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mercoledì 29 aprile 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 29 aprile.
Il 29 aprile 1968 debutta a Broadway, al Biltmore Theatre, il musical "Hair".
Hair racconta la storia di un gruppo politicamente attivo di "capelloni", "hippies dell'età dell'Acquario", che combattono la coscrizione alla guerra del Vietnam e conducono insieme una vie de bohème a New York. La loro lotta ruota intorno al tentativo di creare un equilibrio tra l'armonia della vita comunitaria e i nuovi valori promossi dalla rivoluzione sessuale, da un lato, e la ribellione pacifica contro la guerra e i valori conservatori dei genitori e della società, dall'altro. Claude, uno dei leader della tribe, deve decidere se rigettare gli obblighi di leva, così come hanno fatto i suoi amici.
Hair è un musical rock scritto da James Rado e Gerome Ragni (testi) e Galt MacDermot (musica). Rappresenta il prodotto forse più importante della controcultura hippie degli anni sessanta: il suo imponente successo ha significato un autentico terremoto nella cultura sessuale statunitense e ha contribuito a diffondere l'opposizione pacifista alla guerra del Vietnam (numerose sue canzoni sono diventate autentici inni dell'opposizione all'interventismo statunitense). L'irriverenza nei confronti della bandiera statunitense, il modo in cui sono descritti l'uso illegale di droghe e la sessualità, le scene di nudo (accade che l'intero cast sia nudo in scena) hanno provocato numerosissime controversie. Hair ha contribuito alla ridefinizione del musical theatre, partorendo il genere del musical rock. Altre novità importanti furono l'utilizzo di un cast multietnico e l'invito rivolto al pubblico, nel finale, di partecipare in scena ad un be-in.
In HAIR, la gioventù protesta contro la guerra e il servizio militare, contro l’intolleranza, la brutalità e la disumanizzazione della società. L’esistenza hippy è mostrata come una possibile vita alternativa in cui l’amore, la felicità e la libertà dominano il mondo.
Il suo messaggio trascende ogni barriera generazionale o culturale per diventare un messaggio condiviso da tutti.
La trama di HAIR si svolge proprio in quel periodo. Con un rito iniziatico Sheila e Berger presentano il giovane Claude alla tribù. Tutti credono che sorgerà una nuova era di pace e amore, l’“era dell’Acquario” e convivono fraternamente in gruppo molto unito.
Berger è il selvaggio e carismatico leader del gruppo, Woof è responsabile della fornitura di marijuana, Hud è il ragazzo di colore che lotta per l’eguaglianza degli afro-americani, la bella Sheila è innamorata di Berger mentre Jeanie è innamorata di Claude ma è incinta di un altro uomo e la più giovane del gruppo, Crissy non riesce a dimenticare un ragazzo che ha visto una sola volta nella vita.
Claude riceve la cartolina per il servizio militare e dovrebbe partire per il Vietnam come molti dei suoi coscritti.
Ad un “Be In” organizzato a Central Park tutte le cartoline della tribù dovranno essere bruciate con una cerimonia. Sotto l’influenza della droga, tutti lanciano le proprie cartoline nel fuoco; solo Claude esita per la paura di eludere la legge e i valori del suo paese e della generazione dei genitori.
Partirà per la guerra come previsto, ma con un addio pieno di amore e di speranza verso i suoi amici e con la certezza che la vittoria finale sarà la pace (“Let the Sunshine In”).
