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mercoledì 12 agosto 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 12 agosto 2000, durante un'esercitazione nel mare di Barents, il sommergibile nucleare russo Kursk affondò, uccidendo tutti i 118 marinai imbarcati.
Il K-141 Kursk era uno dei migliori sottomarini della marina russa. Fu varato nel 1995 e apparteneva alla Classe Oscar II, nome in codice dato dalla Nato ai sottomarini russi dotati di missili antinave e di testate nucleari. Era lungo154 metri, largo 18,2 metri e alto 9,2 metri. Poteva raggiungere una velocità di 32 nodi. L’equipaggio era formato da 118 uomini di cui 52 ufficiali. Il suo utilizzo abituale era il pattugliamento dei mari direttamente controllati dalla Russia e lo svolgimento di alcune esercitazioni che potevano riguardare manovre di attacco e difesa e il lancio di siluri a salve.
Nell’agosto del 2000 il sottomarino Kursk si trovava nel mare di Barens e la sua missione consisteva in una esercitazione durante la quale avrebbe dovuto sparare alcuni siluri a salve contro l’incrociatore “Pietro il Grande” appartenente alla classe Kirov.
Il 12 agosto durante le operazioni balistiche ci fu un’esplosione nella zona di lancio dei siluri, il sommergibile fu gravemente danneggiato ed iniziò ad imbarcare acqua, il sistema di controllo andò in tilt e una parte consistente dell’equipaggio morì. Una seconda esplosione, più deflagrante della prima, seppellì il Kursk, che si era già adagiato sul fondo marino, di detriti che intralciarono in seguito le operazioni di recupero.
Quando il sottomarino fu coperto dai detriti quasi tutti i membri dell’equipaggio erano morti. Solo 23 persone si spostarono in una zona non ancora invasa dall'acqua che tuttavia aveva delle forti infiltrazioni. Le comunicazioni con i superstiti erano impossibili ma in seguito, quando i soccorritori riuscirono a riportare in superficie il Kursk, trovarono alcuni lettere lasciate da alcuni di loro. Le ultime ore furono terribili perché, mentre l’ossigeno veniva consumato e l’acqua saliva di livello, poche erano le luci accese che si affievolirono nel giro di alcune ore e i marinai sopravvissuti morirono al buio.
La commozione fu intensissima in tutta la Russia e in gran parte del mondo anche perché l’allarme, a livello internazionale, fu dato dopo 48 ore poiché il governo russo voleva tenere nascosta la notizia; questo affievolì ulteriormente le speranze dei superstiti che, infatti, furono recuperati già morti da una nave norvegese chiamata troppo tardi per effettuare un intervento di salvataggio.
La questione del salvataggio fu controversa, i tentativi russi fallirono tutti: prima si cercò di raggiungere il sottomarino con due capsule ma le condizioni del mare impedirono il successo dell’operazione che comunque si effettuò con una strumentazione inadeguata. Dopo questi fallimenti il Ministro degli Esteri Motsak ammise ufficialmente le difficoltà del suo governo e chiese aiuto a livello internazionale per un recupero veloce e urgente del relitto. La Norvegia inviò due navi predisposte per le operazioni di salvataggio la “Normand Pioneer” e la “Seaway Eagle”. Un mini sommergibile guidato da norvegesi e inglesi riuscì, il 19 agosto, ad introdursi nel relitto e a constatare che tutti gli uomini dell’equipaggio erano morti.
Nei giorni in cui si tentò di arrivare al sottomarino le polemiche, soprattutto all'interno della Russia, raggiunsero livelli molto acuti in particolare quando sembrò che il governo volesse nascondere le verità sull'incidente. In seguito, infatti, si parlò di una ipotesi completamente diversa da quella ufficiale sulle cause del disastro.
La versione ufficiale fu che il Kursk aveva subito l’esplosione di uno dei suoi siluri che causò una reazione a catena dirompente all'interno della struttura del sottomarino comportando una seconda esplosione fortissima e micidiale. La causa dell’esplosione fu la perdita di perossido d’idrogeno che veniva utilizzato come propellente per i siluri.
Il governo russo, tuttavia, aveva dichiarato, prima di dare questa versione ufficiale, che il sommergibile era stato colpito da un altro battello non di nazionalità russa. I primi sospetti, legati a questa ipotesi, caddero sulle due navi americane che seguivano a distanza l’esercitazione della marina russa: la “USS Memphis” e la “USS Toledo”. Il governo americano smentì immediatamente la notizia che peraltro alcuni giornali sia europei che americani avevano rilanciato senza alcuna prova, a parte le foto del sottomarino in cui appariva un foro circolare che poteva essere stata causata da un siluro.
Per insabbiare rapidamente tali sospetti e non consentire una libera analisi dei fatti, alcuni giornali ipotizzarono che il governo russo e il governo americano si fossero accordati economicamente: alla Russia sarebbe stato annullato un debito di diversi miliardi di dollari.
Questa teoria in seguito fu abbandonata sia per mancanza di prove sia perché il governo russo, dopo un’inchiesta ufficiale, decretò la tragedia del Kursk conseguenza di un incidente interno al sottomarino.
Il governo promise di trasformare la torre centrale del Kursk in un monumento nazionale ma nel 2009 il canale 21 di nazionalità russa scoprì il relitto in condizioni pietose e abbandonato in una discarica sulla penisola di Kala; tale notizia suscitò un moto di sdegno nell'opinione pubblica e l’intervento del comandante della flotta del Nord che promise di prendersi cura della torretta.
Non si ebbero notizie, in seguito, sulla fine ultima della torretta; tuttavia, con dolorosa ironia, si venne a sapere che il motivo principale del fallimento di questo progetto era stata la mancanza di fondi.
mercoledì 27 maggio 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 27 maggio 1703 lo Zar Pietro il Grande fondò ufficialmente la città di San Pietroburgo, sul delta della Neva.
Alessandro di Novgorod sconfisse gli svedesi presso la foce della Neva nel 1240, guadagnandosi il titolo di Nevkij. Gli svedesi ripresero il controllo della regione nel XVII secolo ma furono spodestati da Pietro il Grande che aveva l'intenzione di fare della Russia una potenza europea iniziando proprio dalla fondazione di questa città.
All'inizio della Grande Guerra del Nord (1700-1721), Pietro si impadronì degli avamposti svedesi sulla Neva, e nel 1703 fondò la Fortezza dei SS. Pietro e Paolo sul fiume, a pochi chilometri dal mare. Quando Pietro il Grande sconfisse definitivamente gli svedesi a Poltava nel 1709, la città, che secondo l'usanza olandese chiamò Sankt Pieter Burkh, cominciò a crescere. Vennero scavati i canali per bonificare le paludi della sponda meridionale e, nel 1712 Pietro il Grande la proclamò capitale, obbligando i funzionari di corte, i nobili e i mercanti a trasferirvisi e a costruire nuove case. Molti contadini vennero costretti a prendere parte ai lavori, e parecchi di loro persero la vita per le terribili condizioni in cui versavano. Architetti e artigiani di tutta Europa furono chiamati in città. Alla morte di Pietro il Grande nel 1725, la popolazione cittadina era cospicua e il 90% del commercio con l'estero passava di qui.
Il nome originale Sankt Piter burkh era in realtà olandese perchè Pietro il Grande aveva vissuto e studiato in quel paese per un periodo di tempo ed era un ammiratore della corte e dell'architettura olandese.
Il successore di Pietro il Grande riportò la capitale a Mosca, da dove fu nuovamente trasferita a San Pietroburgo dall'imperatrice Anna Ivanovna (1730-1740). Tra il 1741 e il 1825, sotto la corte di Elisabetta, Caterina la Grande e Alessandro I, la città divenne cosmopolita ed ebbe una corte di noto splendore. Questi monarchi commissionarono molti palazzi, edifici governativi e chiese, rendendo San Pietroburgo una delle più importanti capitali d'Europa.
L'emancipazione dalla schiavitù nel 1861 e l'industrializzazione, che ebbe il suo culmine nell'ultimo decennio del XIX secolo, portarono in città una grande ondata di lavoratori poveri, con conseguente sovraffollamento, scarsa igiene, epidemie e un diffuso malcontento. San Pietroburgo divenne un focolaio di scioperi e violenze politiche e fu il fulcro della rivoluzione del 1905, scatenata dalla Domenica di Sangue (9 gennaio 1905), quando una marcia di protesta degli scioperanti contro lo zar venne repressa nel sangue dall'esercito. Nel 1914, a seguito di un'ondata di patriottismo dovuta allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, il nome della città fu cambiato in Petrograd, molto più "russo". Contava allora 2 milioni di abitanti.
Anche nel 1917 Petrograd fu la culla della rivoluzione. Proprio qui le proteste dei lavoratori portarono a uno sciopero generale, all'ammutinamento dei soldati e alla fine della monarchia in marzo. Il soviet di Petrograd, dove si radunavano i lavoratori e i soldati con le loro richieste, cominciò a riunirsi nel Palazzo Tauride della città, accanto alla sede del Governo provvisorio riformista. In aprile Lenin si recò a Petrograd per organizzare il Partito Bolscevico e la rivoluzione vera e propria scoppiò dopo che i bolscevichi si furono impadroniti delle posizioni chiave di Petrograd il 24 ottobre. Il nuovo governo ebbe qui la sua sede fino al marzo del 1918, quando si trasferì a Mosca per il timore di un attacco tedesco.
La città assunse il nome di Leningrado dopo la morte di Lenin nel 1924 e divenne il fulcro del programma stalinista d'industrializzazione degli anni 30. Nel 1939 contava 3 milioni di abitanti e l'11% della produzione industriale dei soviet. Il timore che Stalin nutriva nei confronti della potente base operaia rivale portò nel 1934 all'assassinio del capo locale Sergeij Kirov, assassinio che segnò l'inizio delle purghe dal Partito Comunista.
Quando i tedeschi attaccarono l'URSS nel giugno del 1941, impiegarono solo due mesi e mezzo a raggiungere Leningrado. Essendo stata il luogo di nascita del bolscevismo, Hitler la odiava e si riproponeva di cancellarla dalla faccia della terra. Le truppe tedesche assediarono Leningrado dal settembre del 1941 al gennaio del 1944 e si calcola che, anche se molti furono evacuati, da 500.000 a un milione di persone morirono a causa dei bombardamenti, della fame e delle malattie. Per fare un paragone, basti pensare che le perdite complessive inglesi e statunitensi nella seconda guerra mondiale ammontano a circa 700.000 persone.
Dopo la guerra Leningrado fu ricostruita e riprese a vivere, anche se solo nel 1960 la città tornò ad avere un numero di abitanti pari a quello di prima. Oggi San Pietroburgo è tornata a essere la finestra russa sull'Europa ed è una città cosmopolita, culturalmente e artisticamente attiva e vivace. Le imprese, sia russe sia straniere, vi mettono radici visto che San Pietroburgo è il porto più grande della Russia, un grande centro industriale e una vera e propria città internazionale. Per la prima volta da quasi un secolo, gli abitanti di San Pietroburgo vivono in una città insieme splendida e ben approvvigionata.
Dal 24 maggio al primo giugno 2003 San Pietroburgo ha festeggiato i suoi trecento anni. L'evento ha mostrato una città rinnovata e artisticamente illuminata dopo una ristrutturazione di proporzioni immense che nulla ha trascurato: musei, chiese, palazzi, alberghi, infrastrutture e nodi di trasporto.
venerdì 16 gennaio 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 16 gennaio 1547, all'età di 16 anni, Ivan Vasilyevich viene incoronato imperatore di Russia, e fu il primo ad utilizzare il termine zar. Ivan diverrà noto in Occidente con l'aggettivo "terribile".
Al momento dell'incoronazione si rivela intelligente ed ambizioso, al punto da affermare che, globo e scettro, simboli del potere, provengono da Costantinopoli giustificando così la sua decisione di assumere il titolo di zar ossia Cesar (Imperatore).
I primi anni del suo regno sono caratterizzati, comunque, dalla pace e dalle riforme volte a modernizzare lo stato. Viene rivisto il codice penale, creato un esercito stabile, convocato lo Zemsky Sobor (assemblea dei rappresentanti delle classi sociali) e viene definita la subordinazione della chiesa allo stato creando un complesso sistema di rituali e regole.
