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mercoledì 29 luglio 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 29 luglio 1900 a Monza, l'anarchico Gaetano Bresci uccideva Re Umberto I di Savoia, di fatto chiudendo per sempre l'800 italiano.
All’epoca la ginnastica era lo sport più popolare per la penisola. A Monza il 29 luglio 1900, con inizio alle ore 20,30, si teneva una manifestazione ginnica pan italiana organizzata dalla società locale “Forti e liberi”, cui avrebbe presenziato il re. Egli sarebbe arrivato alle 21,30, avrebbe premiato i vincitori alle 22, e se ne sarebbe andato alle 22,30. E ciò puntualmente avvenne.
Il 27 luglio Bresci lascia Milano e si sposta a Monza, dove alloggia da un’affittacamere, avendo cercato dapprima un’altra stanza per un amico che mai verrà. E’ certo che a Monza ispezionò a lungo il percorso che doveva fare il re per giungere al campo della manifestazione ginnica, un’area a prato a lato di via Matteo da Campione. A tutti parve chiaro che l’intenzione era quella di colpirlo durante il tragitto, cosa che non gli riuscì.
La mattina del 29 luglio Bresci s’alza per le 7,30, perde circa un’ora per lavarsi e farsi le unghie, s’abbiglia elegantemente, compie vari spostamenti per la città, sosta varie volte in una “caffetteria”, dove consuma cinque gelati suscitando un certo stupore della proprietaria. Si dimostra nervoso. Nella “caffetteria” avrà anche un compagno di gelato con cui poi pranzò. All’epoca dei fatti, rimase del tutto sconosciuto. Arrigo Petacco, che ha compiuto apposite indagini, è certo trattarsi d’un occasionale incontro, una persona che si dileguò nell’ombra, e a ragione, visti tutti gli arresti, e di cui seppe la storia dalla figlia.
Infine è sera. Il re, causa i vari attentati, in pubblico indossava una corazza. Ma la sera era torrida oltre il caldo usuale della stagione, tanto che il re aveva previsto temporale. Per il caldo non aveva indossato la corazza. Non sappiamo se gli avrebbe salvato la vita. Bresci, sapendo di questa protezione, aveva limato le cartucce in punta a forma di croce, per dar loro una migliore penetrazione. Pochi minuti dopo l’ingresso del re in carrozza, Bresci entra nel campo ginnico, e si colloca a una decina di metri dal re, nella terza fila degli spettatori. La premiazione avvenne alle 22, vinse la squadra locale. Come il re se n’andò con la sua berlina a due cavalli, Bresci gli sparò tre colpi di pistola, anche se qualcuno suppose quattro in quanto mancavano quattro cartucce alla pistola. Il re morì alcuni minuti dopo, si dice varcando il cancello di Villa Reale. Particolare curioso, quasi grottesco, l’erede al trono Vittorio Emanuele era in viaggio di piacere con la consorte Elena sullo yacht “Yela”, il nome montenegrino della moglie Elena. Quella sera aveva appena iniziato il viaggio di ritorno e, così, mancando i collegamenti radio, solo dopo tre giorni ebbe la notizia, assieme a quella d’essere da tre giorni re! Il primo provvedimento che compì fu singolare quanto indice della sua mentalità misogina, quello di far scacciare dalla camera mortuaria la duchessa Litta, con l’ordine di non farsi più vedere a corte. Farà anche spegnere l’illuminazione del vialetto galante, e murare il cancello con cui s’accedeva alla dimora della duchessa. Ma diserterà Villa Reale di Monza.
Bresci fu rapidamente disarmato, anche se non è molto chiaro, tra le varie versioni, chi effettivamente lo disarmò. Infatti, particolare questo ameno, molte persone rivendicarono a sé la gloria d’averlo disarmato, e la bega proseguì anche al processo, interrotta dal giudice. E’ certo che verrà arrestato mentre cercava di dileguarsi passando per un turista, avendo per di più al collo la solita macchina fotografica, mentre si dichiarava del tutto estraneo. Verrà malmenato pesantemente dai ginnasti. Sorprendentemente, dopo il breve interrogatorio, domanderà di dormire. E dormirà profondamente sino alla mattina dopo.
Quella notte su Monza scoppiò un furioso temporale che isolò la città. Inoltre fu circondata dall’esercito, o per impedire che complici fuggissero, o per non far circolare la notizia troppo presto. Essa, seppur per canali ristretti, passò, e buona parte dei giornali, magari con qualche ritardo, il giorno dopo uscivano col regicidio. Interessanti, accanto alle scontate manifestazioni contro le sinistre, in particolare contro sedi socialiste, associazioni operaie, circoli anarchici, ci furono quelle più sotterranee di giubilo, persino pranzi e bicchierate, che costarono centinaia d’arresti, carcere e confino, anche se probabilmente non tutte erano reali.