HAIR fu creato alla fine degli anni ’60 da James Rado e Gerome Ragni, due attori newyorkesi disoccupati.
Consapevoli del format richiesto da Broadway, Rado e Ragni erano comunque intenzionati a sfidare l’ideologia comune creando qualcosa di nuovo e provocatorio, qualcosa che avrebbe trasportato sul palco la favolosa energia che si provava per le strade in quel periodo. Era l’“energia” degli hippies dell’East Village di New York con i capelli lunghi, le idee di pace e di libertà.
Rado spiega “Avevamo creato HAIR pensando a Broadway, sapevamo che gli apparteneva e lo offrimmo a molti produttori della città, ma fu rifiutato per molti anni.” Furono contenti quando il produttore Joseph Papp li contattò proponendo HAIR come prima produzione del New York Shakespeare Festival Public Theater per un periodo limitato di 6 settimane. A Papp piacque la prima stesura del musical e suggerì a Rado e Ragni di sviluppare un arrangiamento musicale. Fu subito assoldato Galt MacDermot, che familiarizzò velocemente con la cultura e la musica hippie per poter comporre le musiche adatte allo show. Dopo mesi di lavoro, lo spettacolo fu finalmente pronto.
HAIR debuttò al Public Theater il 17 ottobre 1967.
Le sei settimane trascorsero velocemente senza nessun’altra data fissata per lo spettacolo.
Poco dopo entrò in produzione Michael Butler che aveva assistito allo spettacolo al Shakespeare Public Theater rimanendone folgorato. Butler, insieme a Papp, organizzò delle date dello spettacolo alla discoteca Cheetah. In questo modo HAIR geograficamente aveva raggiunto Broadway visto che Cheetah era situata proprio a Broadway tra la 45sima e la 46sima. Purtroppo in seguito a problemi finanziari HAIR dovette chiudere.
La produzione non si diede per vinta, voleva vedere HAIR arrivare con successo a Broadway. Butler cercò ancora la collaborazione di Papp che però si tirò indietro.
Nel frattempo gli autori avevano rivisitato il libretto e le musiche dello spettacolo. Dopo alcune negoziazioni fra gli autori e Butler, vennero accordate le modifiche e Tom O’Horgan accettò di diventare il nuovo regista. Butler insistette anche perché James Rado impersonasse il ruolo di “Claude”.
Ci vollero tre mesi ad O’Horgan per fare nuovi cast e rimettere in piedi lo spettacolo. Nel frattempo Butler mise a segno un colpo con il proprietario del Biltmore Theater situato nella 47sima strada. HAIR si spostò nella sua nuova casa.
Lo show debuttò finalmente a Broadway al Biltmore Theater il 29 aprile 1968. Chiuse i battenti il 1 luglio 1972 dopo 1.742 repliche.
Milos Forman ne fece una riduzione cinematografica nel 1979.
Il film rivoluziona i ruoli di Claude, Berger e Sheila: il primo è un giovane ragazzo pulito, diretto all'arruolamento, che incontra per caso il gruppo di hippies e si unisce a loro stringendo una fraterna amicizia con Berger, il loro leader. Sheila è invece una ragazza dell'alta società di cui Claude si innamora. Nel finale Claude si arruola e Berger si sostituisce a lui in caserma per permettere all'amico di passare una notte con la fidanzata. Ma prima che Claude ritorni il suo reparto viene inviato in Viet-Nam, così Berger va in guerra al posto dell'amico trovando la morte. La scena finale, nel cimitero di Arlington, è il manifesto di ogni pacifismo.

