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domenica 23 novembre 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 23 novembre.

Il 23 novembre 1925 due carbonari, Angelo Targhini e Leonida Montanari, vengono ghigliottinati a Roma presso la Porta del Popolo.

L'alone di mistero che circonda le attività della carboneria affonda le sue radici nella vaghezza stessa delle sue origini. Secondo alcuni studiosi rimontano addirittura all'XI secolo. Lo storico Giuseppe Ricciardi ha scritto che "credesi fondatore di essa un Teobaldo, detto poi Santo [...]. Nacque in Francia Teobaldo nel 1017 nella città di Provins. 

Fattosi prete in Italia, si ritrasse, indi a poco, in Svezia, provincia germanica, ove dicesi nata la setta, alla quale, morto Teobaldo, non vennero meno le forze". Ma con quali intenti e propositi non è mai stato ben chiarito. Altri studiosi hanno indagato le origini straniere della setta, trovandole di volta in volta in Germania, in Svizzera, in Spagna e in Polonia.

Ma forse la genesi più attendibile è quella francese. Notizie certe risalgono alla seconda metà del XVIII secolo, epoca in cui si ha notizia dell'esistenza di una setta dei bons cousins charbonniers (buoni cugini carbonari) che dissimulava i propri programmi politici entro associazioni di carattere mutualistico professionale (compagnonnage). Il carbonarismo prese vita da una costola della massoneria di Besançon e della Franca Contea nel periodo precedente la Rivoluzione francese. Numerosi furono infatti i massoni di questa regione che avevano sposato i valori e i principi modernizzatori del Secolo dei Lumi. Del resto, la massoneria è stata la generatrice di tutte le sette fiorite nei secoli XVIII e XIX. I massoni credevano in Dio, "Grande Architetto Dell'Universo", ma negavano i dogmi della Trinità e dell'Incarnazione ed avversano il cattolicesimo e il clero.

Volevano favorire il progresso, in ciò condividendo le idee dell'Illuminismo e i concetti di libertà e uguaglianza degli uomini, ma in un certo senso si piegarono al dispotismo napoleonico. Negli ultimi anni di vita dell'impero Napoleonico numerose logge si sciolsero e quelle che rimasero non ebbero più seria importanza politica. Molti affiliati, che non approvarono l'atteggiamento elitario e i loro intenti puramente teoretici, si erano però già divisi dalla massoneria fondando nuove sette. Alcuni adepti diedero vita a cellule segrete destinate a tradurre nella pratica i valori dell'illuminismo.

Queste cellule assumeranno nomi diversi, i Carbonari, i Filadelfi, gli Adelfi, il Palladio, la Società della Rigenerazione Europea. Spesso guidate da militari, seguiranno una linea politica costituzionalista, repubblicana e rivoluzionaria, in opposizione ai principi monarchici di diritto divino. Il programma prevedeva l'opposizione ad ogni forma di assolutismo, la lotta per l'indipendenza, la libertà dei popoli oppressi, l'affermazione di governi costituzionali e di ispirazione democratica e repubblicana.

Quando Napoleone Bonaparte fece il colpo di stato del 18 Brumaio, alcune organizzazioni segrete entrarono nell'opposizione repubblicana e antibonapartista, senza tuttavia cessare di far parte dell'amministrazione dello Stato francese.

Fu così che i bons cousins charbonniers del XVIII secolo francese si trasformarono in un attivisti repubblicani in seno ad un paese, la Francia napoleonica, in cui gli ideali della Rivoluzione francese sembravano essere stati traditi dal Consolato prima e dall'Impero poi.

Fin qui le origini. Ma come abbiamo visto sopra, tra la fine del XVIII secolo e l'inizio del XIX la carboneria era solo una delle tante società segrete diffuse in Europa. Come poi sia invece riuscita a trasformarsi, nei primi tre decenni dell'Ottocento, in uno dei primi strumenti del Risorgimento italiano è questione che merita un approfondimento a sé.

La carboneria fu portata in Italia dai soldati francesi (e per altre vie penetrò anche in Germania e Spagna), diffondendosi negli anni che vanno dal 1806 al 1812 soprattutto nell'Italia meridionale, a partire dal Napoletano, dall'Abruzzo e dalla Calabria. In seguito prese piede anche in Puglia e nel Salento, in Terra d'Otranto. Negli anni successivi fu presente un po' in tutta la penisola, collegandosi con altre società simili o assorbendole.

Ma anche sulle precise origine della carboneria italiana permangono dubbi e interpretazioni diverse. A partire dall'effettivo luogo di nascita.

C'è chi sostiene infatti che abbia avuto i natali nei monti Abruzzesi, altri sostengono invece sia sorta in Calabria.

Secondo alcuni autori nacque nel napoletano portata tra il 1809 e il 1810 da alcuni Filadelfi francesi, venuti nel Regno di Napoli come funzionari o ufficiali dell'esercito, ed incontratisi con gli oppositori del regime in nome dei princìpi giacobini. È probabile che fra i Filadelfi vi fosse Joseph Briot, ex seguace di Gracco Babeuf, il rivoluzionario della Congiura degli Eguali, amico di Buonarroti (tant'è che secondo alcuni Babeuf sarebbe il vero padre della carboneria). Una volta organizzatisi, i carbonari napoletani strinsero relazioni con gli inglesi - che in tutta Europa appoggiavano qualsiasi setta manifestasse la benché minima contrarietà verso Napoleone - per ricevere aiuti economici nella lotta contro il dominio di Murat e della Francia. Il primo tentativo insurrezionale di stampo carbonaro, favorito anche dai Borboni, prese infatti piede nel 1813 nel napoletano, a Cosenza. Il tentativo fu subito circoscritto dalle truppe di Murat, che saccheggiarono la cittadina di Altilia (Cosenza), considerata il centro operativo della setta.