Agli interrogatori Bresci si mostrò puntiglioso, volendo fare puntualizzazioni, correggere errori di verbalizzazione, compresi gli ortografici. Era nel suo carattere. Il tribunale gli diede come avvocato d’ufficio il decano degli avvocati milanesi, Luigi Martelli, liberale filo monarchico. Bresci nominò, sorprendentemente, Filippo Turati! Turati non volle accettare sia per non esporre il partito, sia perché erano anche dieci anni che non professava più e, per di più, era oberato d’impegni d’ogni tipo. Ma probabilmente al rifiuto contribuì l’impressione del tutto negativa che gli fece Bresci, di cui non comprese la matrice politica del gesto. Siccome era stato l’avvocato di tutta una serie d’attentatori e ribelli, nel partito socialista vi fu una lacerazione con forti polemiche. Comunque ebbe un colloquio con Bresci in cui gli propose come avvocato Saverio Merlino, che avrebbe incontrato a Roma. Saverio Merlino era un anarchico di spicco della generazione precedente quella di Bresci, anche se in quei mesi si stava spostando su posizioni socialiste. Suo malgrado, faceva parte in quegli anni del gruppo che polizia e giornali conservatori chiamavano dei tre M, a cui si attribuivano cospirazioni internazionali. Gli altri due erano Malatesta e Charles Malato, un anarchico francese d’impronta ancora insurrezionalista, il cui padre era italiano. Merlino era sia attivista che teorico, ma anche critico del socialismo. Avvocato, tra un confino e un carcere, una lunga fuga all’estero e l’altra, riusciva persino a professare, inutile dirlo, specie e soprattutto a favore d’anarchici e socialisti sotto processo. Razionali e precise, valide ancora oggi, sono le sue tesi a smantellare le teorie marxiste, oggi diremmo marxiane, secondo cui il marxismo era diventato un dogma e non un sistema empirico da assoggettare a verifiche.
Bresci accettò. Però la raccomandata di Turati, in cui gli comunicava il consenso di Merlino, fu trattenuta due giorni dalla direzione del carcere di S. Vittore, dove Bresci era incarcerato. Cosicché la lettera di nomina a Merlino giunse solo due giorni prima del processo, nel pomeriggio, e l’avvocato non ebbe il tempo nemmeno per il colloquio preliminare con l’assistito. Anzi, partito la sera della vigilia del processo, in luogo di dormire sul treno studiò la causa. Riuscì a raggiungere il tribunale milanese poco prima dell’inizio del processo, esausto, pedinato da uno stuolo di poliziotti in borghese. C’era un’altra irregolarità, formale e ben più grave. L’ordinanza che fissava il processo venne emessa dopo la citazione dei giurati, e la scelta della giuria doveva essere fatta dopo. L’avvocato Merlino, in apertura d’udienza, protestò, domandò un nuovo sorteggio dei giurati, ma inutilmente. La corte, riunitasi, respinse l’istanza. Come respinse la richiesta di rinvio per la presentazione di testi americani: era un processo che s’aveva da fare subito e a modo della corte.
Il processo fu celebrato il 29 agosto 1900. L’udienza fu aperta alle ore 9, ma Bresci fu svegliato alle tre del mattino e, di questo, protestò persino in aula, varie volte, dichiarandosi incapace di difendersi per la perdita del sonno. Il dibattimento e l’escussione dei testi iniziò alle ore 10,30. Alle 12,30 una pausa d’un’ora. Alle 18,30 era tutto finito.
Il clamore per il processo fu enorme, e la piazza antistante il tribunale sgombrata della folla, con cordoni militari un po’ d’ovunque. I posti per gli avvocati e giornalisti in aula erano 400, e tra i giornalisti vi era tutta la stampa che contava, estera compresa. Lo spazio per il pubblico era di 200 posti, numerati. S’entrava con una speciale tessera. Però metà del pubblico era dato da funzionari della polizia e da poliziotti in borghese. E questo pubblico artificiale, rumoreggerà in continuazione durante l’arringa di Merlino.
Il processo è senza storia. Il procuratore generale sosterrà, a parole e senza prove, la tesi del complotto. In tutto una requisitoria sconcertante per pochezza e approssimazione, oltre tutto assai breve. L’avvocato Merlino, prendendo spunto da incaute frasi del procuratore che accusava l’anarchia, l’anarchismo e gli anarchici di terrorismo e attentati, tali da giustificare il gesto di Bresci, gli fece una documentata, quanto inventata su due piedi (ma per lui era un pezzo da copione) storia degli attentatori nella storia, in cui gli anarchici, poverini, venivano buoni ultimi. Ricordò perfino le infuocate parole di Brofferio nel parlamento subalpino per elogiare il repubblicano Orsini quando attentò a Napoleone III. Era polemica vecchia tra anarchici e repubblicani. Questi gettarono più bombe su regnanti e governanti di tutti gli altri messi assieme, ma, appena giunti al potere, riversarono sugli anarchici l’onta d’attentatori.
La linea difensiva di Merlino era da un lato di condannare il gesto di Bresci, però spostando il movente sulle cause sociali, sopratutto italiane, che spingevano alcuni anarchici a gesti del genere. Così mise sotto accusa tutta la classe dirigente e tutta la pratica politica della vittima. Va da se che fu interrotto in continuazione dal presidente, ma anche dal pubblico ministero, tanto che alla fine, detto buona parte quanto aveva da dire, troncò il suo flusso di pensiero e, rivolto ai giurati, facendo un razionale e eloquente distinguo tra vendetta e giustizia, domandò le attenuanti. Oltre non poteva fare.
L’avvocato d’ufficio aveva preparato una tesi di pazzia, per cui si trovò, dopo l’arringa di Merlino, spiazzato. Comunque la sostenne, assai imbarazzato, smentito clamorosamente da Bresci che rivendicò sia la salute mentale, sia la natura politica del regicidio.
I giurati giudicarono colpevole Bresci senza attenuanti, e ciò comportava l’ergastolo. La corte inflisse anche sette anni di segregazione cellulare, veramente molti. Fatto curioso, il presidente, nel leggere la sentenza, recitò la frase iniziale di rito non in nome del nuovo regnante, ma in nome di Umberto I re d’Italia!
