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lunedì 23 maggio 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 23 maggio.
Come riporta una lapide murata fuori dall'abside maggiore, il 23 maggio 1099 è la data in cui viene fondato il Duomo di Modena.
Nel 1099 in tutta l'Europa stanno sorgendo cattedrali magnifiche, come altrettante colonne miliari della fede cristiana. Anche a Modena si avvertono gli effetti di quel fervore, artistico e religioso insieme. Il tempio, che custodisce da secoli la tomba del Santo Vescovo Geminiano, doveva essere ricostruito. I rappresentanti di tutte le classi sociali, riuniti in assemblea plenaria, decidono ad una voce di rinnovare, riedificare ed elevare il tempio del Santo Patrono. La devozione dei modenesi a S.Geminiano, il loro secondo Vescovo, vissuto dal 312 al 397, è quindi all'origine del Duomo, costruito come «domus clari Geminiani», casa dell'insigne Geminiano, e dedicato alla Madre di Dio Incoronata. Come è scritto in un prezioso codice dell'archivio capitolare, è trovato provvidenzialmente Lanfranco, artista mirabile e architetto straordinario. I lavori si iniziano sotto la sua direzione il 23 maggio 1099. Tutto il popolo è impegnato nella grande impresa. La prima pietra è posta il 9 giugno 1099. Insieme con Lanfranco lavora il grande lapicida Wiligelmo, che abbellisce con le sue sculture il tempio, in costruzione negli anni 1099-1106.
L'atto di fondazione del Duomo è scolpito da Wiligelmo stesso in una celebre epigrafe tra il Patriarca antidiluviano Enoch e il Profeta Elia, posta sulla facciata. In fondo alla medesima lapide è aggiunta in seguito l'elogia di Wiligelmo. In un'altra iscrizione, situata all'esterno dell'abside centrale, i Modenesi si professano debitori a Lanfranco del loro duomo. Il 30 aprile 1106, a lavori molto progrediti, avviene la traslazione solenne del corpo di S.Geminiano nella cripta della nuova Cattedrale. Il 7 e l'8 ottobre del medesimo anno, alla presenza della Contessa Matilde di Canossa, di Cardinali, Vescovi, ecclesiastici e di una grande folla esultante, il Papa Pasquale II compie la ricognizione dei resti di S. Geminiano e consacra l'altare. Ottantacinque anni dopo la posa della prima pietra, la costruzione del Duomo può dirsi terminata. Il Papa Lucio III lo consacra il 12 luglio 1184, dinanzi a dieci Cardinali e cinque Vescovi. Anche di quella data e di quell'evento storico è fatta memoria in una lunga iscrizione, scolpita sui blocchi di pietra del fianco meridionale del Duomo.
Dal XIV al XVII secolo l'interno subisce cambiamenti, secondo i gusti del tempo. Nel 1852 cominciano i lavori sistematici di restauro; dal 1914 al 1921 l'edificio è ricondotto alle linee presumibili del XIII secolo.
Nel 1955, ricorrendo l'850° anniversario della traslazione del corpo di S.Geminiano, è restaurata la cripta ed eseguita la terza ricognizione dei resti del Patrono, la cui tomba è riportata allo stato primitivo. Il restauro della facciata e delle sculture di Wiligelmo occupa gli anni dal 1973 al 1984.
In occasione dell'VIII centenario della Dedicazione del Duomo (1184-1984), la stupenda facciata mostra finalmente l'arte di Lanfranco, di Wiligelmo, dei Maestri Campionesi in tutto il suo splendore.
Da ultimo, negli anni 1986-1988 sono restaurate le sculture campionesi sul pontile, all'interno.


lunedì 6 settembre 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 6 settembre.
Il 6 settembre 1610 nasce a Modena, primo della sua casata, Francesco I d'Este.
Figlio di Alfonso III e di Isabella di Savoia, pronipote per linea femminile di Filippo II di Spagna, Francesco I fu personalità di rilievo internazionale e il periodo del suo governo, 1629 -1658, vide l'inserimento di Modena nel grande circuito delle corti e delle capitali europee.