lunedì 3 novembre 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il novembre.

Il 3 novembre 1955 esce nelle sale americane il film Bulli e Pupe.

Dopo il clamoroso successo ottenuto a Broadway dall’omonimo musical, nel 1955 arriva nei cinema di tutto il mondo Bulli e pupe (Guys and Dolls in originale), per cui la Samuel Goldwyn Company arriva a sborsare una cifra astronomica all’epoca per i diritti (circa un milione di dollari) e a investire altri soldoni sonanti per assicurarsi la presenza nel film di grandi star come Marlon Brando, Frank Sinatra e Jean Simmons e per garantirsi l’operato del regista Joseph Mankiewicz, reduce dai grandi successi di Lettera a tre mogli ed Eva contro Eva. L’investimento si rivela azzeccato, e Bulli e Pupe, grazie anche alla strada aperta da musical di successo dell’epoca come Cantando sotto la pioggia, Un americano a Parigi e Spettacolo di varietà, conquista i botteghini, incassando nei soli  Stati Uniti circa 13 milioni di dollari e si ritaglia un ruolo di primo piano fra i classici del genere musical.

Nathan Detroit (Frank Sinatra) e “Sky” Masterson (Marlon Brando) sono due incalliti giocatori d’azzardo newyorkesi, amanti della bella vita e restii a impegni sentimentali seri e duraturi. Nathan in particolare non si è ancora deciso a convolare a nozze con la fidanzata Adelaide (Vivian Blaine), nonostante i due siano fidanzati da 14 anni. L’uomo è decisamente più interessato alla prosecuzione del suo vizio, e per procacciarsi i fondi per allestire una bisca clandestina propone a Sky una scommessa sulla carta già vinta con una posta di 1000 dollari: il suo socio dovrà riuscire a portare a cena con lui Miss Sarah Brown (Jean Simmons), fervente religiosa e arruolata nell’Esercito della Salvezza. Nel tentativo di portare a casa la vittoria, Sky userà tutte le sue migliori armi, ma dovrà fare i conti con un cambiamento interiore che non si sarebbe mai aspettato.

Bulli e pupe si propone fin dalle prime battute come un musical leggero e frizzante, puntando forte sulla classe e sul carisma dei propri formidabili interpreti. Il risultato finale è un prodotto a tratti ancora godibile, ma invecchiato decisamente male. Dopo aver offerto un ritratto cinico e disincantato del teatro e dello spettacolo nel suo capolavoro Eva contro Eva, Joseph Mankiewicz qui non riesce mai a staccarsi dal tema portante della pellicola, composto dal progressivo ribaltamento dei ruoli nella nascente storia d’amore fra una donna in partenza seriosa e calata con anima e corpo nella propria attività (Jean Simmons) e un uomo in apparenza guascone e immorale (Marlon Brando), che in realtà si rivela più profondo di quanto gli altri credano. Un contrasto lui spavaldo\lei “rigidina” che nel 1955 poteva ancora essere apprezzato, ma che visto oggi perde gran parte del proprio fascino. La trama lineare e ampiamente prevedibile viene ulteriormente indebolita da una durata della pellicola francamente spropositata (poco meno di 150 minuti), che riesce a mettere in difficoltà anche lo spettatore più allenato. Nonostante questi difetti, Bulli e pupe riesce però a non naufragare mai, soprattutto grazie alle ottime musiche di Frank Loesser (fra le altre meritano una citazione A Woman in Love, Adelaide’s Lament e If I Were a Bell) e a dialoghi freschi e vivaci, che sentiti oggi fanno sorridere, ma che riescono ancora nell’intento di ravvivare il film nei momenti meno efficaci. Per quanto riguarda gli interpreti, fra i due litiganti Marlon Brando (sempre ottimo sul fronte della recitazione, ma decisamente a disagio per quanto riguarda il lato cantato) e Frank Sinatra (al contrario superbo nelle canzoni, ma imprigionato in un ruolo bidimensionale e di scarso spessore) a emergere a sorpresa è la splendida Jean Simmons, che conferisce grande profondità a un personaggio che a conti fatti si rivela il più riuscito del film, rendendo alla perfezione la progressiva perdita dei freni inibitori di Sarah e il suo lento avvicinamento ai comportamenti che all’inizio della storia rigettava. Di grande effetto ancora oggi la fotografia, che ci mostra una New York fatta di luci al neon e colori sgargianti e che fece guadagnare a Bulli e pupe una delle sue quattro nomination all’Oscar, insieme a quelle per scenografia, costumi e colonna sonora.

