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venerdì 29 agosto 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 29 agosto.

Il 29 agosto 1862 viene definito giornata dell’Aspromonte, perché in quella giornata l’esercito regio fermò il tentativo di Garibaldi e dei suoi volontari  di raggiungere Roma e scacciare Pio IX.

Giunto in Sicilia da Caprera il 27 giugno 1862, il generale nizzardo cominciò a saggiare gli umori dell’opinione pubblica siciliana, come nell'occasione del famoso discorso del 15 luglio contro Napoleone III.

Dopo un breve periodo di indecisione, il governo italiano guidato da Urbano Rattazzi si schierò contro l’iniziativa garibaldina di creare nel Mezzogiorno un movimento armato che, imitando la spedizione dei Mille, avrebbe dovuto portare alla liberazione di Roma. L’esercito piemontese si scontrò con i garibaldini, dopo che gli irregolari erano sbarcati in Calabria il 25 agosto 1862, a Sant’Eufemia d’Aspromonte. Durante lo scontro il generale corse di fronte alla propria linea e ordinò ai suoi uomini di cessare il fuoco: mentre si accingeva a fermare la sparatoria veniva ferito all’anca e al malleolo da due proiettili di carabina. Garibaldi fu appoggiato a un pino e gli vennero portati i primi soccorsi, successivamente venne fatto prigioniero dal Regio esercito.

A Sant’Eufemia d’Aspromonte, nel luogo in cui si svolse la sparatoria tra l'esercito e i garibaldini, si trova ancora il cippo dove Garibaldi fu appoggiato dopo essere stato ferito alla gamba e una lapide commemorativa dei fatti del 29 agosto 1862.

Nel Museo del Risorgimento al Vittoriano, a Roma, è conservata una teca che contiene vari cimeli appartenuti al generale, nella quale sono conservate tra l'altro le due pallottole che lo ferirono.

domenica 10 agosto 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 10 agosto.

Il 10 agosto 1849 il garibaldino Ciceruacchio viene fucilato dagli austriaci.

Angelo Brunetti detto Ciceruacchio (Roma, settembre 1800 – Porto Tolle, 10 agosto 1849), figlio di un maniscalco di Campo Marzio, era di mestiere carrettiere del porto di Ripetta e trasportava vino dai Castelli romani e gestiva una taverna nei pressi di Porta del Popolo.

Il soprannome “ciceruacchio”, datogli dalla madre da bambino, è la corruzione dell’originale romanesco ciruacchiotto (grassottello). Popolano verace e dall’intelligenza assai vivida, dotato di straordinaria capacità dialettica che non poté mai coltivare con l’istruzione (parlava solo ed unicamente in romanesco), divenne presto un rappresentante informale dei sentimenti popolari.

Già beneamato dal popolo romano, per il suo comportamento durante l’epidemia di colera del 1837, con l’avvento al soglio pontificio di Papa Pio IX nel 1846, si fece portavoce dell’entusiasmo popolare per le riforme annunciate dal nuovo pontefice, tanto da divenire uno dei più strenui sostenitori, tanto che, nel luglio dello stesso anno, durante una manifestazione popolare, ringraziò il Papa per aver concesso la libertà ai detenuti politici e donò alla gente che si era ivi raccolta, alcune botti di vino, accendendo anche un grande fuoco presso Porta del Popolo.

Egli fu spesso organizzatore di queste adunate popolari, al fine di continuare ad esortare Pio IX nella prosecuzione del proficuo cammino di riforme politiche nello Stato Pontificio.

Quando alla fine del 1847 ed agli inizi del 1848, gli elementi più conservatori ebbero il sopravvento all’interno della Curia, divenendo ispiratori di provvedimenti impopolari, Angelo Brunetti assunse un atteggiamento di forte e manifesta opposizione nei confronti del Papa, divenendo uno dei più significativi esponenti dell’anticlericalismo.

Abbracciata la causa mazziniana dopo il voltafaccia del pontefice avvenuto con l’allocuzione del 29 aprile 1848, aderì alla Rivoluzione del 1849. Partecipò attivamente ai combattimenti contro l’assediante francese e si premurò di organizzare il trasporto delle armi e delle munizioni per la difesa della Repubblica, prodigandosi per riuscire a far passare attraverso l’assedio della città da parte dei francesi, bestiame e cibo per la popolazione.

Dopo la caduta della Repubblica Romana, nel luglio dello stesso anno, Ciceruacchio insieme ai due figli, il primogenito Luigi, e Lorenzo, appena tredicenne, decise di partire da Roma al seguito di Garibaldi con l’intento di raggiungere Venezia, che ancora resisteva agli Austriaci.

Con Garibaldi, Anita e Ugo Bassi ed altri fedelissimi del generale, fece tappa a San Marino e Cesenatico da dove si imbarcarono  per Venezia. In prossimità del delta del Po furono intercettati da una vedetta austriaca e costretti all’approdo. Ciceruacchio e i suoi compagni chiesero l’aiuto di alcuni abitanti del posto per raggiungere Venezia ma questi li denunciarono alle autorità.

Brunetti fu così arrestato dagli Austriaci e fucilato a mezzanotte del 10 agosto 1849, insieme al figlio Lorenzo di tredici anni, all’altro figlio Luigi ed altri patrioti e sepolti nella golena del Po. Solo nel 1879, su espressa volontà di Garibaldi, del Comune di Roma e della Società Veterani del 1848-49, i resti dei patrioti vennero uniti agli altri caduti del 1849, nell’ossario al Gianicolo a Roma.

Nel marzo 2011, in occasione del 150º anniversario dell’Unità d’Italia, il monumento a Ciceruacchio, già spostato nel 1960 in occasione della creazione del sottovia di Passeggiata di Ripetta, è stato trasferito al Gianicolo. La nuova collocazione, poco prima dell’uscita verso San Pancrazio, accanto al viale intitolato al figlio Lorenzo, ha restituito al monumento a Ciceruacchio, prima sistemato ai margini di un’arteria di rapido scorrimento, il giusto decoro, trasferendolo nel luogo simbolo del Risorgimento romano.


venerdì 8 agosto 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è l'8 agosto.

L'8 agosto 1889 muore Benedetto Cairoli.

BENEDETTO CAIROLI, nasce il 28 gennaio 1825 a Pavia, da Adelaide Bono e da Carlo Cairoli. Primo di quattro fratelli: Ernesto, Enrico, Luigi e Giovanni.

Studia alla Facoltà di Giurisprudenza all’Università di Pavia. Fu tra gli organizzatori delle manifestazioni antiaustriache che all’inizio del 1848 animarono le vie cittadine sull’esempio di quanto stava accadendo a Milano (le Cinque Giornate).

Nel 1850 aderisce al partito mazziniano ed entra a far parte del Comitato rivoluzionario di Enrico Tazzoli. Ricercato dalla polizia austriaca per la sua attività di cospiratore, nel 1852 si rifugia prima nella villa di famiglia a Gropello (non fatevi ingannare dalla vicinanza: all’epoca era nel territorio del Regno di Sardegna. Oggi la località si chiama Gropello Cairoli), poi in Svizzera, mentre l’Austria lo condanna per alto tradimento. In esilio, si convince dell’inutilità dei moti insurrezionali mazziniani e si accosta alla politica piemontese.

Tornato in Italia, si trasferisce prima a Genova (dove conosce Giuseppe Garibaldi), poi allo scoppio della II guerra d’indipendenza nel 1859, coi fratelli Enrico ed Ernesto, si arruola nel secondo Reggimento delle Alpi. Dopo il trattato di Villafranca, può tornare nella sua città, Pavia, libera dal dominio austriaco.

Cairoli partecipa anche all’organizzazione nel 1860 della spedizione dei Mille: con il grado di capitano della settima compagnia, parte per la Sicilia, combatte a Marsala e, durante l’occupazione di Palermo, rimane ferito a una gamba (e restò claudicante tutta la vita). Seguì Garibaldi anche nella campagna del Trentino nel 1866: fu l’ultima partecipazione alle spedizioni militari. Lui si dedicò all’attività politica, mentre i fratelli Enrico e Giovanni continuarono a combattere con l’Eroe dei due mondi (Luigi era morto di tifo durante la Spedizione dei Mille).

Nel 1861, con la proclamazione del Regno d’Italia, viene eletto deputato, schierandosi con gli esponenti della Sinistra storica. Quando nel 1867 Rattazzi risale al potere, spera in una politica favorevole alle sue aspirazioni, ma deve ben presto ricredersi: i fatti di Mentana gli dimostrano l’indecisione del governo. Negli anni successivi partecipa poco ai lavori parlamentari e si dedica più intensamente alle cure familiari: nel 1873 sposa la contessa Elena Sizzo.

Quando nel 1876 la Sinistra passa al potere con Depretis, all’inizio appoggia le posizioni del nuovo governo, poi passa all’opposizione e contribuisce alla sua caduta, e succede, proprio a Depretis, come Presidente del Consiglio.

Il 17 novembre 1878, viaggiando in carrozza con re Umberto I, gli salva la vita, impedendo a Giovanni Passanante di pugnalarlo. Viene ferito ad una coscia. Il gesto gli vale, oltre che la gratitudine personale di Umberto I, la medaglia d’oro al valor militare. L’episodio offre l’occasione all’opposizione di Destra di accusare il governo di eccessiva tolleranza nei confronti di organizzazioni sovversive. Nel dicembre del 1878 Cairoli è costretto a lasciare l’incarico di primo ministro. Torna in politica tra il 1879 e il 1881, ricoprendo anche la carica di ministro degli Esteri e dell’Agricoltura (oltre che quella di primo ministro): ritenuto responsabile della grave crisi causata dall’occupazione della Tunisia da parte della Francia, nel maggio del 1881 si dimette. Muore a 64 anni l’8 agosto 1889 a Napoli nella reggia di Capodimonte, ospite del re.