Bresci resterà vari mesi ancora a S. Vittore, in quanto è probabile non si sapesse dove inviarlo per le eccezionali misure di sicurezza che un detenuto del genere causava. Alla fine viene inviato a Portolongone, il 5 novembre, e la cella è quella di Passanante, dove impazzì. Era tre metri sotto il livello del mare. Occorre però dire che difficilmente da una segregazione cellulare lunga i detenuti uscivano vivi, e, se scampavano, era perché, impazziti, passavano al manicomio criminale. Però le leggi in materia carceraria erano cambiate, quella cella era illegale, per cui tra gli ergastolani, che già simpatizzavano per Bresci, iniziarono esplicite disapprovazioni, quasi sedizioni, tanto ch’era tutto un inneggiare a Bresci. Nel frattempo era stata approntata una cella fortezza nell’ergastolo di Santo Stefano di Ventotene. Essa era stata copiata dal modello della cella per Dreyfus all’Isola del Diavolo. Era una al piano rialzato scosto dal corpo dell’ergastolo dove erano i detenuti, più larga delle cellulari di norma, che erano due metri quadrati, essendo tre per tre metri. Aveva una finestrella in alto con una sbarra trasversale. Ai lati della cella erano due altre celle, da cui, con uno spioncino, i sorveglianti potevano, e dovevano, sorvegliare a vista Bresci giorno e notte. Attorno un corridoio, una specie di camminamento. Era, insomma, una piccola torre fortificata. Inoltre per accedere a essa occorreva passare due cancelli. Si dice che per la sorveglianza di Bresci occorressero un centinaio in più di persone, tanto che fu spostato sull’isola un battaglione dell’esercito.
Mercoledì 22 maggio 1901 Bresci mangiò il pasto delle undici come al solito, però s’era fatto portare l’extra d’un bicchiere di vino e del formaggio. Il vino lo bevve, ma lasciò il formaggio per la cena assieme a del pane. Poi fece i suoi soliti e regolari esercizi ginnici, una specie di palleggio contro il muro con il tovagliolo appallottolato. Poi si mise sulla sedia, a leggere o a dormire. La guardia che lo sorvegliava dichiarò che, per un bisogno corporale impellente, alle due e cinquanta esatte del pomeriggio abbandonò lo spioncino e vi ritornò due o tre minuti dopo. Bresci era morto, impiccato con il tovagliolo alla sbarra della finestra. Come testimone della scena, fu chiamato un ergastolano semi analfabeta e seminfermo di mente.
Il giorno 24 il cadavere fu esaminato da tre medici, o professori secondo le fonti, Granturco, Corrado e De Crecchio. Non trovarono lesioni da percosse o altro, e risposero positivamente al quesito se la morte fosse per impiccagione in quanto i sintomi e le lesioni erano da soffocamento. Particolar sconcertante, Arrigo Petacco dice che «Sollevò invece stupore il fatto che la salma presentasse evidenti segni di un’incipiente putrefazione, cosa che venne giudicata del tutto anormale essendo il Bresci morto da sole quarantotto ore». Due giorni dopo fu sepolto, secondo Petacco, nel cimitero del penitenziario, si dice assieme alle lettere a lui giunte. Tutti i documenti importanti sulla morte, specie quelli del ministro dell’interno Giolitti, mancano negli archivi.
Il particolare del tovagliolo può non essere secondario. Infatti con un tovagliolo non ci si può avvolgere il collo, fare il noto scorsoio, e poi legare l’altro capo all’inferriata. Pertanto la stessa direzione ammise implicitamente l’omicidio. Se è così, Bresci fu suicidato, anche se in molti ritengano che si trattò d’un asciugamano, taciuto dalla direzione carceraria in quanto vietato ai segregati.
venerdì 8 agosto 2025
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è l'8 agosto.
L'8 agosto 1889 muore Benedetto Cairoli.
BENEDETTO CAIROLI, nasce il 28 gennaio 1825 a Pavia, da Adelaide Bono e da Carlo Cairoli. Primo di quattro fratelli: Ernesto, Enrico, Luigi e Giovanni.
Studia alla Facoltà di Giurisprudenza all’Università di Pavia. Fu tra gli organizzatori delle manifestazioni antiaustriache che all’inizio del 1848 animarono le vie cittadine sull’esempio di quanto stava accadendo a Milano (le Cinque Giornate).
Nel 1850 aderisce al partito mazziniano ed entra a far parte del Comitato rivoluzionario di Enrico Tazzoli. Ricercato dalla polizia austriaca per la sua attività di cospiratore, nel 1852 si rifugia prima nella villa di famiglia a Gropello (non fatevi ingannare dalla vicinanza: all’epoca era nel territorio del Regno di Sardegna. Oggi la località si chiama Gropello Cairoli), poi in Svizzera, mentre l’Austria lo condanna per alto tradimento. In esilio, si convince dell’inutilità dei moti insurrezionali mazziniani e si accosta alla politica piemontese.
Tornato in Italia, si trasferisce prima a Genova (dove conosce Giuseppe Garibaldi), poi allo scoppio della II guerra d’indipendenza nel 1859, coi fratelli Enrico ed Ernesto, si arruola nel secondo Reggimento delle Alpi. Dopo il trattato di Villafranca, può tornare nella sua città, Pavia, libera dal dominio austriaco.
