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domenica 16 agosto 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 16 agosto.
Il 16 agosto 2009, ai mondiali di atletica leggera di Berlino, Usain Bolt stabilisce il nuovo record mondiale sui 100 metri piani, fermando il cronometro a 9.58. Nella stessa manifestazione abbasserà anche il record sui 200. Suo, e degli altri componenti della squadra, anche il record sulla staffetta 4x100, stabilito l'anno prima alle olimpiadi di Pechino.
Bolt inizia la stagione 2009 correndo i 400 metri in un paio di gare e facendo segnare il tempo di 45"54 a Kingston. Nel mese di aprile viene coinvolto in un incidente d'auto, che gli procura un piccolo infortunio alla gamba da cui tuttavia recupera velocemente.
Successivamente prende parte ad una gara sull'insolita distanza dei 150 metri piani (corsi in rettilineo) nella città di Manchester; con 14"35, Bolt realizza il tempo più veloce di sempre sulla distanza, migliorando il 14"75 di Tyson Gay (corso durante la finale dei 200 m ai Mondiali del 2007) e il 14"8 (manuale) di Pietro Mennea, tempi che rimangono tuttavia le migliori prestazioni per i 150 metri corsi in curva. Ai campionati nazionali giamaicani, nonostante una condizione non ancora ottimale, vince le prove sui 100 e 200 metri correndo rispettivamente in 9"86 e 20"25, ottenendo così la qualificazione per i Mondiali di Berlino che si sarebbero tenuti nei mesi a venire.
Il 2 luglio, durante un'intervista, dichiara di essere in grado di ritoccare i primati dei 100 e 200 m che già gli appartengono: "Penso di poter andare più forte. Ritengo che arrivare a 9"50 nei 100 metri sia possibile, ci sto lavorando. Ora non sono nella migliore condizione, ma penso che lentamente sarò in grado di rimettermi in forma in vista dei mondiali".A pochi giorni da queste dichiarazioni, il 7 luglio, durante il meeting internazionale Athletissima di Losanna, Bolt corre i 200 metri in 19"59, quarta miglior prestazione di sempre, ma con quasi un metro di vento contrario e sotto una pioggia torrenziale, oltretutto rallentando vistosamente negli ultimi 30 metri.
Il 16 agosto vince la finale dei 100 metri piani dei Mondiali di Berlino con il tempo di 9"58, nuovo primato del mondo, con la media di 2 metri e 44 centimetri ogni passo, superando i 41 km/h di velocità media nei secondi 50 metri e toccando un picco di velocità massima di oltre 44 km/h. Il secondo classificato, lo statunitense Tyson Gay argento in 9"71 (nuovo primato nazionale) è distanziato di ben 13 centesimi, mentre Asafa Powell chiude al terzo posto in 9"84, tempi che assieme a tutte le altre prestazioni formano la gara più veloce di tutti i tempi.


venerdì 12 settembre 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 12 settembre.

Il 12 settembre 1979 un uomo bianco, sghembo, ossuto, nervoso nel suo fascio di muscoli perennemente in tensione cominciò a correre nella corsia numero 4 della pista dello stadio Azteca di Città del Messico. Fu uno sparo nella notte, un urlo trattenuto; fu la corsa più straordinaria nella storia dell’atletica, perché la più improbabile, seminata ad ogni passo di un dolore che arrivava da un posto lontanissimo. Il 12 settembre 1979 Pietro Paolo Mennea stabiliva il record del mondo sui 200 metri. 1,8 metri di vento a favore. Primi cento metri in 10'34 “manuali”. Secondi cento metri in 9'38. Record del mondo: 19'72.

Il primato precedente apparteneva all’americano Tommie Smith - sì, quello che con John Carlos alzò il pugno guantato alle Olimpiadi del 1968 - che aveva fermato il cronometro a 19'83. Mennea lo migliorò di 11 centesimi, il tempo di un respiro. Alla fine della corsa un giornalista gli chiese: «C’è qualcuno più felice di lei?». Mennea rispose: «Mio padre».