Secondo lo storico e patriota Carlo Botta, che visse in prima persona gli avvenimenti del primo Risorgimento, nella carboneria "entravano principalmente uomini del volgo", sarti, commercianti, contadini e operai. Ma al suo interno si potevano trovare anche ampia rappresentanza della borghesia cittadina e fondiaria, esponenti delle professioni liberali una quota consistente di nobili vicini alle idee riformatrici e anche alcuni membri del basso clero.

La struttura della carboneria era regolata dall'alto e il comportamento degli affiliati era ispirato alla massima segretezza. E per soddisfare fino in fondo le esigenze di riservatezza, si faceva ricorso a nomi ed espressioni tipici di uno dei più antichi mestieri del popolo, diffuso, e non è un caso, proprio nell'Italia centromeridionale: il carbonaro, cioè colui che trasforma la legna in carbone, un mestiere che si praticava nei boschi e che comportava continui spostamenti.

L'organizzazione era diretta dal centro, cioè dalla cosiddetta "grande vendita", di cui faceva parte un ristretto numero di membri. Da qui gli ordini venivano trasmessi alle "vendite locali", composte da una ventina di affiliati, i cosiddetti "cugini". I "cugini" entravano nella carboneria con il grado più basso, quello di "apprendisti". Dopo un periodo di prova, entravano a far parte del grado superiore, diventando "maestri" e poi "gran maestri".

Nella carboneria, così come in gran parte delle logge e delle sette segrete, vigeva una sorta di gradualismo: i principi di massima erano noti, ma le finalità pratiche venivano rivelate progressivamente, mano a mano che gli adepti venivano ritenuti degni di essere iniziati ai segreti.

Non a caso, nel grado più basso di affiliazione venivano genericamente professati principi umanitari, vagamente democratici e di stampo religioso e moraleggiante. Diventando "maestri" si accedeva invece a dibattiti intorno ad argomenti politici: il sistema costituzionale, l'indipendenza nazionale, le libertà individuali ecc. Ma era solo con il grado di "gran maestro" che si accedeva finalmente al ristretto club dei rivoluzionari di professione: la lotta per la repubblica, per l'uguaglianza sociale e la spartizione dei grandi latifondi.

Minimo comune denominatore era la conquista di una costituzione. Ma poi esistevano notevoli differenza tra la carboneria dell'Italia settentrionale, quella dell'Italia centrale e quella del Mezzogiorno. Del resto, nei primi decenni dell'Ottocento la coscienza nazionale era ancora acerba: chi aspirava all'indipendenza dell'Italia, chi a quella della propria regione, chi voleva la monarchia costituzionale e chi la repubblica. Per i carbonari del Lombardo-Veneto, ad esempio, era fondamentale la questione dell'indipendenza dal dominio austriaco.

Per i carbonari sudditi dello Stato Pontificio, invece, non c'era un dominio straniero da abbattere, ma un governo ecclesiastico da sostituire con un'autorità laica (anche se, occorre aggiungere, quando l'obiettivo si spostava verso la meta finale dell'unità del Paese, l'opposizione carbonara allo Stato Pontificio diventava tutt'uno con l'opposizione al papato e gli aspetti dottrinari del suo potere). Nel Regno delle Due Sicilie i "cugini" chiedevano la fine dell'assolutismo borbonico, ma nell'isola molti aspiravano a uno stato separato e autonomo.

Differenze sul piano ideologico esistevano poi in merito alla religione. A differenza della massoneria la carboneria non era atea, sosteneva anzi di trarre ispirazione dall'esempio di Gesù Cristo. Tuttavia la realtà delle cose era decisamente più articolata.

"I carbonari mostrano una fede sincera nella religione di Gesù quale si trova nell'Evangelo, e liberata di tutti gli elementi estranei che i teologi vi hanno introdotto in diciotto secoli. Essi sono a una volta riformatori politici e religiosi". Così recitava il credo carbonaro. Ma è evidente come in questa dichiarazione ci fosse in realtà un invito a tornare ai principi cristiani delle origini (fede, umiltà e povertà) contro il magistero papale e il suo dominio temporale. Un ritorno, se vogliamo, alle eresie medievali, intese come recupero di una purezza di fede priva di intermediazioni di sorta. Una critica all'autorità dogmatica del Papa, quindi, ma non il proposito di creare un'alternativa al cristianesimo.

Non deve quindi stupire più di tanto se Papa Pio VII nel 1821, in una lettera apostolica, condannò aspramente la "società volgarmente detta de' Carbonari, la cui mira principale è dare ad ognuno una gran licenza di formarsi la Religione a capriccio, a seconda delle proprie opinioni…; di profanare e lordare la passione di Gesù Cristo con certe nefaste loro cerimonie; di spezzare i sacramenti della Chiesa che vogliono sostituirne de' nuovi da loro scelleratamente inventati e, di rovesciare questa Sede Apostolica, contro la quale essi hanno un odio particolarissimo e, non fan che macchinare quanto vi è di più pestifero e di pernicioso… Nostri predecessori… condannarono e proibirono la Società de' Liberi Muratori, ossia Francs-Maçons, delle quali la Società deve stimarsi un rampollo o per certo un'imitazione questa Società de' Carbonari". E per i carbonari, e contro chiunque nutrisse simpatia verso di loro, era pronta la scomunica.