Cairoli partecipa anche all’organizzazione nel 1860 della spedizione dei Mille: con il grado di capitano della settima compagnia, parte per la Sicilia, combatte a Marsala e, durante l’occupazione di Palermo, rimane ferito a una gamba (e restò claudicante tutta la vita). Seguì Garibaldi anche nella campagna del Trentino nel 1866: fu l’ultima partecipazione alle spedizioni militari. Lui si dedicò all’attività politica, mentre i fratelli Enrico e Giovanni continuarono a combattere con l’Eroe dei due mondi (Luigi era morto di tifo durante la Spedizione dei Mille).
Nel 1861, con la proclamazione del Regno d’Italia, viene eletto deputato, schierandosi con gli esponenti della Sinistra storica. Quando nel 1867 Rattazzi risale al potere, spera in una politica favorevole alle sue aspirazioni, ma deve ben presto ricredersi: i fatti di Mentana gli dimostrano l’indecisione del governo. Negli anni successivi partecipa poco ai lavori parlamentari e si dedica più intensamente alle cure familiari: nel 1873 sposa la contessa Elena Sizzo.
Quando nel 1876 la Sinistra passa al potere con Depretis, all’inizio appoggia le posizioni del nuovo governo, poi passa all’opposizione e contribuisce alla sua caduta, e succede, proprio a Depretis, come Presidente del Consiglio.
Il 17 novembre 1878, viaggiando in carrozza con re Umberto I, gli salva la vita, impedendo a Giovanni Passanante di pugnalarlo. Viene ferito ad una coscia. Il gesto gli vale, oltre che la gratitudine personale di Umberto I, la medaglia d’oro al valor militare. L’episodio offre l’occasione all’opposizione di Destra di accusare il governo di eccessiva tolleranza nei confronti di organizzazioni sovversive. Nel dicembre del 1878 Cairoli è costretto a lasciare l’incarico di primo ministro. Torna in politica tra il 1879 e il 1881, ricoprendo anche la carica di ministro degli Esteri e dell’Agricoltura (oltre che quella di primo ministro): ritenuto responsabile della grave crisi causata dall’occupazione della Tunisia da parte della Francia, nel maggio del 1881 si dimette. Muore a 64 anni l’8 agosto 1889 a Napoli nella reggia di Capodimonte, ospite del re.
Viene sepolto nel sacrario della villa di Gropello insieme alla madre e ai fratelli.
giovedì 9 gennaio 2025
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 9 gennaio.
Il 9 gennaio 1878 Umberto I sale al trono d'Italia in seguito alla morte del padre Vittorio Emanuele II.
Figlio del primo Re di Italia, Vittorio Emanuele II, e della regina del Regno di Sardegna, Maria Adelaide d'Asburgo-Lorena, Umberto nasce a Torino il 14 marzo 1844. I suoi nomi di battesimo sono: Umberto Raniero Carlo Emanuele Giovanni Maria Ferdinando Eugenio. La nascita di Umberto, che assicura la discendenza maschile, viene accolta con gioia sia dalla famiglia reale che dal popolo piemontese. Durante l'infanzia ad Umberto e il fratello Amedeo viene impartita un'educazione di tipo militare, che ne forma il carattere e influenzerà il futuro regno. Tra gli insegnanti del futuro monarca vi è anche il generale Giuseppe Rossi.
Nel 1858 Umberto si avvia alla carriera militare, partecipando nel 1859 alla Seconda guerra di indipendenza. Subito dopo la proclamazione del Regno d'Italia, avvenuta nel 1861, diventa maggiore generale e l'anno dopo assume il ruolo di tenente generale. Negli stessi anni ha la possibilità di viaggiare all'estero, visitando città come Lisbona e Londra. In quello stesso periodo, nel 1865, a Torino infiamma la protesta perché la capitale del regno viene trasferita a Firenze. Nel 1866 sia Umberto che il fratello Amedeo partecipano alla Terza guerra di indipendenza.
Al fronte Umberto si distingue per il valore, poiché riesce a respingere gli attacchi austriaci con grande coraggio. Per questo gli viene conferita la medaglia d'oro al valore militare. Il 22 aprile 1868 Umberto convola a nozze con Margherita di Savoia. Naturalmente si tratta di un matrimonio combinato da Vittorio Emanuele II, che in occasione delle nozze istituisce il Corpo dei Corazzieri reali e l'Ordine della Corona d'Italia. I futuri monarchi visitano alcune città italiane durante il viaggio di nozze, poi raggiungono Bruxelles e Monaco di Baviera. Ovunque gli sposi ricevono una calorosa accoglienza. La coppia poi si stabilisce a Napoli. Qui la principessa da alla luce il figlio Vittorio Emanuele, nominato principe di Napoli.
La scelta di restare nella città partenopea è motivata dal fatto di avvicinare la dinastia dei Savoia al popolo meridionale, ancora legato al ricordo dei Borboni. Si racconta che Margherita, impossibilitata ad avere altri figli, avesse in realtà dato alla luce una bambina, subito sostituito da un maschio per assicurare la successione. Nonostante il lieto evento, il matrimonio tra Umberto e Margherita comincia a vacillare. Umberto, che ha un debole per le belle donne, viene scoperto dalla moglie a letto con una sua amante. Su ordine del suocero Margherita è costretta a restare con Umberto, anche se la sua volontà è di divorziare da lui. Il matrimonio di facciata viene mantenuto in piedi soprattutto per fini politici.