In Messico era primo pomeriggio, le 15.15; in Italia le 23.15. Sulle gradinate dello stadio c’era poca gente, sperduta qua e là. Mennea aveva in mente una cosa sola: raggiungere il prima possibile la massima velocità e mantenerla, fin quando ne sarebbe stato capace. Quel giorno - con la pettorina numero 314 cucita sul petto - Mennea aveva 27 anni, l’anno dopo - alle Olimpiadi di Mosca - avrebbe vinto l’oro con un’altra gara da leggenda.

Era nato da una famiglia modesta a Barletta, figlio di un sarto che aveva trovato lavoro in ospedale; fu facile appiccicargli - in quegli anni di migrazioni dal Sud al Nord - l’etichetta di “Figlio del Sud”. Mennea la scansò, come rifiutò - nella sua vita da “hombre vertical” - i luoghi comuni dell’uomo che cerca il riscatto sociale nello sport e fugge la miseria.

La sua è stata una carriera lunghissima, diciassette anni in fuga dal 1971 al 1988: 3 volte campione italiano sui 100 metri, ben 11 volte sui 200 (la prima nel 1971, l’ultima nel 1984.) Mennea è morto nel 2013, il primo giorno di primavera. Nel dopo-carriera è stato molte cose. Ha conseguito quattro lauree (Scienze Politiche, Giurisprudenza, Diploma Isef e Scienze dell’educazione motoria, Lettere), ha esercitato la professione di avvocato e di commercialista, ha pubblicato numerosi libri, sempre finalizzati alla divulgazione della cultura sportiva e alla lotta al doping, ha insegnato all’Università, è stato eurodeputato a Bruxelles dal 1999 al 2004.

È stato un corridore eccezionale, resistente a tutto, precursore dei metodi moderni di allenamento (il suo allenatore era il professor Carlo Vittori), ma anche e soprattutto una macchina da corsa. È stato campione tra i campioni, simbolo di un’Italia sportiva che annoverava poster generazionali come Felice Gimondi, Sara Simeoni, Adriano Panatta, Gustav Thoeni. Uomini che portavano addosso gli impacci e pudori della generazione post guerra.

Se quest’uomo scarno e sempre controvento ha insegnato una cosa, ai tanti che dopo di lui, si sono infilati di corsa sulla sua scia; quel qualcosa è stato un principio elementare: la fatica non è mai sprecata. Il suo record del mondo sui 200 metri è stato migliorato prima un paio di volte da Michael Johnson nell’estate del 1996 e poi da Usain Bolt, che a Berlino - nel 2009 - ha spostato il limite umano a 19'19 (con 0,3 m/s di vento contrario).

Il record di Mennea ha resistito 17 anni, ma la sua corsa non si è ancora fermata. Nella memoria degli italiani Mennea è ancora un lampo, una folata di vento, un contorno storto che arriva al traguardo senza la consolazione di un sorriso. E quel 19'72 è ancora la miglior prestazione europea.

