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martedì 25 novembre 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 25 novembre.

Il 25 novembre 1947 i "10 di hollywood" vengono messi nella lista nera degli Studios.

La storia dei 10 di Hollywood è una storia che abbiamo troppo spesso dimenticato ed in questo modo abbiamo dimenticato il coraggio di 10 uomini amanti della libertà.

Questa storia ha inizio negli Stati Uniti d’America, a quei tempi considerati come la Patria della libertà, un paese che negli anni bui del nazi-fascismo era diventata la seconda Patria di molti registi della scuola tedesca di cinematografia in fuga da Hitler.

Questa storia si svolge più precisamente nel mondo di Hollywood, un mondo che negli anni caldi dell’alleanza fra USA ed URSS ( 1942-1944) era stato “incaricato” di produrre film spiccatamente filo-sovietici come “Mission to Moscow” diretto da Curtiz ,in cui il regista dipinge un’immagine positiva di Stalin , e “Fuoco ad Oriente”, in cui viene elogiato il sistema dei Kolchoz ucraini e la resistenza sovietica al nazismo.

Questa storia inizia nel 1947 anno in cui l’HUAC, la commissione per le attività antiamericane istituita nel 1938, comincia la sua guerra nei confronti di tutti coloro che, nel mondo del cinema, si sono distinti per un impegno politico e sociale ed ad un’adesione al partito comunista statunitense.

Questa storia ha 10 eroi, 10 persone vicine, in un modo o nell’altro, al partito comunista statunitense, 10 uomini di cinema che, appellandosi alla libertà di poter esprimere le proprie idee politiche, si rifiutarono di rispondere agli interrogatori dell’HUAC concernenti la loro vicinanza politica con il partito comunista.

Questa storia è stata una tragedia per questi amanti della libertà che si ritrovarono per anni esclusi dal mondo della cinematografia, controllati dalla polizia e dai servizi segreti ed additati come nemici della nazione dai media; questi 10 eroi non furono le uniche vittime dell’isteria anticomunista perché altre decine e decine di persone furono inserite in apposite liste di proscrizione ed ostracizzate dal mondo del cinema: come dimenticarsi di una delle più grandi star del cinema mondiale, Charlie Chaplin, il quale fu allontanato dalla cinematografia statunitense nel ’52?

Molti attori e registi per non fare una brutta fine decisero di trasformarsi in delatori e di accusare i propri colleghi di simpatie marxiste.

Questa storia va inserita nel periodo definito del “maccartismo”, periodo caratterizzato da una spietata caccia ai comunisti che arrivò all’obbligo, da parte dei dipendenti statali, di prestare un “giuramento anticomunista” per poter continuare a lavorare; questo giuramento fu esteso anche ad alcune università, come l’università californiana, dove i docenti si trovarono nella stessa situazione in cui si erano trovati i colleghi italiani durante gli anni del fascismo.

A causa di questa politica, resa sistematica da McCarthy, negli anni ’50 diecimila lavoratori furono licenziati per sospetto comunismo, scienziati democratici e pacifisti del calibro di Tolman e di Einstein furono messi sotto stretta sorveglianza ed i professori poco inclini ai giuramenti politici furono allontanati dalle università e dalle scuola di tutti i gradi e livelli.

domenica 16 novembre 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 16 novembre.

Il 16 novembre 1960 scompare Clark Gable, un'icona del cinema.

William Clark Gable, soprannominato "re di Hollywood", nasce a Cadiz (Ohio) il giorno 1 febbraio 1901. Prima di diventare uno degli attori più contesi dai produttori di Hollywood a suon di dollari, ha dovuto affrontare una dura gavetta nel mondo dello spettacolo, spinto dagli incoraggiamenti dalle donne che lo amavano.

La prima è l'attrice e regista teatrale Josephine Dillon (14 anni di lui più anziana), che convinta che Clark Gable abbia un autentico talento lo scrittura e lo aiuta ad affinarlo. Insieme vanno ad Hollywood dove, il 13 dicembre 1924, si sposano. La regista ha il merito di avergli insegnato l'arte della recitazione, a muoversi con disinvoltura ed eleganza, e a tenere sul palcoscenico e nella vita privata un contegno ineccepibile. E' lei infine a persuaderlo a tralasciare il nome William e a farsi chiamare semplicemente Clark Gable.

Grazie a lei Gable ottiene le prime parti, per lo più in ruoli marginali in film come "White Man" (1924), "Plastic Age" (1925). Tornò in teatro, e dopo parti di minore importanza, debuttò sul palcoscenico di Broadway nel 1928 in Machinal, interpretando la parte dell'amante della protagonista, e raccolse lusinghieri consensi dalla critica.

E' in tournée nel Texas con un'altra compagnia quando incontra Ria Langham (17 anni più anziana), ricca e pluridivorziata, inserita in un giro di alte relazioni sociali. Ria Langham farà dell'attore un raffinato uomo di mondo. Dopo il divorzio da Josephine Dillon, Clark Gable sposa Ria Langham il 30 marzo 1930.

Intanto ottiene un contratto di due anni con la MGM: gira film come "The Secret Six" (1931), "Accadde una notte" (1934), "Gli ammutinati del Bounty" (1935) e "San Francisco" (1936). Spinto e pagato dalla produzione, Gable utilizza una protesi dentaria per render perfetto il suo sorriso e si sottopone ad un intervento di chirurgia plastica per correggere la forma delle orecchie.

Nel 1939 arriva il grande successo con l'interpretazione per cui ancora oggi è identificato come simbolo: l'affascinante e rude avventuriero Rhett Butler in "Via col vento" (Gone with the wind), di Victor Fleming. Il film, tratto dal romanzo di Margaret Mitchell, lo consacra definitivamente come divo internazionale, insieme all'altra protagonista, Vivien Leigh.

Durante la lavorazione del film "Via col vento", Clark Gable ottiene il divorzio da Ria Langham. Ancor prima di finir le riprese, se ne va in Arizona, dove sposa in forma privata l'attrice Carole Lombard, conosciuta tre anni prima.

Dopo gli avvenimenti di Pearl Harbor, nel 1942 Carole Lombard partecipa attivamente alla campagna di raccolta dei fondi di finanziamento dell'esercito americano. Durante il ritorno da un viaggio di propaganda a Fort Wayne, l'aereo con a bordo Carole Lombard si schianta contro una montagna. In un telegramma inviato poco prima di partire, Carole Lombard suggeriva al marito di arruolarsi: distrutto dal dolore, Clark Gable troverà nel consiglio della moglie nuove motivazioni.

Dopo le riprese di "Incontro a Bataan" (1942), Gable si arruola nell'aviazione.

Torna poi alla MGM, ma cominciano i problemi: Gable è cambiato e anche la sua immagine pubblica ha perso il suo smalto originale. Interpreta una serie di film che riscuotono buoni successi commerciali, ma che tuttavia risultano oggettivamente mediocri: "Avventura" (1945), "I trafficanti"(1947), "Mogambo" (1953).

Nel 1949 sposa Lady Sylvia Ashley: il matrimonio durerà poco, fino al 1951.

Successivamente conosce e sposa la bella Kay Spreckels, le cui fattezze ricordavano molto quelle della scomparsa Carole Lombard. Con lei Gable sembrava avere ritrovato la felicità perduta.

Il suo ultimo film "Gli spostati" (1961), scritto da Arthur Miller e diretto da John Huston, segna una piena rivalutazione in campo professionale. Nel film Clark Gable interpreta la parte di un attempato cowboy che si guadagna da vivere catturando cavalli selvaggi. L'attore si appassiona moltissimo al soggetto, impegnandosi con grande scrupolo nello studio della parte.

Nonostante le riprese avvenissero in luoghi molti caldi e le scene d'azione fossero al di sopra delle forze di un uomo dell'età di Gable, rifiutò la controfigura, sottoponendosi a un duro sforzo, soprattutto nelle scene della cattura dei cavalli. Intanto la moglie aspettava un bambino, che chiamerà John Clark Gable. Il padre non visse abbastanza per vederlo: il 16 novembre 1960, due giorni dopo aver terminato le riprese dell'ultimo film, a Los Angeles, Clark Gable veniva colpito da infarto.

La scomparsa di quello che sarebbe stato definito "re di Hollywood", segnò per molti la fine di una generazione di attori che incarnava il personaggio ideale di uomo, tutto d'un pezzo, temerario e virile.

Venne sepolto nel Forest Lawn Memorial Park a Los Angeles, California, accanto alla terza moglie ed amore della sua vita, Carole Lombard.

lunedì 3 novembre 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il novembre.

Il 3 novembre 1955 esce nelle sale americane il film Bulli e Pupe.

Dopo il clamoroso successo ottenuto a Broadway dall’omonimo musical, nel 1955 arriva nei cinema di tutto il mondo Bulli e pupe (Guys and Dolls in originale), per cui la Samuel Goldwyn Company arriva a sborsare una cifra astronomica all’epoca per i diritti (circa un milione di dollari) e a investire altri soldoni sonanti per assicurarsi la presenza nel film di grandi star come Marlon Brando, Frank Sinatra e Jean Simmons e per garantirsi l’operato del regista Joseph Mankiewicz, reduce dai grandi successi di Lettera a tre mogli ed Eva contro Eva. L’investimento si rivela azzeccato, e Bulli e Pupe, grazie anche alla strada aperta da musical di successo dell’epoca come Cantando sotto la pioggia, Un americano a Parigi e Spettacolo di varietà, conquista i botteghini, incassando nei soli  Stati Uniti circa 13 milioni di dollari e si ritaglia un ruolo di primo piano fra i classici del genere musical.

Nathan Detroit (Frank Sinatra) e “Sky” Masterson (Marlon Brando) sono due incalliti giocatori d’azzardo newyorkesi, amanti della bella vita e restii a impegni sentimentali seri e duraturi. Nathan in particolare non si è ancora deciso a convolare a nozze con la fidanzata Adelaide (Vivian Blaine), nonostante i due siano fidanzati da 14 anni. L’uomo è decisamente più interessato alla prosecuzione del suo vizio, e per procacciarsi i fondi per allestire una bisca clandestina propone a Sky una scommessa sulla carta già vinta con una posta di 1000 dollari: il suo socio dovrà riuscire a portare a cena con lui Miss Sarah Brown (Jean Simmons), fervente religiosa e arruolata nell’Esercito della Salvezza. Nel tentativo di portare a casa la vittoria, Sky userà tutte le sue migliori armi, ma dovrà fare i conti con un cambiamento interiore che non si sarebbe mai aspettato.

