomini impreparati, ma si sarebbero fronteggiati fanti motivati e spesso già provati dal fuoco del fronte russo. Ulteriore fattore di rottura con le passate tecniche militari fu l'introduzione di una rivoluzionaria arma leggera: la mitragliatrice. Collaudata con successo dagli inglesi durante la guerra boera di inizio secolo fu ben presto adottata da tutte le altre potenze. Con un minimo impiego di personale, questo strumento di morte poteva garantire la copertura di un largo tratto di terreno, contro qualunque assalto di fanteria. Il comando italiano sembrò ignorare questa semplice verità. Non soltanto i nostri soldati vennero mandati a morire contro le armi a ripetizione austriache, ma ci vollero diversi mesi prima che le nostre trincee vedessero spuntare mitragliatrici a sufficienza per controbattere gli attacchi dell'esercito degli Asburgo.
L'unica vera forza che si rivelerà tale fino al momento della vittoria era quella del povero fantaccino italiano. L'esercito poté contare fin da subito su di un numero di uomini che tendenzialmente fluttuava tra un 1.000.000 e un 1.500.000 individui, compresi i riservisti; una cifra nettamente superiore a quella che gli austriaci potevano disporre sullo stesso fronte. Purtroppo per coloro che dovettero cimentarsi in quell'ardua prova di resistenza che fu il servizio di leva, la superiorità numerica divenne il maggior handicap per la sopravvivenza in linea. I comandi, consci della situazione, considerarono le divisioni d'assalto nulla più che strumenti alla pari delle altre armi, solo facilmente sostituibili. Il termine "carne da cannone" sebbene non coniato in quel tempo divenne tristemente famoso per gli inutili e ripetuti assalti ordinati per guadagnare poche centinaia di metri di terra al prezzo considerato modico di migliaia di vittime per volta.
Per chi non portava i gradi la guerra presentò inaspettate e amare sorprese. La stolta convinzione di una guerra breve aveva impedito al governo di provvedere per tempo al confezionamento delle divise invernali, così che al sopraggiungere della brutta stagione anche i soldati sul fronte del Trentino si trovarono senza neppure la mantellina per ripararsi dalla pioggia e dalla neve. L'addestramento sommario che veniva impartito agli uomini, subito inviati in trincea spesso nell'imminenza di un attacco, risultava del tutto inutile. Solo i più esperti (coloro che sopravvivevano al battesimo del fuoco e non superavano il 40%) capivano che una pala da campo poteva essere un'arma più sicura della baionetta che tendeva a incastrarsi tra le costole dei nemici, rendendo inutilizzabile il fucile o che era da evitarsi assolutamente il servizio di corvée per il rancio visto che gli austriaci sparavano a vista sui malcapitati inservienti di cucina, cercando di affamare l'avversario. Sotto questo aspetto non ci voleva poi molto perché il pasto quotidiano del soldato italiano si limitava a zuppa di cavoli o patate e pane (non sempre disponibile). La sopravvivenza in trincea era legata alla facilità con cui si apprendevano alcuni semplici trucchi: non fumare di notte, non orinare calandosi i calzoni per non rischiare l'assideramento nelle zone di montagna, dividere il cibo con il compagno anche se non lo si conosceva (avveniva di frequente che non ci fosse neppure il tempo di farsi dire il nome del proprio vicino, da qui il grande numeri di caduti ignoti). All'inizio i morti venivano recuperati anche a rischio della vita dagli infermieri che si avventuravano nella terra di nessuno tra le trincee contrapposte, in seguito i corpi vennero lasciati là dove cadevano, anche all'interno degli stessi camminamenti. Ratti e pidocchi divennero i primi compagni del fante (ciò non solo dalla nostra parte della barricata).