Nonostante alcuni difetti, Bulli e pupe è comunque una pellicola da recuperare per i cinefili appassionati di musical e per tutti i fan di Marlon Brando e Frank Sinatra, che non offrono le migliori performance delle rispettive carriere ma illuminano comunque il film con la loro eccezionale presenza scenica. Anche se il gusto, gli usi e i costumi del pubblico con il passare del tempo sono inevitabilmente mutati, a volte un salto indietro nel tempo può servire per capire da dove arriviamo, cosa siamo e dove stiamo andando. Ben venga quindi Bulli e pupe a farci compiere questo tuffo nel passato, anche con la sua ingenuità e leggerezza.

lunedì 28 aprile 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 28 aprile.

Il 28 aprile 1990 va in scena a Broadway l'ultima replica del Musical "a chorus line", dopo quasi 15 anni dalla prima.

Quando è storia, è storia. "A CHORUS LINE", da quella leggendaria sera del 25 luglio 1975 in cui andò in scena al Public Theatre, dove 300 persone sedute sui 300 posti "off broadway" si passarono subito parola, è diventato il re dei "musical". Non solo perché ha battuto tutti i record di gradimento e programmazione (trasferitosi subito "in" Broadway per merito dell’impresario shakespeariano Joseph Papp, è rimasto in scena alla Shubert Theatre 15 anni fino al 28 aprile ’90, 6137 repliche), diventando nell’85 anche un film di Sir Richard Attenborough con Michael Douglas, ma perché ha rivoluzionato la tecnica, e, si può dire, la morale di questo genere di spettacolo che nasce direttamente dalla costola del teatro americano.

Il musical si è così creato sera per sera, adattandosi ai suoi protagonisti che sono mutati nel corso del tempo: giacché si tratta di teatro nel teatro, ovvero come un regista "manhattese" passa un pomeriggio di audizioni per scegliere il balletto di un nuovo spettacolo. Ragazzi e ragazze pronti a sgambettare sotto i riflettori traslocando da una città all’altra, col cuore protetto dalle insegne al neon (in americano li chiamano "gipsies", zingari) si "confessano" in palcoscenico sulla "chorus line", la linea bianca che delimita lo spazio del balletto di fila da quello delle star.

"A CHORUS LINE" è soprattutto un omaggio al teatro, all’etica del "si va in scena", dei sacrifici occulti che gli attori sostengono e dei traumi che vivono, perché ogni volta che si apre il sipario ciascuno porta alla ribalta un pezzo della propria vita. Nel musical probabilmente sapete come va a finire, qualcuno verrà scelto, qualcun altro no (tu, tu, tu, tu e gli altri a casa, la prossima volta, grazie), ma tutti alla fine, come per magia, appariranno in lustrini, paillettes a dirci cantando "one", il motivo più orecchiabile dello show, che si tratta comunque di una "singular sensation".

Una singolare sensazione che prende anche il pubblico. Il musical infatti ci commuove ribaltando le classiche convinzioni del genere, che ha fatto i primi passi (vedi i film hollywoodiani degli anni ruggenti) proprio curiosando dietro le quinte, quando anonime "girls" uscivano tremanti in palcoscenico e tornavano in camerino "stelle", come ha sempre insegnato "Quarantaduesima Strada". Ma Michael Bennett, il regista che per primo mise in scena "A CHORUS LINE" non solo ha intuito un potenziale di attori, ma ha adeguato la grande trovata del testo di Kirkwood e Dante, ritmato dalle bellissime musiche di Marvin Hamlish, ai tempi interiori ed esteriori del teatro moderno. Poche scene, anzi nessuna, solo uno specchio sullo sfondo, ed un gioco "elettrico" che cambia continuamente voltaggio tra finzione e realtà.

Se insomma "Quarantaduesima Strada" raccontava i pettegolezzi dei camerini, "A CHORUS LINE" ha un modo di esprimersi netto, preciso, diverso, in cui ogni aspirante ballerino racconta, già esibendosi, come e perché si trova lì.