Concludeva infatti Pio VII: "abbiamo stabilito e determinato di condannare e proibire la predetta Società de' Carbonari o, comunque, altro nome si chiami, i di lei ceti, uomini, congreghe, logge, combriccole… comandiamo a tutti i fedeli cristiani che niuno ardisca intraprendere, formare o propagandare la predetta Società de' Carbonari, fomentarla, ricettarla, occultarla o, nelle case o edifici o, altrove, non ardisca a farsi ascrivere o aggregarsi a lei, intervenire o essere presente alle di lei unioni, darle consiglio, aiuto o favore in palese o, in segreto, sotto pena di scomunica, ipso facto… comandiamo oltre a ciò a tutti sotto pena di scomunica, che siano tenuti a denunciare a' Vescovi tutti coloro che sapranno aver dato il nome a questa Società, o di essersi imbrattati in alcuni di quei delitti, de' quali si è fatta menzione".

Da una serie di lettere carbonare saltate fuori dagli archivi pontifici sembra però che alcuni timori del Papa non fossero del tutto infondati. Nell'epistolario di due carbonari si legge infatti che l'obiettivo dell'unità d'Italia era in realtà uno specchietto per le allodole. "L'indipendenza e l'unità d'Italia - scriveva un carbonaro a un altro affiliato - sono chimere. Pure queste chimere producono un certo effetto sopra le masse e sopra la bollente gioventù. Noi sappiamo quello che valgono questi principii. Sono palloni vuoti […] Il nostro scopo finale è quello di Voltaire e della rivoluzione francese: cioè l'annichilimento completo del cattolicismo e perfino dell'idea cristiana", nel nome di una rigenerazione universale. Del resto, che tra i carbonari esistessero posizioni le più disparate lo abbiamo già visto sopra, a proposito dei vaghi obiettivi politico immediati. Allo stesso modo, quindi, possono aver convissuto al suo interno generiche spinte per un rinnovamento religioso nel solco di una tradizione cattolica originaria, così come spinte più marcatamente anticlericali, se non addirittura - come si evince dalla lettera tra i due carbonari - ostilmente atee o di ispirazione neopagane.

Ma quale fu il ruolo effettivo della carboneria nella prima stagione risorgimentale, quella cioè immediatamente successiva alla fine del dominio napoleonico?

Fu proprio tra il 1814 il 1815 che la setta iniziò a diffondersi in molte regioni, sovrapponendosi o integrandosi ad altri associazioni cospirative, come la Guelfia nel Lazio e nelle Marche (territori allora compresi nello Stato Pontificio), i Federati in Piemonte e in Lombardia.

E fu nelle Marche, a Macerata, che nel giugno del 1817 si ebbe il secondo tentativo carbonaro insurrezionale, dopo quello del 1813 contro Murat. Ne risultò un fallimento totale, cui seguì una dura repressione.

Il carbonarismo diede il meglio di sé nel meridione, dove si fece interprete del malcontento della popolazione verso l'assolutismo borbonico. Dalle prime manifestazioni di intolleranza verso i governanti ritornati sul trono con la restaurazione, si passò a vere e proprie insurrezioni e ammutinamenti dentro gli eserciti. Nel luglio 1820, a Nola, due ufficiali carbonari appartenenti a un reggimento della cavalleria reale borbonica, Michele Morelli e Giuseppe Silvati si ammutinarono marciando su Avellino.

A loro si unirono anche i carbonari salernitani. Ferdinando I di Borbone, mandò l'esercito a reprimere la rivolta, ma nelle stesse file dell'esercito avvennero molte defezioni che andarono così a rafforzare i rivoltosi. Si aggiunse anche il generale Guglielmo Pepe, che con il suo esercito appoggiò gli ammutinati di Salerno, mettendosi poi a capo della rivolta. Pepe chiese al sovrano la concessione della Costituzione di Spagna, che fu inizialmente accordata ma subito dopo rinnegata. Anche in questo caso il risultato ultimo fu una dura repressione, culminata in una serie di arresti e nella condanna a morte per tutti i militari che avevano preso parte alla rivoluzione.

La diaspora dei carbonari sfuggiti alla repressione contribuì a diffondere il sentimento dell'unità nazionale, a costruire una primitiva idea di Risorgimento, anche se pur sempre a livello di élites e non di popolo. L'eco della rivolta raggiunse rapidamente il Lombardo-Veneto, i ducati di Modena, di Parma, la Romagna, il Piemonte, creando così nuovi legami tra le varie società segrete. In Piemonte la rivolta di Guglielmo Pepe trovò una rielaborazione nell'insurrezione del marzo 1821 ad Alessandria, dove i dragoni del re, comandati da Isidoro Palma, occuparono la cittadella proclamando la Costituzione di Spagna. Ma le ambiguità e le reticenze della corte sabauda, temporaneamente retta da Carlo Alberto, e la successiva repressione di Carlo Felice stroncarono anche questa iniziativa.

Ma quanti erano di fatto i carbonari in Italia? Alcuni autori hanno avanzato una cifra attorno ai seicentomila affiliati nel periodo di maggior sviluppo, cioè tra il 1819 e il 1821. Ma il dato è in sé scarsamente verificabile, anche perché con il termine "carbonaro" allora si era soliti indicare tutti gli scontenti della situazione politica-amministrativa dell'Italia: anti-austriaci, liberali sabaudi, anti-papisti, anti-borbonici, rivoluzionari moderati ed estremisti. C'era, oltre alla borghesia, anche un certo numero di preti "progressisti" ostili alla Santa Alleanza.