Bulli e pupe si propone fin dalle prime battute come un musical leggero e frizzante, puntando forte sulla classe e sul carisma dei propri formidabili interpreti. Il risultato finale è un prodotto a tratti ancora godibile, ma invecchiato decisamente male. Dopo aver offerto un ritratto cinico e disincantato del teatro e dello spettacolo nel suo capolavoro Eva contro Eva, Joseph Mankiewicz qui non riesce mai a staccarsi dal tema portante della pellicola, composto dal progressivo ribaltamento dei ruoli nella nascente storia d’amore fra una donna in partenza seriosa e calata con anima e corpo nella propria attività (Jean Simmons) e un uomo in apparenza guascone e immorale (Marlon Brando), che in realtà si rivela più profondo di quanto gli altri credano. Un contrasto lui spavaldo\lei “rigidina” che nel 1955 poteva ancora essere apprezzato, ma che visto oggi perde gran parte del proprio fascino. La trama lineare e ampiamente prevedibile viene ulteriormente indebolita da una durata della pellicola francamente spropositata (poco meno di 150 minuti), che riesce a mettere in difficoltà anche lo spettatore più allenato. Nonostante questi difetti, Bulli e pupe riesce però a non naufragare mai, soprattutto grazie alle ottime musiche di Frank Loesser (fra le altre meritano una citazione A Woman in Love, Adelaide’s Lament e If I Were a Bell) e a dialoghi freschi e vivaci, che sentiti oggi fanno sorridere, ma che riescono ancora nell’intento di ravvivare il film nei momenti meno efficaci. Per quanto riguarda gli interpreti, fra i due litiganti Marlon Brando (sempre ottimo sul fronte della recitazione, ma decisamente a disagio per quanto riguarda il lato cantato) e Frank Sinatra (al contrario superbo nelle canzoni, ma imprigionato in un ruolo bidimensionale e di scarso spessore) a emergere a sorpresa è la splendida Jean Simmons, che conferisce grande profondità a un personaggio che a conti fatti si rivela il più riuscito del film, rendendo alla perfezione la progressiva perdita dei freni inibitori di Sarah e il suo lento avvicinamento ai comportamenti che all’inizio della storia rigettava. Di grande effetto ancora oggi la fotografia, che ci mostra una New York fatta di luci al neon e colori sgargianti e che fece guadagnare a Bulli e pupe una delle sue quattro nomination all’Oscar, insieme a quelle per scenografia, costumi e colonna sonora.

Nonostante alcuni difetti, Bulli e pupe è comunque una pellicola da recuperare per i cinefili appassionati di musical e per tutti i fan di Marlon Brando e Frank Sinatra, che non offrono le migliori performance delle rispettive carriere ma illuminano comunque il film con la loro eccezionale presenza scenica. Anche se il gusto, gli usi e i costumi del pubblico con il passare del tempo sono inevitabilmente mutati, a volte un salto indietro nel tempo può servire per capire da dove arriviamo, cosa siamo e dove stiamo andando. Ben venga quindi Bulli e pupe a farci compiere questo tuffo nel passato, anche con la sua ingenuità e leggerezza.

sabato 11 ottobre 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è l'11 ottobre.

L'11 ottobre 1961 muore Chico Marx, il più grande dei fratelli Marx.

I fratelli Marx segnano un’ulteriore evoluzione del genere comico. La commedia è stata incentrata prima su un singolo attore, poi sulla coppia Laurel e Hardy (e, in misura minore, su quella formata da Bert Wheeler e Robert Woolsey) e quindi sul quartetto (diventato successivamente un trio) dei fratelli Marx.

La loro produzione appartiene tutta al periodo del sonoro: il primo film, The Cocoanuts, è infatti del 1929. Le loro azioni nel mondo dei cinema andarono alle stelle proprio quando crollavano quelle di Wall Street. Distruttivi, pungenti, assurdi, i fratelli aggredivano le buone maniere. Alla base dei loro film non c’è l’idea di affermazione che ricorreva nel cinema dei comici degli anni venti. Ad esempio, pur aiutando gli altri nelle loro storie d’amore, essi non si fanno mai coinvolgere a livello sentimentale. A parte Zeppo – che si ritirò dopo avere interpretato, in alcuni dei loro primi film, un ruolo romantico e leggero – è possibile rintracciare una parvenza di sentimento in Harpo; le scene in cui suona l’arpa possono sembrare strane, poiché stridono con lo spirito iconoclasta che anima il resto del film.

Pur rivelandosi, a tratti, un sentimentale, Harpo è anche capace di assumere improvvisamente atteggiamenti osceni, anarchici, dannosi. Harpo il muto fa pensare a un’immagine frantumata dei comici del cinema muto. Groucho e Chico, per contro, non smettono mai di parlare. Le loro parole distruggono il significato del linguaggio e la dignità delle istituzioni, che Keaton e gli altri comici della sua epoca trattavano invece con rispetto. I danni provocati da Harpo sono al contrario sempre concreti – le sue forbici non si fermano mai. I disastri che causa Harpo, a differenza di quelli che avevano per protagonisti Keaton e Langdon, rivelano un’aggressione anarchica verso oggetti sociali come gli abiti, i pianoforti, il cibo.

In A night at the opera (Una notte all’opera), ad esempio, i fratelli si prendono gioco delle sacre istituzioni americane con un discorso sui più grandi aviatori del mondo. Mettendo in ridicolo la dimensione eroica e romantica della transvolata atlantica ridimensionano la portata delle imprese di Lindbergh e dei suoi epigoni. A essere irriverente è soprattutto il commento con il quale Chico svaluta i pericoli corsi da Lindbergh: "La prima volta che ci abbiamo provato, dopo avere sorvolato metà oceano abbiamo finito la benzina. Siamo dovuti tornare indietro a fare il pieno".

Ancora più insolente è la loro distruzione dei totem del commercio e della cultura. Groucho e Chico strappano e fanno a pezzi un contratto scritto in un linguaggio, quello legale, che non capiscono, e che riducono a una serie di parole incomprensibili. Quando Groucho finalmente riesce ad arrivare al teatro dell’opera, domanda se lo spettacolo è già finito; dopo avere saputo di essere in tempo per l’ultimo atto, rimprovera il suo autista: "te l’avevo detto, di andare più piano". A provocare i maggiori danni materiali è invece Harpo, che demolisce lo spettacolo, butta giù le scene e poi si mette a vendere noccioline. Il loro attacco all’autorità sociale è evidente nella sequenza del film in cui, per far ammattire un poliziotto, continuano a spostare mobili da una stanza all’altra di un albergo.

Con i fratelli Marx l’angoscia dell’individuo che era al centro del genere comico, del personaggio clownesco che cercava di rapportarsi alla società americana senza sapere se prendere la strada della ribellione o dell’affermazione, si trasforma in ironia venata di amarezza, in aggressività sociale. Durante gli anni della Depressione i fratelli fecero parte del sistema, eppure cercarono ugualmente di ridicolizzarlo e di distruggerlo; proprio come lo spettatore, che quasi certamente faceva parte del sistema, da esso dipendeva nel modo più completo, ma da esso veniva anche, nel modo più completo, deluso.

giovedì 21 agosto 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 21 agosto.

Il 21 agosto 1987 esce nelle sale americane "Dirty dancing".

Il Cinema è un’arte multisfaccettata, valutabile da innumerevoli punti di vista: la tecnica, la recitazione, l’originalità della storia e lo stile registico. Ma c’è un parametro che sfugge ad ogni scala di valutazione, ed è probabilmente l’unico in grado di incastonare una pellicola nell’Olimpo dei film immortali come Dirty Dancing, capaci di suscitare emozioni che segnano indelebilmente lo spettatore o, più semplicemente, in grado di farlo sognare. 

Dirty Dancing – Balli proibiti incarna perfettamente questa categoria avendo rappresentato –  a partire dalla sua uscita al cinema nel lontano 1987 – un vero e proprio fenomeno di massa ed un enorme successo mondiale, culminato con la vittoria del Premio Oscar e del Golden Globe per la Miglior Canzone Originale (I’ve had) The Time of My Life.

Ma qual è il segreto del successo straordinario di questa commedia dall’impianto narrativo semplice e dalle umili pretese iniziali, dato il budget ridotto e l’assenza di grandi nomi nel cast (fatta eccezione per Jerry Orbach, famoso al tempo ma qui in un ruolo di supporto)?

Per analizzare la portata del fenomeno Dirty Dancing è necessario far riferimento alle emozioni primordiali suscitate dalla sua costruzione, basata sull’irresistibile connubio fra musica (e quindi danza), amore, sesso e rivalsa, tutti elementi in grado di scatenare vere e proprie tempeste emotive, soprattutto se sapientemente interconnessi come accade nel film.

Dirty Dancing è principalmente la storia di un amore impossibile ed ideale, slegato da tutte quelle premesse che normalmente obbligano a mettere fastidiosamente i piedi per terra: un bellissimo e sensuale maestro di ballo (Patrick Swayze) perde la testa per la bruttina ma intelligentissima e sensibile Francis, detta Baby (Jennifer Grey), costruendo insieme a lei una favola in cui il bruco diviene farfalla ed il bel tenebroso esce dal suo guscio apparentemente inscalfibile, volteggiando sulla vita a dispetto di tutti gli ostacoli incontrati e decretando un assoluto trionfo del bene e della giustizia sulla disonestà e sul pregiudizio.

Ma andiamo con ordine: siamo nell’estate del 1963 e la famiglia Houseman, composta da padre, madre e due figlie, si appresta a trascorrere le vacanze presso un villaggio turistico delle Catskill Mountains. La figlia minore e “cocchina di papà” Francis “Baby” Houseman ha 17 anni ed aspira ad una carriera nei Peace Corps. Nel corso della vacanza, tuttavia, Baby si imbatte in Johnny Castle, maestro di ballo in coppia con Penny Johnson al servizio dei clienti (e delle clienti…) dell’Hotel. Baby rimane stregata dalla sensualità del movimento di quei corpi che, attraverso sinuosi “Balli Proibiti”, le aprono un  nuovo mondo in cui  l’interesse per lo studio ed il desiderio di compiacere il papà si sostituiranno progressivamente con una nuova forma di desiderio, che ne decreterà l’iniziazione alla vita adulta.

A favorire il collimare dei due mondi apparentemente opposti di Baby e Johnny, l’inaspettata gravidanza di Penny, provocata dalla relazione con un cameriere del villaggio,  e l’impossibilità per la professionista di presenziare al duo di mambo previsto da lì a pochi giorni, a causa delle conseguenze di un aborto improvvisato, curate dal padre di Baby. L’unica soluzione per far sì che i due ballerini non perdano il posto di lavoro è trovare una sostituta per l’esibizione, scelta obbligata che ricade sull’unica persona disponibile, Baby.

Avrà inizio così un periodo magico e sospeso, durante il quale il tacito ma esplicito linguaggio della danza fungerà da intermediario fra gli universi diversissimi dei due ragazzi, provocando la nascita di un amore abbastanza forte da affrontare ogni avversità, trionfando a dispetto delle sfortunate ed improbabili premesse.

Johnny e Baby sono solo due ragazzi che vorrebbero amarsi e stare insieme ma che devono fare i conti con una forza altrettanto potente, quella del pregiudizio, capace di far saltare a conclusioni affrettate, attribuendo al prossimo colpe e caratteristiche negative immeritate. Un elemento che nel film agisce in più direzioni, a partire dalla diffidenza con la quale Baby viene accolta dal gruppo di ballerini, evidente nel disprezzo che il padre della ragazza dimostra per Johnny, data la sua appartenenza ad un contesto socio-culturale differente, e che raggiunge l’apice nell’ingiusta accusa di furto che decreterà il licenziamento del ballerino e la possibile fine del sogno d’amore con Baby.

Un ostacolo che i due ragazzi decidono di combattere nel più semplice dei modi, continuando ad essere profondamente se stessi ed attendendo – forse in modo un po’ troppo surreale – che il bene trionfi sul male, liberandoli dalla morsa delle false accuse.

Ma la forza di Dirty Dancing  sta anche e soprattutto in questo, far dimenticare per poco più di un’ora e mezza il significato del verbo arrendersi, per godersi la proiezione di un mondo ideale in cui tutto è possibile, basta attendere il momento giusto.

Un film in cui la musica si erge a vera e propria protagonista, sottolineando il mood di ogni scena con una playlist indimenticabile,  da ascoltare e riascoltare, immergendosi nell’atmosfera dorata ed ingenua dei favolosi anni ’60, un’epoca da rimpiangere e da rivivere.

giovedì 3 luglio 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 3 luglio.

Il 3 luglio 1985 esce nelle sale Ritorno al Futuro, di Robert Zemeckis.