Ivan crea nuovi contatti commerciali, aprendo ai mercanti inglesi il porto di Archangel sul Mar Bianco ed ingrandisce lo stato annettendo i khanati di Kazan ed Astrakhan (nati dalla dissoluzione del Khanato dell'Orda d'Oro). La presa di Kazan viene commemorata da Ivan IV con l'erezione della cattedrale di San Basilio a Mosca.
La prima parte del regno di Ivan IV non è solo caratterizzata da aspetti positivi: infatti è di questo periodo la promulgazione delle prime leggi che restringono la libertà di spostamento dei contadini, leggi che daranno poi origine alla servitù della gleba.
Nel 1564 viene formata l'Oprichnina, sostanzialmente l'insieme delle terre che non sono sottoposte al controllo dei signori feudali (boiardi) ma solo dello Zar; queste terre vengono governate dagli Oprichniks, funzionari scelti dallo zar.
In pratica si tratta di uno stato nello stato. Il sistema è visto come uno strumento di antagonismo contro il potere dei feudatari ereditari, che si oppongono al governo assolutista dello zar.
In breve tempo gli Oprichnicks si evolvono in una forza militare al diretto servizio di Ivan (gli "strelizzi").
La seconda metà del regno di Ivan IV è più povera di successi e segnata dalle tragedie.
La guerra, inizialmente vittoriosa, scatenata per l'espansione del controllo sui mari, si trasforma in un interminabile conflitto con svedesi, lituani, polacchi e cavalieri teutonici di Livonia. Per ventidue anni la guerra consuma risorse, danneggiando la Russia, sia dal punto di vista economico, che militare, senza portare alcun vantaggio territoriale.
Il miglior amico e consigliere di Ivan, il principe Andrei Kurbsky, defeziona e fugge in Polonia. Nello stesso periodo la prima moglie di Ivan, una delle poche persone di cui si fidasse completamente, muore assassinata dai boiari. Anche Ivan rischia la morte a causa di una malattia.
Questo insieme di situazioni aumenta la tensione mentale di Ivan portandolo a diventare squilibrato e violento. Gli Oprichniks gli sfuggono di mano diventando un potere, quasi criminale, a sé.
Ivan ordina l'uccisione di molti nobili e contadini, introducendo la coscrizione obbligatoria per rinsaldare l'esercito che combatte in Livonia. Spopolamento e carestie si susseguono. Quelle che erano state le più ricche zone della Moscovia diventano le più povere.
A causa di una disputa con la repubblica di Novgorod, Ivan ordina agli Strelizzi di massacrare la popolazione della città. Si dice che i morti furono tra i trentamila e i quarantamila anche se,a livello ufficiale, si contarono 1500 caduti tra i nobili e lo stesso numero tra la gente comune.
La tradizione vuole che, nel 1581, in uno scatto d'ira, lo zar uccida accidentalmente suo figlio Ivan Ivanovich. Le vere cause della morte del figlio Ivan IV sono attualmente argomento di discussione tra gli storici.
Questo ultimo evento è rappresentato nel famoso dipinto di Ilya Repin Ivan il Terribile uccide suo figlio.
Verso l'inizio del 1584 Ivan IV si ammalò gravemente e, capendo che oramai era in punto di morte, chiamò a sé il debole e forse ritardato mentale figlio Fëdor, nominandolo proprio erede al trono. Gli raccomandò di governare con giustizia e saggezza e di evitare in ogni maniera la guerra, perché la Russia non era pronta per un conflitto. Con il timore della morte Ivan IV cercò il perdono divino, e quindi prese gli ordini monastici con i quali si sentiva certo di espiare tutti i suoi peccati.
Credenza popolare vuole che Ivan sia morto mentre giocava a scacchi, molto probabilmente con la sua guardia del corpo Bogdan Belskij, il 18 marzo 1584.Quando la tomba di Ivan fu aperta per una serie di restauri voluti dal governo sovietico negli anni Sessanta del XX secolo, le sue ossa furono analizzate e fu scoperto che le stesse contenevano una quantità di mercurio tale da far ritenere con buona probabilità che il sovrano fosse stato avvelenato. I sospetti degli storici moderni ricadono sui suoi consiglieri Fëdor Belskij e Boris Godunov (che divenne Zar nel 1598). Tre giorni prima, infatti, Ivan aveva cercato di stuprare Irina, sorella di Godunov e moglie di Fëdor. Le urla della donna attirarono Godunov e Belskij che, dopo essere stati testimoni di tale evento, dovettero considerarsi vicini alla morte, nonostante Ivan avesse nel frattempo lasciato scappare la donna. La tradizione riferisce che entrambi avvelenarono o strangolarono lo Zar temendo per le proprie vite. Il mercurio trovato potrebbe essere tuttavia stato utilizzato dal sovrano per un trattamento contro la sifilide, di cui voci di corte ritenevano Ivan affetto.
Il primo Zar giocò un ruolo molto importante nella storia della Russia, riuscendo a sopprimere i khanati tartari ed espandendo i territori della Moscovia. Iniziò inoltre una politica di apertura verso l'Europa, tentando di far uscire la Russia dal suo isolamento: tale politica sarà portata avanti dai suoi successori.
Dopo la morte di Ivan IV la Moscovia, indebolita e devastata, passò in eredità al figlio Fëdor I, le cui cagionevoli condizioni di salute e il proprio stato mentale alterato gli impedirono di affermare la propria personalità di sovrano e di sviluppare una politica autonoma.
venerdì 5 dicembre 2025
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 5 dicembre.
Il 5 dicembre 1925 viene proiettata per la prima volta "La corazzata Potemkin".
Nel gennaio del 1905, nella Russia zarista si tenne la prima grande prova generale della guerra civile che nell’ottobre del ’17 avrebbe sollevato lo zar e il suo regime autocratico.
Tra gli episodi di rilievo di una crisi che si spense solo nel dicembre, si ricorda l’ammutinamento di una squadra navale sul Mar Nero che divenne il soggetto del film di propaganda per eccellenza, proibito in tutte le democrazie liberali e che aveva invece entusiasmato Goebbels, “La corazzata Potemkin”, appunto.
Siamo nel 1925, nel ventennale della proto-rivoluzione e il cinema sovietico è chiamato a eternarla, focalizzandone alcuni episodi memorabili.
Grande curiosità è riposta sul ventisettenne Sergej Michailovic Ejzenstejn che aveva esordito al cinematografo appena l’anno prima con “Sciopero” (Stacka, 1924), un film che aveva fortemente diviso non solo la critica cinematografica ma soprattutto l’ortodossia bolscevica che ne metteva in evidenza i peccati di magniloquenza, simbolismo, estetizzazione e, peccato mortale, “confusione ideologica”.
D’altra parte, soprattutto all’estero, se ne magnificava la potenza visiva, il montaggio dialettico e la messa in quadro basata sui conflitti.
Strutturata in cinque atti, come la classica tragedia greca, ci troviamo a bordo della corazzata dove si svolge il primo: “Uomini e vermi”.
Vakulincuk (Alexandr Antonov) e Matuchenko (Mikhaïl Gomarov) esprimono ad alta voce il desiderio di ammutinarsi e unirsi alla protesta al fianco degli operai di Mosca e San Pietroburgo.
La nave diventa lo spazio scenico della prima sineddoche: la nave è la Russia zarista, divisa in classi (ufficiali vs marinai), regno che nega le evidenze quali il riconoscere che sì, le carni a bordo sono marce e coi vermi attaccati che banchettano.
Alle rimostranze della ciurma, il corpo-ufficiali risponde con la violenza paternalistico-autocratica: chi non mangia muore.
Il secondo atto, “Dramma sul cassero”, è il faccia a faccia tra il corpo-ufficiali sostenuto dai fedelissimi e la massa disorganizzata e tendenzialmente pavida della ciurma, condannata alla fucilazione esemplare dei suoi membri più riottosi.
Entrano in gioco, in questo segmento, i conflitti tra le geometrie marziali e armoniche del potere e il disordine delle masse da sedare sulle quali è gettato un telone che li riorganizza in uno spazio geometrico che ne faciliti l’eccidio.
Basta però l’emergere di una larvale leadership per aprire le chiuse di una cascata sublime e informe, aizzata dal valoroso Vakulincuk.
Il terzo atto, “Il morto chiama”, è una curiosa inversione della dottrina leninista: Vakulincuk è morto e il suo sacrificio, raddoppiato dall’epigrafe che recita “Ucciso per un piatto di minestra”, offre la spinta di natura emotiva (non razionale né scientifica) per diffondere un sentimento di rivalsa prima sulla nave e poi nella città di Odessa presso cui sbarcano.
Come la nave infestata del “Nosferatu” di Murnau, anche nel Potemkin entra in gioco l’inversione di una epidemia, benigna, in cui il tema della tenebra è, ancora in inversione, il “sol dell’avvenire”.
Il quarto atto, “La scalinata di Odessa”, è il punto più acuto del dramma.
La fanteria da un lato e i cosacchi a cavallo dall’altro macellano i cittadini di Odessa, colpevoli solo di aver fraternizzato con i marinai ammutinati. Dalla corrazzata per tutta e indignata risposta, tuonano i cannoni puntati su alcuni edifici simbolo dell’autocrazia.
Il quinto atto, “Uno contro tutti”, dovrebbe a questo punto ristabilire l’ordine sconvolto. L’episodio si svolge in mare con la corazzata che si trova di fronte un cacciatorpediniere che scorta la temibile nave ammiraglia. Le operazioni di avvicinamento suggeriscono il climax più sanguinario, i colpi di cannone che attendiamo secondo dopo secondo…
In estrema sintesi questo è il soggetto del film e chi non lo avesse mai visto potrebbe anche chiedersi perché a tutt’oggi è considerato come uno dei film più belli, più potenti e più evocativi di tutta la storia del cinema. Domanda cui cercheremo di dare qualche risposta.
Il film reca in esergo una lunga frase di Lenin inneggiante la rivoluzione in quanto atto di violenza non solo legittimo ma necessario. Non sempre presente nelle varie versioni delle pellicole in circolazione, è stata reintegrata nell’ultimo e definitivo restauro qui preso in analisi, portato a termine dal Kulturstiftung des Bundes con il supporto del Bundesarchiv-Filmarchiv di Berlino, il British Film Institute di Londra, il Filmmuseum di Monaco e il Gosfilmfond di Mosca, enti coordinati da Enno Patalas, già artefice dello splendido restauro del “Metropolis” di Fritz Lang.
La frase, a qualcuno forse ne ricorderà un’altra del medesimo tenore, firmata da Mao Tze Tung che introduceva il “Giù la testa” di Sergio Leone.
Il restauro del Potemkin ha anche restituito dignità al compositore della partitura, Edmund Meisel, che in molte versioni aveva dovuto cedere podio e bacchetta al più celebre Dimitrij Shostakovich, la cui partitura è posteriore. Entrambe, in realtà, non danno applicazione alla teoria eisenstaniana del montaggio audiovisivo che solo a partire da “Alexander Nevskji” (suo primo film sonoro, musiche di Prokof’ev) troverà i punti di applicazione.
Nel Potemkin la musica è accessoria, segue il racconto come un banale “accompagnamento” e tende semmai a mimetizzarsi.
Cosa, al contrario, che balza subito all’occhio è la messa in quadro dei singoli piani.
Si usa spesso la dicitura russa “mizankadr”, la disposizione degli elementi, che in Ejzenstejn raggiunge una quasi-scientificità: i piani sono disposti seguendo una certa dominante, volumetrica/tonale, disadorna/barocca, animata/inorganica, evidenza/sfondo, centrata/eccentrica. Questo lavoro certosino è stato reso possibile dalla sintonia del regista col suo fedelissimo direttore della fotografia, quell’Eduard Tissé che ha lavorato in tutti i suoi film e che forma insieme all’aiuto regista Grigorji Alexandrov una vera e propria triade.
A suffragio dell’importanza della mizankadr, dobbiamo ricordare che Ejzenstejn sposta molto raramente la cinepresa e fa un uso eterodosso del “primo piano” che contestava coevo a una rappresentazione di tipo capitalistica, apoteosi della star e dell’individualismo soggiacente. Per Ejzenstejn il “primo piano” non è l’immagine-affetto (come l’ha definita Gilles Deleuze), l’empatia produttiva all’immedesimazione nell’eroe e delle sue nobili gesta o nel desiderio dell’eroina e nel meccanismo sensuale del suo possesso.
