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domenica 3 marzo 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 3 marzo.
Il 3 marzo 1931 gli Stati Uniti adottano "The Star Spangled Banner" come inno ufficiale della Nazione.
Il 13 settembre del 1814 il poeta e avvocato americano Francis Scott Key si trovava a bordo di una nave della marina militare inglese per negoziare uno scambio di prigionieri: da poco più di un paio d’anni Regno Unito e Stati Uniti si trovavano in guerra. La nave su cui si trovava Key faceva parte di una piccola flotta con cui gli inglesi avevano intenzione di occupare il porto di Baltimora, negli Stati Uniti. Per tutto il giorno e per gran parte della notte, Key osservò il bombardamento con cui le navi inglesi cercarono di costringere alla resa Fort McHenry, una delle fortezze che proteggevano l’ingresso al porto della città. Key rimase sveglio tutta la notte tra i lampi dei cannoni, lo schianto dei proiettili contro la fortezza e le scie infuocate dei razzi Congreve lanciati dalle navi inglesi contro la fortezza.
Nonostante il violento bombardamento, quando sorse l’alba sulle mura di Fort McHenry sventolava ancora la bandiera americana: un chiaro segno che i difensori non aveva intenzione di arrendersi. Gli inglesi si ritirarono e Key scrisse di getto un breve poemetto patriottico su quella bandiera che aveva visto sventolare. Lo fece mettere in musica dal fratello e la canzone che ne uscì divenne presto una delle più amate canzoni patriottiche del paese. Più di cento anni dopo quella canzone, “Star-spangled Banner”, (“La bandiera adorna di stelle”) è diventata l’inno ufficiale degli Stati Uniti d’America, mentre la protagonista della canzone, la bandiera che sventolava la mattina del 14 settembre dagli spalti di Fort McHenry (o quello che ne rimane), è ancora custodita in un museo di Washington.
Nessuno avrebbe potuto scrivere una canzone su una bandiera americana bombardata senza Napoleone Bonaparte. Nel 1812 Francia e Regno Unito erano in guerra più o meno ininterrottamente da una ventina d’anni, ma gli scontri tra i due paesi languivano. Napoleone aveva un grosso problema: mentre era stato piuttosto facile sconfiggere i suoi nemici nel continente europeo, il Regno Unito continuava a resistere, principalmente grazie al fatto che il canale della Manica lo separava dagli eserciti francesi. Per cercare di piegare la resistenza di quella che chiamava la “Perfida Albione”, cioè il Regno Unito, Napoleone impose il “blocco continentale”, cioè un embargo nei confronti delle merci inglesi da parte di tutti i paesi europei che controllava più o meno direttamente.
Fu una misura sostanzialmente inefficace che molti storici indicano come l’inizio della decadenza di Napoleone. Nondimeno, il governo inglese fu molto spaventato dalla misura e decise in risposta di effettuare un blocco navale nei confronti di tutte le merci dirette ai paesi che aderivano al blocco. Questo significava che le navi militari inglesi fermavano e sequestravano tutte le navi mercantili, anche quelle dei paesi neutrali, che trovavano in rotta per l’Europa. Molte di queste navi erano proprio americane. Il governo degli Stati Uniti protestò per quella che considerava una violazione delle leggi internazionali, ma il governo inglese continuò con le sue operazioni di blocco.
C’era anche un altro aspetto: una grande difficoltà nel reclutare marinai esperti per armare le grandi flotte dell’epoca. La marina inglese, in particolare, utilizzava un metodo piuttosto brutale per riempire i vuoti nell’organico. In tutti i porti del paese giravano delle bande di uomini armati e stipendiati dalla marina, le cosiddette “press gang“, che avevano il compito di reclutare marinai con le buone o con le cattive maniere. A volte facevano ubriacare i marinai della marina mercantile e mentre erano incoscienti gli facevano firmare un documento di arruolamento. Alla mattina, quando si svegliavano, si ritrovavano improvvisamente a bordo di una nave da guerra, sottoposti alla disciplina militare. Altre volte, i marinai venivano semplicemente picchiati fino a quando non accettavano l’arruolamento. Questa tecnica veniva utilizzata anche nei confronti delle navi mercantili americane fermate durante le operazioni di blocco. Di solito un ufficiale inglese saliva a bordo e “riconosceva” tra i marinai della nave alcuni cittadini inglesi o dei disertori della marina (che lo fossero davvero o meno non aveva molta importanza). Una volta “riconosciuti”, i marinai venivano arruolati a forza e caricati sulle navi inglesi.