Dopo aver compiuto il noviziato delle armi andando alla guerra di Fiandra, che,  nel corso del 1628, lo aveva portato a girare a lungo per l'Europa, percorrendo la Francia, i Paesi Bassi e la Germania, ad  appena diciannove anni, nel luglio del 1629, a seguito della abdicazione del padre  Alfonso IV d'Este, ritiratosi in convento, Francesco I divenne duca di Modena e Reggio. Ereditava una situazione delicatissima, in un quadro politico generale drammatico in tutta Europa, essendo in pieno svolgimento la guerra dei Trent'anni, le cui propaggini italiane arrivavano a lambire i confini dello Stato estense. Nello scontro in atto  tra Francia e Spagna, a Francesco, come agli altri principi italiani, restava l'opzione più difficile da gestire: cercare di sopravvivere stretto da due grandi potenze e la loro influenza in Italia, schierandosi di volta in volta con la più vicina, ma non precludendosi un ambiguo gioco con la controparte. Tattica minima e non priva di rischi che Francesco attuò, forte dell'alta coscienza di sé e del proprio casato. Nei primi dieci anni di governo gravitare entro l'orbita di Madrid fu quasi una necessità per il duca estense, che tuttavia cercò di far pesare opportunamente i propri segnalati favori o anche solo la sua neutralità. Nel 1638 si recò personalmente alla corte di Madrid. Ne ricavò grandi soddisfazioni personali: il titolo regale, quello di ammiraglio dell'Atlantico con relativo appannaggio, svariate pensioni e incarichi militari per i suoi famigliari. Nel 1641 fu uno dei protagonisti della guerra di Castro, che opponeva il Duca di Parma al Papa, non esitando ad entrare in una lega con Firenze e Venezia e ad esporsi militarmente muovendo contro il Papa, nell'idea di acquistare benemerenze internazionali da far pesare in vista di un possibile rientro nel possesso dei territori ferraresi. Ma la pace di Ferrara, nel 1644, si concluse con  nulla di più di una generica buona disposizione da parte di Spagna ed Impero a riesaminare la questione. La novità grossa fu però costituita dalla Francia, insinuatesi abilmente nelle cose italiane e divenuta garante degli accordi. Data da allora l'operazione di avvicinamento diplomatico alla Francia, che sarà lunga, mercanteggiata , non priva di esitazioni e doppi giochi sino alla fine. Nel 1647 Parigi e Modena stipularono un'alleanza militare anti-spagnola. In virtù di essa Francesco si poneva al comando di un'armata forte di ottomila fanti e quattromila cavalieri, per metà francesi, e muoveva guerra al più importante dominio spagnolo in Italia, lo Stato di Milano. Ma la campagna franco-modenese del 1647-48, partita a stagione troppo inoltrata, dopo un avvio spedito si arenò nelle piogge autunnali. Dopo le paci di Westfalia , che segnarono la fine della guerra dei trent'anni, ma non la fine del conflitto tra Francia e Spagna, in Italia ripresero le ostilità e Francesco dovette inevitabilmente barcamenarsi tra le due potenze. Nel 1649, riavvicinatosi alla Spagna, ottenne il passaggio agli Estensi del Principato di Correggio, ma nel 1651, proponendo una lega tra gli Stati italiani, chiese nuovi favori alla corte di Madrid, ottenendone un duro rifiuto: la Spagna trovava certo stupefacente che colui che  aveva osato muovere un attacco ai domini italiani della corona inoltrasse ancora delle richieste. Frattanto, parallela alla politica ufficiale, si dipanava quella matrimoniale. Francesco, rimasto vedovo nel 1646 di Maria Farnese e poi della cognata Vittoria Farnese, sposata nel 1648 e morta di parto l'anno seguente, aveva dal 1653 intavolato trattative con i Barberini, i nemici di sempre. Soppesando le opportunità