Ejzenstejn, nella prima parte della sua carriera, rappresenta le masse che si muovono come un corpo solo e organico. Solo l’ostracismo di cui fu vittima lo costrinse nella seconda parte della sua carriera a rifugiarsi nel passato e a utilizzare il grande Cerkasov come l’eroe, la star, il deus ex machina (Nevskji, Ivan il Terribile) di cui avrebbe fatto volentieri a meno.
Dunque, Ejzenstejn nega la star cui comunque dona il ruolo di scintilla per la presa di coscienza; d’altro canto, il povero Vakulincuk muore fin dal primo atto.
Le masse diventano il punto focale, sempre meglio compattate e organizzate, messe in valore dai tagli laterali e in contro-plongée dell’inquadratura per significare la forza prorompente e la potenza rivoluzionaria anche nei momenti di difficoltà più evidenti, quali quelli sulla famosa scalinata di Odessa.
È legittimo a questo punto interrogarsi sulla modernità di Ejzenstejn, nonostante l’immobilità della cinepresa.
I suoi film (soprattutto quelli muti) hanno un numero incredibile di inquadrature; “Ottobre” ne conta 3.800 e per farsi un’idea diciamo che un normale film narrativo, anche dei giorni nostri e a parità di durata, conta un numero che varia tra le 700 e le 1500 al massimo.
Le inquadrature del Potemkin sono spesso brevissime, alcune misurabili in fotogrammi (o frame video).
Emblematica, a tal riguardo, è la celebre “alzata” dei leoni di pietra, una delle sequenze più celebri della storia del cinema.
In risposta all’eccidio zarista, dal Potemkin partono sulla terraferma dei colpi di cannone; lo shock e la distruzione “aprono le orecchie” alla popolazione di Odessa che, simbolizzata dai leoni immobili, si mette in piedi e si solleva, attraverso tre inquadrature: il leone a riposo (durata: 26 frame), il leone pronto a scattare (28 frame) e il leone finalmente in piedi (26 frame). Parliamo insomma di un secondo (25 frame) cui l’idea del balzo sta tutto in quei due frame in più dell’inquadratura centrale e dalla messa in quadro frontale/contro-plongée.
Un altro fondamentale elemento dinamizzante è il conflitto che lega le inquadrature, il montaggio. Tanto più un’inquadratura risulta dinamizzata quanto più la si lega in modo speculare: a uno sbilanciamento a destra, per esempio, se ne lega uno a sinistra, la centratura è la sintesi cognitiva dello spettatore impegnato in un processo attivo di senso. E così via.
Il momento in cui maggiormente si attua questa tecnica è l’intero quinto atto.
Quello che nella tragedia greca è il momento della catarsi, ne “La corazzata Potemkin” è il punto di massima tensione.
L’episodio si svolge in mare aperto e la nostra nave è fronteggiata da un cacciatorpediniere che fa scorta alla nave ammiraglia. I volumi delle tre imbarcazioni danno già la disparità dello scontro che per il Potemkin è il presagio di una, sia pur gloriosa, disfatta.
Attraverso il montaggio alternato che diventa sempre più serrato, assistiamo alle manovre delle bocche dei cannoni che si preparano al primo colpo, raccordati sull’asse per dare l’idea dell’avvicinamento; si alzano, si spostano, mirano in movimenti speculari e mentre uno si alza l’altro si abbassa, quando si sposta a destra l’altro lo fa a sinistra… e il movimento è raddoppiato, triplicato, decuplicato da tutta la materia inorganica contigua: aghi delle bussole impazziti, timoni, mirini, nuvole di vapore, onde del mare, bandiere che sventolano, prue, caricatori, sforzi degli equipaggi che manovrano tutto il manovrabile ma sempre in costruzione speculare, serrata e raccordata fino al parossismo di un apice che dovrebbe essere un ordine secco (“Fuoco!”) che diventa invece un’interrogazione (“Fuoco?”) e darà una boccata d’ossigeno all’ansia che ha magistralmente costruito con un campo totale delle tre navi e una pioggia di cappelli lanciati in aria per la felicità.
Questa sequenza rima con un medesimo incontro in mare, tra la corazzata e le velocissime barche a vela che testimoniano l’incontro festoso e fraterno degli ammutinati con la popolazione di Odessa che si reca in pellegrinaggio verso il Potemkin per rifocillarli di cibo e animali da insaccare.
Lì il movimento è arioso e dinamizzato dalle vele bianche che si gonfiano e si muovono con un moto a spirale fino alla meta.
È un dinamismo stile “allegra scampagnata” e di tipo affettivo in quel conflitto di volumi tra le barchette minuscole e la marziale corazzata in cui percepiamo la scompostezza festosa di tanti cuccioli che abbracciano in mille modi una madre benevola e un po’ impacciata di fronte all’indisciplina dei suoi amati.
Ultimo punto strutturale del racconto del Potemkin è la figura retorica della metonimia. Vediamone un paio di esempi.
L’ufficiale medico che col pince-nez esamina la carne e sentenzia, in malafede, che marcia non è, lo sapremo morto quando rivedremo i suoi saccenti occhialini penzolare insieme ai vermi da un quarto di bue infetto. Ejzenstejn omette di rappresentarne la morte e la evoca attraverso il triste penzolare di una qualità (in realtà un difetto, alla vista) del soggetto in questione.
Allo stesso modo, nell’episodio della scalinata di Odessa, Ejzenstejn mette in moto un meccanismo complesso intorno alla celebre carrozzina.
Una madre (curiosità: è un’attrice italiana, Beatrice Vitoldi), evocativamente vestita di nero, con le labbra nere (rosse dunque) e il volto bianco latte (una figura estremamente sensualizzata, insomma) è colpita a morte e perde il controllo della carrozzina col bimbo dentro.
La sua discesa all’impazzata mette in valore (cioè in estrema tensione) la fuga dei cittadini di Odessa immortalati in una dignità di movimento che ne farebbe percepire una certa lentezza del gesto non fosse per la carrozzina che, letteralmente, vediamo sfrecciare.
Arrivata al fondo, si ribalta e la morte dell’infante è resa di gran lunga più cruenta attraverso il volto di una donna che guarda l’evento atterrita, cui segue il “piano americano” di un cosacco pronto a sferrare un colpo mortale al bambino col calcio del fucile che dà quasi l’impressione di un colpo di baseball, cui segue l’inquadratura-sintesi della faccia insanguinata della donna che pare aver lei ricevuto il colpo: una sorta di transfert, la visione dell’infanticidio che si riflette materialmente sul soggetto della visione, la materializzazione di uno scandalo insostenibile.
venerdì 5 settembre 2025
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 5 settembre.
Il 5 settembre 1918 inizia in Russia il periodo del "Terrore rosso".
Il Terrore Rosso fu una campagna di arresti di massa, deportazioni ed esecuzioni indirizzata ai controrivoluzionari durante la Guerra civile russa. Dichiarata ufficialmente il 5 settembre 1918 in una risoluzione speciale adottata dalla leadership dei bolscevichi, questa campagna affermava che “tutti coloro che avessero a che fare con organizzazioni Bianche, cospirazioni e rivolte sarebbero stati uccisi”.
La campagna venne ufficialmente abolita nell’arco di due mesi, ma il termine Terrore Rosso viene utilizzato per indicare tutte le repressioni politiche del governo sovietico nel corso della guerra civile in Russia: dall’ottobre del 1917, quando i bolscevichi rovesciarono il governo provvisorio, fino al 1922, quando l’intera opposizione venne eliminata.
Subito dopo essere saliti al potere, i bolscevichi non rivelarono una particolare crudeltà. I loro avversari venivano spesso rilasciati, salvo poi essere inseriti in cima alla lista dei loro peggiori nemici. Quando la lotta si fece più intensa, però, questo scenario cambiò radicalmente.
Il Terrore Rosso venne annunciato dai Bolscevichi subito dopo un attentato al proprio leader, Vladimir Lenin, il 30 agosto. Al termine di un discorso davanti agli operai di una fabbrica di Mosca, Lenin venne raggiunto da tre volpi di pistola.
Questo episodio fu seguito da una serie di omicidi e tentativi di colpire gli alti funzionari. Nel complesso, solamente nel luglio del 1918, mentre la Guerra Civile stava prendendo piede, furono assassinati nel paese 4.110 funzionari sovietici. I bolscevichi consideravano il Terrore Rosso la risposta legittima agli attacchi dei loro nemici.
Subito dopo il tentato omicidio di Lenin e l’uccisione del dirigente della Cheka Uritskij, 512 rappresentati della borghesia e delle classi alte fino a quel momento tenuti in ostaggio dai bolscevichi (una pratica ampiamente utilizzata all’epoca) furono uccisi a Pietrogrado. Nella seconda metà di settembre altre 300 persone vennero eliminate.
Il 5 settembre a Mosca quasi 80 persone vennero giustiziate pubblicamente. Fra coloro che finirono fucilati, c’erano anche due ministri degli Interni e l’ultimo presidente della camera alta del parlamento imperiale, Ivan Shcheglovitov.
Secondo gli storici, quell’autunno in tutto il paese vennero uccise tra le 1.600 e le 8.000 persone.
Non tutta la leadership bolscevica era allineata con la politica del terrore. Già in ottobre, molti funzionari del partito, fra cui un ministro degli Interni, chiedevano di fermare la repressione. Il 6 novembre questa campagna venne ufficialmente conclusa.
Ma più si avvicinava lo scoppio della guerra civile, più l’ondata di violenza sembrava rafforzarsi. E molti leader bolscevichi ricominciarono a sostenere la pratica del Terrore Rosso. “Bisogna sterminare le classi inutili. Non serve cercare le prove che una persona abbia agito contro i sovietici per mezzo di un atto o delle parole. La prima domanda da porsi è: a quale classe appartiene? Quali sono le sue origini? Quale la sua educazione, l’istruzione, la sua professione? Queste domande potranno definire il destino dell’imputato. È questo il senso del Terrore Rosso”, disse uno dei più influenti funzionari della Cheka, Martin Latsis.
Lenin rispose alle parole di Latsis definendole “delle assurdità”. E aggiunse che il compito non era quello di sterminare fisicamente tutta la borghesia, ma di eliminare le condizioni sociali che portarono alla formazione di questa classe sociale.
Le cifre variano molto. Secondo lo storico Sergej Volkov, tra il 1917 e il 1922 i bolscevichi fecero fuori almeno due milioni di persone. Dall’altro lato, gli storici che fanno riferimento ai materiali d’archivio degli organi responsabili delle politiche repressive, affermano che le vittime furono circa 50.000. Alcuni tendono a moltiplicare questa cifra per due, includendo le vittime delle rivolte contro il regime sovietico avvenute nelle campagne.
100.000 morti è un numero impressionante. Ma si tratta di una cifra incompleta, che non tiene conto di tutte le vittime della guerra civile, che si stima siano pari a 10 o 12 milioni di persone.
Ufficialmente, tra i motivi principali che causarono l’inizio della repressione bolscevica ci fu l’esistenza del Terrore Bianco. Quando la lotta ai bolscevichi si fece più intensa, nella metà del 1918, giunse anche la risposta dei comunisti.
Il numero di vittime della repressione dei bianchi non ha cifre precise. Risulta molto più difficile avanzare delle ipotesi, giacché, a differenza dei rossi, i bianchi non avevano una struttura statale organizzata, ma erano solo delle forze in lotta contro i bolscevichi.
Non venne proclamata nessuna campagna ufficiale di terrore e per questo i crimini commessi dai Bianchi attirarono meno l’attenzione. Secondo molti storici, la repressione fu però pari a quella dei loro nemici comunisti.
Così come afferma l’autore di un recente studio, per mano dei Bianchi vennero uccise almeno 500.000 persone, anche se le stime degli storici indicano cifre minori.
venerdì 14 marzo 2025
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 14 marzo.
Il 14 marzo 2004 Vladimir Putin viene rieletto Presidente della Russia.
