Buongiorno, oggi è il 19 febbraio.
Il 19 febbraio 1861 viene abolita in Russia la servitù della gleba.
Le vicende dell’immenso impero zarista nel corso del XIX secolo appaiono come un alternarsi di tentativi riformatori e di reazioni conservatrici. All’origine vi è la consapevolezza di parte dell’opinione pubblica delle condizioni di arretratezza tecnica, economica ma anche culturale e civile dell’Impero. Un’arretratezza che si traduce anche in debolezza politica e militare di fronte alle altre potenze europee, come dimostra la sconfitta nella guerra di Crimea. Le vicende dell’abolizione del servaggio da parte di Alessandro II nel 1861, forse la riforma più rilevante poiché mette in discussione i fondamenti stessi della società russa, evidenziano comunque i limiti e le contraddizioni dell’azione riformatrice dall’alto.
Il colpo di Stato che aveva detronizzato Paolo I porta al potere nel 1801 il figlio Alessandro. Questi rende nota la sua intenzione di governare abbandonando la politica del padre e riprendendo al suo posto le “sagge vedute” di Caterina. La cosa nuova rispetto alla visione chiusa di Paolo I sta nel fatto che si va costituendo intorno alla persona dello zar, il quale negli anni della formazione (1785-1794) aveva avuto un precettore svizzero di idee repubblicane (Frédéric-César Laharpe), un gruppo di giovani nobili di sentimenti che potremmo definire appena liberali. Questo gruppo si riunisce in un comitato privato segreto che progetta delle “riforme”, ma non ha alcun ruolo nella politica del governo, affidato a coloro che hanno organizzato l’assassinio di Paolo I. L’analisi delle proposte fatte dal comitato al sovrano, che vi partecipa, e della loro formalizzazione in disegni di legge è molto interessante. Consente prima di tutto di capire che la cultura provinciale del comitato non è in grado, per esempio, di comprendere il rapporto tra alcune teorie, come quella economica, conosciuta attraverso la Ricerca sulla natura e sulle cause della ricchezza delle nazioni di Adam Smith, o quella giuridica, ricavata dalla lettura della Magna charta libertatum del 1215 insieme all’Habeas corpus act del 1679, e le concrete pratiche delle istituzioni di governo: in Russia non esiste né una società civile, né un parlamento, né una qualche comprensione del concetto di libertà individuale da tutelare dall’arbitrio dello Stato.
Ciò non significa che non ci sia con Alessandro una notevole e pregevole produzione legislativa atta a modernizzare l’amministrazione e a introdurre, attraverso l’intervento del governo, una qualche modifica nella struttura sociale; per esempio, quella che si propone di ampliare la “classe degli agricoltori liberi”. Significa che tale produzione legislativa non è né l’effetto di una pressione di forze economiche che intendono liberarsi dal modello servile, né un’offerta a una classe d’imprenditori che voglia promuovere lo sviluppo liberista del Paese, ma è indirizzata dal ceto di governo allo stesso ceto di governo, come una soluzione “tecnica” che non va oltre l’idea di miglioramento del sistema. Gli esiti sono quindi irrilevanti. Risultati di una qualche importanza si ottengono invece, anche se limitatamente ai grandi centri urbani, nel campo dell’istruzione pubblica di base, investita dalle Direttive per la cultura popolare, e nel riordinamento delle scuole superiori e del sistema universitario. Un ruolo di primo piano nelle “riforme” lo svolge, specialmente dopo la chiusura del comitato, Michail M. Speranskij, che arriva ai vertici dello Stato avendo percorso, non da nobile ma da grand commis d’état, una prestigiosa carriera nelle istituzioni. Egli ottiene infatti l’incarico di preparare un progetto di costituzione che avrebbe dovuto modificare il sistema assolutistico, introducendo la separazione dei poteri e la rappresentanza. Ne viene onorato con il licenziamento, l’esilio e la deportazione.
L’età di Alessandro è attraversata dal nome di Bonaparte. Non si tratta solo del fatto che la campagna napoleonica di invasione della Russia genera nella popolazione la prima grande idea di una guerra patriottica e la vittoria militare impone lo zar come protagonista della Santa Alleanza. Si tratta anche del fatto che si va costruendo la struttura di un discorso che vede nella diffusione delle idee della Rivoluzione francese la fine dell’ancien régime come modello politico “naturale” e, allo stesso tempo, con un’operazione che non sarà dimenticata nella preparazione ideologica del Congresso di Vienna e verrà sviluppata nella cultura della Restaurazione, fa della riparazione un imperativo “messianico” che si appropria, rovesciandola, della stessa terminologia laica dell’Illuminismo.