Viene sepolto nel sacrario della villa di Gropello insieme alla madre e ai fratelli.

domenica 3 novembre 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 3 novembre.
Il 3 novembre 1867 le truppe franco-pontificie sconfiggono i garibaldini nella Battaglia di Mentana.
La battaglia di Mentana si è svolta domenica 3 novembre 1867 dalle ore 12,30 al tramonto.
Mentana (Provincia di Roma e Diocesi Sabina-Poggio Mirteto) situata al 23 km della via Nomentana, nel 1867 aveva 700 abitanti e oggi oltre 20.000.
Le forze in campo erano da una parte i franco-pontifici e dall’altra i volontari italiani detti garibaldini. I comandanti erano rispettivamente i generali De Failly per i francesi, Kanzler per i pontifici e Giuseppe Garibaldi per i suoi garibaldini.
Dai rapporti delle parti combattenti, dagli scritti dei memorialisti e dalle ricostruzioni degli storici si assiste ad una stima di cifre in cui dalla prima parte si era in 4.913 uomini (2000 francesi, 1500 zuavi, 540 legionari romani, 520 carabinieri, 196 dragoni, 117 artiglieri, 80 genio zappatori, 50 gendarmi) e dall’altra in 4.752 volontari (tra cui veterani e finanzieri).
Il bollettino elenca tra i garibaldini: 150 morti, 220 feriti e 1057 prigionieri; tra i pontifici 30 morti (24 zuavi, 5 carabinieri, 1 artigliere) e 103 feriti; tra i francesi 2 morti e 38 feriti.
Perché questa battaglia?
La sua causa va ricercata nella definizione della « questione romana » ovvero nella definizione di Roma capitale e nel tentativo di Giuseppe Garibaldi di imprimere la svolta a motivo del ritiro del contingente francese presente nello Stato della Chiesa entro il dicembre 1866 a seguito di quanto previsto dalla "Convenzione di Settembre del 1864" stipulata tra la Francia e il Regno d’Italia.
Che cosa significa « questione romana » ?
Dopo il Congresso di Vienna nel 1815 con la politica della "restaurazione" ovvero il ritorno dei sovrani nei loro stati, l’Italia divisa in nove stati, fu attraversata dalle idee rivoluzionarie francesi che si manifestarono in moti insurrezionali e nella richiesta di statuti. Da qui inizia il cammino del movimento risorgimentale per l’unità d’Italia.
La « questione romana » rappresentò la meta di quella idea e il conflitto tra il movimento nazionale e la Santa Sede sulla legittimità del potere temporale del papato che si originò nel 756 con la fondazione del Patrimonio di San Pietro chiamato dal 1815 Stato della Chiesa.
Il tentativo di intervenire sull’argomento ebbe vari contributi per la sua definizione sia dal punto di vista diplomatico che politico mentre quello di Garibaldi fu di tipo militare con i tentativi dell’Aspromonte nel 1862 e di Mentana nel 1867.
La « breccia di Porta Pia » del 20 settembre 1870 e il plebiscito del 2 ottobre sanzionò la conquista della capitale ma non chiuse la questione che si trascinò fino a quel 11 febbraio 1929 con la conciliazione dei "Patti Lateranensi" e la creazione dello Stato della Città del Vaticano.
Quale fu l’esito e il significato della battaglia?
L’esito della battaglia fu quello della vittoria dei franco-pontifici.
Il suo fu un effetto moltiplicatore e soprattutto quello di attrarre attenzione su un problema aperto come quello dell’unità d’Italia nonostante la vittoria franco-pontificia. Se vogliamo fu una vittoria con un effetto di breve durata perché consentì lo svolgimento parziale del Concilio Vaticano I interrotto per il precipitare degli eventi che culmineranno con la « breccia di Porta Pia ».
Mentana non era un obiettivo militare ma bensì politico che accelerò la pressione sull’argomento, tanto che si dice che Mentana segnò i prodromi di Roma capitale.
Si può parlare di strategia della battaglia?
La battaglia di Mentana offre riflessioni sulle forze in campo …e sulle loro strategie.
Secondo i piani di Garibaldi l’invasione dello Stato della Chiesa, doveva procedere in tre direzioni tendenti ad accerchiare Roma: la prima o ala centrale affidata a Menotti Garibaldi (da Terni a Monterotondo), la seconda o ala destra guidata da Nicola Acerbi (da Orvieto verso Viterbo) e la terza o ala sinistra da Giovanni Nicotera (Nicotera e Salomone da Pontecorvo e Aquila verso Velletri). A Stefano Canzio spettava di organizzare una spedizione marittima da sbarcare sulle coste romane nei pressi di Montalto.
Quando si è passati il confine i volontari, disposti in battaglioni-colonne, si sono sparsi in vari centri per sfruttare la tipologia territoriale (mimetizzazione, barricate, guerriglia) ma l’assenza della logistica e dell’addestramento come della disciplina e dell’armamento adeguato si sfaldarono davanti all’altro schieramento.
I franco-pontifici che mossero inizialmente in due tronconi (salaria – nomentana) si riunirono al momento opportuno facendo valere la loro forza superiore in numero di uomini e mezzi per prendere tra due fuochi i garibaldini. Nei franco-pontifici prevaleva la sinergia, la disciplina, il movimento.
I volontari garibaldini combattevano al grido di "Viva Garibaldi", "Viva la libertà", "Roma o morte" a cui rispondevano i franco-pontifici con "Viva il Papa", "Viva l’Imperatore", "Vittoria o morte".
Non fu sufficiente la presenza del carisma di Giuseppe Garibaldi a questi volontari, indubbiamente diversi da quelli della prima ora, che "malarmati, malcalzati, malvestiti" sperimentarono l’effetto delle armi nemiche.
L’armamento dei garibaldini era antiquato, in molti casi erano i fucili requisiti alla Guardia Nazionale, più da rottamare che da mostrare, in altri casi erano armi bianche o adattate. L’armamento dei franco-pontifici era notevole: dal devastante Stutzen alla precisione del Remington, dalla lunga gittata del Miniè al nuovo modello a ripetizione dello Chassepot con dodici colpi al minuto.
Oltre a questo non va trascurata l’alimentazione (scarsa e precaria per i garibaldini) e l’organizzazione che sul campo produceva anche una percezione di forza maggiore e di motivazione psicologica perché creava collegamento e rifornimento a favore dei franco-pontifici.
Lo scontro tra le parti è stato anche alla baionetta e lo scenario della battaglia con il sangue, il piombo, la polvere, il dolore ha spento l’odore della campagna sabina che in quel tempo era dedita alla vendemmia e si preparava alla raccolta delle olive.
Altri elementi negativi hanno tuttavia pesato sui garibaldini: dalle voci politiche che invitavano a dissociarsi da Garibaldi; alle colonne di Acerbi, di Nicotera e di Paggi non presenti a fianco dell’eroe; dal ritardo della partenza di Menotti verso Tivoli; alla defezione dei volontari stessi.
Il dove della battaglia è stato casuale o mirato?
Con l’invasione dei garibaldini nel territorio dello Stato della Chiesa ci sono stati movimenti di truppe con attacchi e scontri in progressione verso Roma: Bagnoregio, 5 ottobre; Montelibretti, 13 ottobre; Nerola 18 ottobre; Farnese, 19 ottobre; Villa Glori 23 ottobre; Monterotondo, 26 ottobre; Mentana il 3 novembre.
In quella situazione Garibaldi constatata la mancata insurrezione del popolo romano, la dispersione dei suoi e la minaccia del contingente francese a Civitavecchia prese la decisione di ripiegare verso Tivoli per sicurezza. Nel procedere verso Tivoli e l’avvicinarsi dei franco-pontifici avvenne l’incontro-scontro a Mentana decisivo per la campagna che era stata intrapresa.
In questo senso le associazioni garibaldine si adoperarono per l’inserimento e il riconoscimento della campagna nel contesto della liberazione di Roma e dell’unità d’Italia per cui la battaglia di Mentana con legge del 1899 fu definita come « Campagna dell’Agro romano per la liberazione di Roma ».
Come è stata raccontata la battaglia?
Oltre ai citati rapporti dei comandanti ci sono i proclami-ordine del giorno di Garibaldi i giornali del tempo ed anche i racconti orali e scritti dei testimoni diretti.
Appartengono all’ottocento i memorialisti: Adiamoli, Bonetti, Del Vecchio,Gregorovius, Garibaldi, Guerzoni, Fabrizi, Morandi, Pozzi, Pennesi, Pearson,Vitali per i garibaldini e De Becdelievre, De Poli, Kanzler, Russell-Killough, Wibaux per i pontifici.
Nel secolo successivo ci sono ricostruzioni sotto vari profili (storico, militare, letterario, politico, culturale) di Barbarich, Cantagalli, Clozier, Coccia, Cicconetti, De Barral, De Cesare, Dalla Torre, Giovanetti, Guidotti, Giovagnoli, Guenel, Innocenti, Luzio, Loewson, Maggio, Massimiani, Olmi, Raggi, Rosati, Silvi, Severino, Tosi, Valentini.
Dallo stile patriottico ed enfatico dell’ottocento si passa a quello articolato e diversificato del novecento a seconda della visuale politico-culturale.
E la memoria?
Quando parliamo di memoria dobbiamo ricordare entrambi gli schieramenti perché la visuale sia completa e non parziale, nel senso che entrambi hanno combattuto per la libertà ma in prospettive diverse.
I volontari italiani detti garibaldini si definivano patrioti e per essi significava onorare, amare e servire l’Italia che volevano in nazione una, indipendente, libera. Ad essi si chiedeva: coraggio, impeto generoso, dovere, disinteresse personale, sacrificio, solidarietà, non privilegi, contegno degno della missione affidata, onestà, umanità.
Li formava il pensiero cavourriano (liberismo), mazziniano (repubblicano) e garibaldino (democratico). Questi volontari venivano invece definiti "bande o nuovi barbari" dai pontifici.
I volontari del beato Pio IX detti zuavi pontifici erano un gruppo di elite di ben ventisette nazioni: Austria (Tirolo), Brasile, Belgio (Fiamminghi e Valloni), Cile, Cina, Canada, Ecuador, Etiopia (Abissinia), Francia, Germania (Prussia, Bavaria, Wuttenberg, Baden, Sassonia), Grecia, Gran Bretagna, Italia, India, Irlanda,Malta, Marocco, Principato di Monaco,Olanda, Portogallo, Polonia, Perù, Russia, Svizzera, Spagna, Usa, Turchia (Ottomani).
Si definivano servitori o difensori del Papa perché per essi Roma non apparteneva soltanto all’Italia ma all’universo cattolico per cui ritenevano che senza territorio libero e indipendente la libertà del Papa spariva. Inoltre spinti da fede religiosa erano convinti di difendere , col potere temporale del Papa, la religione. Ad essi si chiedeva: purezza, fervore, sacrifico, vigilanza, meditazione, zelo, pazienza, generosità, volontà di Dio. Li formava lo studio, la preghiera e il servizio.
Gli zuavi pontifici venivano definiti dai volontari italiani come "avventurieri e mercenari".
La memoria di entrambi è celebrata da rispettive associazioni e da attestati.
Per i zuavi è stato eretto il monumento funebre al Verano di Roma, i defunti sono sepolti nelle chiese di Santo Spirito in Sassia e alla chiesa dell’Immacolata Concezione. Sono insigniti di diploma e medaglia "Fidei et Virtuti" detta "Croce di Mentana" coniata nel 1867. Si celebra messa.
Per i garibaldini è stato: eretto il monumento-ossario a Mentana nel decennale della battaglia dichiarato monumento e sacrario militare nazionale, fondato il museo nel 1905, celebrato con emissione di francobolli; intitolazione edifici, vie e premi; diplomi e medaglie celebrative. Si ricorda l’evento con raduno.
Cosa rimane oggi?
Oggi rimane la memoria documentale (libri, lettere, stampe..), artistica (disegni, foto, pitture, sculture…), celebrativa (anniversari..), storica-militare (raduni, museo, monumento, onoranze ai caduti, araldica,..), culturale-educativa (istruzione scolastica, progetto formativo e didattico, disciplina di storia del risorgimento, associazionismo, eventi..). Il monumento è anche un bene ambientale e del paesaggio di Mentana per cui va tutelato anche nell’ambito della protezione civile.
Rimane il patrimonio ideale e di pensiero che qui a Mentana in modo particolare Garibaldi ha lasciato come suo testamento: pace universale, federazione europea, abolizione della pena di morte, libero pensiero, antischiavismo, emancipazione femminile, suffragio universale, laicità, riformismo, sviluppo. E’ quello che in altre parole chiamiamo "diritti umani" che vanno tutelati e promossi.
Rimane la testimonianza del volontariato che è insieme capitale umano e sociale. Esso non è un ambito accessorio della nostra convivenza ma ne è la linfa vitale e costituisce un elemento distintivo della qualità della nostra democrazia e del nostro vivere sociale.
Dove cresce il volontariato cresce il capitale sociale, la correttezza e la ricchezza delle relazioni interpersonali oltre al rispetto delle regole condivise. Esso deve essere uno stile di vita.
Rimane il messaggio e la testimonianza di quanti sono caduti in guerra e in missione di pace perché entrambi sono patrimonio indissolubile dell’intera collettività nazionale che deve sempre consolidarsi per mantenersi unità.
Rimane nel trinomio araldico di Mentana "Dio, Patria, Umanità" il segno e il simbolo della cultura dell’Unità d’Italia che accanto a questa immagine deve raccogliersi nella sua identità per impedire il degrado morale e valoriale perché attraverso questi segni e simboli le istituzioni e le generazioni sono interpellate e possono relazionarsi.
Rimane il monito di Foscolo "A egregie cose il forte animo accendono le urne dei forti" se esse sono conservate con decoro ed ordine, quale richiamo alla libertà e alla vigilanza.
I giorni di Mentana hanno costruito la cittadinanza nazionale che oggi va completata con quella dell’Unione Europea, senza sostituirla ma integrarla con il metodo comunitario, basato su un dialogo permanente fra gli interessi nazionali e l’interesse comune che nel rispetto delle diversità nazionali sviluppa una identità propria all’Unione.