Il capolavoro per eccellenza di Robert Zemeckis, uno dei film più iconici e rappresentativi della Hollywood degli anni Ottanta, con il mito di Michael J. Fox destinato a imprimersi con forza nella memoria collettiva. 

C’è nessuno in casa?

Hill Valley, California, 25 ottobre 1985. Marty McFly è un diciassettenne studente di liceo, poco disciplinato e spesso ritardatario ma coraggioso, gentile e di buon cuore, fidanzato con Jennifer Parker, sua coetanea e compagna di scuola. Il suo unico amico è il pazzoide inventore Emmett “Doc” Brown. Una notte quest’ultimo mostra al ragazzo la sua ultima invenzione, una macchina per viaggiare nel tempo creata modificando una DeLorean. Per permettere il viaggio è necessaria una gigantesca dose di plutonio, che l’inventore ha rubato a un gruppo di terroristi libici. I libici irrompono in scena, uccidono Doc e si mettono alle calcagna di Marty, che si ritrova a viaggiare indietro nel tempo per trent’anni, fino al 5 novembre del 1955… 

C’è un taglio di montaggio, in Ritorno al futuro (sulla genialità insita nel titolo ci sarà modo di tornare più tardi), che è tra i più brutali, poetici e a suo modo strazianti dell’industria statunitense degli anni Ottanta – e forse non solo, ma una riflessione sul decennio sarà a sua volta opportuna. Si tratta del momento in cui Marty McFly arriva nella piazza principale di Hill Valley e capisce finalmente di essere nella sua città natale, ma allo stesso tempo di non esserci. Lo spazio è rimasto immutato, ma è cambiato il tempo. Robert Zemeckis costruisce un passaggio semplicissimo, quasi naturale, ma al suo interno vi inserisce la più grande aberrazione pensabile per l’umano, trovarsi là dove la natura non ha in nessun modo previsto che potesse esserci. Per farlo, per rendere dolcissimo e terrificante questo balzo indietro nel tempo, Zemeckis punta tutto sull’immaginario. La piazza di Hill Valley è gremita di persone e sul panorama irrompono le note di Mr. Sandman, classico del doo-wop portato al successo commerciale dalle Chordettes (trio canoro che raggiunse i vertici della classifica anche con Lollipop, forse non a caso protagonista di uno dei passaggi più iconici di Stand by me – Ricordo di un’estate di Rob Reiner, altro successo del periodo per il cinema a stelle e strisce ambientato negli anni Cinquanta). Mr. Sandman, bring me a dream, cantano le Chordettes. E l’approdo di Marty alla città in cui è cresciuto, ma in un tempo nel quale la sua nascita non era neanche presa in considerazione – di lì a poco il padre goffo e privo del benché minimo appeal diverrà suo amico, mentre la madre si innamorerà follemente di lui –, è sfumato nell’onirismo. C’è un’inquadratura in totale, che vede il ragazzo incamminarsi nel nulla, tra campagne a perdita d’occhio: un cartello però avverte che di lì a due miglia si troverà Hill Valley. In un piano ravvicinato Marty sbuca quindi da dietro l’angolo di un muro, sospettoso e incuriosito a sua volta. Qui partono le note, qui la realtà/sogno si concretizza. Al cinema, dove i posti costano 50 centesimi di dollaro e si fa sfoggio di uno striscione che annuncia che l’aria è condizionata, proiettano Cattle Queen of Montana di Allan Dwan, vale a dire La regina del Far West, con protagonisti Barbara Stanwyck e Ronald Reagan. I successi musicali sono The Ballad of Davy Crockett di Bill Hayes e le canzoni di Patti Page. L’aria sognata sfuma, sostituita dalle note vagamente più ansiogene di Alan Silvestri, e il rintocco dell’orologio marca non solo il tempo di quella giornata, ma il tempo stesso della storia: Marty è retrocesso indietro nel tempo. La “sua” Hill Valley non esiste più, non lì. Ora c’è un’altra città, uguale e diversa, trent’anni prima.

Si potrebbero scrivere saggi solo analizzando il senso, il ritmo, la messa in scena – prima del rintocco dell’orologio l’inquadratura si fa di nuovo totale, ma ora Marty non è più solo, ma cammina spaesato nel cuore della piazza, mentre intorno a sé si muovono i suoi concittadini che concittadini non sono – di questa breve sequenza. Zemeckis tornerà a mettere in scena orologi dai rintocchi sempre più spaventosi nel suo adattamento in performance capture di A Christmas Carol, altro racconto in cui il tempo viene violato. Se però Dickens vede nell’opportunità di riscoprire il proprio passato il modo per correggere la morale, e ritrovare il senso dell’etica e del viver comune, questo aspetto è inevitabilmente assente nel personaggio dell’adolescente McFly. Non potrebbe essere altrimenti: Marty non va a incontrare il proprio passato – sarà nei capitoli successivi della saga che avrà modo di incrociare se stesso, per quei ghiribizzi spazio-temporali che renderanno sempre più difficile muoversi tra i diversi livelli – e il suo viaggio a ritroso non parte da necessità etiche, ma puramente legate all’istinto di sopravvivenza. Se non fuggisse raggiungendo le novantotto miglia orarie a bordo della DeLorean trasformata da Doc Brown in una macchina del tempo i terroristi libici che hanno già mitragliato il petto del pazzoide ma geniale inventore farebbero fare la stessa fine anche a lui.

Se c’è una morale da poter imparare, nel film di Zemeckis, occorre impararla in corso d’opera, non ha alla base una strategia o un’ideologia di riferimento. Marty è perfettamente intessuto nel proprio tempo, è un adolescente come tutti gli altri, che si lamenta di una famiglia che trova smorta, viene ripreso dal preside della scuola – l’immarcescibile Strickland, perennemente calvo: “Ma non ce li ha mai avuti i capelli?” si domanda fuor di retorica Marty quando lo rincontra nel 1955 –, scorrazza in lungo e in largo con lo skateboard ed è innamorato della sua fidanzata, Jennifer Parker (nel primo capitolo la interpreta Claudia Wells, nei successivi costretta a lasciare per gravi problemi familiari il posto a Elisabeth Shue). È semmai il suo viaggio nel tempo a metterlo di fronte a una serie di problematiche che non aveva neanche preso in considerazione: da dove nasce il rapporto così poco attrattivo tra i suoi genitori? Perché l’arcibullo Biff Tannen fa il bello e il cattivo tempo da sempre? E perché, più di ogni altra cosa, non si può evitare che Doc venga falcidiato dai proiettili libici? Un vero e proprio percorso di formazione a ritroso per ritrovarsi, e qui si torna al titolo, nel futuro.

Il “ritorno al futuro” infatti non è solo quello di Marty, che spera di riuscire a sfruttare la potenza del fulmine che mandò in riparazione a data da destinarsi l’orologio del comune per ritornare nel 1985. È il ritorno al futuro di un’intera nazione. Con sublime e sardonica intelligenza Zemeckis e il sodale in fase di sceneggiatura Bob Gale (i due avevano già lavorato insieme su alcuni dei precedenti film di Zemeckis, 1964: allarme a New York, arrivano i Beatles e La fantastica sfida, e avevano scritto per Steven Spielberg l’incompreso e sottostimato gioiello comico 1941: Allarme a Hollywood) teorizzano con solide basi gli anni Ottanta come la replica in versione plastificata degli anni Cinquanta. La paura dei rossi, l’incubo atomico, la passione per le storie spaziali – Marty per spaventare e convincere il padre a chiedere alla madre di uscire si presenta da lui vestito come un alieno, alla moda dei fumetti che il genitore legge avidamente, ma per rendere credibile la propria interpretazione fa il saluto vulcaniano desunto da Star Trek e si presenta come Darth Vader, il jedi passato al lato oscuro della Forza nella prima trilogia di Star Wars –, tutto fa coincidere le due epoche storiche, la prima sopravvissuta a una guerra mondiale, la seconda alle giungle vietnamite. Una nazione in (finta) pace, e tesa dunque all’opulenza totale.

In questo gioco di sovrapposizione – che non è certo unico nella storia del cinema, come in quegli anni evidenziano tra gli altri il David Lynch di Velluto blu e la resurrezione/invenzione del teen-movie operata da John Hughes prima in un Compleanno da ricordare e quindi in Bella in rosa, quest’ultimo per la regia di Howard Deutch – Zemeckis si muove sul crinale della commedia a pochi passi dallo slapstick, sia nell’impaccio di Doc, che sembra un incrocio tutto disneyano tra Archimede Pitagorico e Pippo, sia nelle situazioni più rocambolesche, dalla provocazione con fuga dalle grinfie di Biff che terminerà con quest’ultimo sovrastato dal letame fino alla lunga e articolata sequenza durante la festa danzante “Incanto sotto il mare”.

Cinematograficamente colto, ricco di invenzioni visive e soprattutto narrative, Ritorno al futuro è una vera e propria bomba a orologeria, un congegno perfetto, forse l’apice della commedia popolare statunitense degli ultimi quarant’anni. Ma è anche un perfetto compendio della nuova rivoluzione hollywoodiana, la presa definitiva del potere degli studios da parte di Spielberg e Lucas (il cui racconto in forma ovviamente metaforica è rintracciabile nelle pieghe di Ready Player One, uscito qualche anno fa nelle sale), il punto di non ritorno di un immaginario fervido, e di una sorprendente capacità di intercettare voglie e necessità del pubblico americano. “Penso che ancora non siate pronti per questa musica… Ma ai vostri figli piacerà” si giustifica Marty con gli sbalorditi coetanei di trent’anni più vecchi che hanno appena ascoltato una versione devastata di Johnny B. Goode, che Chuck Berry porterà al successo “solo” nel 1958. Forse il senso di Ritorno al futuro, e della Hollywood degli anni Ottanta è tutto in questa frase…

venerdì 20 giugno 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 20 giugno.

Il 20 giugno 1975 esce nelle sale americane "Lo squalo" (Jaws), di Steven Spielberg.

"Ci serve una barca più grossa."

La frase celebre del film Lo Squalo, pronunciata dal poliziotto Martin Brody (Roy Scheider), racchiude tutta la paura verso il potente pescecane protagonista della pellicola, e non per niente è stata scelta dall’American Film Institute come la numero 35 tra le 100 migliori citazioni cinematografiche di tutti i tempi. Il 20 giugno del 1975, il giovane Steven Spielberg portò nei cinema americani Lo Squalo, una pellicola estiva destinata a cambiare per sempre il genere del filone shark movies. Cinquanta anni fa infatti ha debuttato questo film in cui nessuno credeva, costato 9 milioni di dollari, cifra oltre il budget previsto, e che ha finito, incredibilmente, per incassarne ben 471.

Basato sull’omonimo romanzo di Peter Benchley, la storia narrata ne Lo Squalo prende spunto da fatti realmente accaduti in New Jersey nel 1916, quando un enorme pescecane terrorizzò per una lunga estate le calde acque della zona. Anche nel film di Spielberg, il protagonista resta il grande squalo, che inizia a seminare morti tra i bagnanti dell’immaginaria cittadina di Amity, nota località turistica. Per smorzare il panico, il capo della polizia locale decide di cercarlo e ucciderlo con l’aiuto di un biologo marino e di un cacciatore di squali professionista.