Di fronte alla politica di Alessandro, malgrado il cedimento impostogli dalla più alta aristocrazia di corte nel caso Speranskij, quella di Nicola I (nato nel 1796) appare subito come radicalmente conservatrice, anche perché abolisce ogni possibilità di interpretare le idee del predecessore come liberali. Il giorno stesso dell’abdicazione del fratello maggiore Costantino, che avrebbe dovuto succedere allo zio Alessandro, morto senza lasciare eredi, egli si trova di fronte alla rivolta dei decabristi: un gruppo di ufficiali della nobiltà liberale, appartenenti a una società segreta che propone anche per la Russia un modello politico costituzionale, se non addirittura repubblicano, e vuole di conseguenza abolire il sistema economico fondato sulla servitù della gleba. Al contrario di quanto era avvenuto all’epoca di Caterina, il movimento decabrista ha radici molto profonde nell’intellettualità liberale, che si è formata alle idee della cultura politica occidentale e concepisce il proprio impegno in termini etici. La rivolta di Pietroburgo, cui partecipano circa tremila soldati, il 14 dicembre 1825, va incontro al fallimento. Ma la repressione organizzata da Nicola – con impiccagioni, deportazioni e lavoro forzato – pone il movimento all’inizio del processo di emancipazione che caratterizzerà tutto il XIX secolo. È una scelta conseguente alle idee politiche del sovrano, che concepisce lo Stato come Stato di polizia e non intende in alcun caso lasciare il benché minimo spazio alla manifestazione di un pensiero che non sia l’esaltazione dell’autocrazia. La sua politica estera non è che una variante della politica interna: repressione di ogni movimento rivoluzionario (quello polacco nel 1830-1831 e quello ungherese nel 1848-1849). Nicola riprende in considerazione il problema della presenza russa nel Mediterraneo che, fin da Pietro il Grande, aveva procurato conflitti permanenti con l’Impero ottomano. Ma questa volta lo scontro si internazionalizza e coinvolge le principali potenze europee (dall’Inghilterra alla Francia) che, con la guerra di Crimea, infliggono alla Russia una delle più brucianti sconfitte della storia contemporanea.
Nato nel 1818, Alessandro II riceve un’iniziazione alle idee liberali seguendo le lezioni di Michail Speranskij e un buon addestramento alle pratiche politiche perché, differentemente da quanto in precedenza era accaduto ai figli dello zar destinati alla successione, entra a far parte del consiglio di Stato e poi partecipa attivamente con incarichi importanti al consiglio dei ministri. Dopo l’incoronazione nel 1855, tutta l’energia del nuovo sovrano viene consacrata alla guerra in Crimea: un conflitto che, come abbiamo detto, vede scendere in campo contro la Russia una possente coalizione di Stati che, alla fine delle ostilità, impongono la pace di Parigi.
Sono molti gli studiosi i quali ritengono che la riflessione sulla sconfitta di Sebastopoli (espugnata dalle forze anglo-francesi nel settembre 1855) abbia avviato il processo di trasformazione dello Stato russo, per metterlo in grado di partecipare alla pari alle politiche di potere dei Paesi europei. Tutto ha inizio dalle discussioni intorno alla possibile abolizione della servitù della gleba come obsoleto modello economico-sociale dell’impero. Esistono alcuni precedenti, senza però conseguenze, nel programma dei decabristi (che conoscono gli interventi di Giuseppe II) e nelle discussioni clandestine tra gli intellettuali quando l’Austria e la Prussia, nel 1848, si muovono per abolirne le ultime vestigia. Lo stesso Alessandro nel 1846 viene incaricato di presiedere un comitato di studio sulla questione contadina. Ma l’iniziativa si arena presto. Alessandro prende una decisione nell’aprile del 1856. Avverte che il sistema della proprietà della terra fondata sulla servitù dei contadini deve essere riformato e lo fa adottando un linguaggio assolutamente inedito nella Russia: “È meglio cominciare ad abolire il servaggio dall’alto piuttosto che aspettare che esso cominci ad essere abolito dal basso”. Non sappiamo a chi, tra i consiglieri del sovrano, si possa ascrivere una consapevolezza del genere. Sta di fatto che essa fa balenare l’idea della rivoluzione contadina, che nel frattempo sta diventando un programma politico. Gli studi sulle proposte che arrivavano al comitato dai saperi accademici (anche stranieri), oltre che dai tecnici dello Stato più avanzati, e le ricerche sulle discussioni interne ed esterne che esse provocavano, anche col “rischio” di essere estese alla società civile, sono numerosissimi e offrono un ventaglio d’interpretazioni piuttosto variegato.
Ciò che impressiona nella prima fase è la localizzazione (territori lituani e alcune zone limitrofe governate dal generale Vladimir I. Nazimov) e la rapidità dell’azione: il 2 dicembre 1857 Alessandro promulga la prima limitatissima disposizione emancipatoria. Essa, nota come Rescritto Nazimov, viene superata dalle famose lettere di Jakov I Rostovcev il quale, a nome del comitato, imprime un’accelerazione al processo che deve portare alla promulgazione della legge (3 marzo 1861). L’analisi della trasformazione degli enunciati dalle prime stesure fino alla redazione definitiva consente di capire che le forze di resistenza sono in grado di limitare sempre di più l’attuazione del provvedimento in senso occidentale. Se è vero che, nel primo discorso ai nobili di Mosca, Alessandro ha alluso al fatto che, a proposito del servaggio dei contadini, i poteri hanno il dovere di anticipare la domanda proveniente dalla società, e se è vero che questa domanda è avvertita (spesso ancora in modo confuso) da alcuni spericolati segmenti della nobiltà sensibili all’idea di modernità e progresso, è vero anche che non si può fare impunemente circolare nell’emergente opinione pubblica una parola come “emancipazione”. Essa circola però nella stampa. Ha un effetto di ridondanza epidemica, nel senso che del termine si potevano impossessare (e s’impossesseranno) tutti coloro i quali ritenevano di trovarsi in uno stato o condizione di “servaggio” intellettuale e culturale, politico e morale, religioso e nazionale, di genere e di condizione. In ogni caso, la parola emancipazione non appare nel testo di legge (manifest ob otmene krepostnogo prava).
