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giovedì 8 febbraio 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'8 febbraio.
L'8 febbraio 1904 il Giappone attacca la flotta russa a Port Hartur. E' l'inizio della guerra russo giapponese.
La guerra tra Russia e Giappone (1904 – 1905) fu il secondo importante conflitto a vedere impegnato il nuovo esercito imperiale giapponese, nato nel 1873 con l’introduzione della coscrizione di tutti i maschi fra i 17 e i 40 anni. Il battesimo di fuoco del nuovo esercito, avvenne sul finire del XIX secolo, e precisamente tra il 1894 e il 1895, nella prima delle sue guerre contro la Cina. Il risultato fu una vittoria schiacciante. Dieci anni dopo, fu la volta della guerra contro la Russia il cui esercito, all’epoca, era considerato fra i più potenti del mondo occidentale.
Causa scatenante del conflitto era il controllo sulla Manciuria e sulla penisola di Corea. L’influenza dell’impero russo era in espansione, sia verso occidente che verso oriente. A est, però, si scontrò con i progetti dell’impero nipponico che mirava a costruirsi un impero coloniale sul continente asiatico.
Dopo la fine della guerra con la Cina, e a seguito del trattato di Shimonoseki in cui il Giappone impose delle dure condizioni alla Cina, un’intervento diplomatico di Russia, Germania e Francia costrinse il Giappone, sotto la minaccia di un intervento militare, a rinunciare all’occupazione della penisola di Liadong, con l’importante base di Port Arthur. Il porto fortificato, venne ceduto alla Russia e il Giappone ebbe, come contropartita, l’aumento dell’indennità di guerra che la Cina avrebbe dovuto pagare.
Port Arthur era di grande importanza per la Russia che, finalmente, poteva avere uno sbocco sul mare; non era certo l’unico porto russo, ma era l’unico la cui operatività durava tutto l’anno: gli altri porti, localizzati in Siberia, avevano il problema che, nei mesi invernali, il ghiaccio li rendeva impraticabili. Con grave disappunto di Cina e Giappone, la Russia iniziò immediatamente la costruzione di opere di difesa attorno a Port Arthur e, soprattutto, della ferrovia che collegava la città ad Herbin, nella Manciuria che, insieme alla Corea era considerata, dal Giappone, come appartenente alla propria sfera di influenza.
Germania, Francia e Gran Bretagna, dal canto loro, approfittando della debolezza della Cina, strapparono varie concessioni favorevoli riguardanti il possesso di alcune città portuali in Manciuria.
Questa intromissione degli europei e la sconfitta diplomatica nei confronti della Russia irritarono non poco i giapponesi. Il Giappone, animato da uno spirito di rivalsa, per una vendetta che prima o poi sarebbe arrivata, aumentò la propria produzione bellica e diede un’accelerata all’ammodernamento dell’esercito.
L’espansionismo russo verso oriente era preoccupante, soprattutto per il Giappone; giorno dopo giorno l’impero russo consolidava i suoi possedimenti in Manciuria e cominciava a mostrare interesse anche per la Corea. Tra Russia e Giappone cominciarono una serie di negoziati per cercare di trovare una soluzione che potesse accontentare i due Paesi. Il Giappone era pronto a rinunciare alle mire sulla Manciuria, in cambio dell’inclusione della penisola coreana nella sua sfera di influenza. Nonostante tutti gli sforzi, i negoziati non portarono a nessun risultato: non restava che il ricorso alle armi.
Il 10 febbraio 1904 il Giappone dichiarò guerra all’impero russo.
L’esercito russo, a quel tempo, era considerato uno dei potenti al mondo. La Russia era un paese immenso, non solo geograficamente, ma anche demograficamente; aveva tutte le risorse per poter condurre una guerra veloce e vincente. Il Giappone, per contro, aveva risorse limitate e, soprattutto, non aveva ancora una importante esperienza di guerra: dalla costituzione del nuovo esercito imperiale giapponese, nel 1873, aveva combattuto, e vinto, solo contro lo scalcinato esercito cinese.
Il Giappone, addirittura, per poter iniziare la guerra, dovette chiedere un prestito di 200 milioni di dollari al finanziere tedesco, ed ebreo, Jacob Schiff.
La guerra, durata fino a settembre del 1905, fu una sequenza impressionante di vittorie giapponesi: dalla prima battaglia, quella di Port Arthur, fino a quella finale di Tsushima dove, a fronte di nessuna perdita navale, i giapponesi distrussero gran parte della flotta russa.