offertagli da Chiesa, Spagna e Francia, aveva infatti convenuto di appoggiarsi al Papa e nel 1654 sposava Lucrezia Barberini, pronipote di papa Urbano VIII, imparentandosi con una delle famiglie più importanti nei conclavi papali e riuscendo nel contempo ad ottenere una forte dote in contanti. L'anno successivo arrivava a Modena Laura Martinozzi, nipote del cardinal Mazzarino e sposa del primogenito ed erede del ducato Alfonso d'Este. Ad accoglierla mancava il duca, impegnato in una nuova campagna militare che lo vedeva operare, ormai passato decisamente dalla parte francese, tra Lombardia e Piemonte, e le truppe francesi che scortavano la sposa furono immediatamente dirottate a rafforzare l'offensiva. Nel 1656 Francesco I fu in visita ufficiale a Parigi, con un seguito sfarzoso e costosi doni per gli ospiti. Di lì a poco venne nominato da  Luigi XIV generalissimo delle truppe francesi in Italia. Nell'estate del 1658, varcato il Ticino, pose l'assedio a Trino e Mortara e da lì organizzò scorrerie sino a Milano, ma, contratta la malaria, morì a Santhià, presso Vercelli, il 14 ottobre, a 48 anni appena compiuti.
Parallelamente a questa intensa attività politico, diplomatica e militare, Francesco I svolse un'altrettanta intensa attività di committente d'arte, a partire dalla ristrutturazione edilizia di Modena, con l'obiettivo di farne una vera città capitale, degna residenza di una grande casata principesca, di altissimo lignaggio europeo, quale considerava la casa d'Este. In quest'ottica si collocò la realizzazione del nuovo palazzo ducale, in cui inglobare il vecchio castello trasformandolo in una dimora regale. Nel 1631 venne incaricato  l'architetto Rainaldi, l'anno successivo arrivò da Roma l'architetto Luigi Bartolomeo Avanzino, nominato architetto ducale, a cui nel 1634 venne affidato anche l'incarico di trasformare il castello di Sassuolo in una sfarzosa residenza estiva. Sempre nell'ottica di dare a  Modena una dimensione ducale nel 1635 diede inizio alla costruzione della Cittadella, fortezza che andava a completare la cinta muraria. Altrettanto rilevante l'interesse di Francesco verso le arti figurative. Anzitutto in Palazzo Ducale vennero predisposte quattro camere da parata,  susseguenti l'una all'altra in cui sistemare il patrimonio artistico portato da Ferrara e poi dare spazio alle nuove committenze artistiche. Ma fu dopo il viaggio in Spagna del 1638 che la Galleria, di cui Francesco è a buon diritto considerato il fondatore, assunse respiro internazionale. Risale a quel viaggio il ritratto del duca ad opera del Velasquez, ma soprattutto, introdotto con l'occasione madrilena in un mercato d'arte internazionale, da quel momento Francesco moltiplicò le disposizioni ai suoi agenti per acquisti dei più diversi generi artistici, dagli arazzi ai vasi, agli argenti e , naturalmente, ai quadri. Grazie all'opera di costoro, documentata da carteggi fittissimi, e al gusto e interesse di Francesco, che per questa passione prodigò somme ingenti inferiori solo a quelle impiegate nelle campagne militari, la Galleria Estense ebbe giustamente la fama di essere, per tutto il secolo, la più importante in Italia.

domenica 23 maggio 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 23 maggio.
Il 23 maggio 1945 Heirich Himmler, catturato dagli Alleati, si suicida.
Il gerarca nazista Heinrich Himmler, nato il 7 ottobre 1900, è considerato dagli storici l'anima nera di quello sciagurato regime, il carnefice più spietato e cinico, nonché il folle pianificatore dei campi di sterminio, ritratto confermato da lui stesso, dato che amava dire di essere "un boia senza pietà".
