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sabato 21 febbraio 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
La sera del 21 febbraio 2001 Susy Cassini, 41 anni, rincasa a Novi Ligure insieme al figlio Gianluca De Nardo, 11 anni, intorno alle 19.30. Suona il campanello ed Erika De Nardo, la figlia sedicenne, apre la porta. Insieme vanno in cucina e tra madre e figlia comincia probabilmente l'ennesima discussione dovuta ai brutti voti scolastici della ragazza che studiava all'Istituto San Giorgio - dopo due anni molto deludenti al liceo scientifico - ed ai timori della madre sulle possibili cattive frequentazioni della figlia. Poi arriva la prima coltellata. Soltanto a questo punto la giovane si infila i guanti. Omar Favaro, fidanzato diciasettenne di Erika, che era in casa, nascosto nel bagno del pianterreno dove aveva già indossato i guanti, accorre a dar manforte ad Erika. I due ragazzi riescono ad aggredire Susy alle spalle: uno dei due le tappa la bocca con una mano, l'altro comincia a menare fendenti con il coltello. Anche l'altro comincia a colpire. La donna si dibatte, tenta di sfuggire alla furia omicida dei due, e va a sbattere contro il tavolo della cucina, che per la violenza dell'urto si spezza in due. Il sangue schizza e macchia i vestiti mentre i due fidanzatini continuano ad accoltellarla finché non respira più. Saranno in tutto 40 le coltellate inflitte alla donna. Omar affermò che prima di morire Susy Cassini avrebbe gridato alla figlia "Erika, ti perdono", implorandola di risparmiare il fratello.
Nel frattempo il trambusto generatosi ha attirato Gianluca (il fratellino di Erika) che dal piano superiore dove stava preparandosi a fare il bagno (era appena tornato da una partita di pallacanestro dopo aver corso e sudato) è sceso al pian terreno dove ha assistito atterrito all'omicidio della madre. Gianluca viene colpito una prima volta al piano terra dalla sorella, come dimostrato da uno schizzo di sangue del bambino rinvenuto sul cavo del telefono della cucina. Dopodiché Erika convince il fratello a seguirla al piano superiore cercando di calmarlo. Gocce di sangue della giovane vittima vengono rinvenute anche sulle scale che conducono al primo piano, segno che Gianluca è risalito al piano superiore quando era già stato ferito. I piedi dei due assassini lasciano tracce sulle scale, c'è sangue anche sul muro, il segno delle mani dei due che si appoggiano per agevolare la corsa (indice secondo i giudici di una manifesta furia omicida). Piccole gocce cadono dai coltelli. Erika porta il fratellino in bagno con la scusa di aiutarlo a lavarsi e medicargli la ferita, ma Gianluca, in preda al panico, fugge e cerca rifugio nella camera di Erika ed è qui che riceve ulteriori coltellate.
Intanto, per evitare che i vicini udissero grida, Erika alza al massimo il volume dello stereo, sulla cui manopola vengono rilevate altre tracce ematiche. Nei piani dei due assassini probabilmente non vi era l'eliminazione di Gianluca, ma la sua presenza imprevista sulla scena del crimine e la sua reazione ne hanno fatto uno scomodo testimone. Forse dopo un veloce conciliabolo viene presa la decisione di eliminarlo. Nel frattempo Gianluca con le poche forze rimaste scappa e cerca rifugio nel bagno. È la fine. Inizialmente, Erika cerca di fargli bere del topicida (resti di una polvere azzurra poi risultata essere un topicida furono rinvenuti vicino alla vasca da bagno, nel pianerottolo del piano superiore, e nelle scale), poi lo butta nell'acqua della vasca e tenta di affogarlo. I fidanzati, forse perché presi dal panico non riescono però nel loro tentativo di affogare Gianluca (che si difende disperatamente riuscendo anche a ferire Omar mordendolo nella zona della prima piega interdigitale della mano destra procurandogli una ferita sanguinante), ma avendo con sé ancora uno dei coltelli usati per uccidere Susy, ricominciano a colpirlo. La furia dei due giovani diventa bestiale. Colpiscono di nuovo e serviranno in tutto ben 57 coltellate, per farlo smettere di agitarsi dopo almeno un quarto d'ora d'agonia.
I due ragazzi tornano al piano terra. Sul sangue che imbratta le scale sono rimaste impresse le impronte dei piedi che ripercorrono la stessa strada in discesa. E accanto altre goccioline cadute dai coltelli. “Piccole macchie rotonde - puntualizza un investigatore - tipiche dello sgocciolamento”. Tra i due scoppia una discussione circa l'opportunità di aspettare il rientro del padre della ragazza per uccidere anche lui. Erika insiste ma Omar sostiene di essere troppo stanco e le replica: "Se vuoi, uccidilo da sola". Dopodiché i ragazzi cercano di lavare il sangue, ma non ci riescono. Lavano comunque le armi per nascondere le impronte. Un coltello lo chiudono in un sacchetto insieme a un paio di guanti. L'altro resta nella casa, sul pavimento della cucina. Alle 20.50 si dividono. Omar esce dalla porta principale. Un testimone lo nota perché ha i pantaloni sporchi di sangue. “È andato via in motorino”, racconta il giorno dopo ai carabinieri. Erika passa invece dal garage. I suoi piedi lasciano le impronte sul pavimento e anche in questo caso gli esami confermano: sono le tracce lasciate da una persona che non corre, ma cammina. Dopo aver inferto, insieme al fidanzato, 97 coltellate a madre e fratello.
Dopo il delitto e l'arrivo delle forze dell'ordine, Erika De Nardo, allora studentessa al terzo anno presso un istituto tecnico per geometri, narrò, con vistosi errori e contraddizioni, di una rapina ad opera di extracomunitari finita in tragedia, fornendo una descrizione di due malviventi che a suo dire ne sarebbero stati responsabili. Un giovane albanese ritenuto somigliante all'identikit fornito dalla ragazza venne prontamente rintracciato, ma l'alibi fu riscontrato essere valido.
L'ipotesi di una rapina degenerata parve quasi immediatamente perdere consistenza. Nessuna porta o finestra della casa mostrava segni di forzatura ed i due cani da guardia della famiglia non avevano abbaiato. I vicini di casa non avevano notato rumori insoliti, le armi con cui erano state assalite e uccise le vittime appartenevano alla famiglia (si trattava di due coltelli facenti parte del servizio da cucina) e sembrava improbabile che una rapina, che oltretutto non aveva nemmeno avuto luogo, dal momento che nessun oggetto di valore era stato sottratto, potesse essere il movente di tanta ferocia. Fu possibile capire con certezza chi fossero i veri autori del delitto in base a registrazioni ambientali.
Lasciati soli nell'anticamera della locale caserma dei Carabinieri nella quale erano installate microspie e telecamere nascoste, tra il 22 ed il 23 febbraio, i due omicidi allora adolescenti, occupati a scambiarsi effusioni e scherzare tra loro, "confessarono" involontariamente l'esecuzione, parlandone tra loro, confrontandosi sugli identikit che la ragazza avrebbe dovuto disegnare per la polizia (ad un certo punto si sentì Omar rimproverare la fidanzata perché aveva tracciato un volto troppo somigliante a lui: "'Non vorrai mica che ci freghiamo da soli, sarebbe il massimo!") e, sembra, ipotizzando un tentativo di fuga in caso su di loro si fossero addensati i sospetti.
Una telecamera inquadrò Erika che mimava il gesto della coltellata mentre mormorava "gliel'ho dato qui" e chiedeva al fidanzatino: "Ti sei divertito vero a ucciderli?" mentre Omar la strattonava sbottando "vieni qui, assassina" e rinfacciandole "tu non sai, non è un gioco questo... sono morte due persone è una roba da ergastolo". Poco prima la ragazza aveva commentato "Adesso possiamo andare in giro come una coppia vera" e raccomandato ad Omar di vestirsi bene ai funerali delle loro vittime, previsti per il giorno successivo; funerali ai quali, peraltro, la giovane non poté partecipare, trovandosi già in carcere.
Verso le ore 19 del 23 febbraio 2001 i due vennero definitivamente posti in stato di fermo e quindi condotti nel carcere minorile "Ferrante Aporti" di Torino. Di qui in poi, Erika e Omar si rinfacceranno a vicenda la responsabilità di quanto avvenuto, smentiti però dai rilievi del RIS di Parma, che ricostruì che entrambi avevano partecipato in egual misura agli omicidi. In seguito ad un tentativo di contattare l'ex fidanzatino per concordare una versione che tentasse di scagionarli, Erika De Nardo venne trasferita al carcere minorile "Cesare Beccaria" di Milano. Pare inoltre che la ragazza fosse oggetto di ostilità da parte delle altre detenute, per lo più recluse per reati minori e insofferenti per le attenzioni riservate alla De Nardo.
Nel corso delle indagini emerse una certa conflittualità tra Erika e la madre: litigi causati dallo scarso rendimento scolastico della ragazza e dal fatto che Susy Cassini disapprovava la relazione della figlia con Omar, e temeva che i due giovani facessero uso di stupefacenti (circostanza confermata, anche se fu escluso che la coppia fosse in stato di alterazione provocato dall'uso di droga la sera del delitto o che la loro situazione fosse riconducibile ad una tossicodipendenza vera e propria) .
Il 14 dicembre 2001 Erika De Nardo e Omar Favaro vennero condannati dal Tribunale per i Minorenni di Torino rispettivamente a 16 e 14 anni di reclusione. In seguito, le condanne sono state confermate, prima dalla Corte d'Appello di Torino il 30 maggio 2002 e poi, in via definitiva, dalla Corte di Cassazione il 9 aprile 2003.
Secondo le sentenze, pur nell'«apparente assenza di un comprensibile movente», l'ideazione dei delitti è da ascrivere a Erika, da cui era «certamente partita l' idea», anche se in finale «il ruolo di Omar fu concretamente molto rilevante e sostanzialmente paritario». Erika e Omar hanno premeditato i delitti con «un progetto lucido, aberrante, che si fissa e che poco per volta diventa un concreto traguardo da raggiungere, un traguardo utilitaristico». Avevano «un' idea fissa», ma questa idea fissa non «diminuisce né annulla la capacità di intendere e di volere». Chi uccide «gli altri e magari se stesso nella convinzione di eliminare un ostacolo all'affermarsi di un progetto importante» coltiva un'idea fissa, ma non sarà ritenuto incapace di intendere: non lo sono «né i terroristi, né i kamikaze». Scrivono ancora i giudici: "due omicidi che per efferatezza, per il contesto, per la personalità degli autori e per l'apparente assenza di un comprensibile movente si pongono come uno degli episodi più drammaticamente inquietanti della storia giudiziaria del nostro paese".
Il 3 marzo 2010 Omar è uscito di prigione, avendo anche beneficiato dell'indulto e di sconti per la buona condotta. Il giovane ha dichiarato di essere intenzionato a concludere gli studi e di non voler più pensare ad Erika verso la quale non porterebbe alcun rancore.
Il 5 dicembre 2011 è stata disposta la scarcerazione di Erika, la quale, dopo aver conseguito la Laurea in Lingua e Letteratura Italiana nell'aprile del 2009, ha dichiarato di volersi rifare una vita costruendosi anche una famiglia.
Il 6 dicembre ha lasciato la Comunità Exodus di Lonato (BS) di don Antonio Mazzi ed è ritornata una persona libera. Nel 2019 si è sposata ed è ora anche mamma.
giovedì 13 marzo 2025
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 13 marzo.
Il 13 marzo 1996 nel Regno Unito ebbe luogo il massacro di Dunblane.