A causa dei numerosi rovesci subiti, l’esercito russo, seppur molto più numeroso, e meglio equipaggiato di quello giapponese, aveva il morale a terra; il Giappone era esausto per lo sforzo, e finanziariamente era quasi alla bancarotta. Una pace negoziale faceva comodo ad entrambi. In Russia, oltretutto, erano sempre più allarmanti i moti rivoluzionari e lo Zar Nicola II preferì negoziare la pace per poi dedicarsi completamente ai problemi interni.
Con l’intermediazione americana del Presidente Theodore Roosevelt, a Portsmouth, nel New Hampshire, cominciarono le trattative tra le due delegazioni.
Fu il Giappone, già nel luglio del 1904, a volere per prima una soluzione negoziale del conflitto, ma i russi si mostrano sempre ondivaghi, credendo forse che alla fine sarebbero riusciti a vincere la guerra. Fu solo dopo la catastrofica sconfitta di Tsushima (27-28 maggio 1905) che lo Zar, con l’alta nobiltà, si decise ad avviare colloqui di pace. Agli inizi di giugno, il Presidente americano ricevette dai rappresentanti dei due Paesi, la volontà di iniziare una Conferenza di Pace.
Il tavolo dei negoziati iniziò in agosto, il 9, e ci vollero dodici incontri per trovare l’accordo finale,
La posizione iniziale russa era piuttosto decisa: nessuna concessione territoriale, nessuna limitazione al dispiegamento dei soldati russi in estremo oriente e nessun indennizzo. Il Giappone mirava al riconoscimento della Corea nella propria sfera d’influenza, pretendeva un cospicuo risarcimento di guerra e, infine, chiedeva il ritiro dei russi dalla Manciuria.
Il momento più difficile del negoziato, fu alla fine quando arrivò il momento di discutere eventuali concessioni territoriali e in moneta.
La Russia propose che il Giappone si tenesse pure la metà meridionale della penisola di Sakhalin, ma che, in cambio, rinunciasse ad ogni indennizzo di guerra. Il Giappone rifiutò, ma non aveva il coltello dalla parte del manico, pur avendo vinto la guerra: l’esercito russo, che si era nel frattempo rafforzato, minacciava di riprendere le ostilità nel caso il Giappone non avesse accettato la proposta russa.
Quindi. con l’intermediazione americana, il ministro degli esteri nipponico Komura Jutarō, dovette accettare le condizioni russe.
Il 30 agosto venne quindi raggiunto il completo accordo, e il 5 settembre 1905 venne firmato l’accordo di Pace.
Nell’accordo raggiunto, al Giappone venne riconosciuto l’interesse sulla Corea, la Russia dovette evacuare i suoi soldati dalla Manciuria; inoltre Port Arthur sarebbe stata restituita alla Cina e la concessioni minerarie e ferroviarie (South Manciuria Railway) vennero girate al Giappone. Alla Russia vennero riconosciuti solo i diritti sulla Chinese Eastern Railway. Il Giappone sarebbe rimasto in possesso della parte meridionale dell’isola dii Sakhalin, ma nessun indennizzo sarebbe stato pagato dalla Russia.
Il successo della mediazione americana, valse al Presidente Theodore Roosevelt, nel 1906, il Premio Nobel per la Pace.

giovedì 3 marzo 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 3 marzo.
Il 3 marzo 1933 (3/3/33) viene inaugurato il Mount Rushmore National Memorial, in Dakota, l'area del parco sul cui omonimo monte sono stati scolpiti i busti dei presidenti George Washington, Thomas Jefferson, Theodore Roosevelt e Abraham Lincoln.
Il monumento richiese 14 anni di lavorazione, dal 1927 al 1941. Il progetto venne iniziato con l’idea di aumentare il turismo nella regione delle Black Hills del Sud Dakota, e ricevette l’approvazione del Congresso degli Stati Uniti dopo lunghi negoziati con l’amministrazione dell’allora presidente Calvin Coolidge. Il monumento e l’area circostante, che fanno parte del Mount Rushmore National Memorial, sono gestiti dal National Park Service degli Stati Uniti e attraggono ogni anno circa due milioni di visitatori.