Secondo di tre figli, il padre era docente al ginnasio di Monaco, mentre la madre era una casalinga molto premurosa nei confronti dei figli. Entrambi i genitori erano fermi credenti cattolici e provvidero alla formazione culturale dei figli, che, appunto per questo motivo, erano fra i primi delle rispettive classi alle quali erano iscritti. Allo scoppio della prima guerra mondiale Himmler aveva quattordici anni. Seguì da vicino gli avvenimenti e spinse i genitori a mandarlo al fronte come ufficiale, date le loro amicizie fra gli aristocratici. Tuttavia La guerra finì prima che gli fosse data quest'opportunità. Himmler rimase mortificato dall'improvvisa sconfitta tedesca e dalle umilianti condizioni di pace imposte alla nuova repubblica. Fu questa la causa del suo cambiamento da ragazzo modello a quello che poi è diventato.
Nel 1923 partecipò al fallito colpo di Stato di Monaco da parte di Hitler. In questo periodo l'ideologia di Himmler si mescolò all'ambizione di far carriera. Si iscrisse alle SS nel 1925. Le qualità organizzative e burocratiche di Himmler furono immediatamente apprezzate. Le SS crebbero insieme all'avanzare della carriera di Himmler, che, nel 1929, ne divenne il capo. Il 3 luglio 1928 Himmler sposava Margarete Boden, che in seguito gli diede una figlia.
Le SS, erano inizialmente uno sparuto drappello di uomini, inglobato all'interno delle affermate SA, le squadre d'assalto paramilitari del partito nazional-socialista guidate da Rohm, ma ben presto le cose cambiarono: le SS e la loro guida aumentarono sempre di più il loro prestigio e la loro importanza agli occhi del fuhrer, finchè, il 30 giugno 1934, in quella che fu la "notte dei lunghi coltelli", Rohm e i suoi luogotenenti furono barbaramente trucidati, per ordine di Hitler e dietro congiura dello stesso Himmler.
Da quel momento le SA furono soppiantate dalle sempre più numerose SS, che sarebbero divenute tristemente note per la loro crudeltà e per le agghiaccianti rappresaglie a cui diedero vita, nel corso del loro operato. Le SS furono, dunque, le milizie paramilitari del grande Reich ed Himmler il loro feroce condottiero: erano soldati necessariamente ed obbligatoriamente di puro sangue ariano, dalle nere uniformi che non smisero mai di seminare il panico nell'Europa occupata. Nel loro cappello era raffigurato un teschio, simbolo di morte e di terrore, nei loro pugnali era inciso il farneticante motto "il mio onore è la fedeltà". Il progetto di Himmler diventò quello di svincolare le sue SS dal controllo dello Stato e del Partito Nazista, perciò creò uno Stato nello Stato che ben presto avrebbe terrorizzato sia i nemici del regime che i suoi avversari personali. Hitler, stranamente, lo lasciò fare. Per volere di Himmler le SS cambiarono organizzazione e si diversificarono molto.
Dopo la presa del potere da parte dei nazisti, Himmler fu nominato capo della polizia politica della Baviera. Grazie al suo ruolo di prestigio nelle SS, divenne in pratica capo anche delle polizie delle altre regioni tedesche. Nel 1933 creò il primo campo di concentramento a Dachau, costruito sull'area dell'ex fabbrica di munizioni e polvere da sparo di Dachau nelle vicinanze di Monaco, allo scopo di diminuire il numero dei prigionieri nelle prigioni. Questo luogo, destinato ad accogliere tutti i prigionieri politici della Baviera, fu subito definito dalle SS " campo di concentramento"( KZ Konentrationlager). Nei dodici anni della sua esistenza vi sono stati registrati più di duecentomila prigionieri, ma non è possibile stabilire il numero dei deportati non registrati. Dachau fu un campo "modello" nel quale furono sperimentate e messe a punto le più raffinate tecniche di annientamento fisico e psichico degli oppositori del regime. Poco prima della liberazione le SS distrussero gran parte dei loro documenti ufficiali, per evitare che essi potessero venire usati come prova a loro carico.