giovedì 4 agosto 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 4 agosto.
Il 4 agosto 1978, durante il meeting di Brescia, Sara Simeoni ottiene il record del mondo di salto in alto femminile, saltando l'asticella ferma a 2 metri e 01 centimetri.
Sara Simeoni, classe 1953, è tra le più grandi atlete nella storia dello Sport Italiano. Si potrebbero usare tanti aggettivi, giustamente iperbolici, per descrivere una donna davvero speciale. Ma la descrizione la lasciamo ai numeri di una carriera eccezionale.
Le cifre di questa analisi si traducono in titoli e record, centimetri e medaglie. Sono 30 i centimetri che vanno dal primo Record Italiano di 1,71 nel 1970 a Padova (a 17 anni e quindi ancora Juniores), all’ultimo di 2,01 nel 1978 a Praga.
67 presenze in Nazionale, Sara Simeoni è stata soprattutto una formidabile agonista.
Nel 1972 partecipa alla sua prima Olimpiade; a Monaco arriva sesta e qui si migliora per due volte: 1,82 e 1,85. Ricordiamo che in questa finale la vincitrice è addirittura una sedicenne: la tedesca occidentale Ulrike Meyfarth che vinse, eguagliando l’allora Record Mondiale (1,92) dell’austriaca Gusenbauer, a poche ore dal terribile attacco terroristico del 5 settembre che insanguinò le Olimpiadi bavaresi.
Due anni dopo a Roma si svolgono i Campionati Europei; a vincere è una nuova grandissima fuoriclasse: la tedesca orientale Rosemarie Witschas (non ancora Ackermann) che batte il Record Mondiale con 1,95 in una gara dove il pubblico dell’Olimpico si dimostra molto indisciplinato. La Simeoni è terza ancora con un nuovo Record Italiano (1,89) vincendo così la sua prima importante medaglia internazionale.
Olimpiadi di Montreal 1976. Arriva la prima medaglia olimpica (argento) per Sara e sempre con il Record Italiano (1,91) a soli due centimetri dall’oro della Ackermann.
Nel 1977 la Ackermann entra nella leggenda. Nel giro di un mese e mezzo porta il proprio Record Mondiale da 1,96 a 2,00 metri! Un’altra storica barriera nell’Atletica è caduta.
Ma il bello (per Sara) viene nel 1978. La Simeoni si migliora il 18 giugno a Formia (1,95), poi ancora a Kouvola l’11 luglio (1,97) e il 4 agosto, a Brescia, va prima a 1,98 e poi ….. la Storia ! 2,01 Record Mondiale!!!
Ventisette giorni dopo si disputa la finale dei Campionati Europei di Praga.
Una gara che ha fatto la storia del Salto in Alto femminile. Un lunghissimo e memorabile duello fra due irripetibili Campionesse. Il grande equilibrio sembra spezzarsi quando Sara supera 1,97 alla seconda prova. Invece la situazione si capovolge all’1,99. Qui l’italiana valica l’asticella alla prima prova, mentre per Rosemarie ne sono necessarie due. Alla misura successiva la Simeoni, al secondo tentativo, si ripete nuovamente e supera 2,01! Ed è proprio l’avversaria che va subito a congratularsi con lei. La Ackermann è sfortunata nel suo ultimo tentativo con l’asticella che vibra a lungo e poi cade. Due atlete straordinarie.
Ma in questa serata avviene anche il definitivo sorpasso fra i due stili. La Ackermann rimane nella storia come insuperata primatista mondiale dello stile “ventrale”. La Simeoni come migliore interprete dello stile “Fosbury”. Dieci anni prima, alle Olimpiadi di Città del Messico 1968, lo statunitense Dick Fosbury sorprese tutti vincendo l’oro saltando “a gambero”.
E alla terza partecipazione olimpica – Mosca 1980 – arriva finalmente la medaglia d’oro. E’ una gara dominata dall’atleta veneta che vince con 1,97.
Nel 1982 ad Atene, durante i Campionati Europei, riappare la Meyfarth. Ed è un ritorno clamoroso. Toglie alla Simeoni il Record Mondiale (2,02) nella gara dove, comunque, Sara si aggiudica il bronzo con la stessa misura (1,97) della sovietica Bykova a cui va l’argento.  L’ultimo splendido risultato la Simeoni lo ottiene nella sua quarta Olimpiade: Los Angeles 1984. Sara ritorna a volare (2,00) vincendo l’argento, ancora alle spalle della Meyfarth (2,02). Questo è l’ultimo acuto di una atleta e di una donna meravigliosa dotata di una classe cristallina, riconosciuta ed apprezzata da tutti, anche lontana dalle pedane.
Sedici anni di carriera vissuti sempre ad un livello altissimo.
Due Primati Mondiali (ed Europei), 23 Record Italiani all’aperto e 21 Indoor.
Non dobbiamo dimenticare anche i quattro Campionati Europei Indoor vinti negli anni 1977-1978-1980-1981.
Due Universiadi (1977-1981) e due Giochi del Mediterraneo (1975-1979).
In Italia: 14 titoli nell’Alto e 1 nel Pentathlon. Ancora 10 titoli Indoor.
L’ultimo dato statistico è quello che fa più impressione e che da la misura della grandezza della nostra Campionessa: ha disputato 307 gare vincendone 235 con la percentuale del 76,6%.