I due festeggiano le nozze d'argento il 22 aprile 1893. Le nozze servono a mantenere un certo equilibrio all'interno dell'aristocrazia. Pare che proprio Margherita, grazie alla sua diplomazia, sia riuscita a mettere d'accordo le diverse fazioni dell'aristocrazia romana: quella nera, che fa riferimento al Papa Pio IX, e quella bianca, con idee più liberali.
Una curiosità: a Margherita, in visita a Napoli, si deve l'origine del nome della storica pizza.
Il 9 gennaio 1878 Vittorio Emanuele II muore, lasciando come successore al trono il figlio Umberto I. Il 19 Gennaio dello stesso anno il nuovo sovrano presta il solenne giuramento sullo Statuto Albertino, in presenza di deputati e senatori riuniti nell'aula di Montecitorio. Una volta diventato sovrano, Umberto I è chiamato a risolvere una serie di problemi: il Vaticano è ostile nei confronti del Regno d'Italia, vi sono dei fermenti repubblicani da parte di alcuni circoli culturali e politici, sono necessarie le riforme sociali per venire incontro alle classi disagiate, la politica estera deve essere rilanciata, come pure l'economia nazionale.
A livello internazionale, la crisi nei Balcani, provocata dalla guerra tra Turchia e Russia, è un problema molto complicato da risolvere. Per dipanare la matassa viene convocato il "Congresso di Berlino" dal cancelliere tedesco Bismarck. Una delle decisioni prese nel Congresso è che l'occupazione dell'Austria in Bosnia può durare soltanto nove mesi. I delegati italiani restano impotenti di fronte a tale decisione, e presentano una domanda di chiarimento, alla quale gli si risponde che è meglio accettare tale statuizione, per far sì che l'Italia mantenga l'amicizia con tutti gli Stati.
Uno dei delegati, il ministro degli Esteri Luigi Corti viene attaccato per non essere riuscito a portare risultati concreti e favorevoli all'Italia dal Congresso di Berlino. Per questo egli si dimette dall'incarico il 16 ottobre 1878.
Durante un viaggio per l'Italia con la regina Margherita, il monarca subisce un primo tentativo di assassinio, da parte dell'anarchico Giovanni Passanante. Per fortuna Umberto I riesce a sventare l'attentato, riportando soltanto una lieve ferita al braccio. A questo episodio seguono momenti di tensione e scontro tra anarchici e forze dell'ordine. Il poeta Giovanni Pascoli compone una poesia a favore dell'anarchico lucano autore dell'attentato, e per questo motivo viene arrestato.
Altri gravi problemi che emergono durante gli anni del regno umbertino sono: l'abolizione della tassa sul macinato, il corso forzoso della moneta e la riforma elettorale. I primi due vengono risolti rispettivamente nel 1880 e nel 1881. La riforma elettorale, invece, viene approvata il 22 gennaio 1882 e prevede l'allargamento della base elettorale (si può votare a ventuno anni, con obbligo di licenza scolastica e un censo compreso tra 40 e 19 lire annue).
In politica estera, Umberto sostiene apertamente la Triplice Alleanza. Assicurarsi l'appoggio dell'Austria è molto utile per l'Italia, quindi Umberto I decide di rinsaldare i rapporti con una serie di iniziative diplomatiche, prime fra tutte la visita ai monarchi austriaci. Inoltre appoggia con entusiasmo l'occupazione della Somalia e dell'Eritrea. Nel 1889 viene stabilito il protettorato dell'Italia in Somalia: qui nascono le prime colonie italiane.
Riguardo alla politica nazionale, Umberto I si lascia affiancare nel governo da Francesco Crispi, che riveste il ruolo di Presidente del Consiglio. L'attività politica di Umberto I, piuttosto conservatrice e autoritaria, è condizionata da una serie di avvenimenti gravi, come moti ed insurrezioni, che portano il monarca a prendere provvedimenti drastici. Nel 1893, il re viene coinvolto nello scandalo della Banca Romana, insieme a Giovanni Giolitti. Il 22 aprile 1897 Umberto I subisce un altro attentato di matrice anarchica; l'esecutore si chiama Pietro Acciarito. Anche questa volta rimane illeso, riuscendo con destrezza ad evitare il peggio. L'anarchico Acciarito viene arrestato e condannato al carcere a vita. Vengono arrestate e messe in carcere anche altre persone sospettate di avere avuto qualche rapporto con l'esecutore dell'attentato.
Il 29 luglio 1900 Umberto I si trova a Monza a presiedere una cerimonia sportiva. Mentre attraversa la folla, qualcuno spara tre colpi di pistola che raggiungono i suoi organi vitali. L'attentatore si chiama Gaetano Bresci, e dopo essere individuato viene immediatamente arrestato. Ma questa volta per il re non c'è nulla da fare.
Nel luogo in cui il monarca perde la vita sorge una Cappella, costruita per volontà del re Vittorio Emanuele III, nel 1910. Umberto I, re D'Italia, muore a Monza il giorno 29 luglio 1900, all'età di 56 anni. La sua salma riposa nel Pantheon di fianco a quella del padre.
venerdì 22 aprile 2022
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 22 aprile 1868 il futuro re Umberto I sposa la cugina Margherita di Savoia.
Figlia di Ferdinando di Savoia, sposò il cugino Umberto a soli diciassette anni.
Bionda e di bel portamento, Margherita sviluppò un carattere religioso e conservatore, dimostrando un notevole interesse per le arti.