Con la guerra Himmler poté attuare in pieno il programma di sterminio cosicché alla vigilia dell'invasione dell'Unione Sovietica il suo potere era incontrastato. Nel 1941 creò, insieme a Heydrich, gli Einsatzgruppen, unità di sterminio in unione sovietica. In seguito (1943) assommò ai suoi poteri anche quello di Ministro degli Interni ottenendo così il controllo totale della macchina repressiva tedesca. Quando le speranze di vincere la guerra divennero nulle per la Germania, tentò di intavolare una pace con gli angloamericani. Venutone a conoscenza, Hitler lo destituì. Dopo la resa della Germania Himmler assunse una falsa identità, tentò la fuga ma venne arrestato dagli inglesi e pochi giorni dopo si suicidò.

domenica 15 novembre 2020

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 15 novembre.
Sul calar del sole del 15 novembre 1325 a Zappolino, paesino dell'appennino bolognese, si svolse una cruenta battaglia tra bolognesi e modenesi, che vide schierati circa 30000 fanti e 2000 cavalieri per i Bolognesi, contro 5000 fanti e 2000 cavalieri per i modenesi, molti di questi di provenienza germanica e quindi piuttosto esperti d'arte militare.
I modenesi, ghibellini, erano schierati all'incirca sul pianoro dove oggi sorge l’abitato della Ziribega, mentre i bolognesi, guelfi, si trovavano all'inizio del pendio che dalla Bersagliera sale verso Zappolino, denominato " Prati di Soletto ", tenendo alle loro spalle il castello.
I bolognesi non ebbero molto tempo a disposizione per organizzare le truppe, avendole richiamate in tutta fretta da Bazzano e da Ponte Sant' Ambrogio, dove i modenesi le avevano attirate con alcuni stratagemmi; lo scopo era quello di fermare l'avanzata del nemico verso Monteveglio, dove si stava cercando di riconquistare il castello, e probabilmente di difendere la roccaforte di Zappolino.
I modenesi, agli ordini di Passerino Bonacolsi, attaccarono, guidati da Azzone Visconti dal Marchese Rinaldo d’Este, i cavalieri delle prime linee bolognesi, mentre la cavalleria di Gangalando Bertucci di Guiglia, attaccò sul fianco, arrivando dalla parte di Oliveto. Alle manovre prese parte anche Muzzarello da Cuzzano, esperto del territorio come Gangalando, nonché signore dell’omonimo castello, situato a poca distanza dal luogo della battaglia.
La battaglia fu molto breve, circa un paio d’ore, ma si concluse con la terribile disfatta dell'esercito bolognese; infatti, nonostante la superiorità numerica, le truppe prese di sorpresa dall'attacco laterale, si diedero alla fuga, molti uomini ripararono all'interno del castello di Zappolino, altri in quello di Oliveto, altri ancora, raggiunsero, inseguiti, Bologna e qui trovarono rifugio entrando dalla porta S. Felice. I morti furono più di duemila. I modenesi giunsero fino alle porte di Bologna, distruggendo al loro passaggio i castelli di Crespellano, Zola, Samoggia, Anzola, Castelfranco, Piumazzo e la chiusa del Reno presso Casalecchio, che consentiva, come oggi, la deviazione delle acque del fiume verso la città.
Non tentarono però l'assedio della città, ma si limitarono a schernire per alcuni giorni gli sconfitti correndo quattro palii fuori le mura e alla fine tornarono a Modena portando in trofeo una secchia rubata in un pozzo, tuttora esistente sotto un tombino fuori porta S. Felice. A seguito di tale episodio e forse grazie anche al poema del Tassoni che ne narra in chiave eroicomica gli eventi, questo avvenimento è oggi chiamato “La battaglia della secchia rapita”.
Alcuni mesi più tardi, nel gennaio 1326, la pace firmata dalle due parti vide la restituzione dei terreni e dei castelli conquistati dai ghibellini ai bolognesi, probabilmente in cambio di denaro, passato nelle mani di Passerino Bonacolsi. Il sacrificio di oltre duemila uomini si rivelò dunque del tutto inutile.

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