sabato 13 aprile 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 13 aprile.
Il 13 aprile 1863, ancora fiaccato dalla ferita dell'Aspromonte, Giuseppe Garibaldi riceve numerose visite nella sua casa bianca di Caprera.
Giuseppe Garibaldi giunse per la prima volta a Caprera il 25 settembre 1849. Arrestato dopo la fuga da Roma si era deciso di mandarlo esule a Tunisi, ma il Bey non volle accoglierlo e la nave che lo trasportava, comandata dal maddalenino Francesco Millelire, ebbe ordine di sbarcarlo a La Maddalena in attesa di determinazioni. Gli era compagno il fido "Leggero", il maddalenino Giovanni Battista Culiolo, che lo aveva seguito in tutte le sue peregrinazioni e che aveva avuto la sorte di assisterlo nel momento di maggior sconforto: la morte di Anita nella pineta di Ravenna.
Ad accogliere gli esuli c'era a Cala Gavetta tutta la popolazione; Leggero rimetteva piede sul suolo natio dopo tanti anni e tutti volevano conoscere l'uomo di cui era giunta nell'isola l'eco di tante gesta. Numerosi altri maddalenini gli erano stati vicini: Giacomo Fiorentino era stato il primo caduto della prima battaglia di Garibaldi in difesa della Repubblica di Rio Grande do Sul e Antonio Susini, eroe della battaglia del Salto, era stato da lui lasciato al comando della Legione Italiana di Montevideo.
Durante quel primo soggiorno Garibaldi volle conoscere i parenti dei suoi fidi ed in particolare i Susini ai quali rimarrà poi legato da indissolubili vincoli di amicizia. Si recò a trovarli nella casa di Barabò, nella frazione Moneta, Dove i Susini si apprestavano alla vendemmia. Partecipò con loro al lavoro dei campi, alle soste gioiose, ai pranzi alle partite di caccia e di pesca. Proprio in quei giorni fu protagonista di un ardimentoso intervento ancora oggi ricordato da una lapide posta sulla facciata della casetta di Barabò. Durante una battuta di pesca salvò da sicura morte tre uomini e un bambino rovesciatisi con la barca. Uno di questi, tale Tarentini, era forse il padre dell'unico maddalenino che partecipò all'impresa dei mille.
A La Maddalena, dopo tante peripezie, Garibaldi conobbe finalmente una pausa di tranquillità in mezzo a gente nella quale poteva identificarsi: gente ardimentosa, fiera, ma semplice e schietta. Il suo primo soggiorno durò appena un mese, ma forse fu determinante per tutta la sua vita futura. Prima di lasciare l'isola e partire verso l'esilio di Tangeri, indirizzò al sindaco Nicolò Susini una lettera, oggi riprodotta nell'atrio del palazzo comunale, nella quale esprime gratitudine all'intera popolazione per l'accoglienza ricevuta.
Al ritorno dalla sua seconda avventura americana, deciso a mettere su casa e a dedicarsi alla famiglia, Garibaldi inizia il cabotaggio nel Mediterraneo. I frequenti viaggi lo riportano in Sardegna e a La Maddalena. Innamoratosi della terra sarda decise di acquistarvi un terreno e stabilirvisi definitivamente. Le sue attenzioni caddero dapprima sulla penisola di Capo Testa che contrattò con i fratelli Pes, detti "frati Pilosi", successivamente gli fu proposto l'acquisto dell'isola di Coluccia, nei pressi di Porto Pozzo, ma furono i Susini a dissuaderlo consigliandogli di stabilirsi nell'isola di Santo Stefano. Garibaldi, infine, prescelse Caprera e con l'aiuto dei suoi amici riuscì a comprare alcuni appezzamenti di terreno dapprima da tale Ferracciolo e poi dagli inglesi Collins.
Nel 1856, dopo aver riattato a Caprera la vecchia casa di un pastore ormai ridotta a pochi ruderi, aiutato nei lavori dal figlio Menotti, si reca a Londra col duplice scopo di acquistare un imbarcazione e convincere la fidanzata inglese Emma Roberts a venire a vivere con lui nell'isola. Ma Emma per l'opposizione dei figli, non poté seguirlo e Garibaldi fece ritorno col suo sospirato "cutter" che in ricordo del fallito fidanzamento volle battezzarlo con il nome di "Emma". Ritornato a Caprera iniziò i suoi commerci tra Nizza, Genova e la Sardegna trasportando anche materiali per la costruzione della sua casa. Trasportò per prima cosa una casa di legno smontata che installò accanto alla prima casetta e così, nell'estate del 1856 poté essere raggiunto dai figli accompagnati da Battistina Ravello che egli aveva assunto per accudirli. Ma il destino doveva ancor più legarlo alla sua isola. Il 7 gennaio 1857, al ritorno da un viaggio da Genova, l'"Emma", carica di calce, pozzolana, ferro e legnami, naufragò nei pressi di Caprera; fu una svolta decisiva nella sua vita, da quel momento egli decise di abbandonare il mare e di dedicarsi definitivamente all'agricoltura.
Ben presto creò a Caprera, una piccola comunità di pastori, mezzadri, fattori e amici; la casa venne ingrandita e vennero via via aggiunte tutte le strutture necessarie: il forno, il mulino a vento, il magazzino per gli attrezzi, la stalla e la dispensa. Circondato dall'affetto dei maddalenini e dei pastori galluresi presso i quali si recava sovente, Garibaldi, da avventuriero qual era stato, divenne finalmente uomo, padre di famiglia, patriarca di una comunità che il pensatore rivoluzionario russo Bakunin che si recò a visitarlo nel 1864, definì "una vera repubblica democratica e sociale".
E a Caprera maturò il suo sogno di unità d'Italia con Roma Capitale. Gli avvenimenti successivi appartengono alla grande storia, ma pochi sanno che dopo lo storico incontro di Teano, dopo aver consegnato a Vittorio Emanuele un regno di nove milioni di abitanti, Garibaldi fece ritorno a Caprera con un sacco di sementi, tre cavalli e una balla di stoccafisso. Lo seguivano alcuni amici fedeli e per pagarsi le spese di viaggio gli fu necessario prendere a prestito 3.000 lire.
A Caprera, però, Garibaldi non fu solo agricoltore, come la storia ci ha ormai abituato a pensare. Colui che aveva posto le basi dell'Unità d'Italia, divenne "il vate di Caprera" e Caprera fu meta di migliaia di persone, di misteriosi emissari, di influenti personaggi. Andavano a trovarlo rappresentanti di tutti i movimenti indipendentisti o rivoluzionari europei, dai russi ai greci, agli ungheresi, ai polacchi agli spagnoli e per tutti egli aveva parole di esortazione, consigli, preziose direttive. Nel settembre del 1861, si reca a trovarlo il Ministro degli Stati Uniti per conoscere la sua decisione all'offerta fattagli dal presidente Lincoln di porsi al comando delle truppe confederate.
Il resto, come abbiamo detto, appartiene alla grande storia. Nel suo anelito verso Roma Garibaldi fu inseguito e ferito da armi italiane, più volte arrestato conobbe l'ingiuria del carcere. Quella che è invece è poco nota è la sua vita a Caprera, specie negli ultimi anni, quando le conseguenze della ferita di Aspromonte, l'artrite e la malaria contratta in Sudamerica ne minavano il corpo, ma non l'indomato spirito. Schivo di onori e di ricompense, visse gli ultimi anni della sua vita in assoluta povertà. Gli fu compagna devota e fedele Francesca Armosino, una popolana piemontese che gli aveva dato tre figli e che egli riuscì a sposare due anni prima della morte dopo avere ottenuto l'annullamento del matrimonio con la contessina Raimondi.
Il "Leone di Caprera" si spense alle 6 del pomeriggio del 2 giugno 1882 e nella Casa Bianca di Caprera l'orologio fu fermato ed i fogli di un grande calendario non furono più staccati: segnano ancora oggi l'ora e il giorno della morte dell'eroe. Il suo corpo, come egli aveva desiderato, non fu cremato: non potevano essere bruciate e disperse le spoglie dell'eroe. E di quelle spoglie i maddalenini si proclamarono subito gelosi custodi mutando lo stemma comunale in quello attuale che raffigura il "Leone di Caprera", che simboleggia Garibaldi, irto su uno scoglio che rappresenta l'isola a lui tanto cara. Da quello scoglio le spoglie dell'eroe, come dice il motto latino che contorna lo stemma araldico del comune di La Maddalena, vigilano e proteggono le coste d'Italia.