Difficile stabilire se ci sia una connessione strutturale o di sistema tra gli interventi fatti nei diversi campi, o se si sia trattato di operazioni appena collegate da una concomitante pressione dall’esterno e dall’interno delle istituzioni. Sta di fatto che, tra il 1856 e il 1864, vengono fatti investimenti in tutto il campo dell’istruzione, anche con l’introduzione di importanti misure amministrative (nomine di sovrintendenti con adeguata preparazione professionale nei distretti scolastici), e si allargano le possibilità d’accesso alle scuole superiori. Ma è soprattutto nelle università che le innovazioni sono sensibili, con l’immissione di un personale docente qualificato e numeroso che in poco tempo, abolite diverse limitazioni, attira studenti provenienti anche da famiglie della burocrazia statale media. Ai primi fermenti di agitazione, provocati dalle richieste studentesche di andare oltre le “riforme” tecniche, Alessandrò si irrigidisce. L’università di Pietroburgo, nel 1861, viene chiusa e tutto sembra regredire alla situazione oscurantista inscenata da Nicola come risposta al Quarantotto europeo, con la nomina a ministro dell’Istruzione pubblica di un ammiraglio.
Esiste una corrente storiografica che ha concentrato tutto il suo interesse sul problema del rapporto tra emancipazione dei servi della gleba e riordinamento delle istituzioni locali. Anche qui è difficile dare un ordine preciso alle iniziative dal punto di vista di una loro relazione causale, dato che i primi provvedimenti risalgono al 1859 e fanno già riferimento a rappresentanze dei contadini. Ma è soprattutto nel periodo di tempo in cui si comincia a realizzare il nuovo sistema di trasformazione dei servi in lavoratori salariati della terra (quelli che non hanno la possibilità del riscatto) e piccoli proprietari (quelli che accettano la ripartizione) che la riforma delle istituzioni locali diviene urgente. La volost’, termine che appartiene al linguaggio politico dell’intera Europa orientale, diventa l’organo di autogoverno di diversi villaggi e ogni mir vi elegge i suoi delegati. L’uso della nozione di autogoverno non deve però essere preso in senso letterale. In realtà, esiste una serie d’importanti intermediari tra potere centrale e locale che dà credibilità al sospetto che queste unità amministrative siano rudimentali strumenti governativi di controllo, in un momento cui il mondo rurale, proprio per effetto della riforma contadina, è in fermento. La successiva misura sarà in effetti realizzata a livello più alto nel 1864 quando, su proposta di Nikolaj Miljutin, vengono istituiti gli zemstva in cui le volosti entrano, accanto agli altri ceti di un governatorato (proprietari fondiari e borghesia), per gestire, attraverso i proventi di una parte della tassazione, l’amministrazione locale (dall’istruzione pubblica elementare all’assistenza sanitaria di base). Gli zemstva, dovendo eleggere i giudici di pace, svolgono anche un ruolo nella riforma del sistema giudiziario, regolamentato nel 1864. Per quanto riguarda l’aspetto formale assunto nella fase conclusiva, presentata dal responsabile di settore del consiglio di Stato (Pavel P. Gagarin), esso sembra introdurre in Russia una sorta di sistema inglese per la presenza del procuratore dello Stato e della giuria. Non meno importanti sono la riforma dell’ordinamento militare e la trasformazione dell’esercito, così come il riordino dell’apparato tributario, che dà la possibiltà di entrate fiscali tali da garantire l’erogazione di prestiti quando Alessandro si convince, dopo la generale depressione determinata dall’isolamento internazionale seguente alla guerra di Crimea, che la Russia non può rinunciare a una politica espansionistica alla stregua delle altre potenze europee. In questo quadro si colloca non solo la campagna orientale per l’egemonia in tutto il territorio siberiano, simboleggiata nelle estremità dalla costruzione delle città fortificate di Chabarovsk e di Vladivostok; non solo la progressiva acquisizione (a partire dal 1863 fino al 1875) di numerosi canati uzbechi (Kokan, Buchara, Khiva), che costituiscono il sistema imperiale russo in Asia centrale, ma anche la penetrazione nei Balcani, motivata dalla volontà di “liberare” gli ortodossi dall’oppressione islamica, culminata nella guerra russo-turca (1876-1878).