mercoledì 13 luglio 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 13 luglio.
Il 13 luglio 1985 a Parigi Sergej Bubka diventa il primo uomo a superare i 6 metri nel salto con l'asta.
Sergej Bubka, il più grande atleta di salto con l'asta di tutti i tempi, nasce il giorno 4 dicembre 1963 a Luhansk, nella zona sud-orientale dell'Ucraina. Inizia a dedicarsi all'atletica leggera provando per la prima volta il salto con l'asta alla tenera età di nove anni. Nel 1978, quindicenne, Bubka si trasferisce a Donetsk con l'allenatore Vitalij Petrov.
Il mondo dell'atletica internazionale fa la sua conoscenza nel 1983 quando vince un meeting a Helsinki, saltando la misura di 5,70 metri. Negli anni seguenti Bubka stabilirà nuovi standard per il salto con l'asta. A Parigi il giorno 13 luglio 1985 diventa il primo atleta di sempre a superare con l'asta i 6 metri, altezza da lungo tempo considerata irraggiungibile.
Ma Sergej Bubka non rimane nella storia dello sport solo per questo risultato, bensì per la grande capacità che ha avuto negli anni seguenti di superare e migliorare se stesso. Sono molte le occasioni in cui, di volta in volta, di manifestazione in manifestazione, migliora il proprio record mondiale. Ogni volta la sua vittoria appare scontata, sia per il pubblico che lo ammira, sia per i suoi avversari. Ma ogni volta l'emozione che riesce a procurare è grandissima. L'Unione Sovietica, nazione per la quale gareggiava, era solita offrire consistenti bonus monetari per ogni record mondiale stabilito dai propri atleti, così c'è anche chi sostiene che Bubka abbia approfittato volontariamente di questo meccanismo per arricchirsi.
Nell'arco di quattro anni, tra il 1984 e il 1988, Bubka migliora il proprio record del mondo di 21 centimetri: più di quanto qualunque altro astista abbia ottenuto nei dodici anni precedenti.
Nel 1988 Bubka salta a Nizza superando l'asticella posta a 6,06 metri d'altezza. Poche settimane dopo vola ai Giochi Olimpici di Seoul: l'aspettativa sua e di tutti è quella di poter superare l'incredibile soglia dei 6,10 metri. L'ucraino non raggiunge l'obiettivo ma vince la medaglia d'oro con la misura di 5,90 metri. In Spagna, a San Sebastian, nel 1991 sarà comunque lui il primo atleta della storia di questo sport a superare i 6,10 metri.
Il 1992 è un anno che ricorda Sergej Bubka fuori dal podio: sorprendentemente alle Olimpiadi di Barcellona sbaglia per due volte la misura di 5,70. Allarmato, Bubka si riserva il terzo tentativo a 5,75 ma sbaglia ancora, senza poter entrare in gara. Tra gli altri atleti, tutti attoniti per il fallimento del primatista mondiale, i due russi compagni di Bubka, Maksim Tarassov e Igor Trandenkov, vinceranno rispettivamente l'oro e l'argento (terzo classificato: lo spagnolo Javier Garcia).