giovedì 26 ottobre 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 26 ottobre.
Il 26 ottobre 1860 Giuseppe Garibaldi e re Vittorio Emanuele II hanno lo storico incontro, alla fine dell'impresa dei Mille.
Ancora oggi ci si chiede l'esatta collocazione dell'incontro fra i due Grandi della storia del nostro Risorgimento. Due comunità si contendono l'importante convegno.
Dopo la battaglia del Volturno, vinta dai volontari di Garibaldi, la situazione militare desta qualche preoccupazione per i generali del Dittatore. L'esercito Borbonico, ancora forte di circa cinquantamila uomini, è trincerato oltre il Volturno, nelle fortezze di Capua e Gaeta. Gli uomini di Francesco II non rimangono sulla difensiva ma spesso operano qualche limitato contrattacco. Garibaldi mantiene l'assedio di Capua e Gaeta disponendo di dodici o tredicimila uomini. Vorrebbe prendere Capua senza troppo spargimento di sangue, che lui ritiene fraterno, evitando il bombardamento indiscriminato della cittadina. Ma intanto i tempi stringono, i volontari sono stanchi e sfiduciati. Bixio, Medici, Tùrr e lo stesso Cavour, insistono presso Garibaldi affinché faccia votare il Plebiscito e l'annessione, prima che i Borbone organizzino una forte controffensiva e ritornino a Napoli.
Si dice che lo stesso Medici, all'insaputa del Generale abbia scritto a Cavour implorando Vittorio Emanuele di venire in soccorso di Napoli. Garibaldi che era cosciente della realtà, il 4 ottobre aveva già scritto al Re invitandolo a fare una passeggiata, nella capitale dell'ex Regno delle Due Sicilie, con almeno una divisione… "Avvertito in tempo, io congiungerei la mia destra alla divisione suddetta, e mi recherei in persona a presentarle i miei omaggi e ricevere ordini per le ulteriori operazioni".
Vittorio Emanuele non aspettava altro. Il 15 ottobre passava il fiume Tronto ed entrava nel Regno di Napoli. Il 26 ottobre 1860, termina la grande avventura delle camicie rosse. Garibaldi consegna a Vittorio Emanuele II il Regno delle Due Sicilie e lo saluta "Re d'Italia".
La storia risorgimentale dà molta enfasi a quest'incontro che segnò una tappa storica per la nuova Italia. L'incontro avvenne nei pressi di Teano, senza troppe formalità, anzi con molta freddezza, fra lo stato maggiore del Re e gli aiutanti di campo di Garibaldi. Oggi, nel comune di Vairano Patenora, (CE) in località Taverna di Catena, al quadrivio, in ricordo dell'avvenimento sorge un monumento con la scritta: " QUI TAVERNA CATENA DI VAIRANO PARTENORA IL 26 OTTOBRE 1860 GIUSEPPE GARIBALDI E V. EMANUELE II CONCLUSERO L'UNITA' D'ITALIA".
Sembra tutto chiarito, e il monumento confermerebbe che il celebre saluto sia avvenuto in questo luogo. Ma non è così, con buona pace della storia, il punto preciso dell'incontro è ancora in discussione fra gli storici, tanto è vero che sulla strada che da Caianello porta a Teano, in questo comune, quasi al confine con quello di Vairano Patenora, al lato del ponte di S. Nicola, si nota una segnalazione turistica, indicante l'importante incontro, mezza abbattuta, un po' trascurata, senza alcuna pretesa storica, anzi rassegnata ad essere dimenticata, quasi ad indicare che non è quello il luogo dove avvenne il celebre saluto. Più avanti c'è una chiesetta, sui gradini della quale, a dire di Cesare Abba, il Generale avrebbe consumato un frugale pasto.
Per chiarire l'equivoco, e mettere pace fra le due cittadine che si contendono l'avvenimento, nel 1891 fu costituito in Teano un comitato per studiare e individuare esattamente il luogo dove Garibaldi salutò Vittorio Emanuele. Le ricerche durarono vari anni, sia da parte d'insigni studiosi sia dell'Ufficio Storico del Ministero della Guerra. Le indagini s'intensificarono nel 1907, con il I° centenario della nascita dell'Eroe dei due mondi. In quell'epoca furono scritti libri, articoli, monografie, pubblicati diari sulle imprese garibaldine. Al tema dell'incontro si appassionò il Prof. Vincenzo Boragine di Teano, membro del comitato, il quale impegnò venti anni in accertamenti, audizioni di testimoni, verifiche di documenti, d'informazioni ricevute da partecipanti a quei fatti quali: il generale piemontese Cialdini, Giuseppe Porta, i garibaldini Alberto Mario, il colonnello Giuseppe Missori, lo scrittore G. Cesare Abba e tanti altri. Alla fine i dubbi rimasero irrisolti. Nessuno fu concorde sulla versione dei fatti.
Diverso è l'orario, il luogo, ed altri particolari. La tesi che sostiene il Boragine è che l'incontro sia avvenuto fra Caianello e Teano, sul ponte di S. Nicola, nei pressi della chiesa di Borgonovo, verso le ore 8 del mattino, con un cielo nuvoloso. Il giornale," Il Mattino" del 24-25 agosto 1907 nr. 236", riferisce che vi furono abbracci e baci fra Garibaldi e Vittorio Emanuele, mentre il giornale la "Tribuna del 24 agosto 1907 nr. 234", riporta la testimonianza di Leopoldo Giovannelli, che prese parte a tutte le campagne dell'indipendenza italiana, prima nelle file dei garibaldini e poi dei bersaglieri: "Io nel 1860-61 facevo parte del 3° reggimento garibaldino della divisione Medici. Il mio battaglione, il 2°, proveniente dai posti avanzati sotto Gaeta, si trovava la mattina del 26 ottobre - sulla strada che da Caianello conduce a Teano - Saranno state le otto e mezza del mattino, quando a - circa mezza strada fra i due citati paesi - udii tre squilli di tromba segnale dell'Attenti - seguiti dalle prime note della marcia reale… Non appena schierati ci fu comandato di presentare le Armi, e allora vedemmo giungere dalla nostra destra, cioè dalla parte di Caianello, Re Vittorio Emanuele II, e dalla sinistra, cioè dalla parte di Teano, il generale Garibaldi. Il Re era accompagnato dal generale Fanti… e dal generale Morozzo della Rocca, al seguito, ma già fermi alla distanza di non meno di 50 metri, vi era lo stato maggiore… Il Generale era accompagnato dal generale Medici, dal generale Tùrr e dal colonnello Bertani, anche costoro si fermarono a considerevole distanza da Garibaldi, e molto più indietro ancora stavano diversi ufficiali garibaldini a cavallo. Re Vittorio montava un cavallo sauro, Garibaldi un cavallo baio. Vittorio Emanuele e Garibaldi si avanzarono, soli, l'uno incontro all'altro, e quando furono un po' vicini, Garibaldi, con la sua voce squillante, alzando la destra senza togliersi il berretto, esclamò - Salute al Re d'Italia - al che il Re rispose con grande enfasi spontanea - Saluto il mio migliore amico!- Quindi messi i cavalli a fianco a fianco, i due personaggi si abbracciarono e si baciarono… il colloquio durò circa venti minuti…".
Il quotidiano Roma del 27 ottobre 1860 nr. 300, nella cronaca di Napoli così riportava: "Uno storico incontro; Vittorio Emanuele stringe la mano al Generale Garibaldi… verso le ore 8 e mezzo antimeridiane, il Re si trovava sulla Strada Caianello-Teano, al bivio della chiesa di Borgo, ivi gli andava incontro il Generale Garibaldi; cui il sovrano stringeva la mano. Vittorio Emanuele e il Dittatore procedevano quindi a fianco a fianco per circa dieci minuti, fino a Teano. A Porta Romana, si separavano". I Due si parlarono da soli per circa 10-20 minuti, cosa si siano detti, sono tutte supposizioni, ma lo si può dedurre dagli avvenimenti che seguirono. Dopo una stretta di mano, si presume, si lasciarono alle porte di Teano, al largo di Porta Romana. Il Re prese alloggio a Teano nel palazzo del principe Santagapito ove fino alle due di notte avevano alloggiato i Borbone: il conte di Trani, i generali Salzano e Ritucci mentre nella piazza bivaccavano i soldati borbonici. Questi, al sopraggiungere dei garibaldini, dopo una breve sparatoria, montarono a cavallo e si ritirarono verso Sessa. Garibaldi con Mario, Missori, Nullo e Canzio, si fermò, per circa un'ora, in una vicina "stalluccia", al largo Muraglione, per far riposare il suo cavallo e consumare un frugale pasto. Per colazione il Dittatore mangiò pane, formaggio e una bottiglia di vino e per frutta tre fichi offertigli da un contadino, che il Generale ripagò con una moneta d'argento. Ai curiosi che erano accorsi a rendergli omaggio disse di andare a salutare il Re. Era lui che ora dovevano ossequiare.
Un'altra fonte parla di Monte Croce, come anticamente si chiamava monte Manzanello, nelle cui vicinanze vi era la Taverna Catena. Il giornale Officiale di Napoli del 27 ottobre 1860 scriveva: "...Ieri mattina Sua Maestà il Re Vittorio Emanuele si trovava alla testa di quattro divisioni all'inizio si Monte Croce; ivi s'incontro con il Dittatore, e passò in rassegna parte dell'Esercito Meridionale…" Lo stesso luogo è confermato in uno scritto del 1861 di Pasquale Matarazzi, in "Avvenimenti Politici Militari dal settembre al novembre del 27 ottobre 1860", e da P. Giuseppe da Forio, al secolo Erasmo di Lustro, francescano garibaldino (Dopo l'ingresso di Garibaldi a Napoli, formò il Comitato Unitario Ecclesiastico di Napoli, d'ispirazione giobertiana. P. Giuseppe nelle sue celebri prediche sosteneva che l'Unità d'Italia non danneggiava la religione). Per Alberto Mario, testimone oculare (patriota garibaldino e scrittore, prese parte alla spedizione dei Mille e fu vicino a Garibaldi come consigliere e amico), l'incontro avvenne alle sei del mattino e Garibaldi vestiva il suo solito "abito leggendario" e data l'umidità, il Generale si era messo in testa un fazzoletto di seta annodato sotto il mento per proteggersi dal freddo, siamo in ottobre e Garibaldi forse già soffriva di artrite. Non era più giovanissimo, aveva 53 anni.
Continua Alberto Mario: " Di lì a poco le musiche intonando la Marcia Reale annunciarono il Re, il quale arrivò sopra un cavallo arabo stornello, Garibaldi andò incontro a lui, ed egli venne verso Garibaldi fra la strada e la stradella. Garibaldi, cavatosi il cappellino gridò: Salute al Re d'Italia, e il Re rispose: - Grazie.- Il Re soggiunse: - Come state, caro Garibaldi? - E Garibaldi: - Bene, e Vostra Maestà? -E il Re:- Benone - Indi si partì per Teano. Il Re a destra, a sinistra Garibaldi, e, dietro il seguito dell'uno e dell'altro alla rinfusa. E fu allora che Garibaldi, sentendo che una battaglia al Garigliano era imminente, chiese al Re l'onore del primo scontro. Ma il Re: " Voi vi battete da lungo tempo: tocca a me adesso; le vostre truppe sono stanche, le mie fresche; ponetevi alla riserva". Alberto Mario, scrive:  "... Proveniente da Venafro, sfilava verso Teano l'esercito Settentrionale… il sito d'interruzione delle due strade era abbastanza capace, e l'adornavano una casa rustica (Taverna Catena) e una dozzina di pioppi…". Più o meno analoga versione la dà lo scrittore e giornalista Gustavo Sacerdote, aggiungendo di nuovo: "...che cosa si sian detto, nessuno poté udire; ma pare che Vittorio Emanuele abbia cercato di convincere Garibaldi a rinunciare alla marcia su Roma ed abbia discusso con lui la questione dello scioglimento dell'esercito volontario…".
Un altro testimone oculare, Cesare Abba, ci dà un'ampia descrizione premettendo che quella giornata iniziò male perché era caduto da cavallo il generale Nino Bixio riportando una frattura ad una gamba e delle escoriazioni alla testa: "...Chi dice che siam qui per dare l'ultima battaglia, e che mentre combatteremo contro i cinquantamila borbonici che ancora tengono per Francesco secondo, arriveranno i soldati di Vittorio Emanuele con lui in persona, discendendo dall'Abruzzo per la via di Venafro...Una casa bianca a un gran bivio, dei cavalieri rossi e dei neri mescolati insieme, il Dittatore a piedi; delle pioppe già pallide che lasciavano venir giù le foglie morte, sopra i reggimenti regolari che marciavano verso Teano...A un tratto, non da lontano, un rullo di tamburi, poi la fanfara reale del Piemonte, e tutti a cavallo! In quel momento, un contadino, mezzo vestito di pelli, si volse ai monti di Venafro...Ed ecco un rimescolio nel polverone che si alzava laggiù, poi un galoppo, dei comandi, e poi:- Viva! Viva! Il Re! Il Re! Mi venne quasi buio per un istante; ma potei vedere Garibaldi e Vittorio darsi la mano, e udire il saluto immortale: - Salute al re d'Italia! - Eravamo a mezza mattinata. Il Dittatore parlava a fronte scoperta, il Re stazzonava il collo del suo bellissimo storno, che si piegava a quelle carezze come una sultana. Forse nella mente del Generale passava un pensiero mesto. E mesto davvero mi pareva quando il Re spronò via, ed Egli si mise alla sinistra di lui e dietro di loro la diversa e numerosa cavalcata". Abba interpretò subito ciò che di vero era stato detto fra i Due e si domanda:. "...Re Vittorio fu freddo nell'incontro con Garibaldi?...Dunque certo contegno di Vittorio Emanuele nell'incontrarsi col Dittatore sarebbe stato un delicato riserbo?...Non si sente che la grandezza di Garibaldi, sinora! Non si conosce che vi sia chi mira il sole nascente". Lo scrittore continua: " Ieri il Dittatore non andò a colazione col Re. Disse d'averla già fatta. Ma poi mangiò pane e cacio conversando nel portico d'una chiesetta, circondato dai suoi amici, mesto, raccolto, rassegnato. A che rassegnato? Ora si ripasserà il Volturno, si ritornerà nei nostri campi o chi sa dove; certo non saremo più alla testa, ci metteranno alla coda…".
Il Diario Storico dell'Archivio del Ministero della Difesa, nel rapporto giornaliero del 26 ottobre 1860 recita: "... A Taverna della Catena, S.M. il Re, che col suo quartier generale marcia colle truppe del quarto Corpo, è incontrato dal gen. Garibaldi…". Per Indro Montanelli, nella sua "Storia d'Italia" l'incontro avvenne a Taverna di Catena: "...Garibaldi...si riposava sotto un albero insieme a Missori, Canzio, Alberto Mario e pochi altri, fra cui Abba, testimone e non imparziale memorialista della scena, udì la fanfara reale e salì a cavallo. Era vestito al solito suo modo, camicia rossa e poncho. Ma il fazzoletto, invece di portarlo al collo come sempre, gli scendeva di sotto il cappelluccio di feltro in due bande annodate sotto la gola. Nel piccolo seguito del Re figuravano Farini e Fanti, cioè due fra gli uomini che più odiavano Garibaldi e che Garibaldi più odiava. Garibaldi dié di sprone togliendosi il cappello e restando con la pezzola come una vecchia massaia. "Saluto il primo Re d'Italia!" gridò. "Saluto il mio migliore amico!" avrebbe risposto il Re. Ma secondo certuni invece rispose soltanto: Grazie! Il Generale si mise alla sinistra del Sovrano e, cavalcando al suo fianco...".
Andando a spulciare nella cronaca del tempo, sul giornale L'indipendente,  diretto dall'amico di Garibaldi, A. Dumas, suo gran sostenitore e simpatizzante, confinata nell'ultima pagina si trova un anonimo Dispaccio Telegrafico: " Il Generale Milbetz al Generale Tùrr Napoli - Ieri mattina Sua Maestà il Re Vittorio Emmanuele si trovava alla testa di quattro divisioni a Monte Croce, ivi s'incontrò col Dittatore e passò in rassegna parte dell'Esercito Meridionale. La sera Sua Maestà era a Teano, e il Dittatore trovasi a Calvi. S. Maria 27 ottobre 1860 - Napoli ottobre 1860" Qualche particolare in più lo troviamo ancora sull'Indipendente di martedì 30 ottobre 1860, fra la "Corrispondenza Particolare del Campo" del giorno 29: "Il Re Vittorio Emmanuele, ed il Dittatore si sono incontrati il 27 andante a Sant'Agata, entrambi a cavallo. Il Re Vittorio Emmanuele portava il costume di Generale dell'armata piemontese; Garibaldi aveva la camicia rossa, ed il puncis bornous indiano di sopra. Senza scendere da cavallo il Dittatore diede la mano al Re, e gli disse: Sire, io vi do oggi tutto il paese che ho conquistato in vostro nome; ma non voglio rimetterlo realmente che quando Capua sarà vostra. Dopo una pari conquista andrò durante l'inverno a fare con l'aiuto di Dio il romita a Caprara. Se però fino allora una palla non viene a togliermi la vita in primavera io andrò in Ungheria, e con le vostre forze e la mia cooperazione l'Italia sarà UNA. - Vi ringrazio, rispose il Re: e spero di essere sempre così d'accordo con voi. Io credo che voi siate non solo il migliore dei miei amici, ma anche il solo. Dopo queste parole il Re ed il Dittatore hanno visitato il campo e si sono divisi fra Sant'Angelo e S. Maria, essendo tornato il Re a Teano ed il Dittatore a Caserta. Il Generale Sirtore accompagnava il Re".
Fra tante discordanze e fantasie, tutti però sono concordi nel fatto che nella mattinata del 26 ottobre, fra Caianello e Teano, Garibaldi consegnò l'Italia Meridionale a Vittorio Emanuele ricevendone in cambio solo una stretta di mano, il diniego di far continuare a combattere i suoi Garibaldini a fianco delle truppe piemontesi nell'assedio definitivo di Capua e Gaeta e il disprezzo degli ufficiali del nuovo esercito per i volontari. Quella stessa mattina il generale piemontese Della Rocca, assicurava la moglie del principe Santagapito di stare tranquilla: "...non tema signora marchesa, noi non abbiamo che fare con quella gente, e veniamo appunto per ristabilire l'ordine". I garibaldini erano considerati con disprezzo "feccia e canaglia" dal re, dal suo stato maggiore e dagli ufficiali, mentre i gradi bassi dell'esercito erano coscienti del valore della camice rosse. In dicembre a Napoli avvennero diversi tafferugli fra i volontari e l'esercito regolare! Alla freddezza di quest'incontro, rimediarono in seguito gli storiografi della corona, esaltando e ricamandoci sopra, per la pace di tutti e per l'Unità d'Italia. Garibaldi ne uscì distrutto e umiliato, e come lui i suoi "volontari". Da quel momento fu messo in "forse" tutto quello che aveva fatto. La realtà di quel momento storico fu magnificamente interpretata da Cesare Abba: "... certo non saremo più alla testa, ci metteranno alla coda…", e noi aggiungiamo, vi manderanno a casa, la maggior parte chiederanno l'elemosina per le strade di Napoli, altri torneranno al paesello a lavorare nei campi, i più fortunati, e altri ancora entreranno nelle bande dei briganti o pentiti riprenderanno le armi per combattere i piemontesi e sperare nel ritorno di Francesco II. "...Noi abbiam veduto la banda garibaldina, la cui posizione, probabilmente, non era regolare, andare, di porta in porta, suonando l'inno patriottico, che sarà la marsigliese dell'Italia, e domandando l'elemosina per mangiare…".