Se è vero che l’impegno nella politica estera e l’espansionismo in Asia e nei Balcani ha costituito un indubbio successo della Russia di Alessandro, non si può dire altrettanto delle “riforme”. Non perché esse non abbiano prodotto dei risultati, ma perché sono state corredate da tutta una serie di retrocessioni del pensiero emancipatorio e da una serie di misure contraddittorie che spesso hanno ripristinato lo status quo ante, visto che non hanno modificato la struttura economico-sociale della Russia. Esse, poi, non hanno impedito che all’interno di una società alla quale non venivano offerte possibilità di sviluppo in base alle capacità si radicalizzassero sempre di più le opposizioni dei democratici e dei rivoluzionari (si pensi all’evoluzione del movimento populista fino alla Narodnaja Volja), con il conseguente irrigidimento delle posizioni dei “riformisti” di Stato che ritornavano progressivamente all’assolutismo. Dopo i due attentati falliti del 1879 e 1880, Alessandro cerca, per un istante, di riprendere la politica delle riforme, tinte addirittura dalle venature “democraticiste” del generale Michail Loris-Melikov, che implora la partecipazione dei cittadini nelle decisioni politiche. Ma il terzo attentato, il 13 marzo 1881, non va a vuoto. Il successore, Alessandro III, reagisce immediatamente inasprendo il regime autocratico e aprendo la repressione dei movimenti di emancipazione, cosa che porta all’allontanamento dal governo di coloro i quali hanno sostenuto le politiche liberali. I suoi Regolamenti temporanei, che sembrava potessero fare riferimento a una situazione d’emergenza, diventano invece il manifesto del suo governo e quindi ne orientano il programma. Tutta la politica interna di Alessandro III può essere definita come una sequenza di controriforme: valgano per tutte quelle sulla cancellazione dell’autonomia universitaria e lo smantellamento delle associazioni studentesche; la riduzione degli zemstva in organi periferici del potere centrale con addirittura la soppressione della rappresentanza rurale; la riduzione della base censitaria nelle elezioni per le amministrazioni locali. Anche la politica estera obbedisce prima di tutto all’idea che bisogna riprendere il modello della reazione internazionale e Alessandro III firma, proprio mentre viene incoronato, l’alleanza dei tre imperatori con Francesco Giuseppe d’Austria e Guglielmo I di Germania.
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lunedì 19 febbraio 2024
sabato 13 marzo 2021
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 13 marzo.
Il 13 marzo 1881 alle ore 14, terroristi della temuta associazione segreta Narodnaja Volja (Volontà del popolo) assalirono e bombardarono a San Pietroburgo il corteo imperiale, uccidendo lo zar Alessandro II (1818-1881).
In realtà la prima bomba lanciata contro la carrozza dello Zar mancò l’obiettivo. Quando invece Alessandro II scese dal landò per portare aiuto a due uomini della guardia rimasti feriti, fu investito in pieno dalla seconda esplosione. La folla impaurita presente lungo il percorso fin dal mattino cominciò a scappare, molti urlarono, altri alla vista del sangue si misero a piangere. A stento i soldati del seguito rimasti incolumi riuscirono a farsi largo e trasportare lo Zar a palazzo. Le vittime dell’attentato furono tre, compreso un attentatore, e i feriti venti.
L’assassinio di Alessandro II scosse profondamente non solo la Russia, ma tutta l’Europa, dando inizio a quella che sarà definita “Epoca degli attentati” contro re, regine, imperatori e capi di stato e che culminò nel 1914 a Sarajevo con l’uccisione del principe Francesco Ferdinando e l’inizio della Prima guerra mondiale.
Ma come si arrivò a organizzare e ad attuare una simile azione? Quali erano le motivazioni che spingevano quei giovani all’estremo sacrificio? Quali ingiustizie, quali crimini venivano imputati ad Alessandro II per renderlo meritevole di morte?
Il regno di Alessandro II fu in effetti contraddistinto da due periodi molto diversi tra loro: uno di riforme, l’altro di repressione e dispotismo. In un primo tempo, contrariamente al padre Nicola I, Alessandro II, una volta terminata la disastrosa guerra di Crimea, si distinse per l’avvio di grandi riforme sociali e politiche che fecero ben sperare il popolo russo. Soppresse i tribunali di casta, avviò l’emancipazione dei servi della gleba, creò istituzioni locali, gli Zemstvo, dotati di ampia autonomia, riorganizzò la scuola di base e incrementò il commercio con la costruzione di numerose linee ferroviarie interne. Sembrava, in sostanza, iniziata una nuova era nella storia della Russia, caratterizzata da una crescente modernizzazione e da un progressivo sviluppo economico.
Le cose poi cambiarono repentinamente. La rivolta polacca (1863) e un attentato subito nel 1866 segnarono la fine della politica delle riforme e l’inizio di una svolta autoritaria, che portarono alla chiusura dei circoli studenteschi, alla censura sulla stampa e alla repressione delle organizzazioni politiche.
In politica estera lo Zar riprese la guerra contro l’impero turco conquistando il controllo del Caucaso e dell’Asia centrale. Accentuò infine una politica antibritannica, stringendo un’alleanza con gli imperi di Germania e Austria.