Gli Stati Uniti protestarono per anni contro questa situazione e alla fine si decisero a dichiarare guerra al Regno Unito, la prima che dichiaravano da nazione indipendente. Gli scontri durarono due anni e mezzo e furono tutti piuttosto inconcludenti. La marina inglese si scontrò con quella americana, mentre gli eserciti degli Stati Uniti cercarono di invadere il Canada e quelli del Regno Unito compirono una serie di incursioni nel territorio americano. In una di queste incursioni, gli inglesi occuparono Washington e incendiarono la Casa Bianca. Verso la fine della guerra gli inglesi tentarono un’altra di queste operazioni: la conquista del porto di Baltimora, l’operazione a cui assistette Key. Non fu una grande battaglia: gli inglesi avevano ordini precisi di non cercare di occupare il forte con un assalto che sarebbe stato troppo sanguinoso. Quando dopo una notte di bombardamenti si resero conto che la guarnigione non aveva intenzione di arrendersi, rinunciarono alle operazioni.
Nell’epica americana il protagonista dello scontro fu la bandiera che per tutta la notte tra il 13 e il 14 settembre continuò a sventolare sotto le bombe e i razzi della flotta inglese (abbassare la bandiera era considerata un segno di resa, mentre riuscire ad abbatterla con un colpo preciso era considerato un segno di sfortuna per i difensori). La prima strofa del poema di Key descrive proprio la bandiera “adorna di stelle” (“star-spangled”) che sventola ancora la mattina del 14 settembre.
Oh, say can you see, by the dawn’s early light,
What so proudly we hailed at the twilight’s last gleaming?
Whose broad stripes and bright stars, through the perilous fight,
O’er the ramparts we watched, were so gallantly streaming?
And the rockets’ red glare, the bombs bursting in air,
Gave proof through the night that our flag was still there.
O say, does that star-spangled banner yet wave
O’er the land of the free and the home of the brave?
Di’, puoi vedere alle prime luci dell’alba
ciò che abbiamo salutato fieri all’ultimo raggio del crepuscolo?
Le cui larghe strisce e brillanti stelle, nella battaglia pericolosa,
sui bastioni che sorvegliavamo, sventolavano valorosamente?
E il bagliore rosso dei razzi e le bombe che esplodevano in aria
hanno dato prova, nella notte, che il nostro stendardo era ancora là.
Di’ dunque, sventola ancora la nostra bandiera adorna di stelle
sulla terra dei liberi e la patria dei coraggiosi?
In realtà, la mattina del 14 settembre la bandiera che per tutta la notte aveva sventolato sotto le cannonate era ridotta in pezzi (già prima del bombardamento era messa piuttosto male). In una pausa dei bombardamenti venne innalzata una nuova e gigantesca bandiera. Era alta nove metri e lunga dodici. Aveva 15 stelle che rappresentavano i quindici stati americani e quindici strisce che rappresentavano le tredici colonie originali più i due stati che si erano aggiunti nel frattempo, Vermont e Kentucky (la moderna bandiera americana ha tredici strisce per le tredici colonie originali e cinquanta stelle per i cinquanta stati).
Il Guardian ha raccontato la storia di questa seconda bandiera che è tuttora esposta allo Smithsonian Museum di Washington. Nonostante non abbia visto il peggio della battaglia (anche se alcuni tiratori scelti inglesi gli spararono contro nella mattina del 14 settembre), è ridotta piuttosto male. Per anni la bandiera venne custodita dalla famiglia del comandante di Fort McHenry. Ritagli della bandiera, compresa un’intera stella, vennero venduti o regalati come cimeli patriottici, mentre il tempo, l’incuria e gli insetti fecero il resto. Nonostante i restauri compiuti e i 17 pezzi riacquistati dallo Smithsonian, tuttora una buona parte della bandiera è sparita e probabilmente non sarà mai ritrovata.