Se pensate che la collaborazione tra i tre sia facile, vi sbagliate di grosso. Tre uomini diversi tra loro, che affrontano un destino avverso. Lo sceriffo Martin Brody (Roy Scheider), obbediente alle regole, con una famiglia che ama, che ha però paura dell’acqua, ma ironicamente sarà lui ad affrontare lo squalo nel confronto finale; il cacciatore di squali Quint (Robert Shaw), spavaldo, temerario, che racconta senza ribrezzo la sua esperienza dell’affondamento della USS Indianapolis, un racconto di storia vero, dove migliaia di marinai finirono in mare attaccati e uccisi dagli squali. Quint racconta com’è venir morsi da uno di loro, terrorizzando i suoi due compagni, e invece finisce orribilmente per essere ucciso dallo squalo; infine Matt Hooper (Richard Dreyfuss) biologo e quindi uomo di scienza, che di fronte alla forza del grande predatore, si sente piccolo e tutte le sue conoscenze vengono a mancare.

Da sempre l’immagine dello squalo ha rappresentato le nostre paure primordiali: è infatti il predatore più antico dei mari, il terrore che sventra gli uomini con le sue enormi fauci (da qui Jaws del titolo originale) e i denti ricurvi e seghettati. Una macchina perfetta per uccidere, come spiegherà Hooper in una scena del film, che ha spaventato l’uomo per secoli. Ne Lo Squalo, Spielberg ha saputo risvegliare questa paura primordiale con un tocco di genio: scene girate in mare aperto piuttosto che nella classica piscina allestita o in un laghetto, facendo sì che proprio nel 1975, anno di uscita del film, ci sia stato un calo delle attività di villeggiatura perché tutti erano colpiti dallo ‘squalo’.

Nella prima parte di durata della pellicola, il grande squalo bianco non viene mai mostrato e la sua presenza viene fatta percepire attraverso la musica inquietante e incalzante di John Williams (Oscar per le musiche appunto); nella seconda parte, quando Brody, Quint e Hooper partono con la barchetta Orca a caccia dello squalo, solo allora lui si mostra in tutta la sua maestosa potenza. Merito dei tre squali meccanici, soprannominati allegramente da Spielberg ‘Bruce’, lunghi 8 metri.

Lo Squalo è un film che ha segnato un’epoca e che a distanza di cinquant’anni continua a incutere terrore. È una storia di paura, di coraggio, di una lotta continua tra uomo e animale, in cui, nella realtà, spesso è proprio quest’ultimo a finire sconfitto, colpa dell’uomo che lo caccia illegalmente portandolo a rischio estinzione. Al di là dei discorsi animalisti, la cosa che colpisce maggiormente questa pellicola è il realismo con il quale è stato realizzato. Squali meccanici ma anche veri, scene in mare aperto, tanto sudore e fatica che hanno dato inizio alla carriera di uno straordinario regista che ha intimorito per anni i suoi telespettatori tra squali e dinosauri.

mercoledì 11 giugno 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è l'11 giugno.

L'11 giugno 1993 esce nelle sale americane Jurassic Park.

Maestoso; questo è l’aggettivo che viene in mente pensando a Jurassic Park del 1993 di Steven Spielberg, un film che ha saputo incredibilmente interpretare il ruolo di gigante degli anni ’90 basandosi su fondamenta solide e letterarie. Tratto da un romanzo di Michael Crichton, Jurassic Park è il punto di arrivo di tutto un filone classico di film sui giganti del passato, basti pensare agli anni ’30 e ’40 quando il cinema pullulava di film sui dinosauri con goffi e simpatici effetti speciali. Il parco dei “divertimenti” allestito dal genio di Spielberg invece non manca di spettacolarità e clamore scenico, spazzando via la concorrenza con una grandissima interpretazione degli effetti speciali. Nela scena dove il Brachiosaurus irrompe con il suo verso notiamo l’espressione attonita e meravigliata dei protagonisti della pellicola quasi a voler sottolineare il radicale cambiamento di intendere il cinema, l’estasi quasi mistica dello spettatore. Il catastrofismo di Crichton viene perfettamente trasposto da Spielberg che riesce ad amalgamare bene l’intenzione e il messaggio finale dello scrittore; la macchina non è uno strumento affidabile e prima o poi si ribella al volere del suo creatore. La felicità, nel giro di poco tempo, si trasforma in una disperata corsa alla sopravvivenza dove l’uomo, in poche ore, si ritrova ad occupare la parte più bassa della catena alimentare.

La storia narra del miliardario sognatore americano John Hammond (il compianto Richard Attemborough) e della sua “creatura”, il Jurassic Park, un parco a tema dove le creature che popolavano la terra milioni di anni fa si trovavano rinchiuse come all’interno di un grande zoo. La macchina ideata da John sembra funzionare perfettamente e anche il Prof. Grant (Sam Neill) assieme alle Prof.ssa Sattler (Laura Dern) e all’istrionico Prof. Malcolm (Jeff Goldblum) assistono estasiati al funzionamento di questo parco, seppur mostrando qualche riserva. Di questi Grant pone l’interrogativo più interessante:

Il mondo ha subito cambiamenti così radicali che corriamo per tenerci al passo. Non voglio affrettare conclusioni ma dico… i dinosauri e l’uomo… due specie separate da 65 milioni di anni di evoluzione, vengono a trovarsi gettati nella mischia insieme. Come potremo mai avere la ben che minima idea di che cosa possiamo aspettarci?

Il quesito darà presto una terribile risposta; per via di un sabotaggio ad opera del malefico Nedry (Wayne Knight) il parco vedrà tutti questi incredibili animali liberi e ben presto la situazione precipiterà in un’autentica lotta. Starà all’istinto di sopravvivenza dei protagonisti prevalere su quello di caccia dei dinosauri, in particolare dei temibili T-Rex e Velociraptor.

Jurassic Park è un’avventura senza tempo, un film che non può mancare nello scaffale di un vero appassionato, una meravigliosa dimostrazione di come storia ed effetti possano convivere generando un meraviglioso mix finale. Da brividi il primo piano su Attemborough, mentre la musica sale di tono, egli esclama Benvenuti al Jurassic Park. Noi rimaniamo lì, seduti ed estasiati ancora una volta, quasi come il tempo non fosse mai passato, forse il punto più alto della carriera di Spielberg.

martedì 10 giugno 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 10 giugno.

Il 10 giugno 1922 nasce Frances Ethel Gumm, meglio nota come Judy Garland. 

Celebre diva del cinema, Judy Garland è divenuta celebre per il grande pubblico per aver interpretato il ruolo di Dorothy, la bambina del "Mago di Oz". L'attrice, protagonista di tante commedie e musical, è nota anche per la sua vita privata molto travagliata. Ha avuto cinque mariti e tre figli, una è Liza Minnelli. Sull'ultima parte della sua vita nel 2019 è stato girato un film biografico dal titolo "Judy" (interpretato da Renèe Zellweger).

Chi è davvero Judy Garland? Ecco, qui di seguito, la sua biografia, la vita privata, quella sentimentale, le difficoltà e tutte le altre curiosità su questa donna dal viso angelico e con uno spiccato talento per il ballo e per il canto.

Nata il 10 giugno del 1922 a Grand Rapids, una città del Minnesota, Judy Garland è figlia di due attori che le trasmettano la passione per la recitazione. Sin da bambina, Frances Ethel Gumm - questo è il suo vero nome - dimostra le sue doti interpretative. Non solo. La sua voce soave le permette di sfondare anche nel canto; mentre il corpo longilineo ed esile la rende una straordinaria ballerina.

Judy Garland inizia la sua carriera nel mondo del teatro accanto alle sorelle maggiori sulle note di "Jingle Bells". Le "Gumm Sisters" si esibiscono a Vaudeville fino a quando, nel 1934, l'agente Al Rosen, che lavora per la società Metro-Goldwyn-Mayer, si accorge di Judy e le procura un importante contratto.

A partire da questo momento Judy Garland inizia la scalata verso il successo. Pur mantenendo la passione per il teatro interpreta circa dodici film con La MGM, ricevendo consensi per differenti ruoli.

La sua interpretazione più celebre è quella di Dorothy, ragazzina protagonista del "Mago di Oz" (The Wizard of Oz) del 1939, film nel quale canta e lancia la celeberrima canzone "Over the Rainbow"; qui Judy ha solo 17 anni, ma ha alle spalle già una dozzina di film.

E' inoltre ricordata per le sue interpretazioni accanto a Mickey Rooney e Gene Kelly. In questa fase della carriera Judy viene scelta nei cast di "Meet Me in St. Louis" del 1944, "The Harvey Girls" del 1946, "Easter Parade" del 1948 e "Summer Stock" del 1950.

Smette di lavorare per conto della Metro-Goldwyn-Mayer dopo quindici anni a causa di problemi personali che le impediscono di portare a termine gli impegni contrattuali. Conclusa l'esperienza con la Metro-Goldwyn-Mayer la carriera di Judy sembra essere finita.

Nonostante ciò l'attrice viene premiata con l'Oscar come migliore attrice protagonista nella pellicola "E' nata una stella" (A Star is Born, di George Cukor) del 1954. Inoltre riceve una nomination come attrice non protagonista nel film "Vincitori e vinti" (Judgment at Nuremberg) del 1961.

Judy si è distinta nel panorama cinematografico anche per ulteriori riconoscimenti. Dopo la pubblicazione di ben otto album in studio ha ricevuto la nomination agli Emmy per la serie televisiva "The Judy Garland Show" trasmessa fra il 1963 e 1964.

All'età di 39 anni, Judy Garland viene riconosciuta come l'attrice più giovane di tutti i tempi ad aver ricevuto l'ambito premio Cecil B. DeMille, grazie ai significativi contributi che ha apportato al mondo dello spettacolo. Garland ha ricevuto anche il Grammy Lifetime Achievement Award. L'American Film Institute l'ha inclusa fra le dieci più grandi stelle femminili del cinema classico americano.

Nonostante i numerosi successi Judy Garland è costretta a vivere una vita personale ricca di difficoltà. A causa delle pressioni per la celebrità raggiunta Judy, sin da bambina, si ritrova a combattere diversi disagi che le procurano sofferenze emotive e fisiche.

Molti registi e agenti cinematografici giudicano l'aspetto di Judy Garland poco attraente e questo turba profondamente l'attrice che si ritrova costantemente inadeguata, oltre che influenzata negativamente da questi giudizi. Gli stessi agenti sono quelli che successivamente manipolano l'estetica dell'attrice in diversi film.

Judy inizia anche ad assumere farmaci per aumentare il suo peso; ne giustifica il consumo spiegando che questi le servono solo per far fronte ai numerosi impegni lavorativi. Tutto ciò la porta ad avere forti crisi depressive.

Anche la vita sentimentale dell'attrice è molto travagliata ed instabile. Judy si sposa ben cinque volte e fra i suoi mariti figura anche il regista Vincente Minnelli. Dalla storia d'amore nasce Liza Minnelli, che seguendo le orme dei genitori diventerà una celebre star di fama mondiale. Dal burrascoso matrimonio con Sidney Luft nascono poi altri due figli, Joseph - detto Joey - e Lorna.

Anche in età adulta Judy Garland continua ad assumere alcolici e sostanze stupefacenti, fino a diventarne completamente dipendente. Si ritrova anche in forte difficoltà finanziaria; deve affrontare tanti debiti soprattutto a causa di tasse rimaste arretrate. L'abuso di alcool e di droghe è proprio la causa che porta Judy Garland a una prematura scomparsa: muore di overdose a Londra, a soli 47 anni, il 22 giugno del 1969. I medici dissero che le sarebbe comunque rimasto poco da vivere a causa della grave forma di cirrosi epatica da cui era affetta. Il corpo dell'artista venne tumulato in un colombario del Ferncliff Cemetery di Hartsdale, nello stato di New York. Dopo oltre quarantasette anni, nel gennaio 2017, i tre figli fecero traslare il corpo nel Judy Garland Pavilion, un nuovo ed enorme padiglione costruito all'interno dell'Hollywood Forever Cemetery per ospitare le spoglie della Garland e dei membri della sua famiglia.

