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venerdì 12 settembre 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 12 settembre.

Il 12 settembre 1979 un uomo bianco, sghembo, ossuto, nervoso nel suo fascio di muscoli perennemente in tensione cominciò a correre nella corsia numero 4 della pista dello stadio Azteca di Città del Messico. Fu uno sparo nella notte, un urlo trattenuto; fu la corsa più straordinaria nella storia dell’atletica, perché la più improbabile, seminata ad ogni passo di un dolore che arrivava da un posto lontanissimo. Il 12 settembre 1979 Pietro Paolo Mennea stabiliva il record del mondo sui 200 metri. 1,8 metri di vento a favore. Primi cento metri in 10'34 “manuali”. Secondi cento metri in 9'38. Record del mondo: 19'72.

Il primato precedente apparteneva all’americano Tommie Smith - sì, quello che con John Carlos alzò il pugno guantato alle Olimpiadi del 1968 - che aveva fermato il cronometro a 19'83. Mennea lo migliorò di 11 centesimi, il tempo di un respiro. Alla fine della corsa un giornalista gli chiese: «C’è qualcuno più felice di lei?». Mennea rispose: «Mio padre».

In Messico era primo pomeriggio, le 15.15; in Italia le 23.15. Sulle gradinate dello stadio c’era poca gente, sperduta qua e là. Mennea aveva in mente una cosa sola: raggiungere il prima possibile la massima velocità e mantenerla, fin quando ne sarebbe stato capace. Quel giorno - con la pettorina numero 314 cucita sul petto - Mennea aveva 27 anni, l’anno dopo - alle Olimpiadi di Mosca - avrebbe vinto l’oro con un’altra gara da leggenda.

Era nato da una famiglia modesta a Barletta, figlio di un sarto che aveva trovato lavoro in ospedale; fu facile appiccicargli - in quegli anni di migrazioni dal Sud al Nord - l’etichetta di “Figlio del Sud”. Mennea la scansò, come rifiutò - nella sua vita da “hombre vertical” - i luoghi comuni dell’uomo che cerca il riscatto sociale nello sport e fugge la miseria.

La sua è stata una carriera lunghissima, diciassette anni in fuga dal 1971 al 1988: 3 volte campione italiano sui 100 metri, ben 11 volte sui 200 (la prima nel 1971, l’ultima nel 1984.) Mennea è morto nel 2013, il primo giorno di primavera. Nel dopo-carriera è stato molte cose. Ha conseguito quattro lauree (Scienze Politiche, Giurisprudenza, Diploma Isef e Scienze dell’educazione motoria, Lettere), ha esercitato la professione di avvocato e di commercialista, ha pubblicato numerosi libri, sempre finalizzati alla divulgazione della cultura sportiva e alla lotta al doping, ha insegnato all’Università, è stato eurodeputato a Bruxelles dal 1999 al 2004.

È stato un corridore eccezionale, resistente a tutto, precursore dei metodi moderni di allenamento (il suo allenatore era il professor Carlo Vittori), ma anche e soprattutto una macchina da corsa. È stato campione tra i campioni, simbolo di un’Italia sportiva che annoverava poster generazionali come Felice Gimondi, Sara Simeoni, Adriano Panatta, Gustav Thoeni. Uomini che portavano addosso gli impacci e pudori della generazione post guerra.

Se quest’uomo scarno e sempre controvento ha insegnato una cosa, ai tanti che dopo di lui, si sono infilati di corsa sulla sua scia; quel qualcosa è stato un principio elementare: la fatica non è mai sprecata. Il suo record del mondo sui 200 metri è stato migliorato prima un paio di volte da Michael Johnson nell’estate del 1996 e poi da Usain Bolt, che a Berlino - nel 2009 - ha spostato il limite umano a 19'19 (con 0,3 m/s di vento contrario).

Il record di Mennea ha resistito 17 anni, ma la sua corsa non si è ancora fermata. Nella memoria degli italiani Mennea è ancora un lampo, una folata di vento, un contorno storto che arriva al traguardo senza la consolazione di un sorriso. E quel 19'72 è ancora la miglior prestazione europea.