Il massacro della scuola di Dunblane fu una strage avvenuta il 13 marzo 1996 alla Primary School di Dunblane, in Scozia, dove un uomo armato, Thomas Watt Hamilton, uccise a colpi di pistola 16 scolari di età compresa tra i 5 e i 6 anni e la loro insegnante, prima di suicidarsi. Si tratta di uno dei peggiori massacri di questo genere avvenuti nel Regno Unito.
Alle 9.30 del mattino di mercoledì 13 marzo 1996, un uomo di 42 anni, Thomas Watt Hamilton, armato di quattro pistole e munito di paraorecchie, fece irruzione nella palestra della Primary School di Dunblane, dove 29 bambini della prima elementare avevano da poco cominciato l'ora di ginnastica. Hamilton estrasse una dopo l'altra le pistole che aveva in dotazione, iniziando a sparare quasi immediatamente e facendo fuoco sui bimbi e sul personale docente: la mattanza durò circa due-tre minuti. Compiuta la strage, l'uomo rivolse la pistola contro di sé e si tolse la vita. Si calcola che Hamilton usò in tutto 105 proiettili.
Nel pomeriggio, il portavoce della polizia Louis Mann comunicò che i morti, oltre all'assassino, erano 17, 16 bambini e la loro maestra, Gwen Mayor. L'insegnante, che fu uccisa con sei pallottole (di cui una le aveva sfondato l'occhio destro), e 15 bambini erano morti sul colpo, mentre un altro bambino era deceduto dopo il ricovero in ospedale. I corpi dei bambini morti nel massacro furono portati nella Royal Infirmery di Stirling per il riconoscimento da parte dei genitori. La dozzina di altre persone (in gran parte bambini) rimaste ferite, tre delle quali in gravi condizioni, furono invece condotte all'ospedale di Stirling.
Per questo massacro la regina Elisabetta II d'Inghilterra proclamò il lutto nazionale.
L'esecutore della strage, Thomas Watt Hamilton, covava l'idea di vendicarsi dal 1975, anno in cui, ventunenne, fu cacciato dalla Stirling Scout Group, dov'era capo scout, per il sospetto di "attenzioni particolari" nei confronti dei bambini. Da allora, Hamilton iniziò ad odiare la società e a dedicarsi all'hobby delle armi da fuoco, anche se in questo passatempo incontrò spesso la diffidenza delle società di tiro, che sovente gli negarono la tessera. Dalla testimonianza di una vicina, che era entrata nella casa dell'assassino, si apprese che nella stanza di quest'ultimo stavano appese foto di ragazzini seminudi. Altri vicini raccontarono di aver visto molti giovani entrare ed uscire ogni giorno dalla casa di Hamilton.
Un vicino, dopo la strage disse:
«Voleva sempre fotografare i ragazzi, a molti diceva di togliersi la camicia o la maglietta perché le foto venissero meglio »
Un altro vicino sottolineò invece il carattere solitario e la passione di Hamilton per le armi da fuoco:
«Viveva solitario, come un lupo. Aveva la passione per le pistole, un giorno ha voluto a tutti i costi mostrarmele »
Lo stesso Hamilton, cinque giorni prima della strage, aveva inviato un messaggio alla regina Elisabetta II, in cui c'era scritto: "Odio il mondo".
Oltre all'assassino suicida, le vittime furono:
Gwen Mayor (45 anni, insegnante)
Victoria Elizabeth Clydesdale (5 anni)
Emma Elizabeth Crozier (5 anni)
Melissa Helen Currie (5 anni)
Charlotte Louise Dunn (5 anni)
Kevin Allan Hasell (5 anni)
Ross William Irvine (5 anni)
David Charles Kerr (5 anni)
Mhairi Isabel MacBeath (5 anni)
Brett McKinnon (6 anni)
Abigail Joanne McLennan (5 anni)
Emily Morton (5 anni)
Sophie Jane Lockwood North (5 anni)
John Petrie (5 anni)
Joanna Caroline Ross (5 anni)
Hannah Louise Scott (5 anni)
Megan Turner (5 anni)
Il ferito più grave fu un bambino di nome Coll, che rimase a lungo in coma, e che a seguito delle ferite riportate, perse la vista e l'udito all'orecchio destro.
Tra i superstiti della strage, vi furono anche due future star del tennis, i fratelli Andy e Jamie Murray, all'epoca rispettivamente di otto e nove anni. I due fratelli Murray al momento della sparatoria si trovavano in palestra, ma riuscirono a salvarsi, nascondendosi sotto una cattedra. Nel 2004, Andy Murray dedicò la sua vittoria nel torneo juniores di Flushing Meadows proprio alle vittime della strage, che accomunò ai bambini caduti nella strage di Beslan. Il tennista dichiarò:
«Di quel giorno ricordo poco. So che ho realmente capito l'enormità di quello che era successo - ha raccontato - solo tre o quattro anni dopo, quando il peggio era passato, la gente cominciava pian piano a riprendersi e la vita a tornare alla normalità »
Andy Murray tornò a parlare del massacro di Dunblane nella sua autobiografia Hitting Back, pubblicata nel 2009. Parlò dell'omicida in questi termini:
«La cosa più orrenda è che conoscevamo tutti quel ragazzo. Mia madre gli dava spesso un passaggio. È stato nella sua auto. È ovviamente qualcosa di terribile sapere che hai avuto un omicida seduto nella tua auto. Accanto a tua madre »
Andy Murray decise però di raccontare in pubblico quanto successo il 13 marzo 1996 per la prima volta soltanto nel 2013, in un documentario della BBC.
Una messa in ricordo delle vittime fu tenuta nell'ottobre del 1996, mentre all'interno della Cattedrale di Dunblane fu eretta una stele che ricorda il massacro.
L'anno successivo fu interamente demolita la palestra dove avvenne la strage, in seguito alla richiesta unanime dei genitori delle vittime e del corpo insegnanti.
Inoltre, nel settembre del 2004, fu aperto un centro sportivo intitolato alle vittime della strage.
lunedì 3 febbraio 2025
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 3 febbraio.
Il 3 febbraio 1998 Karla Faye Tucker viene giustiziata in Texas, prima donna a subire la condanna da oltre 14 anni.
Karla Faye Tucker nacque in una famiglia problematica (il padre, non biologico, era uno scaricatore di porto che se ne andò di casa, la madre una prostituta tossicodipendente e groupie di una rock band); a otto anni fumava sigarette, a 12 faceva uso di droghe pesanti, come eroina, e si prostituiva seguendo l'esempio della madre, per vivere e procurarsi la droga. A 16 anni si sposò con un meccanico, divorziando poco dopo.
Nel 1983, sotto l'effetto delle droghe, con il fidanzato dell'epoca Daniel Garrett e alcuni complici, Karla Tucker uccise per rapina o più probabilmente per vendetta il suo ex compagno Jerry Lean Dean, colpevole di averle rubato delle fotografie e di aver picchiato una sua amica, l'ex moglie di Dean, Shawn; entrambi colpirono a colpi di piccone e martello (impugnato da Garrett) Dean e Deborah Thornton che si trovava nel letto di lui: quest'ultima venne uccisa da Karla utilizzando una piccozza, in quanto testimone scomoda del primo omicidio e perché amante di Dean stesso, da cui si era rifugiata dopo essere fuggita dal marito, Richard Thornton, obeso, malato e violento, con cui aveva quattro figli.
Karla venne quindi condannata a morte l'anno successivo, con la testimonianza determinante del fratello di Garrett, con cui lei e i complici si erano vantati del delitto. Anche Garrett fu condannato a morte, ma morì in carcere di epatite prima dell'esecuzione, nel 1993. Gli altri ebbero pene minori, dall'ergastolo in giù.
Durante la carcerazione la Tucker si disintossicò per la prima volta nella sua vita e non assunse mai più droghe, si avvicinò alla lettura della Bibbia e divenne parte dei cristiani rinati evangelici, che sostenne la sua grazia, nella maggioranza dei suoi esponenti; sposò in seconde nozze il cappellano evangelico del carcere, il reverendo Dana Lane Brown e si dedicò ai programmi di recupero di detenuti tossicodipendenti. Quando decise di chiedere la grazia non richiese la libertà vigilata, ma accettò l'ergastolo senza condizionale, chiedendo di poter lavorare come volontaria e assistente spirituale accanto a un pastore o ministro di culto evangelico per gli altri detenuti e detenute.
L'ultima donna messa a morte in Texas era stata giustiziata nel 1863 durante la guerra civile, mentre in tutto il Paese nel 1984; prima ancora non c'erano state esecuzioni di donne dal tempo di Ethel Greenglass e di suo marito Julius Rosenberg, accusati di spionaggio nel 1953; inoltre il Texas, nonostante o forse proprio per il maschilismo diffuso, considerava il crimine violento tipicamente maschile e si opponeva alla criminalizzazione eccessiva delle donne. Per ciò, per la sua vita difficile e per la celebre e pubblicizzata sui giornali conversione al cristianesimo, ci fu un grande e inusuale movimento internazionale e nazionale che chiedeva la grazia e la commutazione della pena in ergastolo; esso comprendeva anche alcuni rappresentanti politici e diplomatici di alcuni governi stranieri, tra essi il Presidente della Repubblica Italiana Oscar Luigi Scalfaro (in gioventù come procuratore aveva chiesto la pena capitale per alcuni fascisti, ma in seguito ne era divenuto uno strenuo oppositore, per le sue convinzioni cattoliche e giuridiche), che chiese ufficialmente un provvedimento di clemenza, oltre al papa Giovanni Paolo II, sempre attivo sul fronte abolizionista, assieme a numerosi esponenti di varie religioni come il telepredicatore battista-evangelico della destra cristiana Pat Robertson e varie associazioni abolizioniste, anche se in misura minore - per quanto riguarda l'estero - rispetto a quanto avvenuto per Joseph O'Dell, ignorato in patria ma sostenuto in Europa (probabilmente per il fatto che si era dichiarato strenuamente innocente) o per altri condannati celebri difesi dall'opinione pubblica.
La Commissione per la Grazia e la Libertà Condizionale del Texas (affermando che se graziata sarebbe potuta uscire nel 2003, secondo la legge texana) e l'allora governatore dello Stato George W. Bush - appartenente anch'egli ai cristiani rinati, ma che si oppose alla sospensione per tenere fede al suo programma elettorale e rispondere alla accuse secondo le quali solo gli uomini di colore subiscono solitamente la pena di morte - rifiutarono la commutazione della pena e la Tucker venne giustiziata tramite iniezione letale nella prigione di Huntsville, alle ore 18:45 del 3 febbraio 1998. All'esecuzione erano presenti il padre, la sorella e il marito di Karla, oltre al fratello di Deborah Thornton che, a differenza del marito della vittima (anch'egli presente con i parenti e forte sostenitore del provvedimento), aveva chiesto anch'egli la grazia, ritenendo il caso della Tucker come un "buon esempio di funzionamento del sistema" e "ravvedimento". La madre di Karla non volle assistere perché troppo turbata.
Karla Faye Tucker è sepolta al Forest Park Lawndale Cemetery di Houston.
Il caso Tucker avvenne nello stesso periodo in cui la magistratura italiana indagava sulla strage colposa del Cermis a opera di piloti statunitensi e nello stesso periodo in cui veniva trattata (da tempo senza alcun successo) l'estradizione di Silvia Baraldini, detenuta negli USA per reati collegati alla politica, in particolare per aver favorito l'evasione di Assata Shakur: questi fatti, soprattutto quelli del Cermis, uniti alla forte emozione per l'esecuzione, portarono il presidente italiano Scalfaro a lanciare un duro attacco verbale agli Stati Uniti, in cui accusò gli americani di «giocare con la vita umana»; in particolare Scalfaro si rivolse contro il governatore e futuro Presidente degli Stati Uniti George W. Bush, con cui avrà sempre un rapporto difficile.