Quel che è certo, però, è che, nonostante i numeri, quando la parola passò ai tribunali per i cospiratori non ci fu via d'uscita. Sulle gazzette dell'epoca i carbonari venivano descritti come assassini capaci di ogni nefandezza. Sui fogli cattolici, gli affiliati delle sette segrete venivano paragonati a Satana. Nel Lombardo-Veneto fu ordinato ai parroci di leggere in chiesa un invito ai fedeli a denunciare eventuali sospetti: come premio un sacco di sale per le informazioni, 500 corone per la cattura di un ribelle vivo o morto. A Rovigo, la polizia austriaca aveva già fatto una serie di arresti nel 1818, cui erano seguite diverse condanne ed esecuzioni. A Milano i provvedimenti contro i "sobillatori" portarono all'arresto di Silvio Pellico e Pietro Maroncelli, entrambi vicini al cenacolo carbonaro che si riuniva attorno al Conciliatore di Confalonieri. A Modena, nel settembre del 1823 Francesco IV fece giustiziare nove cospiratori.

Intanto Pio VII aveva comminato la scomunica nei confronti della carboneria, rivestendo così il reato politico di insurrezione anche di un aspetto religioso. Il suo successore, Leone XII, infierì duramente sui carbonari. In Romagna tra il 1824 e il 1826, quindi anche a Roma, dove nel 1825 furono giustiziati due affiliati, Targhini e Montanari.

Un'inattesa ripresa delle cospirazioni carbonare si ebbe nel giugno 1828 nel Regno delle Due Sicilie. Nel Cilento e nel salernitano scoppiarono nuove rivolte. Nella cittadina di Bosco è un ecclesiastico, Antonio De Luca, a mettersi alla guida dell'insurrezione, chiedendo la proclamazione della Costituzione rivoluzionaria francese del 1791. Nello stesso tempo scoppiano rivolte appoggiati da soldati ammutinati nella zona di Palinuro. Ma ancora una volta gli insorti vennero sconfitti dalle truppe fedeli al Re, che rasero al suolo alcuni paesi ritenuti epicentro dell'attività carbonara. I vertici insurrezionali furono tutti arrestati e fucilati.

Il canto del cigno della carboneria si può fissare idealmente nelle insurrezioni del 1831 nello Stato Pontificio e nei ducati di Modena e Parma, nate sulla scia della rivoluzione parigina del 1830. Ma ormai era evidente che l'improvvisazione, l'ambito ristretto a pochi iniziati in cui si muoveva l'organizzazione, così come la mancanza di un vertice capace di collegare fra loro le diverse iniziative regionali secondo criteri unitari e organici, costituivano limiti insormontabili. Fu così che la carboneria andò incontro a una rapida disgregazione. Visse ancora per qualche tempo in Francia, dove si rese responsabile di una rivolta a Lione, nel 1834. Ma in Italia, quasi due decenni di insurrezioni fallimentari richiedevano una svolta.

"Chi pensava allora all'Italia, alla sua indipendenza, alla sua rigenerazione? Meno poche eccezioni, la schiuma sopraffina della canaglia, che si riuniva misteriosamente nelle vendite dei Carbonari", così Massimo D'Azeglio, esponente moderato del primo risorgimento, in polemica con i democratici e i rivoluzionari. A partire dal 1831 i singoli affiliati confluirono quindi verso altre strutture, guidate però da esponenti borghesi non improvvisati (Confalonieri, Mazzini) e portatori di ideali costituzionali moderati.

Lo storico E. J. Hobsbawm ha scorto nei movimenti carbonari nel meridione d'Italia, una manifestazione di primitiva rivolta sociale del popolo diseredato, che così acquisì una sua coscienza storica. Carboneria quindi come strumento di democratizzazione ed emancipazione, pur tra le mille contraddizioni che abbiamo cercato di esporre sopra. Ma carboneria anche come idealismo democratico punteggiato di aspirazioni umanitarie e socialistico-rivoluzionarie. O, ancora, come confuso laboratorio costituzionale oscillante tra la monarchia costituzionale e le aspirazioni repubblicane. Tutte antinomie la cui soluzione non poteva trovarsi in un'unica organizzazione misteriosa e dai rituali segreti. Un'organizzazione che però è passata alla storia come il brodo primordiale, il big-bang dal quale si sarebbe poi sviluppato il Risorgimento con tutte le sue inevase contraddizioni.

lunedì 6 ottobre 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 6 ottobre.

Il 6 ottobre 1820 gli austriaci arrestano Piero Maroncelli.

Terzo di cinque figli, nacque a Forlì il 21 sett. 1795 da Antonio, un sensale di modeste condizioni, e da Maria Iraldi Bonnet. Compiuti gli studi classici in città, probabilmente sul finire del 1809 lasciò Forlì per recarsi a Napoli e lì studiare, grazie al sussidio di un’opera pia forlivese, musica e lettere nel real collegio S. Sebastiano. Fu condiscepolo, fra gli altri, di S. Mercadante e V. Bellini, ed ebbe tra i suoi maestri G. Paisiello.

Trascorse in collegio «tre anni, i quali – avrebbe ricostruito a beneficio della polizia asburgica nell’interrogatorio del 7 ott. 1820 – io credetti sufficienti ad istruirmi nel contrapunto. In questo momento, che fu dal 1810 fino al 1813 la camera dei grandi, alla quale io pure appartenni, soleva per costume essere ricevuta nella Società Massonica con intelligenza de’ superiori del Collegio, e del Ministro Zurlo, ad oggetto di formare la musica che poteva occorrere nelle feste massoniche» (Luzio, pp. 355 s.). Il Maroncelli, quindi, fu iniziato alla massoneria – e in particolare all’«unione» detta «Colonna Armonica» – in epoca murattiana, quando essa costituiva una delle forme di sociabilità predilette dal notabilato d’impronta napoleonica.