Di lei Oriana Fallaci scrisse:

Le vedevo le rughe precoci, e ormai benissimo anche la cicatrice sotto la gola ed ero affascinata da quegli occhi neri, e disperati, in fondo ai quali tremava una disperazione ostinata.

sabato 12 ottobre 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 12 ottobre.
Il 12 ottobre 1938 iniziano le riprese del film "Il mago di Oz".
A distanza di oltre ottant’anni Il mago di Oz ci sembra privo di confini, capace di andare ben oltre le mura dei teatri di posa e di dare vita a una terra di mezzo spensierata, idealizzata, irraggiungibile per qualsiasi intruso malvagio.
Dorothy vive in una fattoria del Kansas con gli zii Emma e Henry. Trascinata da un violento tornado in un regno incantato con l’inseparabile cagnolino Toto, Dorothy dovrà trovare il potente mago di Oz per poter tornare dagli amati zii. Accompagnata dai suoi nuovi amici – uno spaventapasseri, un uomo di latta e un leone – Dorothy percorre il sentiero dorato verso la città di smeraldo, trovando sulla sua strada alberi parlanti, nani canterini, streghe belle e buone e streghe brutte e cattive…
Sarebbero bastati gli accesi cromatismi del Technicolor o le scarpette rosse di Dorothy per consegnare Il mago di Oz alla storia (del cinema), all’immaginario cinefilo e collettivo, ai sogni di generazioni e generazioni. Dietro la linearità del racconto e del celeberrimo sentiero dorato ci sono così tanti aneddoti, talenti, intuizioni, teorie e interpretazioni, intrecci artistici e produttivi da rendere davvero immortale il film di Fleming e della Metro Goldwyn Mayer. In un certo senso una pietra miliare che è ancora in divenire, in crescendo, una pellicola che continua a parlarci della magia del cinema, della potenza creativa di Hollywood.
Il mago di Oz è la festa dopo la Grande Depressione, è la crescita di Hollywood e della società a stelle e strisce. Ma è anche l’arcobaleno prima della tempesta, la parentesi dorata prima della Seconda guerra mondiale. Tra la realtà in bianco e nero della fattoria nel Kansas e i colori sgargianti di Oz possiamo scorgere altri piani narrativi, altre suggestioni. Il mago di Oz è una fertile cartina tornasole storica, sociale e produttiva.
Prima ancora di seguire il sentiero dorato, è interessante cercare di sbrigliare almeno un po’ la matassa produttiva che ha portato a questo fantasy/musical: insomma, non solo Fleming, ma anche George Cukor, Mervyn LeRoy, Norman Taurog, King Vidor e Richard Thorpe. In primis Thorpe, sostituito dopo un paio di settimane di riprese. L’investimento della MGM era imponente, il produttore Mervyn LeRoy si muoveva su un terreno alquanto franabile e l’immaginario di L. Frank Baum richiedeva una trasposizione all’altezza. Lo richiedevano schiere e schiere di lettori. E lo richiedeva, in fin dei conti, lo standard qualitativo imposto dallo straripante successo di Biancaneve e i sette nani, straordinario trampolino per Walt Disney e per l’animazione. Per ambizione e grandeur, Il mago di Oz è figlio di Biancaneve, ma anche genitore o genitrice dei musical successivi, dei successi minnelliani – si veda, in questo senso, l’analisi di Paolo Bertetto sulle influenze Oz/Minnelli in Metodologie di analisi del film (Laterza, 2006).
Scartata l’impostazione poco fanciullesca di Thorpe, Il mago di Oz viene indirizzato sul binario giusto da Cukor, che restituisce a Judy Garland la naturalezza e l’innocenza acqua e sapone. Per un motivo o per l’altro, alla guida del set passano più registi: una staffetta creativa che caratterizzava quel periodo hollywoodiano e che restituisce almeno in parte le difficoltà artistiche e produttive di LeRoy, della MGM e dei numerosi professionisti coinvolti. Basterebbero le prime scelte Shirley Temple (Dorothy) e Gale Sondergaard (la strega dell’Ovest), poi brillantemente sostituite dall’adolescente Garland e dalla poco avvenente Margaret Hamilton, per darci la misura di un risultato finale che è stata la summa di ripensamenti e avvicendamenti, e di una lavorazione sul set di un anno. Oppure la falange rumorosissima di nani chiamati a raccolta per impersonare i mastichini, con un centinaio di costumi e di trucchi preparati in cinque settimane di duro lavoro, o le dolorose scelte di montaggio, con Over the Rainbow inizialmente tagliata e poi saggiamente recuperata.
Il mago di Oz è una delle chiavi di volta di un periodo visivamente straordinario, ma è anche una più che istruttiva macchina del tempo: Biancaneve è del 1937, Oz e Via col vento sono del 1939, Il ladro di Bagdad del 1940, e nella perfida Albione l’impareggiabile coppia Powell & Pressburger stava per regalare al mondo Scala al paradiso (1946) e Scarpette rosse (1948). Progetti grandiosi, manifesti di un’estetica programmaticamente smisurata, veri e propri blockbuster creati per colmare di stupore gli occhi del pubblico. Di un vastissimo pubblico. Quello stesso stupore che prova Dorothy dopo aver aperto la porta di casa nel regno di Oz: il passaggio dal seppiato al Technicolor riesce a restituire la magnificenza della macchina cinema, rende palpabile un mondo immaginario, i colori impossibili, gli abitanti bizzarri. Fleming anticipa Ford e l’altrettanto emblematica apertura su un immaginario di Sentieri selvaggi. Cinema avanti di decenni. Anche adesso. Forse per sempre.
Il mago di Oz è un film che continua a restare sospeso tra vari piani. La realtà seppiata e la favola coloratissima, la Grande Depressione e la Seconda guerra mondiale, la storia per bambini e le tante allegorie rintracciate – dalla politica monetaria statunitense alla rilettura di Salman Rushdie, passando per l’afflato femminista e le riflessioni di Žižek. Ma anche la sovrapposizione tra l’immaturità di Dorothy, ancora in bilico tra infanzia e adolescenza, e la maturità della Garland, ragazzina dagli occhioni grandi e dal talento già adulto: un ruolo che le resterà dentro, che la accompagnerà su ogni palcoscenico, come le note di Over the Rainbow, malinconiche e forse profetiche.
In fin dei conti, la cartapesta e il Technicolor del regno di Oz non sono altro che il sogno di una via di fuga, come il View-Master Model J rosso di Nói Albínói (2003). Ma se lo stereoscopio rosso nutriva i sogni di Nói, tanto da trasformare nel finale una veduta tropicale in un paesaggio reale, le rosse scarpette di Dorothy la riportano a casa, verso la vera fiaba, l’unico luogo sognante, a farsi cullare dalla sua adolescenza di ragazzina del Kansas.
La tridimensionalità de Il mago di Oz è figlia della profondità di campo, delle angolazioni e prospettive, delle scenografie stratificate, della ricchezza architettonica e cromatica di un mondo ricostruito in interni, ma virtualmente senza confini. Ne Il mago di Oz svanisce il concetto di quarta parete, si dissolve, sovrastato da linee e colori, dalla certosina messa in scena di un immaginario a briglie sciolte.
I fondali dipinti ci invitano a guadare oltre, a scrutare un orizzonte che la nostra immaginazione può continuare a colorare. Come per le migliori pellicole d’animazione, ne Il mago di Oz rintracciamo quella straordinaria sospensione della verosimiglianza, quella totale adesione a un mondo altro che nel giro di una manciata di fotogrammi diventa tangibile, reale, assolutamente nostro.
All’ennesima visione, la struttura narrativa de Il mago di Oz ci sembra ancora una volta implacabilmente perfetta col suo ritmo cadenzato, misurato al millimetro, speculare. La cornice narrativa seppiata, attorno ai venti minuti, con una presentazione fugace ma efficace dei personaggi e poi il professor Meraviglia, imbroglione dal cuore d’oro che ha un senso solo in questa provincia rurale bonaria e lontanissima dalla Grande Depressione – almeno una menzione per gli effetti speciali di Gillespie, con l’impetuoso tornado di stoffa e il modellino volante della casa.
Dalla fattoria di Dorothy al palazzo di Oz lo schema si ripete, come le canzoni e le dinamiche tra i personaggi.
La morte accidentale della malvagia strega dell’est, l’accoglienza dei mastichini e la bella strega del nord, con il Munchkinland Medley e soprattutto Follow the Yellow Brick Road, coi mastichini che in coro accompagnano i primi titubanti passi di Dorothy lungo il sentiero dorato.
L’incontro con lo spaventapasseri senza cervello – If I Only Had a Brain e We’re Off to See the Wizard.
L’incontro col boscaiolo di latta senza cuore – If I Only Had a Heart e We’re Off to See the Wizard.
L’incontro con il leone senza coraggio – If I Only Had the Nerve e We’re Off to See the Wizard.
L’arrivo alla città di smeraldo, l’accoglienza festante degli abitanti, il confronto con la strega malvagia, il mago imbroglione e il ritorno della strega buona.
Il ritorno a casa e al bianco e nero.
There’s no place like home.
The End. Fine.
Perfetto.