Il nuovo Zar della Russia? Può darsi, visto l'immane quantità di potere attualmente concentrata nelle sue mani. Dopo aver "liquidato" i cosiddetti nuovi oligarchi, ossia i neo-miliardari che si sono arricchiti con la svendita - voluta dal predecessore Boris Eltsin - delle aziende statali russe e capaci di condizionare fortemente anche la politica, c'è chi indica in Vladimir Putin l'uomo forte che più forte non si può della Grande Madre Russia. Per qualcuno siamo giusto un gradino sotto la dittatura.
Non si può negare che l'istinto del comando circoli come un altro genere di globuli nel sangue di questo piccoletto dal carattere di ferro, uno cresciuto a pane e Kgb e che nessuno, o quasi, ha mai visto ridere. In pubblico la sua espressione è sempre di una serietà patibolare, compassata al limite del "rigor mortis". Al massimo talvolta accenna a qualche benevola alzata di sopracciglia, temperata da un tentativo di sorriso, magari quando si trova al fianco dell'amico Silvio Berlusconi.
Nato il 7 ottobre 1952 in quella difficile metropoli che è Leningrado (l'attuale San Pietroburgo), nel 1970 Putin si iscrive all'università, studia diritto e lingua tedesca, ma nel tempo libero si dedica alla pratica dello judo, di cui è sempre stato un grande sostenitore. In questo sport, lo zar di ghiaccio ha sempre ritrovato quell'unione fra disciplina del corpo e dimensione "filosofica" che ne fanno una guida per la vita di tutti i giorni. Forse qualcosa di questa disciplina gli è servita quando nel 1975 è entrato a far parte del Kgb, chiamato ad occuparsi di controspionaggio.
Una gran carriera lo attendeva dietro l'angolo. Prima si sposta nel dipartimento estero dei servizi segreti e dieci anni più tardi viene inviato a Dresda, nella Germania dell'Est, dove prosegue la sua attività di controspionaggio politico (prima di partire sposa Lyudimila, una ragazza di otto anni più giovane che gli darà due figlie: Masha e Katya). Grazie al periodo trascorso in Germania, Vladimir Putin ha così la possibilità di vivere fuori dall'Unione Sovietica, anche se, caduto il muro, sarà costretto a tornare nella natìa Leningrado.
Quell'esperienza gli consente di diventare, per le questioni di politica estera, il braccio destro di Anatoli Sobciak, sindaco di Leningrado, che adotta un programma di riforme radicali nel campo politico ed economico. E' Sobciak il promotore del referendum per restituire alla città il vecchio nome di San Pietroburgo. Durante questo periodo Putin introduce la borsa valutaria, apre le aziende cittadine ai capitali tedeschi, cura ulteriori privatizzazioni dei vecchi catafalchi sovietici e diventa vice-sindaco, ma la sua corsa si arresta con la sconfitta di Sobciak alle elezioni del 1996.
In realtà quell'apparente débacle sarà la sua fortuna. Lo chiama a Mosca Anatoli Ciubais, il giovane economista che lo raccomanda a Boris Eltsin. Inizia la scalata di Putin: prima vice del potente Pavel Borodin che gestisce l'impero dei beni immobiliari del Cremlino, poi capo del Servizio Federale di Sicurezza (Fsb), il nuovo organismo che succede al Kgb. Successivamente Putin ricopre la carica di capo del Consiglio di sicurezza presidenziale.
Il 9 agosto 1999 Boris Eltsin si ritira, principalmente a causa dello stato di salute in cui versa. Putin è pronto come un felino a cogliere la palla al balzo e, il 26 marzo 2000, viene eletto presidente della Federazione russa al primo turno con oltre il 50 per cento dei voti, dopo una campagna elettorale condotta nel più totale sprezzo del confronto politico. Vladimir Putin, in quell'occasione, non ha mai accettato forme di discussione con altri esponenti della scena politica russa. Ad ogni modo la sua fortuna politica si basa soprattutto sulle sue dichiarazioni circa la spinosa questione dell'indipendenza cecena, tese a stroncare il magmatico ribellismo della regione. Forte di una larga maggioranza anche alla Duma (il parlamento russo), tenta inoltre di riportare sotto l'autorità centrale di Mosca i governatori regionali che con Eltsin si erano spesso sostituiti al potere centrale.
La maggior parte dei russi appoggia la sua linea dura, e il forte sospetto di un vero e proprio odio etnico, più che il timore di una disgregazione dello Stato, mina alla base la legittimità di questo consenso. I pochi oppositori di Putin d'altronde individuano proprio nella guerra forti elementi di valutazione di un presidente spietato, dittatoriale che lede il rispetto dei diritti umani. Le ultime elezioni russe hanno comunque confermato il suo potere e il pugno di ferro con cui conduce la sua leadership. In uno scenario in cui le voci contrarie alla sua sono ridotte al lumicino, Putin ha incassato i consensi di una vasta maggioranza della popolazione.
Nel marzo del 2004 viene rieletto Presidente per un secondo mandato, con il 71 percento dei voti. Quattro anno più tardi il successore che si insedia al Cremlino è il suo fedelissimo Dmitrij Medvedev: Vladimir Putin torna così alla carica di Primo Ministro da lui già detenuta prima del mandato presidenziale. All'inizio del mese di marzo 2012, come era abbondantemente stato previsto da tutti, viene rieletto per la terza volta Presidente: il consenso supera il 60%. Anche nel 2018, con un consenso record del 75%, resta in carica per un quarto mandato.
mercoledì 5 marzo 2025
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 5 marzo.
Il 5 marzo 1918 la neonata Unione Sovietica sposta la capitale da San Pietroburgo a Mosca.
Mosca (in russo Москва́, Moskva), splendida capitale della Russia, sorge ai piedi della Moscova. Con i suoi dieci milioni e mezzo di abitanti, è la città più popolosa della Russia e tra le più grandi città al mondo. Il cuore di Mosca è il Cremlino e la Piazza Rossa con la Cattedrale di San Basilio. Il suo aspetto attuale è il risultato di una radicale trasformazione urbanistica realizzata negli anni '30 del XX secolo. E' una delle principali città d'arte e, ancora oggi, è uno dei più importanti centri culturali mondiali, con più di 60 teatri, 100 musei, gallerie d'arte, università e migliaia di biblioteche.
Anche se la zona del Cremlino fu probabilmente abitata fin dall'XI secolo, la nascita di Mosca viene fatta risalire ufficialmente al 1147, ad opera del principi di Suzdal, Yury Dolgoruky. Nel 1237-38 venne saccheggiata dai Tartari con a capo da Batu, nipote di Genghis Khan, che stabilirono la loro capitale a Saray, passando alla storia con il soprannome di Orda d'Oro.
Grazie alla sua felice posizione Mosca divenne ben presto un principato indipendente. Solo alla fine del Quattrocento, con il principe Ivan III detto 'il Grande', la città riuscì a liberarsi dell'obbligo dei tributi all'Orda e, mentre volgeva al termine il regno di Ivan, riuscendo ad acquisire il controllo su un territorio molto vasto. Ivan chiamò alla sua corte architetti italiani per realizzare le cattedrali del Cremlino e si proclamò 'signore di tutta la Russia'.
Ivan IV (detto 'il Terribile') continuò l'opera di espansione fino alla Siberia. Verso la fine del XVI secolo, Mosca era già una delle città più grandi al mondo. Dopo carestie e invasioni, venne occupata dai Polacchi.
Cacciati gli invasori, venne eletto zar il sedicenne Mikhail, primo rappresentante della famiglia dei Romanov che regnerà sulla Russia per tre secoli. A cavallo del XVII e XVIII secolo, Pietro il Grande fece costruire dal nulla Pietroburgo, costringendo la nobiltà russa a trasferirsi nella nuova capitale. Mosca rimase tuttavia una città importante. Durante la campagna napoleonica nel 1812, le truppe dell'imperatore francese si scontrarono con l'esercito russo nella battaglia di Borodino, 130 km a ovest di Mosca: i russi abbandonarono la città al suo destino e consentirono a Napoleone di lanciarsi alla sua conquista di Mosca. La notte in cui l'imperatore la raggiunse un vastissimo incendio distrusse la maggior parte degli edifici costringendo i francesi a lasciare poco dopo la città distrutta.
La città fu ricostruita rapidamente e la sua popolazione aumentò enormemente fino a sfiorare il milione e mezzo alla viglia della Prima Guerra Mondiale. Con la Rivoluzione del 1917, Mosca diventò la capitale dell'impero sovietico. La città subì una radicale riorganizzazione urbanistica, con la realizzazione di nuovi quartieri, piazze, palazzi e infrastrutture (la prima linea della metropolitana venne completata nel 1935). Durante il secondo conflitto mondiale, l'esercito tedesco venne fermato a pochi chilometri dal centro di Mosca (nel dicembre del 1941). Nel secondo dopoguerra è continuata l'espansione della città con la costruzione di enormi quartieri residenziali in periferia. Molti edifici e impianti sportivi sono stati realizzati in occasione delle Olimpiadi del 1980.
Ci sono molte cose da vedere, visitando Mosca.
Cremlino: è la cittadella fortificata posta al centro di Mosca, sulla riva sinistra della Moscova, sulla collina Borovickij; antico centro della città, è sede delle istituzioni governative della Russia, nonché uno dei più importanti complessi artistici e storici del paese (cattedrale dell'Annunciazione, cattedrale dell'Arcangelo Michele, cattedrale dell'Assunzione, Gran Palazzo del Cremlino).
Piazza Rossa: bellissima e gigantesca piazza nel cuore della città, unica piazza storica ad essere chiusa al traffico; a ovest è limitata dalla muraglia del Cremlino, sotto la quale si trova il Mausoleo di Lenin; dalla parte opposta si trovano l'edificio del GUM e il Museo Storico di Stato, inaugurato nel 1883. Musei d'arte: Museo delle arti figurative "A.S. Pushkin", Galleria Tret'jakov.
Chiese: Cattedrale di San Basilio, Cattedrale Uspenskij. Metropolitana: è una delle attrattive di Mosca. La ricchezza dei materiali impiegati (granito, porfido, rodonite, onice e persino labradorite) fanno di ogni fermata un'opera d'arte. I complessi sotterranei sono ornati con mosaici, statue, vetrate, dipinti di celebri artisti del paese. Una delle più belle stazioni e' la "Majakovskaja", inaugurata nel 1938.
sabato 14 dicembre 2024
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 14 dicembre 1825 scoppia l’insurrezione decabrista in Russia.
Con il termine decabristi (dal nome russo декабристы, dekabristy, da декабрь, dekabr’, che significa “dicembre”) si intende indicare in senso lato tutti i membri delle società segrete (persone che appartenevano comunque alla nobiltà e alla borghesia del tempo) che prepararono il moto di rivolta nel dicembre del 1825, detto appunto moto decabrista, e che ebbe il suo fulcro nell’allora capitale San Pietroburgo.
L’insurrezione decabrista (in russo: Восстание декабристов) si svolse il 14 dicembre (il 26 secondo il calendario gregoriano) 1825 nella Russia imperiale. Alcuni ufficiali dell’esercito imperiale appartenenti a società segrete, guidarono circa 3000 soldati in un tentativo di rivoluzione per attuare in Russia una economia liberale, e disfarsi dell’assolutismo nel quale l’Impero era costretto fino a quel momento, lottando anche contro lo stato di polizia e la censura.
Questa rivolta ebbe luogo nella piazza del Senato di San Pietroburgo: piazza che, nel 1925, per ricordare il centenario dall’evento, venne rinominata con il nome di piazza dei Decabristi, in russo: Площадь Декабристов,Ploščad Dekabristov, così come l’isola dei Decabristi.
La rivolta venne sedata dallo zar Nicola I di Russia in persona, che era già a conoscenza del fatto che le truppe si stavano ammassando nella piazza. Le sue guardie erano già preparate a circondare i ribelli, dato anche il dilettantismo e l’approssimazione con cui le operazioni erano state preparate ed organizzate. I principali organizzatori vennero impiccati, molti degradati dal loro ruolo nell’esercito, circa 600 persone furono esiliate e condannate ai lavori forzati in Siberia e zone limitrofe, dove portarono la cultura e il progresso educativo in una regione a quei tempi relativamente arretrata, e dove ancor'oggi sono molto stimati e godono di alta reputazione.