Uscito dal collegio nel 1813, rimase a Napoli ancora un biennio per continuare lo studio della musica. Fu nell’aprile del 1815, alla conclusione dell’avventura murattiana, che il Maroncelli, arruolato fra le «guardie di sicurezza interna» in seguito alla campagna del re di Napoli nell’Italia settentrionale, si trovò, tramite un capitano, a contatto con la carboneria, alla quale fu iniziato con il fratello Francesco, studente di medicina, pure lui presente in città e guardia per un breve periodo. Si trattò di un apprendistato molto rapido: dopo neppure un mese, il ritorno dei Borbone dalla Sicilia costrinse i settari a un’immediata immersione nella clandestinità. L’esperienza napoletana, tanto sotto il profilo artistico quanto sotto il profilo politico, si rivelò dunque decisiva per lui: da un lato consolidò la sua formazione musicale, dall’altro riuscì ad avere diretta esperienza di ciò che l’universo massonico e quello carbonaro significavano all’interno di un contesto politico non ostile come il Regno murattiano. Non solo: conobbe, sia pure superficialmente, tanto la funzione sociale dell’organizzazione massonica, quanto il ruolo rivestito dalla carboneria all’interno delle forze armate quale elemento di solidarietà e di fratellanza. Una peculiarità, quest’ultima, particolarmente importante nel caso meridionale, molto meno in quello padano, nel quale si trovò poi a operare.

Rientrò a Forlì sul finire del 1815, quando anche la sua città, fra le più filonapoleoniche della Romagna, era ormai stata normalizzata e restituita al legato pontificio. I legami intessuti tra la fugace amministrazione murattiana e gli ambienti liberali urbani sono testimoniati dalle molte centinaia di uomini che avevano abbandonato la città per seguire re Gioacchino nella sua ultima avventura; ed è probabile che proprio in tale milieu il giovane Maroncelli non tardasse a identificare un gruppo d’individui simile, per attitudini, esperienze e idee, a quello che aveva lasciato a Napoli.

Il padre, tuttavia, incoraggiò la sua vocazione musicale e, per sdebitarsi con l’opera pia che aveva mantenuto il figlio agli studi, lo indusse a produrre una composizione per onorare i suoi benefattori. Per assecondare la volontà del padre, il Maroncelli si trasferì a Bologna nel gennaio 1816 fondandovi una Società filedonica che, sotto l’apparenza di accademia letteraria, nascondeva una chiara matrice carbonara, visibile fin nel giuramento d’iniziazione, con il quale si prometteva «implacabile inimicizia ai tiranni».

Tornato a Forlì verso la metà del 1817, entrò in contatto con la vendita carbonica detta dell’«Amaranto», che si riuniva nella villa del conte P. Saffi a San Varano. Ne erano capi gli avvocati G.B. Masotti e L. Petrucci, oltre al conte G. Orselli e al tipografo S. Casali. La vendita costituiva il vertice di una struttura alquanto ramificata, che prevedeva l’organizzazione dei ceti artigiani all’interno di una più numerosa «turba liberale», sorta di organizzazione a metà fra la società di mutuo soccorso e il circolo politico.

In quegli anni Forlì costituiva, con Faenza, il centro propulsore dell’opposizione liberale carbonara: eredità diretta del successo che le idee rivoluzionarie e napoleoniche avevano riscosso presso il notabilato urbano, fra l’altro precocemente convertitosi alla modernizzazione amministrativa importata dai Francesi anche in virtù dell’elevazione della città a capoluogo del Dipartimento del Rubicone (1798). Esistevano, quindi, robuste continuità – sul terreno culturale e sociale – tali da rendere l’attività carbonara tutt’altro che effimera e anzi pericolosa per il governo pontificio assai più per la sopravvivenza di un centro di potere «ombra», laico e ramificato nelle botteghe e negli esercizi commerciali, che per la potenzialità eversiva del disegno politico, peraltro alquanto confuso anche presso l’élite, in tutto alcune decine di persone, raccolta nella vendita dell’«Amaranto».

Stimolato dal successo incontrato dalle idee carbonare, Maroncelli non tardò molto a mettersi in luce, scrivendo il 25 luglio 1817, in occasione della festa di S. Giacomo, una cantica in terzine dantesche dall’impianto involuto e criptico, il cui contenuto sovversivo, inizialmente sfuggito alle autorità di censura (che ne permisero la diffusione in 200 copie), fu ben presto causa del suo arresto, il 30 luglio 1817, e di un processo che lo vide inquisito a Roma per oltre un anno, fino all’agosto 1818. Tornato in libertà, riprese l’attività cospirativa, insieme con Masotti, che aveva sposato sua sorella Eurosia. Il ruolo del Maroncelli, autentico rivoluzionario a tempo pieno, fu quello di collegamento tra i diversi contesti locali del movimento carbonaro.

Egli avrebbe più tardi ammesso di aver tenuto i contatti con l’altro ambiente favorevole alla causa, quello faentino, e di essere stato fra i protagonisti dell’avventura editoriale del Quadragesimale italiano che, uscito per la prima volta il 24 febbraio 1819, può essere considerato fra i primi esempi di pubblicazioni a sfondo politico-patriottico-costituzionale apparse in Italia. Si collocava infatti su una linea costituzionale d’ispirazione monarchico-federalista: si sarebbe trattato di costruire un’Italia federata, garantendo le libertà fondamentali e i diritti civili, e insieme assicurando larga autonomia amministrativa ai preesistenti stati regionali.