La persistente estrema povertà di intere popolazioni, lo stato di polizia che terrorizzava chiunque anelasse a una maggiore giustizia sociale e gli scandalosi privilegi goduti dall’aristocrazia contribuirono ad aggravare la situazione, esasperando gli animi e convincendo i più determinati a passare all'azione. Le notizie che giungevano dall’Europa occidentale, i principi di libertà ed eguaglianza sanciti dalla rivoluzione francese avevano varcato i confini e ora erano diventati patrimonio culturale di molti giovani e di larga parte della classe intellettuale russa. L’immobilismo economico e sociale del governo e la repressione operata su ordine dello Zar non potevano dunque più essere passivamente subiti. L’attentato allo Zar, nel convincimento di molti giovani esasperati dalla drammatica situazione socio-politica ed economica della Russia, rientrava perfettamente nel novero delle azioni lecite, seppur estreme, da intraprendere per avviare un profondo cambiamento nel paese. Fu così che alcuni di loro il 13 marzo 1881 passarono dalle parole ai fatti.
La rapidità dell’azione e l’effetto sorpresa garantirono il “buon esito” dell’operazione, ma non furono sufficienti a evitare l’arresto ai protagonisti di quell’azione tanto temeraria quanto inutile. In verità, la situazione politico-sociale era da diverso tempo in ebollizione e in diverse città della “Santa Madre Russia” la polizia aveva scoperto circoli e gruppi rivoluzionari che non nascondevano la loro ostilità alla politica dello Zar.
I cinque principali organizzatori ed esecutori dell’attentato allo Zar, tra i quali si distinse la giovane ventisettenne Sofia Perovskaja, vennero quasi subito catturati, sottoposti a un sommario processo e impiccati pochi giorni dopo. Tutti gli imputati si dichiararono colpevoli e sicuri che il loro gesto avrebbe scosso tutti i russi dal loro torpore e creato le premesse per un futuro migliore.
Il nichilismo e il populismo, sorti in Russia negli anni sessanta del XIX sec. come movimenti di protesta e di rifiuto dell’ordine costituito, avevano dato, dunque, i loro primi terribili frutti e ora immolavano i loro figli migliori, tanto ingenui, quanto generosi.
Al processo Sofia, che in realtà aveva 27 anni, apparve ai giudici come una bambina dai capelli biondi e gli occhi grigio-azzurri.
I giudici e il pubblico restarono increduli e affascinati dinnanzi a una simile e apparentemente fragile creatura. In quella terribile circostanza la sua forza d’animo fu pari alla convinzione nelle sue idee e ancora una volta sorprese tutti i presenti, destando anche una qualche simpatia. Era difficile per tutti, infatti, credere ai propri occhi, immaginare che quella giovane donna dai lineamenti da bambina avesse potuto osare tanto. La sua provenienza familiare, l’educazione ricevuta e l’esempio paterno complicavano ancora di più il quadro.
Il corrispondente del giornale reazionario tedesco Koelnische Zeitung fu costretto a riconoscere: “Sofia Perovskaia dà prova di una forza d’animo straordinaria. Le sue guance conservano sempre il bel rosso, mentre il viso serio senz’ombra di iattanza spira un sereno coraggio ed un’abnegazione inesausta. Lo sguardo è tranquillo, pacato, sicuro senza ostentazione”.
La famiglia paterna era molto conosciuta e godeva il rispetto della corte imperiale e di tutta la città: un avo era stato ministro della pubblica istruzione, il padre governatore generale di Pietroburgo, mentre lo zio, il conte Perowsky, aveva assicurato all’impero una parte estesissima dell’Asia Centrale.
Fin da giovanissima Sofia, dotata di un’ottima istruzione, aveva passato le giornate nei quartieri popolari, insegnando a leggere e a scrivere ai contadini e agli operai. Sappiamo anche che grazie a lei presero il via i primi tentativi di istruzione popolare e si sperimentò con successo l’avvio delle scuole di campagna. Il padre fece di tutto per riportarla a casa, ma ogni suo sforzo si rivelò vano.
Consapevole dell’enorme differenza di classe che la separava dai quei poveretti e della naturale diffidenza che in loro poteva suscitare, come i suoi compagni di fede non esitò a vestire poveri abiti e a vivere la triste vita dei contadini per meglio comprenderne le pene ed essere da loro accettata. Girò instancabilmente di villaggio in villaggio, portò conforto ai più disperati, cercò d’organizzare forme minime di sopravvivenza e di assistenza sanitaria.
Poi la sua attività nei confronti dei più deboli si andò accentuando, fino a portarla a osare azioni, anche violente, di rivolta contro il dispotismo e l’insensibilità dello Zar e della sua corte.
Quando l’eco della Comune di Parigi raggiunse anche la Russia, Sofia volle diffonderne pubblicamente gli ideali di libertà e di eguaglianza tra la popolazione. La risposta del governo, come era prevedibile, fu la repressione di ogni manifestazione e l’arresto suo e dei suoi compagni. Grazie però all’intervento del padre, Sofia rimase in carcere solo nove mesi e obbligata a risiedere in Crimea fino alla celebrazione del processo. Assolta nel 1877, riuscì a fuggire e per tre anni si rese latitante, cambiando continuamente domicilio e nome.