Le sue eccellenti qualità di comunicatrice, supportate dal sentito coinvolgimento nelle opere filantropiche, le fecero guadagnare una notevole popolarità.
Come regina s’impegnò per promuovere il “made in Italy”, spezzando l'imperante francesismo dell'epoca.
Diede l’esempio sia indossando abiti e gioielli realizzati dai migliori artigiani della penisola, sia mangiando all’italiana. «Anche la regina Margherita mangia il pollo con le dita» era il detto popolare che ricordava il cosciotto di pollo da lei assaggiato a Napoli usando direttamente le mani.
La sua grande notorietà le fece dedicare pure delle ricette: torta Margherita, panforte Margherita, pizza Margherita.
Riguardo a quest’ultima preparazione, diventata il cibo italiano più conosciuto al mondo, due sono le tesi delle sue origini, una più strutturale l'altra più emozionale:
- pizza Margherita in quanto le fette di mozzarella campana sono disposte a "petalo di margherita" per definire le fette da tagliare;
- pizza Margherita perché creata appositamente in onore della visita della regina a Napoli. Correva il 1889, Umberto I e Margherita, durante il viaggio nella città, scoprirono il notevole interesse che la gente aveva per delle particolari focacce al pomodoro. I responsabili delle cucine Savoia decisero allora di far assaggiare quelle specialità ai monarchi, invitando alla reggia uno dei più celebri fornai della città, Raffaele Esposito. Tre le tipologie sfornate: “mastunicola” (pizza bianca), pizza pomodoro-acciughe, pizza pomodoro-mozzarella-basilico.
La regina, apprezzò soprattutto quest’ultima, anche per l'evidente accostamento al tricolore italiano: il bianco della mozzarella, il rosso del pomodoro ed il verde del basilico. Fu così che in seguito dell’elogio reale la pizza alla mozzarella venne battezzata “Margherita”.
Margherita di Savoia fu la prima e vera regina d'Italia e l'unica che cercò di dare lustro e affermazione alla ancora neonata monarchia italiana.
Non di primo piano, ma non da dimenticare, è comunque l'estrema sontuosità degli abiti che Margherita amava indossare, fatto non poco interessante vista la pochezza e la sciatta semplicità dei componenti di casa Savoia. "L'eleganza della regina fu un premio di consolazione per gli assertori della monarchia e fu un elemento che agevolò nel tenere in piedi uno Stato da poco costituito."
La sua prima sfolgorante apparizione ufficiale avvenne appunto il 22 aprile 1868, il giorno del matrimonio con il principe ereditario Umberto (1844-1900).
Margherita si presentò con un "abito di faille bianco ricamato in argento, corpetto scollato e maniche corte, stretto in vita da un'alta fascia finemente lavorata. Di spalle le scendeva il mantello lungo quasi quattro metri. Ornavano il vestito margherite, rose, e fiori d'arancio; sui capelli biondi una rosa e due stelle di diamanti; al collo la superba collana di perle appartenuta alla regina Maria Adelaide. L'abito sontuoso fu fonte d'ispirazione poetica "O Margherita delle margherite", la invocò un anonimo ammiratore monzese."
Era davvero bella Margherita? La natura l'aveva favorita fino a un certo punto; le aveva dato un volto, sguardo e braccia bellissimi; ma un corpo non del tutto felice, per la poco armoniosa proporzione fra il busto e gli arti inferiori... Margherita lo sapeva e raramente si faceva cogliere in piedi. Seppe rimediarvi sorvegliando attentamente le proprie toilettes ,le proprie comparse in pubblico, i gesti, i saluti, i sorrisi.
Era a suo agio in carrozza o nei palchi dei teatri, seduta con graziosa maestà, nascondendo al pubblico il difetto che costituirà il tormento e la deformità di suo figlio Vittorio Emanuele III.
Parlava in quel suo modo basso e rapido, tenendo le due mani appoggiate all'ombrellino e la testa un po' piegata su una spalla.
Ai balli Margherita interveniva di solito alle undici di sera, accompagnata dal marito e con abiti sfarzosi, e piuttosto sovraccarica di diamanti, di perle, oltre a vistosissimi diademi. Il suo trionfo ufficiale era, però, quasi sempre un monito per le rivali che da più tempo, avevano un posto nel cuore del marito.
Lei amava, ed amò sempre essere alla ribalta ed amò farlo sentire e comprendere alle altre, che, anche se bellissime ed affascinanti fisicamente, dinanzi a lei, ed in sua presenza, si sentivano in soggezione ed in posizione d'ombra. Le spalle, il decolleté della regina attiravano gli sguardi ai balli, lei lo sapeva certo perché ne faceva ostentazione nei suoi ritratti ufficiali.
E in questo modo si diffuse in Europa, oltre che in Italia, la fama dell'eleganza di Margherita.
Ma i suoi abiti erano anche oggetto di contrastanti giudizi, alcuni trovavano le sue toilette di cattivo gusto, i grossi orecchini a forma di pera, il corsetto disseminato di spille e nodi di diamante, la facevano sembrare una statua votiva, il suo colore preferito era il blu zaffiro, più adatto all'arredamento di una sala che ai vestiti di una signora. Il suo gusto la portava alla magnificenza, mentre spesso l'eleganza di una grande principessa si manifesterebbe meglio in ciò che è squisito nella semplicità. Indossava abiti che la maggior parte dei sudditi non poteva permettersi. L'eleganza provinciale e chiassosa di Margherita accrebbe il fascino della regalità; era ciò che lei voleva, e seppe servirsene.