In realtà, il circuito cui erano destinate queste proposte appariva, in Romagna, alquanto limitato; ragion per cui al Maroncelli non dovette affatto dispiacere il trasferimento a Milano, alla ricerca di un lavoro più stabile, propiziato dall’invito del fratello Francesco, che a Pavia esercitava la professione medica, nell’agosto 1819, in seguito alla morte del padre (30 aprile). A Milano lavorò dapprima presso Ricordi, quindi presso gli editori Bettoni e poi Battelli. Diede lezioni di musica, ma ciò che lo attrasse maggiormente fu l’assidua frequentazione di quello che era stato il cenacolo del Conciliatore: un’esperienza che lo avrebbe segnato per sempre e alla quale sarebbe tornato più volte nei suoi ricordi come alla stagione più ricca di speranze della sua giovinezza. Nel 1820, quando la compagnia Marchionni era a Milano per una serie di spettacoli protratti fino a tutto agosto in virtù del grande successo riscosso, fu scritturato per mettere in scena le farse in musica. In giugno in casa Marchionni conobbe Silvio Pellico, al quale si sentì subito affine per gusti e formazione; inoltre entrambi s’erano invaghiti delle due attrici Marchionni, Piero di Carlotta e Silvio di Teresa. Alla politica non pensarono fino all’estate, quando il Maroncelli lasciò Milano: fu allora che recuperò la passione patriottica manifestatasi per l’ultima volta nell’agosto precedente a Pavia, durante una riunione di studenti romagnoli. Affiliò alla carboneria l’amico Pellico, poi il conte L. Porro Lambertenghi; quindi riprese i contatti con i suoi ambienti d’origine per importare materiali e impiantare la cospirazione su una base più solida.

Fu tutto molto rapido: poche settimane al più. Coltivava l’idea di un possibile movimento in favore dell’unità di alcune regioni anche sotto la monarchia asburgica, se questa avesse assunto il volto di un’illuminata monarchia amministrativa: sempre meglio del governo del papa o dei regimi dispotici degli altri principi italiani. Le idee erano confuse ma i contatti, gli incontri, gli sguardi furtivi insospettirono la polizia austriaca che certo non mancava di informatori. Il Maroncelli fu il primo a essere arrestato, il 6 ottobre 1820. Interrogato a Milano, con il suo «costituto» del 7 ottobre spianò la via all’inquisitore A. Salvotti, che fece catturare, tra gli altri, Pellico, F. Confalonieri, Porro. Detenuto a Venezia durante il processo, si comportò come un perfetto bohémien dal temperamento irriflessivo e dall’idealismo ingenuo e retorico: leggeva con assiduità e teneva un comportamento sprezzante al limite della temerarietà. Condannato a morte con sentenza del 21 febbraio 1822, ebbe la pena commutata in venti anni di carcere e fu rinchiuso nella fortezza morava dello Spielberg, dove entrò il 10 aprile 1822 insieme con Pellico. Vi rimase fino all’estate del 1830, quando, per effetto della grazia imperiale concessa il 26 luglio, fu scarcerato.

I lunghi anni trascorsi allo Spielberg, raccontati da Pellico ne Le mie prigioni, lo resero celeberrimo, anche in virtù della sua penosa vicenda personale: l’amputazione della gamba sinistra sopra al ginocchio a causa di una cancrena, sopportata con straordinario coraggio.

Il Maroncelli uscì dunque mutilato dallo Spielberg e, fra il 1830 e il 1831, in un clima di relativa libertà alimentato dalle speranze della Rivoluzione di luglio anche in Italia, si portò a Bologna e quindi a Firenze. Ma l’ambiente italiano non faceva più per lui, che nella segregazione del carcere aveva progressivamente abbandonato la linea riformatrice della carboneria per attingere a idee più radicali. Decise così, all’inizio del 1831, di trasferirsi in Francia, dove restò fino al 1833. A Parigi – il 5 marzo 1831 incontrò il re Luigi Filippo – sperò di poter dare alle stampe le sue memorie, ma fu battuto sul tempo da Pellico, il cui capolavoro apparve nel novembre 1832. Pur riconoscendo che non avrebbe potuto competere con il «libro ammirevole» dell’amico, il Maroncelli ritenne che potesse esservi spazio per precisazioni e commenti ulteriori. Si dedicò, quindi, alla redazione delle Addizioni alle Mie prigioni di Silvio Pellico che, annunciate dall’Esule di A. Frignani e F. Pescantini (periodico italiano pubblicato a Parigi), videro la luce – sempre a Parigi – nella seconda metà del 1833.

Le Addizioni non sono un’opera infelice sotto il profilo letterario e costituiscono una utile fonte per comprendere il percorso politico-culturale del Maroncelli, in particolare la stagione del Conciliatore. Egli sosteneva che, per superare il dualismo classicismo-romanticismo, rivelatosi nocivo al «foglio azzurro», occorreva ricostruire l’estetica su nuove basi, che indicava nel «cormentalismo», sintesi di «mente» e di «core» e quindi espressione di un’ispirazione solida e di una base etica altrettanto inossidabile. Seguiva la classificazione degli autori della tradizione italiana secondo schemi ingenuamente rigidi. L’accoglienza del testo, fra gli esuli e la cerchia del Conciliatore, non fu in genere favorevole: gli si perdonò, in ragione del suo sacrificio, una prova decisamente modesta. Per tutti valga il giudizio di Pellico, contenuto in una lettera al Maroncelli del luglio 1838: «t’amo assai, non ostante quel tuo ingegnoso, ma disarmonico libro delle Addizioni, ove più cose ti furono dettate dalla fretta, dalla passione e da erronee ipotesi» (Fabretti, Briciole, p. 653).