Il capitano di polizia penitenziaria della "Squadra dell'Edificio della Morte", cioè degli addetti alle esecuzioni del carcere di Huntsville, Fred Allen, fino ad allora favorevole alla massima sanzione, dopo la storia e la conoscenza di Karla Tucker divenne un oppositore della pena capitale; ebbe inoltre un crollo nervoso e fu costretto prima a lasciare quel lavoro e poi al pensionamento anticipato.
Suor Helen Prejean, la religiosa cattolica nota principalmente come attivista anti-pena di morte, criticò anch'essa duramente George Bush in diretta sullo show di Larry King l'anno seguente, nello stesso show in cui il governatore era apparso precedentemente per rispondere al conduttore che l'aveva sollecitato su un appello televisivo della stessa Karla Tucker (andato in onda nello stesso programma TV in una puntata dell'anno prima); in quell'occasione Bush aveva respinto ogni appello, e in un'intervista scritta del 1999 a Talk Magazine avrebbe deriso la Tucker imitando persino la sua voce, venendo sommerso dalle critiche per quella che fu percepita come una mancanza di rispetto, cosa a cui cercò poi di rimediare con riferimenti religiosi e dicendo di pregare per lei (suscitando la rabbia degli abolizionisti).
Dopo la sua esecuzione, ce ne saranno altre di donne detenute nel braccio della morte texano (Frances Elaine Newton, Betty Lou Beets), ma anche, sull'onda del caso Tucker, delle commutazioni in ergastolo (Pamela Lynn Perillo, 2000).Inoltre, tra i detenuti uomini (ma costituendo un'eccezione sia maschile sia femminile alla politica texana), ci fu l'unica commutazione a poche ore dall'esecuzione avvenuta dal 1976 in poi, quando la Commissione per la Grazia e la Libertà Vigilata consigliò al governatore Rick Perry la commutazione in ergastolo con la condizionale per Kenneth Foster, jr.
sabato 2 novembre 2024
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 2 novembre 2004 ad Amsterdam viene ucciso Theo Van Gogh, nipote del celebre pittore.
Un evento che tutti ricordano bene in Olanda. Per il livello elevato di efferatezza: vedere in pieno giorno, nel rush hour e per giunta su una trafficatissima via ciclabile del quadrante est della città un uomo prima freddato con otto colpi, poi sgozzato, quindi colpito al cuore non è cosa comune ad Amsterdam. E forse non lo è da nessuna parte.
Ma nessuno dimenticherà quel 2 novembre anche per la fortissima carica simbolica che quella vicenda si portava dietro: quell’omicidio è stato molto più di un efferato caso di cronaca nera. Il regista Theo van Gogh era un personaggio particolare che incarnava molto bene una delle culture dominanti e più radicata nel paese dei tulipani, una versione riveduta, corretta e conservatrice della tradizione degli artisti-provocatori che avevano scosso la nazione negli anni ’60.
Con un cognome ingombrante come la sua stazza fisica, Theo van Gogh si era ritagliato quel ruolo di artista-film maker eccentrico, fastidioso ed irritante, fuori dagli schemi e dalle righe: un po’ Carmelo Bene (d’Olanda) un po’ Vittorio Sgarbi, con una passione viscerale per le apparizioni televisive, per il turpiloquio e per la provocazione a tutti i costi. Per ragioni diverse, tra i suoi detrattori ed i supporter, si era costruito un vero e proprio esercito di seguaci che lo seguivano dalle pagine del suo sito, il “Gezonde roker” (il fumatore sano) dove se la prendeva con tutto e con tutti.
Ed il livello di fastidio che hanno provocato molte sue stomachevoli sparate, sono ancora oggetto di discussione pubblica: dalla poco elegante battuta sui musulmani, che sosteneva praticassero abitualmente sesso con animali “ad un’orripilante gag televisiva sulle camere a gas, dove commentò l’odore caramelloso che emanerebbe un diabetico bruciato nei forni, il gusto del grandguignolesco e per lo scandalo erano il suo marchio di fabbrica. Riteneva che l’islamofobia e l’antisemitismo, insieme al sessismo ed al razzismo, tanto per non fare torto a nessuno, non fossero sparate blasfeme oppure offensive ma semplicemente libertà d’espressione.
Se Van Gogh fosse un genio visionario che sfotteva vizi e virtù dell’occidente o uno sciatto ed egocentrico sciacallo con la lingua troppo lunga è questione ancora aperta; fatto sta che quel 2 novembre l’esecuzione quasi rituale (gli spari, lo sgozzamento e infine la pugnalata al cuore) del simbolo di una certa Olanda bianca, cadeva per mano del simbolo di un’altra Olanda, quella alloctona delle seconde e terze generazioni di immigrati che non erano riusciti ad integrarsi.
Se Pym Fortuin era stato giustiziato da un olandese, Theo Van Gogh è stato freddato da un ‘corpo estraneo’ ai Paesi Bassi, Mohammed Bouyeri uno dei tanti figli di immigrati cresciuti senza cultura e senza opportunità che popolano gli anonimi quartieri della periferia sud-ovest di Amsterdam. Quell’esecuzione senza un perché (la motivazione sarebbe stata l’offesa arrecata all’islam dal cortometraggio islamofobo di Van Gogh “Submission”) è stato un po' l’11 settembre olandese, il trampolino di lancio per la carriera politica di Geert Wilders e forse la fine di una certa idea di Olanda. Che da allora, nonostante la comunità musulmana nel paese sia consistente e in maggioranza ben integrata, si è ritrovata più intollerante e meno impermeabile a razzismi e populismi.
domenica 4 agosto 2024
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 4 agosto 1892 la famiglia di Lizzie Borden viene assassinata brutalmente.
La mattina del 4 agosto 1892, come di consuetudine, i coniugi Borden si svegliarono presto. La cameriera irlandese, Bridget Sullivan, servì la colazione ad Andrew, il capo-famiglia, e alla sua seconda moglie Abby, poco amata dalle due figlie di primo letto dell’uomo, Emma di 42 anni, e Lizzie, di 32.
Quel giorno la figlia maggiore era assente, in vacanza da alcuni parenti. Lizzie invece dormiva; scese solo dopo che lo zio materno, John Morse, arrivato inaspettatamente il giorno prima per vedere le nipoti, aveva lasciato la casa.
Intanto, la mattina trascorreva quieta, con le normali attività della famiglia: Andrew si era recato, verso le nove del mattino, nel centro della città, Fall River (Massachusetts), per occuparsi dei suoi svariati e lucrosi affari (banche, proprietà immobiliari e terriere). La moglie Abby era salita al piano di sopra per rifare il letto dove aveva dormito Morse la notte prima.
Verso le 10.30 Andrew era rientrato a casa, costretto a farsi aprire dalla cameriera, perché la porta era bloccata. Lizzie scese al piano di sotto per informare il padre che la “signora Borden” (come veniva abitualmente chiamata la matrigna dalle due sorelle) si era allontanata da casa dopo aver ricevuto un biglietto che la informava della malattia di un’amica.
Andrew andò per pochi minuti nella propria stanza e poi tornò in salotto, per schiacciare un pisolino. La domestica quella mattina non si sentiva bene, forse per un’influenza, e andò a riposarsi. Fu svegliata dalle urla di Lizzie, che aveva trovato il padre morto sul divano. La domestica uscì per andare a cercare aiuto e chiamare il medico, mentre intorno alla casa si radunavano i vicini. A tutti Lizzie disse che la matrigna era uscita di casa, poi raccontò che nei giorni precedenti i coniugi Borden si erano sentiti male, e che lei sospettava un avvelenamento.
Quando la Sullivan tornò insieme al medico di famiglia, Seabury Bowen, effettuarono un controllo della casa, alla ricerca di eventuali estranei. Non trovarono nessuno, solo il corpo a faccia in giù di Abby Borden, immerso in un lago di sangue. La donna era stata colpita 19 volte con un’ascia, mentre per il marito erano stati sufficienti 11 colpi della stessa arma. Il sangue di Abby era diventato ormai scuro e rappreso, circostanza che fece pensare ad una morte avvenuta almeno un’ora prima rispetto a quella del marito. Il medico che eseguì le autopsie non trovò alcuna prova di avvelenamento nei corpi della coppia.
Inizialmente la polizia non sospettò di Lizzie, dopotutto era un rispettabile membro della comunità, dedita ad attività benefiche e all’insegnamento nella locale Chiesa Congregazionista. La ragazza affermava di trovarsi nella stalla al momento degli omicidi.
Nei giorni successivi furono esaminati diversi indizi che parevano condurre ad un colpevole estraneo alla famiglia: in una fattoria vicina fu trovata un’ascia insanguinata, che però era stata usata per ammazzare dei polli; un uomo che fu visto aggirarsi fuori dalla casa dei Borden dimostrò di avere un alibi di ferro; anche la cameriera fu sospettata prima che l’attenzione degli investigatori si concentrasse verso Lizzie.
Contro di lei non c’erano però prove concrete, solo la certezza che nessun altro aveva avuto l’opportunità e il movente per commettere gli omicidi: un assassino estraneo avrebbe rischiato di essere scoperto dalla Sullivan e da Lizzie stessa, se avesse aspettato il ritorno di Andrew, dopo aver ucciso Abby Borden. Il movente era quello classico: l’interesse economico. Il patrimonio di Andrew Borden, conosciuto in città per la sua grettezza ed avarizia, ammontava a circa 8 milioni di dollari (al cambio attuale), che Lizzie temeva finissero nelle grinfie della famiglia dell’odiata matrigna. Inoltre, era evidentemente una menzogna la storia del biglietto ricevuto dalla matrigna, che secondo la figliastra era uscita di casa. Poi, un’amica di famiglia testimoniò di aver visto Lizzie bruciare un suo vestito, con la scusa di una macchia di vernice.
Il processo a Lizzie Borden, che durò 14 giorni, ebbe grande risonanza in tutti gli Stati Uniti, seguìto dai principali giornali di Boston e New York. I due teschi devastati dei coniugi Borden, presentati in tribunale come prova per l’accusa, si rivelarono invece un’arma a favore della difesa. Intanto, quando fu mostrato il cranio del padre, Lizzie, molto opportunamente, svenne. Poi, il suo avvocato argomentò che i vestiti di Lizzie sarebbero dovuti essere coperti di sangue, dopo un delitto così cruento, invece erano perfettamente puliti (secondo alcuni la ragazza era nuda durante il massacro).
Inoltre, alcuni testimoni raccontarono di aver visto Lizzie uscire dalla stalla al momento dell’omicidio del padre, e ancora di strani personaggi che giravano per la proprietà dei Borden: tutti tentativi di creare almeno i presupposti per “un ragionevole dubbio” sulla colpevolezza di Lizzie. Dubbi che portarono all’assoluzione della ragazza, dichiarata non colpevole degli efferati omicidi.
Nonostante molti suoi concittadini la reputassero colpevole, Lizzie e la sorella Emma rimasero a vivere insieme a Fall River, in una nuova casa, da ricche signore. Fino al 1904, quando Lizzie iniziò una relazione con un’attrice, Nance O’Neill. Emma, che probabilmente non approvava, ruppe i rapporti con la sorella.
Lizzie morì nel 1927, a 63 anni. L’omicidio dei Borden rimane un caso irrisolto.
La casa degli omicidi è oggi un Bed&Breakfast / Museo, che accoglie ospiti in cerca di emozioni forti, come dormire nella stanza “dove il corpo di Abby Borden fu scoperto da Bridget Sullivan”…
domenica 28 agosto 2022
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 28 agosto 1963 Emily Hoffert e Janice Wylie vengono assassinate nel loro appartamento di Manhattan.