La loro condizione di deportati, così come quella degli appartenenti ai gruppi rivoluzionari russi nichilisti e socialisti, fu magistralmente descritta dal romanzo Resurrezione scritto da Lev Tolstoj. Maggiore rappresentante intellettuale del movimento fu il poeta Aleksandr Puškin. Tuttavia, è significativo che pur essendo molto vicino ai capi delle organizzazioni decabriste e pur aspirando ad entrare in una delle organizzazioni, non fu accolto in nessuna branca di esse.
Il movimento decabrista fu il primo movimento rivoluzionario pienamente cosciente della storia, il cui programma sociale arrivò fino a richiedere l’abolizione della servitù della gleba, mentre politicamente la fondazione di uno stato repubblicano o almeno una costituzione; erano idee e concetti liberali e socialisti che s’erano venuti costruendo fino dall’inizio del XIX secolo, inizialmente solo in società segrete e gruppi ristretti. Ruolo molto importante in questo sviluppo lo avevano avuto gli ufficiali napoleonici arrivati in Russia durante le guerre rivoluzionarie francesi, durante le quali anche molti ufficiali russi erano stati impegnati nelle campagne in Europa occidentale.
lunedì 19 febbraio 2024
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 19 febbraio 1861 viene abolita in Russia la servitù della gleba.
Le vicende dell’immenso impero zarista nel corso del XIX secolo appaiono come un alternarsi di tentativi riformatori e di reazioni conservatrici. All’origine vi è la consapevolezza di parte dell’opinione pubblica delle condizioni di arretratezza tecnica, economica ma anche culturale e civile dell’Impero. Un’arretratezza che si traduce anche in debolezza politica e militare di fronte alle altre potenze europee, come dimostra la sconfitta nella guerra di Crimea. Le vicende dell’abolizione del servaggio da parte di Alessandro II nel 1861, forse la riforma più rilevante poiché mette in discussione i fondamenti stessi della società russa, evidenziano comunque i limiti e le contraddizioni dell’azione riformatrice dall’alto.
Il colpo di Stato che aveva detronizzato Paolo I porta al potere nel 1801 il figlio Alessandro. Questi rende nota la sua intenzione di governare abbandonando la politica del padre e riprendendo al suo posto le “sagge vedute” di Caterina. La cosa nuova rispetto alla visione chiusa di Paolo I sta nel fatto che si va costituendo intorno alla persona dello zar, il quale negli anni della formazione (1785-1794) aveva avuto un precettore svizzero di idee repubblicane (Frédéric-César Laharpe), un gruppo di giovani nobili di sentimenti che potremmo definire appena liberali. Questo gruppo si riunisce in un comitato privato segreto che progetta delle “riforme”, ma non ha alcun ruolo nella politica del governo, affidato a coloro che hanno organizzato l’assassinio di Paolo I. L’analisi delle proposte fatte dal comitato al sovrano, che vi partecipa, e della loro formalizzazione in disegni di legge è molto interessante. Consente prima di tutto di capire che la cultura provinciale del comitato non è in grado, per esempio, di comprendere il rapporto tra alcune teorie, come quella economica, conosciuta attraverso la Ricerca sulla natura e sulle cause della ricchezza delle nazioni di Adam Smith, o quella giuridica, ricavata dalla lettura della Magna charta libertatum del 1215 insieme all’Habeas corpus act del 1679, e le concrete pratiche delle istituzioni di governo: in Russia non esiste né una società civile, né un parlamento, né una qualche comprensione del concetto di libertà individuale da tutelare dall’arbitrio dello Stato.
Ciò non significa che non ci sia con Alessandro una notevole e pregevole produzione legislativa atta a modernizzare l’amministrazione e a introdurre, attraverso l’intervento del governo, una qualche modifica nella struttura sociale; per esempio, quella che si propone di ampliare la “classe degli agricoltori liberi”. Significa che tale produzione legislativa non è né l’effetto di una pressione di forze economiche che intendono liberarsi dal modello servile, né un’offerta a una classe d’imprenditori che voglia promuovere lo sviluppo liberista del Paese, ma è indirizzata dal ceto di governo allo stesso ceto di governo, come una soluzione “tecnica” che non va oltre l’idea di miglioramento del sistema. Gli esiti sono quindi irrilevanti. Risultati di una qualche importanza si ottengono invece, anche se limitatamente ai grandi centri urbani, nel campo dell’istruzione pubblica di base, investita dalle Direttive per la cultura popolare, e nel riordinamento delle scuole superiori e del sistema universitario. Un ruolo di primo piano nelle “riforme” lo svolge, specialmente dopo la chiusura del comitato, Michail M. Speranskij, che arriva ai vertici dello Stato avendo percorso, non da nobile ma da grand commis d’état, una prestigiosa carriera nelle istituzioni. Egli ottiene infatti l’incarico di preparare un progetto di costituzione che avrebbe dovuto modificare il sistema assolutistico, introducendo la separazione dei poteri e la rappresentanza. Ne viene onorato con il licenziamento, l’esilio e la deportazione.
L’età di Alessandro è attraversata dal nome di Bonaparte. Non si tratta solo del fatto che la campagna napoleonica di invasione della Russia genera nella popolazione la prima grande idea di una guerra patriottica e la vittoria militare impone lo zar come protagonista della Santa Alleanza. Si tratta anche del fatto che si va costruendo la struttura di un discorso che vede nella diffusione delle idee della Rivoluzione francese la fine dell’ancien régime come modello politico “naturale” e, allo stesso tempo, con un’operazione che non sarà dimenticata nella preparazione ideologica del Congresso di Vienna e verrà sviluppata nella cultura della Restaurazione, fa della riparazione un imperativo “messianico” che si appropria, rovesciandola, della stessa terminologia laica dell’Illuminismo.
Di fronte alla politica di Alessandro, malgrado il cedimento impostogli dalla più alta aristocrazia di corte nel caso Speranskij, quella di Nicola I (nato nel 1796) appare subito come radicalmente conservatrice, anche perché abolisce ogni possibilità di interpretare le idee del predecessore come liberali. Il giorno stesso dell’abdicazione del fratello maggiore Costantino, che avrebbe dovuto succedere allo zio Alessandro, morto senza lasciare eredi, egli si trova di fronte alla rivolta dei decabristi: un gruppo di ufficiali della nobiltà liberale, appartenenti a una società segreta che propone anche per la Russia un modello politico costituzionale, se non addirittura repubblicano, e vuole di conseguenza abolire il sistema economico fondato sulla servitù della gleba. Al contrario di quanto era avvenuto all’epoca di Caterina, il movimento decabrista ha radici molto profonde nell’intellettualità liberale, che si è formata alle idee della cultura politica occidentale e concepisce il proprio impegno in termini etici. La rivolta di Pietroburgo, cui partecipano circa tremila soldati, il 14 dicembre 1825, va incontro al fallimento. Ma la repressione organizzata da Nicola – con impiccagioni, deportazioni e lavoro forzato – pone il movimento all’inizio del processo di emancipazione che caratterizzerà tutto il XIX secolo. È una scelta conseguente alle idee politiche del sovrano, che concepisce lo Stato come Stato di polizia e non intende in alcun caso lasciare il benché minimo spazio alla manifestazione di un pensiero che non sia l’esaltazione dell’autocrazia. La sua politica estera non è che una variante della politica interna: repressione di ogni movimento rivoluzionario (quello polacco nel 1830-1831 e quello ungherese nel 1848-1849). Nicola riprende in considerazione il problema della presenza russa nel Mediterraneo che, fin da Pietro il Grande, aveva procurato conflitti permanenti con l’Impero ottomano. Ma questa volta lo scontro si internazionalizza e coinvolge le principali potenze europee (dall’Inghilterra alla Francia) che, con la guerra di Crimea, infliggono alla Russia una delle più brucianti sconfitte della storia contemporanea.
Nato nel 1818, Alessandro II riceve un’iniziazione alle idee liberali seguendo le lezioni di Michail Speranskij e un buon addestramento alle pratiche politiche perché, differentemente da quanto in precedenza era accaduto ai figli dello zar destinati alla successione, entra a far parte del consiglio di Stato e poi partecipa attivamente con incarichi importanti al consiglio dei ministri. Dopo l’incoronazione nel 1855, tutta l’energia del nuovo sovrano viene consacrata alla guerra in Crimea: un conflitto che, come abbiamo detto, vede scendere in campo contro la Russia una possente coalizione di Stati che, alla fine delle ostilità, impongono la pace di Parigi.
Sono molti gli studiosi i quali ritengono che la riflessione sulla sconfitta di Sebastopoli (espugnata dalle forze anglo-francesi nel settembre 1855) abbia avviato il processo di trasformazione dello Stato russo, per metterlo in grado di partecipare alla pari alle politiche di potere dei Paesi europei. Tutto ha inizio dalle discussioni intorno alla possibile abolizione della servitù della gleba come obsoleto modello economico-sociale dell’impero. Esistono alcuni precedenti, senza però conseguenze, nel programma dei decabristi (che conoscono gli interventi di Giuseppe II) e nelle discussioni clandestine tra gli intellettuali quando l’Austria e la Prussia, nel 1848, si muovono per abolirne le ultime vestigia. Lo stesso Alessandro nel 1846 viene incaricato di presiedere un comitato di studio sulla questione contadina. Ma l’iniziativa si arena presto. Alessandro prende una decisione nell’aprile del 1856. Avverte che il sistema della proprietà della terra fondata sulla servitù dei contadini deve essere riformato e lo fa adottando un linguaggio assolutamente inedito nella Russia: “È meglio cominciare ad abolire il servaggio dall’alto piuttosto che aspettare che esso cominci ad essere abolito dal basso”. Non sappiamo a chi, tra i consiglieri del sovrano, si possa ascrivere una consapevolezza del genere. Sta di fatto che essa fa balenare l’idea della rivoluzione contadina, che nel frattempo sta diventando un programma politico. Gli studi sulle proposte che arrivavano al comitato dai saperi accademici (anche stranieri), oltre che dai tecnici dello Stato più avanzati, e le ricerche sulle discussioni interne ed esterne che esse provocavano, anche col “rischio” di essere estese alla società civile, sono numerosissimi e offrono un ventaglio d’interpretazioni piuttosto variegato.
Ciò che impressiona nella prima fase è la localizzazione (territori lituani e alcune zone limitrofe governate dal generale Vladimir I. Nazimov) e la rapidità dell’azione: il 2 dicembre 1857 Alessandro promulga la prima limitatissima disposizione emancipatoria. Essa, nota come Rescritto Nazimov, viene superata dalle famose lettere di Jakov I Rostovcev il quale, a nome del comitato, imprime un’accelerazione al processo che deve portare alla promulgazione della legge (3 marzo 1861). L’analisi della trasformazione degli enunciati dalle prime stesure fino alla redazione definitiva consente di capire che le forze di resistenza sono in grado di limitare sempre di più l’attuazione del provvedimento in senso occidentale. Se è vero che, nel primo discorso ai nobili di Mosca, Alessandro ha alluso al fatto che, a proposito del servaggio dei contadini, i poteri hanno il dovere di anticipare la domanda proveniente dalla società, e se è vero che questa domanda è avvertita (spesso ancora in modo confuso) da alcuni spericolati segmenti della nobiltà sensibili all’idea di modernità e progresso, è vero anche che non si può fare impunemente circolare nell’emergente opinione pubblica una parola come “emancipazione”. Essa circola però nella stampa. Ha un effetto di ridondanza epidemica, nel senso che del termine si potevano impossessare (e s’impossesseranno) tutti coloro i quali ritenevano di trovarsi in uno stato o condizione di “servaggio” intellettuale e culturale, politico e morale, religioso e nazionale, di genere e di condizione. In ogni caso, la parola emancipazione non appare nel testo di legge (manifest ob otmene krepostnogo prava).
Difficile stabilire se ci sia una connessione strutturale o di sistema tra gli interventi fatti nei diversi campi, o se si sia trattato di operazioni appena collegate da una concomitante pressione dall’esterno e dall’interno delle istituzioni. Sta di fatto che, tra il 1856 e il 1864, vengono fatti investimenti in tutto il campo dell’istruzione, anche con l’introduzione di importanti misure amministrative (nomine di sovrintendenti con adeguata preparazione professionale nei distretti scolastici), e si allargano le possibilità d’accesso alle scuole superiori. Ma è soprattutto nelle università che le innovazioni sono sensibili, con l’immissione di un personale docente qualificato e numeroso che in poco tempo, abolite diverse limitazioni, attira studenti provenienti anche da famiglie della burocrazia statale media. Ai primi fermenti di agitazione, provocati dalle richieste studentesche di andare oltre le “riforme” tecniche, Alessandrò si irrigidisce. L’università di Pietroburgo, nel 1861, viene chiusa e tutto sembra regredire alla situazione oscurantista inscenata da Nicola come risposta al Quarantotto europeo, con la nomina a ministro dell’Istruzione pubblica di un ammiraglio.