Fu a Parigi che, fautore di un cristianesimo evangelico-umanitario e di una cultura non violenta, si avvicinò al pensiero di Cl.-H. de Saint-Simon e di Ch. Fourier, senza dubbio grazie alla frequentazione del salotto di Cristina Trivulzio Barbiano di Belgioioso. La lettura del giornale Le Phalanstère (uscito dal giugno 1832), in particolare, lo indusse ad abbracciare con entusiasmo la nuova fede nell’associazione fourierista e nel mondo «armonico», che non sarebbe più uscita dalla sua mente e dal suo cuore.

Tuttavia la Francia, culla delle grandi speranze culminate nelle giornate del luglio 1830, non era più – sotto Luigi Filippo – il luogo adatto per rifondare l’umanità. Il Maroncelli, che per tutta la vita era stato in fondo un déraciné, s’illuse di poter trovare in una società del tutto «nuova» il contesto ideale per progettare il suo futuro. Tanto più che, sposatosi a Parigi, il 1° agosto 1833 con Amalia Schneider, contralto di origine tedesca, gli si offerse l’opportunità di lavorare in una compagnia che l’impresario V. de Rivafinoli stava formando per l’apertura del primo teatro dedicato all’opera italiana a New York, fortemente voluto da Lorenzo Da Ponte. Lui e la moglie s’imbarcarono sul piroscafo «Erie» a Le Havre il 24 agosto 1833 e già alla fine di settembre un giornale newyorkese parlava di loro. Il teatro (l’Italian Opera House), dove il Maroncelli dirigeva il coro, fu inaugurato il 18 novembre 1833 con La gazza ladra di G. Rossini che mieté un grande successo. La stagione proseguì fino al 5 aprile 1834 ma, a causa della gestione avventurosa del Rivafinoli, non produsse i risultati sperati. Di conseguenza, il Maroncelli dovette cercare allievi cui insegnare musica o lingua italiana, mentre la moglie si esibiva in concerti ovunque fosse possibile. Nel frattempo, l’eco delle avventure contenute nelle Mie prigioni (rimbalzata nell’Edinburgh Review fin dal luglio 1833), disponibili in traduzione – fra cui quella, considerata scadente, pubblicata da Th. Roscoe a Londra nel 1833 – oltre a rendere l’illustre esule forlivese un personaggio della comunità newyorkese (al punto che E.A. Poe gli avrebbe dedicato un profilo), lo indusse a mettersi in contatto con intellettuali e tipografi per tentare una nuova edizione in inglese che unisse al testo principale le sue Addizioni. L’amicizia con un professore dell’università di Harvard, A. Norton, permise il conseguimento dell’obiettivo solo nel 1836, quando il Maroncelli cominciava a soffrire dei primi sintomi della cecità. Nel settembre 1835 Piero e Amalia avevano avuto una bambina, battezzata Silvia in onore del grande amico, padrino per procura.

Nonostante le difficoltà, il Maroncelli trovò a New York un luogo compatibile con la sua mentalità. Entrato nella Fourier Society, fondata nel 1837, ancora nel giugno del 1840 scriveva a Confalonieri: «non andrà guari che un Falansterio Tipo sarà il segnale onde cessino nel mondo la miseria, i delitti, lo spirito rivoluzionario, e persino i morbi contagiosi»; esortava, quindi, l’amico a farsi apostolo presso la «gioventù italiana, onde ritrarla dalle illusioni politiche alle vie organatrici e pacifiche della fondazione di una Falange» (Fabretti, Briciole, p. 654). Nell’ottobre 1841, in un’altra lettera, indirizzata a Zoé Gatti de Gamond (moglie del pittore ravennate G.B. Gatti, esule in Belgio dopo la Rivoluzione del 1831), accentuò ulteriormente la sua distanza dal «prétendu Liberalisme» della Giovine Italia, che a suo parere equivocava il termine associazione declinandolo secondo una modalità prevalentemente politica e dottrinaria (ibid., p. 656). A New York egli divenne componente del comitato esecutivo del giornale fourierista The Phalanx, ma soprattutto poté professare liberamente le sue idee eterodosse in fatto di religione, così come la sua fede umanitaria, che lo rendevano prossimo a una frazione dell’élite intellettuale composta tanto da straordinarie figure del «vecchio mondo», come il leggendario Da Ponte, quanto da scrittori e pensatori tentati dalle pratiche esoteriche e dall’occultismo, sulla scia dei nuovi cristiani che seguivano le tesi di E. Swedenborg. E se alla fine non trovò il desiderato falansterio (descrisse, anzi, con ironia, in una lettera alla moglie, un «Pik Nik Falansteriano» tenuto il 4 ag. 1842: cit., in Cetti, 1993, pp. 390 s.), tuttavia finì per adattarsi a una società assai più libera, benché altrettanto egoista e materialista di quella nella quale aveva vissuto in Europa con tanta difficoltà.

Gli anni successivi furono segnati da condizioni di salute via via sempre più precarie fino alla morte, che lo colse a New York il 1° agosto 1846.

La moglie, che nel 1842 era tornata in Europa «per salute e per raffinamento d’arte», dopo averlo assistito con continuità restò a New York con la figlia ma, probabilmente dopo il 1860, fece ritorno in Germania. Silvia, nel frattempo, aveva sposato il dottor Emil Müller. Amalia morì nel 1895, la figlia nel 1914 a Berlino.