Nelle visite alle famiglie fu rivelato uno dei risvolti più truci dell'esistenza dei soldati: la crudele disciplina che veniva impartita per costringere i reparti a combattere. La sanguinosa realtà della guerra rivelatasi all'improvviso a centinaia di migliaia di giovani aveva causato una serie inesauribile di diserzioni. Per limitare il fenomeno furono adottate delle misure che arrivarono al punto di far temere più i propri ufficiali superiori del nemico. Prima fra tutte la decimazione. Nel caso di inottemperanza agli ordini o di codardia di un reparto veniva scelto a caso per essere fucilato un uomo ogni dieci. Lo stesso Cadorna si attenne alla filosofia che un buon comando "deve porre i soldati di fronte alla scelta tra la morte probabile al fronte e quella inevitabile dietro il fronte". Si è discusso a lungo sull'utilità della decimazione per la condotta della guerra ed è innegabile che essa servi quale deterrente contro la fuga in massa, altrimenti in agguato dietro l'angolo. Però fu l'applicazione in pratica che generò distorsioni aberranti. I plotoni venivano decimati anche se solo sospettati di fellonia e in certi casi anche solo per l'accusa di avere tra le proprie fila un ladro. Accanto alla decimazione che rimaneva comunque una soluzione legalmente riconosciuta e approvata ufficialmente con circolari del Comando Supremo, vi era l'esecuzione sommaria posta in essere dai sottufficiali di squadra o di compagnia. Il rifiuto di uscire dalle trincee era considerata colpa sufficiente per ricevere una pallottola sul posto, senza bisogno di nessuna corte marziale. Dei metodi così arbitrari originarono odio profondo tra la truppa e gli ufficiali che si risolse in diversi episodi di insubordinazione aperta (poi punita con la decimazione) o di giustizia sommaria (certi ufficiali furono assassinati alle spalle dai loro stessi subalterni). I carabinieri ebbero pessima fama tra i soldati perché furono preposti al recupero dei disertori e perciò accomunati agli ufficiali. Se vogliamo cercare un lato positivo nella disciplina applicata fu quello di creare un forte spirito di corpo tra i soldati, facendo venire meno quell'iniziale diffidenza di classe che aveva diviso i contadini dagli operai ed entrambi dai borghesi.
Per due lunghi anni le posizioni sul fronte italiano rimasero pressoché immutate. Nessuna delle due parti aveva forze per sfondare le linee nemiche e i combattimenti si risolvevano in infruttuose attacchi di fanteria puntualmente respinti. Nei pochi casi in cui si riusciva a conquistare una trincea o una collina tatticamente importante, non era raro doverla abbandonare per un successivo contrattacco. Niente di diverso di ciò che avveniva in Francia, dopo tutto. I due eserciti si logoravano lentamente perdendo secondo stime attendibili poco più di 700.000 uomini complessivamente. Forse la guerra avrebbe potuto continuare così se non fosse intervenuto un avvenimento dalle conseguenze epocali: la rivoluzione in Russia. Il rivolgimento avvenuto sul fronte orientale permise agli stati dell'Europa Centrale di liberare un numero imponente di forze che furono immediatamente disponibili per un reimpiego contro le nazioni occidentali. Le avvisaglie di un'imminente offensiva furono molteplici: i movimenti sempre più frequenti degli austriaci, i resoconti di prigionieri sullo spostamento di rifornimenti e armi e addirittura l'intercettazione di messaggi radio che comunicavano ai comandi tattici le modalità dell'attacco.