Da quel momento il solco che la divideva dallo Zar e dai suoi lacchè si andò sempre di più allargando, esasperando il suo animo a tal punto che, quando venne il momento e l’occasione giusta, non esitò a organizzare l’attentato alla vita stessa del tiranno.
All’alba del 15 aprile 1881, salì i gradini del patibolo, sorrise al boia e affrontò l’esecuzione con estremo coraggio. L’aria era ancora gelida e il ghiaccio sulla Neva iniziava a sciogliersi, annunciando l’arrivo della primavera russa. Quando i condannati arrivarono in piazza il cielo mostrò i primi raggi pallidi di sole, quasi volesse salutare per l’ultima volta quei giovani tanto generosi quanto incoscienti.
Gli imputati furono visti abbracciarsi sorridenti, felici di condividere insieme la stessa fine. L’agonia di Kibaltchich e quella di Michajlov durò quindici minuti, essendosi spezzata due volte la corda. Anche la fine di Sofia fu lunga e orrenda a vedersi. Una folla enorme riempì la piazza di San Pietroburgo.
Da allora in poi gli anarchici, ma anche i socialisti, di tutto il mondo onorarono e ricordarono a più riprese Sofia, considerandola, a tutti gli effetti, una loro eroina. Poi il trascorrere degli avvenimenti e del tempo fece calare su di lei il silenzio, cancellandone quasi del tutto la memoria.
I cinque cadaveri furono lasciati penzolare in piazza per oltre un’ora. Molti piansero e si inginocchiarono in preghiera. Poi il medico delle carceri, dopo aver constatato il decesso, fece rimuovere i corpi che vennero deposti in altrettante bare. Il popolo seguì silenzioso i carri fino al cimitero. Molti stringevano già in mano i loro ritratti.
L’impressione suscitata da quelle impiccagioni fu enorme e scosse tutta l’Europa. Anche il socialista riformista Filippo Turati sentì il bisogno di rendere omaggio a Sofia e agli altri giovani compagni di sventura (Michajlov, Russakof, Scheljabow, Kibaltchich), con una poesia Fiori d’aprile, pubblicata, il 24 aprile 1881, sul periodico milanese “La Farfalla”. In essa, tra l’altro, si legge:
Ahi! Nella stretta del capestro osceno
scorgola ancor divincolarsi, al fato
recalcitrando: e scompigliava il vento
la chioma errante.
Piangete o donne! Più soave stelo
Mai non fiorì di Vergine la terra.
Il re ed il boia han quello stelo infranto
Santa Sofia!..
Il giornale anarchico Umanità Nova del 15 aprile 1933 terminava il suo ricordo dell’eroina russa con queste parole: “Ancora oggi questa donna che a ventisette anni sa morire sorridendo, dopo aver vissuto interamente per la causa, ci affascina e ci umilia. Come vivono eternamente i martiri e gli eroi”.
Il movimento Narodnaja Volja (Volontà del popolo) era sorto in Russia nel 1879 con lo scopo di unificare tutti i gruppi cospirativi (nichilisti e populisti) intenzionati a rovesciare l’autocrazia zarista. Organizzò diversi attentati ai danni di Alessandro II, compreso quello del 1881. L’atto terroristico non portò però le conseguenze che i capi dell’organizzazione si aspettavano. Lo stato infatti non crollò e il potere autarchico riprese vigore con l’ascesa al trono di Alessandro III, che diede una stretta poliziesca al regime e represse duramente ogni forma di protesta.
Nel punto esatto dove avvenne l’attentato e morì lo zar, Alessandro III fece costruire la “Chiesa del Salvatore sul Sangue versato” che volle grande, ricca, imponente e che ancora oggi è possibile ammirare.
Il 13 marzo 1881 alle ore 14, terroristi della temuta associazione segreta Narodnaja Volja (Volontà del popolo) assalirono e bombardarono a San Pietroburgo il corteo imperiale, uccidendo lo zar Alessandro II (1818-1881).
In realtà la prima bomba lanciata contro la carrozza dello Zar mancò l’obiettivo. Quando invece Alessandro II scese dal landò per portare aiuto a due uomini della guardia rimasti feriti, fu investito in pieno dalla seconda esplosione. La folla impaurita presente lungo il percorso fin dal mattino cominciò a scappare, molti urlarono, altri alla vista del sangue si misero a piangere. A stento i soldati del seguito rimasti incolumi riuscirono a farsi largo e trasportare lo Zar a palazzo. Le vittime dell’attentato furono tre, compreso un attentatore, e i feriti venti.
L’assassinio di Alessandro II scosse profondamente non solo la Russia, ma tutta l’Europa, dando inizio a quella che sarà definita “Epoca degli attentati” contro re, regine, imperatori e capi di stato e che culminò nel 1914 a Sarajevo con l’uccisione del principe Francesco Ferdinando e l’inizio della Prima guerra mondiale.
Ma come si arrivò a organizzare e ad attuare una simile azione? Quali erano le motivazioni che spingevano quei giovani all’estremo sacrificio? Quali ingiustizie, quali crimini venivano imputati ad Alessandro II per renderlo meritevole di morte?