lunedì 16 gennaio 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 16 gennaio.
Il 16 gennaio 1860 Giuseppe Garibaldi sposa, e immediatamente dopo ripudia, Giuseppina Raimondi.
Dopo la morte dell’adorata Anita che gli aveva dato quattro figli, la vita sentimentale dell’eroe dei due mondi fu ancora molto movimentata. Garibaldi infatti si sposò altre due volte: la seconda moglie fu la comasca Contessina Giuseppina Raimondi e, di fatto, questo matrimonio durò solo un giorno, anzi molto di meno. Il rito fu celebrato a Fino Mornasco nella Cappella di villa Raimondi – Tagliaferri. All’epoca l’eroe aveva 52 anni e la contessina appena 19, si frequentavano da un anno. Ma appena dopo la celebrazione del matrimonio, qualcuno si avvicinò a Garibaldi e gli sussurrò qualcosa all’orecchio ( o gli passò un bigliettino). Fatto sta che il Garibaldi strattonò in malo modo la novella sposa e immediatamente la ripudiò. Montò a cavallo e il matrimonio appena celebrato si concluse nel giro di pochi istanti. Sembra che la contessina fosse già incinta di un certo Luigi Cairoli e addirittura certi maligni dell’epoca ipotizzarono che la giovane, figlia illegittima del Marchese Raimondi portasse in grembo il frutto di un incestuoso rapporto con suo padre. Nonostante l’immediato ripudio, Garibaldi dovette aspettare ben 19 anni prima di avere l’annullamento di questo matrimonio e poter quindi regolarizzare il suo rapporto con Francesca Amorosino, sua compagna da tempo e che gli aveva già dato altri tre figli. Sembra che Garibaldi volesse annullare a tutti i costi il matrimonio arrivando ad affermare, come testimoniano alcune lettere , di essere pronto a diventare protestante, turco o altro.
Fatto sta che la contessina dopo il triste evento, visse una vita molto ritirata a Moltrasio, paese sulla sponda occidentale del ramo di Como, in una casetta di proprietà della famiglia chiamata “il Casino” e probabilmente prima usata per la caccia. La Raimondi a Moltrasio era ammirata dagli abitanti del luogo per la leggiadria del suo corpo e le lunghe vesti di seta. Non ci fu mai conferma della gravidanza perché non si è mai saputo di un figlio partorito dalla contessina. Si è anche ipotizzato che la maldicenza fosse partita addirittura da Cavour che voleva evitare distrazioni a Garibaldi richiamandolo agli impegni militari. Se quel matrimonio avrebbe potuto cambiare il corso della storia non lo sapremo mai, fatto sta che l’eroe dopo quell’evento guidò la spedizione dei mille. Chi ne uscì con il nome infangato è la povera contessina Raimondi la cui figura a distanza di due secoli viene riabilitata come una donna forte che ha saputo tenere testa all’eroe dei due mondi e che quando venne ripudiata fece la seguente affermazione: “credevo d’essermi affidata ad un eroe e non siete che un soldato brutale”.