giovedì 16 maggio 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 16 maggio.
Il 16 maggio 1905 nasce Henry Fonda.
Henry Jaynes Fonda nasce il 16 maggio 1905 a Grand Island, nel Nebraska. I suoi antenati erano coloni olandesi fondatori della città di Fonda nello stato di New York.
Dopo essersi iscritto alla facoltà di giornalismo nell'università del Minnesota, abbandona gli studi per dedicarsi alla recitazione, prima alla Cape Cod University Players e poi a Broadway, dove si esibisce dal 1926 al 1934. Qui conosce James Stewart, che diverrà suo grande amico, e incontra l'attrice Margaret Sullavan, che sarà la prima delle sue cinque mogli (seguiranno Frances Seymour Brokaw, Susan Blanchard, Afdera Franchetti e Shirley Adams).
L'esordio cinematografico arriva nel 1935 con la versione cinematografica di The Farmer Takes a Wife, famosa commedia di Broadway interpretata a teatro dallo stesso Fonda.
L'anno successivo con Il sentiero del pino solitario di Henry Hataway ottiene il grande successo a Hollywood, diventando uno dei divi più popolari di sempre, e rimanendo legato al personaggio dell'eroe dotato di una forte integrità morale. Seguono rapidamente altri titoli di vario genere, come lo storico La figlia del vento di William Wyler, insieme a Bette Davis, l'oscuro dramma Sono innocente di Fritz Lang, la commedia Nel mondo della luna, l'avventuroso Il falco del nord.
Dal 1939 inizia una preziosa collaborazione con il maestro John Ford: sotto la sua direzione Fonda interpreterà numerosi personaggi indimenticabili in film storici come Alba di gloria del 1939, nel quale incarna un memorabile Abraham Lincoln; La più grande avventura, ambientato durante la Guerra d'indipendenza americana; l'intenso dramma sociale Furore del 1940, che gli vale la candidatura all'Oscar; il capolavoro Sfida infernale del 1946, dove è il mitico Wyatt Earp; La croce di fuoco del 1947, nel quale veste gli abiti talari di un missionario in fuga; il Massacro di Fort Apache del 1948, e infine il bellico Mister Roberts del 1955, in coppia con un giovane Jack Lemmon.
Parallelamente, non mancano le collaborazioni con altri registi, per pellicole di svariato genere: veste i panni di Jesse James in Jess il bandito e del fratello di James in Il vendicatore di Jess il bandito di Lang, ma si cimenta anche con un registro da commedia in Lady Eva di Preston Sturges, ne Il magnifico fannullone, dove è un simpatico buono a nulla, e in La strada della felicità di King Vidor. Notevole anche in ruoli romantici, come quelli in L'uomo questo dominatore, in Ragazze che sognano e ne L'amante immortale di Otto Preminger.
Dopo una breve pausa sfruttata per riprendere il lavoro teatrale, Fonda torna nel mondo del cinema nel 1956 nella trasposizione di Guerra e Pace di King Vidor e nel Ladro di Alfred Hitchcock, cui segue una delle sue performance più memorabili, quella nel capolavoro di impegno civile La parola ai giurati di Sidney Lumet, che in seguito lo vorrà anche nella commedia Fascino del palcoscenico e in A prova di errore, sulla tragedia della Guerra fredda.
Per Otto Preminger, invece, recita nell'intenso dramma politico Tempesta su Washington e nel bellico Prima vittoria. Non rinuncia però a praticare uno dei generi che lo ha reso famoso, il western, prendendo parte ad altri titoli degni di nota, come Ultima notte a Warlock di Edward Dmytryk, e l'affresco collettivo La conquista del West (tra i registi anche Ford). Presente nel film bellico corale Il giorno più lungo, cui seguono anche La battaglia dei giganti e La guerra segreta, non si fa mancare nemmeno i sentimentali L'uomo che capiva le donne e Donne, v'insegno come si seduce un uomo.
Henry Fonda ha accompagnato il western anche nella sua fase più crepuscolare e malinconica, dove a dominare sono soprattutto antieroi cinici e spietati (significativo è il titolo di un film bellico cui partecipa in questo periodo, Non è più tempo d'eroi di Robert Aldrich). Dopo alcuni western classici, ormai fuori tempo massimo, come Posta grossa a Dodge City, Gli indomabili dell'Arizona, Tempo di terrore e L'ora della furia, lo troviamo, infatti, nel lirico e nostalgico C'era una volta il West di Sergio Leone, insieme a Claudia Cardinale, nel polveroso Uomini e cobra di Joseph L. Mankiewicz con Kirk Douglas, ma anche nella commedia di Gene Kelly Non stuzzicate i cowboys che dormono e persino la parodia spaghetti-western Il mio nome è Nessuno di Tonino Valerii. Conclusasi l'era del western, Fonda si converte al genere poliziesco, anch'esso divenuto violento e spietato, partecipando a film come Squadra omicidi sparate a vista del maestro Don Siegel e Lo strangolatore di Boston di Richard Fleischer.
Negli anni seguenti Fonda passa dallo storico Mussolini: Ultimo atto di Carlo Lizzani, al film testamento di Billy Wilder Fedora, finendo anche in produzioni di serie B, come Tentacoli, Swarm e Meteor. La sua carriera raggiunge il culmine con la vittoria del premio Oscar come migliore attore protagonista nel 1982 per l'interpretazione nel commovente Sul lago dorato di Mark Rydell, accanto alla figlia Jane Fonda e alla veterana Katharine Hepburn (ma l'attore aveva già ricevuto un Oscar alla carriera l'anno prima).
Si spegne il 12 agosto 1982 a Los Angeles, in California.

lunedì 6 maggio 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 6 maggio.
Il 6 maggio 1895 nasce Rodolfo Valentino.
Quando si parla di Rodolfo Valentino ci si riferisce a uno dei più grandi "sex-symbol" maschili che Hollywood abbia mai conosciuto, tanto che il suo nome costituisce un sinonimo del termine. Rodolfo Valentino è colui per cui milioni di donne in tutto il mondo hanno sospirato giornate intere, sognando di passare almeno qualche momento in compagnia di questo grande seduttore latino. Ma la sua fama di amatore dello schermo rischia di essere piuttosto riduttiva, per un uomo che è stato un vero attore, dotato di notevoli doti di eleganza e sensibilità. Oggi sono in tanti, specie i giovani delle ultime generazioni, a conoscerlo solo di fama. Ma anche tra coloro che lo ricordano, le sue immagini, complice la quasi irreperibilità dei suoi titoli, risultano sbiadite.
Eppure il culto e la leggenda dell'immigrato Rodolfo Guglielmi, perito agrario mancato che, nato povero nell'Italia del Sud, sbarca in America nel 1915 in cerca di fortuna, sono iscritti con forza nella storia del divismo cinematografico. Nato il 6 maggio 1895, la sua è stata una vita dagli inizi grami: dopo aver vissuto qualche periodo dormendo sulle panchine al Central Park di New York, si fa assumere come lavapiatti in un night-club, e grazie alla sua prestanza e alle sue doti di ballerino, comincia anche a fare l'accompagnatore di attempate signore danarose.
Quando una di queste per lui uccide il marito, Valentino, spaventato, scappa in provincia arruolandosi come ballerino nella compagnia teatrale di Al Jolson. Qui viene notato da un attore che lo raccomanda ad Hollywood. Il fascinoso Rodolfo Valentino (il nome è ormai assunto come pseudonimo dal giovane Guglielmi) debutta sullo schermo nel 1919, e per qualche anno interpreterà solo ruoli da "mascalzone" latino, fin quando, nel 1921, viene notato da una talent-scout di nome June Mathis, la quale propone alla Metro Goldwyn Mayer di farne il protagonista della pellicola di genere avventuroso, "I quattro cavalieri dell'Apocalisse" (The Four Horsemen of the Apocalypse, 1921) di Rex Ingram, di cui rimarrà memorabile la scena in cui Valentino balla con grazia e sensualità un appassionante tango.
Nonostante il successo ottenuto dall'attore in questo film, lo Studio lo impiegherà successivamente solo come comprimario in film di poco conto, negandogli addirittura uno stipendio decente. Questo fin quando la Paramount lo ingaggerà, offrendogli un vantaggiosissimo contratto, come protagonista de "Lo sceicco" (The Sheik, 1922) di George Melford, un film misto di avventura e sentimento, in cui Rodolfo Valentino, nel ruolo di un ambiguo quanto seducente sceicco arabo, infiamma lo schermo grazie al suo magnetismo e al suo conturbante fascino mediterraneo.
A partire da questo film Rodolfo Valentino diventerà il prototipo dell'amante straniero portatore di fascino tenebroso, tutto capello impomatato, occhio rapace e strategia sessuale all'insegna della passività. Nel giro di poco tempo diventa così la prima star letteralmente inventata dalle fantasie del pubblico femminile. Intanto l'attore, dopo un infelice matrimonio neanche consumato con l'attrice lesbica Jean Acker, aveva cominciato un'appassionata quanto tormentata storia d'amore con la sofisticata ed affascinante stilista Natacha Rambova, che vorrà trasformarlo in un attore raffinato dallo smisurato senso artistico, il contrario, insomma, del Rodolfo Valentino virile e sensuale che il pubblico femminile amava.
Nel giro di pochi anni sarà il seduttore sedotto in "Sangue e arena" (Blood and Sand, 1922) di Fred Niblo, e un "Robin Hood" della steppa ne "L'aquila nera" (The Eagle, 1925) di Clarence Brown; infine lo si vede nel doppio ruolo del giovane sceicco e di suo padre ne "Il figlio dello sceicco" (The Son of the Sheik, 1926) di George Fitzmaurice, girato quando la Rambova (che intanto era diventata sua moglie) lo aveva lasciato e il fisico cominciava a dare i primi segni di cedimento. Rodolfo Valentino sarebbe morto prima della proiezione di quest'ultimo film, il 23 agosto 1926, a causa di una peritonite, a soli trentuno anni.
Scene di isteria e fanatismo, oltre che una trentina di suicidi – non si sa quanto legati alla sua morte – si registrarono nel giorno dei suoi funerali, a New York. Nello stesso giorno furono organizzati due cortei funebri, uno appunto a New York, l'altro a Hollywood; quando, il 30 agosto, il corteo funebre attraversò un quartiere di New York, furono decine di migliaia le persone che vi parteciparono. C'era anche una corona con nastro che si diceva inviata da Mussolini e quindici giovanotti in camicia nera, ma un giornale scoprì che la corona era una trovata del capoufficio stampa delle pompe funebri, il quale aveva anche provveduto a mascherare almeno due dei quindici giovanotti.
Le sue spoglie furono sepolte nel Mausoleo della Cattedrale all'Hollywood Memorial Park (ora Hollywood Forever Cemetery) di Los Angeles, California.
Negli anni a seguire, una misteriosa donna, velata di nero, continuò a portare dei fiori sulla sua tomba il giorno dell'anniversario della morte dell'attore. Nonostante in molte si siano professate come la "donna in nero", nessuna ha poi saputo comprovare la veridicità delle sue parole e questa figura è tuttora avvolta nel mistero. Mistero che ha lanciato una sorta di tradizione, ancora viva adesso, che vede parecchie figure femminili velate di nero portare fiori sulla tomba di Valentino.

venerdì 19 aprile 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 19 aprile.
Il 19 aprile 1927 l'attrice Mae West venne condannata a 10 giorni di prigione e a una multa di 500 dollari, per l'accusa di "oscenità e corruzione della morale della gioventù" nell'aver diretto e interpretato la commedia "Sex". La commedia fu la prima scritta dalla promettente starlet di 34 anni, che presto divenne una tra le persone più pagate in America, in gran parte per merito della notorietà ricevuta per le  proteste su "Sex" e per le sue tre successive commedie: Drag (poi rinominata "L'uomo del piacere" per Broadway), una commedia sull'omosessualità; Diamond Lil, che introdusse il suo personaggio più caratteristico, poi ripreso in tutta la carriera successiva; e The Constant Sinner, commedia che fu fatta chiudere dal procuratore distrettuale dopo due sole serate. L'uomo del piacere fu recitata per una sola serata, prima che anch'essa venisse chiusa e l'intero cast arrestato per oscenità; tuttavia grazie a un giudice clemente furono tutti rilasciati.
In Sex, Mae West interpretava una prostituta di nome Margie La Monte intenta a migliorare la propria vita con la ricerca di un riccone da sposare. Prima che lo show venisse bloccato nel febbraio del 27, più di 325000 persone fecero la coda per assistervi dal suo debutto nel 26 (37 rappresentazioni).
Mae West cenò varie volte col direttore del carcere di Welfare Island e sua moglie, durante la permanenza nel penitenziario. Venne rilasciata per buona condotta, una cosa che non mancò di riferire ai giornalisti in seguito: "la prima volta che nella mia vita ebbi qualcosa grazie a una buona condotta"...
Nonostante le pessime critiche le sue commedie continuarono a vendere bene, in parte grazie alla controversia riguardante i soggetti. Presto Mae si guadagnò l'attenzione dei produttori di Hollywood. A 38 anni la maggior parte delle attrici di allora cominciavano la parabola discendente; la West invece a quell'età iniziò la sua carriera cinematografica quando la Paramount Pictures le offrì un contratto di 5000 dollari a settimana (circa 80000 di oggi). Le permise inoltre di riscrivere le proprie battute nei film, come nel primo, "Night after night", in cui chiarì il tono del suo personaggio fin dalla prima battuta, in cui una ragazza le dice "Mio Dio, che splendidi diamanti" alla quale West risponde "Dio non ha nulla a che fare con loro, mia cara". Nell'arco di tre anni divenne la seconda persona più pagata in America, alle spalle del solo William Randolph Hearst.
Mae West morì nel 1980 ad 87 anni, dopo aver subito due infarti. Recitava ancora pochi anni prima di morire, nella sua ultima grande produzione, il musical Sextette del 1978.