Il 28 agosto 1963 è normalmente ricordato come il giorno della storica marcia a Washington di Martin Luther King, e del suo discorso "I have a dream". Ma lo stesso giorno, due giovani donne in carriera, Janice Wylie e Emily Hoffert, furono brutalmente assassinate nel loro lussuoso appartamento nell'Upper East Side di Manhattan. Ciò portò a una serie di eventi che sconvolsero la città e in particolare il Dipartimento di polizia di New York.
La stampa ribattezzò l'evento "gli omicidi delle donne in carriera", coinvolgendo il pubblico ogni giorno di più sulla vicenda a tal punto che i newyorkesi si resero conto che quanto accaduto stava cambiando la città.
Già nei primi anni 60 vi erano segnali evidenti che il crimine stava drammaticamente aumentando e i giornali, specialmente i tabloid, si nutrivano di queste paure. Persino il liberale New York Post stava dedicando ampio spazio alle storie di crimini, alla stessa stregua dei concorrenti tabloid.
Le indagini sui sensazionali omicidi delle donne in carriera rimasero in prima pagina per mesi, finchè un nuovo, ancor più sensazionale omicidio ne prese il posto in tutti i giornali del mondo: quello del 22 novembre 1963, quando il presidente John F. Kennedy venne assassinato a Dallas.
Se si esclude un unico articolo sul caso pubblicato nel marzo del 64 sul New York Herald Tribune intitolato "il caso irrisolto numero uno della citta: chi ha ucciso le donne in carriera?", non venne più scritto nulla sugli omicidi fino al 64. Il silenzio si interruppe bruscamente alle 3.30 del 25 aprile 1964, quando alla sala stampa di ogni quotidiano newyorkese venne inviato un bollettino che diceva:
"Un negro diciannovenne ha confessato di aver assassinato Janice Wylie ed Emily Hoeffert nel loro appartamento nell'East Side il 28 agosto scorso". Il bollettino aggiungeva che il sospettato era stato identificato come George Withmore Junior, ed era trattenuto nel 73esimo distretto della sezione di Brownsville a Brooklyn.
La scena al distretto, che rispecchiava il carattere fatiscente delle case intorno ad esso, era ovviamente caotica, con reporter, fotografi, giornalisti della radio e della TV che si accalcavano in una piccola stanza dove il capo dei detective Lawrence McKearney stava per tenere una conferenza stampa. All'interno della stanza vi era un ragazzotto diciannovenne malvestito, dalla faccia coperta di acne e un look confuso, spaventato e stranamente passivo che si guardava intorno dalla gabbia in cui era rinchiuso.
McKearney lesse un foglio, dando una precisa narrazione degli eventi. Disse ai giornalisti che Whitmore era stato arrestato il giorno prima perchè sospettato di un'aggressione a una donna a Brownsville. Dopo essere stato identificato dalla vittima, Whitmore aveva confessato l'aggressione, nonchè l'omicidio di un'altra donna a Brooklyn e, inoltre (ciò che tutti i giornalisti stavano aspettando), gli omicidi Wylie-Hoffert. McKearney aggiunse, non senza soddisfazione, "abbiamo l'uomo giusto, senza dubbio. Ci ha fornito dettagli che solo l'omicida poteva sapere".
McKearney svelò solo parte della confessione, rispondendo alle domande dei rumorosi giornalisti. Whitmore viveva a Wildwood, New Jersey, col padre separato; tuttavia veniva spesso a trovare la madre ed altri parenti a New York. Whitmore era un borseggiatore che aveva preso la metro fino a Times Square e poi aveva girovagato per la 88esima est. Secondo McKearney, il sospettato aveva deciso di vedere cosa c'era sul tetto del palazzo delle vittime e poi, preso da un impulso irrefrenabile, era entrato nel loro appartamento.
Sempre secondo McKearkey, Whitmore ammise che avendo trovato in casa le vittime, aveva usato una bottiglia di coca cola e tre coltelli, rompendo le lame di due di essi, per colpire e infilzare le donne e infine legare insieme i corpi coperti di sangue. Ammise inoltre di essersi lavato le mani prima di abbandonare l'appartamento grondante sangue, portandosi via anche parecchie fotografie, una delle quali gli venne trovata addosso al momento dell'arresto.
McKearney divenne evasivo quando i giornalisti gli chiesero se c'erano altre prove oltre alla confessione. Parlò della fotografia che si supponeva fosse stata rubata dalla scena del delitto e trovata in possesso di Whitmore, ma si rifiutò di mostrarla in quanto elemento di prova, e si dimostrò anche poco sicuro che si trattasse veramente della foto di una delle vittime. Aggiunse anche che non vennero rilevate impronte digitali del sospettato nell'appartamento poichè aveva usato i guanti per ucciderle. Palesemente stanco per essere stato alzato tutta notte e infastidito dall'atteggiamento dei giornalisti, quasi a considerare lui stesso un sospettato, McKearney ripetè esasperato quanto già detto in precedenza, che l'arrestato era sicuramente il colpevole in base alla conoscenza di fatti noti solo all'assassino e ad altre prove. La conferenza stampa si chiuse.
Tuttavia, a mente fredda, restavano alcune domande spinose:
Come e perchè Whitmore scelse quel quartiere, quel palazzo e quell'appartamento per scatenarsi?
Come mai non vi era alcuna prova nell'appartamento che riconducesse a lui, fatta eccezione per la fotografia?
Per quale motivo portava con sè dei guanti in agosto, visto che non aveva alcuna premeditazione per commettere il delitto?
In poche settimane cominciarono a girare notizie in città che vi erano problemi nel caso Whitmore, e che i detective del distretto di Manhattan, capitanati dal leggendario Frank Hogan, non avevano chiuso il caso e stavano anzi controllando meglio il sospettato. Le autorità di Brooklyn tentarono di mettere a tacere queste voci, sostenendo che erano alimentate dalla "gelosia" delle loro più famose controparti di Manhattan. Tentarono inoltre di portare a giudizio Whitmore per i due crimini di Brooklyn, convinte che in caso di condanna, non fosse nemmeno necessario processarlo per l'omicidio Wylie-Hoffert.
Nel frattempo i detective di Manhattan stavano controllando e ricontrollando ogni dettaglio. Li preoccupava la quasi totale mancanza di prove alla sua confessione, se si esclude la fotografia. Mostrarono la fotografia ad amici e parenti delle donne, e nessuno identificò Janice come soggetto della foto; si venne poi a sapere che essa rappresentava invece una ragazza di Wildwood, lo stesso paese di Whitmore. Inoltre trovarono testimoni che ricordavano di aver visto nel paese il sospettato, quel giorno in cui parlò Martin Luther King. Dunque i detective di Manhattan erano convinti che Whitmore avesse un alibi.
Alla fine fu trovato un drogato, che viveva a pochi isolati di distanza, come principale sospettato del duplice omicidio. Il 26 gennaio 1965 venne arrestato Richard Robles e furono fatte cadere tutte le accuse contro Whitmore. Robles venne condannato a vita e dopo alcuni anni Whitmore venne prosciolto anche dall'accusa di aggressione alla vittima di Brooklyn.
Gli eroi di questa storia sono naturalmente gli investigatori di Manhattan che hanno tentato di trovare la verità senza accontentarsi di avere un capro espiatorio, ma anche tutti quei giornalisti che con i loro reportage hanno sollevato dubbi sull'operato della polizia di Brooklyn, seguendo la migliore tradizione del giornalismo americano.
Furono scritti molti libri sul caso, incluso uno di Raab intitolato "Justice in the Back room", da cui fu tratto un film per la TV, "Gli omicidi Marcus-Nelson", nel quale Telly Savalas interpretava il tenente Theo Kojak. Il film portò poi alla serie televisiva di grande successo "Kojak", con lo stesso Savalas protagonista.
martedì 26 aprile 2022
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 26 aprile 2002 un giovane diciannovenne tedesco, Robert Steinhäuser, entra nella sua vecchia scuola e uccide 17 persone, poi si toglie la vita.
Morti dappertutto: nei corridoi, nei gabinetti, nelle aule. E sangue ovunque, sui pavimenti, sui muri. Questo hanno visto le teste di cuoio delle forze speciali quando hanno fatto irruzione nel liceo "Gutenberg" frequentato da 700 studenti a Erfurt, in Germania: un bagno di sangue con diciotto morti. Il terrore è entrato nella scuola alle 11, portato da un ragazzo di 19 anni che aveva tentato già due volte di superare la maturità, senza riuscirci. Nei mesi precedenti lo avevano anche espulso e lui quel giorno alle 11, mentre era in corso il compito di matematica, ha fatto irruzione nella scuola, mascherato come un ninja e armato di una, forse due pistole.
Ha sparato con freddezza e precisione, tanto che dei 18 morti ben 14 sono professori (9 uomini e 5 donne), l'oggetto privilegiato del suo odio. Ha sparato con folle efficienza, al punto che a lungo la polizia ha pensato che gli assalitori fossero due. Infine, ha sparato con una rabbia cieca ma lucida, che ha rivolto anche contro se stesso, togliendosi la vita quando ha visto avvicinarsi gli agenti pronti a fare irruzione. Ma aveva seminato un tale sgomento che gli agenti hanno aspettato a entrare, temendo che dentro ci fosse il secondo, fantomatico sparatore.
Sul terreno sono rimasti dunque 14 insegnanti, due studentesse innocenti, lo studente killer e un poliziotto della prima squadra intervenuta quando è stato detto l'allarme: "Presto, correte, c'è un pazzo che sta ammazzando tutti". Erfurt, una città di quasi 200 mila abitanti in Turingia, la vecchia Germania Est, non aveva mai vissuto un simile orrore. Ora, di questo ragazzo tutti dicono che era una persona perbene, che da lui non ce lo si sarebbe mai aspettato.
"Era molto aperto, ciò che ha fatto non combacia con l'immagine che ho di lui", racconta Isabelle Hartburg, ex studentessa del Gutenberg e oggi giornalista: "Era intelligente e interessato alla politica. Amava molto la vita, usciva sempre il pomeriggio e andava con gli amici in discoteca". La sua spiegazione è che lo studente non tollerasse il non poter fare la maturità insieme agli altri: "I suoi amici fanno la maturità e lui no, forse è uscito di testa per questo", ha detto. Secondo Isabelle, il ragazzo non aveva rapporti con le armi o con droghe: "Voleva sempre dare nell'occhio e per questo si è urtato con i professori". Con i compagni andava d'accordo ma non gli bastava: "Un giorno - ha raccontato la Hartburg - ha detto che voleva che tutti lo conoscessero".
La strage è cominciata in aula, quando al ginnasio liceo Gutenberg, frequentato da ragazzi fra i 10 e i 19 anni, è iniziato l'esame di matematica. Un testimone ha riferito che uno studente, seduto al suo banco, ha aperto il foglio con le domande del test e ha detto: "Non farò questo compito". Poi ha estratto l'arma e ha cominciato a sparare, implacabile e preciso. "C'era sangue ovunque", ha detto poi un bambino di 10 anni.
I poliziotti sono arrivati ma uno è stato freddato subito. Lo studente si è barricato in un'aula con 28 compagni, mentre venivano diffusi dettagli, molti dei quali probabilmente falsi, dettati dalla confusione e forse dall'incapacità di accettare che un simile massacro fosse stato compiuto da una persona sola: "Sono in due, hanno diverse pistole e un fucile, sono mascherati, uno è stato ucciso".
Almeno una cosa è vera. Mentre a una finestra veniva appeso un cartello con la scritta "Aiuto" e gli agenti delle forze speciali si preparavano a fare irruzione nella scuola, circondata da centinaia di poliziotti, il ragazzo decideva di non aspettare la polizia e si uccideva. E così gli agenti entrati con il cuore in gola per affrontare il mostro, in mezzo al sangue e al silenzio trovavano solo morti.