domenica 21 agosto 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 21 agosto.
Il 21 agosto 1860 ebbe luogo la cosiddetta "battaglia di Piazza Duomo", nella quale Garibaldi conquistò Reggio Calabria durante l'impresa dei 1000.
L’importanza che, per il buon andamento dell’impresa garibaldina, ebbe la conquista di Reggio, è ricordata da Garibaldi stesso nelle sue memorie. Determinante fu infatti da un punto di vista strategico, fiaccò nello spirito la difesa borbonica e fu di buon auspicio per l’altra fondamentale vittoria di Soveria Mannelli.
Essendo previsto dai borbonici lo sbarco a Reggio dei garibaldini, reduci dalla gloriose giornate siciliane di Calatafimi, Palermo e Milazzo, Garibaldi scelse di giocare d’astuzia optando per una traversata più lunga dello Stretto e attraccando sulle spiagge di Melito nella mattina del 19. Le imbarcazioni battevano bandiera statunitense col chiaro intento di non destare sospetti. A questo punto si registrò un tentativo di difesa da parte delle truppe borboniche, accorse, seppur tardivamente, in difesa di quel tratto di costa. Lo scontro causò l’incendio di una delle navi utilizzate per lo sbarco, la Torino, nonché la perdita di alcuni tra i garibaldini appena sbarcati.
Il Comune di Melito Porto Salvo sta cercando i fondi per effettuare il ripescaggio del legno affondato, attualmente visibile a occhio nudo sui fondali; operazione che porterà nuovi reperti al Museo e Sacrario garibaldino, inaugurato nel 2010.
Completato lo sbarco le colonne garibaldine iniziarono il lento avvicinamento verso Reggio, sostando nella giornata successiva presso l’abitato di Pellaro. La sera del 20, dopo aver preso contatto con il suo ufficiale Giuseppe Missori e il patriota calabrese Benedetto Musolino, artefici dodici giorni prima di un fallito tentativo di impossessarsi del forte dell’Altafiumara, ed in conseguenza di ciò rifugiatisi in Aspromonte con l’intento di aspettare che i garibaldini giungessero dalla Sicilia, Garibaldi ed il neo promosso Maggiore Generale Bixio, decisero di muovere alla volta di Reggio.
Dal territorio di Ravagnese si passò al rione Modena, dove le truppe si separarono in due colonne: una tenuta ad entrare dal confinante rione S. Giorgio Extra, l’altra dal rione Crocefisso. Quest’ultima, giunta in prossimità di Porta San Filippo, antico accesso alla città da sud, trovò le sentinelle borboniche chiedere loro la parola d’ordine. Le Camicie Rosse risposero sprezzanti “Viva Garibaldi”, quelle regie fecero fuoco inneggiando a Re Francesco II. Dopo l’episodio sulla spiaggia di Melito questo secondo scontro a fuoco preannunciava il finale resoconto, allorché le truppe regie si asserragliarono nei pressi del Duomo per l’ultima resistenza. A presidio della città era posto il 14° Reggimento comandato dal Colonnello Dusmet, che in un primo momento ricevette ordine di schierarsi in prossimità del torrente Calopinace per poi disporsi, come si accennava, nella zona della Cattedrale.
Molto si è detto sulla presunta incapacità degli alti comandi borbonici circa i fatti di Reggio: manifesta disorganizzazione, accuse di tradimento o voluto atteggiamento “soft” nei confronti di una difesa in cui alcuni ufficiali non credevano abbastanza? E’ indubbio che vi furono dei valorosi tra i soldati borbonici come tra i garibaldini, uomini, prima che militari, che in buona fede abbracciarono le armi per senso del dovere e appartenenza.
E’ buio pesto, si combatte tra i vicoli antistanti la cattedrale e nella stessa piazza, in un clima di incertezza che riguarda i movimenti stessi da compiersi. Bixio, che guida il contingente garibaldino è ferito, forse da fuoco amico, al braccio sinistro. Si verifica la morte sul campo del Colonnello Dusmet, il Reggimento viene così affidato al Tenente Zattera.
La battaglia si protrae fino al mattino. Alte furono le perdite da una parte e dall’altra, in una battaglia che vide lo scontro corpo a corpo fin su i gradoni del Duomo. L’accerchiamento della piazza ad opera di Bixio e dei suoi uomini comportò il ritirarsi delle restanti truppe borboniche in direzione del castello dove avvenne la capitolazione delle forze regie. Nel frattempo Garibaldi si ricongiunge coi patrioti rifugiatisi sull’Aspromonte.
Era il pomeriggio del 21 agosto, Reggio, ormai conquistata, segnava la strada da seguire per quella che fu la cavalcata di unificazione del territorio nazionale.
La battaglia è ricordata a Reggio con la Via XXI agosto.

venerdì 12 agosto 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 12 agosto.
Il 12 agosto 1801 nasce a Cento di Ferrara Ugo Bassi.
Giuseppe (Ugo) Bassi, gracile alla nascita, i genitori lo fecero battezzare subito. Crebbe a Bologna. Il padre era doganiere pontificio e la madre cameriera. La città gli ha dedicato la strada del centro, che dalle 2 torri costeggia il  Municipio. D’animo sensibile e temperamento energico è adolescente durante l'occupazione napoleonica. Attento alle idee di libertà e di patria, nel 1815 chiese di essere arruolato nell'esercito di Gioacchino Murat, ma fu scartato per gracilità. Nel 1816 entra nel Collegio Barnabita di S. Lucia. Ricevette un’istruzione classica e maturò una profonda vocazione religiosa. Il babbo cercò di ostacolarlo, ma Ugo volle indossare l'abito Barnabita. Ebbe una memoria prodigiosa ma, senza attività fisica, la sua salute diventò presto cagionevole. Per questo i Barnabiti lo destinarono all’insegnamento. Suonò magistralmente il cembalo, la chitarra e  il violino; inoltre scrisse,  disegnò e dipinse con passione.
Abile predicatore, Bassi conosceva l’arte di parlare in pubblico. Conquistò subito l’attenzione degli altri per la signorilità dei modi, la buona conversazione, le sue idee e la generosità. Le prediche duravano almeno 2 ore. Citava date e nomi con estrema precisione. Entusiasmava i giovani, ma suscitava perplessità negli anziani per lo sfoggio di cultura profana. Venne acclamato e richiesto in importanti  cattedrali del paese: S. Carlo a Roma, S. Felice di Milano, S. Petronio a Bologna, Palermo (dove si prodigò a sostegno dei colpiti dal colera), Venezia, Trapani, Messina, Livorno, Ancona, ma anche a Cesena, Faenza, Lugo. Tuttavia le sue denuncie aperte dei mali della società lo portarono a scontrarsi con le gerarchie. Sue prese di posizioni vennero ritenute offensive per il governo papale. Nel 1848  si arruolò ad Ancona al seguito del generale Andrea Ferrari. Iniziò una attività di propaganda per arruolare volontari e raccogliere fondi.  A Treviso rimase ferito in battaglia. Ugo Bassi provò delusione e sconforto quando PIO IX rinunciò ad impegnare il Vaticano alla causa dell’indipendenza dell’Italia.
Il 4 marzo 1849, Bassi  è a Roma. Viene nominato cappellano della legione di Garibaldi. Scriverà di questo incontro: "...Garibaldi è l'eroe più degno di poema, che io sperassi in vita mia di vedere. Le nostre anime si sono congiunte come se fossero state sorelle in cielo prima di trovarsi nelle vie della terra". Bassi conquistò l'animo dei soldati dividendo con loro la giornata. Incurante di sè, era sempre pronto a rincuorare gli altri. A Roma, Bassi, partecipò al vittorioso combattimento contro i francesi a porta S. Pancrazio. Operò con fervore e dedizione negli ospedali e in prima linea. Il giorno 30  marzo i francesi assalirono le mura di Roma con tutta la potenza della loro artiglieria. La sera partì da Roma con la legione dei volontari garibaldini. Con abilità e fortuna Garibaldi riuscì ad eludere gli inseguitori. L'odissea della legione garibaldina durò un mese fino ai piedi di S. Marino. Da ogni parte erano inseguiti da truppe nemiche. Erano laceri, affamati, demoralizzati. Ugo Bassi venne prima mandato a parlamentare col reggente sammarinese per ottenere viveri e il permesso di passare per il territorio della Repubblica. Garibaldi, poi, vistosi senza alternative diede ordine di entrare. Ugo Bassi assistette i feriti nel convento dei Cappuccini. Con 250 uomini, tra cui Ciceruacchio e i suoi figli, Garibaldi sgusciò via fra le maglie dell'accerchiamento. Si diressero verso il mare. All’alba il generale austriaco Hahne si accorse di essere stato giocato e inseguì i fuggiaschi. A Gatteo, Ugo Bassi, ebbe l’opportunità di mettersi in salvo da un amico, ma preferì restare al fianco del generale.
Nella notte fra l’1 e il 2 agosto, i garibaldini giunsero a Cesenatico. Qui sette soldati croati di guardia al porto vennero arrestati da Ugo Bassi e da Anita Garibaldi. Venne impedito alle autorità di mettersi in moto e requisiti 13 bragozzi con equipaggio compreso. Alle tre di notte i legionari cominciarono a imbarcarsi. Alle sei salparono per Venezia insorta. Garibaldi volle che Ugo Bassi salisse nella sua stessa barca, dove erano anche Anita e  Cíceruacchio con i figli. Nelle vicinanze di Goro vennero intercettati da una goletta e un  brick austriaci. Cinque bragozzi approdarono fra Magnavacca e Volano. Accanto a Garibaldi e ad Anita morente rimasero Ugo Bassi, Giovanni Livraghi e G.B. Culiolo, detto Leggero. Ma il gruppo era troppo numeroso. Dava nell'occhio. Ugo Bassi e il Livraghi si diressero verso Comacchio. Alle 11 giunsero all'osteria della Lenza. Ugo Bassi venne scambiato per Garibaldi, e si sparge la voce. Qualcuno gli consigliò di abbandonare l'osteria. In città c’erano troppi soldati. Lo stesso chiese Livraghi, ma il Bassi non ascoltò. Accettò solo di trasferirsi all'osteria della Luna per consumare un frugale pasto. Questi ritardi favorirono la gendarmeria che li arrestò alle 11,45. La curia di Comacchio, informata dell'accaduto, si presentò subito al comando austriaco e chiese il rilascio del Barnabita, protetto dal diritto canonico. Ma i poteri erano tutti in mano al generale Gorzkowski governatore di Bologna.
Nel pomeriggio del giorno 5 agosto i due prigionieri vennero trasferiti a Bologna. Le due vetture procedettero sotto la scorta di 50 soldati austriaci, giunti da Ravenna. La sera del 7 agosto, a Bologna, i due vennero rinchiusi a Villa Spada, sede del generale Gorzkowski. La notizia dell'arrivo di Bassi e Livraghi si sparge per la città in un baleno. Gli venne concesso un incontro con la sorella Carlotta. Subito dopo con  Livraghi venne condotto alle carceri della Carità, per attendere la sentenza. Non vi fu alcun "processo", neppure sommario. Il generale Gorzkowski volle ammonire con un "esempio" la popolazione a non far nulla in favore del "bandito" Garibaldi, di cui si erano perse le tracce. Accusò Ugo Bassi di detenzione d'armi e il Livraghi, suddito austriaco, di diserzione e ordinò l’immediata fucilazione dei prigionieri. La Curia o i Barnabiti non dovevano avere il tempo per fare pressioni e salvare la vita ai due.
La mattina del giorno 8 agosto a Villa Spada, due sacerdoti ebbero il compito assistere i condannati prima della  fucilazione. Un ufficiale lesse loro il decreto di condanna a morte. Ugo Bassi era preparato. Conosceva la legge marziale e non si aspettava clemenza da Gorzkowski. Tuttavia protestò fieramente la propria innocenza: "Aveva assistito i morenti sul campo, non aveva mai negato il soccorso neppure ai nemici, non era armato, come non lo era il suo compagno, non era reo ...”  Incatenati ai polsi, furono fatti salire coi due sacerdoti su un carro militare e condotti in una via della Certosa. Vicino agli archi 66-67 dovettero scendere. Ugo Bassi salutò il compagno che doveva essere fucilato per primo: "Fra poco saremo congiunti", disse. Volle che fosse un sacerdote a bendarlo. Prese a recitare: "Ave Maria"... ma una fucilata troncò l'ultima parola. Fu sepolto senza bara, in una fossa insieme al Livraghi. Nei giorni successivi gruppi di bolognesi si recarono sulla tomba, la coprirono di fiori e ne tolsero zolle di terra per ricordo. Per impedire ai bolognesi di manifestare i loro sentimenti di amore e di devozione al martire, nella notte fra il 18 e il 19 agosto i due corpi vennero esumati e occultati nell'interno del cimitero della Certosa. Soltanto nell'agosto del 1859 i parenti ottennero che le ossa di Ugo Bassi fossero collocate nella tomba di famiglia accanto ai genitori.                