Sepolti nel cimitero di Greenwood a Brooklyn, i resti del Maroncelli furono solennemente riportati in patria il 12 agosto 1886 per essere tumulati nel famedio del cimitero monumentale di Forlì, appena inaugurato. L’ultimo saluto al patriota, di cui si celebrava il contributo reso alla causa «nazionale» attraverso l’adesione alla carboneria e la cospirazione, fu tributato in primo luogo dal mondo radical-repubblicano e massonico, impersonato a Forlì dalla figura di A. Saffi. Si tacquero, e non poteva essere altrimenti, le idee eterodosse predicate e praticate dopo il 1830: il Maroncelli doveva restare un’icona incontaminata del Risorgimento, la quintessenza dell’eroismo e del sacrificio celebrati da Pellico nelle Mie prigioni.

domenica 23 maggio 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 23 maggio.
Il 23 maggio 1945 Heirich Himmler, catturato dagli Alleati, si suicida.
Il gerarca nazista Heinrich Himmler, nato il 7 ottobre 1900, è considerato dagli storici l'anima nera di quello sciagurato regime, il carnefice più spietato e cinico, nonché il folle pianificatore dei campi di sterminio, ritratto confermato da lui stesso, dato che amava dire di essere "un boia senza pietà".
Secondo di tre figli, il padre era docente al ginnasio di Monaco, mentre la madre era una casalinga molto premurosa nei confronti dei figli. Entrambi i genitori erano fermi credenti cattolici e provvidero alla formazione culturale dei figli, che, appunto per questo motivo, erano fra i primi delle rispettive classi alle quali erano iscritti. Allo scoppio della prima guerra mondiale Himmler aveva quattordici anni. Seguì da vicino gli avvenimenti e spinse i genitori a mandarlo al fronte come ufficiale, date le loro amicizie fra gli aristocratici. Tuttavia La guerra finì prima che gli fosse data quest'opportunità. Himmler rimase mortificato dall'improvvisa sconfitta tedesca e dalle umilianti condizioni di pace imposte alla nuova repubblica. Fu questa la causa del suo cambiamento da ragazzo modello a quello che poi è diventato.
Nel 1923 partecipò al fallito colpo di Stato di Monaco da parte di Hitler. In questo periodo l'ideologia di Himmler si mescolò all'ambizione di far carriera. Si iscrisse alle SS nel 1925. Le qualità organizzative e burocratiche di Himmler furono immediatamente apprezzate. Le SS crebbero insieme all'avanzare della carriera di Himmler, che, nel 1929, ne divenne il capo. Il 3 luglio 1928 Himmler sposava Margarete Boden, che in seguito gli diede una figlia.
Le SS, erano inizialmente uno sparuto drappello di uomini, inglobato all'interno delle affermate SA, le squadre d'assalto paramilitari del partito nazional-socialista guidate da Rohm, ma ben presto le cose cambiarono: le SS e la loro guida aumentarono sempre di più il loro prestigio e la loro importanza agli occhi del fuhrer, finchè, il 30 giugno 1934, in quella che fu la "notte dei lunghi coltelli", Rohm e i suoi luogotenenti furono barbaramente trucidati, per ordine di Hitler e dietro congiura dello stesso Himmler.
Da quel momento le SA furono soppiantate dalle sempre più numerose SS, che sarebbero divenute tristemente note per la loro crudeltà e per le agghiaccianti rappresaglie a cui diedero vita, nel corso del loro operato. Le SS furono, dunque, le milizie paramilitari del grande Reich ed Himmler il loro feroce condottiero: erano soldati necessariamente ed obbligatoriamente di puro sangue ariano, dalle nere uniformi che non smisero mai di seminare il panico nell'Europa occupata. Nel loro cappello era raffigurato un teschio, simbolo di morte e di terrore, nei loro pugnali era inciso il farneticante motto "il mio onore è la fedeltà". Il progetto di Himmler diventò quello di svincolare le sue SS dal controllo dello Stato e del Partito Nazista, perciò creò uno Stato nello Stato che ben presto avrebbe terrorizzato sia i nemici del regime che i suoi avversari personali. Hitler, stranamente, lo lasciò fare. Per volere di Himmler le SS cambiarono organizzazione e si diversificarono molto.
Dopo la presa del potere da parte dei nazisti, Himmler fu nominato capo della polizia politica della Baviera. Grazie al suo ruolo di prestigio nelle SS, divenne in pratica capo anche delle polizie delle altre regioni tedesche. Nel 1933 creò il primo campo di concentramento a Dachau, costruito sull'area dell'ex fabbrica di munizioni e polvere da sparo di Dachau nelle vicinanze di Monaco, allo scopo di diminuire il numero dei prigionieri nelle prigioni. Questo luogo, destinato ad accogliere tutti i prigionieri politici della Baviera, fu subito definito dalle SS " campo di concentramento"( KZ Konentrationlager). Nei dodici anni della sua esistenza vi sono stati registrati più di duecentomila prigionieri, ma non è possibile stabilire il numero dei deportati non registrati. Dachau fu un campo "modello" nel quale furono sperimentate e messe a punto le più raffinate tecniche di annientamento fisico e psichico degli oppositori del regime. Poco prima della liberazione le SS distrussero gran parte dei loro documenti ufficiali, per evitare che essi potessero venire usati come prova a loro carico.
Con la guerra Himmler poté attuare in pieno il programma di sterminio cosicché alla vigilia dell'invasione dell'Unione Sovietica il suo potere era incontrastato. Nel 1941 creò, insieme a Heydrich, gli Einsatzgruppen, unità di sterminio in unione sovietica. In seguito (1943) assommò ai suoi poteri anche quello di Ministro degli Interni ottenendo così il controllo totale della macchina repressiva tedesca. Quando le speranze di vincere la guerra divennero nulle per la Germania, tentò di intavolare una pace con gli angloamericani. Venutone a conoscenza, Hitler lo destituì. Dopo la resa della Germania Himmler assunse una falsa identità, tentò la fuga ma venne arrestato dagli inglesi e pochi giorni dopo si suicidò.

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