La Germania nelle ore successive è rimasta sotto choc. Nei pressi dell'istituto è stata montata una tenda per accogliere i genitori venuti a chiedere notizie dei loro figli. Molti ragazzi sono stati infatti portati traumatizzati negli ospedali cittadini.
La vicenda di Erfurt ricorda quella della high school americana di Columbine (20 aprile 1999) quando alcuni studenti vestiti con lunghi spolverini neri entrarono nel liceo e fecero una strage ucidendo una quindicina di persone. E, nel giugno del 2001, a Ikeda, vicino a Osaka in Giappone, un uomo con problemi psichici aveva accoltellato 23 bambini di una scuola elementare uccidendone otto.
martedì 13 luglio 2021
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
La mattina del 13 Luglio 1914 Simone Pianetti, proprietario di un mulino elettrico che macinava farina e quindi per questo additato come portatore con la sua farina di malattie e maledizioni (la farina del Diavolo), dopo una lunghissima premeditazione uccise a fucilate 7 abitanti di Camerata Cornello e San Giovanni Bianco, che vedeva come la causa dei propri fallimenti.
Sotto i suoi colpi morirono: il parroco di Camerata Cornello Don Camillo Filippi , il medico condotto Dott. Domenico Morali, il segretario comunale e sua figlia, il messo comunale e una contadina. Il Sindaco si salvò per puro miracolo. Dopo la strage, il Pianetti si diede alla macchia sulle montagne dell'Alta Val Brembana (Monte Cancervo), trovò la complicità di pastori e carbonai che lo sfamavano con polenta e formaggio, facendolo dormire nelle loro baite, perchè lo vedevano non come un assassino qualunque ma bensì come un imperterrito "giustiziere" . Le autorità dello Stato per non fare del Pianetti, catturandolo, un eroe dell'anarchia, ne favorirono la fuga, mentre in tutti i paesi si moltiplicarono le scritte sui muri "W PIANETTI" . Si raccontò che il Pianetti fosse emigrato in Sudamerica e fosse poi tornato in patria per morire di vecchiaia.
Che Simone Pianetti, alto, biondo e impenitente donnaiolo, fosse di temperamento a dir poco sanguigno lo si era notato in gioventù quando, in preda all'ira, pare avesse addirittura sparato un colpo di fucile all'indirizzo del padre, fortunatamente senza colpirlo. E fu probabilmente con sollievo che il padre stesso gli consegnò le ottomilalire della sua parte di eredità allorchè il giovane decise di tentare l'avventura in America, come era consuetudine dei giovani dei nostri paesi ad inizio secolo. Ma per fortuna in America bisognava avere voglia di sgobbare o senso degli affari, e non era precisamente il caso del nostro che anzi, stando alle testimonianze di altri emigrati della Pianca (Frazione di San Giovanni Bianco) perpetrò in quelle regioni molti fatti poco onorifici. Tant'è che il padre dovette ben presto provvedere a spedirgli i soldi necessari per il viaggio di ritorno a Camerata Cornello. Qui sposò una brava donna di nome Carlotta e divenne padre di nove figli. Ad un certo punto però decise di avviare una trattoria con sala da ballo ed ecco che cominciano le traversie che lo porteranno a divenire tristemente famoso. Siamo in un epoca in cui il ballo era ancora considerato divertimento tra i più sconvenienti e ben presto il Pianetti si ritrovò perseguitato dal Parroco e dalle autorità, con l'accusa di favorire fatti contrari al buon costume e di mettere a repentaglio le virtù delle ragazze che frequentavano il suo locale. A complicargli le cose stavano poi anche le sue idee politiche. Si dichiarava seguace del liberale Bortolo Belotti, che conosceva di persona, ma le sue tendenze erano chiaramente di orientamento anarchico. E sopratutto anticlericale. Finì insomma che un'ordinanza del sindaco gli revocò la licenza dell'esercizio, al che il Pianetti decise di trasfersi a San Giovanni Bianco dove cercò di rifarsi come mugnaio. Ma non cambiò il suo carattere iroso ed arrogante, che lo rese inviso un pò a tutti, e così anche il mulino elettrico si rivelò in breve tempo impresa fallimentare. Le bollette della corrente e le cartelle delle tasse finirono per rovinarlo e il nostro si ritrovò completamente a terra, pieno di debiti e con moglie e sette figli da mantenere. Ed è qui che cominciarono a covare in lui il complesso di persecuzione, il rancore e l'istinto della vendetta, destinati ben presto ad esplodere.
Il Pianetti, che aveva allora l'età di 56 anni, compila una lista di ben quaranta nomi di suoi presunti nemici e la mattina presto di Lunedì 13 Luglio 1914 esce di casa con in spalla un fucile a tre canne. Fu visto alla Roncaglia e poi a San Gallo, ma non trovò evidentemente le vittime designate e, tornato in paese, si avviò lungo il sentiero di Oneta. Aspettò fino alle 10.00 che il Dott. Domenico Morali tornasse dal roccolo dove era solito recarsi ogni mattina per dare il becchime agli uccelli da richiamo ed esplose contro di lui due fucilate da breve distanza. Morte istantanea. Da Oneta al Cornello in cerca del Sindaco Cristoforo Manzoni che, forse avvertito, aveva però pensato bene di nascondersi ben armato nel suo roccolo poco distante. Il Pianetti proseguì allora per Camerata, entrò nel palazzo comunale e a bruciapelo sparò sul segretario Abramo Giudici uccidendolo sul colpo. Ai colpi di fucile, scese precipitosamente dal piano superiore la figlia Valeria di 27 anni. Orribilmente sfigurata al volto. Quarta vittima, a poche decine di metri, il calzolaio Giovanni Ghilardi, ucciso mentre stava per consumare il pranzo di mezzogiorno. La scampò per miracolo la moglie, dopo aver implorato il Pianetti in ginocchio. Ma la strage continua. In balia ormai di un'incontrollabile pulsione omicida, il nostro va alla ricerca di altre vittime e le trova sul sagrato dove stanno tranquillamente chiacchierando il Prevosto Don Camillo Filippi, il cursore e sacrista Giovanni Giupponi e un tal Gusmaroli. "Oh, il signor Pianetti, che miracolo da 'ste parti ?" chiese il prevosto. "Lu la sa el perchè" risponde il Pianetti. E immediatamente un colpo al petto stronca il povero prevosto che stramazza a terra in un lago di sangue. Il Gusmaroli sviene (e fu certamente la sua fortuna) mentre il Giupponi cerca di fuggire ma, fatti pochi passi, viene mortalmente colpito alla schiena... non è ancora finita. Il Pianetti sale alla Pianca, raggiunge Cantalto e va alla ricerca di una certa Caterina Milesi, detta Nella. Entra in casa e dopo averla rimproverata di aver parlato dei fatti suoi al giudice conciliatore spara l'ennesimo colpo mortale. Alla scena assiste terrorizzato il nipotino di 9 anni della donna. Sono le 3 del pomeriggio. Nella è la settima vittima. La tragedia è consumata.
Nella sua folle logica omicida il Pianetti ha fatto giustizia colpendo obiettivi ben precisi. Il Dott. Morali perchè non gli aveva curato bene un figlio. Il Segretario perchè aveva scritto le ordinanze di chiusura della Trattoria e lo aveva boicottato in occasione delle elezioni comunali in cui si era candidato. La giovane Valeria perchè gli avrebbe spedito cartoline offensive e l'avrebbe dileggiato. E il Ghilardi perchè era anche lui suo nemico politico. Il prevosto poi perchè gli aveva fatto guerra per la balera e il Giupponi perchè tempo addietro si era opposto ad una richiesta di derivazione dell'acqua di una fontana. La Nella infine perchè gli negava un debito di 30 lire ed aveva sparlato di lui. Da Cantalto il Pianetti raggiunse le baite di Cantiglio dove mangiò qualcosa con tre ignari mandriani e poi sparì oltre la montagna. Nel frattempo era naturalmente scattato l'allarme e a San Giovanni, dove le campane suonarono ininterrottamente a morto e tutti si erano rintanati in casa chiudendo i portoni a doppia mandata, arrivarono flotte di giornalisti e di curiosi, sessanta carabinieri e decine di guardie di pubblica sicurezza. Seguiti dopo un paio di giorni perfino da una compagnia del 78° Fanteria. Mercoledì 15 Luglio, di mattina presto, fu celebrato a San Giovanni Bianco il funerale della povera Nella, con il feretro seguito da dieci preti e quindici persone. I preti raddoppiarono e il popolo si moltiplicò poche ore più tardi quando fu la volta del Dott. Morali (evidentemente non lo si ritenne onorevole celebrare lo stesso funerale per una contadina ed un medico). E il giorno seguente fu la volta delle esequie delle cinque vittime di Camerata. Anche qui trattandosi di gente per bene, con ben cento preti grande partecipazione popolare e con l'accompagnamento musicale del coro di San Pellegrino Terme. Raggiunto il cimitero, l'orazione funebre fu tenuta con commosse parole dall'On. Belotti. Nel frattempo si svolgevano perlustrazioni e battute palmo a palmo ma senza esito. Stando alle testimonianze di alcuni mandriani il Pianetti si era rifugiato nel foièr, una zona selvaggia e quasi inaccessibile piena di strapiombi e dirupi che si estende per alcune decine di chilometri quadrati al di là del Monte Venturosa sopra Olmo al Brembo e Cassiglio. Nello stesso posto da un anno si nascondeva un altro ricercato per omocidio e nessuno era stato in grado di scovarlo. Una mattina comunque i carabinieri arrivarono assai vicino al Pianetti ma questi, dopo aver sparato un colpo di fucile riuscì ad allontanarsi. Sul suo capo fu messa anche una taglia di 5.000 lire, ma invano. E' certo che nel corso della sua latitanza il Pianetti fu aiutato a sopravvivere da diversi mandriani, ma nessuno di essi osò denunciarlo sia per paura, sia fors'anche per istintiva avversione verso gli uomini in divisa. In risposta alle accuse circa una presunta protezione del Pianetti da parte della popolazione i sindaci dei comuni dell'Alta Valle firmarono poi un documento in cui, respingendo come offensive le accuse, ribaltarono le responsabilità sulla pubblica sicurezza rilevando come "ruberie e delitti da parte dei numerosi delinquenti che da anni si sono annidiati sulle nostre montagna, per amara ironia, si accentuarono proprio nel periodo in cui vi furono qui in servizio straordinario numerosi agenti di p. s.". Per diverse settimane comunque San Giovanni Bianco visse in un vero e proprio stato d'assedio. Con il Pianetti ancora in circolazione, pochi osarono avventurarsi in giro da soli e si rese anche necessario garantire la custodia a vista di una ventina di persone che facevano parte del suo elenco di nemici. La strage del Pianetti divenne tra l'altro motivo di polemica sulla stampa tra cattolici e anticlericali, con questi ultimi che accusavano preti ed autorità locali di oscurantismo e di oppressione della povera gente, con il risultato di provocare cieche ribellioni come quella dell'autore degli omocidi. Passarono settimane, mesi e a poco a poco le ricerche si allentarono. Di Simone Pianetti non si ebbe più notizia. Qualcuno parlò di un suo ultimo incontro con il figlio Nino in una baita sul Monte Pegherolo, sopra Piazzatorre. Chi disse che era precipitato in qualche dirupo. Chi disse che era fuggito a Milano o forse in America. Ma nessuno l'ha mai saputo con certezza.
giovedì 25 febbraio 2021
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 25 febbraio 1922 viene ghigliottinato a Versailles Henri Landru, detto anche Barbablù.
La favola di Barbablù, l'uomo dalla barba bluastra che decapitava le sue mogli e ne rinchiudeva il cadavere in cantina, è talmente famosa che può capitare di dare del "Barbablù" ad un uomo un po' orco o ad un uxoricida.