Si giunse così nel 1917 alla fatidica disfatta di Caporetto. Come sempre accade in ogni grande disfatta si sommarono i meriti e i demeriti delle fazioni in campo e purtroppo per l'Italia, la mediocrità dei generali che la guidavano si dimostrò appieno in quel frangente. Un'inchiesta condotta subito dopo la cessazione delle ostilità identificò quali maggiori responsabili lo stesso Cadorna e il generale Capello, responsabile del tratto di fronte su cui si riversò il primo duro colpo. Egli avrebbe dovuto mantenere un'impostazione difensiva, invece si preoccupò, unico tra tanti, di salvaguardare la vita dei propri soldati e permise la ritirata. Essa si trasformò in pratica in una fuga, tanto che dopo aver abbandonato le posizioni intorno a Udine, il nostro esercito fu costretto a retrocedere prima sul Tagliamento e quindi fino al Piave. Il limitato impegno delle truppe tedesche al fianco degli Austriaci consentì sul fiume di riorganizzare le linee e arginare l'avanzata. Due importanti conseguenze derivarono dalla disfatta di Caporetto. In primo luogo la definitiva presa di coscienza che le motivazioni di allargamento territoriale che avevano spinto alla guerra era seriamente minacciate, addirittura la stessa Milano avrebbe potuto cadere in mano nemica! Poi ci si accorse che Cadorna non poteva rimanere al posto di comando. Egli fu fortunatamente sostituito con Armando Diaz, un militare dalle più ampie vedute che si premurò di analizzare i motivi del basso morale dei soldati, cercando di porvi rimedio con urgenza. Per il livello politico fu una vera rivoluzione. Boselli, succeduto a Salandra dopo gli stalli del 1916 si dovette dimettere in favore di Vittorio Emanuele Orlando. Il momento era grave. Circa 300.000 uomini erano stati fatti prigionieri, la metà delle divisioni erano state annientate. Un solo aspetto positivo si poteva rilevare in tutto ciò e stava nell'accorciamento del fronte di ben 250 km. Ciò comportava una maggiore densità di soldati per km di fronte e permetteva di supplire al ridotto numero disponibile. Per tornare a riempire le fila si fu costretti a richiamare anche la classe dei diciassettenni che venne lanciata nella mischia come ultima speranza. Pure per i nostri alleati la vita non era rosea. In Francia alcuni reparti minacciarono di marciare su Parigi e la disobbedienza aperta fu l'unica risposta di fronte ad ordini insensati che non tenevano conto dell'alto numero di vittime che provocavano. Una vittoria della Triplice si profilava all'orizzonte.
Quali furono i cambiamenti che permisero all'Italia di arrivare comunque alla vittoria? Ci fu innanzi tutto una modifica del trattamento dei soldati che si può sintetizzare in un solo vocabolo: rispetto. Fu, infatti, la considerazione del fante non più come semplice automa da combattimento, ma come risorsa da salvaguardare che fece aumentare, sebbene di poco, il morale della truppa. Non si arrivò certo a un senso di puro amor patrio che era estraneo ai soldati italiani, ma l'adozione di una tattica difensiva nei primi mesi del 1918 limitò le perdite giornaliere a poco più di 600 contro le 2000 del precedente semestre. Una maggiore sopravvivenza consentì la formazione di un nucleo di veterani che sostenesse con la propria esperienza i nuovi arrivati (ancor meno addestrati che nei precedenti anni). L'intervento degli Stati Uniti, oltre ad un contingente militare ,fu foriero di nuove e indispensabili forniture di viveri e materiale bellico. La grave crisi militare servì a far unire tutte le forze politiche in un fronte nazionale che diede allo stato una nuovo impostazione centrista. Persino i socialisti diedero il loro appoggio, anche se contrari alla guerra per principio. L'accentramento del potere nelle mani del governo diede slancio alla produzione nazionale coordinata finalmente verso un solo scopo: la vittoria. Con un'impostazione di tal fatta fu possibile rimpiazzare tutto il materiale perso durante la ritirata verso il Piave. I miglioramenti attuati nei confronti dei soldati non fecero venire meno la feroce repressione che aveva caratterizzato il periodo di Cadorna, anzi essa divenne ancora più pressante e violenta, con l'aumento delle fucilazioni e delle incarcerazioni. Soltanto non aveva più quei caratteri di parzialità che terrorizzavano gli uomini. I processi sommari diminuirono nettamente e le condanne a morte furono sempre motivate.