In Italia al Sestriere, il 31 luglio 1994, dopo che alcuni esperti del settore avevano già predetto il declino di re Bubka, l'ucraino stabilisce l'allora record del mondo di 6,14 metri (attualmente il record appartiene ad Armand Duplantis con 6,19). Nel 1993 aveva fatto registrare il record mondiale indoor, con la misura di 6,15 metri. Nel 1996 si qualifica per i Giochi Olimpici di Atlanta (USA), ma sfortunatamente un infortunio occorso poco prima, gli impedisce di partecipare. Nel 2000 a Sidney partecipa alla sua ultima Olimpiade, e ancora una volta questa menifestazione sembra essere stregata: viene eliminato dopo aver fallito tre volte la misura di 5,70 metri.
Nel corso della propria carriera Bubka ha stabilito 35 record mondiali, 17 dei quali all'aperto e 18 indoor. Il dominio assoluto di Bubka nella propria disciplina ha pochi eguali nella storia dello sport moderno. La chiave del successo di Sergej Bubka era la sua velocità unita alla sua forza fisica, fattori che gli hanno permesso di usare aste più lunghe e rigide di quelle usate normalmente, ottenendo così maggiore energia nell'azione.
Ha dominato nella sua disciplina per quasi due decenni, e sorprende che abbia vinto solo una medaglia d'Oro olimpica (Seoul 1988). Probabilmente anche alle Olimpiadi di Los Angeles 1984 avrebbe avuto buone possibilità per l'oro, ma il boicottaggio sovietico della manifestazione gli ha precluso questa occasione.
Forse la sua medaglia più gratificante rimane quella conquistata ad Atene nel 1997, al suo ultimo Campionato del Mondo: a 36 anni suonati Bubka viene inserito tra i veterani della manifestazione. La sua prestazione sorprende tutti, gli vale il primo posto e rimane ancora oggi negli annali della Atletica leggera.
Alla fine degli anni '80 Bubka sentiva il bisogno di fare qualcosa per Donetsk, la città che l'aveva cresciuto; fonda così il "Bubka Sport Club", un centro di atletica leggera che conta circa 300 giovani iscritti e dieci allenatori, i cui salari sono tutti coperti da Bubka. Uno dei momenti più gratificanti di questo suo nuovo lavoro è stato quando uno dei ragazzi del club, Maksym Mazuryk, ha vinto il salto con l'asta al World Junior Championships in Giamaica nel 2002.
Il suo ritiro ufficiale dalla scena agonistica avviene a 37 anni, il 4 febbraio 2001: nell'occasione la città di Donetsk ha dedicato al campionissimo una statua in bronzo che lo raffigura in posa solenne.
Nominato miglior sportivo dell'Unione Sovietica per tre anni di fila, dal 1984 al 1986, Bubka è entrato a far parte del Comitato Olimpico Internazionale nel 1999. E' stato Presidente del Comitato Olimpico Nazionale Ucraino, Vice-Presidente della IAAF, Membro del Comitato Esecutivo del CIO e presidente della Commissione Atletica del CIO. È anche un membro del Parlamento ucraino, ricoprendo la carica di Primo Consulente del Ministero della Gioventù, della Cultura e dello Sport. Membro fondatore della Laureus World Sports Academy, sostiene anche il programma di sviluppo delle Nazioni Unite, quello dell'Organizzazione mondiale della Sanità e della Lotta contro la tubercolosi, l'UNESCO, il programma a sostegno dei bambini vittime del disastro ambientale di Chernobyl e il Coordinamento Regionale e Nazionale per la protezione sociale dei disabili e dei bambini orfani.