Per quanto spaventosa, la fiaba settecentesca di Charles Perrault si è concretizzata proprio nella sua Francia, ai primi del ‘900. La barba di Henri Landru era però rossiccia…
Il Barbablù del 20esimo secolo era un uomo molto basso ed esile, dalle sopraciglia spesse e cespugliose, con gli occhi scuri e grandi, di mestiere rigattiere e meccanico.
A conoscerlo, non avreste mai scommesso un centesimo sull'eventualità che questo uomo insignificante e bruttarello fosse anche un Don Giovanni, capace di corteggiare circa 300 donne allo scopo di impadronirsi dei loro risparmi.
A dieci di esse, l'incontro con Landru è costato molto più di qualche spicciolo. Barbablù si è preso la loro vita.
Nato nel 1869 da genitori poveri, la madre è casalinga mentre il padre fa il pompiere in una fonderia parigina, Landru trascorre un'infanzia anonima.
Il giovane Henri, ragazzo brillante, frequenta con successo la scuola cattolica, tanto da concludere la sua carriera scolastica come diacono dell'ordine religioso di St. Louis en l'Isle. Landru ha ormai 17 anni, è alla soglia dell'Università (vorrebbe frequentare Ingegneria Meccanica) ma, come la maggior parte dei suoi coetanei dell'epoca, è costretto ad abbandonare i libri per imbracciare il fucile. La sua carriera militare sarà un successo e terminerà quattro anni dopo con il grado di sergente.
Sin dai primi anni dell'adolescenza, Landru si rende conto di essere dotato di un'intelligenza superiore alla media e che eccelle soprattutto nel campo delle conquiste amorose.
Nel 1891, seduce sua cugina, Mademoiselle Remy, che rimane incinta di una figlia. Nel giro di un anno Henri è costretto dunque al matrimonio riparatore e deve lasciare la carriera militare, ripiegando su di un lavoro da impiegato. Il suo nuovo datore di lavoro però, un uomo senza scrupoli, si fa consegnare da Landru una discreta somma, dicendo che si tratta di una semplice obbligazione, poi scappa con i soldi.
Il giovane padre di famiglia incassa duramente il colpo e, nonostante la sua posizione di diacono e di membro del coro della chiesa, decide di diventare un imbroglione anche lui. Così, parallelamente alle sue attività legittime di rivenditore di mobilia e proprietario di un garage, decide di intraprendere la professione del raggiratore di donne.
Le sue vittime sono per la maggior parte delle vedove di mezza età, clienti del suo negozio di mobilia di seconda mano. Le povere donne, arrese alla prospettiva di una lunga vita misera e solitaria, si recano spesso nel negozio di Landru per rivendere i propri averi. Qui l'uomo le corteggia spudoratamente fino a quando non riesce a farsi consegnare in qualche modo la loro magra pensione. Un classico.
La frode funziona bene per diverso tempo, fino a quando, nel 1900, Landru fa la sua prima comparsa nella sala d'udienza di un tribunale francese come imputato. Ha tentato di impadronirsi di alcuni fondi monetari del Comptoir d'Escompte (una banca), utilizzando una falsa identità. Gli è andata male, visto che viene condannato a due anni di prigione. In galera tenterà almeno un paio di volte il suicidio.
Una volta uscito, Landru ha altri tre bambini dalla sua moglie-cugina, ma non si potrà godere molto a lungo i suoi figli. Nel giro di dieci anni finirà infatti almeno sette volte in galera, rischiando anche la ghigliottina nel 1908 per recidività.
Quell'anno infatti, mentre sta già scontando una condanna per frode in una prigione Parigina, viene portato a Lille per subire il processo per un'altra frode. Ha pubblicato un annuncio di matrimonio su di un giornale cittadino, spacciandosi per un vedovo molto ricco alla ricerca di una compagna sua pari.
Con una truffa simile era già riuscito qualche tempo prima ad estorcere a Mademoiselle Izore una cifra attorno ai 15 mila franchi.
Viene rilasciato in occasione della prima Guerra Mondiale, per essere arruolato nell'Esercito Francese. Il suo lunghissimo periodo da criminale ha portato alla rovina la sua famiglia: il padre si è suicidato per la vergogna, mentre la madre è morta di crepacuore nel 1910. La moglie e i figli vivono nella povertà e nell'emarginazione.
Non potendo fare affidamento sulla sua famiglia, ricercato dall'Esercito che lo vuole arruolare e dalla polizia che ha un mandato di arresto per contumacia (per il quale è prevista la deportazione a vita nella Nuova Caledonia), Landru comincia a girovagare per le campagne.
Dopo qualche mese, Landru, ancora sposato legalmente ma praticamente disconosciuto da Remy, intraprende il cammino che lo porterà alla ghigliottina.
Non è chiaro cosa abbia realmente spinto Henri Landru a diventare da un semplice truffatore ad un assassino seriale. Forse gli aspri anni della prigione, forse la cupa atmosfera che gravava sull'Europa a causa della Grande Guerra, forse qualcos'altro. Nessuno può dirlo con precisione, ma nel corso degli anni sono state fatte le ipotesi più disparate.
Risulta più semplice invece stendere un profilo approssimativo di questo truffatore-assassino, nonostante non si sappia molto della sua vita. Le sue vittime, sia quelle vive che quelle morte, erano tra i membri più vulnerabili della società, mentre lui era completamente privo di una coscienza: mai provò rimorso o senso di colpa.
Il numero delle donne truffate, circa 300, fa presupporre che Landru fosse un uomo eccessivamente avido. Probabilmente compensava il suo tragico aspetto fisico con una grande capacità di manovrare le donne, con un'agile parlantina e con un romanticismo da pochi (che era comunque in contrasto con il suo forte appetito sessuale).
Landru era inoltre molto intelligente e abile nel conversare, non solo con le signore, ma con tutte le persone con le quali interagiva, tanto che, nel corso della sua vita, non raggirò solo donne, ma riuscì anche ad usufruire della pensione di vecchi soldati.
Landru non era un semplice psicopatico come gli altri assassini seriali. Sapeva riconoscere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato, solo che il commettere un atto criminale non lo toccava lontanamente.
Tutti questi aspetti rendono davvero difficile una classificazione criminale di Henri Landru.
Non può essere considerato un vero e proprio serial killer, perché il serial killer attraversa un particolare periodo di calma e di "raffreddamento" tra un omicidio e l'altro. Si tratta della fase in cui l'assassino si gode quel senso di liberazione scaturito dal precedente omicidio e comincia ad accumulare la rabbia per commettere il successivo. Landru era costretto ad un periodo di "calma" tra gli omicidi perché doveva instaurare una forte amicizia con la vittima. La sua selezione inoltre non era per niente casuale, né gli omicidi erano dovuti a rabbia o perversione.
D'altra parte non possiamo classificare Landru nemmeno come uno spree killer. Appartengono a questa categoria coloro che compiono degli omicidi con brevissimi periodi di pausa tra una vittima e l'altra, in un'escalation di violenza, senza la minima organizzazione. Solitamente la polizia viene immediatamente a conoscenza della loro identità e li arresta dopo poco tempo. Landru non aveva "fretta di uccidere", non agiva casualmente e, come abbiamo già precisato, si prendeva molto tempo per la selezione della vittima di turno.
Non conosciamo il suo modus operandi, ma sembra certo che gli omicidi commessi da Henri Landru fossero tutti omicidi "puliti" e privi di violenza esasperata. È possibile che Landru uccidesse mentre faceva sesso, magari strangolando semplicemente la vittima, ma non ci sono prove a riguardo.
Solitamente chi uccide per soldi non distrugge il corpo della vittima, soprattutto se il guadagno deve giungere attraverso un'assicurazione o un testamento, la presenza del cadavere è necessaria. Landru dunque non rientra nemmeno in questa categoria, poiché fece di tutto per nascondere le sue vittime e fare in modo che risultassero ancora vive.
I criminologi furono perciò costretti a creare un'etichetta tutta nuova per inquadrare Henri Landru, che è dunque schedato tra le Vedove Nere, gli assassini seriali che uccidono senza alcun rimorso il proprio partner, allo scopo di ottenere qualche vantaggio (soprattutto economico).
Nel 1914, sui giornali di Parigi, compare il seguente annuncio pubblicitario: "Vedovo 43enne, due figli, buon reddito, serio e vicino all'alta società, desidera incontrare una vedova per matrimonio."
Si tratta di un annuncio che, nella Francia cupa e in depressione economica da Guerra Mondiale, suona quasi come un invito per il Paradiso.
La prima donna a presentarsi all'appuntamento con Barbablù è Madame Cuchet, dipendente 39enne di un negozio di biancheria intima a Parigi e madre di un ragazzo 16enne. Landru le racconta di chiamarsi Monsieur Diard, di mestiere ingegnere.
Un giorno, Madame Cuchet decide di presentarsi alla villa di Landru-Diard a Chantilly, con la sua famiglia, nella speranza di ufficializzare il loro legame. Il padrone di casa non è presente al loro arrivo, ma il cognato di Madame Cuchet decide comunque di ispezionare la villetta. Rinviene così numerose lettere amorose di altre donne, destinate a Monsieur Diard.
Dopo questo episodio, la famiglia Cuchet cercherà invano di dissuadere la parente dal frequentare il misterioso ingegnere, tuttavia lei preferirà allontanarsi da loro e trasferirsi, nel gennaio 1915, in una villetta a Vernouillet con il nuovo fidanzato e il figlio.
Qualche tempo dopo, Landru apre un conto bancario da 5000 franchi che, a suo dire, provengono da un'eredità di suo padre. Di Madame Cuchet e di suo figlio Andre non vi è più traccia, fatta esclusione dell'orologio della donna che, qualche tempo dopo, viene offerto in regalo a Mademoiselle Remy.
La vittima successiva è Madame Laborde-Line, di origine argentina, vedova di un ricco albergatore.
Poco prima di svanire nel nulla, la donna racconta agli amici di essere in procinto di andare a convivere con un elegante ingegnere brasiliano che, intollerante alla burocrazia, le ha negato il matrimonio.
Qualche giorno dopo, Landru si presenta alla casa della donna per ritirare la sua mobilia e spedirla in parte alla propria residenza ed in parte presso un garage di Niuelly.
Dopo il luglio del 1915, nessuno vedrà più né Madame Laborde-Line né i suoi adorati cani.
Marie Angelique Desiree Pelletier, una vedova 51enne conosciuta come Madame Guillin, scompare misteriosamente un mese più tardi. La seguirà a ruota Madame Heon, subito dopo aver visitato la residenza di Vernouillet, dove si erano già trasferiti Madame Cuchet ed il suo amato ingegnere qualche mese prima.
Resta un mistero l'omicidio di Andree Babelay, una 19enne molto attraente, scomparsa nel marzo del 1917. Andree era una ragazza molto povera e non aveva niente da offrire a Landru se non la sua bellezza. C'è chi ipotizza che la giovane Balebay sia incappata nel segreto di Landru come Fatima nella favola di Barbablù o che si sia suicidata perché respinta da questo orrendo Don Giovanni.
Sta di fatto che la 19enne scompare pochi giorni dopo essere stata a casa di Henri Landru.
Alla scomparsa di Andree Babelay segue un periodo di "calma", poiché Landru è impegnato in altri tipi di frode ai danni di alcuni soldati e di alcuni rivenditori di petrolio. Tra un imbroglio e l'altro, vende la villa di Vernouillet e ne compra una nuova a Gambais, nella quale installa una grande fornace di metallo.