lunedì 18 settembre 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 18 settembre.
Il 18 settembre 1905 nasce Greta Garbo.
Greta Lovisa Gustafsson, vero nome di Greta Garbo, nasce il 18 settembre 1905 a Stoccolma. Bambina timida e schiva, predilige la solitudine e, benché integrata e piena di amici, preferisce fantasticare con la mente, tanto che alcuni giurano averla sentita affermare, già in tenera età, che fantasticare fosse "molto più importante che giocare". Lei stessa in seguitò affermerà: "Un momento ero felice e l'attimo dopo molto depressa; non ricordo di essere stata davvero bambina come molti miei altri coetanei. Ma il gioco preferito era fare teatro: recitare, organizzare spettacoli nella cucina di casa, truccarsi, mettersi addosso abiti vecchi o stracci e immaginare drammi e commedie".
A quattordici anni la piccola Greta è costretta ad abbandonare la scuola per via di una grave malattia contratta dal padre. Nel 1920, poco prima della morte del genitore, Greta lo accompagna in ospedale per un ricovero. Qui è costretta a sottostare ad una serie estenuante di domande e di controlli, volti ad accertare che la famiglia fosse in grado di pagare la degenza. Un episodio che fa scattare in lei la molla dell'ambizione. In una chiacchierata col commediografo S. N. Bherman, infatti, confesserà: "Da quel momento decisi che dovevo guadagnare tanti soldi da non dover mai più essere sottoposta a una umiliazione simile".
Dopo il decesso del padre la giovane attrice si ritrova in ristrettezze economiche non indifferenti. Pur di tirare a campare fa un po' di tutto, accettando quello che capita. Lavora in un negozio di barbiere, mansione tipicamente maschile, ma resiste poco. Abbandonato il negozio trova un impiego come commessa ai grandi magazzini "PUB" di Stoccolma dove, è proprio il caso di dirlo, il Destino era in agguato.
Nell'estate del 1922 il regista Erik Petschler entra nel reparto di modisteria per acquistare cappelli per il suo prossimo film. E' la stessa Greta a servirlo. Grazie ai modi gentili e disponibili della Garbo, i due entrano subito in sintonia e diventano amici. Inutile dire che da subito la Garbo chiede di poter partecipare in qualunque modo ad uno dei film del regista, ricevendone un assenso inaspettato. Domanda così alla direzione dei "PUB" un anticipo di ferie che le viene però negato; decide allora di licenziarsi, pur di seguire il suo sogno.
Certo, gli inizi non sono entusiasmanti. Dopo una serie di fotografie pubblicitarie, la sua prima apparizione cinematografica la vede in una modesta parte di "bellezza al bagno" nel film "Peter il vagabondo", passando praticamente inosservata. Ma la Garbo non si arrende. Si presenta invece all'Accademia Regia di Norvegia con la speranza di passare il difficile test di ingresso che permette di studiare gratis tre anni drammaturgia e recitazione.
Il provino riesce, entra nell'Accademia e dopo il primo semestre è scelta per un provino con Mauritz Stiller il più geniale e famoso regista svedese del momento. Notevolmente eccentrico e trasgressivo, Stiller sarà il maestro e il mentore, il vero e proprio pigmalione che lancerà la Garbo, esercitando una profonda influenza e una altrettanto profonda presa emotiva su di lei. La spiegazione risiede anche nella differenza di età, quasi vent'anni. La giovane attrice ha infatti poco più di diciotto anni, mentre Stiller ha superato la quarantina. Fra l'altro, risale a questo periodo il cambiamento di nome dell'attrice che, sotto la spinta sempre di Stiller, abbandona il difficile cognome Lovisa Gustafsson per diventare definitivamente Greta Garbo.
Con il nuovo pseudonimo si presenta a Stoccolma per la prima assoluta di "La Saga di Gosta Berlin", pièce tratta dal romanzo di Selma Lagendorf, rappresentazione che riscuote un buon apprezzamento da parte del pubblico ma non altrettanto dalla critica. Il solito, vulcanico, Stiller però non si arrende.
Decide di farne una prima rappresentazione anche a Berlino dove raccoglie finalmente un consenso unanime.
A Berlino Greta è apprezzata da Pabst che si accinge a girare "La via senza gioia". Il celebre cineasta le offre una parte, che rappresenta il definitivo salto di qualità: il film diventerà uno dei classici da antologia del cinema e proietta, di fatto, la Garbo verso Hollywood.
Una volta sbarcata in America, però, si metterà in moto un meccanismo perverso, alimentato soprattutto dai primi film, che tenderà ad etichettarla come "femme fatale" e ad inquadrare la sua personalità in schemi troppo rigidi. Da parte sua l'attrice chiedeva a gran voce ai produttori di essere svincolata da quell'immagine riduttiva, chiedendo ad esempio ruoli da eroina positiva, incontrando rigide e sarcastiche opposizioni da parte dei tycoon hollywoodiani. Questi erano convinti che l'immagine da "brava ragazza" non si addicesse alla Garbo, ma soprattutto non si addicesse al botteghino (un'eroina positiva, stando alle loro opinioni, non avrebbe attirato il pubblico).
Dal 1927 al 1937, dunque, la Garbo interpreta una ventina di film in cui rappresenta una seduttrice destinata a una fine tragica: spia russa, doppiogiochista e assassina in "La donna misteriosa", aristocratica, viziata ammaliatrice che finisce per uccidersi in "Destino", donna irresistibile e moglie infedele in "Orchidea selvaggia", o "Il Bacio". Ancora, prostituta in "Anne Christie" ed etèra di lusso in "Cortigiana" e "Camille" (in cui interpreta il celebre e fatale personaggio di Margherita Gauthier). Finisce suicida in "Anna Karenina", fucilata come pericolosa spia e traditrice in "Mata Hari". Sono ruoli di seduttrice fatale, misteriosa, altera e irraggiungibile, e contribuiscono in modo determinante a creare il mito della "Divina".
Ad ogni modo, la creazione della sua leggenda si è plasmata anche grazie ad alcuni atteggiamenti tenuti dall'attrice stessa ed assecondati, se non alimentati, dal mentore Stiller. Il set, ad esempio, era estremamente protetto, inaccessibile per chiunque (con la scusa di difendersi da voyeurismi e pettegolezzi), tranne che per l'operatore e gli attori che dovevano partecipare alla scena. Stiller arrivava al punto di recintare il set con una tenda scura.
Queste misure di protezione saranno poi sempre mantenute e pretese dalla Garbo. I registi, poi, in genere preferivano lavorare davanti alla macchina da presa e non dietro, ma la Garbo esigeva che stessero ben nascosti dietro la cinepresa.
Nei luoghi di ripresa non erano ammessi neppure grandi nomi dell'epoca o i capi della produzione. Inoltre, appena si accorgeva che qualche estraneo la guardava smetteva di recitare e si rifugiava nel camerino. Di certo non sopportava lo "Star System", a cui non si sarebbe mai piegata. Detestava la pubblicità, odiava le interviste e non sopportava la vita mondana. In altre parole, seppe proteggere con caparbietà la sua vita privata fino alla fine. Proprio la sua riservatezza, quel qualcosa di misterioso che la circondava e la sua bellezza senza tempo, fecero nascere la leggenda Garbo.
Il 6 ottobre 1927 al Winter Garden Theatre a New York il cinema, che fino a quel momento era stato muto, introduce il sonoro. Il film che si proietta quella sera è "Il cantante di jazz". I soliti profeti di sventura profetizzano che il sonoro non durerà, e tanto meno la Garbo. In effetti, dopo l'avvento del sonoro la Garbo interpreterà ancora sette film muti, perché il direttore della Metro era un conservatore ostile all'introduzione delle nuove tecnologie, e quindi ostile anche al sonoro.
La "Divina" tuttavia si ostina ugualmente a studiare l'inglese e a migliorare il suo accento, nonché ad arricchire il suo vocabolario.
Eccola infine comparire in "Anna Cristie" (da un dramma di O'Neill), del 1929, il suo primo film sonoro; si racconta che quando nella famosa scena, Greta/Anna entra nello squallido bar del porto, stanca e sorreggendo una sgangherata valigia, pronunciando la storica frase "...Jimmy, un whisky con ginger-ale a parte. E non fare l'avaro, baby...", tutti trattennero il respiro, compresi elettricisti e macchinisti, tale era il seducente alone di mistero che ammantava la "Divina".
Nel 1939 il regista Lubitsch cercando di valorizzarla maggiormente sul piano artistico, le affida il ruolo della protagonista in "Ninotchka", un bellissimo film in cui, fra l'altro, l'attrice per la prima volta ride sullo schermo (la pellicola è infatti lanciata con scritte a caratteri cubitali sui cartelloni in cui si prometteva "La Garbo ride"). Scoppiata la guerra l'insuccesso di "Non tradirmi con me", di Cukor (1941) l'induce, a soli 36 anni ad abbandonare per sempre il cinema, in cui è tuttora ricordata come il prototipo leggendario della diva e come un eccezionale fenomeno di costume.
Vissuta sino a quel momento nel più assoluto riserbo e nella più totale distanza dal mondo, Greta Garbo muore a New York, il 15 aprile 1990, all'età di 85 anni.
Da segnalare il memorabile saggio che il semiologo Roland Barthes ha dedicato al volto di Greta Garbo, contenuto nella sua silloge di scritti "Miti d'oggi", una delle prime e più acute ricognizioni di quello che si cela dietro i simboli, i miti e i feticci costruiti da e per i media (e non solo).

lunedì 31 luglio 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 31 luglio.
Il 31 luglio 1944 nasce a Santa Monica, in California, Geraldine Chaplin.
Esile, delicata e sensibile, è nata dal matrimonio del leggendario Charles Chaplin con Oona O'Neill, figlia del famoso sceneggiatore Eugene O'Neill. La più grande di otto figli, trascorre i suoi primi otto anni a Hollywood, poi con la famiglia si trasferisce in Svizzera perché il padre era perseguitato dal governo degli Stati Uniti per le sue idee politiche. In Europa frequenta college privati e studia danza classica alla Royal Ballet School di Londra. Aveva già debuttato come attrice nel 1952 nel ruolo di una ballerina, nel film diretto dal padre "Luci della ribalta". Nel 1964 ha una piccola parte nell'ultimo film diretto da Charles Chaplin, "La contessa di Hong Kong". Viene notata durante una sua performance in un balletto a Parigi dal famoso regista David Lean che la scrittura per il film "Il Dottor Zivago" (1965), nel ruolo di Tonya, la moglie di Omar Shariff che la porta alla ribalta internazionale. La maggior parte del film viene girato in Spagna dove conosce il regista Carlos Saura che sposa e da cui ha avuto due figlie Shane e Oona. Successivamente lavora con alcuni registi europei, ma viene ricordata soprattutto per aver lavorato con Robert Altman, in "Nashville" (1975), "Buffalo Bill e gli Indiani" (1976), "Un matrimonio" (1978). Nel 1992 interpreta il ruolo di sua nonna paterna malata di mente, nel film "Charlot", una biografia del padre. Nel 1993 appare in "L'Età dell'Innocenza" di Martin Scorsese e "A Foreign Field" di Charles Sturridge. Nel 2002 è diretta da Pedro Almodovar nel film "Parla con lei". Successivamente ha girato ancora Melissa P. (2005), Parlami d'amore (2008), L'imbroglio nel lenzuolo (2008), The Orphanage (2008), Imago mortis (2008), Diario di una ninfomane (2008), Wolfman (2010) ed altri ancora. L'ultimo suo film è Jurassic World (2018) in cui interpreta Iris, la governante del magnate Benjamin Lockwood.
L'attrice è sorellastra di Sydney Chaplin e Charles Chaplin Jr. Lavorano nello spettacolo anche i suoi fratelli Michael e Christopher e le sue sorelle Josephine e Victoria. Nel 1991 ha ricevuto in Francia un premio al Créteil International Women's Film Festival.