lunedì 18 ottobre 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 18 ottobre.
Il 18 ottobre 1968 Bob Beamon stabilisce il record mondiale del salto in lungo con l'incredibile misura di 8 metri e 90 centimetri.
Alle Olimpiadi di Città del Messico il 18 ottobre 1968 si svolge la finale del Salto in Lungo. Alla prima prova, Bob Beamon, atleta ventiduenne di New York che aveva rischiato di non qualificarsi per la finale dopo i primi due salti nulli delle qualificazioni, effettua la rincorsa perfetta, uno stacco impeccabile, il salto perfetto ed atterra a 8,90 (45 centimetri oltre il precedente record del mondo detenuto dallo statunitense Ralph Boston e dal sovietico Igor Ter-Ovanesyan). L'impianto di misurazione dello stadio arriva solo sino a 8,40 e per effettuare la misurazione i giudici sono costretti a ricorrere ad un metro di ferro. Trascorrono quasi una decina di minuti e poi appare sul tabellone l'incredibile misura; Beamon non è abituato a ragionare in termini di sistema metrico decimale e subito non capisce la portata dell'impresa, solo quando qualcuno gli dice che ha superato i 29 piedi resta come fulminato dal suo risultato.
Un'impresa sicuramente favorita dalle condizioni di rarefazione dell'aria della capitale messicana, condizioni che però favorivano allo stesso modo tutti gli atleti. Il salto di Bob Beamon rimase record del mondo per 23 anni sino agli 8.95 di Mike Powell ai Mondiali di Tokyo, è tuttora record olimpico e seconda migliore prestazione di sempre. La rivista Sports Illustrated ha inserito l'impresa messicana di Bob Beamon tra le cinque migliori momenti sportivi del XX secolo.
Rientrato dal Messico, ritornò all'università e riprese a giocare a basket. Pensò persino di passare al professionismo in quanto aveva effettive qualità per questo sport, ma per ragioni fisiche dovute all'altezza ed al peso non interessò a nessuno.
Si rese allora conto che saltando 8,90 m nel salto in lungo, aveva raggiunto una specie di Everest e fu preso dall'angoscia al pensiero del vuoto che lo circondava. Per superarla, si comprò sette televisori, trentadue paia di scarpe, un armadio per abiti, ed una Cadillac rosa, spendendo il denaro che aveva incominciato a piovergli addosso. Rimasto al verde, cominciò ad allenarsi seriamente in previsione dei Giochi olimpici del 1972. Ma qualcosa non funzionava più nei suoi salti: incapace di usare il suo piede destro, quello che gli aveva permesso di prendere il volo nel 1968, riusciva a battere solo con il piede sinistro. Avendo mancato la qualificazione olimpica ai trials, la squadra americana partì per Monaco senza di lui. Per alcuni anni continuò a gareggiare ma non riuscì più nemmeno a fare 8 metri (il suo miglior salto fu di 7,90).
Molto tempo dopo, fu rintracciato a New York dove si occupava di ragazzi disadattati. Nel 1979 fu rivisto a Città del Messico in occasione dei Giochi Universitari Mondiali mentre cercava di raggranellare un po' di denaro sui luoghi del suo favoloso trionfo, raccontandone i particolari alla stampa.