Tornato di nuovo in "attività", Landru corteggia e conquista Madame Buisson. Anche in questo caso, la donna si estranea dalla propria famiglia pur di stare assieme al nuovo partner, tanto che manda suo figlio a vivere con una lontana parente. Trasferitasi a vivere a Gambais, Madame Buisson scompare nel nulla nella seconda metà del 1917, così come Madame Collomb.
Nel settembre dello stesso anno, scompare Louise Leopoldine Jaume. Nei giorni successivi alla sua scomparsa, i vicini di casa di Landru notano del fumo scuro e maleodorante che esce dal camino della villa.
Annette Pascal, 38 anni, è la successiva vittima. Scompare nella primavera del 1918.
L'ultima donna scomparsa è Marie Therese Marchadier, una cantante conosciuta negli ambienti militari con il nome di "La Belle Mythese". Andata finalmente in pensione nell'anonimato più totale, la signora fa amicizia con Landru frequentando il negozio di mobili. Verso la fine del 1918 si perdono le sue tracce.
In tutto 10 donne, un giovane 16enne (il figlio di Madame Cuchet) e 2 cani (di Madame La borde-Line) sono scomparsi nel nulla dopo aver fatto la conoscenza di Henri Landru.
La polizia naturalmente non sospetta nulla, né compie delle indagini. Ad essere sinceri, per gli investigatori non è successo niente, poiché nessun familiare ha mai denunciato la scomparsa delle 10 donne.
Il nostro Barbablù ha fatto i salti mortali pur di farle sembrare ancora vive. Due amici di Madame Guillin ricevono numerose cartoline scritte da Landru stesso, ma dotate di un post scriptum nel quale l'autore si scusa a nome della donna che, essendo analfabeta, ha dovuto limitarsi alla dettatura.
Con la stessa tattica delle lettere contraffatte, Madame Buisson "riesce" a tenersi in contatto con il proprio sarto e con il portiere di un appartamento parigino nonostante sia morta.
Infine, Landru si presenta in tribunale come l'avvocato di Madame Jaume e porta a termine il suo processo di divorzio, manovrando con successo tutti i conti bancari e l'assegno di sostentamento versato dall'ex marito.
Due anni dopo la scomparsa di Madame Buisson, il figlioletto esiliato muore. Quando, per avvisarla, i famigliari cercano di mettersi in contatto con la madre, non riescono a trovarla.
Madame Lacoste, sorella della donna scomparsa, ricorda però che Madame Buisson le aveva confidato che aveva intenzione di fuggire a Gambais con un certo Monsieur Guillet.
Decisa a rintracciare ad ogni costo la propria sorella, Madame Lacoste scrive una lettera al sindaco di Gambais, chiedendo se le può fornire l'indirizzo di Madame Buisson, o almeno di Monsieur Guillet. Il sindaco risponde che a Gambais non risulta nessuno con quei cognomi, ma le suggerisce comunque di provare a informarsi su di una certa Madame Collomb, anch'essa scomparsa misteriosamente a Gambais in circostanze simili.
Attraverso la famiglia di Madame Collomb, la tenace sorella riesce a risalire finalmente all'indirizzo di una villetta, quella giusta.
I primi a presentarsi presso l'abitazione sono gli agenti di polizia, ma ad accoglierli non c'è nessuna delle numerose persone che invece dovrebbero abitare in quel posto. Nessuna traccia di Monsieur Fremiet, di Monsieur Dupont o di Monsieur Diard né tanto meno delle loro fidanzate. Tuttavia, ci sono chiari segnali che indicano che la villetta sia stata abitata di recente.
Per niente scoraggiata, Madame Lacoste comincia a setacciare le strade di Parigi alla ricerca dell'uomo con cui sarebbe fuggita sua sorella. Una volta lo ha incontrato, ricorda bene come è fatto. Inoltre sua sorella le ha raccontato qualche dettaglio delle loro passeggiate romantiche, perciò i quartieri da setacciare sono limitati.
La ricerca termina nell'estate del 1919, quando Madame Lacoste individua Landru nella folla, mentre torna a casa dal lavoro. Invece di pedinarlo, si reca al negozio di mobilia e legge sulla vetrina il nome del responsabile: poche ore dopo la polizia sta arrestando Henri Landru.
Non avendo nessuna prova per poter trattenere in arresto Landru, le autorità sono costrette a perquisire la villa di Gambais.
Il giardino viene battuto in lungo e in largo alla ricerca di ossa umane, ma vengono rinvenuti solo i resti di un paio di cani. Anche la perquisizione della villa di Vernouillet si rivela un buco nell'acqua. Emerge solo un libretto molto confuso, sul quale Landru annotava meticolosamente entrate e uscite. Una pagina in particolare attira l'attenzione degli investigatori, a causa della seguente nota sotto le entrate: "A Cuchet, G. Cuchet, Bresil, Crozatier, Havre. Ct. Buisson, A. Collomb, Andree Babelay, M. Louis (sic) Jaume, A. Pascal, M. Thr. Mercadier…"
Poiché tra i nomi compaiono anche le due scomparse Buisson e Collomb, sorge spontaneo sospettare che si tratti di una lista di vittime. Tuttavia, non ci sono ancora prove, né corpi.
Ignaro che in Francia si può essere condannati per omicidio anche in assenza del cadavere, Landru trascorre tranquillamente il suo soggiorno in carcere, rifiutandosi di parlare con la polizia.
Le indagini proseguono così per altri due anni, nel corso dei quali emergono dettagli interessanti, come la coincidenza che tutte le donne scomparse hanno conosciuto Landru tramite un falso annuncio matrimoniale, oppure il fatto che l'uomo ha sempre comprato un biglietto ferroviario di sola andata Parigi-Gambais per tutte loro.
I giardini delle ville di Gambais e Vernouillet vengono setacciati nuovamente. Vengono fatti inutili accertamenti sull'eventuale acquisto da parte di Landru di acidi o agenti chimici capaci di sciogliere una persona.
Solo quando i vicini segnalano che dalla cucina di Landru si sollevava spesso un maleodorante fumo nero, il caso si può finalmente dichiarare chiuso.
Tra le ceneri rimaste sul fondo della grande stufa di metallo, la polizia trova resti di ossa umane e brandelli di vestiti.
Landru dunque si è sbarazzato delle sue vittime bruciandole. Purtroppo, dati la sua scarsa collaborazione e lo stato dei corpi, non sapremo mai quale fosse il suo modus operandi completo.
Il processo a carico di Henri Landru comincia nel novembre del 1921. A suo carico c'è un'accusa di 11 omicidi.
Sul processo grava tutta l'attenzione dell'opinione pubblica, poiché la Francia intera è sconvolta da quello che è successo.
Prima di Landru non ci sono stati altri casi eclatanti di omicidi seriali in Europa, ad esclusione delle vicende di Jack Lo Squartatore, accadute oltremanica ben 40 anni prima. Nessuno immaginava che eventi simili potessero accadere anche in Francia, soprattutto a Parigi.
Landru si presenta innanzi al severissimo sistema giudiziario francese forte della sua convinzione di essere intoccabile e, di conseguenza, si comporta in maniera sbruffona ed altezzosa, ricorrendo spesso alla facoltà di non rispondere e stroncando quasi tutte le domande con un severo "sono fatti miei." Ogni qualvolta che emerge una nuova prova, Landru solleva le spalle con superficialità, negando tutto e rifiutandosi di parlarne.
Al termine dei 25 giorni di processo, la corte dichiara Henri Landru colpevole di 11 omicidi e lo condanna a morte.
Solo 2 mesi dopo, verso la fine di febbraio del 1922, la ghigliottina è già pronta. Come d'usanza della giustizia francese dell'epoca, il "povero" condannato non può essere informato della data dell'esecuzione, perciò Landru viene portato "a sorpresa" sul patibolo.
Nelle sue ultime ore di vita, Landru dona agli avvocati che lo hanno difeso dei disegni che ha realizzato in cella. In realtà in essi è celata una confessione scritta, nella quale Barbablù confessa tutti i suoi crimini e il modo in cui si è sbarazzato di ogni cadavere, ma nessuno se ne accorgerà prima che passino circa 50 anni.
L'assassino rifiuta di assistere ad una messa e respinge indignato il tradizionale bicchiere di brandy che viene offerto al condannato, ritenendolo una sorta di insulto.
Scendendo, la lama della ghigliottina si porta via l'omicida più freddo che la storia umana abbia mai conosciuto.
martedì 24 novembre 2020
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 24 novembre 1993 Robert Thompson e Jon Venables, inglesi, furono giudicati dalla corte suprema di Preston colpevoli dell'omicidio di un bambino di due anni, James Bulger, e condannati a 10 anni di carcere. I due, al momento della condanna, avevano 11 anni.
L'intera vicenda sconvolse l'opinione pubblica britannica quell'anno. Il 12 febbraio del 93 i due ragazzini bighellonavano in un centro commerciale di Bootle senza avere nulla da fare. Avevano giocato con la scala mobile, ed erano stati scacciati. Avevano rubato dei pupazzetti, ed erano stati scacciati. Non sapendo che fare, decisero di "prendere un bambino". La madre di James, Denise, aveva lasciato per un attimo suo figlio di 3 anni fuori dal negozio in cui era entrata, e al suo ritorno non lo vide più. I due lo avevano trascinato fuori e si erano allontanati di alcuni km. In quel giorno lo trascinarono, lo fecero cadere, lo buttarono per terra provocandogli una profonda ferita alla fronte, lo seviziarono, lo presero a calci e pugni finchè in serata decisero di abbandonarlo sui binari della ferrovia, sperando che un treno lo facesse sembrare un incidente. Un treno in effetti tranciò il piccolo, ma fortunatamente era già morto quando questo accadde.
L'opinione pubblica fu sconvolta non solo dall'efferatezza dei gesti dei due ragazzini, ma anche dal fatto che ben 38 persone nel corso della giornata avvicinarono i tre chiedendo loro se avevano bisogno di aiuto, e nessuno decise di intervenire o di accompagnarli a casa o in un commissariato, nonostante fosse evidente che il bimbo piangeva ed era ferito alla fronte.
Il processo fu svolto da una corte per adulti, le immagini mostrarono i due bambini in lacrime e sconvolti, e sembrava impossibile che potessero essere gli autori di quell'incredibile sequenza di eventi.
I ragazzi, che non testimoniarono in propria difesa, furono giudicati colpevoli e condannati alla prigionia in un carcere minorile. Il Lord Capo di Giustizia, Lord Taylor of Gosforth, giudicò successivamente che la coppia avrebbe dovuto trascorrere almeno 10 anni in custodia. Ciò fu contestato dalla Law Lords, che giudicò "illegale" per il Segretario aver deciso una sentenza minima per colpevoli al di sotto dei 18 anni d'età.
Nell'ottobre del 2000, il Capo di Giustizia Harry Woolf ridusse la sentenza minima di due anni, in ragione della buona condotta in carcere e per il rimorso mostrato negli anni della detenzione, ripristinando la sentenza originaria di 8 anni minimi di detenzione.
Nel 1999,gli avvocati di Venables e Thompson fecero appello al Tribunale Europeo dei Diritti dell'Uomo, affermando che il processo ai loro assistiti non era stato legale, dal momento che essi erano troppo giovani per essere giudicati da una corte per adulti. Lamentarono che l'atmosfera di eccessiva tensione aveva reso impossibile un equo processo. La Corte rispose favorevolmente.