domenica 16 luglio 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 16 luglio.
Il 16 luglio 1911 nasce ad Indipendence, nel Missouri, Virginia Katherine McMath, nota al pubblico con lo pseudonimo di Ginger Rogers.
Ginger Rogers debuttò in teatro a 13 anni, arrivando a Broadway a diciotto con la commedia musicale ' Top speed' . Il debutto nel cinema è del 1931: 73 film, di cui dieci commedie musicali con Fred Astaire.
Nel ' 91 è uscita una sua autobiografia, ' Ginger: my story' , in cui parla anche dei suoi amori, nomi illustri del mondo dello spettacolo (George Gershwin, Cary Grant, Jimmy Stewart, Mervyn LeRoy), oltre che dei suoi cinque mariti (era stata sposata e separata cinque volte): tra questi l' attore Jacques Bergerac e il produttore William Marshall.
Ginger Rogers va ricordata soprattutto come attrice oscillante tra la commedia sofisticata e certi personaggi stralunati e vagamente bizzarri che restano, nel ricordo, i suoi migliori. Eppure, l'immagine di Rogers, dai suoi diciotto anni fin verso i cinquanta (e, bisogna sottolineare che l' immagine, prodigiosamente, non cambiò di molto) è soprattutto un'immagine di normalità; se si potesse usare l' espressione, si direbbe di lei che è la "common woman", ovvero la versione femminile del "common man".
Rassicurante per i maschi? Sì, certo, perché rappresenta la donna che dà molta importanza all'uomo, ma anche Star per le altre donne in quanto fiero esempio di indipendenza, privilegiando personaggi di lottatrice più o meno indomita ma non aliena dal servirsi delle armi antiche fornite da un faccino gradevole e da un corpo attraente. Persino, con misura, un certo sense of humour.
Si voleva attrice drammatica, Ginger Rogers, o tale la voleva la mamma? Non si arriverà mai a saperlo perché Ginger ha sempre rispecchiato la volontà e le decisioni della sua esemplare Madre Americana, fino a un' età più che matura, fino alla morte di lei che non cambiò in nulla l'atteggiamento devoto della figliola. Eppure la coppia delle Rogers si espose abbastanza al ridicolo: madre e figlia indulgevano sovente ad abiti simili se non uguali e, soprattutto, si chiamavano a vicenda, leziosamente, Lilì (Lila) e Gigì (Ginger), prone entrambe alle direttive politico-sentimentali delle orrende Louella Parsons e Hedda Hopper, e fecero eco con tanto slancio alle manie di quelle due esacerbate femmine nel loro anticomunismo da dover affrontare non solo il dileggio, ma anche qualche causa per danni. La povera Gigì, nonostante l'ingombro amatissimo di Lilì, riuscì ad avere diversi mariti; i primi due molto brevemente, terzo e quarto per circa sei anni ciascuno, il quinto e ultimo le durò dieci anni e fu un trionfo della persistenza.
E Fred Astaire? Si amavano? Si odiavano? Si sopportavano? Più o meno tutte queste cose, più una gran confusione nei ricordi man mano che gli anni, e i decenni, passavano. Nel periodo dei loro trionfi comuni (fra il ' 34 e il ' 39) i due rilasciavano gentili dichiarazioni di stima reciproca, mentre i loro rispettivi amici spargevano veleno. Hermes Pan, il coreografo che aveva lavorato tanto tempo al fianco di Astaire, e quindi anche durante il sodalizio artistico con la Rogers, riferiva, qualche anno fa, che i rapporti fra i due non erano né buoni né cattivi ma che, certo, difficilmente si sarebbe potuto immaginare due persone più diverse come carattere, come atteggiamento, come capacità di lavoro. Ciò detto, Hermes Pan non svalutava la Rogers, cui attribuiva un talento per la danza e, soprattutto, una facilità di imparare velocemente, pari solo alla sua pigrizia. E' ormai leggenda come Astaire creasse i suoi numeri di danza lungamente provando e riprovando, proprio insieme a Hermes Pan, il quale era costretto a impersonare la Rogers durante le prove, e come quest'ultima arrivasse il giorno prima delle riprese per apprendere in fretta, eseguire impeccabilmente, dimenticare subito dopo e rifiutarsi di doppiare i passi per il sonoro del tip tap.
Il vero argomento del contendere erano piuttosto gli abiti della Rogers, quasi tutti molto belli, tutti imponenti e alcuni ingombranti (vedi le infernali piumette che si distaccano da quello di "Cheek to cheek"): ma la mammina di Ginger li voleva così protestando che se l'amata figliola non avesse avuto abiti lussureggianti nessuno l'avrebbe notata al fianco di un tale genio (Astaire). In questo la terribile Lila era acuta e ingiusta in ugual misura: ingiusta perché Ginger non era poi così sprovvista di talento, acuta perché, comunque, esisteva una differenza di classe tra i due. Comunque, mentre la coppia Astaire-Rogers interpretava film su film e i due divi approdavano all' elenco dei Top Ten, la ragazza Rogers (che aveva iniziato la sua carriera tra Vaudeville e Musical) voleva, fortissimamente voleva essere attrice e soprattutto attrice drammatica e non danzatrice. Un critico crudele disse di lei che le sue interpretazioni "erano meno versatili delle sue pettinature", ma questo non impedì a Rogers di ottenere un Oscar per Kitty Foyle nel 1940, superando Bette Davis di Ombre malesi (!) e Katharine Hepburn di Scandalo a Filadelfia (!).
Ma gli Oscar, si sa, sono stati sovente un mistero. E così, all'inizio degli Anni Quaranta, Ginger Rogers, a ventotto anni, con poco più di dieci anni di carriera, era una Star con la esse maiuscola, una Superstar, diremmo oggi, di quelle che fanno il bello e il brutto tempo sul set e i cui capricci sono legge.
La critica non era tenerissima con lei, ma il pubblico accorreva con slancio e film imbarazzanti come Lady in the Dark (Le schiave della città, 1944) incassavano quasi cinque milioni di dollari! In conseguenza Miss Rogers esigeva somme abbastanza forsennate per la sua partecipazione a un film (circa 300.000 dollari per Grand Hotel Astoria nel 1945) e, parallelamente, comprimari che non le facessero ombra. Il risultato fu un rallentamento nel ritmo delle offerte, finché, come una nemesi, nel 1949, si ripresenta l' occasione di lavorare con Fred Astaire; si tratta di sostituire con velocità Judy Garland per I Barkleys di Broadway. Rogers accetta con slancio e siccome ha sempre fatto molto tennis è in gran forma e riesce a ballare senza troppi problemi. Ma la magia della coppia è molto appannata: Fred è sempre più mostruosamente bravo; il professionismo di entrambi è quello di sempre; invece il magico accordo fra i due, quell'impalpabile qualità che li aveva resi, insieme, miracolosi, è scomparso. Nonostante tutto Rogers riesce a ricavare dal film un serio rilancio di carriera.
E' protagonista di alcune commedie, all' inizio degli Anni Cinquanta, che mettono d' accordo critica e pubblico sulla delizia delle sue interpretazioni e ottiene un successo personale al fianco di Cary Grant in Monkey Business (Il magnifico scherzo, 1952). In questo film Grant e Rogers sono una coppia di mezza età che perde colpi in molti sensi. Lui scienziato lei casalinga, lui distratto lei nostalgica, improvvisamente una pozione più o meno magica restituisce a tratti la giovinezza ai due, ma, e questa è la trovata, i due precipitano in una specie di adolescenziale idiozia, inarrestabile quanto sconfinata. Rogers recupera quella sua magica capacità di interpretare ragazzine di cui aveva già dato prova in Kitty Foyle e in Frutto proibito ma qui la gira in satira abbastanza feroce della giovinetta americana e dei suoi sciocchi obiettivi: ha poi un momento altissimo quando crede che un bambino piccolissimo che si trascina carponi sia il marito andato troppo oltre nei suoi ringiovanimenti. Purtroppo, l'incorreggibile Ginger accetta anche un ruolo drammatico che rischia di affossarla definitivamente nel film Black Widow (L' amante sconosciuta, 1954): la sinistra pellicola è sceneggiata e diretta da Nunnally Johnson (incredibile personaggio di Hollywood che aspetta ancora di essere interpretato dalla critica; il pubblico, a suo tempo, ne fece giustizia sommaria). Dopo questo film Ginger Rogers commette qualche altro errore di carriera (a parte l'aver sposato un giovanotto di quindici anni più giovane: all'epoca, uno scandalo) sia nella scelta dei soggetti sia nell'introduzione del giovanotto marito, un certo Jacques Bergerac, nei film di cui sopra. Poi, non contenta, si rimette nelle mani di Nunnally Johnson per quel nefando Oh Men! Oh Women! (Le donne hanno sempre ragione, ' 57) che le fa chiudere ingloriosamente la carriera cinematografica. Ha appena 45 anni. Tornerà, otto anni dopo, per due film, ma non vale la pena di ricordarli.
Interessante invece è la sua carriera televisiva e teatrale. Debutta in tv nel 1954, interpretando alcune commedie di Noel Coward e dopo parecchie apparizioni in spettacoli altrui, nel 1958, ha il suo Ginger Rogers Show in cui riprende a cantare e a ballare. Quando poi, a Broadway, sostituisce l' esausta Carol Channing nel ruolo di Dolly per Hello, Dolly! (è l'ottobre del 1965), Rogers ottiene un successo teatrale formidabile, complice anche quell'aura di nostalgia che comincia a profumare tutto ciò che ha avuto successo nel passato ed è, in qualche modo, ancora disponibile. Un' altra eroina di Musical sarà tappa fondamentale nella carriera teatrale della Rogers: Mame, questa volta a Londra, per 443 repliche a partire dal febbraio del 1969. Fra questi due personaggi, si situa un evento breve ma importante. Alla cerimonia per la consegna degli Oscar nel 1968, Fred Astaire e Ginger Rogers ballano insieme per pochi minuti e ottengono quella che è stata la più lunga clamorosa standing ovation nella storia degli Oscar. Contemporaneamente gli antichi film dei due, Astaire e Rogers, hanno un revival televisivo e nelle sale di tutti gli Stati Uniti che si estenderà poi all' Europa (va ricordata la tenacia di una saletta di Parigi che per anni continuava a proporre queste pellicole).
La riluttante Ginger comincia a rispondere ai giornalisti che le chiedono ormai solo di lei e Fred Astaire, oscillando tra l'agiografia, la malignità, le benedizioni e la ben recitata nostalgia. Pochi anni le basteranno a capire che ormai lei rappresenta solo la metà di una coppia che non esiste più da trent'anni, una coppia di cui lei era la parte minore e di cui "il genio" non parla volentieri. E così, rassegnata, mette insieme un piccolo spettacolo di danza e canto che porta nel circuito dei night-club: non solo si rievocano i suoi duetti con Fred Astaire, non solo se ne proiettano dei brani, ma i quattro ballerini che sono con lei indossano maglie inneggianti all' assente Fred Astaire. Il tutto fra il 1976 e il 1978.
Ginger Rogers era in cattiva salute dalla fine degli anni 70, ma rifiutò sempre di farsi curare: quale adepta di una setta religiosa non credeva nella medicina, ma solo nella preghiera. Da tempo era costretta in una sedia a rotelle.
L' attrice e ballerina è morta il 25 aprile 1995  alle 7.10 del mattino (le 17.10 italiane) nella sua casa di Rancho Mirage, a sud di Los Angeles, in California. Aveva 83 anni. Veronica Martinez, portavoce dell' Ufficio del Coroner della contea di Riverside, ha annunciato che la morte è avvenuta "per cause naturali".

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