giovedì 5 agosto 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 5 agosto.
Il 5 agosto 1936 la bolognese Ondina Valla (all'anagrafe Trebisonda), stabilisce il record mondiale sugli 80 metri a ostacoli con il tempo di 11"6, nella semifinale delle olimpiadi di Berlino. Il giorno successivo vinse la medaglia d'oro, prima donna italiana nella storia dei giochi olimpici.
Trebisonda Valla era nata a Bologna il 20 maggior 1916. Ebbe quel nome troppo impegnativo, forse, a ricordo del genocidio degli armeni compiuto in quegli anni dai turchi nella città del mar Nero. Più familiarmente, la chiamavano tutti Ondina, nome gentile con cui è entrata e rimasta nella storia dello sport, non soltanto italiano. Fisico flessuoso e slanciato, al momento del maggior fulgore atletico era alta un metro e 73 centimetri. È stata la prima italiana ad assurgere nello sport a livelli internazionali e almeno uno dei suoi numerosi primati, quello del salto in alto stabilito nel 1937 con la misura di 1.56, è rimasto imbattuto per quasi vent’anni.
Atleta poliedrica come poche, sia pure in epoca di scarsa specializzazione, spaziò praticamente su tutto il programma atletico femminile dell’epoca, facendo incetta di primati e di titoli nazionali. Detenne complessivamente 23 record italiani, negli 80 e nei 100 metri, negli 80 ostacoli, nella staffetta 4x100, nel salto in alto con rincorsa e da fermo, nel salto in lungo e nel pentathlon. Entrò a far parte della Nazionale di atletica nel 1930, quando aveva appena 14 anni, per un match contro il Belgio a Firenze (e vincendo la corsa sugli ostacoli). Chiuse la lunga parentesi azzurra nel 1940, a Parma, contro la Germania. Con l’inizio della guerra lasciò praticamente l’attività agonistica. Si sposò nel 1944 con un ortopedico conosciuto al Rizzoli di Bologna durante un controllo, Guglielmo De Lucchi, un medico che aveva praticato il salto con l’asta al tempo dei pesanti attrezzi in metallo. Assieme a lui si trasferì a L’Aquila dove ha vissuto fino alla morte, avvenuta il 15 ottobre 2006, appena qualche mese dopo la scomparsa di un altro mito dell’atletica italiana, quell’Arturo Maffei che a Berlino era stato avversario di Jesse Owens sulla pedana del lungo.
L’impresa che ha consegnato Ondina alla piccola e nobile storia dello sport, la realizzò nel pomeriggo del 6 agosto 1936. Alle ore 17,30 di quel giorno, davanti a centomila spettatori e a Hitler, le sei finaliste degli 80 metri ad ostacoli si allinearono, dalla corda, nel seguente ordine: Anni Steuer (Germania), Claudia Testoni (Italia), Elizabeth Taylor (Canada), Ondina Valla (Italia), Catharina der Braake (Olanda), Doris Eckert (Germania). Il giorno prima, in semifinale, Ondina aveva eguagliato il record mondiale correndo in 11”6, ma non poteva ritenersi in assoluto la favorita. Nella finale fu invece protagonista di un serrato testa a testa con la tedesca Steuer, risolto sul filo di lana che a quel tempo determinava l’arrivo. Sul traguardo le prime quattro piombarono tutte assieme e si videro attribuire lo stesso tempo “manuale”. La classifica fu determinata dalla lettura del fotofinish che la tecnologia tedesca aveva spinto fino al millesimo di secondo. Questo l’ordine d’arrivo di quella corsa passata alla storia (fra parentesi i tempi secondo la Zielbildkamera): 1. Valla 11”7 (11”748); 2. Steuer 11”7 (11”809); 3. Taylor 11”7 (11”811); 4. Testoni (11”818); 5. der Braake 11”8 (11”832); 6. Eckert 12”0 (12”190). Un trionfo per i colori azzurri.
La carriera della Valla resta indissolubilmente legata a quella di Claudia Testoni [1915-1998], sua concittadina e avversaria, di appena qualche mese più anziana. La loro rivalità, nell’Italia pruriginosa degli anni Trenta, alimentò pettegolezzi e polemiche, ma impresse un decisivo colpo di volano allo sviluppo dello sport femminile nazionale. Attorno alle due ragazze –, prima sotto le cure dell’ungherese Jeno Gaspar, poi del californiano Boyd Comstock – crebbe l’intero movimento atletico femminile. Assieme, sfiorarono il podio nella 4x100 a Berlino: un quarto posto che resta ancora oggi il miglior risultato raggiunto nelle staffette dalle nostre ragazze ai Giochi. La Testoni, che in seguito aveva focalizzato la sua attenzione sugli ostacoli, riuscì a conquistare nel 1938 il titolo europeo della specialità e stabilire, l’anno seguente, un doppio record mondiale (11”3).
Ondina era una predestinata, ma è anche vero che a una classe innata sapeva unire una determinazione non comune. Aveva iniziato giovanissima, quando ancora frequentava la quinta elementare, vincendo una gara di salto in alto ai campionati interscolastici bolognesi con la misura di 1.10. Due anni dopo, nel 1929, aveva già raggiunto il vertice nazionale, La prima esperienza internazionale, peraltro deludente, l’aveva vissuta nel 1934, a Londa, in occasione dei “World Games” (quando l’atletica femminile non era ancora governata dalla IAAF, che l’accoglierà solo ai Giochi di Berlino). Dopo le Olimpiadi una serie di acciacchi alla schiena le resero impossibili ulteriori progressi, tanto da obbligarla a disertare la prima edizione degli Europei a Vienna, quelli che consacrarono il talento della Testoni.
Rimasta presto vedova, Ondina ha vissuto a lungo da sola nella sua vecchia casa aquilana di via XX Settembre, nel centro storico della città devastato dal terremoto del 2009. Sporadici i contatti con il mondo ufficiale dell’atletica che, se non l’aveva dimenticata, se ne ricordava solo in occasione di qualche rara premiazione. La “fidanzata d’Italia” se n’è andata a novant’anni – il 15 ottobre 2006 –, quasi in punta di piedi, lasciando però una eredità preziosa per l’atletica e per l’intero sport italiano.