E' difficile sapere quante di queste iniziative ebbero successo anche solo parzialmente. Un dato certo è che gli italiani, soldati e civili, si unirono veramente per cercare la vittoria ed essa fu conseguita. I referenziati politici che si avventuravano in comizi pubblici erano sistematicamente fischiati, ma ciononostante il sentimento di unione che Salandra predicava nella sua dichiarazione fu finalmente raggiunto. L'ultima offensiva della Triplice fu condotta nel Giugno del 1918 e si andò ad arenare sulle trincee del Piave. Da quel momento in avanti l'Italia avrebbe ripreso in mano l'iniziativa, producendosi in una serie di offensive consecutive che ci avrebbero condotto alla definitiva resa dell'Impero asburgico. Il nostro nemico aveva sofferto quanto noi gli anni della guerra con in più le difficoltà di essere uno stato multietnico e multinazionale. Ciò produsse tensioni e attriti negli avversari dell'Italia nella stessa misura delle nostre vittorie sul campo. Non fu certo un caso che dopo la sconfitta l'Austria-Ungheria si frantumasse in una molteplicità di stati. Si gridò alla vittoria leggendaria su di uno stato che stava già morendo ben prima che i nostri due eserciti si scontrassero!
In cifre la guerra era costata 571.000 morti e un milione di feriti tra i quali 450.000 grandi invalidi. Il debito pubblico era aumentato da 15 miliardi di lire del 1915 a 69 del 1918. L'inflazione era cresciuta nell'ordine delle dieci o dodici volte rispetto al periodo prebellico. Ma le cifre non possono rappresentare tutto.
L'Italia raggiungeva quelli che erano ritenuti, a torto o a ragione, i suoi confini naturali, terminando la fase di unificazione iniziata nel lontano 1859. Il suo costo in termini sociali fu però enorme. 5.600.000 soldati dovevano essere riportati ad una vita civile che non era in grado di riassorbirli nella piena occupazione. Il loro posto in fabbrica era stato preso da lavoratrici che costavano mediamente il 30% meno degli uomini e l'industria bellica aveva avuto uno sviluppo che non poteva essere sostenuto in tempo di pace, tanto che i licenziamenti non si fecero attendere. Le promesse espansioni territoriali furono ridotte e si limitarono a zone già densamente popolate che non potevano in alcun modo ricevere altra popolazione immigrante. I contadini non ricevettero le terre promesse e in diversi casi si trovarono senza l'occupazione avuta prima della guerra. Ciò li spinse verso le grandi città, finendo a rimpolpare quel proletariato già duramente provato. Le donne che avevano assaporato per la prima volta in Italia il brivido dell'indipendenza economica non fecero valere per tempo il peso contrattuale che avevano assunto, vedendosi progressivamente respingere verso una zona marginale del mondo del lavoro. I socialisti che tanto avevano influito sulla sorte della guerra erano stati duramente colpiti e indeboliti sia nell'ala moderata sia in quella massimalista. L'aver combattuto al fianco delle potenze occidentali non ci aveva portato al loro livello di progresso sociale e gli effetti si sarebbero notati col nascere dei primi partiti totalitari. L'Italia divenne terreno fertile per loro in quanto terra di povertà e repressione sindacale con quaranta milioni d'abitanti e il 18% di disoccupati. Il "Maggio radioso" del 1915 avrebbe dato fondamenta ad un ventennio oscuro e privo di libertà.