Ed ecco quindi brandelli di vita vissuta, ora amari, ora buffi, ora divertenti, come una seduta psicoanalitica cantata e ballata.

E dopo il verdetto del regista, il musical si impenna, sogna, e diventa per un attimo fuggente sfarzoso: il doppio sogno di un musical alla sera della prima. Lo spettacolo che ha vinto 9 Tony Awards ed il premio Pulitzer, ha rivoluzionato il musical, perché davvero, per la prima volta, adopera sullo stesso piano il testo, la musica, la coreografia ed il personale carisma degli attori, che diventano subito amici e nostri complici, portandoci per mano in una visita guidata tra illusioni e delusioni del teatro moltiplicati all’infinito dallo specchio. La simpatia sta nell’affiatamento che nasce sul palcoscenico, dove i nuovi talenti si fanno le ossa e magari utilizzano un poco di autobiografia. Perché il fascino di questo show appartiene all’eterno della domanda sul bisogno della finzione, quando la curva del teatro incontra, complice un refrain, quello della poesia.


lunedì 7 ottobre 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 7 ottobre.
Il 7 ottobre 1982 esordisce a Broadway il musical Cats.
“Memory” è sicuramente la canzone piú famosa di Cats di Andrew Lloyd Webbers, ispirato al libro per bambini “Old Possum´s Book of Practical Cats” (1939) dello scrittore e premio nobel per la letteratura T.S. Eliot. Lo spettacolo, diviso in due atti, andò in scena a Londra per ben 21 anni, dal 1981 al 2002. Allo stesso tempo Cats fu messo in scena anche a Broadway, dal 1982 al 2000. In Germania lo spettacolo fece parte del programma del Operettenhause di Amburgo dal 1986 al 2001. Dopo la chiusura vi furono numerose repliche e al termine delle repliche iniziò un grande tour internazionale. Nel 2016 Cats venne nominato “Best Musical revival”. Il musical è uno tra i più grandi successi di tutti i tempi per longevità, spettatori e incassi totali.
La Trama del musical Cats
È notte, c´è la luna piena e regna il silenzio sulla città. Come ogni anno in un quartiere di Londra i gatti della tribù Jellicle si sono dati appuntamento al chiaro di luna per la festa durante la quale il vecchio Deuteronomio, loro capo, sceglierà chi di loro passerà nel “Dolce Aldilà” per rinascere a nuova vita. Questa è una notte davvero speciale: gli umani assistono alla festa dei gatti.
I Jellicle si presentano e raccontano le loro storie; tra loro c’è anche Grisabella, un tempo gatta affascinante, ora malconcia ed evitata da tutti. All’improvviso compare il malvagio Macavity, che rapisce Deuteronomio e si ripresenta più tardi fingendosi proprio Deuteronomio. Il gatto criminale viene però smascherato e scacciato dagli altri gatti. I Jellicle si mettono così alla ricerca del buon Deuteronomio e chiedono aiuto al mago Mr. Mistofeles che, alla fine di una sua esibizione, lo fa riapparire. Mentre l’alba si avvicina, Grisabella ricompare sulla scena e, cantando la celebre “Memory”, rievoca i bei tempi: i gatti Jellicle sono pronti a riaccoglierla tra loro. Deuteronomio decide che sarà proprio lei ad aver diritto a rinascere e la accompagna alle porte del “Dolce Aldilà”.