mercoledì 2 ottobre 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 2 ottobre.
Il 2 ottobre 1968, a Città del Messico, avvenne il massacro di Tlatelolco.
Nella piazza delle Tre Culture, nel quartiere Tlatelolco, migliaia di studenti e lavoratori messicani si danno appuntamento per manifestare pacificamente contro il Governo di Gustavo Diaz Ordaz, a capo di un partito che di rivoluzionario ha solo il nome. Mancano appena dieci giorni all’inizio della 19esima edizione dei Giochi Olimpici. Ma è dall’estate che il Paese è attraversato dalle tensioni che del resto caratterizzano l’intero anno, dalla protesta studentesca all’offensiva in Vietnam, dagli assassini di Martin Luther King e Bob Kennedy ai carri armati russi che soffocano nel sangue la Primavera di Praga. Il 22 luglio 1968, nella capitale messicana, una banale rissa tra istituti studenteschi viene sedata con la forza dai granaderos, i carabinieri messicani. È la scintilla che, nell’anno olimpico, fa scattare il corto circuito tra le due anime del Paese, come spiega Marco Bellingeri, docente di storia dell’America latina all’università di Torino e direttore del centro di cultura italiana a Città del messico.
Eddy Ottoz allora era un ragazzo di 24 anni. Quarto ai Giochi di Tokio nei 110 ostacoli, in Messico era pronto per puntare a una medaglia olimpica. Giovane attento, spirito libero, Ottoz aveva avuto occasione per conoscere da vicino le tensioni della società messicana, avendo più volte visitato il Paese negli anni precedenti, proprio in vista di quelle Olimpiadi, particolarmente attese per il clima politico, l’altitudine che avrebbe condizionato molti risultati, la diretta tv che per la prima volta avrebbe portato i Giochi nelle case di tutto il mondo.
Quel 2 ottobre 1968 sono oltre 10mila i giovani che accorrono in Piazza delle Tre Culture per partecipare alla manifestazione antigovernativa. Il segnale della repressione arriva alle 17.30, dal cielo. Le vie di fuga della piazza vengono chiuse: all’improvviso, dai tetti del ministero degli Esteri e dagli elicotteri partono raffiche di mitra sulla folla: sono 62 interminabili minuti di fuoco. Tra i feriti anche l’inviata dell’Europeo Oriana Fallaci che rilascia al Tg Uno una drammatica testimonianza dal suo letto d’ospedale il giorno dopo.
Il bilancio della carneficina è di oltre 300 vittime, 1200 feriti, 1800 arrestati, 25mila colpi sparati. il silenzio di Ottoz, tra i primi ad accorrere sul luogo della tragedia, è più eloquente di qualsiasi parola.
Molto si è scritto e detto su quello che rimane uno degli episodi più tragici della storia dell’olimpismo. Le trame sottostanti a quella strage sembrano ora più chiare ed evidenti, e solo di recente il Messico è riuscito a fare i conti con quel passato scomodo e tragico.
Il sangue sparso a piazza delle Tre Culture non fermò, però, le Olimpiadi messicane.