Il poemetto di Key ebbe una fortuna maggiore. Il testo venne affidato pochi giorni dopo al fratellastro di Key che lo musicò sulla melodia di una canzoncina dell’epoca e già il 20 settembre i giornali di Baltimora stamparono la prima versione della canzone. Nonostante la guerra del 1812 si concluse con una sorta di sostanziale pareggio tra Stati Uniti e Regno Unito, il conflitto fu il primo ad essere combattuto dagli Stati Uniti come nazione indipendente e per questo rimase a lungo impresso nella memoria del paese. L’episodio di Fort McHenry, per quanto non fosse stato uno scontro particolarmente duro o cruento, divenne uno dei miti fondativi americani e la canzone che lo celebrava fu adottata dalla marina americana e poi dalla Casa Bianca come musica ufficiale per l’alzabandiera. Infine, nel 1931 un atto del presidente Herbert Hoover proclamò Star-Spangled Banner inno ufficiale degli Stati Uniti d’America.

mercoledì 12 ottobre 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 12 ottobre.
Il 12 ottobre 1946 l'Italia adotta l'Inno di Mameli come inno nazionale provvisorio.
Nell’autunno del 1847, Goffredo Mameli (morto a 22 anni nel 1849), forse a seguito di espressa richiesta di Giuseppe Mazzini, scrisse il testo de “Il Canto degli Italiani” (titolo originale di Fratelli d’Italia).
La richiesta rivolta a Mameli fu, probabilmente, quella di creare un Inno con la forza popolare della Marsigliese, ma con chiari richiami alla Massoneria e all’idea repubblicana, oltre che all’Italia unita. Da qui, il “figli della patria” francesi diventano i “fratelli d’Italia”.
Dopo aver scartato l’idea di adattarlo a musiche già esistenti, il 10 novembre lo inviò al maestro Michele Novaro, che scrisse di getto la musica, cosicché l’inno poté debuttare il 10 dicembre, quando sul piazzale del Santuario della Nostra Signora di Loreto a Oregina fu presentato, ai cittadini genovesi e a vari patrioti italiani, in occasione del centenario della cacciata degli austriaci suonato dalla Filarmonica Sestrese C. Corradi G. Secondo, allora banda municipale di Sestri Ponente “Casimiro Corradi”.
Era un momento di grande eccitazione: mancavano pochi mesi al celebre 1848, che era già nell’aria. Era stata abolita una legge che vietava assembramenti di più di dieci persone, così ben in 30.000 ascoltarono l’Inno e l’impararono.
Nel frattempo, Nino Bixio, sulle montagne, organizzava i falò della notte dell’Appennino.
Dopo pochi giorni, tutti conoscevano l’Inno, che veniva cantato senza sosta in ogni manifestazione (più o meno pacifica).
Durante le Cinque giornate di Milano, gli insorti lo intonavano a squarciagola: Il canto degli italiani era già diventato un simbolo del Risorgimento.
Gli inni patriottici come l’Inno di Mameli (sicuramente, fra tutti, il più importante) furono un grandioso strumento di propaganda degli ideali del Risorgimento e di incitamento all’insurrezione, che contribuì significativamente alla svolta storica che portò all’emanazione dello Statuto Albertino ed all’impegno del Re nel rischioso progetto di riunificazione nazionale.
Proprio perché il loro principale scopo era questo, in questi inni assumevano un’importanza prevalente i testi rispetto alla musica, che fondamentalmente doveva solo essere orecchiabile per favorirne la memorizzazione e, quindi, la diffusione delle parole. Per tali ragioni molti di questi inni sono solo delle semplici “marcette” (come “Fratelli d’Italia”), per cui il valore artistico e la qualità musicale diventano elementi secondari.
Quando l’Inno si diffuse, le autorità cercarono di vietarlo, considerandolo eversivo per via dell’ispirazione repubblicana e anti-monarchica del suo autore.
Visto il totale fallimento, tentarono di censurare almeno l’ultima parte, estremamente dura con gli Austriaci, al tempo ancora formalmente alleati: ma neppure in questo si ebbe successo.