Esiste una corrente storiografica che ha concentrato tutto il suo interesse sul problema del rapporto tra emancipazione dei servi della gleba e riordinamento delle istituzioni locali. Anche qui è difficile dare un ordine preciso alle iniziative dal punto di vista di una loro relazione causale, dato che i primi provvedimenti risalgono al 1859 e fanno già riferimento a rappresentanze dei contadini. Ma è soprattutto nel periodo di tempo in cui si comincia a realizzare il nuovo sistema di trasformazione dei servi in lavoratori salariati della terra (quelli che non hanno la possibilità del riscatto) e piccoli proprietari (quelli che accettano la ripartizione) che la riforma delle istituzioni locali diviene urgente. La volost’, termine che appartiene al linguaggio politico dell’intera Europa orientale, diventa l’organo di autogoverno di diversi villaggi e ogni mir vi elegge i suoi delegati. L’uso della nozione di autogoverno non deve però essere preso in senso letterale. In realtà, esiste una serie d’importanti intermediari tra potere centrale e locale che dà credibilità al sospetto che queste unità amministrative siano rudimentali strumenti governativi di controllo, in un momento cui il mondo rurale, proprio per effetto della riforma contadina, è in fermento. La successiva misura sarà in effetti realizzata a livello più alto nel 1864 quando, su proposta di Nikolaj Miljutin, vengono istituiti gli zemstva in cui le volosti entrano, accanto agli altri ceti di un governatorato (proprietari fondiari e borghesia), per gestire, attraverso i proventi di una parte della tassazione, l’amministrazione locale (dall’istruzione pubblica elementare all’assistenza sanitaria di base). Gli zemstva, dovendo eleggere i giudici di pace, svolgono anche un ruolo nella riforma del sistema giudiziario, regolamentato nel 1864. Per quanto riguarda l’aspetto formale assunto nella fase conclusiva, presentata dal responsabile di settore del consiglio di Stato (Pavel P. Gagarin), esso sembra introdurre in Russia una sorta di sistema inglese per la presenza del procuratore dello Stato e della giuria. Non meno importanti sono la riforma dell’ordinamento militare e la trasformazione dell’esercito, così come il riordino dell’apparato tributario, che dà la possibiltà di entrate fiscali tali da garantire l’erogazione di prestiti quando Alessandro si convince, dopo la generale depressione determinata dall’isolamento internazionale seguente alla guerra di Crimea, che la Russia non può rinunciare a una politica espansionistica alla stregua delle altre potenze europee. In questo quadro si colloca non solo la campagna orientale per l’egemonia in tutto il territorio siberiano, simboleggiata nelle estremità dalla costruzione delle città fortificate di Chabarovsk e di Vladivostok; non solo la progressiva acquisizione (a partire dal 1863 fino al 1875) di numerosi canati uzbechi (Kokan, Buchara, Khiva), che costituiscono il sistema imperiale russo in Asia centrale, ma anche la penetrazione nei Balcani, motivata dalla volontà di “liberare” gli ortodossi dall’oppressione islamica, culminata nella guerra russo-turca (1876-1878).
Se è vero che l’impegno nella politica estera e l’espansionismo in Asia e nei Balcani ha costituito un indubbio successo della Russia di Alessandro, non si può dire altrettanto delle “riforme”. Non perché esse non abbiano prodotto dei risultati, ma perché sono state corredate da tutta una serie di retrocessioni del pensiero emancipatorio e da una serie di misure contraddittorie che spesso hanno ripristinato lo status quo ante, visto che non hanno modificato la struttura economico-sociale della Russia. Esse, poi, non hanno impedito che all’interno di una società alla quale non venivano offerte possibilità di sviluppo in base alle capacità si radicalizzassero sempre di più le opposizioni dei democratici e dei rivoluzionari (si pensi all’evoluzione del movimento populista fino alla Narodnaja Volja), con il conseguente irrigidimento delle posizioni dei “riformisti” di Stato che ritornavano progressivamente all’assolutismo. Dopo i due attentati falliti del 1879 e 1880, Alessandro cerca, per un istante, di riprendere la politica delle riforme, tinte addirittura dalle venature “democraticiste” del generale Michail Loris-Melikov, che implora la partecipazione dei cittadini nelle decisioni politiche. Ma il terzo attentato, il 13 marzo 1881, non va a vuoto. Il successore, Alessandro III, reagisce immediatamente inasprendo il regime autocratico e aprendo la repressione dei movimenti di emancipazione, cosa che porta all’allontanamento dal governo di coloro i quali hanno sostenuto le politiche liberali. I suoi Regolamenti temporanei, che sembrava potessero fare riferimento a una situazione d’emergenza, diventano invece il manifesto del suo governo e quindi ne orientano il programma. Tutta la politica interna di Alessandro III può essere definita come una sequenza di controriforme: valgano per tutte quelle sulla cancellazione dell’autonomia universitaria e lo smantellamento delle associazioni studentesche; la riduzione degli zemstva in organi periferici del potere centrale con addirittura la soppressione della rappresentanza rurale; la riduzione della base censitaria nelle elezioni per le amministrazioni locali. Anche la politica estera obbedisce prima di tutto all’idea che bisogna riprendere il modello della reazione internazionale e Alessandro III firma, proprio mentre viene incoronato, l’alleanza dei tre imperatori con Francesco Giuseppe d’Austria e Guglielmo I di Germania.
giovedì 8 febbraio 2024
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
L'8 febbraio 1904 il Giappone attacca la flotta russa a Port Hartur. E' l'inizio della guerra russo giapponese.
La guerra tra Russia e Giappone (1904 – 1905) fu il secondo importante conflitto a vedere impegnato il nuovo esercito imperiale giapponese, nato nel 1873 con l’introduzione della coscrizione di tutti i maschi fra i 17 e i 40 anni. Il battesimo di fuoco del nuovo esercito, avvenne sul finire del XIX secolo, e precisamente tra il 1894 e il 1895, nella prima delle sue guerre contro la Cina. Il risultato fu una vittoria schiacciante. Dieci anni dopo, fu la volta della guerra contro la Russia il cui esercito, all’epoca, era considerato fra i più potenti del mondo occidentale.
Causa scatenante del conflitto era il controllo sulla Manciuria e sulla penisola di Corea. L’influenza dell’impero russo era in espansione, sia verso occidente che verso oriente. A est, però, si scontrò con i progetti dell’impero nipponico che mirava a costruirsi un impero coloniale sul continente asiatico.
Dopo la fine della guerra con la Cina, e a seguito del trattato di Shimonoseki in cui il Giappone impose delle dure condizioni alla Cina, un’intervento diplomatico di Russia, Germania e Francia costrinse il Giappone, sotto la minaccia di un intervento militare, a rinunciare all’occupazione della penisola di Liadong, con l’importante base di Port Arthur. Il porto fortificato, venne ceduto alla Russia e il Giappone ebbe, come contropartita, l’aumento dell’indennità di guerra che la Cina avrebbe dovuto pagare.
Port Arthur era di grande importanza per la Russia che, finalmente, poteva avere uno sbocco sul mare; non era certo l’unico porto russo, ma era l’unico la cui operatività durava tutto l’anno: gli altri porti, localizzati in Siberia, avevano il problema che, nei mesi invernali, il ghiaccio li rendeva impraticabili. Con grave disappunto di Cina e Giappone, la Russia iniziò immediatamente la costruzione di opere di difesa attorno a Port Arthur e, soprattutto, della ferrovia che collegava la città ad Herbin, nella Manciuria che, insieme alla Corea era considerata, dal Giappone, come appartenente alla propria sfera di influenza.
Germania, Francia e Gran Bretagna, dal canto loro, approfittando della debolezza della Cina, strapparono varie concessioni favorevoli riguardanti il possesso di alcune città portuali in Manciuria.
Questa intromissione degli europei e la sconfitta diplomatica nei confronti della Russia irritarono non poco i giapponesi. Il Giappone, animato da uno spirito di rivalsa, per una vendetta che prima o poi sarebbe arrivata, aumentò la propria produzione bellica e diede un’accelerata all’ammodernamento dell’esercito.
L’espansionismo russo verso oriente era preoccupante, soprattutto per il Giappone; giorno dopo giorno l’impero russo consolidava i suoi possedimenti in Manciuria e cominciava a mostrare interesse anche per la Corea. Tra Russia e Giappone cominciarono una serie di negoziati per cercare di trovare una soluzione che potesse accontentare i due Paesi. Il Giappone era pronto a rinunciare alle mire sulla Manciuria, in cambio dell’inclusione della penisola coreana nella sua sfera di influenza. Nonostante tutti gli sforzi, i negoziati non portarono a nessun risultato: non restava che il ricorso alle armi.
Il 10 febbraio 1904 il Giappone dichiarò guerra all’impero russo.
L’esercito russo, a quel tempo, era considerato uno dei potenti al mondo. La Russia era un paese immenso, non solo geograficamente, ma anche demograficamente; aveva tutte le risorse per poter condurre una guerra veloce e vincente. Il Giappone, per contro, aveva risorse limitate e, soprattutto, non aveva ancora una importante esperienza di guerra: dalla costituzione del nuovo esercito imperiale giapponese, nel 1873, aveva combattuto, e vinto, solo contro lo scalcinato esercito cinese.
Il Giappone, addirittura, per poter iniziare la guerra, dovette chiedere un prestito di 200 milioni di dollari al finanziere tedesco, ed ebreo, Jacob Schiff.
La guerra, durata fino a settembre del 1905, fu una sequenza impressionante di vittorie giapponesi: dalla prima battaglia, quella di Port Arthur, fino a quella finale di Tsushima dove, a fronte di nessuna perdita navale, i giapponesi distrussero gran parte della flotta russa.
A causa dei numerosi rovesci subiti, l’esercito russo, seppur molto più numeroso, e meglio equipaggiato di quello giapponese, aveva il morale a terra; il Giappone era esausto per lo sforzo, e finanziariamente era quasi alla bancarotta. Una pace negoziale faceva comodo ad entrambi. In Russia, oltretutto, erano sempre più allarmanti i moti rivoluzionari e lo Zar Nicola II preferì negoziare la pace per poi dedicarsi completamente ai problemi interni.
Con l’intermediazione americana del Presidente Theodore Roosevelt, a Portsmouth, nel New Hampshire, cominciarono le trattative tra le due delegazioni.
Fu il Giappone, già nel luglio del 1904, a volere per prima una soluzione negoziale del conflitto, ma i russi si mostrano sempre ondivaghi, credendo forse che alla fine sarebbero riusciti a vincere la guerra. Fu solo dopo la catastrofica sconfitta di Tsushima (27-28 maggio 1905) che lo Zar, con l’alta nobiltà, si decise ad avviare colloqui di pace. Agli inizi di giugno, il Presidente americano ricevette dai rappresentanti dei due Paesi, la volontà di iniziare una Conferenza di Pace.
Il tavolo dei negoziati iniziò in agosto, il 9, e ci vollero dodici incontri per trovare l’accordo finale,
La posizione iniziale russa era piuttosto decisa: nessuna concessione territoriale, nessuna limitazione al dispiegamento dei soldati russi in estremo oriente e nessun indennizzo. Il Giappone mirava al riconoscimento della Corea nella propria sfera d’influenza, pretendeva un cospicuo risarcimento di guerra e, infine, chiedeva il ritiro dei russi dalla Manciuria.
Il momento più difficile del negoziato, fu alla fine quando arrivò il momento di discutere eventuali concessioni territoriali e in moneta.
La Russia propose che il Giappone si tenesse pure la metà meridionale della penisola di Sakhalin, ma che, in cambio, rinunciasse ad ogni indennizzo di guerra. Il Giappone rifiutò, ma non aveva il coltello dalla parte del manico, pur avendo vinto la guerra: l’esercito russo, che si era nel frattempo rafforzato, minacciava di riprendere le ostilità nel caso il Giappone non avesse accettato la proposta russa.