mercoledì 26 marzo 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 26 marzo.

Il 26 marzo 1917 iniziava la prima battaglia di Gaza, durante la Grande Guerra.

Mentre in Europa, a causa delle avversità climatiche invernali, la guerra subiva una pausa, in Africa e in Medio Oriente le ostilità non accennavano ad alcuna sospensione e, anzi, denotavano un certo incremento. Se sul fronte persiano, dopo la vittoria di Kut e la conquista di Baghdad, proseguiva la vittoriosa campagna britannica, su quello palestinese, dopo aver respinto, nel gennaio 1917, dal Sinai le forze turche, si andava preparando, sempre da parte inglese, una vasta serie di operazioni il cui compito ultimo era la conquista di Gerusalemme.

Per penetrare in Palestina, però, le truppe britanniche avrebbero dovuto superare le difese ottomane, dislocate lungo una serie di alture tra Gaza e Bersheba: questo punto specifico, perciò, divenne teatro di tre offensive, assai diverse tra loro per conduzione ed esiti, tra il marzo e il novembre del 1917, note come ‘battaglie di Gaza’.

La prima di queste tre operazioni venne condotta in maniera a dir poco imbarazzante dal comandante in capo inglese, generale Murray, e dal suo vice, il generale Dobell: nonostante avessero a disposizione quasi 40.000 uomini, cioè più del doppio delle forze schierate dal difensore di Gaza, l’abile generale tedesco Kress von Kressenstein, i comandanti britannici riuscirono a trasformare la campagna in un mezzo disastro e, quel che è peggio, a convincere il British War Office di Londra di avere, invece, ottenuto un’importante vittoria. All’inizio, la mattina del 26 Marzo 1917, grazie anche all’aiuto di una fitta nebbia proveniente dal mare, la cavalleria inglese riuscì a penetrare nel dispositivo nemico, schierandosi a semicerchio sul lato est-sudest delle difese di Gaza, in modo da minacciare l’afflusso di rinforzi dalla cittadina: questa manovra risultò utilissima nella protezione dell’avanzata della 53a divisione di fanteria, che, attraverso un terreno piuttosto difficile, mosse efficacemente contro la cresta di Alì Muntar.

A questo punto, la giornata sembrava volgere a favore degli attaccanti, quando, forse credendo che la fanteria stesse subendo un rovescio, il generale Dobell ordinò alla cavalleria di ritirarsi: paradossalmente, Kressenstein si era convinto dell’esatto contrario, ed aveva ritirato il proprio ordine di far affluire rinforzi da Gaza, ritenendo perduta la battaglia. Quando, il giorno seguente, i britannici tornarono ad avanzare, la guarnigione ottomana della città era aumentata di 4.000 unità, l’effetto sorpresa era sfumato e i turchi effettuavano contrattacchi ovunque, tanto da indurre Dobell a sospendere l’azione.

La prima battaglia di Gaza era costata ai britannici circa 4.000 perdite e ai loro avversari 2.400: nonostante questo e l’evidente errore di valutazione di Dobell, Murray riuscì a presentare a Londra l’operazione come un successo, che avrebbe aperto la strada alla conquista di Gaza e, in seguito di Gerusalemme, triplicando la somma delle perdite turche. Questo avrebbe avuto esiti disastrosi, perché il BWO londinese si convinse che Gerusalemme era un obiettivo a facile portata ed ordinò a Murray di lanciare un secondo attacco appena possibile: in realtà, le forze turche erano semplicemente state allertate e non si sarebbero più fatte prendere alla sprovvista.

Da questa serie di equivoci e di mezze bugie derivò la seconda battaglia di Gaza, il 17 aprile 1917: Kressenstein, però, stavolta era pronto, ed aveva potentemente rinforzato il suo lato sudorientale, lungo la strada per Bersheba, dove era avvenuta la penetrazione della cavalleria britannica. Dobell non trovò di meglio che fare avanzare tre divisioni, direttamente contro la guarnigione avversaria, che contava circa 18.000 difensori, appoggiando il proprio attacco con 8 carri Mark I e con granate a gas: dopo tre giorni di assalti infruttuosi e la perdita di più di 6.400 uomini, contro meno di un terzo del nemico, l’operazione venne nuovamente sospesa.