Ma la vera fastosità della regina e l'ornamento per cui ella diventò famosa, erano le sue perle, tanto da essere chiamata "La regina delle perle". In trentadue anni di matrimonio Umberto le regalò complessivamente sedici fili di perle, di cui ella adornava le sue più splendide toilette, anche se sapeva che ogni filo equivaleva a un tradimento (e forse anche di più) di Umberto.
Il 29 luglio del 1900 re Umberto I e la regina Margherita erano in visita a Monza, invitati dalla società ginnastica monzese Forti e Liberi per premiare vari atleti nel quadro di una manifestazione sportiva. Avrebbero dovuto trattenersi solo alcuni giorni per poi trasferirsi a Gressoney-Saint-Jean per un periodo di riposo.
Alle 22:30 quattro colpi sparati da una pistola Hamilton and Booth, tre dei quali andati a segno, posero fine alla vita del secondo sovrano d'Italia. La regina, che lo attendeva nella Villa Reale, si vide riportare indietro un cadavere.
Il regicida era Gaetano Bresci, un anarchico emigrato in America nel 1897 e tornato in Italia per vendicare i morti dovuti alla repressione dei moti di Milano, ad opera del generale Bava Beccaris, cui Umberto I aveva conferito un'alta onorificenza per aver domata quella che riteneva una rivolta socialista antimonarchica.
L'11 agosto 1900 il trono passò al figlio, che divenne re Vittorio Emanuele III.
Dopo la morte del marito, la regina dovette adattarsi al ruolo di regina madre. In tale veste si dedicò ad opere di beneficenza e all'incremento delle arti e della cultura, incoraggiò artisti e letterati e fondò istituzioni culturali. Tutta la sua precedente vita era stata consacrata al ruolo di moglie del re, ora doveva adoperarsi a favore del figlio e della nuora Elena.
Sue sono la preghiera composta per la Campana di Rovereto che ricorda coi suoi rintocchi i caduti della Grande Guerra e quella per il defunto re Umberto.
La regina, dopo il periodo di lutto si trasferì a Roma a Palazzo Margherita, assieme alla sua corte personale (4 gentiluomini e 8 dame). La regina riceveva regolarmente e continuò ad essere un centro d'attrazione per artisti, letterati, nobili e uomini di mondo. Nel 1904 il vivaio belga Soppelt & Notting dedicò alla regina una rosa molto rara.
Poi venne la guerra e la regina madre trasformò in ospedale (Ospedale n.2, l'1 era il Quirinale dove operava come crocerossina Elena) la sua residenza romana. Finita la guerra, si rifugiò a Bordighera.
In campo politico si mostrò favorevole al fascismo, che vedeva al momento come l'unico movimento che si opponeva contro i disordini dei socialisti e dei bolscevichi, che minacciavano l'istituzione monarchica stessa. Nell'ottobre del '22 i quadrumviri andarono a Bordighera a renderle omaggio prima della marcia su Roma.
Morì a Bordighera il 4 gennaio 1926.
Margherita ebbe onoranze funebri prima a Bordighera, e poi a Roma, ove fu tumulata nelle tombe reali del Pantheon. In questa occasione si dimostrò tutto l'affetto popolare, al passaggio del convoglio ferroviario, dove una folla commossa, ostacolava e rallentava l'andamento dello stesso, per potersi avvicinare e gettare fiori.
mercoledì 17 novembre 2021
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 17 novembre 1878 Giovanni Passannante attentò, senza riuscirvi, alla vita di re Umberto I di Savoia.
Giovanni Passannante nacque il 19 febbraio del 1849 a Salvia, oggi Savoia di Lucania (Pz).
Ultimo di dieci figli, fu anarchico e repubblicano; si avvicinò dapprima ai giornali e agli scritti Mazziniani poi, trasferitosi a Salerno per motivi di lavoro, abbracciò le idee repubblicane frequentando i circoli mazziniani. Questa sua partecipazione attiva gli costa un arresto, viene trattenuto per due mesi.
Ben presto passa da posizioni repubblicane a posizioni anarchiche. Trasferitosi a Napoli, dove trova impiego come cuoco, si rende protagonista dell’attentato al Re.
Era il 17 novembre e Umberto I, accompagnato dalla regina Margherita, dopo un viaggio attraverso diverse città meridionali, giungeva a Napoli. Percorrendo le vie partenopee con la sua carrozza, all’altezza del Largo della Carriera Grande, Passannante si avvicinò alla carrozza reale. Salito sul predellino estrasse da uno straccio rosso un coltellino, lungo non più di 4 dita, e vibrò un colpo. Il sovrano rimase leggermente ferito al braccio sinistro.
Benedetto Cairoli, presidente del consiglio che sedeva accanto al re, nel tentativo di proteggere il sovrano venne ferito alla gamba destra. L’attentatore fu colpito da una sciabolata al capo, arrestato in flagranza, interrogato e torturato.
Come conseguenza del gesto di Passannante tutta la sua famiglia fu arrestata il giorno seguente e fu condotta al manicomio criminale di Aversa.
Il consiglio comunale del paese di Passannante tramutò il nome da Salvia in Savoia di Lucania come gesto riparatore nei confronti della famiglia reale.