Quindi. con l’intermediazione americana, il ministro degli esteri nipponico Komura Jutarō, dovette accettare le condizioni russe.
Il 30 agosto venne quindi raggiunto il completo accordo, e il 5 settembre 1905 venne firmato l’accordo di Pace.
Nell’accordo raggiunto, al Giappone venne riconosciuto l’interesse sulla Corea, la Russia dovette evacuare i suoi soldati dalla Manciuria; inoltre Port Arthur sarebbe stata restituita alla Cina e la concessioni minerarie e ferroviarie (South Manciuria Railway) vennero girate al Giappone. Alla Russia vennero riconosciuti solo i diritti sulla Chinese Eastern Railway. Il Giappone sarebbe rimasto in possesso della parte meridionale dell’isola dii Sakhalin, ma nessun indennizzo sarebbe stato pagato dalla Russia.
Il successo della mediazione americana, valse al Presidente Theodore Roosevelt, nel 1906, il Premio Nobel per la Pace.
sabato 2 settembre 2023
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 2 settembre 1987 inizia a Mosca il processo a Mathias Rust, il diciannovenne che col suo piccolo Cessna era atterrato qualche mese prima nella Piazza Rossa.
Il 28 maggio 1987, un 19enne tedesco di nome Mathias Rust decollò con un piccolo Cessna 172 da Uetersen, vicino ad Amburgo (Germania), per poi atterrare nella Piazza Rossa di Mosca, nell’allora Unione Sovietica, in piena Guerra Fredda. Come ha ricordato qualche anno fa lo stesso Rust in un’intervista a Repubblica:
Avevo diciannove anni, la guerra fredda divideva il mondo. Col mio piccolo Cessna decisi di vivere e far volare il mio sogno: un volo dall’Occidente alla Piazza Rossa. Come gesto di pace: un volo come un ponte simbolico tra i due mondi. Lo rifarei: a volte anche un po’ d’incoscienza giovanile serve a svegliare il mondo, giova alla realtà.
Come se non fosse un’azione già abbastanza pericolosa, il volo di Rust arrivava in un momento di rapporti particolarmente complicati tra Stati Uniti e Russia: Ronald Reagan e Michail Gorbačëv si erano incontrati a Reykjavik, in Islanda, senza fare passi avanti e anzi con un inasprimento delle relazioni tra i due paesi. Rust, inoltre, era un pilota molto inesperto e non possedeva un aereo. Il 13 maggio 1987 noleggiò un piccolo aereo Cessna a Uetersen, in Germania.
Nelle due settimane successive, Rust volò prima alle isole Faroe, poi in Islanda, a Reykjavík, e infine in Norvegia, a Bergen. La mattina del 28 maggio 1987 Rust fece rifornimento a Helsinki, in Finlandia, e disse alle autorità finlandesi che si sarebbe diretto verso la Svezia. In realtà, poco dopo il decollo a mezzogiorno, cambiò rotta e si diresse verso l’Unione Sovietica. Spense la radio e i finlandesi, che organizzarono anche diverse ricerche per trovarlo, persero le sue tracce.
All’epoca entrare senza permesso in Russia era considerato un atto molto grave, come poi avrebbe scoperto Rust. Tra l’altro, erano passati meno di quattro anni da quando l’Unione Sovietica aveva abbattuto un aereo civile sudcoreano, il volo 007 della Korean Air Lines, che aveva violato lo spazio aereo sovietico all’altezza della penisola di Kamčatka. L’aeronautica sovietica decise di abbatterlo, causando così la morte di 269 persone. Tuttavia, dopo quel grave incidente, l’Unione Sovietica era stata duramente criticata dalla comunità internazionale e quindi aveva ammorbidito le sue reazioni in casi di questo tipo.
Anche per questo motivo il volo di Rust ebbe un destino migliore. Poi ci furono anche delle coincidenze fortunate. Nel pomeriggio del 28 maggio 1987 Rust, che entrò in URSS sorvolando l’Estonia, comparve sui radar sovietici e venne subito individuato. I missili terra-aria erano pronti a colpirlo ma l’aeronautica sovietica decise di aspettare. Pochi minuti dopo il Cessna di Rust venne intercettato da alcuni caccia Mig sopra la cittadina di Gdov, ma neanche loro ottennero l’ordine di sparare. Per Rust fu il momento più terrificante del suo volo, come ha raccontato nell’intervista a Repubblica:
Davanti, lontano qualche chilometro, mi apparve velocissimo e luminoso un oggetto argenteo, e puntava su di me. Era un Mig della Pvo, la temuta difesa aerea sovietica. Eccolo, fu il mio primo incontro con ‘loro’. Un colpo al cuore. Fu duro tenere i nervi sotto controllo. Furono pochi minuti, ma tremendi. Sa, il ricordo del Jumbo coreano abbattuto su Sakhalin nell’era Andropov era ancora vivo. Il Mig mi raggiunse, virò strettissimo, mi si mise dietro, poi mi affiancò. Era molto più veloce di me. Indovinai appena gli occhi del pilota sotto il casco. Mi seguì per un po’, poi accelerò ancora e sparì nel nulla. Pochi minuti, mi sembrarono eterni. E restai in preda a nuovi sentimenti misti. Sollievo, perché non aveva sparato. Dubbio e angoscia, per la certezza che sapevano che ero in volo su di loro.
I caccia poi persero contatto con Rust e il motivo non è ancora chiaro: si dice che successe perché Rust fece come per atterrare, diminuendo di quota. Così, piano piano, a velocità e quote piuttosto basse, Rust continuò incredibilmente il suo volo verso Mosca. L’aeronautica militare russa non riuscì a rintracciare il suo Cessna per diversi tratti anche perché la Voyska PVO, la difesa aerea russa, aveva appena subito una riorganizzazione che ne limitava le attività. Le coincidenze fortunate non finirono qui.
Quando sorvolò Pskov, Rust capitò nel bel mezzo di un’esercitazione di addestramento all’uso dell’IFF (ossia identification friend or foe, un sistema automatico elettronico di riconoscimento amico-nemico progettato per le funzioni di comando e controllo) che proprio in quel momento assegnava lo status di “amico” a tutti gli aerei che passavano di lì. Poi, arrivato a Torzhok, venne di nuovo identificato come “amico” perché venne scambiato per uno degli elicotteri di soccorritori accorsi dopo un incidente aereo avvenuto nella zona il giorno precedente.
Alle 19 del 28 maggio 1987 Rust arrivò a Mosca. Pensò inizialmente di atterrare all’interno del Cremlino ma si rese conto che era troppo pericoloso. Allora si diresse verso la Piazza Rossa, dove avrebbe avuto più spazio, seppur in quel momento era affollata parecchio per via del gran numero di persone incuriosite da questo strano volo. Alla fine atterrò senza causare danni e feriti. Quasi nessuno fu ostile con lui, anzi alcune persone gli offrirono pane e sale come benvenuto.
Anche le autorità russe inizialmente non furono ostili, tanto che la polizia arrivò circa un’ora dopo il suo atterraggio. Poi però arrivarono anche gli agenti del KGB, che lo portarono in commissariato e lo interrogarono per ore accusandolo di essere una spia. Così Rust ha ricordato quei momenti:
Io spiegai che atterrando sulla Piazza Rossa volevo fare un gesto di pace. “In ogni caso non aveva armi a bordo”, osservarono. Non volevano credermi, ma non sapevano cosa pensare. La stazione di polizia era fatiscente. “Venga, continuiamo in un luogo più appropriato, Lefortovo”, dissero. Non lo sapevo, ma era la prigione centrale. Cominciarono domande più dure.
Rust venne trattenuto per molte settimane nel carcere di Lefortovo. Poi fu processato a Mosca il 2 settembre 1987 e venne condannato a quattro anni di lavori forzati. Dopo 432 giorni di prigionia, Rust fu rilasciato grazie a un’amnistia. Al ritorno in Germania Ovest, il 3 agosto 1988, Rust però non fu accolto da eroe ma come un pazzo che aveva messo a repentaglio la pace mondiale. Non passò nemmeno un anno e, durante il servizio civile, Rust accoltellò una sua collega in un ospedale tedesco, ferendola, apparentemente perché aveva rifiutato un suo “corteggiamento”.
Condannato a due anni e mezzo di carcere, dopo il rilascio Rust si è convertito all’induismo ma ha avuto altri guai con la giustizia, soprattutto per piccoli furti. Nel 2009 si è dato al poker. Oggi Mathias Rust si definisce analista finanziario di una banca svizzera di Zurigo. Se a Repubblica nel 2009 aveva detto che avrebbe rifatto il suo gesto, due anni fa al Guardian ha detto l’esatto contrario:
Certo che non lo rifarei più. È stato un gesto irresponsabile.
martedì 6 giugno 2023
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 6 giugno 1984 viene presentato in Russia il videogioco Tetris.
Siamo a Mosca, in un momento in cui il sistema economico sovietico non funziona granché bene. C’era però una piccola isoletta felice che funzionava bene chiamata Darodnicyn Computing Center, un centro di ricerca e sviluppo del governo dove le persone più intelligenti del paese erano libere di dire la propria e liberare la propria creatività senza alcun ostacolo. Lì, c’era anche la libertà d’espressione e chi lavorava per il Darodnicyn poteva sapere cosa succedeva oltre il confine; Come per l’appunto, Alexey Pajitnov.
Il 29enne Alexey era come tutti lì dentro un ingegnere elettronico, felice di essere “libero” di pensare e di sapere. L’industria aerospaziale del paese gli dava molti spunti per lavorare e in quel periodo studiava le traiettorie dei satelliti artificiali orbitanti: gli sputnik. Ma oltre allo spazio e all’elettronica Alexey era anche un amante dei giochi da tavolo che lo portavano a passare grandi quantità di tempo dietro alla dama, gli scacchi, i puzzle, e un gioco a noi poco conosciuto chiamato pentomino che consisteva nell’unire dodici forme differenti fino a che non si riusciva a realizzare un quadrato perfetto. Da lì la storia è facile da immaginare, Alexey comincia a trasferire il pentomino sul suo processore perdendoci molto tempo e fumando quantità industriali di sigarette. Un’impresa veramente ardua che lo portò a diminuire i pezzi da dodici a quattro, speculandoli anche. Una volta colorati tutti diversamente, il primo problema. Cosa fare di questi pezzi? Alexey ispirandosi come spesso faceva a menti come Newton, Einstein e Galileo arrivò subito alla soluzione: la gravità. I pezzi, chiamati tetramini cadevano dall’alto per posarsi sul fondo. Ogni volta che i tetramini riuscivano a riempire una linea interamente da destra a sinistra questa veniva eliminata e assegnando al giocatore un punteggio. Due righe in un solo colpo? Punteggio più alto, e così via. Ovviamente come ben sapete i pezzi potevano anche essere ruotati. La regola che Alexey decise già da subito fu quella del tempo infinito: un giocatore più era bravo e più avrebbe continuato la propria partita.
In poco, pochissimo tempo quel gioco divenne una droga per Alexey che per un attimo pensò di essere prossimo alla pazzia.
Un videogioco davvero poteva avere su di lui il potere di incollarlo allo schermo? I colleghi lo rassicurarono, succedeva anche a loro. Ci furono addirittura dei momenti in cui tutto il Computing Center si trovò a giocare a Tetris (fusione delle parole tetra e tennis). Il direttore di Alexey si soffermò a riflettere: perché i miei dipendenti giocano a Tetris così tanto da trascurare le proprie priorità lavorative? Semplice, la differenza tra questo diabolico videogioco e quelli americani è che in questi ultimi bisogna uccidere e distruggere, la creazione di Alexey è invece un qualcosa che necessita logica e abilità. In più, la voglia di giocare viene amplificata dal fatto che il Tetris non premia, ovvero ciò che si fa di buono viene eliminato e rimangono sul fondo solo gli errori che mettono nella testa la voglia di cercare di risolvere.