Il regno di Alessandro II fu in effetti contraddistinto da due periodi molto diversi tra loro: uno di riforme, l’altro di repressione e dispotismo. In un primo tempo, contrariamente al padre Nicola I, Alessandro II, una volta terminata la disastrosa guerra di Crimea, si distinse per l’avvio di grandi riforme sociali e politiche che fecero ben sperare il popolo russo. Soppresse i tribunali di casta, avviò l’emancipazione dei servi della gleba, creò istituzioni locali, gli Zemstvo, dotati di ampia autonomia, riorganizzò la scuola di base e incrementò il commercio con la costruzione di numerose linee ferroviarie interne. Sembrava, in sostanza, iniziata una nuova era nella storia della Russia, caratterizzata da una crescente modernizzazione e da un progressivo sviluppo economico.
Le cose poi cambiarono repentinamente. La rivolta polacca (1863) e un attentato subito nel 1866 segnarono la fine della politica delle riforme e l’inizio di una svolta autoritaria, che portarono alla chiusura dei circoli studenteschi, alla censura sulla stampa e alla repressione delle organizzazioni politiche.
In politica estera lo Zar riprese la guerra contro l’impero turco conquistando il controllo del Caucaso e dell’Asia centrale. Accentuò infine una politica antibritannica, stringendo un’alleanza con gli imperi di Germania e Austria.
La persistente estrema povertà di intere popolazioni, lo stato di polizia che terrorizzava chiunque anelasse a una maggiore giustizia sociale e gli scandalosi privilegi goduti dall’aristocrazia contribuirono ad aggravare la situazione, esasperando gli animi e convincendo i più determinati a passare all'azione. Le notizie che giungevano dall’Europa occidentale, i principi di libertà ed eguaglianza sanciti dalla rivoluzione francese avevano varcato i confini e ora erano diventati patrimonio culturale di molti giovani e di larga parte della classe intellettuale russa. L’immobilismo economico e sociale del governo e la repressione operata su ordine dello Zar non potevano dunque più essere passivamente subiti. L’attentato allo Zar, nel convincimento di molti giovani esasperati dalla drammatica situazione socio-politica ed economica della Russia, rientrava perfettamente nel novero delle azioni lecite, seppur estreme, da intraprendere per avviare un profondo cambiamento nel paese. Fu così che alcuni di loro il 13 marzo 1881 passarono dalle parole ai fatti.
La rapidità dell’azione e l’effetto sorpresa garantirono il “buon esito” dell’operazione, ma non furono sufficienti a evitare l’arresto ai protagonisti di quell’azione tanto temeraria quanto inutile. In verità, la situazione politico-sociale era da diverso tempo in ebollizione e in diverse città della “Santa Madre Russia” la polizia aveva scoperto circoli e gruppi rivoluzionari che non nascondevano la loro ostilità alla politica dello Zar.
I cinque principali organizzatori ed esecutori dell’attentato allo Zar, tra i quali si distinse la giovane ventisettenne Sofia Perovskaja, vennero quasi subito catturati, sottoposti a un sommario processo e impiccati pochi giorni dopo. Tutti gli imputati si dichiararono colpevoli e sicuri che il loro gesto avrebbe scosso tutti i russi dal loro torpore e creato le premesse per un futuro migliore.
Il nichilismo e il populismo, sorti in Russia negli anni sessanta del XIX sec. come movimenti di protesta e di rifiuto dell’ordine costituito, avevano dato, dunque, i loro primi terribili frutti e ora immolavano i loro figli migliori, tanto ingenui, quanto generosi.
Al processo Sofia, che in realtà aveva 27 anni, apparve ai giudici come una bambina dai capelli biondi e gli occhi grigio-azzurri.
I giudici e il pubblico restarono increduli e affascinati dinnanzi a una simile e apparentemente fragile creatura. In quella terribile circostanza la sua forza d’animo fu pari alla convinzione nelle sue idee e ancora una volta sorprese tutti i presenti, destando anche una qualche simpatia. Era difficile per tutti, infatti, credere ai propri occhi, immaginare che quella giovane donna dai lineamenti da bambina avesse potuto osare tanto. La sua provenienza familiare, l’educazione ricevuta e l’esempio paterno complicavano ancora di più il quadro.
Il corrispondente del giornale reazionario tedesco Koelnische Zeitung fu costretto a riconoscere: “Sofia Perovskaia dà prova di una forza d’animo straordinaria. Le sue guance conservano sempre il bel rosso, mentre il viso serio senz’ombra di iattanza spira un sereno coraggio ed un’abnegazione inesausta. Lo sguardo è tranquillo, pacato, sicuro senza ostentazione”.
La famiglia paterna era molto conosciuta e godeva il rispetto della corte imperiale e di tutta la città: un avo era stato ministro della pubblica istruzione, il padre governatore generale di Pietroburgo, mentre lo zio, il conte Perowsky, aveva assicurato all’impero una parte estesissima dell’Asia Centrale.