martedì 26 settembre 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 26 settembre.
Il 26 settembre 1957 debutta a Broadway West Side Story, di Leonard Bernstein.
West Side Story è prima di tutto una grande storia d’amore, ispirata alla tragedia di William Shakespeare, Romeo e Giulietta. I protagonisti sono Tony e Maria, due giovani, dell’Upper West Side (ecco da dove deriva il titolo) di New York che s’innamorano nonostante facciano parte di due bande diverse e ovviamente rivali. Da una parte troviamo i bianchi americani Jets di Tony e dall’altra i portoricani Sharks di Maria. Le bande si dividono il territorio e non c’è alcuna possibilità che questi gruppi accettino una relazione che in qualche modo possa unire le due fazioni.
Nonostante questa situazione, nulla vieta a Maria e Tony di sognare un futuro migliore, romantico e possibilmente insieme. Sono consapevoli che la dura realtà sia insuperabile, ma sono giovani e pieni di speranza. La loro storia d’amore precipita a causa di una rissa organizzata e che Tony vuole assolutamente placare. Il ragazzo però, non solo non riesce ad arginare i contrasti, ma prende parte alla violenza quando vede Bernardo, il fratello di Maria che comanda gli Sharks, pugnalare a morte Riff il capo dei Jets, il suo migliore amico. Il ragazzo travolto dal dolore si avventa su Bernardo e lo uccide.
Gli Sharks si trovano senza un leader e vogliono vendetta. L’unico modo per averla è ammazzare Tony. I due giovani, allora, capiscono che, per salvare il loro amore e le loro vite, devono fuggire insieme. Ma c’è un intoppo. La polizia va a casa di Maria, per capire le dinamiche dell’incidente e la ferma per un interrogatorio. Così la fidanzata di Bernardo, Anita, nonostante sia contraria alla storia d’amore tra Maria e Tony, decide di aiutarli e si reca da Tony per avvisarlo del ritardo dell’amica.
Presa purtroppo dalla voglia di vendetta, una volta raggiunti i Jets racconta che Maria è stata uccisa da Chino, il suo promesso sposo. Tony, disperato, esce dal negozio in cui si era rifugiato per scampare all’ira degli Sharks, e va a cercare Chino, ma incontra Maria. Si stanno per riabbracciare, quando all’improvviso compare il rivale in amore e gli spara, uccidendolo proprio davanti alla ragazza. Maria, furiosa, si sfoga e sgrida le due bande, che decidono di deporre le armi e, per la prima volta, si trovano unite nella processione in memoria di Tony.
West Side Story è un musical, scritto da Arthur Laurents e musicato da Leonard Bernstein, di grandissimo successo, forse il più grande per l’epoca. Debuttò al Winter Garden Theater di Broadway (New York) il 26 settembre 1957 e fu replicato 732 volte prima di partire per una lunga tournée. Dato il grande amore che il pubblico mostrò per questo Romeo e Giulietta contemporaneo, nel 1961 la United Artists realizzò una versione cinematografica, che comparve nelle sale il 18 ottobre di quell’anno. La storia si rifà a quella del musical ed è diretto da Jerome Robbins e Robert Wise.
West Side Story è stato il film dei record, perché ha vinto dieci Oscar (Rita Moreno, miglior attrice non protagonista, George Chakiris, miglior attore non protagonista, e poi fu premiato come miglior film, regia, coreografia, scenografia, montaggio, costumi, colonna sonora e fotografia e infine anche la nomination come Migliore sceneggiatura non originale a Ernest Lehman) e dopo 50 anni non c’è ancora una pellicola che sia stata in grado di superare questo eccellente risultato. Quello di West Side Story è sicuramente un successo che ha attraversato le generazioni, anche grazie una seconda registrazione del 1984, cui hanno preso parte il soprano neozelandese Kiri Te Kanawa nel ruolo di Maria, il famoso tenore spagnolo José Carreras in quello di Tony, aggiudicandosi, nel 1985, un Grammy Award.