Le tribù indiane Sioux della zona, che consideravano le Black Hills come un territorio sacro, chiamavano il monte Rushmore “i Sei Nonni”, mentre i coloni bianchi della zona utilizzavano diversi nomi, tra cui alcuni poco rassicuranti come “la montagna del puma” o “del mattatoio”. Il nome attuale venne stabilito solo nel 1930 dalla Commissione degli Stati Uniti per i Nomi Geografici in onore di Charles Rushmore, un avvocato e imprenditore di New York che aveva fatto una spedizione nella zona nel 1885. Rushmore, ancora in vita al momento dell’inizio dei lavori, donò personalmente 5.000 dollari per l’impresa, il contributo individuale più grande per la sua costruzione. Molti indiani americani della zona non hanno mai approvato il monumento, e la disputa è ancora in corso: a circa 20 km dal monte Rushmore è in corso da anni un’altra opera di scavo nella roccia per costruire un controverso e gigantesco monumento al capo indiano Cavallo Pazzo.
L’idea di un monumento per promuovere il turismo nel Sud Dakota venne per la prima volta a Doane Robinson, uno studioso della storia dello stato americano. L’anno successivo Robinson riuscì a convincere lo scultore Gutzon Borglum a viaggiare nelle Black Hills e a farsi carico del progetto, che Borglum accettò abbandonando un progetto ugualmente monumentale in Georgia, dedicato ai comandanti sudisti nella Guerra Civile Americana, per cui stava avendo disaccordi con le autorità locali.
A partire dall’inizio di ottobre del 1927, Borglum lavorò con 400 operai per scolpire gli enormi ritratti degli ex presidenti Washington, Jefferson, Roosevelt e Lincoln, alti 18 metri e scelti per rappresentare i primi 150 anni della storia americana. Inizialmente le sculture erano pensate per essere ancora più grandi, ritraendo i soggetti fino alla cintola, ma problemi di finanziamento (l’opera costò alla fine il doppio di quanto preventivato) limitarono il progetto. Il ritratto di Thomas Jefferson era pensato, in origine, per stare alla destra di Washington, ma dopo diciotto mesi di lavoro la roccia si crepò in modo irreparabile: l’abbozzo venne spianato con la dinamite e il ritratto venne ricominciato sull’altro lato del primo presidente.
Il primo ritratto ad essere completato fu quello di George Washington, inaugurato il 4 luglio 1934. Seguirono quello di Jefferson, inaugurato nel 1936, Lincoln (1937) e Theodore Roosevelt (1939). Borglum morì nel marzo 1941 e fu il figlio Lincoln a ultimare il complesso monumentale. Nessun operaio morì durante la realizzazione delle sculture: ed è un caso raro per sculture di quella grandezza e per la pericolosità della lavorazione, visto che gli operai lavoravano per la maggior parte del tempo appesi a corde e che gli interventi più massicci erano fatti con la dinamite.
Gutzon Borglum, statunitense di origini danesi, è un personaggio interessante fin dalle sue origini: era un uomo che amava lavorare alla creazione della sua stessa leggenda, cambiando la sua età e la storia dei suoi progenitori. Stando alle ricerche, era nato in Idaho nel 1867 da una delle due mogli (che erano sorelle) di un mormone, James Miller Borglum. Quando questi decise di trasferirsi di nuovo a Omaha, da dove proveniva, decise di conformarsi alle norme sociali che proibivano la poligamia e abbandonò la madre di Gutzon, restando con la prima moglie.
Ambizioso e dal carattere difficile, a trentadue anni Gutzon Borglum sposò una donna di diciotto anni più grande, la pittrice Elizabeth Putnam, con cui si trasferì per alcuni anni a Parigi. Nel 1901, sulla nave che lo stava riportando negli Stati Uniti senza la moglie, con cui era in crisi, incontrò Mary Montgomery, che sposò poco dopo, quando Elizabeth gli concesse il divorzio. Nel frattempo, Borglum era diventato uno scultore molto conosciuto in patria grazie a una serie di lavori che ritraevano generali e uomini politici statunitensi, tra cui un busto di Abraham Lincoln che riuscì a far esporre nella Casa Bianca durante la presidenza di Theodore Roosevelt.
Quando lo storico Doane Robinson gli chiese di curare il monumento nel Sud Dakota, Borglum abbandonò i lavori del più grande bassorilievo del mondo, sulla facciata settentrionale del monolito di granito di Stone Mountain, in Georgia. Completato solo nel 1972, il bassorilievo raffigura su una superficie di 12.000 metri quadrati tre comandanti degli stati del Sud durante la Guerra Civile Americana: il generale Lee, il presidente degli Stati confederati Jefferson Davis e il generale Stonewall Jackson. Borglum continuò a viaggiare in tutto il mondo anche durante i lavori a Mount Rushmore, che spesso lasciava in gestione a suo figlio Lincoln. Morì il 6 marzo 1941, pochi mesi prima del completamento del monumento di Mount Rushmore.



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