domenica 15 maggio 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 15 maggio.
All'alba del 15 maggio 1860, Calatafimi si preparava a diventare il punto nevralgico della battaglia tra i mille di Garibaldi e le truppe borboniche comandate da Francesco Landi.  Garibaldi e i suoi volontari siciliani vi si dirigevano da sud, dopo essersi lasciati Salemi alle spalle; le colonne borboniche, invece, si muovevano da Alcamo, dopo aver trascorso interi giorni in attesa di una svolta agli eventi; adesso, stanco di aspettare, il Landi aveva deciso di muovere finalmente contro l'esercito garibaldino: la «settantenne reliquia, ansimava e sbuffava seguendo il battaglione in una pesante carrozza e impiegando sei giorni per fare trenta miglia».
Durante quella lenta marcia, il generale aveva però stabilito di inviare i suoi reparti in perlustrazione del territorio, così aveva spedito a raggiera tre colonne in ricognizione. La prima, composta da 6 compagnie di Cacciatori, un plotone di Cavalleria e 4 cannoni verso Salemi, al comando del maggiore Sforza; la seconda, formata da una compagnia di Carabinieri e una di Fanti, lanciata verso sud; la terza - si trattava di 2 compagnie di Carabinieri e mezzo plotone di Cavalleria - verso est. Tutte le altre forze erano state lasciate di riserva.
La marcia della colonna diretta da Sforza si era da subito rivelata estremamente difficile: le salite erano ripide e scoscese, e il sole così forte da annebbiare la vista dei suoi uomini. Per questo, giunti in prossimità di Pianto dei Romani, poco fuori dalla cittadina di Calatafimi, i soldati non si erano accorti immediatamente della bandiera tricolore che sventolava, quasi insolente, nell'altipiano che si stagliava dinanzi ai loro occhi. Dopo essersi faticosamente arrampicati su un'altura, e dopo che la foschia si era un po' diradata, lo spettacolo che si era presentato era stato minaccioso e maestoso al tempo stesso: i volontari garibaldini e le squadre siciliane accorse in loro aiuto erano schierati proprio dinanzi ai loro occhi, a pochi passi da loro: al centro, la vetta più alta, il monte Pietralunga, era un'immensa parete tinta di rosso. Lì stavano arroccati i Mille, e al loro fianco Garibaldi col suo Capo di Stato Maggiore, intenti a scrutare il paesaggio; le squadre di insorti dell'isola si erano asserragliate invece ai loro lati, sui due poggi che proteggevano i fianchi del promontorio. Le due truppe nemiche erano separate solo dal largo avvallamento che si incuneava placido tra i rilievi. Per alcuni interminabili istanti, quei due contingenti si erano limitati a scrutarsi minacciosi, senza che nessuno si decidesse a fare il primo passo. Intorno a Mezzogiorno, erano stati poi i reparti d'assalto di Sforza a rompere gli indugi: le compagnie si erano sparpagliate, 2 avanti in ordine sparso e 4 dietro a rincalzo; il battaglione era sceso a valle e da lì aveva aperto il fuoco, provando intanto a risalire il monte Pietralunga. La risposta non si era fatta attendere: dai carabinieri di Genova era partito un fuoco altrettanto preciso e serrato del primo, mentre Garibaldi ordinava ai suoi uomini di scendere alla baionetta. L'esercito borbonico, allora, era stato costretto a retrocedere precipitosamente, pressato dai rivoluzionari, e il combattimento si era trasformato in un serrato corpo a corpo che incalzava a tratti, per poi trovare un fuggevole riparo nei muretti a secco delle coltivazioni a terrazzi, che permettevano agli attaccanti di prendere fiato e di riordinarsi.
Qualche ora più tardi, la linea di combattimento si era estesa anche ai lati del colle, col battaglione di Bixio a sinistra e quello di Carini a destra, capeggiato dallo stesso Garibaldi. Il caldo era quasi insopportabile, il morale di entrambi gli schieramenti instabile, pronto a sfociare in infuocati entusiasmi o nella più nera disperazione. Con un risoluzione repentina, erano i Mille a sferrare l'ultimo attacco alla baionetta, accolto dal fuoco dei napoletani: il portabandiera in camicia rossa, Schiaffino, cadeva sotto questo fuoco, e il tricolore in mani borboniche. Anche Garibaldi era ferito al volto, dai sassi che alcuni avversari avevano iniziato a scagliare, in preda alla confusione. Era allora che Sforza ordinava la ritirata precipitosa, alla volta di Calatafimi, durante la quale uno dei cannoni veniva sequestrato dai garibaldini.
Landi avrebbe potuto rafforzare la sua posizione in città, in attesa di rinforzi ma, disse «giudicai prudente sloggiare da Calatafimi la sera stessa del 15, facendo la mia ritirata sopra Alcamo, pria che venissero tagliati i passi e darmi al vincitore».
Più di uno sbaglio era stato compiuto, e quel coacervo di errori aveva finito per essere una miscela letale alle sorti di quella battaglia. Calatafimi, tuttavia, era anche il simbolo delle tare strutturali dell'esercito borbonico, poco adeguato all'azione sul campo e vittima di una fatale sottovalutazione dell'avversario. A causa di ciò, le forze schierate contro gli insorti erano state private dei 6 battaglioni principali della compagnia, che erano rimaste in riserva, ad attendere un segnale d'azione, che tuttavia non era arrivato. A segnare le sorti dello scontro c'era poi l'assillo per la concentrazione di forze a Palermo, che aveva portato Landi a riunire la colonna a Calatafimi, confessando che «la ritirata è la migliore delle vittorie!».
A notte fonda, le sue truppe giungevano così ad Alcamo e lì, ancora una volta, il generale decideva di non sfruttare l'ottima posizione logistica del paese, preferendo riprendere l'estenuante marcia verso Partinico. Non immaginava, probabilmente, che ad accoglierlo sarebbe stato il fuoco dei ribelli, e che avrebbe dovuto aprirsi il passo combattendo strenuamente e dando alle fiamme numerose abitazioni. Solo dopo ore riusciva a dirigersi verso Montelepre, e a superare un nuovo attacco prima di riprendere la strada che avrebbe dovuto portarlo all'unica meta, ossessivamente agognata: Palermo. Vi entrava, infine, la mattina del 17, con una truppa stremata dai 100 km di cammino in due giorni, e per di più ferita, affamata, in preda al più completo disordine. Intanto, la notizia della sconfitta iniziava a diffondersi per l'isola, poi più oltre, fino a Napoli. Francesco II non riusciva a persuadersi di come 20.000 uomini bene armati e ben riforniti avessero potuto cedere il passo a uno sparuto gruppo di ribelli, e continuava ad inviare rinforzi, armi, munizioni e viveri, oltre a feroci telegrammi in cui incitava i suoi all'attacco. Ma le risposte che gli venivano dal nuovo comandante in capo, il generale Lanza, che aveva sostituito Castelcicala, non erano affatto confortanti: «la colonna del generale Landi è rientrata in Palermo nella scorsa notte, dopo aver combattuto a Calatafimi coi filibustieri e con molte squadre [?]. Tale colonna ha dovuto ritirarsi per difetto di viveri [?]. Palermo è repressa dalla forza, ma aspetta il momento per insorgere».
Anche il nuovo comandante, come il suo predecessore, preferiva continuare a tergiversare, ostinandosi nell'idea di concentrare tutte le truppe a Palermo e solo il 21 inviava 4.000 uomini agli ordini del colonnello svizzero Von Mechel per sbaragliare gli insorti. In quella situazione di emergenza assoluta, la dirigenza militare borbonica mostrava i segni della sua stonata polifonia di comandi: ordini e contrordini inutili e inconcludenti continuavano a rimbalzare, impazziti, da un'autorità all'altra.
Intanto Garibaldi, con 1.500 uomini, era già sull'altipiano di Renda e minacciava da vicino la capitale.