A questo punto, Kressenstein avrebbe voluto contrattaccare in forze, sfruttando il momento favorevole, ma venne trattenuto dal suo prudentissimo superiore, il generale turco Gemal Pascià: lo scontro, dunque, terminò con un nulla di fatto. Iniziò a quel punto un vero e proprio balletto ai vertici dell’armata: Murray sollevò l’incapace Dobell dal comando, sostituendolo con il generale di cavalleria Chetwode, ma, a sua volta, venne rimosso per ordine di Londra, dove da un po’ di tempo si desiderava cambiare le cose in Medio Oriente, e sostituito dal generale Allenby, dal canto suo inviso al comandante del fronte occidentale, Haig.

Per Allenby, piuttosto furioso per come era stato trattato in Europa, Gaza e la guerra in Palestina rappresentarono il trampolino per il proprio rilancio, e si gettò nell’impresa con entusiasmo e determinazione, anche perché il primo ministro, Lloyd George, gli aveva chiesto la conquista di Gerusalemme entro Natale: da questi presupposti sortì la terza battaglia di Gaza.

Va detto che, anche dalla parte ottomana erano cambiate alcune cose: la più importante era che, come supervisore del fronte, era arrivato l’ex capo di stato maggiore tedesco, Von Falkenhayn, reduce dai successi nei Balcani. Allenby si mise subito al lavoro: cominciò ad accumulare riserve, rifornimenti e munizioni, per un totale di 88.000 uomini, con molte artiglierie, carri armati ed armi chimiche, e spostò il proprio quartier generale dal Cairo alla linea del fronte, per dare morale ai soldati. Schierati sul fronte opposto c’erano i 35.000 soldati della 7a ed 8a armata turche, schierati lungo una linea di 40 km, inferiori per numero e mezzi, ma poderosamente fortificati, tanto da essere un avversario da non sottovalutare.

La prima preoccupazione di Allenby fu quella di garantirsi il controllo dei rifornimenti idrici a Bersheba: nella guerra desertica, infatti, le riserve d’acqua contavano più dei cannoni e delle mitragliatrici e controllare i pozzi significava vincere la campagna. Il mattino del 31 ottobre 1917, cominciava, così, la terza ed ultima battaglia di Gaza. Il piano di Allenby consisteva nello schierare 40.000 uomini nella piana di Bersheba, relativamente poco difesa, e prendere di sorpresa il nemico, simulando, con altre tre divisioni, un attacco frontale direttamente contro Gaza: per ottenere che questo diversivo apparisse come l’attacco principale, fece bombardare la guarnigione ottomana da 218 cannoni ininterrottamente per 6 giorni, e mantenne in volo tutti i suoi aeroplani, per impedire che i velivoli avversari potessero avvistare i movimenti delle sue truppe. Il dominio dell’aria stava rivelandosi un’arma determinante, nel 1917.

A Bersheba, dopo scontri molto duri, alla fine la cavalleria leggera australiana riuscì a penetrare nelle linee nemiche e a raggiungere i pozzi d’acqua potabile, prima che i turchi mettessero in atto il loro piano per avvelenarli in caso di ritirata. La 7a armata ottomana, a questo punto, indietreggiò fino alla roccaforte di Tel es Sheria, passando sotto il comando di Kressenstein, che, normalmente, comandava soltanto l’8a armata. Grazie ad un’ulteriore azione diversiva, effettuata ad est dai reparti cammellati britannici, i difensori turchi, credendo di essere sottoposti ad un massiccio attacco, iniziarono a disperdersi, sguarnendo del tutto il fianco della 7a armata, che si trovò in una brutta situazione.

Approfittando di questa occasione, il 6 novembre, Allenby mosse alla conquista di Tel es Sheria, sperando di riuscire ad intrappolare a Gaza le forze nemiche: Kressenstein, però, aveva ordinato ai suoi soldati, lo stesso giorno, di abbandonare Gaza e di ritirarsi a Gerusalemme, in modo da salvare ciò che rimaneva della sua 8a armata.