Dopo la dichiarazione di guerra all’Austria, persino le bande militari lo suonarono senza posa, tanto che il Re fu costretto a ritirare ogni censura del testo, così come abrogò l’articolo dello Statuto Albertino secondo cui l’unica bandiera del regno doveva essere la coccarda azzurra, rinunciando agli inutili tentativi di reprimere l’uso del tricolore verde, bianco e rosso (sino ad allora, bandiera della Cispadania), anch’esso impostosi come simbolo patriottico dopo essere stato adottato clandestinamente, nel 1831, come simbolo della Giovine Italia di Mazzini.
In seguito, fu proprio intonando l’Inno di Mameli che Garibaldi, con i “Mille”, intraprese la conquista dell’Italia meridionale e la riunificazione nazionale.
Mameli era già morto da parecchio tempo, ma le parole del suo Inno, che invocava un’Italia unita, erano più vive che mai.
Anche l’ultima tappa di questo processo, la presa di Roma del 1870, fu accompagnata da cori che lo cantavano accompagnati dagli ottoni dei bersaglieri.
Anche più tardi, per tutta la fine dell’Ottocento e oltre, Fratelli d’Italia rimase molto popolare come in occasione della guerra libica del 1911/1912, che lo vide ancora una volta il più importante rappresentante di una nutrita serie di canti patriottici vecchi e nuovi.
Lo stesso accadde durante la prima guerra mondiale: l’irredentismo che la caratterizzava, l’obiettivo di completare la riunificazione, trovò facilmente ancora una volta un simbolo nel Canto degli italiani.
Una delle prime registrazioni del Canto degli italiani fu quella che fece, il 9 giugno 1915, il cantante lirico e di musica napoletana Giuseppe Godono.
L’etichetta per cui il brano venne inciso fu la Phonotype di Napoli.
Una seconda antica incisione, pervenuta ad oggi, è quella della Banda del Grammofono, registrata a Londra per la casa discografica His Master’s Voice (La Voce del Padrone), il 23 gennaio 1918.
Dopo la Marcia su Roma, assunsero grande importanza, oltre all’inno ufficiale del regno, che era sempre la Marcia Reale, i canti più prettamente fascisti, che, pur non essendo degli inni ufficiali, erano diffusi e pubblicizzati molto capillarmente.
I canti risorgimentali furono comunque incoraggiati, tranne quelli “sovversivi” di stampo anarchico o socialista, come l’Inno dei lavoratori o l’Internazionale, oltre a quelli di popoli stranieri non simpatizzanti col fascismo, come La Marsigliese.
Anche gli altri canti furono rinvigoriti, e a esempio La canzone del Piave veniva cantato nell’anniversario della vittoria, il 4 novembre.
Fu istituito il Sindacato Nazionale Fascista dei Musicisti, con ampie competenze a livello nazionale, da cui dipendeva il Fondo Nazionale di Assistenza, ed infine nacque la Corporazione dello Spettacolo, posta sotto la giurisdizione del Ministro delle Corporazioni.
Queste erano le principali strutture che governavano la vita musicale italiana. Il fascismo giunse a governare le attività di tutte le istituzioni musicali, dalle scuole ai conservatori, ai teatri, ai festival ed ai concorsi.
La politica fascista non modificò i programmi di istruzione scolastica e professionale dei musicisti. Spesso l’Inno di Mameli viene erroneamente indicato come l’Inno nazionale della Repubblica Sociale Italiana: invece, è documentata la mancanza di un inno nazionale ufficiale. Nelle cerimonie veniva cantato l’Inno di Mameli oppure Giovinezza.
Nella seconda guerra mondiale, indicibilmente più dura della prima, non ci fu lo spazio nemmeno per i canti che avevano invece caratterizzato la Grande Guerra, nascendo molto spesso dal basso.
Solo dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, l’Inno di Mameli e molti altri vecchi canti, assieme a quelli nuovi dei partigiani, risuonarono per tutta Italia (anche al Nord, dove erano trasmessi dalla radio), dando coraggio agli italiani.
In questo periodo di transizione, sapendo che la monarchia sarebbe stata messa in discussione e che la Marcia Reale sarebbe stata perciò provocatoria, il Governo adottò provvisoriamente come inno nazionale La canzone del Piave.