sabato 20 novembre 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 20 novembre.
Il 20 novembre 1966 va in scena per la prima volta a Broadway il musical "cabaret".
La produzione originale del musical, diretta da Harold Prince e coreografata da Ron Field, debuttò al Broadhurst Theatre, per poi essere trasferita all’Imperial Theatre ed infine al New Broadway Theatre, prima della fine delle 1165 repliche a Broadway. Il cast comprendeva: Jill Haworth (Sally), Bert Convy (Cliff), Lotte Lenya (Fräulein Schneider), Jack Gilford (Herr Schultz), Joel Grey (Maestro delle Cerimonie), Edward Winter (Ernst) e Peg Murray (Fräulein Kost).
 La produzione di Broadway del 1966 ebbe un grande successo ed ispirò l’omonimo film del 1972 con una strepitosa Liza Minnelli e numerose altre produzioni successive.
Brian, un giovane letterato inglese in cerca d'ispirazione, cala nella Berlino degli anni trenta ed incontra nella prima pensione in cui ficca il naso Sally Bowles, una compatriota che è la stella dei Kit Kat Club, un cabaret molto in voga.
Lei è una testolina matta con una gran voglia in corpo di vivere e di arrivare al successo, cinica ma generosa, sicura e spavalda in apparenza ma in fondo con un gran bisogno d'affetto. Lui è un giovanotto, culturalmente impegnato, timido ed impacciato, disinteressato alle comodità ed ai godimenti dei successo ed attento invece alla realtà che l'attornia in un vigile atteggiamento critico; sbarca il lunario dando lezioni di inglese e curando traduzioni.
Fra i due, nonostante la diversità caratteriale e d'interessi, nasce una viva simpatia. Sally, all'amico appena giunto, è doviziosa di aiuti pratici: sfrutta le proprie amicizie maschili per trovargli lavoro anche se a lui non è congeniale (traduzione di romanzi pornografici) e gli mette a disposizione la propria stanza, meglio arredata, perché possa dare lezioni in un ambiente più confacente.
Sally tenta anche approcci più intimi; ma l’amico è refrattario e spiega di aver constatato la propria inibizione in più d'un tentativo. Un giorno, però, in cui Sally si manifesta a Brian - al di là della sua scorza sensuale - nella sua dolente umanità, egli dimostra di saperla amare anche non solo platonicamente. Brian si reca al Kit Kat a prelevare Sally sempre più spesso; ma l'atmosfera intimista della pensione contrasta stridentemente con quella famosa, rumorosa e volgare dei cabaret, così, inevitabilmente, fra Sally e Brian nascono i primi dissapori, le prime incomprensioni e - come spesso accade - durante un litigio le diversità di fondo riemergono bruscamente, gettate in faccia come insulti. L'incrinatura s'aggrava allorché sopraggiunge un'amicizia equivoca con un ricco tedesco, il quale costituisce per Sally la possibilità di realizzare il suo sogno di lusso e di successo e per Brian un tentennamento nelle sue tendenze amatorie ed un patteggiamento con se stesso: l'avventura a tre finirà amaramente la mattina in cui il barone - partito da solo per l'Argentina mandando a monte il progetto d'un viaggio insieme - lascerà ai nostri eroi pochi marchi di ricompensa per essersi dati a lui.
Sally attende un bambino; fra i due qualche momento di imbarazzo, a cui succede una breve parentesi di speranza d'una vita nuova e pulita; ma tale speranza verrà presto irrisa dalla consapevolezza di Sally, o dalla sua paura, di non riuscire a “redimersi”. Forse Sally teme soltanto di guastare la vita di Brian e le sue aspirazioni con una relazione duratura. Abortirà, dicendogli che s'era illusa sul sentimento che la legava a lui e che presto il peso di tale legame comincerebbe ad opprimerla.
Brian, deluso e addolorato, se ne torna in Inghilterra.