venerdì 17 giugno 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 17 giugno.
Il 17 giugno 1970, durante i campionati mondiali di calcio, a Città del Messico si svolge la semifinale tra Italia e Germania Ovest; l’incontro finisce 4-3 e viene ricordato come “la partita del secolo“.
“El Estadio Azteca, rinde homenaje a las selecciones de: Italia (4) Y Alemania (3). Protagonistas en el Mundial de 1970, del “Partido del Siglo”. 17 De Junio de 1970“. Questa la targa, anzi la placca affissa all’esterno di uno dei grandi tempi del calcio: lo stadio Azteca di Città del Messico. Non occorre tradurla dallo spagnolo all’italiano: l’impianto sportivo ha voluto celebrare e consegnare alla storia il match di calcio a detta di tutti gli esperti più emozionante, combattuto e bello di sempre. Il riferimento, naturalmente, è alla storica vittoria degli azzurri in semifinale, al Mondiale di Messico 1970, sugli eterni rivali della Germania, in una rocambolesca partita terminata dopo i tempi supplementari.
Quello messicano fu il torneo della staffetta, così definita dai commentatori italiani e non solo, riguardante due grandi fuoriclasse della storia calcistica tricolore: l’interista e veterano Sandro Mazzola e il giovane e milanista Gianni Rivera, fresco di vittoria del pallone d’oro. Il ct Ferruccio Valcareggi ha dovuto sopportare il peso delle critiche sin dalle prime battute del mondiale: la stampa era divisa, anche se leggermente spostata a favore del “golden boy” milanista, forte di una grande stagione appena conclusa. Tuttavia, sarà soltanto dopo la sconfitta rimediata in finale, contro il forte Brasile di Pelè, che l’allenatore azzurro verrà letteralmente travolto dalle critiche, quando darà a Rivera appena qualche minuto di gioco.
Fu solo nei quarti di finale, contro i padroni di casa messicani, che l’Italia venne finalmente fuori. Durante le gare eliminatorie infatti, gli azzurri giocarono un calcio timido, contratto, riuscendo a vincere, per uno a zero, solo contro la Svezia. I match con Uruguay e Israele infatti, finirono entrambi a reti inviolate, cosa che consentì agli azzurri di classificarsi comunque al primo posto nel girone, seppur senza esaltare per il gioco e per le qualità messe in campo.
Di contro, la Germania Ovest si presentava all’Azteca fiduciosa: stravinto il girone eliminatorio, aveva anche ribaltato il risultato nei quarti di finali, vincendo per la prima volta nella propria storia contro l’Inghilterra, all’inizio in vantaggio di due reti a zero. Alle segnature di Mullery e Peters, quest’ultima già nel secondo tempo della partita e tale da illudere ulteriormente gli inglesi, rispondono Beckenbauer, Seeler e Muller, quest’ultimo realizzando in acrobazia nel secondo tempo supplementare. Il forte attaccante tedesco inoltre, sarà uno dei protagonisti di quell’edizione del mondiale insieme proprio con il capitano Franz Beckenbauer, il quale nella partita contro l’Inghilterra giocherà una delle partite migliori della sua lunga carriera.
Tornando invece al quarto di finale disputato dagli azzurri contro il Messico, va segnalata la grande prova di Gigi Riva, autore di una doppietta, oltre che la freschezza atletica e la tecnica di Rivera, anche lui a segno e autentico uomo-assist della squadra. Anche l’Italia rimonta sul Messico, in vantaggio per una manciata di minuti nel primo tempo, ma soprattutto dà prova di grande carattere e buonissime individualità, finalmente “in palla”.
In semifinale, i “dioscuri”, come li chiamava il grande giornalista Gianni Brera, devono lottare ancora una volta per una maglia sola. Il commissario tecnico azzurro, Valcareggi, si affida all’esperienza di Mazzola e la scelta sembra dargli ragione: la squadra parte subito con un atteggiamento aggressivo e dopo meno di dieci minuti, Boninsegna porta in vantaggio l’Italia. “Uno splendido tiro” come esulta lo storico telecronista Nando Martellini, a completamento di un’azione cercata, insistita, agevolata dalla vittoria di un rimbalzo fortuito. Da questo momento in poi, sino a due minuti e mezzo dopo lo scocco del novantesimo, gli azzurri si difendono con ordine e tengono gli attacchi tedeschi. Ma al minuto 92, dopo ben due tiri dalla bandierina in tempo di recupero (all’epoca, quasi tutti gli arbitri fischiavano la fine dopo appena una manciata di secondi successivi al novantesimo) l’ala Grabowski crossa al centro e Schnellinger, completamente solo in area, segna con un comodo piattone.
Il pareggio avvantaggia soprattutto i tedeschi, che ritrovano le energie e cominciano a credere nella vittoria. Si va ai tempi supplementari, si va nella storia.
E’ il sesto minuto del primo tempo supplementare quando, a causa di un pasticcio difensivo, Gerd Muller trova la via del gol: il 2 a 1 è una zampata dell’attaccante tedesco, a beffare il portiere Albertosi e l’incerto Cera. Ed è soprattutto una doccia ghiacciata per gli azzurri.
Nelle fila dell’Italia però, Gianni Rivera non ci sta a perdere e appena tre minuti più tardi, scodella al centro un piattone che mette in difficoltà la retroguardia tedesca. La sfera capita dalle parti di Tarcisio Burgnich che, come un centravanti consumato, con un tiro di collo trafigge il portiere Maier: è il 2-2.
La partita entra nel vivo allora: passano ancora pochi minuti e al tredicesimo del primo tempo supplementare, ancora Rivera suggerisce rasoterra per Domenghini, cross immediato per Riva che, dopo una finta di grande spessore tecnico, col suo sinistro buca ancora una volta la porta tedesca. Un gol stupendo.
Intanto, a conferire alla partita un ché di epico, c’è anche il gesto stoico del capitano Franz Beckenbauer, il quale gioca entrambi i tempi supplementari con una vistosa fasciatura alla spalla, lussata durante la partita.
L’esempio funziona e i tedeschi agguantano ancora una volta il pareggio: al 5′ del secondo tempo supplementare, ancora Gerd Muller riporta in parità la partita: 3-3 e i messicani sugli spalti sono completamente in estasi. La rete del centravanti teutonico, un colpo di testa a correzione del precedente stacco del compagno di reparto Uwe Seeler, è agevolata dal mancato intervento di Rivera, piazzato sulla linea di porta.
Ma il destino è in agguato e arride agli azzurri. l’Italia batte a centrocampo, palla a Burgnich, lancio basso per Boninsegna che si invola sul fondo, passaggio rasoterra al centro e piatto preciso ancora una volta di Gianni Rivera. Il definitivo 4-3 arriva, ed è storico: “Che meravigliosa partita ascoltatori italiani” è il commento di Nando Martellini, voce storica degli azzurri.
Dopo l’impresa però, l’Italia deve inchinarsi alla forza dei brasiliani: secondo molti la migliore selecao della storia della nazionale verde-oro. Al colpo di testa di Pelè, un gioiello di tecnica e agilità, risponde Boninsegna, che sfrutta un’uscita sbagliata del portiere.
Il primo tempo illude gli azzurri, ma la ripresa è tutta di marca brasiliana. Sblocca Gerson, con un gran tiro che finisce all’angolino. Tocca poi a Jairzinho portare a tre le segnature, su assist di testa di Pelè. E infine, al minuto 41, chiude Carlos Alberto, ancora servito da “O Rey”. L’Italia perde il mondiale, ma la semifinale contro la Germania sarà per sempre ricordata come la partita del secolo.