Il gioco passò di mano in mano fino a che tutta Mosca si mise a giocare a Tetris. Alexey sinceramente non aveva mai pensato a un’esclusiva sul videogioco e la possibilità di guadagnarci, anche perché nell’Unione Sovietica sarebbe stato punito con la prigione. E il Tetris addirittura attraversò i confini passando per le mani di una società britannica chiamata Maxwell Corporation. In un epoca in cui il pubblico era impressionato dal potersi svagare utilizzando una nuova tecnologia la Maxwell contattò la Atari per potere produrre il Tetris su consolle. Nel 1988 Tetris era un vero e proprio must per tutti e la Maxwell lo pubblicizzava con lo slogan “Dalla Russia con amore”. E Alexey come la prese? Alexey se ne fregava altamente, lui era impegnato con questioni più importanti come le guerre nucleari e le missioni spaziali.
Mentre tutto ciò succedeva, un giovane designer chiamato Henk Rogers che era seduto a un tavolo mangiando sushi a Tokio con il dirigente di un’azienda chiamata Nintendo discuteva su una fiera che avrebbe visitato il giorno dopo a Las Vegas, la Consumer Electronic Show. In effetti il suo lavoro consiste proprio in questo, girare il mondo e trovare prodotti accattivanti per questa azienda che sta per lanciare una grandissima novità sul mercato ovvero una consolle portatile: Il Game Boy. Henk rimane stupefatto da quel videogioco così tranquillo che non riesce a farlo smettere di giocare mentre dietro di lui si crea una fila di altri visitatori intenti a provare il Tetris. Ne compra una confezione e sposta il suo volo di ritorno in Giappone al giorno dopo, un prodotto così va sfruttato subito, il tempo è poco perché il Game Boy è quasi pronto. Henk chiama subito la Spectrum Electronics, azienda che compare sulla scatola del videogioco ma con grande sorpresa scopre che non sono loro a possedere i diritti; saranno loro stessi a dire che chi ha quei diritti è una società ungherese chiamata Andromeda. Henk non perde tempo, li contatta e scopre che c’è un accordo tra loro e il governo sovietico. Con le spalle coperte dalla Nintendo il ragazzo cerca in tutti i modi di bloccare il commercio per avere l’esclusiva spendendo qualsiasi cifra possibile, ma la Andromeda che prima era molto presa dalla proposta cambiò idea, portando per le lunghe la questione. Un fax a settimana per sollecitare e così per tre mesi, perché ci mettevano così tanto? Semplicemente perché l’azienda ungherese non aveva mai ripagato il governo sovietico. Henk questo non lo sapeva però e arrivò a pensare che forse la Andromeda stava portando avanti la trattativa con altri. Che fare? La soluzione migliore, saltare un passaggio e volare a Mosca, senza un indirizzo, senza un appuntamento. In quella città grigia senza un cartellone pubblicitario e le insegne luminose spente e soprattutto violando le leggi sovietiche che impongono agli stranieri di programmare preventivamente gli incontri d’affari motivando dove, quando e perché, riesce a farsi ricevere dal responsabile del ministero dove scopre che il Tetris beh, non è di nessuno. Fissa un appuntamento per il giorno dopo per chiudere l’affare quando andandosene, nei corridoi, intravede il Signor Maxwell della Maxwell Corporation. La Russia stava facendo il doppio gioco. Henk allora, uscito da lì chiamò immediatamente Alexey dicendogli il motivo per cui si trovava lì, ovvero produrre la sua creazione assieme al Game Boy. Alexey trovò Henk simpatico e nacque subito un’amicizia. Vederli assieme non sembrava assolutamente di guardare due persone che stavano facendo affari, sembravano più due ragazzi appassionati di videogiochi e nient’altro. Henk propone un contratto onesto cristallino con conteggi precisi sulle vendite e promette di non sgarrare sulla percentuale pattuita. Alexey è convinto, il progetto era interessante e ambizioso. L’accordo viene firmato dopo che Pajitnov riceve l’approvazione dal ministero. Henk è felicissimo di essere riuscito nel suo intento. L’unico problema è che la Atari stava già producendo il Tetris su una propria consolle portatile arrivando a vendere mezzo milione di unità su licenza della Mirrosoft, azienda del Signor Maxwell. Si andò per avvocati, una causa che diventò di dominio pubblico che forse oggi potremmo paragonare alla vicenda Apple-Samsung. La Nintendo era la Apple. Henk, felice di avere un lieto fine ricorda però l’amico Alexey, che non ha mai visto un soldo per colpa del governo sovietico che si intasca tutto senza lasciare nemmeno una minima parte al giovane programmatore russo. Inaccettabile. Lui aveva promesso un contratto trasparente che non per colpa sua non è stato mantenuto. Henk che comunque si sente in colpa lo convince a trasferirsi: destinazione Seattle, Microsoft.
Alexey programma giochi ed è felice, senza alcun risentimento per avere lasciato l’Unione Sovietica.
Come tutti sappiamo poi l’URSS cessò di esistere e dopo dieci anni il contratto della Nintendo si sciolse facendo tornare tutti i diritti ad Alexey che dal 1996 comincia a ricevere i suoi proventi. Inutile dire che nel giro di poco tempo Alexey divenne ricco.
Il russo, felicissimo, assieme all’amico Henk, decise poi di formare la Tetris Company con sede alle Hawaii, la società che ancora oggi detiene tutti i diritti del videogioco.
Ancora oggi il Tetris continua a vendere dopo oltre 30 anni. Nonostante sia un gioco oramai “antiquato” è disponibile per tutti i telefoni cellulari di ultima generazione e ogni anno si disputano un gran numero di tornei in tutto il mondo (da menzionare il campionato mondiale che avviene presso il campus dell’università della South California dove partecipano i più grandi campioni provenienti da ogni angolo terrestre, con un premio di cinque mila dollari e un trofeo ispirato al tetramino T). Un prodotto così diffuso che attira l’attenzione di psicologi, sociologi, comportamentisti ed esperti di salute sociale. Un recente studio dimostra addirittura che il Tetris farebbe bene al cervello producendo una corteccia cerebrale più spessa.
domenica 9 aprile 2023
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 9 aprile 1867 viene ratificato il trattato per la vendita dell'Alaska dalla Russia agli Stati Uniti d'America.
Nel 19° Secolo, l’Alaska russa era un centro di commercio internazionale. Nella capitale Novoarkhangelesk (l’odierna Sitka) i mercanti commerciavano manufatti cinesi, the e ghiaccio, fortemente richiesto dal Sud degli USA prima dell’invenzione del congelatore. Si costruivano navi e fabbriche e si estraeva il carbone. Inoltre era già nota la presenza di giacimenti auriferi nell’area. Cedere questa terra sembrava una pazzia. I mercanti russi erano attratti dall’Alaska per l’avorio di tricheco (costoso quanto quello di elefante) e le costose pellicce di lontra marina, che potevano procurarsi contrattando con le popolazioni indigene dell’area. Il commercio era gestito dalla RAC (Russian-American Company), compagnia creata da avventurieri, esploratori e imprenditori. La compagnia controllava le miniere e i minerali dell’Alaska, stringeva accordi con Stati stranieri e aveva perfino una sua moneta e una sua bandiera.
Questi privilegi erano garantiti alla compagnia dal governo imperiale. Il governo zarista non solo ricavava grandi ritorni fiscali dalla compagnia, ma ne era pure in parte proprietario. La famiglia imperiale era infatti tra gli azionisti della RAC.
Il più grande governatore degli insediamenti russi in America fu il talentuoso mercante Alexander Baranov.
Costruì scuole e fabbriche, insegnò ai nativi la coltivazione della rutabaga e della patata, costruì fortezze e cantieri navali ed espanse il commercio della lontra marina. Baranov si soprannominò “Il Pizarro Russo” e si legò all’Alaska non solo con la borsa, ma pure con il cuore sposando la figlia di un capo Aleuto.
Durante il governo di Baranov la RAC fece lucrosi guadagni. I profitti crebbero del 1.000%. Quando un ormai senescente Baranov si dimise, venne rimpiazzato dal luogotenente Hagemeister che portò con se nuovi impiegati ed azionisti dalle cerchie militari. Lo statuto venne modificato per permettere solo a ufficiali navali di poter prendere il comando della compagnia. I militari si appropriarono ben presto dei profitti della compagnia, ma con le loro azioni finirono poi per rovinarla.
I nuovi padroni stabilirono per loro stessi compensi astronomici. All’epoca un comune ufficiale militare guadagnava 1.500 rubli all’anno (paragonabile allo stipendio di ministri e senatori), mentre i capi della RAC guadagnavano 150.000 rubli l’anno. Compravano la pelliccia a metà prezzo dalla popolazione autoctona. Come conseguenza gli esquimesi e gli aleuti sterminarono le lontre marine, privando l’Alaska del suo commercio più prezioso. I nativi cominciarono a soffrire ristrettezze economiche e si ribellarono, le loro ribellioni vennero represse dai Russi con bombardamenti dei villaggi costieri.
Gli ufficiali cominciarono a cercare nuove fonti di reddito. In conseguenza cominciarono a commerciare the e ghiaccio, ma gli avidi uomini d’affari non furono in grado neppure di organizzare il tutto, e ovviamente abbassare i loro salari era impensabile. La RAC quindi ottenne un lauto sussidio pubblico di 200.000 rubli l’anno, ma nemmeno questo risollevò la compagnia.
E quindi venne la Guerra di Crimea, con Regno Unito, Francia e Impero Ottomano alleati contro la Russia. Fu chiaro fin dal principio che la Russia non era in grado di difendere e di rifornire l’Alaska, dato che le rotte marine erano controllate dagli avversari. Si affievolirono anche le speranze sullo sfruttamento dell’oro. Era forte il timore che i britannici potessero bloccare l’Alaska e lasciare la Russia a mani vuote.
Le tensioni tra Mosca e Londra crebbero, mentre le relazioni con gli Stati Uniti divennero invece molto migliori. Ambo le parti partorirono quasi simultaneamente l’idea della cessione. Il Barone Edward de Stoeckl, l’inviato russo a Washington, aprì i colloqui col ministro degli esteri americano William Sweard per conto dello zar.
Mentre i burocrati trattavano, l’opinione pubblica di ambo i paesi era decisamente contraria all’accordo. “Come possiamo dar via questa terra per cui abbiamo speso risorse e tempo nel suo sviluppo, terra dove è appena arrivato il telegrafo e dove sono state scoperte miniere d’oro” scrivevano i giornali russi. “Perché l’America avrebbe bisogno di una “scatola di ghiaccio” e di 50mila esquimesi che bevono olio di pesce la mattina?” si chiedeva indignata la stampa statunitense.
Non era indignata solo la stampa, anche il Congresso non approvava l’acquisto. Ma il 30 Marzo del 1867, a Washington D.C. le parti siglarono comunque l’accordo per la vendita di 1 milione e mezzo di ettari di terreno di proprietà russa in America per la cifra di 7.2 milioni di dollari, 2 centesimi per acro, una somma puramente simbolica. All’epoca un equivalente appezzamento di terra completamente improduttivo in Siberia sarebbe costato oltre 1.000 volte tanto sul mercato interno. Ma la situazione era critica e la Russia rischiava di non prendere nemmeno quello.
La consegna ufficiale della terra avvenne a Novoarkhangelsk. I soldati Russi e Statunitensi si allinearono vicino al pennone da cui la bandiera russa cominciò a scendere accompagnata dai saluti rituali. Però la bandiera rimase incagliata in cima al pennone. Il marinaio che si arrampicò per disincagliare la bandiera la gettò giù, dritta sulle baionette dei soldati Russi. Era un brutto presagio! Poco dopo gli Statunitensi cominciarono a requisire i palazzi della città che cambiò nome in Sitka. Centinaia di Russi che si rifiutarono di prendere la cittadinanza statunitense dovettero scappare su navi mercantili e non raggiunsero casa fino all’anno seguente.
Passo poco tempo e dalla “scatola di ghiaccio” cominciò a fluire l’oro. La corsa all’oro del Klondike cominciò in Alaska, portando agli Stati Uniti migliaia di milioni di dollari. Ovviamente tutto ciò era seccante. Ma è impossibile sapere come sarebbero evolute le relazioni tra le maggiori potenze mondiali se la Russia non fosse fuggita in tempo dalla problematica e infruttuosa regione. Regione che mercanti talentuosi e spavaldi avevano reso fruttuosa ma che avidi ufficiali della marina avevano distrutto.
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