mercoledì 9 febbraio 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 9 febbraio.
Il 9 febbraio 1849, dopo la fuga di Papa Pio IX, viene proclamata a Roma la Repubblica Romana.
Nel novembre del 1848 l’eco dei grandi avvenimenti che avevano caratterizzato la “Primavera dei popoli” si andava spegnendo. L’armata sabauda, sconfitta, aveva accettato l’armistizio di Salasco e la tregua con gli austriaci.
Radetzky, il comandante asburgico, aveva ripreso Milano. Venezia, guidata da Manin e Tommaseo e difesa dal generale borbonico (ed ex murattiano) Guglielmo Pepe, resisteva ma era sempre più sfibrata.
A Roma gli eventi del 1848 avevano rese manifeste le ambiguità nutrite nei due anni precedenti, a partire dall’elezione di Pio IX. Il papa, dopo aver inizialmente appoggiato le istanze patriottiche che si levavano anche dai suoi possedimenti, si era ritirato dalla guerra contro l’Austria. La delusione di molti patrioti fu cocente.
La situazione in città si era fatta tesa e quando, in novembre, il ministro Pellegrino Rossi venne assassinato, il pontefice ebbe la dimostrazione di non poter più controllare Roma e si rifugiò, sotto la protezione di re Ferdinando II, nella fortezza di Gaeta.
Roma era senza il papa, a Roma serviva un governo. Vennero allora indette elezioni per l’Assemblea costituente, che si tennero nel gennaio del 1849. Tra gli eletti figuravano i nomi illustri, tra gli altri, di Giuseppe Mazzini e di Giuseppe Garibaldi. Il primo atto dell’Assemblea fu l’emanazione di un decreto nel quale si dichiarava decaduto il potere temporale dei pontefici, nonostante al papa venissero assicurate «tutte le guarentigie necessarie per l’indipendenza nell’esercizio della sua potestà spirituale». Era nata la Repubblica romana.
Intanto la situazione in Italia e in Europa evidenziava un netto riflusso dell’ondata rivoluzionaria. L’esercito borbonico poneva fine, in maggio, all’esperienza indipendentista siciliana. Poco prima Carlo Alberto, a Novara, aveva subito una sconfitta che aveva chiuso definitivamente la partita della Prima guerra d’indipendenza, costringendolo all’esilio in Portogallo. Gli austriaci liquidavano la ribellione lombarda soffocando nel sangue gli ultimi focolai di rivolta, come avvenne a Brescia. A Firenze Leopoldo II riprese il controllo del Granducato, aiutato dalle armi austriache. Resisteva soltanto Venezia.
Il papa, da Gaeta, aveva nel frattempo inviato un accorato appello alle potenze cattoliche affinché, per mezzo dei loro eserciti, lo reinsediassero nei suoi domini legittimi. All’appello risposero l’Austria, la Spagna, il Regno delle Due Sicilie e, soprattutto, la Francia repubblicana di Luigi Napoleone Bonaparte. In tempi diversi gli eserciti delle quattro potenze invasero i territori dello Stato romano. A difendere la Repubblica erano intanto accorsi migliaia di volontari, mentre il governo era stato affidato a un triumvirato plenipotenziario composto da Aurelio Saffi, Carlo Armellini e Giuseppe Mazzini.
La resistenza che la Repubblica seppe opporre agli invasori fu molto più tenace di quanto questi si aspettassero. Il 30 aprile le truppe francesi del generale Oudinot vennero messe in rotta, a Porta San Pancrazio, da un’azione guidata da Garibaldi.
L’esercito repubblicano incontrò in battaglia i nemici in altre occasioni (battaglie di Palestrina, Terracina) e, mentre l’Austria si impossessava delle Legazioni emiliano-romagnole, gli spagnoli penetravano in Umbria e i napoletani erano costretti al ritiro, i francesi, dopo la sconfitta di aprile, decisero, infine, di dare il colpo di grazia alla Repubblica.
Con un corpo di spedizione che poteva contare su circa 30.000 effettivi, in giugno Oudinot mosse contro Roma. L’assedio durò circa un mese. Infine, persa dalle truppe comandate da Garibaldi anche l’ultima battaglia combattuta sul Gianicolo, la Repubblica si arrese. Per una ferita riportata in questa battaglia morì Goffredo Mameli, l’autore del Canto degli Italiani, l’attuale inno nazionale. I capi della Repubblica si dispersero. Garibaldi, alla guida di uno sparuto gruppo di insorti, tentò, invano, di raggiungere Venezia che ancora resisteva. Nella affannosa marcia verso la laguna veneta la sua compagna, Anita, trovò la morte nei pressi di Ravenna.

venerdì 26 marzo 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 26 marzo.
Il 26 marzo 1842 Giuseppe Garibaldi sposa a Montevideo Anita.
Anita Garibaldi (il cui vero nome completo è Ana Maria de Jesus Ribeiro da Silva) nasce il 30 agosto 1821 a Morrinhos, nello Stato brasiliano di Santa Catarina. Il padre è il mandriano Bento Ribeiro da Silva, la madre è Maria Antonia de Jesus Antunes. I genitori hanno dieci figli e Ana Maria è la terzogenita. Riceve un'istruzione elementare, è molto acuta e intelligente. Il padre Bento muore presto così come tre dei suoi fratelli, per cui la madre Maria Antonia deve occuparsi della famiglia molto numerosa, che è precipitata in una situazione di estrema indigenza, da sola. Le figlie maggiori si sposano in giovane età.
Ana sposa Manuel Giuseppe Duarte alla giovane età di quattordici anni nella città brasiliana di Laguna. Il marito svolge più professioni, il calzolaio, il pescatore, avendo degli ideali conservatori. Nel 1839 Giuseppe Garibaldi giunge nella città di Laguna con l'obiettivo di conquistarla in modo tale da fondare la Repubblica Juliana. Si è rifugiato nell'America meridionale, poiché condannato a morte in Italia per avere partecipato ai moti risorgimentali e per essersi iscritto all'organizzazione di Giuseppe Mazzini, la Giovine Italia.
Nel momento in cui giunge in Brasile, lo Stato di Santa Catarina vuole rendersi indipendente dal governo centrale brasiliano guidato dall'imperatore Pedro I. In Brasile la situazione politica quindi non è cambiata rispetto all'epoca coloniale. Dopo essere arrivato nella città, nel mese di luglio, la sera stessa Garibaldi conosce Ana, rimanendo molto affascinato dalla sua bellezza e dal suo carattere. Presto deve lasciare la città di Laguna e Ana, dopo avere abbandonato il marito, decide di partire con lui, seguendolo nelle sue avventure.
Combatte accanto al compagno Giuseppe e ai suoi uomini, difendendo le armi in occasione delle battaglie via terra e via mare. Nel 1840 partecipa con gli uomini di Garibaldi alla battaglia di Curitibanos, in Brasile, contro l'esercito imperiale. In quest'occasione diventa prigioniera delle Forze nemiche. Crede però che il compagno sia morto in battaglia, per cui chiede ai suoi nemici di poter cercare nel campo di battaglia le spoglie dell'uomo.
Non trovando il cadavere, riesce con grande astuzia a fuggire a cavallo per poi ritrovare Giuseppe Garibaldi nella fazenda di San Simon, vicino al Rio Grande do Sul. Nel momento in cui scappa a cavallo tra l'altro è incinta di sette mesi. A Mostardas, vicino a San Simon, il 16 settembre dello stesso anno nasce il loro primo figlio che viene chiamato Menotti per ricordare l'eroe italiano Ciro Menotti. Dodici giorni dopo la nascita del figlio, Ana detta Anita, riesce a salvarsi nuovamente dal tentativo di cattura da parte delle truppe imperiali che hanno circondato la sua casa. Fortunatamente riesce nuovamente a fuggire a cavallo con in braccio il piccolo Menotti.
Dopo quattro giorni passati nel bosco, viene ritrovata insieme al figlio da Garibaldi e i suoi uomini. La famiglia Garibaldi vive momenti difficili anche dal punto di vista economico, poiché Giuseppe rifiuta i soldi che gli vengono offerti dalle persone che sta aiutando. L'anno dopo i due coniugi lasciano il Brasile, ancora colpito dalla guerra, per trasferirsi a Montevideo, in Uruguay.
Nella città la famiglia prende una casa in affitto. In quegli anni hanno altri tre figli: Rosita che muore alla tenera età di due anni, Teresita e Ricciotti. Nel 1842 la donna e Garibaldi si sposano a Montevideo.
Cinque anni dopo Anita, insieme ai piccoli, segue il compagno in Italia. A Nizza i due sono accolti dalla mamma di Giuseppe, Rosa. In Italia diventa la moglie del Generale Giuseppe Garibaldi, che deve guidare il Paese verso un sogno, l'Unità nazionale. Nonostante le difficoltà ad adattarsi al nuovo contesto sociale, per amore del marito soffre in silenzio, mostrando sempre un atteggiamento garbato e cordiale. Quattro mesi dopo l'arrivo in Italia, Giuseppe Garibaldi deve partire alla volta di Milano in occasione dello scoppio dei moti risorgimentali ("Le Cinque giornate di Milano"). Nel 1849 è nominato deputato della Repubblica Romana che è guidata da Giuseppe Mazzini, Aurelio Saffi e Carlo Armellini.
Anita, in quest'occasione, lascia Nizza per partire verso Roma, avendo l'obiettivo di vedere il marito con cui condivide gli stessi ideali rivoluzionari. Quindi torna sul terreno di battaglia molto presto, perché il Papa Pio IX, avendo il sostegno degli eserciti spagnolo, borbonico e francese, mira alla riconquista di Roma.
I garibaldini tentano di difendere eroicamente Roma con tutte le loro forze, ma la superiorità degli eserciti che aiutano il Papa è devastante. La Repubblica Romana cade in mano nemica dopo quattro settimane dalla sua nascita.
Anita in quel momento si trova al fianco del marito e, dopo essersi tagliata i capelli e vestita da uomo, decide di combattere insieme a lui. I garibaldini hanno come obiettivo quello di lasciare Roma e di raggiungere la Repubblica di Venezia fondata da Mazzini. Il generale italiano e sua moglie attraversano con i loro uomini l'area appenninica, trovando sempre l'aiuto delle popolazioni locali.
Durante il viaggio la donna contrae la malaria e nonostante potesse essere anche aiutata dalle popolazioni che le offrono la loro ospitalità, è decisa a continuare il viaggio. I due coniugi e gli altri volontari arrivano a Cesenatico, si imbarcano, ma al loro arrivo a Grado trovano una situazione difficile, poiché iniziano dei cannoneggiamenti.
Dopo essere arrivati a Magnavacca, continuano il tragitto a piedi aiutati sempre dalla gente del posto. Dopo tanta fatica, giungono a Mandriole, dove vengono ospitati da Stefano Ravaglia, un fattore. Dopo essere stata stesa su un letto, Anita Garibaldi muore a causa della malaria il 4 agosto 1849.
Il corpo della donna viene sepolto dal Ravaglia nel campo chiamato Pastorara. Trovato pochi giorni dopo da tre piccoli pastori, è sepolto senza nome nel cimitero di Mandriole. Dopo dieci anni, Garibaldi si reca a Mandriole per avere le spoglie dell'amata moglie e portarle nel cimitero di Nizza.
Nel 1931 il corpo di Anita viene trasferito per volontà del governo italiano nel Gianicolo, a Roma. Accanto a questo è stato eretto in suo nome anche un monumento che la rappresenta a cavallo con il figlio in braccio.

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