Nel 1945, dopo la fine della guerra, a Londra, Arturo Toscanini diresse l’esecuzione dell’Inno delle Nazioni, composto da Verdi e comprendente anche l’Inno di Mameli, che vide così riconosciuta l’importanza che gli spettava.
Il Consiglio dei Ministri, il 12 ottobre 1946, acconsentì all’uso provvisorio dell’Inno di Mameli come Inno nazionale, limitandosi così a non opporsi a quanto decretato dal popolo, anche se alcuni volevano confermare La canzone del Piave e altri avrebbero preferito il Va’ pensiero (celebre aria dall’opera lirica Nabucco) di Giuseppe Verdi.
Altri ancora avrebbero voluto bandire un concorso per trovare un nuovo inno che sottolineasse la natura repubblicana della nuova Italia: ciò forse non era necessario, perché Mameli e il suo Inno erano già accoratamente repubblicani (proprio per questo, come si è precedentemente detto, all’inizio erano stati banditi dal Regno sabaudo).
La Costituzione Italiana sancì l’uso del tricolore come bandiera nazionale, ma non stabilì quale sarebbe stato l’Inno e nemmeno il simbolo della Repubblica, che, essendo fallito il primo concorso dell’ottobre 1946, fu scelto solo con il decreto legislativo del 5 maggio 1948, in seguito a un secondo concorso cui parteciparono 197 loghi di 96 artisti e specialisti, dei quali risultò vincitore Paolo Paschetto, col suo noto emblema attualmente in uso.
Per molti decenni si è dibattuto a livello politico e parlamentare circa la necessità di rendere Fratelli d’Italia l’inno ufficiale della Repubblica Italiana, ma senza che si arrivasse mai all’approvazione di una legge o di una modifica costituzionale che sancisse lo stato di fatto, riconosciuto peraltro anche in tutte le sedi istituzionali.
Nel 2006 è stato discusso, nella Commissione Affari Costituzionali del Senato, un disegno di legge che prevede l’adozione di un disciplinare circa il testo, la musica e le modalità di esecuzione dell’inno Fratelli d’Italia.
Lo stesso anno, con la nuova legislatura, è stato presentato al Senato un disegno di legge costituzionale che prevede la modifica dell’art.12 della Costituzione Italiana con l’aggiunta del comma “L’inno della Repubblica è Fratelli d’Italia”.
Nel 2008, altre iniziative analoghe sono state adottate in sede parlamentare.
Fratelli d’Italia è stato spesso criticato, e spesso alcuni ne hanno ventilato la sostituzione, specie all’inizio degli anni novanta.
Le critiche si appuntano, in genere, sulla bassa qualità musicale dell’Inno, rilevandone un carattere di “marcetta” o “canzone da cortile” di poche pretese. Si obietta, tuttavia, che la funzione e gli scopi degli inni patriottici, popolari e di lotta, mal si conciliano, in genere, con un’elevata qualità artistica della melodia.
Molti concordano col dire che è vero che la melodia non è sublime e sicuramente è inferiore a quella dell’inno tedesco di Haydn e al Va’ pensiero, il candidato più frequente alla sostituzione, e che però ciò non basta a fare di quest’ultimo un’alternativa valida.
È vero che ai tempi di Verdi il dramma degli ebrei esiliati fu interpretato come una chiara allusione alla condizione di Milano, in mano degli Austriaci, ma ciò non toglie che non contiene nessun riferimento specifico all’Italia o alla sua storia, – è il canto di un popolo diverso, – perciò ci si chiede quanto possa essere plausibile l’idea di farne l’Inno nazionale.
I riferimenti storici e patriottici dell’inno di Mameli a taluni paiono addirittura eccessivi e il testo, in generale, eccessivamente retorico e patriottardo, ma d’altronde è normale per un inno nazionale, anzi quelli degli altri Paesi sono spesso suscettibili di interpretazioni ben più nazionalistiche: ad esempio, il predetto inno tedesco affermava (nella prima strofa, non più cantata da dopo la seconda guerra mondiale) “Germania, Germania, al di sopra di tutto / al di sopra di tutto nel mondo”, benché questa traduzione possa risultare fuorviante, in quanto l’über alles incriminato si riferisce, nelle intenzioni dell’autore, all’importanza primaria dell’obiettivo di una Germania libera e unificata piuttosto che a una supposta superiorità della nazione tedesca sulle altre.