A questo punto, la partita decisiva si sarebbe giocata nella Città Santa. Alla fine, quando Gerusalemme, finalmente, cadde in mano britannica, l’11 dicembre, le perdite della terza battaglia di Gaza erano arrivate a 18.000 uomini da parte inglese e 25.000 da quella ottomana.

sabato 24 ottobre 2020

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 24 ottobre.
Il 24 ottobre 1917 iniziava la battaglia più tragica della storia dell'esercito italiano, per la quale ancora oggi è in uso il termine "una Caporetto" per definire un'azione disastrosa.
Alle ore 2 del 24 ottobre 1917 la 14a Armata austro-tedesca (costituita da 8 divisioni austriache e 7 tedesche), agli ordini dell’abile generale tedesco Otto von Below, lanciava una potente offensiva (denominata “Waffentreue” – “Fedeltà d’Armi”) contro le linee italiane in corrispondenza delle conche di Plezzo e Tolmino, considerate dal generale Krafft von Dellmensingen, capo di stato maggiore dell’armata mista, le posizioni più deboli dello schieramento avversario in quel settore del fronte isontino, con l’obiettivo di raggiungere il fiume Tagliamento. Alla destra della 14a Armata operava la 10a Armata austro - ungarica mentre a sud della 14a Armata, sul basso Isonzo, agiva il Gruppo d’Esercito del generale Boroevic. L’azione sferrata con nuovi procedimenti tattici sconosciuti all’esercito italiano (breve e terrificante preparazione di artiglieria nelle retrovie, lancio di granate con gas tossici sulle posizioni di Plezzo e Tolmino e infiltrazioni di reparti scelti nei fondi valle alle spalle dei reparti italiani) nel giro di poche ore apriva una consistente breccia in corrispondenza di Tolmino ad opera della 12a Divisione slesiana e della divisione Alpenkorps che risalendo la valle dell’Isonzo con grande rapidità giunsero alle spalle delle linee del IV Corpo d’Armata, in coincidenza di Caporetto, determinando il ripiegamento disordinato della 2a Armata del generale Capello. Nella giornata del 25 ottobre le falle aperte in corrispondenza di Plezzo, Caporetto e Tolmino si allargarono sempre di più, al punto che divenne impossibile arrestare il nemico. Il giorno 26 i tedeschi conquistavano Monte Maggiore e si aprivano così le vie per Cividale e Udine. Il giorno 27 ottobre in seguito al precipitare degli eventi il generale Cadorna, capo di Stato Maggiore dell’esercito, dava l’ordine di ripiegamento generale al fiume Tagliamento alla 2a e 3a Armata e alle truppe della Zona Carnia. Il 28 cadeva Udine e, dopo una disperata resistenza davanti ai ponti del fiume Tagliamento, le divisioni italiane proseguivano la ritirata sino al Piave. Durante quella drammatica battaglia (passata alla storia come Battaglia di Caporetto) l’esercito italiano perse 300.000 uomini (prigionieri in gran parte della 2a Armata), 3500 pezzi di artiglieria, 1730 mortai e bombarde, 2800 mitragliatrici e una ingente quantità di materiale.
Nei primi giorni dell’offensiva caddero 10.000 soldati e più di 30.000 furono i feriti. L’Esercito ebbe, inoltre, 350.000 sbandati che poi vennero raccolti e recuperati. La sera del 27 ottobre, dopo aver raggiunto Treviso, il generale Cadorna emetteva il Bollettino di Guerra con il quale si imputava la sconfitta alla “mancata resistenza di reparti della 2a Armata vilmente ritiratisi senza combattere o ignominiosamente arresisi al nemico”. Con quel disonorevole Bollettino il generale Cadorna addebitava alla truppa la responsabilità della rotta di Caporetto e non invece a manchevolezze ed errori del suo Comando.
In seguito alla sconfitta, il generale Cadorna fu sostituito al comando dal generale Armando Diaz, e la guerra prese una piega completamente diversa.

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