Nel giugno del 2001, dopo 6 mesi di revisione, i ragazzi furono giudicati non più una minaccia per la pubblica sicurezza e poterono essere rilasciati, essendo scaduto nel febbraio di quell'anno il tempo minimo di detenzione. Il segretario David Blunkett approvò la decisione, ed essi furono rilasciati poche settimane più tardi, sotto identità segreta in base ad un programma stile "protezione di testimoni". Essi vivono sotto una "licenza a vita", che consente la loro immediata incarcerazione qualora dovessero rivelarsi nuovamente dei pericoli pubblici. Inoltre, è stato loro vietato di incontrarsi.
venerdì 13 novembre 2020
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 13 novembre 1974 Ronald De Feo Junior, un giovane americano di 24 anni, si presentò in un bar di Amityville, nello stato di New York, per chiedere aiuto: a casa sua erano stati trucidati i suoi genitori. I soccorritori fecero la macabra scoperta di trovare i coniugi DeFeo e 4 dei loro figli di 18, 13, 12 e 9 anni uccisi a colpi di fucile nel loro letto. Il solo Ronald era sopravvissuto.
Ronald De Feo Senior, il padre, che se ne rendesse conto o meno, incarnava il sogno americano.
Era il simbolo vivente di come un discendente di immigrati italiani, residente nella popolare Brooklyn, potesse arrivare in alto, lasciandosi alle spalle ogni preoccupazione economica.
Certo, prima di arrivare all'agiatezza, Ronald aveva dovuto lavorare duramente, nell'azienda del suocero.
Una vita di sacrifici, una vita faticosa.
Alla fine però, il frutto del suo lavoro aveva preso forma. La forma di un'elegante casa a due piani, spaziosa e luminosa, nella deliziosa Amityville, una piccola comunità a Long Island, a solo un'ora dalla giungla di New York.
Dunque, l'appartamento angusto di Brooklyn diventa un ricordo quando Ronald De Feo compra quella casa al numero 112 di Ocean Avenue. E quella casa ha una tale importanza simbolica per De Feo che viene chiamata "High Hopes" ovvero "Grandi Speranze".
Dall'esterno, Ronald De Feo, sua moglie Louise ed i suoi figli sembrano una famiglia benestante come tante altre: molto unita e tradizionale.
I De Feo hanno una bella casa, una barca, nessuna preoccupazione economica. Cosa si potrebbe desiderare di più? Ma come spesso accade, viste da lontano le cose sembrano migliori. Da vicino invece, il loro splendore si attenua, spento da una realtà piuttosto grigia. E grigia, difficile è la vita della famiglia De Feo vista dall'interno: il capo famiglia ha un temperamento difficile, irascibile, violento. Le liti tra lui e la moglie Louise sono frequenti e spesso degenerano.
Con i figli, Ronald De Feo Senior usa sempre toni che non ammettono repliche. Tra i ragazzi De Feo, ce n'è uno che proprio non riesce a piegarsi al temperamento paterno. E' il maggiore, che porta lo stesso nome dell'odiato padre: Ronald De Feo Junior, meglio noto come Ronnie o "Butch".
Se nell'infanzia "Butch"- ragazzino timido e sovrappeso- è impotente di fronte agli scatti d'ira paterni, una volta divenuto adolescente non è più disposto a subire ordini, urla, rimproveri. Butch sviluppa egli stesso un carattere violento e ribelle e comincia, prestissimo, a fare uso di vari tipi di droghe. Ronald De Feo Sr si rende conto- pur avendo egli stesso non pochi problemi relazionali- che il figlio ha un carattere estremamente problematico, al punto da rendere necessaria una terapia psichiatrica. Butch però è poco collaborativo ed i soldi spesi in terapie non sono ben spesi. Ronald De Feo Sr allora cambia strategia e quei soldi, molti soldi, comincia a darli direttamente al suo ragazzo. E non si tratta di pochi dollari, ma di somme di tutto rispetto con cui Butch può mantenere la sua auto, uscire, comprare droga e sì, anche armi. Ronnie Butch De Feo è l'unico tra i suoi fratelli ad avere una stanza per sé e qui nasconde pistole e fucili, di cui è appassionato collezionista. E' un ragazzo difficile Ronnie e quando finisce la scuola, a diciott'anni, inizia a creare non pochi problemi anche nell'azienda paterna, in cui viene assunto seppur non con grandi responsabilità.
Ronald De Feo Sr capisce che denaro e permissività assoluta non sono stati un buon metodo educativo il giorno in cui, mentre sta litigando ferocemente con la moglie, si ritrova davanti il figlio maggiore che sta puntandogli un fucile contro. Il ragazzo non ha cercato di interrompere la lite, riportando l'ordine. L'obiettivo di Butch è di mettere fine alle grida dei genitori semplicemente sparando al padre a sangue freddo ma, per qualche oscuro motivo, l'arma non spara.
Ronald De Feo Sr è salvo ma quell'episodio non lascia presagire nulla di buono.
Intanto, Ronnie Butch- consumatore di speed ed altre droghe- manifesta comportamenti iper aggressivi anche all'esterno delle mura familiari. L'apice dell'odio tra padre e figlio viene raggiunto nel 1974, quando Butch-Ronnie ha ormai ventitré anni. L'essersi lasciato gli anni da teenager alle spalle non ha cambiato Ronnie, che continua a combinare guai. Quando un incauto impiegato affida allo scapestrato ragazzo il compito di depositare denaro ed assegni dell'azienda di famiglia, Butch finge- con l'aiuto di un amico- d'essere stato rapinato. La polizia lo interroga, vuole vederci chiaro. Ronald De Feo Sr è sconvolto dall'atteggiamento del figlio, che si contraddice e si mostra poco collaborativo con gli agenti, come se risolvere un grave furto ai danni dell'azienda di famiglia non gli interessasse. Non è difficile intuire che, dietro la fantomatica "rapina" c'è in realtà lo stesso Butch. "C'è il demonio in te", grida Ronald a quel figlio ribelle che non manca di rispondergli per le rime. "Ti ucciderò", urla Ronnie all'ingombrante padre.
Quelle non sono solo parole dettate dalla rabbia. Quella è una promessa. Una promessa che Ronnie "Butch" mantiene, nelle primissime ore del 13 Novembre 1974. Butch- che ha fatto uso di droghe- siede davanti alla tv mentre l'intera famiglia è a letto. Ad un tratto, mentre guarda la tv, gli sembra di udire i suoi familiari che complottano contro di lui. Una forza misteriosa ed irrefrenabile- come racconterà- lo spinge a prendere uno dei suoi amati fucili e ad uccidere tutti i suoi familiari. A morire per primi sono i genitori, colpiti a morte nella loro camera da letto. Poi tocca ai fratellini Marc (di dodici anni) e John Matthew (di nove). Infine Butch fucila le sorelle: la tredicenne Alison e la diciottenne Dawn.
Le vittime saranno ritrovate tutte distese nei loro letti. Solo Louise- la madre di Butch- e la giovane Dawn- sorella cui Butch era molto legato- sembrano aver avuto il tempo di rendersi conto di quel che stava accadendo. Le altre vittime giacciono a pancia sotto, come se stessero dormendo profondamente.
Butch non confessa subito. Si finge sorpreso e sconvolto dalla tragedia, esce in strada a chiedere aiuto, ai poliziotti racconta di un italiano che ce l'avrebbe avuta con la sua famiglia in seguito ad una lite. In un primo momento, si pensa addirittura a mettere in sicurezza il ragazzo perché, Dio non voglia, potrebbe essere il prossimo obiettivo. Poi però, le cose cambiano. Il racconto di Butch perde pezzi. La sua collezione di armi non passa inosservata. E alla fine, Butch confessa. Ha ucciso lui. Si è liberato della famiglia.
Il passato (e il presente) di Butch lo rendono un colpevole più che credibile. Quel che però è difficile da credere, da accettare, è che nessun componente della famiglia si sia svegliato, abbia tentato di fuggire. L'autopsia sui poveri corpi dei De Feo non mostra tracce di narcotici e sull'arma del delitto non sembra essere stato posto un silenziatore. Butch è stato un rapidissimo cecchino oppure qualcuno l'ha aiutato. Butch non farà mai il nome di alcun complice e affronterà il processo da solo, assistito da un avvocato molto determinato a fargli ottenere l'infermità mentale. Butch ammetterà la sua colpevolezza ma parlerà anche di una forza oscura e invincibile che lo spingeva a sparare. Una sorta di possessione, insomma. La perizia psichiatrica, pur evidenziando i disturbi del giovane, attesta che egli era comunque in grado di intendere e di volere. Parlare di oscure forze non aiuta il giovane, cui vengono dati sei ergastoli: uno per ogni familiare ucciso.
La casa di 112 Ocean Avenue- la bella casa coloniale cui i De Feo tenevano tanto- resta quindi vuota dopo che per l'unico sopravvissuto della famiglia si aprono per sempre le porte del carcere. Non stupisce che nessuno voglia comprare la dimora in cui un figlio ha ucciso padre, madre e fratelli per cui il prezzo della casa viene abbassato di molto rispetto al mercato. Alla fine, la bella ma macabra dimora di Amityville trova degli acquirenti. Un'altra famiglia, i Lutz, composta da padre, madre e tre bambini (che lei ha avuto da un precedente matrimonio). Quando i Lutz si trasferiscono nella loro nuova e bella casa è l'8 dicembre 1975. Sono trascorsi appena tredici mesi dall'eccidio dei De Feo ma George e Kathy- i due novelli sposi- dichiarano in una conferenza stampa di non essere certo intimoriti. Quegli eventi appartengono al passato, loro sono pronti a iniziare la loro nuova vita in quella casa.
Ma a gennaio 1976, i coniugi George e Kathy cambiano- decisamente- idea.
Abbandonano la dimora in tutta fretta, non vogliono più saperne. Non vogliono più rimetterci piede, ad Ocean Avenue.
Che è successo? Dov'è finito il loro ottimismo di neo sposi? Tutto viene spiegato in un libro uscito nel 1977: " The Amityville Horror", di Jay Anson. Nella quarta di copertina si parla di "una storia vera" e del resto, la critica saluta questo best seller come un esempio di non fiction. Le cose narrate insomma, sono presentate al lettore come realmente accadute e non si tratta certo delle vicende quotidiane della famiglia americana media. Macché. Nel libro, si narra come- nei ventotto giorni di permanenza di George, Kathy e dei loro tre figli- la casa di Ocean Avenue li abbia letteralmente spinti alla fuga. Odori nauseabondi e di misteriosa origine, invasioni di mosche (per quanto si fosse in pieno inverno), freddo terribile e persistente (non importa quanta legna la famiglia bruci nel camino), cambiamenti di personalità preoccupanti sia nei genitori che nei tre bambini.
Ventotto giorni. Questo il tempo di permanenza dei Lutz nella casa, prima della loro fuga precipitosa. Cosa accadde il giorno in cui la famiglia chiuse la porta della bella dimora di Ocean Avenue per non riaprirla mai più? George e sua moglie non sono mai entrati nei dettagli.
Al libro "The Amityville Horror" è affidato il racconto delle loro vicissitudini e il tentativo di ipotizzare il motivo delle maligne presenze nella casa dove avvenne l'eccidio dei De Feo. E' probabile- anche se non dimostrato- che nelle vicinanze del terreno ove sorge l'edificio sia stato sepolto John Ketcham, un uomo cacciato dalla cittadina di Salem (teatro di una massiccia, isterica caccia alle streghe) con l'accusa di aver adorato il demonio.
"The Amityville Horror" è un best seller. Il film tratto dal libro è un successo. Molte sono le persone che si recano in "pellegrinaggio" presso la casa da cui i Lutz sono fuggiti terrorizzati.
Gli anni passano, si fa strada un maggior realismo e cinico disincanto nei confronti della vicenda delle "possessioni". I nuovi proprietari smentiscono che la casa sia infestata da alcuna presenza.
Gli anni passano, ma non passa l'orrore e lo stupore suscitato da una violenza cieca, che nasce in famiglia e che distrugge- senza pietà- la famiglia stessa.
De Feo oggi ha 69 anni e da 45 è detenuto nel Green Haven Correctional Facility di Beekman (New York).
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