Altri invece leggono i riferimenti a Roma come un’esaltazione e un’invocazione dell’Impero, quasi un fascismo ante litteram: interpretazione capziosa, perché, come abbiamo detto, il significato è diverso e, del resto, non si vede come si possa pensare altrimenti data la storia dell’autore, che era seguace di Mazzini e Garibaldi e si ispirò alla Marsigliese.
Una critica meno comune, ma molto sottile, mossa da Antonio Spinosa, è che Fratelli d’Italia sarebbe maschilista, poiché non accenna minimamente a imprese compiute da donne come Rosa Donato, Giuseppina Lazzaroni e Teresa Scardi, imprese però che, almeno in parte, sono successive alla morte dell’autore.

domenica 24 aprile 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 24 aprile.
Il 24 aprile 1792 viene composta "La marsigliese", l'inno di Francia.
E’ uno degli inni nazionali più conosciuti nel mondo, la Marsigliese. Rouget de Lisle, l’ideatore, era un soldato dell’Armata del Reno e compose questa marcia militare per accompagnare l’entrata dell’esercito nella città di Parigi. La Marsigliese è una marcia militare di chiara matrice rivoluzionaria, inizialmente era intitolata “Canto di guerra dell’Armata del Reno”, ed era composta da sette strofe inframmezzate dal coro.
Nell’aprile del 1792, in piena Rivoluzione francese, l’armata di cui faceva parte Rouget de Lisle si trovava a Strasburgo, mentre la Francia aveva dichiarato guerra sia alla Prussia che all’Austria.
Il canto verrà poi adottato dalla Francia come Inno nazionale. Pare che sia stato proprio il Sindaco di Strasburgo, il barone di Dietrich, a chiedere a Rouget de Lisle di comporre un marcia militare. Le personalità dell’esercito, dopo aver ascoltato il motivo la prima volta, ne rimasero affascinati, e così decisero di far distribuire copie della marcia a tutti i soldati e ai rivoluzionari.
Di sicuro neppure Rouget de Lisle si aspettava che questo motivo sarebbe diventato così famoso da assurgere a vero e proprio inno nazionale francese. Nel Museo di Belle Arti di Strasburgo vi è un dipinto dell’artista Isidore Pils, nel quale viene immortalata la scena di Rouget de Lisle che canta la marcia in casa del Barone, ignaro del fatto che di lì a poco sarebbe diventato un inno nazionale.
Il 14 Luglio 1795 la Marsigliese viene ufficialmente dichiarata Inno nazionale di Francia: il 10 Agosto dello stesso anno i soldati entrano a Parigi intonando l’inno, tra la folla entusiasta.
Nel 1815, con la Restaurazione imposta da Luigi XVIII l’inno viene messo al bando, e così succede anche nel 1830, ad opera di Napoleone III. La matrice rivoluzionaria dell’inno è considerata un pericolo per la Francia, ed in quel periodo storico c’era un particolare fermento contro gli imperi e il potere assolutistico. Nel 1879 si sancisce in maniera definitiva che la Marsigliese è l’inno nazionale francese, e lo è tuttora.
Qual è il contenuto della Marsigliese?
Emerge subito, leggendo il testo dell’inno, che non vi è un incitamento a combattere e sacrificare la propria vita (come in genere si trova in altri inni nazionali, vedi quello italiano), ma piuttosto un invito a combattere ed essere vincitori. La Marsigliese ha subìto ritocchi nel tempo rispetto all’originale, ed è stata elaborata anche una versione orchestrale.
Durante il Secondo Impero, per esempio, la Marsigliese, ritenuta inappropriata, viene sostituita da un altro inno nazionale composto dalla madre di Napoleone III, “Partant pour la Syrie”. Alcuni studiosi ritengono invece che il vero compositore del brano in questione sia stato Louis Brouet.
L’origine della musica è ancora in discussione, si denota una certa somiglianza con un’opera specifica di Wolfgang Amadeus Mozart, ma non si è arrivati ad una esatta conclusione, e si tratta soltanto di ipotesi.



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