L'attentato sconvolse il regno intero e produsse opposti sentimenti da una parte, con cortei di protesta solidali nei confronti del Re, cui si contrapposero coloro che invece elogiarono l'attentatore. Il giorno successivo, a Firenze, venne lanciata una bomba contro un corteo monarchico: due uomini e una bambina restarono uccisi e una decina di persone furono ferite. Si attribuì la tragedia agli internazionalisti e vennero arrestati diversi esponenti del movimenti, che verranno poi scarcerati per mancanza di prove. Uno di loro, Cesare Batacchi, verrà graziato solo il 14 maggio 1900. Secondo alcuni, l'arresto di Batacchi e degli altri internazionalisti sarebbe stato una strumentalizzazione poliziesca per reprimere le associazioni avverse alla monarchia.
A Pisa, un'altra bomba venne esplosa durante una manifestazione a favore del re, ma non si registrarono vittime. Venne arrestato un tale Pietro Orsolini, che, nonostante diverse prove di innocenza, morì nel carcere di Lucca nel 1887. La notte del 18 novembre venne assalita una caserma a Pesaro con un deposito di 5000 fucili: un internazionalista fu arrestato. Si registrarono sommosse in tutta la nazione e il governo, che temeva un complotto anarchico contro la corona, intervenne con un'opera di repressione. Vi furono scontri con le forze dell'ordine in città come Bologna, Genova, Pesaro e molte persone vennero arrestate al solo elogio verso l'attentatore o alla sola denigrazione nei confronti del re, come accadde a Torino, Città di Castello, Milano, Guglionesi, La Spezia e Bologna.
Il poeta Giovanni Pascoli, intervenendo in una riunione di aderenti ad ambienti socialisti a Bologna, diede pubblica lettura di una sua Ode a Passannante. Subito dopo la lettura, Pascoli distrusse l'ode e di tale componimento si conosce solo il contenuto dei versi conclusivi, di cui è stata tramandata la parafrasi: «Con la berretta del cuoco, faremo una bandiera». Pascoli, in seguito, verrà arrestato per aver manifestato a favore degli anarchici che erano stati a loro volta tratti in arresto per i disordini generati dalla condanna di Passannante. Durante il loro processo, il poeta urlò: «Se questi sono i malfattori, evviva i malfattori!».
Pochi giorni dopo il tentato regicidio, in Parlamento la condanna dell'attentato fu unanime ma il governo Cairoli fu attaccato dalla destra e da una parte della sinistra, con l'accusa di incapacità nel tutelare l'ordine pubblico e di eccessiva tolleranza nei confronti delle associazioni internazionaliste e repubblicane. L'11 dicembre 1878, il ministro Guido Baccelli presentò una mozione di fiducia al governo, che fu respinta con 263 voti contrari, 189 favorevoli e 5 astenuti, costringendo Cairoli a rassegnare le dimissioni.
Il Passannante intanto fu rinchiuso in una cella angusta, priva di latrina, alta soltanto un metro e quaranta, posta sotto il livello del mare a Portoferraio, sull’isola d’Elba.
Visse di stenti in completo isolamento e solo dopo anni fu trasferito presso il manicomio criminale di Montelupo Fiorentino dove morì il 4 febbraio 1910.
Dopo la morte il cadavere, in ossequio alle teorie dell'antropologia criminale dell'epoca, miranti ad individuare supposte cause fisiche alla "devianza", fu sottoposto ad autopsia e decapitato. Non si sa ancora chi abbia dato l'autorizzazione. Mentre del suo corpo non si hanno più notizie, il cervello e il cranio di Passannante, immersi in una soluzione di cloruro e zinco, furono preservati nel manicomio di Montelupo Fiorentino per poi essere portati alla Scuola Superiore di Polizia associato al carcere giudiziario "Regina Coeli" di Roma.
Nel 1936 i suoi resti, assieme ai suoi blocchi di appunti, vennero trasferiti presso il Museo Criminologico dell'Amministrazione Penitenziaria del Ministero della Giustizia di Roma, ove il cervello, immerso in formalina, venne conservato in una teca di vetro sigillato. Nel 1982 il cervello fu oggetto di studi del prof. Alvaro Marchiori dell'Istituto di Medicina Legale dell'università romana "La Sapienza". Il cervello e il cranio rimasero ivi esposti sino al 2007.
La permanenza dei resti nel Museo causò proteste e interrogazioni dei parlamentari: tra questi Francesco Rutelli, che sollecitò la tumulazione delle spoglie dell'anarchico nel suo paese natio. Del caso si occupò anche l'allora eurodeputato Gianni Pittella, che portò la questione alla Commissione e al Consiglio europeo chiedendo, in base alla Carta dei diritti fondamentali dell'UE, di darne umana sepoltura. Il 23 febbraio 1999 il ministro di Grazia e Giustizia, Oliviero Diliberto, firmò il nulla osta per la traslazione dei resti di Passannante da Roma a Savoia di Lucania, che avvenne però solamente otto anni dopo. L'attore Ulderico Pesce diede vita a una raccolta di firme che contribuì a portare le spoglie rimanenti del defunto nella città natale. All'iniziativa aderirono numerosi personaggi dello spettacolo e della letteratura tra cui Francesco Guccini, Dario Fo, Marco Travaglio, Antonello Venditti, Oliviero Diliberto, Paola Turci, Carmen Consoli, Peter Gomez, Erri De Luca e Giorgio Tirabassi.
Il 7 gennaio 2012, la tomba di Passannante è stata profanata da ignoti: la lapide è stata presa a martellate e gravemente danneggiata. Nei giorni seguenti, Vittorio Emanuele di Savoia ha condannato l'atto vandalico.
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