lunedì 18 ottobre 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 18 ottobre.
Il 18 ottobre 1968 Bob Beamon stabilisce il record mondiale del salto in lungo con l'incredibile misura di 8 metri e 90 centimetri.
Alle Olimpiadi di Città del Messico il 18 ottobre 1968 si svolge la finale del Salto in Lungo. Alla prima prova, Bob Beamon, atleta ventiduenne di New York che aveva rischiato di non qualificarsi per la finale dopo i primi due salti nulli delle qualificazioni, effettua la rincorsa perfetta, uno stacco impeccabile, il salto perfetto ed atterra a 8,90 (45 centimetri oltre il precedente record del mondo detenuto dallo statunitense Ralph Boston e dal sovietico Igor Ter-Ovanesyan). L'impianto di misurazione dello stadio arriva solo sino a 8,40 e per effettuare la misurazione i giudici sono costretti a ricorrere ad un metro di ferro. Trascorrono quasi una decina di minuti e poi appare sul tabellone l'incredibile misura; Beamon non è abituato a ragionare in termini di sistema metrico decimale e subito non capisce la portata dell'impresa, solo quando qualcuno gli dice che ha superato i 29 piedi resta come fulminato dal suo risultato.
Un'impresa sicuramente favorita dalle condizioni di rarefazione dell'aria della capitale messicana, condizioni che però favorivano allo stesso modo tutti gli atleti. Il salto di Bob Beamon rimase record del mondo per 23 anni sino agli 8.95 di Mike Powell ai Mondiali di Tokyo, è tuttora record olimpico e seconda migliore prestazione di sempre. La rivista Sports Illustrated ha inserito l'impresa messicana di Bob Beamon tra le cinque migliori momenti sportivi del XX secolo.
Rientrato dal Messico, ritornò all'università e riprese a giocare a basket. Pensò persino di passare al professionismo in quanto aveva effettive qualità per questo sport, ma per ragioni fisiche dovute all'altezza ed al peso non interessò a nessuno.
Si rese allora conto che saltando 8,90 m nel salto in lungo, aveva raggiunto una specie di Everest e fu preso dall'angoscia al pensiero del vuoto che lo circondava. Per superarla, si comprò sette televisori, trentadue paia di scarpe, un armadio per abiti, ed una Cadillac rosa, spendendo il denaro che aveva incominciato a piovergli addosso. Rimasto al verde, cominciò ad allenarsi seriamente in previsione dei Giochi olimpici del 1972. Ma qualcosa non funzionava più nei suoi salti: incapace di usare il suo piede destro, quello che gli aveva permesso di prendere il volo nel 1968, riusciva a battere solo con il piede sinistro. Avendo mancato la qualificazione olimpica ai trials, la squadra americana partì per Monaco senza di lui. Per alcuni anni continuò a gareggiare ma non riuscì più nemmeno a fare 8 metri (il suo miglior salto fu di 7,90).
Molto tempo dopo, fu rintracciato a New York dove si occupava di ragazzi disadattati. Nel 1979 fu rivisto a Città del Messico in occasione dei Giochi Universitari Mondiali mentre cercava di raggranellare un po' di denaro sui luoghi del suo favoloso trionfo, raccontandone i particolari alla stampa.

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