A questa storia sentimentale - su cui s'impernia il film - se ne intreccia un'altra fra due ebrei, patetica anch'essa ma con risvolto socio-politico-razziale. Entrambe le vicende s'inseriscono nell'atmosfera inquietante e sanguinosa dell'avvento di Hitler al potere; ma l'ambiente catalizzatore del film è costituito dal Kit Kat Club, i cui spettacoli fanno da contrappunto sia alle storie sentimentali che al periodo storico. E qui è il punto di forza del film: Bob Fosse ha modo di esibire il suo talento di coreografo in una serie di sketches di chiara impronta espressionistica, dove l'atmosfera di sensuale abbandono - nella frenesia dì vivere e di bruciarsi - è avvalorata da una mirabile fotografia a colori che in certe “ nuances ” del rosso e del blu richiama la sequenza del défilé ecclesiastico di Roma) e da azzeccate canzoni di marleniana risonanza, interpretate in modo superlativo da Liza Minnelli (Sally Bowles) e da Joel Gray (il presentatore).
Fra i più suggestivi numeri del Kit Kat Club quello di “Money, money, money” che esalta i concreti vantaggi della ricchezza e quello di “Life is a cabaret” che molto significativamente esprime la tendenza al “cupio dissolvi” propria delle stagioni vissute e bruciate nella preconizzazione o nell’attesa di funesti avvenimenti.
Oltre agli sketches del cabaret, che suggeriscono e commentano la psicologia corrente di quegli anni, il compito di ricreare il periodo storico è affidato a brevi quanto eloquenti immagini di violenza e di sangue che vengono a gettare una luce sinistra, inquietante su tutta l'opera. Così, fugacemente, ma con bieca forza di suggestione, si assiste al pestaggio del proprietario del cabaret che poco prima aveva buttato fuori dal locale un nazista. In una altra occasione, nelle prime ore dei mattino, si vede sangue chiazzare l'asfalto di strade e marciapiedi come conseguenza di azioni punitive notturne; ed il barone spiega a Sally ed a Brian che ora si sfrutta il nazismo per ricreare l'ordine e che in un secondo tempo ci si sbarazzerà di esso. Ma tale certezza si tinge di dubbio durante una sequenza, perspicua a tal proposito, quando durante una sosta dei tre in un'osteria di campagna un giovane biondino si alza ad intonare una canzone che sotto l'apparenza patriottica cela i sintomi dei prossimi nefasti misfatti nazisti: il giovane ben presto trascinerà tutti i presenti - tranne un vecchio - in una indemoniata esaltazione del grande futuro pangermanico. Brian chiede a questo punto al barone se sia ancora convinto di riuscire a far rientrare dietro le quinte i nazisti; il silenzio del barone a questa domanda è un preannuncio della sua imminente partenza o - meglio - della sua fuga.
Brian, a cui nel film il regista affida il compito di rilevare criticamente la nascita delle storture ideologiche naziste, ha dapprima uno scontro verbale nella pensione a proposito del dilagare dell'antisemitismo e successivamente uno scontro - questa volta fisico - con due nazisti, da lui intenzionalmente quanto pateticamente provocati per strada a causa della loro asfissiante retorica di volantini e gagliardetti. Brian viene malmenato duramente e tutto sanguinolento e pesto trova comprensione più sentimentale che ideologica per la sua rivolta individuale e ideale fra le amorose braccia di Sally.
I nazisti con sicurezza e baldanza si preparano a dare il colpo di grazia alla repubblica di Weimar, ridotta ormai ad un cadavere con la complicità sempre più manifesta del presidente Hindenburg. Nel settembre 1930 il risultato a sorpresa nelle elezioni porta i deputati nazionalsocialisti di Hitler da dodici a contosette. L'alta finanza e l'alta industria tedesca lascia fare; ma mentre una parte più vigile riuscirà poi ad affiancarsi al nazismo, l'altra, obnubilata dalla solidità e dagli agi della ricchezza si troverà impreparata ed impaurita davanti a questi bagliori macabri di fuoco ed abbandonerà la partita.
Bob Fosse ha voluto ritrarre quest'ultimo atteggiamento dell'aristocrazia tedesca nella figura dell'encipite barone, la cui bisessualità metaforicamente è sintomo dell'indecisione e della distrazione sia morale che politica di tale classe in quel delicato e decisivo momento storico non solo della Germania ma della civiltà mondiale.


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