domenica 28 marzo 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 28 marzo.
Il 28 marzo 1990 Jesse Owens viene insignito della Medaglia d'Oro del Congresso Americano.
Per qualcuno è stato il più grande personaggio sportivo del XX secolo. Per altri è un'icona, il simbolo stesso dei Giochi Olimpici. James Cleveland Owens, chiamato Jesse dalle iniziali J.C., prima di diventare un vero e proprio mito dell'atletica leggera, ha modo di compiere diversi umili lavori, dal lustrascarpe al fattorino, dal giardiniere al gelataio.
Nato il 12 settembre 1913 a Oakville, Alabama, all'età di otto anni si trasferisce con la famiglia a Cleveland, nello stato dell'Ohio. All'inizio della sua storia Jesse conosce miseria e povertà, e vive secondo la filosofia di "arrangiarsi per vivere", come altri milioni di ragazzi neri nel periodo della depressione americana.
Jesse Owens mostra fin da giovane un evidente talento per le discipline sportive. Non possiede i soldi necessari a comprare costose attrezzature per praticare altri sport diversi dall'atletica leggera, così si dedica alle discipline della corsa. Negli USA è il periodo caldo della segregazione razziale quando nel 1933 Owens è costretto ad alcune difficili esperienze: vive all'esterno del campus universitario con altri atleti afro-americani, nei viaggi con la squadra sportiva pranza in ristoranti per soli neri. Nel periodo degli studi continua a lavorare per pagarsi l'università.
Nell'anno che precede le Olimpiadi che lo faranno assurgere a re dell'atletica, il 25 maggio 1935 ai campionati del Middle West presso l'Università del Michigan, Owens sbalordisce l'intero paese e fa conoscere il suo nome oltreoceano. In quello che nella sua autobiografia, "The Jesse Owens Story", lui definisce day of days, Jesse Owens (scende in pista all'ultimo momento perché reduce da un infortunio alla schiena) in un lasso di tempo inferiore ad un'ora eguaglia il record mondiale nei 100 metri, stabilisce quello nel salto in lungo (con 8,13 metri è il primo uomo a superare la misura degli 8 metri), vince la gara dei 200 metri e quella dei 200 metri a ostacoli.
Il suo nome è legato a doppio filo con la storia per le circostanze che lo hanno visto campione e atleta-simbolo delle Olimpiadi di Berlino del 1936, e protagonista insieme a Hitler di un famoso episodio.
Ai Giochi Olimpici Owens vince ben 4 medaglie d'oro: nei 100 metri (stabilisce il record mondiale: 10,3''), nei 200 metri (record olimpico: 20,7''), nel salto in lungo (record olimpico: 806 cm) e nella staffetta 4 x 100 (record mondiale: 39,8''). Bisognerà attendere 48 anni, alle Olimpiadi di Los Angeles 1984, per vedere un altro uomo, l'americano Carl Lewis, capace di ripetere l'impresa di Owens.
Per Hitler i Giochi furono l'occasione per propagandare gli ideali del "Terzo Reich" e per dare valore e risalto alla superiorità della razza ariana. Lo stesso fuhrer fu presente sulle tribune dell'Olympiastadion, gioiello architettonico con una capienza di 100 mila posti, quando Owens vinse le sue gare, ma narra la leggenda che si rifiutò di stringere la mano ad Owens.
In questo contesto vi è un altro episodio che ha delle caratteristiche commoventi per il suo tragico epilogo: Luz Long è l'atleta tedesco per cui Hitler stravede e su cui la Germania conta per la vittoria nella gara del salto in lungo. Nel periodo che precede la gara, sul campo, vengono gettate le basi di quella che sarà una sincera amicizia tra l'atleta americano e il tedesco Long. Owens sbaglia due dei tre salti di qualificazione. Prima del terzo salto è proprio Luz Long, che conosce bene la pedana, a suggerire a Owens di anticipare la battuta e permettergli così di superare la misura di qualifica. Dopo la conquista della medaglia d'oro di Owens, Long è il primo a congratularsi.
Negli anni seguenti i due si manterrano in contatto scrivendosi più volte. Negli anni della guerra Long è ufficiale dell'esercito tedesco: si trova in Italia, a Cassino, quando riceve la notizia che la moglie ha dato alla luce suo figlio. Nell'occasione scrive a Owens una lettera nella quale chiede all'amico di far sapere a suo figlio, in futuro, semmai la guerra fosse finita, di quanto sia importante l'amicizia nella vita e di come essa sia possibile nonostante gli orrori e le divisioni che la guerra comporta. Luz Long morirà il 14 luglio 1943 dopo essere stato gravemente ferito nella famigerata battaglia di Cassino. A guerra finita Owens impiegherà diverso tempo a rintracciare la famiglia dell'amico. Trascorsi diversi anni, Owens sarà presente al matrimonio del figlio di Long in qualità di ospite d'onore.
Jesse Owens, il lampo d'ebano, come molti giornali l'avevano ribattezzato, è morto di cancro ai polmoni all'età di 66 anni a Tucson (Arizona) il 31 marzo 1980. Nel 1984 alla sua memoria è stata dedicata una strada di Berlino.

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