Fin da giovanissima Sofia, dotata di un’ottima istruzione, aveva passato le giornate nei quartieri popolari, insegnando a leggere e a scrivere ai contadini e agli operai. Sappiamo anche che grazie a lei presero il via i primi tentativi di istruzione popolare e si sperimentò con successo l’avvio delle scuole di campagna. Il padre fece di tutto per riportarla a casa, ma ogni suo sforzo si rivelò vano.
Consapevole dell’enorme differenza di classe che la separava dai quei poveretti e della naturale diffidenza che in loro poteva suscitare, come i suoi compagni di fede non esitò a vestire poveri abiti e a vivere la triste vita dei contadini per meglio comprenderne le pene ed essere da loro accettata. Girò instancabilmente di villaggio in villaggio, portò conforto ai più disperati, cercò d’organizzare forme minime di sopravvivenza e di assistenza sanitaria.
Poi la sua attività nei confronti dei più deboli si andò accentuando, fino a portarla a osare azioni, anche violente, di rivolta contro il dispotismo e l’insensibilità dello Zar e della sua corte.
Quando l’eco della Comune di Parigi raggiunse anche la Russia, Sofia volle diffonderne pubblicamente gli ideali di libertà e di eguaglianza tra la popolazione. La risposta del governo, come era prevedibile, fu la repressione di ogni manifestazione e l’arresto suo e dei suoi compagni. Grazie però all’intervento del padre, Sofia rimase in carcere solo nove mesi e obbligata a risiedere in Crimea fino alla celebrazione del processo. Assolta nel 1877, riuscì a fuggire e per tre anni si rese latitante, cambiando continuamente domicilio e nome.
Da quel momento il solco che la divideva dallo Zar e dai suoi lacchè si andò sempre di più allargando, esasperando il suo animo a tal punto che, quando venne il momento e l’occasione giusta, non esitò a organizzare l’attentato alla vita stessa del tiranno.
All’alba del 15 aprile 1881, salì i gradini del patibolo, sorrise al boia e affrontò l’esecuzione con estremo coraggio. L’aria era ancora gelida e il ghiaccio sulla Neva iniziava a sciogliersi, annunciando l’arrivo della primavera russa. Quando i condannati arrivarono in piazza il cielo mostrò i primi raggi pallidi di sole, quasi volesse salutare per l’ultima volta quei giovani tanto generosi quanto incoscienti.
Gli imputati furono visti abbracciarsi sorridenti, felici di condividere insieme la stessa fine. L’agonia di Kibaltchich e quella di Michajlov durò quindici minuti, essendosi spezzata due volte la corda. Anche la fine di Sofia fu lunga e orrenda a vedersi. Una folla enorme riempì la piazza di San Pietroburgo.
Da allora in poi gli anarchici, ma anche i socialisti, di tutto il mondo onorarono e ricordarono a più riprese Sofia, considerandola, a tutti gli effetti, una loro eroina. Poi il trascorrere degli avvenimenti e del tempo fece calare su di lei il silenzio, cancellandone quasi del tutto la memoria.
I cinque cadaveri furono lasciati penzolare in piazza per oltre un’ora. Molti piansero e si inginocchiarono in preghiera. Poi il medico delle carceri, dopo aver constatato il decesso, fece rimuovere i corpi che vennero deposti in altrettante bare. Il popolo seguì silenzioso i carri fino al cimitero. Molti stringevano già in mano i loro ritratti.
L’impressione suscitata da quelle impiccagioni fu enorme e scosse tutta l’Europa. Anche il socialista riformista Filippo Turati sentì il bisogno di rendere omaggio a Sofia e agli altri giovani compagni di sventura (Michajlov, Russakof, Scheljabow, Kibaltchich), con una poesia Fiori d’aprile, pubblicata, il 24 aprile 1881, sul periodico milanese “La Farfalla”. In essa, tra l’altro, si legge:
Ahi! Nella stretta del capestro osceno
scorgola ancor divincolarsi, al fato
recalcitrando: e scompigliava il vento
la chioma errante.
Piangete o donne! Più soave stelo
Mai non fiorì di Vergine la terra.
Il re ed il boia han quello stelo infranto
Santa Sofia!..
Il giornale anarchico Umanità Nova del 15 aprile 1933 terminava il suo ricordo dell’eroina russa con queste parole: “Ancora oggi questa donna che a ventisette anni sa morire sorridendo, dopo aver vissuto interamente per la causa, ci affascina e ci umilia. Come vivono eternamente i martiri e gli eroi”.
Il movimento Narodnaja Volja (Volontà del popolo) era sorto in Russia nel 1879 con lo scopo di unificare tutti i gruppi cospirativi (nichilisti e populisti) intenzionati a rovesciare l’autocrazia zarista. Organizzò diversi attentati ai danni di Alessandro II, compreso quello del 1881. L’atto terroristico non portò però le conseguenze che i capi dell’organizzazione si aspettavano. Lo stato infatti non crollò e il potere autarchico riprese vigore con l’ascesa al trono di Alessandro III, che diede una stretta poliziesca al regime e represse duramente ogni forma di protesta.
Nel punto esatto dove avvenne l’attentato e morì lo zar, Alessandro III fece costruire la “Chiesa del Salvatore sul Sangue versato” che volle grande, ricca, imponente e che ancora oggi è possibile ammirare.
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